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Papa Leone XIV: l’accoglienza è un’esperienza

“Sono lieto di incontrarvi e di condividere con voi qualche riflessione sul tema che state affrontando come ‘Cattedra dell’Accoglienza’, nata dall’esperienza spirituale dell’Associazione Fraterna Domus con il sostegno fattivo di altre realtà ecclesiali e sociali. Queste vostre giornate sono animate dalla consapevolezza che la vocazione cristiana è orientata a generare comunione tra le persone, e la comunione nasce dalla capacità di accogliere gli altri, offrendo ascolto, ospitalità e assistenza”: ricevendo la ‘Cattedra dell’accoglienza’ papa Leone XIV ha invitato i partecipanti ad essere ‘educatrici ed educatori dell’accoglienza’ e a continuare a ‘promuovere il bene e la fraternità nella comunità cristiana e nella società’.

Per questo il papa ha sottolineato il valore etimologico della parola, centrale per la relazione: “Una possibile etimologia della parola ‘accogliere’, centro di ogni vostra attività, risale al latino accipere che significa ‘ricevere’, ‘prendere con sé’. Al centro di ogni autentica accoglienza vi è, infatti, una relazione che nasce dalla grazia di un incontro”.

Quindi l’accoglienza è un’esperienza: “Facciamo esperienza di tanti tipi di incontro e quindi di accoglienza: l’incontro con le persone che ci amano, con i familiari, con i colleghi, e anche con persone estranee, a volte ostili. Quando un incontro è vero, da esperienza personale può trasformarsi e, progressivamente, diventare capace di coinvolgere gli altri dando vita a un’esperienza comunitaria”.

E’ stato un ringraziamento all’associazione per aver dedicato il tema di quest’anno ai giovani: “In un tempo attraversato da profonde trasformazioni culturali e sociali, i giovani, che sono naturalmente il futuro della società e della Chiesa, in realtà ne costituiscono già il presente vivo e generativo. Le loro domande e le loro inquietudini, infatti, invitano a rinnovare lo stile dei nostri rapporti.

Accogliere persone giovani significa, anzitutto, mettersi in ascolto delle loro voci, incrociare i loro sguardi e riconoscere che, nelle loro esistenze e nei loro linguaggi, lo Spirito continua a operare e a suggerirci percorsi rinnovati di presenza e custodia. Vorrei soffermarmi proprio su queste due parole (presenza e custodia), che concorrono a illuminare il senso cristiano dell’accoglienza”.

La presenza è importante perché segna un punto di riferimento: “Ognuno di noi, fin dal primo istante di vita, cresce in una realtà sociale. La famiglia, la parrocchia, la scuola, l’università, il lavoro rappresentano modelli di società dove si intrecciano diverse dimensioni: psicologica, giuridica, morale, pedagogica, culturale. Sono spazi di elezione identitaria il cui compito primario è delineato proprio dalla presenza. Essere presenti nella vita degli altri significa condividere tempo, esperienze, significati, offrendo punti di riferimento stabili nei quali gli altri possano riconoscersi e crescere”.

Per questo il ‘modello’ è la Famiglia di Nazaret: “Guardando alla Santa Famiglia di Nazaret (al cui modello di ispira la Fraterna Domus), ogni comunità accogliente può riscoprire la propria chiamata e imparare a orientarsi nel cammino del servizio. L’episodio evangelico di Maria e Giuseppe che smarriscono Gesù e, angosciati, lo ritrovano dopo tre giorni nel Tempio ci insegna che la presenza dell’altro non è un automatismo, ma l’esito di una ricerca costante. E’ accaduto a ciascuno di noi di smarrire qualcuno o qualcosa a cui eravamo molto legati. In quel momento ci siamo accorti di quanto quella presenza fosse preziosa”.

Ugualmente succede per la fede: “Così succede anche nella vita di fede: diamo per scontata la presenza di Gesù nella nostra esistenza, finché all’improvviso sembra che Egli non sia più dove lo abbiamo lasciato. Avvertiamo un senso di smarrimento. In realtà, non è Lui che si è perso, ma noi che ci siamo allontanati. Quando avviene questo, siamo chiamati a cercarlo con fiducia, con il coraggio di percorrere strade inesplorate, guardando il mondo con occhi nuovi, carichi di speranza. In questo modo si smetterà di cercare un Dio a propria misura per incontrarlo dove Egli abita. Cercare Gesù significa, dunque, passare dalla sicurezza delle nostre convinzioni alla responsabilità dell’incontro, imparando a vedere e ad accogliere la presenza di Dio che è sempre oltre”.

Quindi la presenza rimanda alla custodia, chiedendo di prendere ad esempio san Giuseppe: “E’ proprio quello che ha fatto san Giuseppe custodendo la famiglia affidatagli dal Signore. In lui riconosciamo che accogliere, oltre che presenza, è anche custodia. Custodire significa stare accanto all’altro con attenzione, rispettarne le scelte e prendersene cura. Questo atteggiamento appartiene anzitutto a Dio, che la Bibbia mostra come il custode del suo popolo”.

Infatti il salmo 121 ricorda il valore di custodire (‘Non si addormenterà, non prenderà sonno / il custode d’Israele. / Il Signore è il tuo custode’): “Da questa prospettiva comprendiamo che anche la famiglia umana è chiamata a preservare ciò che le è stato affidato: le relazioni, il creato, la vita delle sorelle e dei fratelli, soprattutto di coloro che soffrono e che sono più fragili. Così Giuseppe ci dimostra che presenza e custodia sono dimensioni inseparabili: non si custodisce senza esserci, e non si è presenti senza assumersi la responsabilità dell’altro”.

Queste sono le due ‘lampade’ che conducono verso la santità: “Queste due parole possono rappresentare due lampade nel vostro percorso verso un’accoglienza capace di aprire sentieri di santità, in una prospettiva mai autoreferenziale, sempre relazionale e fraterna, così come ci ricorda l’enciclica ‘Fratelli tutti’, là dove afferma: ‘Solo una cultura sociale e politica che comprenda l’accoglienza gratuita potrà avere futuro’ per le nuove generazioni”.

Concludendo l’incontro il papa ha ringraziato ed incoraggiato l’associazione per l’impegno nell’accoglienza: “Carissimi, vi ringrazio per il vostro impegno silenzioso e discreto. Vi incoraggio a essere educatrici ed educatori dell’accoglienza. Coltivate il carisma dell’accoglienza nell’ascolto dello Spirito Santo, il cui frutto, ci dice san Paolo, ‘è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé’. Così potrete continuare a generare insieme ambienti capaci di promuovere il bene e la fraternità nella comunità cristiana e nella società”.

(Foto: Santa Sede)

Giornata della Vita consacrata: profezia della presenza

“Nel corso dell’ultimo anno, durante i viaggi e le visite pastorali del Dicastero, abbiamo avuto il dono di toccare e di farci raggiungere da questa vita, incontrando i volti di tante persone consacrate chiamate a condividere situazioni complesse: contesti segnati da conflitti, instabilità sociale e politica, povertà, emarginazione, migrazioni forzate, minoranza religiosa, violenze e tensioni che mettono alla prova la dignità delle persone, la libertà e a volte la stessa fede. Esperienze che svelano quanto sia forte la dimensione profetica della vita consacrata come ‘presenza che resta’: accanto ai popoli e alle persone ferite, nei luoghi dove il Vangelo si vive spesso in condizioni di fragilità e di prova”: oggi, festa della presentazione di Gesù al tempio, si celebra la XXX Giornata Mondiale della Vita Consacrata, ed il Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata ha inviato un messaggio intitolato ‘Profezia della presenza: vita consacrata dove la dignità è ferita e la fede è provata’.

