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L’Italia è il Paese più vecchio in Europa
Secondo la statistica dell’Istat al 1^ gennaio la popolazione residente in Italia è pari a 58.943.000 individui, risultando in lieve decremento rispetto alla stessa data dell’anno precedente (-636 unità), con un tasso di crescita vicino allo zero con un leggero miglioramento rispetto a quelli registrati nei due anni precedenti (-0,5 per mille del 2024 e -0,4 per mille nel 2023), ma le dinamiche demografiche sono in stretta continuità con quanto osservato negli anni recenti: l’Italia rimane un Paese nel quale una dinamica migratoria molto positiva riesce a contrastare un ricambio naturale ampiamente negativo e nel quale la popolazione continua a invecchiare.
Sul piano territoriale si osservano delle differenze: al Nord la popolazione aumenta del 2,2 per mille, nel Centro rimane costante (0,0 per mille), mentre il Mezzogiorno continua a registrare perdite (-3,1 per mille): la popolazione risulta in aumento soprattutto in Trentino-Alto Adige (+4,2 per mille), in Emilia-Romagna (+3,4 per mille) ed in Lombardia (+3,2 per mille). Le regioni in cui si riscontra il maggior calo demografico sono la Basilicata (-9,0 per mille), il Molise (-6,5 per mille) e la Sardegna (-5,1 per mille).
Nello scorso anno le nascite sono 355.000, con una diminuzione del 3,9% sul 2024, mentre i decessi sono 652.000, in calo dello 0,2%. Da qui deriva unsaldo naturale (ovvero la differenza tra nascite e decessi) ampiamente negativo (circa -296.000 unità), peggiorato rispetto al 2024 quando risultò pari a -283.000; mentre le immigrazioni dall’estero, 440.000, pur diminuendo di 12.000 unità rispetto al 2024 (-2,6%) si mantengono solide, a conferma del notevole livello di attrattività del Paese.
Però scendono sensibilmente le emigrazioni per l’estero (144.000), ben 45.000 in meno rispetto all’anno precedente (-23,7%). In questo quadro, il saldo migratorio con l’estero resta non solo molto positivo (+296.000) e tale da compensare pressoché integralmente il deficit dovuto alla dinamica naturale, ma cresce anche di 33.000 unità rispetto al 2024. Risultano, infine, in aumento del 5,1% i trasferimenti di residenza tra Comuni, che globalmente hanno coinvolto 1.455.000 cittadini.
Inoltre la popolazione residente di cittadinanza straniera è pari a 5.560.000 unità, in aumento di 188.000 individui (+3,5%) rispetto all’anno precedente, con un’incidenza sulla popolazione totale del 9,4%. La crescita della popolazione straniera è trainata soprattutto da un forte saldo migratorio con l’estero (+348.000), cui si accompagna un saldo naturale di entità inferiore ma positivo (+36.000). Unica voce in perdita per gli stranieri residenti è quella relativa alle acquisizioni della cittadinanza italiana che si attestano a 196.000.
La presenza straniera si concentra soprattutto al Nord, dove risiedono 3.230.000 individui (pari al 58,1% degli stranieri residenti in Italia), per un’incidenza rispetto al totale dei residenti pari all’11,7%; nel Centro risiedono 1.344.000 stranieri (24,2% del totale) con un’incidenza dell’11,5%. Più contenuta è la presenza di residenti stranieri nel Mezzogiorno con 986.000 unità (17,7%), che rappresentano appena il 5,0% della popolazione residente in questa area geografica.
Nello scorso anno i cittadini albanesi e marocchini mantengono il primato per volume di acquisizioni (rispettivamente 26.000 e 23.000 casi), seguiti dai cittadini rumeni (16.000) che si confermano al terzo posto. Circa un terzo del totale delle acquisizioni è detenuto da queste tre nazionalità originarie.
Il confronto anno su anno dei flussi di acquisizione della cittadinanza italiana mette in luce variazioni negative tra le comunità storicamente più importanti: si registrano forti cali rispetto al 2024 tra gli albanesi e gli argentini (-6.000), i marocchini (-4.000), i brasiliani (-3.000), gli indiani (-3.000) ed i moldavi (-2.000). In controtendenza risultano invece le acquisizioni da parte di cittadini pakistani (+2.000), filippini (+1.500) e rumeni (+1.000).
A conti fatti la popolazione di cittadinanza italiana ammonta a 53.383.000 unità, in calo di 189.000 individui rispetto al 1^ gennaio dello scorso anno (-3,5 per mille): tale bilancio negativo dei residenti italiani si deve principalmente ad un saldo naturale ampiamente negativo (-333.000), a cui si associa anche un saldo migratorio con l’estero che, tra rimpatri ed espatri, si attesta sul valore di –53.000. Il calo di residenti italiani, comune a tutte le ripartizioni, raggiunge il massimo nel Mezzogiorno con 118.000 connazionali in meno (-6,3 per mille).
