Chiesa marocchina in cammino sinodale nel racconto del card. Lopez Romero

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“Per superare e sradicare le erbacce del clericalismo, dell’autoritarismo e dell’indifferenza, desideriamo generare nuove forme di leadership (siano esse sacerdotali, episcopali, religiose e laiche). Desideriamo formare la famiglia sinodale di Dio nella pratica di una leadership integrale e vivificante, relazionale e collaborativa, capace di generare solidarietà e corresponsabilità. Per raggiungere questo obiettivo, la famiglia sinodale di Dio in Africa si impegna a creare spazi e ad allargare la nostra tenda per il possibile esercizio di varie forme di ministero laicale”.

Così i vescovi africani, riuniti nello scorso marzo ad Addis Abeba, hanno scritto nel documento finale il desiderio di una crescita ‘spirituale’, aperta alla sinodalità: “La famiglia sinodale di Dio desidera crescere in una spiritualità che sostenga la pratica della sinodalità, una spiritualità che permetta alla Chiesa sinodale di crescere nell’interiorità e nella coscienza e nell’incontro e nell’ascolto dello Spirito Santo. Desideriamo incoraggiare e stabilire pratiche sinodali a tutti i livelli della Chiesa in Africa. Desideriamo far nascere una cultura della sinodalità come modo abituale di procedere nella Chiesa”.

Quindi la Chiesa in Africa è una Chiesa in cammino ed aperta all’accoglienza delle ‘differenze culturali’: “Come Famiglia sinodale di Dio in Africa, siamo una Chiesa che apprende. Non camminiamo da soli: abbiamo cose che possiamo imparare dagli altri.

Animati dallo spirito dell’interculturalità, dell’ecumenismo e dell’incontro interreligioso, camminiamo insieme agli altri, apprezzando le differenze culturali, comprendendo quelle particolarità come elementi che ci aiutano a crescere. Ascoltiamo la spiritualità e la saggezza delle popolazioni indigene e delle culture locali”.

Partendo da tali conclusioni abbiamo chiesto all’arcivescovo di Rabat, card. Cristobal Lopez Romero, partecipante al Sinodo dei vescovi a Roma, di raccontarci come si è svolto il processo sinodale in Marocco: “In Marocco abbiamo vissuto il Sinodo con una doppia intensità. Abbiamo partecipato al Sinodo della sinodalità, convocato da papa Francesco, ma allo stesso tempo abbiamo anche vissuto lo sviluppo del secondo Sinodo diocesano, già convocato in precedenza.

La domanda a cui ci siamo proposti di rispondere in questo Sinodo diocesano era la seguente: ‘Seguendo Cristo, quale Chiesa vogliamo per la diocesi di Rabat oggi?’ La partecipazione è stata buona, anche se avremmo voluto coinvolgere più cristiani di altre confessioni e musulmani. Per un anno, ed in diverse tappe, abbiamo risposto a quanto ci veniva chiesto per il Sinodo della sinodalità, che ci ha permesso di capire cos’è un sinodo, cos’è la sinodalità e di fare un’esperienza sinodale concreta e pratica”.

Quale è il frutto di questa esperienza sinodale per la Chiesa in Marocco?

“Un primo frutto, evidente e molto soddisfacente, è stato quello di incontrarsi, di conoscersi gli uni e gli altri e di conoscersi meglio. Siamo pochi cristiani nella diocesi (forse 25.000), ma proveniamo da più di 100 nazionalità dei cinque continenti, il che rende facile comprendere la grande sfida di vivere in comunione da una tale diversità di origine, cultura, formazione…

Un altro frutto è stato quello di dare a tutti i cristiani la possibilità di esprimersi, di condividere le loro storie personali di fede, le loro gioie e i loro dolori, le loro difficoltà ed i loro successi. Alcuni hanno notato che era la prima volta che potevano parlare davanti ad un gruppo che li ascoltava con attenzione e interesse.

Infine, tra i primi frutti, possiamo dire di aver rilevato alcune caratteristiche della nostra Chiesa, che caratterizzano o dovrebbero caratterizzare le nostre comunità: l’essere composta da persone di passaggio (che trascorrono un breve periodo in Marocco); l’essere una Chiesa che esce e pratica il dialogo ecumenico e interreligioso; la dimensione samaritana che ci porta ad aiutare i più bisognosi e la formazione continua di cui tutti abbiamo bisogno”.

Per quale motivo la presenza della Chiesa in Marocco è significativa?

“Perché siamo, o almeno cerchiamo di esserlo, presenza di un messaggio che può valere per la Chiesa universale e per il mondo intero. Per esempio:alla Chiesa universale vogliamo dire che è possibile vivere la comunione dalle differenze e costruire l’unità dalla diversità. L’obiettivo e la missione della Chiesa non sono l’aggressione a se stessa, ma annunciare e costruire il Regno di Dio nel mondo. E, come disse papa Francesco nella cattedrale di Rabat nel 2019, non è un problema essere pochi; il problema sarebbe essere insignificanti, essere sale che ha perso il sapore del Vangelo, essere una luce che non illumina più nessuno”.

Quale contributo apporterà la Chiesa in Africa nel Sinodo?

“L’apporto della Chiesa in Africa al prossimo Sinodo dei vescovi è quella della testimonianza di una Chiesa viva, dinamica, giovane ed entusiasta, generalmente impegnata con il popolo con l’obiettivo della sfida per l’inculturazione del Vangelo nelle diverse culture africane.

Ciò può avvenire attraverso l’umile riconoscimento che è necessario lottare per liberarsi di modalità di funzionamento molto clericali e poco sinodali, dando molto più spazio e importanza alle strutture partecipative, dallo SCEAM (Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar) ai Consigli Pastorali Parrocchiali, passando per le strutture diocesane”.

Come è stata l’esperienza dei giovani marocchini alla Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona?

“Purtroppo non c’erano giovani marocchini a Lisbona, perché la GMG è un evento cristiano ed i giovani marocchini sono musulmani. Mentre i giovani cattolici del Marocco, tutti stranieri, non sono andati per motivi economici e per le difficoltà legate alla disastrosa, striminzita ed egoistica politica migratoria dell’Unione Europea; mi riferisco in particolare alla concessione dei visti”.

Quale aiuto offre la Chiesa agli immigrati?

“Ci vorrebbero diverse pagine per descrivere tutto ciò che la Chiesa fa per le persone in movimento che, nel nostro caso, provengono quasi tutte da Paesi subsahariani e si trovano in Marocco in attesa di raggiungere l’Europa. Cerchiamo di applicare i quattro verbi che papa Francesco ci ha indicato nei suoi messaggi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Possiamo fare molto con i primi due, ma poco con il terzo, perché la promozione richiede tempo e le persone in situazione di migrazione sono solo di passaggio, per cui è comprensibile che l’integrazione in Marocco sia di scarso interesse per loro.

Poiché i nostri mezzi sono limitati, dobbiamo fare un’accurata scelta tra i destinatari a riguardo dell’aiuto che forniamo: malati, minori non accompagnati e donne incinte o con bambini piccoli. Cerchiamo di accogliere tutti coloro che si rivolgono nelle parrocchie e egli altri punti di intervento e di guidarli affinché possano beneficiare dei servizi educativi e sanitari dello Stato marocchino, nonché di altri servizi offerti da fondazioni e associazioni”.

(Tratto da Aci Stampa)

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