In questo messaggio è sottolineato l’aspetto del ‘restare’, cioè di una presenza: “Questo ‘restare’ assume volti e fatiche diverse, perché diverse sono le complessità delle nostre società: là dove la vita quotidiana è attraversata da fragilità istituzionali e insicurezza; là dove minoranze religiose vivono pressioni e restrizioni; là dove il benessere convive con solitudini, polarizzazioni, nuove povertà e indifferenza; là dove migrazioni, disuguaglianze e violenze diffuse sfidano la convivenza civile. In tante parti del mondo, la situazione politica e sociale mette alla prova la fiducia e logora la speranza: e proprio per questo la vostra presenza fedele, umile, creativa, discreta diventa segno che Dio non abbandona il suo popolo”.

E tale ‘restare’ di natura evangelica è una speranza: “Il ‘restare’ evangelico non è mai immobilità né rassegnazione: è speranza attiva che genera atteggiamenti e gesti di pace: parole che disarmano proprio dove le ferite dei conflitti sembrano cancellare la fraternità, relazioni che testimoniano il desiderio di dialogo tra culture e religioni, scelte che proteggono i piccoli anche quando stare dalla loro parte chiede un prezzo da pagare, pazienza nei processi anche all’interno della comunità ecclesiale, perseveranza nella ricerca di percorsi di riconciliazione da costruire nell’ascolto e nella preghiera, coraggio nella denuncia di situazioni e strutture che negano la dignità delle persone e la giustizia. Proprio perché è così, questo restare non è solo una scelta personale o comunitaria, ma diventa una parola profetica per tutta la Chiesa e per il mondo”.

E’ una speranza perché un seme è seminato, secondo i carismi: “In questo restare come seme che accetta di morire perché la vita fiorisca, in forme diverse e complementari, si esprime la profezia di tutta la vita consacrata. La vita apostolica rende visibile una prossimità operosa che sostiene la dignità ferita; la vita contemplativa custodisce, nell’intercessione e nella fedeltà, la speranza quando la fede è provata; gli Istituti secolari testimoniano il Vangelo come lievito discreto nelle realtà sociali e professionali; l’Ordo virginum manifesta la forza della gratuità e della fedeltà che apre al futuro; la vita eremitica richiama il primato di Dio e l’essenziale che disarma il cuore. Nella diversità delle forme, una sola profezia prende corpo: restare con amore, senza abbandonare, senza tacere, facendo della propria vita la Parola per questo tempo e per questa storia”.

In questa profezia matura una testimonianza della pace: “E’ proprio dentro questa profezia del restare che matura una testimonianza di pace. Papa Leone XIV lo ha richiamato con insistenza nei suoi interventi, indicando la pace non come un’utopia astratta, ma come un cammino esigente e quotidiano che domanda ascolto, dialogo, pazienza, conversione della mente e del cuore, rifiuto della logica della prevaricazione del più forte”.

Pace come responsabilità, a cui consacrate e consacrati sperimentano nella vicinanza con chi è in difficoltà: “La pace non nasce dalla contrapposizione, ma dall’incontro, dalla responsabilità condivisa, dalla capacità di ascolto e di cammino sinodale, dall’amore per tutti nel solco del Vangelo per cui tutti sono fratelli. Per questo la vita consacrata, quando resta accanto alle ferite dell’umanità senza cedere alla logica dello scontro, ma senza rinunciare a dire la verità di Dio sull’uomo e sulla storia, diventa, spesso senza clamore, artigiana di pace. Carissime e carissimi, vi ringraziamo per la vostra perseveranza quando i frutti sembrano lontani, per la pace che seminate anche quando non è riconosciuta”.

La lettera si conclude con l’invito ad essere pellegrini di speranza, come sottolineato nel giubileo dello scorso anno: “Continuiamo a custodire come memoria grata l’esperienza del Giubileo della vita consacrata, che ci ha richiamati a essere pellegrini di speranza sulla via della pace: Non è uno slogan o una formula. Ne abbiamo fatto esperienza concreta anche nel percorso che ha preparato il nostro convenire a Roma. E’ invece uno stile evangelico da continuare a incarnare, ogni giorno, là dove la dignità è ferita e la fede è provata”.

Card. Zuppi: la presenza dei cattolici è viva

“In effetti, se l’Anno giubilare si è concluso, non si è certo esaurito il desiderio di una speranza affidabile. Il mondo lo manifesta in tanti modi ed è nostro dovere aiutare a trovare la risposta. Quante tenebre chiedono credenti capaci di essere luce! Quante notti di tristezza e angoscia attendono sentinelle che sappiano indicare l’aurora!”: prendendo spunto dalla bolla giubilare ‘Spes non confundit’ ieri il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha aperto i lavori della sessione invernale del consiglio episcopale permanente.

Nella prolusione il presidente dei vescovi italiani ha ricordato il viaggio di papa Leone XIV, dove ha riproposto la centralità di Gesù con domande decisive per la vita di ciascuno: “Ce ne rendiamo sempre più conto guardando all’attualità e lasciandoci interrogare da essa senza paura. Il punto focale non è la rincorsa compulsiva a ciò che avviene, ma la fatica e insieme la bellezza spirituale di scoprire nella realtà i segni dei tempi, senza i quali il Vangelo non entra nella storia e i cristiani finiscono per mettere la luce sotto il moggio. Ecco perché le domande segnalate da papa Leone sono determinanti per una testimonianza credibile nell’oggi”.

E’ stata un’analisi chiara in quanto la forza non migliora il mondo, come diceva Giorgio La Pira: “Il mondo è, infatti, segnato da un’incertezza profonda, che suscita un senso di instabilità. Questo è vero non solo per gli osservatori più attenti o per le persone direttamente coinvolte, ma per tutti, perché costituisce un clima percepito anche da chi è distratto o inconsapevole.

E’ il clima di quella che Giorgio La Pira, anni fa e profeticamente, chiamava ‘l’età della forza’. Questa non fornisce sicurezze, certezze e ordine, come si potrebbe credere, anzi! La forza, ancora di più se incredibilmente irride il diritto e i processi internazionali così faticosamente conquistati nei decenni passati, crea solo instabilità pericolosa a tutti i livelli e costringe a rinunciare alla via indispensabile del dialogo, del multilateralismo, del pensarsi insieme”.

Per questo ha chiesto una maggior cura delle ferite del prossimo, riferendosi al violento episodio accaduto a La Spezia: “Questo dramma ci interpella come comunità civile ed educativa. Ci ricorda quanto sia urgente accompagnare i giovani, ascoltarli davvero, non lasciarli soli nelle loro fragilità, nelle loro paure e nelle loro rabbie. L’educazione, in famiglia, a scuola e nelle comunità, è una responsabilità condivisa che non possiamo delegare né rimandare. Solo investendo nella relazione, nell’esempio e nella formazione delle coscienze possiamo costruire un futuro più umano e più giusto. Chiediamo al Signore di trasformare questo dolore in un impegno rinnovato per la vita, la convivenza e la speranza”.

Però davanti ad un aumento della violenza ed ad un smarrimento di responsabilità il card. Zuppi ha sottolineato che c’è un popolo che crede: “Nella nostra realtà spaesata esiste un popolo che, pur condividendo le difficoltà di tutti, ha fisso lo sguardo al Signore, speranza e consolazione. C’è un’Italia che cerca il volto di Dio e chiede di incontrare non idee o ennesimi consigli virtuali ma comunità, case di fraternità, relazioni umane disinteressate con cui vivere la speranza…

C’è un’Italia cristiana che vive con gioia e convinzione la sua vocazione. Ne abbiamo avuto la prova concreta, a livello di Chiese locali, nella celebrazione recente della chiusura del Giubileo nelle cattedrali o nelle chiese a ciò deputate. Il fervore, la partecipazione, il numero dei fedeli ha sorpreso la maggior parte di noi. In un certo senso ci ha rafforzato nella speranza, che poi era il tema del Giubileo”.