Riguardo alle nascite i nati residenti in Italia sono stati 355.000 nel 2025, 6,0 ogni mille abitanti (erano 6,3 nel 2024, 9,5 per mille nel 2005). Rispetto al 2024 le nascite diminuiscono di 15.000 unità (-3,9%). Un nato su otto ha cittadinanza straniera, nel complesso 48.000, in calo del 5,6% sul 2024. Il numero medio di figli per donna è stimato in 1,14, in calo rispetto all’1,18 del 2024.
Il Centro ha la fecondità più bassa (1,07 figli per donna; 1,11 nel 2024), seguito dal Nord con 1,15 (da 1,19) e dal Mezzogiorno con 1,16 (da 1,20); mentre l’età media al parto sale da 32,6 a 32,7 anni, con un incremento omogeneo di un decimo di anno per tutte le ripartizioni geografiche. Il Centro si conferma l’area in cui i figli si fanno più tardi: 33,1 anni, mentre nel Nord e nel Mezzogiorno l’età media al parto è pari, rispettivamente, a 32,8 anni e a 32,4 anni.
La regione con la fecondità più bassa continua a essere la Sardegna che, per il sesto anno consecutivo, presenta una fecondità inferiore all’unità, pari a 0,85 e in diminuzione sul 2024 (0,91). Seguono Molise e Lazio, con un numero medio di figli per donna pari, rispettivamente, a 1,02 e 1,05. Al Trentino-Alto Adige spetta, ancora una volta, il primato di regione con la fecondità più elevata, con un numero medio di figli per donna di 1,40. Seguono, su livelli più bassi, Sicilia (1,23) e Campania (1,22).
Anche i matrimoni, che da tempo non rappresentano un necessario passaggio preliminare alla nascita di un figlio, nel 2025 sono stati 165.000, 8.000 in meno sul 2024, con una diminuzione di quelli celebrati con rito religioso (-11,7%) e, lievemente, anche quelli celebrati con rito civile (-0,2%).
Infine l’età media della popolazione residente di 47,1 anni, in crescita di mezzo punto decimale (sei mesi) rispetto al 1^ gennaio dello scorso anno. Il Centro si conferma la ripartizione più anziana (47,7 anni, oltre sei punti decimali sopra la media nazionale), seguita dal Nord (47,3 anni), mentre il Mezzogiorno rimane la ripartizione più giovane (46,4 anni). La popolazione fino a 14 anni è pari a 6.852.000 individui (11,6% del totale), in calo di 168.000 unità rispetto al 2025.
La popolazione in età attiva (15-64enni) ammonta a 37.270.000 (63,2% del totale), con una riduzione di 73.000 individui sull’anno precedente. Gli over 65enni sono 14.821.000 (25,1% del totale), oltre 240.000 in più rispetto all’anno precedente, con una crescita degli ultraottantacinquenni che raggiungono 2.511.000 individui (+101.000) e rappresentano il 4,3% della popolazione totale. Infine, gli ultracentenari ammontano a 24.700 unità, oltre 2.000 in più rispetto all’anno precedente.
Giornata per l’eliminazione della discriminazione razziale: Parola, fede, cultura ed economia più umana a favore dell’inclusione
In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale, si è svolta a Milano, presso la Sala Ghilardotti di Palazzo Pirelli, sede del Consiglio Regionale della Lombardia, la conferenza dal titolo ‘La parola strumento di Pace, di Verità e di Giustizia’.
L’iniziativa, promossa da Héctor Villanueva e dal Consigliere regionale Paolo Romano, si è aperta con i saluti istituzionali di quest’ultimo, che ha richiamato il valore di momenti di confronto pubblico volti a contrastare ogni forma di discriminazione e a rafforzare il ruolo delle istituzioni nella promozione della coesione sociale.
Ai saluti istituzionali si è unito anche il Vice Presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Francesco Caroprese, il quale ha sottolineato il ruolo fondamentale del giornalismo nella sensibilizzazione sui temi del razzismo e della discriminazione, evidenziando come un’informazione etica e responsabile contribuisca a contrastare stereotipi, pregiudizi e disinformazione, promuovendo consapevolezza e inclusione nella società.
Di particolare rilievo è stato l’intervento video del dott. Mattia Peradotto, Direttore dell’UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nel suo contributo, Peradotto ha evidenziato come il linguaggio costituisca un dispositivo fondamentale di inclusione, capace di orientare le dinamiche sociali e contrastare stereotipi e pregiudizi, soprattutto nei contesti digitali e nei social media, dove si manifestano nuove forme di discriminazione. Ha inoltre sottolineato la necessità di una responsabilità condivisa tra istituzioni e società civile, richiamando il significato della Giornata internazionale quale momento di consapevolezza collettiva e di rinnovato impegno.
Nel delineare il quadro degli strumenti operativi, ha richiamato il Piano Nazionale di Contrasto al Razzismo, alla Xenofobia e all’Intolleranza e la rete delle antenne territoriali antidiscriminazione, indicandoli come presìdi essenziali per la tutela dei diritti e per la costruzione di una società inclusiva, fondata sull’uguaglianza e sulla partecipazione.