E’ stato un invito ad essere comunità: “Un’inaspettata sincronia e una grande comunione! Questo fa bene, fa molto bene, in un mondo diviso e conflittuale: la Chiesa è unita, pur essendo in molti popoli, segno di “unità del genere umano”. E’ un grande segno, che parla al mondo che sperimenta così tanto la divisione e pensa impossibile vivere insieme. La Chiesa è segno credibile che è possibile vivere in pace. E’ un dono che ci fa il Signore Gesù, che è la nostra pace! Non lasciamoci dividere dal clima di questo mondo e non portiamo nella Chiesa categorie mondane che non le appartengono, anzi la offendono e la indeboliscono! Il popolo di Dio ha sete di unità, perché ha sete di fede, di autentica esperienza dello Spirito e della Chiesa”.

E la bussola per la Chiesa è il cammino sinodale: “Durante l’Assemblea di novembre il card. Repole ha indicato alcuni punti che ritengo siano da tenere in debito conto per la fase che stiamo per vivere. Tra questi uno riguarda la consapevolezza di un certo scollamento tra la fede e la vita… Non siamo soli e nessuno è solo (ma anche nessuno si isoli!): il Cammino sinodale ha coinvolto centinaia di migliaia persone, molte delle quali hanno seguito il percorso dalla prima ora, impegnando tempo ed energie e acquisendo competenze preziose nelle dinamiche sinodali”.

Terminando l’intervento il card. Zuppi ha invitato gli italiani alla responsabilità: “Tra circa due mesi, il 22 e 23 marzo, gli italiani saranno chiamati ad esprimersi sul referendum costituzionale sulla giustizia. La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del CSM sono temi che, come Pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti. C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare”.

Responsabilità che richiama l’impegno alla vita democratica: “Autonomia ed indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti. In un clima generale di disimpegno, che affiora ogni volta che siamo convocati alle urne, sentiamo l’esigenza di ribadire l’importanza della partecipazione. Tutti noi parteciperemo, perché corresponsabili del bene comune del nostro Paese”.

E’ stato un invito esplicito al voto: “Invitiamo quindi tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali. L’augurio è che continui, anche dopo il referendum, l’attenzione sull’esercizio concreto della giurisdizione nel nostro Paese, snodo importante per la custodia del bene comune e il perseguimento della giustizia, che soffre di molte difficoltà. Su questi temi, come su tutti gli altri che interessano la nostra convivenza, ci auguriamo che sia sempre vivo un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca del massimo consenso possibile attorno a soluzioni di bene”.

Altro punto ha riguardato il fine vita: “La vita ha un valore, sempre, nonostante la malattia, la fragilità, il limite. La risposta alla sofferenza non è offrire la morte, ma garantire forme di sostegno sociale, di assistenza sanitaria e sociosanitaria domiciliare continuativa, affinché il malato non si senta solo e le famiglie possano essere sostenute e accompagnate. Normative che legittimino il suicidio assistito e l’eutanasia rischiano invece di depotenziare l’impegno pubblico verso i più fragili e vulnerabili, spesso invisibili, che potrebbero convincersi di essere divenuti ormai un peso per i propri familiari e per l’intera società, decidendo di farsi anzitempo da parte, di togliere il disturbo.

Ribadiamo, pertanto, che nell’attuale assetto giuridico-normativo si scelgano e si rafforzino, a livello nazionale, interventi che tutelino nel miglior modo possibile la vita, favoriscano l’accompagnamento e la cura nella malattia, sostengano le famiglie nelle situazioni di sofferenza. Sentiamo altresì forte il dovere di ricordare a tutti che scegliere una morte anticipata, anche perché si pensa di non avere alternative, non è un atto individuale, ma incide profondamente sul tessuto di relazioni che costituisce la comunità, minando la coesione e la solidarietà su cui si fonda la convivenza civile”.

La vita si supporta attraverso una rete: “E’ proprio quando la persona diventa debole che ha bisogno di una rete che la supporti, che la aiuti a vivere al meglio la fase finale dell’esistenza. La presenza o l’assenza di questa presa in carico può essere lo spartiacque tra la scelta di vita e la richiesta di morte. In tale prospettiva, le cure palliative (che devono essere garantite a tutti, senza distinzioni sociali e geografiche, mentre ancora non sono applicate come stabilito) rappresentano un vero antidoto alle logiche che contemplano il suicidio assistito o l’eutanasia come opzioni percorribili. Logiche di morte che possono essere sovvertite anche con un impegno forte delle comunità cristiane, chiamate a farsi prossime a quanti si stanno accostando all’ultima fase della vita con responsabilità, carità e stile evangelico”.

Agenzia Fides monitora i dati della Chiesa

In occasione della Giornata Missionaria Mondiale l’Agenzia Fides presenta alcune statistiche scelte in modo da offrire un quadro panoramico della Chiesa nel mondo. I dati, curati da Elena Grazini e Luca Mainoldi, sono tratti dall’Annuario Statistico della Chiesa’, pubblicato quest’anno, e riguardano tutti i membri della Chiesa cattolica, le strutture pastorali, le attività nel campo sanitario, assistenziale ed educativo. I dati contenuti nel volume relativi alla totalità della popolazione mondiale e al numero dei battezzati cattolici sono aggiornati al 30 giugno 2023. Gli altri dati sono aggiornati al 31 dicembre 2023.

Al 30 giugno 2023, la popolazione mondiale contava 7.914.582.000 persone, con un aumento di 75.639.000 unità rispetto all’anno precedente. Si conferma il trend in positivo per tutti i Continenti, compresa l’Europa. Alla data del 30 giugno 2023, il numero dei cattolici era pari a 1.405.454.000 persone, con un aumento complessivo di 15.881.000 cattolici rispetto all’anno precedente. Anche in questo caso, l’aumento dei cattolici interessa tutti e cinque i Continenti, compresa l’Europa, dove si rovescia il dato in flessione emerso nella rilevazione precedente, quando si era registrato una diminuzione del numero di cattolici nel 2022 rispetto al 2021.

Come negli anni precedenti, l’aumento di cattolici è più marcato in Africa (+8.309.000) e in America (+5.668.000). Seguono l’Asia (+954.000), l’Europa (+740.000) e l’Oceania (+210.000). La percentuale dei cattolici in seno alla popolazione mondiale è leggermente aumentata (+0,1) rispetto all’anno precedente, ed è pari al 17,8%. Se si considerano uno per uno i singoli Continenti, le variazioni di questo dato rispetto alla rilevazione precedente sono minime.

Il numero totale dei vescovi nel mondo è aumentato di 77 unità rispetto alla rilevazione dell’anno precedente, raggiungendo quota 5.430. Sono aumentati i vescovi diocesani (+84) e diminuiti i vescovi religiosi (-7). I vescovi diocesani sono 4.258, mentre i vescovi religiosi sono 1.172. Il numero totale dei sacerdoti nel mondo continua a diminuire: 406.996 (-734 rispetto alla rilevazione precedente). A segnare una diminuzione consistente, ancora una volta, è l’Europa (-2.486), seguita dall’America (-800) e dall’Oceania (-44). Come lo scorso anno, aumenti significativi si registrano in Africa (+1.451) e in Asia (+1.145). I sacerdoti diocesani nel mondo sono diminuiti globalmente di 429 unità, raggiungendo il numero di 278.742.

Anche nell’ultima rilevazione annuale i diaconi permanenti nel mondo continuano ad aumentare (+1234), raggiungendo quota 51.433. L’incremento si registra in America (+1257) e in Oceania (+57). Si registrano lievi cali in Asia (-1), Africa (-3) e Europa (-27). I religiosi non sacerdoti sono diminuiti di 666 unità rispetto alla rilevazione dell’anno precedente, arrivando al numero totale di 48.748. Le diminuzioni si registrano in Europa (-308), in America (-293), in Asia (-196) e in Oceania (-46), mentre in Africa i religiosi non sacerdoti aumentano (+107).

Anche nella rilevazione più aggiornata si conferma la tendenza in diminuzione globale del numero delle religiose in atto da tempo: sono 589.423 (-9.730). Gli aumenti sono, ancora una volta, in Africa (+1.804) e in Asia (+46), mentre continuano a diminuire in Europa (-7.338), America (-4.066) e Oceania (-251). Il numero dei seminaristi maggiori, diocesani e religiosi, anche nell’ultima rilevazione annuale effettuata diminuisce: in tutto il Pianeta sono 106.495 (l’anno precedente erano 108.481). Gli aumenti si registrano solamente in Africa (+383), mentre diminuiscono in America (-362), in Asia (-1331), in Europa (-661) e in Oceania (-15).

Anche il numero totale dei seminaristi minori, diocesani e religiosi, è diminuito raggiungendo quota 95.021 (-140). Nel dettaglio, si ribalta la tendenza in Africa, passando dall’aumento registrato nella precedente rilevazione annuale (+1065) al calo registrato nell’ultima rilevazione (-90). Si registrano diminuzioni anche in Europa (-169) e Oceania (-31), ma un sensibile aumento in Asia (+123) e uno meno marcato in America (+27).

Nel campo dell’istruzione e dell’educazione, la Chiesa sostiene nel mondo 74.550 scuole materne frequentate da 7.639.051 alunni; 102.455 scuole primarie per 36.199.844 alunni; 52.085 scuole medie inferiori e superiori per 20.724.361 alunni. Inoltre, 2.688.625 studenti frequentano istituti superiori, e 4.468.875 studenti frequentano Università afferenti alla Chiesa cattolica.

Gli istituti sanitari, di beneficenza e assistenza connessi alla Chiesa cattolica sono in totale 103.951 e comprendono: 5.377 ospedali e 13.895 dispensari; 504 lebbrosari; 15.566 case per anziani, malati cronici e disabili; 10.858 nurseries; 10.827 consultori matrimoniali; 3.147 centri di educazione o rieducazione sociale e 35.184 istituzioni di altro tipo.

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Papa Leone XIV ricorda che occorre annunciare la Parola di Dio attraverso l’azione sociale

Papa Leone XIV

“E’ evidente a chiunque ripercorra la storia del Perù che quelle terre sono state accompagnate da un particolare disegno della Provvidenza, soprattutto per quanto riguarda la nostra fede cattolica, che è sempre stata professata in armonia con la cura e il servizio ai più bisognosi”: così inizia il messaggio di papa Leone XIV Papa Leone XIV inviato ai partecipanti alla Settimana Sociale  a Lima fino ad oggi.

Nel messaggio il papa ha evidenziato la ‘densità di santità’ nel Perù: “Solo così si può comprendere la ‘densità di santità’ che questa nazione, così vicina al mio ministero e alla mia preghiera, possiede. Le testimonianze di vita mistica in santa Rosa da Lima; di ardente carità in san Martín de Porres; e di amore per i poveri in san Giovanni Macías, parlano di una presenza vigorosa e feconda del Vangelo, che non ha mai trascurato la preghiera nel servizio al prossimo, né ha dimenticato i più piccoli mentre magnificava e abbelliva il culto dovuto al Dio eterno”.

Riprendendo un’omelia di san Paolo VI papa Leone XIV ha ricordato in particolar modo san Toribio de Mogrovejo: “Insieme a queste tre grandi testimonianze di vita cristiana lasciateci dai secoli XVI e XVII, e ad altre che potrebbero ancora essere menzionate, come non ricordare il ministero episcopale di san Toribio de Mogrovejo, spagnolo di nascita, ma evidentemente peruviano per la sua attività missionaria e il suo ampio lavoro pastorale? Nel corso del suo episcopato, fondò cento parrocchie, convocò un Concilio Panamericano, due concili provinciali e dodici sinodi diocesani; il tutto mentre donava quotidianamente il meglio delle sue forze agli abbandonati e a quanti abitavano quelle regioni geografiche o culturali che il mio predecessore, Papa Francesco, chiamava periferie”.

Ecco il motivo che l’azione sociale della Chiesa è nell’annuncio della Parola di Dio: “Contempliamo ora il nostro tempo, segnato da molteplici sfide economiche, politiche e culturali. Il dolore per l’ingiustizia e l’esclusione subite da tanti nostri fratelli e sorelle spinge tutti i battezzati a rispondere, come Chiesa, ai segni dei tempi a partire dalle profondità del Vangelo. A tal fine, abbiamo urgente bisogno della testimonianza dei santi di oggi, cioè di persone che rimangono unite al Signore, come i tralci alla vite”.

Per tale motivo annuncio della Parola di Dio ed azione sociale non possono essere divisi: “Perché i santi non sono ornamenti di un passato barocco; nascono dalla chiamata di Dio a costruire un futuro migliore. Comprendiamo, allo stesso tempo, che tutta l’azione sociale della Chiesa deve avere come centro e fine l’annuncio del Vangelo di Cristo, affinché, senza trascurare l’immediato, rimaniamo sempre consapevoli della direzione propria e ultima del nostro servizio. Perché se non doniamo Cristo nella sua interezza, daremo sempre pochissimo”.

Il messaggio si conclude con l’invito a ‘sfamare’ interamente l’umanità: “Cari fratelli e sorelle, non ci sono due amori, ma uno solo e identico, che ci spinge a donare sia il pane materiale sia il Pane della Parola, il quale, a sua volta, per il suo stesso dinamismo, risveglierà la fame del Pane del cielo, che solo la Chiesa può dare, per comando e volontà di Cristo, e che nessuna istituzione umana, per quanto ben intenzionata, può sostituire”.

Mentre nel messaggio nel messaggio inviato alle Suore Oblate di Santa Francesca Romana di Tor de’ Specchi, in occasione del 600° anniversario dell’Oblazione di santa Francesca Romana il papa ha sottolineato il valore di tale ricorrenza: “Il 15 agosto 1425, la santa fondatrice Francesca Romana, dopo una vita vissuta come sposa e madre esemplare, insieme alle prime nove compagne, emise l’oblazione solenne, consacrandosi a Dio nel servizio umile e dedito a quanti erano afflitti dalle povertà umane e spirituali del suo tempo. Nel solco di questi sei secoli, la vostra antica Famiglia religiosa, ispirata alla Regola del grande padre del monachesimo occidentale San Benedetto, è stata scuola di carità operosa, fonte di spiritualità e ideale d’offerta di sé a Cristo e alla Chiesa”.

Ed ha ricordato tre aspetti del suo impegno: “Lo zelo con cui si impegnò a generare Cristo nel mondo e a renderne forte e reale la presenza con la sua testimonianza di fede e santità; il secondo è la sua docilità alla guida degli Angeli, la cui presenza coltivava grazie alla fedeltà alla preghiera e alla meditazione della Parola di Dio, unite alla devozione per i suoi Santi protettori (san Paolo, santa Maria Maddalena, san Benedetto e san Francesco di Sales) sotto la guida di giganti spirituali quali san Giovanni Leonardi e san Filippo Neri, che l’hanno accompagnata nel suo cammino. La terza virtù è l’impegno per l’unità della Chiesa, per la quale si profuse, con la preghiera e con l’azione”.