Il Dottor Commercialista Marcello Guadalupi della Milano PerCorsi Srl Impresa Sociale ha sviluppato un intervento approfondito sul tema dell’inclusione nel mondo del lavoro, evidenziando il ruolo strategico delle imprese nei processi di integrazione delle persone con background migratorio. In particolare ha sottolineato come l’accesso al lavoro rappresenti uno degli strumenti principali per garantire dignità, autonomia e piena partecipazione alla vita sociale.
Guadalupi ha richiamato l’importanza di politiche aziendali inclusive e di modelli organizzativi capaci di valorizzare le competenze delle persone provenienti da contesti diversi, superando barriere culturali e stereotipi ancora presenti nel mercato del lavoro. Ha inoltre evidenziato come l’inclusione lavorativa non costituisca soltanto un dovere etico e sociale, ma anche un fattore di crescita economica e innovazione per il sistema produttivo, in grado di generare valore per l’intera collettività.
In tale prospettiva ha ribadito la necessità di rafforzare la collaborazione tra istituzioni, imprese e terzo settore al fine di costruire percorsi strutturati di inserimento lavorativo, capaci di favorire integrazione, stabilità e sviluppo sostenibile.
Nel corso dell’incontro, Héctor Villanueva, CEO e Founder di Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà e ideatore del progetto “Milano Siamo Noi”, ha sottolineato con forza l’importanza del dialogo tra popoli, culture ed etnie diverse quale fondamento di una convivenza pacifica e duratura.
Villanueva ha evidenziato come i cosiddetti “nuovi italiani” rappresentino una componente strutturale della società contemporanea, ribadendo la necessità di promuovere percorsi di inclusione basati sulla partecipazione attiva, sul riconoscimento reciproco e sulla valorizzazione delle diversità come risorsa per lo sviluppo sociale, culturale ed economico.
La conferenza ha visto la partecipazione del giornalista e scrittore Biagio Maimone, Direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, il cui Presidente è Monsignor Yoannis Lazhi Gaid, già Segretario personale di Sua Santità Papa Francesco e Coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso.
Autore del volume “La Comunicazione Creativa per lo sviluppo socio-umanitario”, Maimone è stato riconosciuto per il suo contributo allo studio del dialogo interreligioso e interculturale, ponendo al centro l’etica della parola.
Secondo Maimone, “la parola non è mai neutra: può dividere o unire, escludere o includere, ferire o guarire”. In una società contemporanea segnata da razzismo, disuguaglianze economiche e discriminazioni, la comunicazione consapevole è diventata un atto etico e spirituale: “usare la parola con responsabilità significa riconoscere l’altro nella sua piena umanità e costruire ponti invece di muri”.
“La comunicazione – ha continuato Maimone – è uno strumento di coesione sociale e di trasformazione interiore: ogni parola può avvicinare le persone o allontanarle, può alimentare giustizia e dignità oppure perpetuare esclusione e ingiustizia”. La parola, quindi, ha assunto una dimensione spirituale: non solo veicolo di informazioni, ma pratica concreta di umanesimo, capace di guidare la società verso maggiore inclusione, dialogo e solidarietà.
In questo contesto, il linguaggio etico è diventato anche uno strumento di contrasto al razzismo e alla discriminazione, valorizzando le differenze culturali e religiose come risorsa condivisa e promuovendo un rinnovato senso di responsabilità collettiva. Il razzismo e ogni forma di discriminazione – ha sottolineato Maimone – sono stati frutto di una subcultura deteriorata, chiusa e sterile, orientata all’abbattimento dell’altro anziché al suo riconoscimento. Essi hanno rappresentato l’espressione di un’umanità involuta, incapace di elevarsi sul piano spirituale e relazionale, che rinuncia alla propria vocazione più alta: quella dell’incontro, della comprensione e della fraternità.
Per contrastare in modo efficace tali derive, Maimone ha indicato la necessità di rafforzare il ruolo della cultura e della fede, riconoscendole come elementi essenziali e imprescindibili nella costruzione di una società a misura d’uomo. La cultura, intesa come educazione alla conoscenza, al pensiero critico e al rispetto delle differenze, ha consentito di comprendere e valorizzare le diversità sociali ed economiche, trasformandole in occasione di crescita e non di divisione. La fede, dal canto suo, ha richiamato l’uomo alla sua dimensione più profonda, orientandolo verso principi universali quali la dignità della persona, la solidarietà, la giustizia e l’amore per il prossimo.
Accanto a questi pilastri, è emersa con forza la necessità di promuovere un modello di economia umana, capace di includere ogni individuo nei processi economici, senza lasciare indietro nessuno. Un’economia che non generi dislivelli estremi tra ricchi e poveri, ma che favorisca equilibrio, equità e partecipazione, riconoscendo il valore di ogni persona e garantendo pari opportunità. Solo attraverso un impegno condiviso, che unisse cultura, fede ed economia etica, è stato possibile contrastare realmente il razzismo e costruire una società più giusta, inclusiva e armoniosa.
“Comunicare significa prendersi cura della comunità e contribuire alla costruzione di un mondo più giusto”, ha concluso Maimone. Sono inoltre intervenuti Juan Carlos Castrillón, Console Generale dell’Ecuador a Milano, Federico Bottelli, Presidente della Commissione Casa e Piano Quartieri del Comune di Milano, e Giulia Pelucchi, Presidente del Municipio 8, insieme a rappresentanti del mondo associativo, culturale e professionale impegnati nei processi di integrazione e partecipazione civica.
L’iniziativa si è configurata come un momento di confronto tra istituzioni e società civile, ponendo al centro il ruolo delle comunità migranti e dei nuovi italiani nei processi di sviluppo del territorio. In tale prospettiva, la conferenza ha contribuito a rafforzare la riflessione sul ruolo del linguaggio, del dialogo interculturale, della fede e della cultura nella costruzione di una società più equa, consapevole e orientata alla pace.
Dai vescovi siciliani e calabresi un invito ad abbattere l’indifferenza
“Sono sinceramente dispiaciuto di non poter prendere il largo con voi ad accarezzare le martoriate acque del Mare Nostro ancora scosse e scandalizzate dall’ennesima strage (non è una tragedia!) consumatasi nel più assoluto silenzio gridato da precise scelte politiche di ieri e di oggi, colpevolmente dimentiche dei diritti inalienabili dell’essere umano, in violazione del diritto internazionale e delle convenzioni sul soccorso”: queste sono le prime parole dell’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, nel messaggio inviato a ‘Mediterranea saving humans’ nel giorno in cui nel porto di Trapani si sono commemorate le persone che hanno perso la vita durante percorsi di immigrazione.
Mentre domenica 22 febbraio al porto di Trapani si è svolto un momento di preghiera interreligiosa per commemorare i migranti che hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale per il ciclone Harry o dei quali non si hanno notizie, promossa da ‘Mediterranea Saving Humans’.
Per commemorare le vittime la barca del soccorso civile ‘Safira’ è salpata percorrendo un tratto di mare, depositando fiori, “per accarezzare con dolcezza chi vi giace, per accogliere con compassione e rispetto chi arriverà sulle nostre coste senza più vita. Per chiedere a Dio, e al mare, di perdonarci per questo abominio” come hanno spiegato don Mattia Ferrari e Luca Casarini, rispettivamente cappellano e capomissione di Mediterranea.
Nella lettera mons. Lorefice ha sottolineato il ‘silenzio’ di tutti davanti a questa tragedia: “Il Vostro oggi (a seguito dei naufragi avvenuti nel Canale di Sicilia durante e dopo il ciclone ‘Harry’, che hanno causato circa mille dispersi) è un segno forte e prezioso, un richiamo chiaro a sconvolgere il silenzio e a svegliare il sonno degli occhi di noi tutti, narcotizzati da scelte politiche che pianificano l’oblio di quanti continuano ad attraversare il mare in cerca di vita, di libertà, di pace, forti del diritto di ogni uomo e di ogni donna alla mobilità”.
Senza troppi giri di parola l’arcivescovo palermitano ha sottolineato che tali stragi sono frutto di scelte politiche ‘disumane’: “Queste vittime (questi volti e questi corpi cancellati dei poveri) sono l’ennesimo frutto delle scelte disumane dell’Europa e dell’Italia capaci solamente di legiferare contenimento e abbandono e di colpevolizzare come criminali quanti prendono il largo come ‘pescatori di uomini di donne’ in balia delle onde. Questi corpi umani che il mare ha riconsegnato sono una chiara denuncia di chi per mera propaganda populista rivendica il risultato della riduzione degli sbarchi”.
Per questo ha chiesto una reazione: “Di fronte a tutto questo siamo chiamati a reagire, non come esponenti di un partito o tifosi di una squadra, ma come donne e uomini che vogliono rimanere fedeli al senso dell’umano. E’ l’umanità a essere in gioco simbolicamente nel Mediterraneo (come non pensare in questo momento all’altra strage in atto della Striscia di Gaza!), quell’umanità che pare progressivamente sparire dall’orizzonte della politica contemporanea, dominata dalle derive nazionalistiche, dalla competizione spietata, dalla guerra ai poveri e ai migranti, dal rifiuto dell’altro. Sembrano essere questi oggi i principi dell’azione politica, esibiti senza vergogna, sbandierati come valori.
Non cessiamo di dare voce, con il nostro impegno concreto e operoso, a quanti nel Mediterraneo continuano a trovare morte piuttosto che vita. Diamo forma ai loro sogni”.