Infine l’incoraggiamento ad essere ancora presenza: “Di tutto questo è continuazione la vostra presenza di Monastero aperto nel cuore della Città Eterna, come lampada per la storia e il cammino di un popolo; numerosi, nei secoli trascorsi, sono stati i devoti della Santa che si sono recati in codesto luogo così sublime, ricco di arte e di spiritualità, per attingere la pace interiore e assaporare l’amore di Dio, e ancora oggi c’è tanto bisogno, in una società così frenetica ed opulenta, di oasi come questa. Vi incoraggio perciò a ravvivare il vostro carisma confidando nell’aiuto dello Spirito Santo che, pur tra le sfide del tempo presente, saprà rafforzarVi e aiutarVi a proseguire nella missione per il bene della Chiesa”.

‘Premio Campione’ a Simone Feder per vincere l’indifferenza

“Per me, essere qui oggi significa soprattutto: dare voce a chi voce non ha. Da oltre 8 anni siamo presenti al ‘Bosco’ di Rogoredo, insieme a tanti volontari e associazioni, in quella che è a tutti gli effetti una frontiera esistenziale. Un luogo/non-luogo dove l’emblema è la disperazione, dove le storie sembrano consumarsi nel silenzio, e dove ogni giorno si combatte una battaglia silenziosa contro l’indifferenza”: ha esordito con queste parole lo psicologo Simone Feder, educatore alla ‘Casa del Giovane’ di Pavia, che alcuni giorni fa a Milano ha ricevuto il ‘Premio Campione’ istituito dai City Angels e dal loro fondatore Mario Furlan, destinato ai ‘campioni’ di solidarietà, di legalità e di civismo, giunto alla 24^ edizione.

Quest’anno sono stati 10 i vincitori scelti da una giuria composta dai direttori di prestigiose realtà dell’informazione italiana e milanese (Affaritaliani.it, Ansa, Avvenire, Corriere della Sera, Famiglia Cristiana, Fanpage, La Gazzetta dello Sport, Il Giornale, Il Giorno, Leggo, Libero, Mediaset news, Milano Today, Mi-Tomorrow, Nuovo, Rai Lombardia, Radio Lombardia, La Repubblica, Wikimedia, Wikimilano), a cui si è aggiunto anche un undicesimo vincitore, il ‘Campione della gente’, scelto online da oltre 50.000 clienti e follower di Coop Lombardia tra una rosa di 10 nomi.

I dieci vincitori della 24^ edizione del Premio Campione sono Luca Biganzoli, general manager di Progetto Urania; Volontariato Federica Sharon Biazzi; Cooperativa sociale il Granello; Alessandro Tappa, presidente e fondatore di Sport Senza Frontiere; Ezio Indiani, direttore dell’Hotel Principe di Savoia di Milano; Federica Guglielmini, scrittrice ed educatrice, e don Luigi Scarlino, parroco di Sant’Angelo di Rozzano; Ilaria Sottotetti, avvocata; Simone Feder, educatore e psicologo; Stefania Cimbanassi, medico e professoressa associata di Chirurgia Generale presso l’Università degli Studi di Milano; Cristina Cattaneo, docente di medicina legale, antropologa forense, fondatrice del Labanof (Laboratorio di antropologia e odontologia forense dell’Università degli studi di Milano).

Mentre il vincitore del premio ‘Campione della gente’ è stato Davide Acito, fondatore di ‘Action Project Animal’ ed il Premio Campioncino è stato vinto dall’Istituto Comprensivo ‘Giuseppe Calasanzio’, che fa parte del plesso scolastico ‘G.L. Radice’.

Nel ringraziamento per il premio Simone Feder ha sottolineato l’importanza della presenza: “Esserci’ per noi non è solo una scelta: è un atto di responsabilità, di umanità, di amore. Significa arrivare prima che la speranza si spenga, prima che ogni scintilla si perda. Esserci significa saper guardare negli occhi la sofferenza senza distogliere lo sguardo, lasciarci toccare, interrogare, ferire anche… perché è solo attraversando il dolore dell’altro che possiamo davvero accompagnarlo verso un percorso di cura, di dignità, di vita”.

Ed ecco il racconto delle vite dei giovani incontrati in questo ‘bosco’ con la speranza di ricostruire ponti: “Abbiamo incontrato tanti giovani in questi anni, tanti volti, tante storie spezzate. Molti di loro sono riusciti a varcare la soglia delle comunità, ad avviare un cammino. Molte famiglie, disperate e isolate, hanno potuto sentire un soffio di speranza grazie a una nostra chiamata, a un messaggio, al semplice sapere che c’era ancora qualcuno che ascoltava i loro figli, qualcuno che era diventato un punto di riferimento. Spesso l’unico. Quel ponte fragile tra loro e il mondo che sembrava averli dimenticati, lo abbiamo costruito insieme, giorno dopo giorno, con presenza, ascolto, fatica e tanta umiltà”.

Questo premio è un riconoscimento per i giovani che vivono nel ‘bosco’ e vogliono ritornare a vivere: “Ricevere questo riconoscimento oggi lo sento come un segno prezioso di attenzione verso chi vive ai margini, verso chi troppo spesso viene escluso anche dal pensiero collettivo. Lo accolgo a nome di tutte le persone che non si voltano dall’altra parte, che ogni giorno scelgono di ‘esserci’, nel silenzio, nella notte, nella fatica.
Lo dedico a chi ancora è là, al Bosco, in attesa di essere visto. E a chi, con coraggio, ha scelto di tornare alla vita”.

(Foto: Comune di Milano)

Papa Francesco vuole preparare un’esortazione per i bambini

“Per dare continuità a questo impegno e promuoverlo in tutta la Chiesa, ho intenzione di preparare, una lettera, un’esortazione dedicata ai bambini”: lo ha detto papa Francesco in conclusione dei lavori del Summit mondiale sui diritti dei bambini, dal titolo ‘Amiamoli e proteggiamoli’, organizzato dal Pontificio Comitato per la Giornata Mondiale dei Bambini.

Dopo aver espresso gratitudine ai partecipanti, il papa ha osservato che “le sale del Palazzo Apostolico oggi sono diventate un osservatorio aperto sulla realtà dell’infanzia nel mondo intero, un’infanzia che purtroppo è spesso ferita, sfruttata, negata… La vostra presenza, la vostra esperienza e la vostra compassione hanno dato vita a un osservatorio e soprattutto a un laboratorio: in diversi gruppi tematici avete elaborato proposte per la tutela dei diritti dei bambini, considerandoli non come dei numeri, ma come dei volti. Tutto questo dà gloria a Dio, e a Lui noi lo affidiamo, perché il suo Santo Spirito lo renda fecondo e fruttuoso. I bambini ci guardano per vedere come mandiamo avanti la vita”.

Prima dell’intervento conclusivo il papa aveva letto la lettera consegnatagli da una rappresentanza di bambini: “Ti scriviamo a nome dei bambini di tutta la terra, ti vogliamo ringraziare perché ti preoccupi per noi e per il nostro futuro, ci vuoi bene e ci proteggi”.

La lettera dei bambini è stata un ringraziamento per il suo impegno: “Grazie per tutto quello che fai per noi! Grazie perché ascolti le nostre domande e ti prendi del tempo per rispondere, come nella Giornata Mondiale dei Bambini, quel giorno, abbiamo imparato tante cose ed è stato bello sentire e capire quello che ci dicevi… Quel giorno abbiamo capito che tu vuoi il nostro aiuto per cambiare il mondo: come è adesso a te non piace e non piace neanche a noi! Troppi bambini soffrono per la fame, per la guerra, per il colore della pelle diverso, per i disastri ambientali”.

Ed hanno delineato il mondo che vorrebbero: “Vorremmo un mondo più giusto, senza divisioni tra i popoli, tra ricchi e poveri, tra giovani e anziani… Un mondo che sia anche più pulito, in cui l’inquinamento non distrugge le foreste, sporca il mare e uccide tanti animali, abbiamo capito che è più importante salvare la terra che avere tanti soldi. Vorremmo un mondo per tutti, nessuno escluso! Un mondo in cui tutti i bambini possano crescere bene, studiare, giocare, vivere sereni. Vogliamo la pace!”

Quindi un mondo senza guerra, concludono nella lettera, chiedendo l’aiuto del papa: “Non vogliamo vivere in un mondo con la guerra… La guerra non si deve fare, non serve a niente: distrugge, uccide e rende tutti più tristi ma questo, ancora, certi grandi non lo sanno! Insieme a te vogliamo ripulire il Mondo dalle cose brutte, colorarlo con l’amicizia e il rispetto, e aiutarti a costruire un futuro bello per tutti! E’ difficile? Ma se tu ci aiuti diventa più facile!”.

In questo summit p. Ibrahim Faltas, vicario della Custodia in Terra Santa, ha raccontato la vita dei bambini in Terra Santa: “La guerra iniziata sedici mesi fa ha portato morte e distruzione, ha moltiplicato la sofferenza dei bambini palestinesi e dei bambini israeliani… La pace è il diritto fondamentale dei bambini, che devono essere allontanati da qualsiasi cultura che incita all’odio e alla violenza… A Gaza i bambini hanno sofferto la fame, la sete, il freddo, il caldo, la mancanza di cura e di istruzione”.

Ed ha invocato la pace: “Sono mancati i bisogni e i diritti essenziali. La tregua e la tanta desiderata pace potranno dare sollievo alle necessità fisiche e materiali dei bambini, ma sarà difficile cancellare i traumi visibili e invisibili che hanno lasciato sul corpo e la mente dei bambini. Tanti bambini sono nati in questi sedici mesi di guerra: la vita che risplende tra le macerie sia segno di speranza.

Sono tanti i bambini morti in questi sedici mesi, tanti non hanno avuto la possibilità di salvarsi… Per il secondo anno consecutivo i bambini non possono andare a scuola, perché le scuole sono state distrutte. Trentanovemila ragazzi non hanno potuto affrontare gli esami di maturità, e sarà così per tanti di loro anche quest’anno. Non vedono il loro futuro e stanno perdendo la speranza del futuro”.

A cento anni dal Primum Concilium Sinense quali prospettive per la Chiesa cattolica in Cina?

“Il Concilio di Shanghai è il primo Sinodo del genere che si tiene in quelle che allora erano chiamate terre o Paesi di missione. Un Paese dove nonostante il grande impegno delle congregazioni missionarie i battezzati sono ancora una minoranza, e non esiste ancora una Chiesa locale strutturata. In quegli anni arrivano proprio dal Papato e dalla Santa sede le spinte a promuovere Concili generali, nazionali o regionali, nelle terre di missione. Per cogliere la rilevanza del Concilium Sinense occorre tener conto proprio del passaggio chiave in atto in quei decenni riguardo all’opera missionaria della Chiesa”: così è iniziato l’intervento del direttore dell’Agenzia Fides, dott.  Gianni Valente, al convegno di studi internazionali, ‘Appunti di viaggio: Marco Polo ed i Francescani in Oriente’, svoltosi a Tolentino, sul ‘Primum Concilium Sinense’, svoltosi a Shanghai nel 1924.

Inizialmente il relatore ha messo in evidenza la situazione storica in cui la fede cattolica era vista dai cinesi come un’invasione degli Stati europei: “In Cina, dopo il tramonto dell’avventura iniziata dal Gesuita Matteo Ricci di Macerata nel Seicento, a partire dal XVIII Secolo le attività missionarie si sono fatalmente intrecciate con gli interessi e le strategie delle potenze occidentali in territorio cinese. I missionari a volte arrivano in Cina con le navi da guerra: i cosiddetti Trattati ineguali con cui le potenze occidentali avevano imposto alla Cina la loro supremazia coloniale includevano anche privilegi protezioni e garanzie per l’attività missionaria.

Era successo che chiese e centri missionari fossero costruiti coi soldi estorti al Celeste Impero come bottini di guerra. In quella fase storica si era creato un intreccio perverso tra l’opera apostolica e le strategie imperialistiche occidentali, e i primi a pagarne le conseguenze erano i missionari stessi. L’endemico risentimento popolare contro gli stranieri si rivolgeva facilmente contro le persone inermi dei missionari o dei cinesi convertiti al cattolicesimo. Si pensi ai massacri xenofobi compiuti all’inizio del XX Secolo dalla setta dei Boxer, dove in pochi mesi morirono 30.000 missionari cristiani coi loro fedeli”.

Al termine dell’incontro gli abbiamo chiesto di raccontarci l’importanza dei viaggi dei francescani in terra d’Oriente?

“In terra d’Oriente i viaggi dei francescani sono stati le prime esperienze di incontro del cristianesimo con le popolazioni della Cina e della Mongolia. Sono andati nelle terre d’Oriente con il desiderio di annunciare il Vangelo. Erano i primi tentativi del cristianesimo ‘europeo’ di uscire dai confini per raggiungere terre inesplorate in un momento in cui si iniziavano ad  attraversare questi enormi spazi. In precedenza c’erano state alcune esperienze, come quella dell’antica Chiesa di Oriente, che era arrivata in Persia ed in India. Esiste un filo conduttore che unisce questi approcci di incontri positivi tra cristianesimo e le grandi nazioni dell’Oriente. Per i francescani il viaggio diventa anche un’esperienza di incontro tra culture e popoli diversi”.

Ritornando alla storia contemporanea, quale era la ‘posizione’ della Santa Sede ad inizio dello scorso secolo?

“LA Santa Sede aveva da tempo avvertito quanto era pericoloso l’intreccio tra apostolato e colonialismo occidentale. A Roma hanno trovato ascolto gli allarmi lanciati da alcuni missionari lungimiranti come Vincent Lebbe e Antonio Cotta, che denunciavano gli effetti negativi del soffocante protettorato imposto dalle potenze occidentali all’opera della Chiesa.

A Roma vedevano bene che l’opera missionaria doveva assolutamente emanciparsi dal connubio con il colonialismo, se non voleva rimanere sepolta dal crollo delle politiche colonialiste che cominciavano a scricchiolare. E non era solo questione di opportunismo storico: cresceva la percezione che fare affidamento  su protezioni di potenze geopolitiche o militari non era la strada giusta, e tradiva le dinamiche gratuite con cui si diffonde il Vangelo.

Nel 1919, questa sollecitudine della Sede Apostolica è stata espressa come magistero pontificio. Papa Benedetto XV pubblicava la lettera apostolica ‘Maximum Illud’ sulle attività dei missionari nel mondo, in cui definiva come un ‘tremendo flagello’ lo ‘zelo indiscreto per lo sviluppo della potenza del proprio Paese’ che sembra animare molti missionari occidentali, ripetendo che i missionari «devono curare gli interessi di Cristo’, e non gli interessi del proprio Paese”.

Una storia che trovò una prima manifestazione nel 1924 con il Primum Concilium Sinensem: quali furono gli sviluppi?

“Dopo il periodo del colonialismo europeo, in cui i fu un grande impegno missionario delle congregazioni cattoliche in Cina, che a volte in maniera negativa si era intrecciato con le dinamiche del colonialismo, iniziò una nuova percezione da parte della Santa Sede e dei missionari più avveduti, accorgendosi che la strada dell’impegno missionario in commistione con il colonialismo è sbagliata, per cui il cristianesimo non diventa mai ‘cinese’; è sempre qualcosa di esterno, che rischia di essere identificato con l’imperialismo occidentale. Quindi da parte della Chiesa è percepita l’urgenza di mettere in atto processi che favoriscano il fiorire di una Chiesa autoctona cinese.