Per questo don Mattia Ferrari ha pregato per le vittime con rito cristiano e musulmano e con un’orazione civile: “Siamo in contatto con i familiari e gli amici di molte vittime: ci hanno chiesto di non dimenticarli, di pregare per loro, di restituire loro la dignità di fratelli e sorelle», ha aggiunto. «Per questo motivo, con Mediterranea Saving Humans e Refugees in Libya e con le Chiese della Sicilia, abbiamo deciso fare un gesto semplice e umile: andare in mare con la barca a vela Safira, già usata in missioni di soccorso e lì pregare per loro, con la S. Messa, una preghiera musulmana e un’orazione civile. Abbiamo pregato per le vittime e per i loro familiari e amici, abbiamo chiesto perdono a Dio e a loro per la nostra indifferenza e la nostra chiusura, e abbiamo invocato il dono della conversione dei cuori”.
Quindi davanti a tale tragedia nemmeno i vescovi calabresi hanno taciuto: “Lo diciamo con il dolore di pastori che riconoscono in quei corpi anonimi la dignità inviolabile di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Lo diciamo con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità. Lo diciamo consapevoli che quello che sta accadendo non è una tragedia isolata”.
Davanti ad un aumento vertiginoso di vittime in mare i vescovi calabresi hanno chiesto ai fedeli di non abituarsi alle stragi: “Ai nostri fedeli chiediamo di non abituarsi. Di non lasciare che la notizia di un altro corpo trovato in spiaggia diventi ordinaria amministrazione. Il comandante Durante si è gettato tra le onde per recuperare quel che restava di un uomo. Vogliamo che la nostra Chiesa sia capace della stessa umanità. Dobbiamo pregare per alimentare la speranza, vincere la nostra indifferenza e aprire spazi di accoglienza prima di tutto nella nostra mente e nel nostro cuore”.
Per questo hanno chiesto corridoi umanitari: “Chiediamo alle istituzioni italiane ed europee di essere all’altezza della migliore tradizione di civiltà del nostro paese e del nostro continente che crede nella sacralità di ogni essere umano e soprattutto se in difficoltà lo accoglie e se ne prende cura. Chiediamo quindi di aprire corridoi umanitari sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria.
Chiediamo che le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani ricevano ogni risorsa necessaria per dare un nome a chi è stato restituito dal mare e per accertare le responsabilità. Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore. Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio”.
Infine mons. Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes, nel terzo anniversario della strage di Cutro invita a riconoscere la dignità dei morti: “Ricominciamo a mettere mattoncini di umanità: riconosciamo la dignità dovuta almeno ai corpi, meglio di come è stato fatto finora, e consentiamo alle famiglie di piangere i loro cari”.
Il pensiero della Fondazione Migrantes va oggi alle centinaia di persone che si temono disperse nei giorni del ciclone ‘Harry’, i cui resti stanno riaffiorando lungo le coste della Calabria e della Sicilia. Come proposto nei giorni scorsi da alcune associazioni impegnate nel soccorso in mare, anche mons. Felicolo si appella alle autorità “affinché vengano fatti prelievi del DNA ai corpi che il mare ci sta restituendo e a tutti coloro che perdono la propria vita sulle rotte migratorie che toccano il nostro Paese.
Ciò consentirebbe di costituire una banca dati che permetterebbe ai familiari delle persone scomparse di identificarle e sapere dove andare a piangere i loro cari. Sono atti di pietas doverosi. E’ il minimo: non possiamo considerare normali queste morti”. La vicenda di Cutro e dei naufragi delle imbarcazioni messe in mare da chi lucra sulle speranze di migliaia di persone, una vicenda già in sé enorme e tragica, apre infatti una finestra ulteriore su un ‘orrore senza nome’.
Il Cantico delle Creature nel nostro tempo: a colloquio con Martina Sardo
“Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore, e sostengo infirmitate e tribulatione. Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati”: continuano presso la parrocchia ‘Santa Maria Annunziata’ dell’Abbadia di Fiastra nella diocesi di Macerata, in collaborazione con il Sermirr di Recanati, il Sermit di Tolentino, Agesci, Azione Cattolica Italiana, Acli, Movimento Laudato Sì, Movimento dei Focolari, associazione ‘Città per la Fraternità’, in occasione dell’ottocentesimo anniversario del Cantico delle Creature ed a 10 anni dall’enciclica ‘Laudato sì’, gli incontri con i responsabili dell’associazionismo sulla declinazione al presente del cantico francescano, ospitando Alessandra Cetro, incaricata nazionale al settore ‘Giustizia, Pace e Nonviolenza’ dell’Agesci, che racconterà il verso ‘Laudato sii, mio Signore, per tutti quelli che perdonano per amor Tuo’.
Il Cantico delle Creature è una lode a Dio e alle sue creature che si snoda con intensità e vigore attraverso le sue opere, divenendo così anche un inno alla vita; è una preghiera permeata da una visione positiva della natura, poiché nel creato è riflessa l’immagine del Creatore, come ha raccontato nell’incontro precedente Martina Sardo, consigliera nazionale dell’Azione Cattolica Italiana per il settore giovani, che ha raccontato il suo ‘servizio’ a Lampedusa nello scorso decennio: “Occorrerebbe (e in fretta!) passare dai numeri alla vita! Per immedesimarsi nella sofferenza di chi non ce l’ha fatta e non correre il rischio di non indignarsi più, di smettere di piangere per chi, per la sola colpa di sognare un futuro lontano da guerra e persecuzioni, ha visto e sta vedendo calpestati i propri diritti e la propria dignità”.