Il Concilium Sinense è voluto dalla Santa Sede ed è affidato al card. Celso Costantini con la prospettiva di porre le condizioni per far fiorire la nascita di una Chiesa cattolica cinese, in modo da liberare la presenza dei cristiani dal sospetto di essere un correlato religioso degli Stati europei con un intento di espansione neocoloniale.

A mio giudizio, quel cammino che è partito dal concilio di Shangai, attraverso vie impreviste e persecuzioni, è in piena continuità con la presenza e la realtà della Chiesa cattolica in Cina attualmente. Essa ha attraversato momenti difficili, ma ora, pur essendo una piccola realtà rispetto alla moltitudine del popolo cinese, è una Chiesa totalmente immersa in quella realtà. Nello stesso tempo è una Chiesa in piena comunione con il vescovo di Roma, riuscendo a vivere tutta l’ampiezza della vita cristiana dentro l’attuale situazione cinese.

Secondo me, ciò è un elemento positivo, perché in una struttura politica come quella della Repubblica popolare cinese c’è una realtà, che sottostando alle regole del vivere civile e politico di quello Stato, riesce a vivere l’essenzialità della presenza cattolica in quel contesto. Quindi testimonia l’errore di prospettiva, che coincide con lo schema ideologico prevalente. A partire dal Concilio di Shangai è avvenuto un cammino, pur faticoso e lento, che ha portato ad una Chiesa, che è pienamente cattolica e pienamente cinese”.

Quindi i rinnovati accordi sino-vaticani vanno in questa direzione?

“Gli accordi sino vaticani non sono certo una risoluzione a tutti i problemi in maniera immediata, ma indicano una prospettiva di lavoro con una progressione di risoluzione dei problemi che hanno accompagnato la cattolicità cinese per decenni e si situano in piena continuità con quell’intuizione profetica che è iniziata con il Concilio del 1924.

Certamente sono accordi che riguardano la Santa Sede ed il governo cinese, ma la loro sorgente profonda attinge a questa percezione reale della vita della cattolicità in Cina. Il criterio con cui si è mossa la Santa Sede, nella totale continuità degli ultimi pontefici, in quanto la prospettiva di un accordo della nomina dei vescovi era già presente nel papato di san Giovanni Paolo II ed anche in papa Benedetto XVI, realizzata con papa Francesco. La linea è questa e il punto di partenza che si vuole tutelare è il bene della comunità cattolica cinese nelle condizioni date”.              

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Francesco prega la Madre di Dio per il giubileo

“Vergine Immacolata, Madre, Madre Immacolata, oggi è la tua festa e noi ci stringiamo intorno a te. I fiori che ti offriamo vogliono esprimere il nostro amore e la nostra gratitudine; ma tu vedi e gradisci soprattutto quei fiori nascosti che sono le preghiere, i sospiri, anche le lacrime, specialmente le lacrime dei piccoli e dei poveri. Guardali, Madre, guardali”: così è iniziata la preghiera di papa Francesco a Maria Immacolata, oggi pomeriggio, nell’omaggio in piazza Mignanelli, alla statua della Vergine posta su una colonna.

Nell’atto di venerazione il papa Le ha domandato di non dimenticare i ‘cantieri dell’anima’ in vista dell’imminente giubileo: “Madre nostra, Roma si prepara a un nuovo Giubileo, che sarà un messaggio di speranza per l’umanità provata dalle crisi e dalle guerre. Per questo in città dappertutto ci sono cantieri: questo (tu lo sai) provoca non pochi disagi, eppure è segno che Roma è viva, che Roma si rinnova, che Roma cerca di adattarsi alle esigenze, per essere più accogliente e più funzionale”.

Per questo ha chiesto che il giubileo sia anche ‘interiore’: “Ma il tuo sguardo di Madre vede oltre. E mi sembra di sentire la tua voce che con saggezza ci dice: ‘Figli miei, vanno bene questi lavori, ma state attenti: non dimenticate i cantieri dell’anima! Il vero Giubileo è dentro: dentro, dentro i vostri cuori – tu dici -, dentro le relazioni famigliari e sociali. ‘E’ dentro che bisogna lavorare per preparare la strada al Signore che viene’. Ed è una buona opportunità per fare una buona Confessione e chiedere il perdono di tutti i peccati. Dio perdona tutto, Dio perdona sempre, sempre”.

Per questo il giubileo deve essere un tempo di liberazione ‘sociale’: “Madre Immacolata, ti ringraziamo! Questa tua raccomandazione ci fa bene, ne abbiamo tanto bisogno, perché, senza volerlo, rischiamo di essere presi totalmente dall’organizzazione, dalle cose da fare, ed allora la grazia dell’Anno Santo, che è tempo di rinascita spirituale,che è tempo di perdono e di liberazione sociale, questa grazia giubilare può non venire bene, essere un po’ soffocata”.

Ed ha pregato la Madre di Dio per la Sua presenza: “Sicuramente, Maria, tu fosti presente nella sinagoga di Nazaret, quel giorno in cui Gesù per la prima volta predicò alla gente del suo paese… E Tu, Madre, Tu eri lì, in mezzo alla gente stupita. Eri fiera di Lui, del Figlio tuo, e nello stesso tempo presagivi il dramma della chiusura e dell’invidia, che genera violenza. Questo dramma tu l’hai attraversato e sempre lo attraversi, col tuo cuore immacolato ricolmo dell’amore del Cuore di Gesù. Madre, liberaci dall’invidia: che siamo fratelli tutti, che ci vogliamo bene. Niente invidia. L’invidia, quel vizio giallo, brutto, che rovina da dentro”.

Ha concluso la preghiera con l’invito ai fedeli di ascoltare Gesù: “Ed anche oggi, Madre, ci ripeti: ‘Ascoltate Gesù, ascoltate Lui! Ascoltatelo, e fate quello che vi dice’ (cfr Gv 2,5). Grazie, Madre Santa! Grazie perché ancora, in questo tempo povero di speranza, ci doni Gesù, nostra Speranza. Grazie Madre”.

Mentre prima della recita dell’Angelus papa Francesco ha ‘immortalato’ il momento della risposta della Madre di Dio: “Oggi, nella solennità dell’Immacolata Concezione, il Vangelo ci racconta uno dei momenti più importanti, più belli, nella storia dell’umanità: l’Annunciazione, quando il ‘sì’ di Maria all’Arcangelo Gabriele permise l’Incarnazione del Figlio di Dio, Gesù.

E’ una scena che suscita la più grande meraviglia e commozione perché Dio, l’Altissimo, l’Onnipotente, per mezzo dell’Angelo dialoga con una giovane di Nazaret, chiedendone la collaborazione per il suo progetto di salvezza. Se oggi troverete un po’ di tempo, cercate nel Vangelo di san Luca e leggete questa scena. Vi assicuro che vi farà bene, molto bene!”

E’ una scena come quella di Michelangelo nella ‘Cappella Sistina’: “Come nella scena della creazione di Adamo dipinto da Michelangelo nella Cappella Sistina, dove il dito del Padre celeste sfiora quello dell’uomo; così anche qui, l’umano e il divino si incontrano, all’inizio della nostra Redenzione, si incontrano con una delicatezza meravigliosa, nell’istante benedetto in cui la Vergine Maria pronuncia il suo ‘sì’. Lei è una donna di un piccolo paese periferico e viene chiamata per sempre al centro della storia: dalla sua risposta dipendono le sorti dell’umanità, che può tornare a sorridere e a sperare, perché il suo destino è stato posto in buone mani. Sarà Lei a portare il Salvatore, concepito dallo Spirito Santo”.