Cosa si prova ad accogliere i migranti?
“Si prova, innanzitutto, tanta gratitudine nel mettersi a servizio di chi ha attraversato il mar Mediterraneo con un viaggio intenso, perché ha dato la possibilità di conoscere le loro storie. Soprattutto si prova ad esercitare l’empatia, la solidarietà e l’incontro nei confronti di queste storie. Una gratitudine che si misura con la vita di chi ha molte cose da raccontare e di chi ha tanto da dirci attraverso le sofferenze vissute, mettendoci in discussione come cristiani”.
Dall’esperienza vissuta a Lampedusa per quale motivo si emigra?
“Si emigra per un insieme di fattori, che sono sempre correlati, tantochè molti studiosi hanno parlato di ‘multicausalità’, quando ci si approccia al fenomeno migratorio. Non si parte solamente per una ragione, ma per una serie di correlazioni. Papa Francesco nell’enciclica ‘Laudato sì’ sottolinea le migrazioni a causa del fattore climatico come spinta alla migrazione. E’ difficile isolare una motivazione rispetto ad altri motivi sociali, politici, demografici ed economici, che portano alla decisione di partire, che difficilmente è una decisione volontaria, ma è nella maggioranza dei casi una decisione forzata”.
La migrazione è un diritto od un dovere?
“Il diritto di asilo è monco, in quanto si ha il diritto di richiedere l’accoglienza in uno Stato. Il diritto a migrare è un diritto che dovrebbe essere riconosciuto a tutti, come parte di vivere nel luogo dove si vuole; però ci sono ostacoli legali che impediscono alle persone di stabilirsi dove si desidera. Il diritto d’asilo prova a fornire strumenti a chi sfugge da situazioni di difficoltà per costruirsi una vita migliore. E’ nostro compito la garanzia del diritto di asilo a chi vive nelle situazioni in cui è a rischio la vita”.
In quale modo l’Azione Cattolica educa al rispetto dell’altro?
“L’Azione Cattolica Italiana, che è palestra di sinodalità, cioè di cammino condiviso, può svolgere (e svolge già) un ruolo cruciale nell’educare all’accoglienza ed al rispetto dell’altro, anzitutto attraverso i cammini di gruppo dell’Azione Cattolica dei Ragazzi, dei Giovani e degli adulti, in cui la proposta formativa dell’Azione Cattolica si estrinseca.
Crescendo insieme e vivendo la ‘cultura dell’incontro’: quella dell’apertura all’altro diventa la ‘postura’ con cui siamo chiamati a stare all’interno dei nostri luoghi quotidiani, delle comunità, dei territori, delle alleanze con le quali camminiamo. In questo modo l’accoglienza dell’altro non risulta un gesto straordinario, ma un’espressione naturale e concreta della nostra fede”.
In questo periodo lavori in Svizzera: cosa si prova ad essere migrante?
“E’ una sensazione veramente difficile da spiegare; è veramente strana, perché risuonano dentro te tutti i racconti dei migranti che nella mia vita ho avuto modo di conoscere. Soprattutto, mi trovo a dover sbrigare alcune pratiche, come quella del permesso di soggiorno, che ho aiutato a compilare per chi arrivava in Italia. Sottolineo che in questa esperienza da migrante è l’importanza della comunità che ti accoglie, perché se sa accoglierti bene ti rende quest’esperienza di lontananza dai tuoi affetti un po’ più semplice. Diversamente il distacco e la lontananza risultano più complesse”.
Rapporto Immigrazione: i giovani sono una risorsa
I giovani di origine straniera, nati o cresciuti in Italia, sono i protagonisti silenziosi della trasformazione del Paese. Non solo destinatari di interventi, ma generatori di speranza, portatori di identità plurali e di un futuro da costruire insieme: è il messaggio al centro della 34^ edizione del ‘Rapporto Immigrazione’, realizzato da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, intitolato ‘Giovani, testimoni di speranza’, con gli interventi di mons. Carlo Redaelli (presidente di Caritas Italiana), Manuela Di Marco (Caritas Italiana), Simone Varisco (Migrantes), Maurizio Ambrosini (Uni Milano), Noura Ghazoui (presidente Conngi), Rosanna Rabuano (Ministero dell’Interno), Alberto Caldana (Festival della migrazione), mons. Pierpaolo Felicolo (direttore Migrantes).
Il volume (392 pagine, con la firma di 48 tra curatori e collaboratori), dopo una premessa sul contesto internazionale, offre una rappresentazione della situazione degli immigrati residenti in Italia secondo otto ambiti di vita quotidiana: cittadinanza, economia, scuola, sanità, disagio sociale, sport, comunicazione e appartenenza religiosa.
La sfida raccolta dal Rapporto è quella di provare a fare dei tanti volti della mobilità il volto composito di un Paese. In Italia, gli stranieri regolarmente residenti sono oltre 5.400.000, pari al 9,2% della popolazione. Nel 2024, più del 21% dei nuovi nati aveva almeno un genitore straniero. I principali Paesi di origine dei cittadini stranieri in Italia restano i medesimi rispetto al recente passato, ma negli ultimi anni si osserva una crescita significativa di nuovi arrivi dal Perù e Bangladesh. Tutto questo si registra in un contesto globale in cui, nel 2025, nel mondo si contano 304.000.000 migranti internazionali, il doppio rispetto al 1990, ed oltre 123.000.000 profughi e sfollati.
Il Rapporto 2025 pone al centro i giovani con background migratorio, che rappresentano una risorsa vitale per la società italiana. Molti di loro affrontano difficoltà nel riconoscimento e nella partecipazione, ma la loro esperienza è una narrazione vivente di speranza e cambiamento. «Dare loro spazio non è un favore, ma un investimento per il futuro dell’Italia, che si costruisce anche – e soprattutto – con chi ha il coraggio di sognarlo, da dentro e da fuori», sottolineano Caritas Italiana e Fondazione Migrantes nell’introduzione al volume.
Nel 2024 gli occupati in Italia sono stati 24.000.000, di cui oltre 2.500.000 stranieri (10,5%) e crescono i rapporti di lavoro attivati con cittadini stranieri (+5,8% in un anno), ma persistono disuguaglianze e sfruttamento, soprattutto nel settore agricolo e in quello dei servizi. Le difficoltà abitative restano un nodo cruciale: l’indagine Caritas-Migrantes evidenzia forti discriminazioni e barriere di accesso alla casa per le famiglie straniere. Sul fronte economico, mentre l’incidenza della povertà tra i cittadini italiani si attesta al 7,4%, tra gli stranieri raggiunge il 35,1% (sono 1.727.000 i cittadini stranieri in condizione di povertà assoluta).
La disoccupazione, pur calando nel complesso (-14,6%), migliora soprattutto per gli italiani (-16%), meno per i non comunitari (-5,9%), che restano a un tasso del 10,2% contro il 6,1% degli italiani. Anche sul fronte dell’inattività, il quadro è diseguale: se dal 2021 il calo è stato di 2,2 punti, tra il 2023 e il 2024 il dato resta stabile, con un preoccupante +6,1% per i non comunitari. Nel complesso, emerge un mercato del lavoro fortemente segmentato, dove le opportunità non si distribuiscono in modo omogeneo né tra italiani e stranieri, né tra uomini e donne.
Parallelamente, cresce il ruolo attivo degli stranieri: nel 2024 sono stati attivati 2.673.696 rapporti di lavoro con cittadini stranieri, pari al 25% del totale (+5,8% rispetto al 2023). Le assunzioni si concentrano nel Nord-Ovest (340.000) e nel Nord-Est (267.000), dove la quota di stranieri supera il 21%, mentre il Sud e le Isole, pur con un’incidenza minore (16,6%), registrano l’incremento più marcato (+13,6%).
Accanto a questi elementi di dinamismo, restano aperte diverse criticità: la bassa partecipazione dei cittadini stranieri alle attività formative, le contraddizioni della gig economy, la diffusione del caporalato (tradizionale e digitale) e le incognite legate al futuro della care economy. Nonostante ciò, il mercato del lavoro italiano mostra una crescente dipendenza dalla manodopera immigrata, indispensabile per industria, servizi e welfare. L’agricoltura è un esempio emblematico: dal 2010 al 2024 il numero di lavoratori stranieri è raddoppiato, superando le 426.000 unità, con un’incidenza passata da un lavoratore su quattro ad uno su tre.
Nell’anno scolastico 2023/2024 è stata registrata la presenza di 910.984 alunni con cittadinanza non italiana, con un’incidenza pari all’11,5%, segno di una società sempre più multiculturale. La grande maggioranza dei figli di immigrati è nata e cresciuta in Italia: ragazze e ragazzi italiani di fatto, ma privi di cittadinanza formale. Sebbene la presenza di giovani con background migratorio nelle classi italiane sia di norma un valore aggiunto, negli ultimi mesi politica e mezzi di comunicazione hanno proposto analisi preoccupate e allarmi educativi e sociali in relazione a fatti di violenza che hanno avuto come protagonisti ragazzi e ragazze di origine straniera, spesso minorenni. La scuola (come l’università) può svolgere un ruolo importante nel necessario lavoro di costruzione e di cura dei legami sociali e di prossimità, di invenzione e di moltiplicazione di spazi e forme di interazione.