Infine il papa ha posto alcuni interrogativi: “Fratelli e sorelle, contemplando questo mistero possiamo chiederci: nel nostro tempo, agitato da guerre e concentrato nello sforzo di possedere e dominare, io dove ripongo la mia speranza? Nella forza, nel denaro, negli amici potenti? Ripongo lì la mia speranza? Oppure nella misericordia infinita di Dio? E di fronte ai tanti falsi modelli luccicanti che circolano nei media e in internet, dove cerco io la mia felicità?

Dov’è il tesoro del mio cuore? Sta nel fatto che Dio mi ama gratuitamente, che il suo amore sempre mi precede, ed è pronto a perdonarmi quando ritorno pentito a Lui? In quella speranza filiale nell’amore di Dio? Oppure mi illudo nel cercare di affermare a tutti i costi il mio io e la mia volontà?”

Mentre al termine dell’Angelus ha ricordato che oggi i soci dell’Azione Cattolica Italiana rinnovano la propria adesione, esprimendo anche solidarietà ai lavoratori: “Oggi, nelle parrocchie italiane si rinnova l’adesione all’Azione Cattolica. Auguro a tutti i soci un buon cammino di formazione, di servizio e di impegno apostolico.

Benedico di cuore i fedeli di Rocca di Papa e la fiaccola con cui accenderanno la grande stella sulla Fortezza della loro bella cittadina, in onore di Maria Immacolata. E sono vicino ai lavoratori di Siena, Fabriano e Ascoli Piceno che difendono in modo solidale il diritto al lavoro, che è un diritto alla dignità! Che non sia loro tolto il lavoro per motivi economici o finanziari”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco infonde coraggio ai fedeli

“E da questa terra così benedetta dal Creatore, vorrei insieme a voi invocare, per intercessione di Maria Santissima, il dono della pace per tutti i popoli. In particolare, lo chiedo per questa grande regione del mondo tra Asia, Oceania e Oceano Pacifico. Pace, pace per le Nazioni e anche per il creato. No al riarmo e allo sfruttamento della casa comune! Sì all’incontro tra i popoli e le culture, sì all’armonia dell’uomo con le creature!”: con queste parole papa Francesco ha terminato la recita dell’Angelus nella celebrazione eucaristica alla presenza di circa 35.000 persone con l’incoraggiamento a non temere.

Infatti sono state le parole del profeta Isaia a non temere a fare da filo conduttore all’omelia del papa: “Questa profezia si realizza in Gesù. Nel racconto di San Marco vengono messe in evidenza soprattutto due cose: la lontananza del sordomuto e la vicinanza di Gesù. La lontananza del sordomuto. Quest’uomo si trova in una zona geografica che, con il linguaggio di oggi, chiameremmo ‘periferia’. Il territorio della Decapoli si trova oltre il Giordano, lontano dal centro religioso che è Gerusalemme.

Ma quell’uomo sordomuto vive anche un altro tipo di lontananza; egli è lontano da Dio, è lontano dagli uomini perché non ha la possibilità di comunicare: è sordo e quindi non può ascoltare gli altri, è muto e quindi non può parlare con gli altri. Quest’uomo è tagliato fuori dal mondo, è isolato, è prigioniero della sua sordità e del suo mutismo e, perciò, non può aprirsi agli altri per comunicare”.

La vicinanza di Dio si mostra anche a chi vuole essere lontano: “A questa lontananza, fratelli e sorelle, Dio risponde con il contrario, con la vicinanza di Gesù. Nel suo Figlio, Dio vuole mostrare anzitutto questo: che Egli è il Dio vicino, il Dio compassionevole, che si prende cura della nostra vita, che supera tutte le distanze”.

E nella sua vicinanza Dio guarisce: “Con la sua vicinanza, Gesù guarisce, guarisce il mutismo e la sordità dell’uomo: quando infatti ci sentiamo lontani, oppure scegliamo di tenerci a distanza (a distanza da Dio, a distanza dai fratelli, a distanza da chi è diverso da noi) allora ci chiudiamo, ci barrichiamo in noi stessi e finiamo per ruotare solo intorno al nostro io, sordi alla Parola di Dio e al grido del prossimo e perciò incapaci di parlare con Dio e col prossimo”.

In questo senso la distanza non è separazione: “E voi, fratelli e sorelle, che abitate questa terra così lontana, forse avete l’immaginazione di essere separati, separati dal Signore, separati dagli uomini, e questo non va, no: voi siete uniti, uniti nello Spirito Santo, uniti nel Signore! E il Signore dice ad ognuno di voi: ‘Apriti!’ Questa è la cosa più importante: aprirci a Dio, aprirci ai fratelli, aprirci al Vangelo e farlo diventare la bussola della nostra vita”.

Quindi l’invito di Gesù è per tutti: “Anche a voi oggi il Signore dice: ‘Coraggio, non temere, popolo papuano! Apriti! Apriti alla gioia del Vangelo, apriti all’incontro con Dio, apriti all’amore dei fratelli’. Che nessuno di noi rimanga sordo e muto dinanzi a questo invito. E in questo cammino vi accompagni il Beato Giovanni Mazzucconi: tra tanti disagi e ostilità, egli ha portato Cristo in mezzo a voi, perché nessuno restasse sordo dinanzi al gioioso Messaggio della salvezza, e a tutti si potesse sciogliere la lingua per cantare l’amore di Dio”.

Al termine della celebrazione eucaristica papa Francesco ha incontrato i fedeli di Vanimo, prendendo spunto dalla bellezza della natura: “Guardandoci attorno, vediamo quanto è dolce lo scenario della natura. Ma rientrando in noi stessi, ci accorgiamo che c’è uno spettacolo ancora più bello: quello di ciò che cresce in noi quando ci amiamo a vicenda, come hanno testimoniato David e Maria, parlando del loro cammino di sposi, nel sacramento del Matrimonio. E la nostra missione è proprio questa: diffondere ovunque, attraverso l’amore di Dio e dei fratelli, la bellezza del Vangelo di Cristo”.

Nel dialogo con i fedeli papa Francesco ha rivolto loro l’esortazione all’amore come missione: “Ricordiamolo: l’amore è più forte di tutto questo e la sua bellezza può guarire il mondo, perché ha le sue radici in Dio. Diffondiamolo, perciò, e difendiamolo, anche quando il farlo può costarci qualche incomprensione, qualche opposizione. Ce lo ha testimoniato, con le parole e con l’esempio, il Beato Pietro To Rot (sposo, padre, catechista e martire di questa terra), che ha donato la sua vita proprio per difendere l’unità della famiglia di fronte a chi voleva minarne le fondamenta”.

E li ha salutati con un pensiero ai bambini: “E’ questo il dono più prezioso che potete condividere e far conoscere a tutti, rendendo Papua Nuova Guinea famosa non solo per la sua varietà di flora e di fauna, per le sue spiagge incantevoli e per il suo mare limpido, ma anche e soprattutto per le persone buone che vi si incontrano; e lo dico specialmente a voi, bambini, con i vostri sorrisi contagiosi e con la vostra gioia prorompente, che sprizza in ogni direzione. Siete l’immagine più bella che chi parte da qui può portare con sé e conservare nel cuore!”

Infine, prima di ritornare a  Port Moresby, il papa ha salutato i missionari, che lo hanno accompagnato nella ‘School & Queen of Paradise Hall’, dove ha assistito ad un breve concerto dell’orchestra degli studenti della scuola.

(Foto: Santa Sede)

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