Lo sport si conferma terreno fertile di inclusione e cittadinanza attiva; tuttavia, soltanto il 35% delle ragazze straniere pratica attività sportiva, contro il 62% delle coetanee italiane, e merita attenzione il fenomeno dello sport trafficking, cioè il traffico internazionale di giovani atleti Sul piano della appartenenza religiosa, tassello fondamentale nella comprensione del senso di partecipazione alla comunità, si stima che all’inizio del 2025 il totale dei cristiani abbia superato ancora la maggioranza assoluta degli stranieri residenti in Italia, raggiungendo il 51,7%, seppure in netto calo rispetto al 53% stimato per il 2024.
Come Ponti sul Mondo – Storie di Vita, Racconti di Missione
Sarà aperta al pubblico da venerdì 3 ottobre, presso la Sala della Quadreria del Complesso Santo Spirito in Sassia (Borgo Santo Spirito, 3) la mostra immersiva ‘Come Ponti sul Mondo – Storie di Vita, Racconti di Missione’. Il progetto è realizzato dalla Fondazione Museo nazionale dell’emigrazione italiana (MEI) e dalla Fondazione Migrantes, in occasione del Giubileo dei migranti e del mondo missionario (4 e 5 ottobre 2025), per ripercorrere la storia e dare voce anche all’attualità delle Missioni cattoliche italiane, volgendo lo sguardo all’intero universo missionario.
La presentazione avvenuta presso il Salone del Commendatore del Complesso Santo Spirito in Sassia ha visto l’introduzione e i saluti di: Paolo Masini, presidente Fondazione MEI, ideatore e coordinatore del progetto; Paola Casali, direttore UOC patrimonio e valorizzazione Complesso Monumentale Santo Spirito in Sassia; Civita Di Russo, vice capo Gabinetto presidente Rocca Regione Lazio. A intervenire inoltre: mons. Pierpaolo Felicolo, direttore generale Fondazione Migrantes; mons. Graziano Borgonovo, Sottosegretario Dicastero per l’Evangelizzazione – Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo; mons. Samuele Sangalli, Segretario Aggiunto per l’Amministrazione del Dicastero per l’Evangelizzazione – Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari.
“La mission del nostro museo – ha dichiarato Paolo Masini – è proprio quella di dare vita alla più grande narrazione popolare e collettiva del nostro paese. Il Giubileo ci dà la grande opportunità di raccontare quella magnifica pagina rappresentata dal mondo missionario italiano. Un mondo ‘un po’ Marta e un po’ Maria’ che in tutti continenti, da secoli, insieme alla parola di Dio, porta conforto e aiuti concreti”.
“Il tema del Giubileo è la speranza – ha ricordato nel suo intervento, mons. Pierpaolo Felicolo –. Essa nutre e sostenta il cammino di chi ha affrontato e affronta oggi la sfida della mobilità umana. Ha guidato nella migrazione anche i nostri connazionali che sono partiti e ha dato la forza ai missionari che sono stati al loro fianco. Li hanno fatti sentire a casa”.
A presentare l’allestimento immersivo è stata Marisa Fois (Fondazione Migrantes): “Siamo andati a scavare negli archivi e, insieme alle esperienze più note – da Pallotti e Scalabrini fino a Francesca Saverio Cabrini – ne abbiamo trovate altre meno conosciute. Piccole e grandi storie di emigrazione e di missione che, insieme, fanno la Storia”.
La mostra si sviluppa su due principali prospettive: una geografica, che abbraccia il mondo intero, evidenziando la presenza italiana in ogni continente – oggi più di 6.000.000 di italiani vivono all’estero, principalmente in Europa, ma anche in America, Africa, Asia e Oceania; e una storica, che parte dalla seconda metà del XIX secolo e arriva ai giorni nostri. Attraverso un linguaggio visivo e narrativo coinvolgente, la mostra racconta le storie di missioni, parrocchie, oratori, scuole e strutture che, dal Nord Europa al Sud America, hanno accolto gli emigranti italiani.
Entrando nella sala, i visitatori saranno accolti da un planisfero interattivo, che prende vita attraverso linee luminose, collegando l’Italia con altri Paesi del mondo. La narrazione, affidata alla voce di Massimo Wertmuller, guiderà il pubblico in un viaggio nel tempo e nello spazio, mettendo in risalto volti del passato e immagini contemporanee che si alternano per raccontare le partenze di ieri e gli incontri di oggi. Tra le testimonianze – documenti d’archivio, lettere, stralci di giornali e immagini di chiese, scuole e centri di aggregazione –, il pubblico potrà scoprire come questi “ponti sul mondo” siano stati luoghi di accoglienza, solidarietà e crescita.
Tra le figure centrali della mostra spiccano Vincenzo Pallotti, Geremia Bonomelli, Giovanni Battista Scalabrini, Luigi Guanella e Francesca Saverio Cabrini, protagonisti della storia della Chiesa e del movimento di solidarietà che ha accompagnato gli italiani all’estero. Le loro storie si intrecciano con quelle di tanti altri missionari e missionarie, sacerdoti e laici, che si sono dedicati, in tempi diversi, a stare accanto ai migranti. Il sottotitolo della mostra, ‘Scelte di vita, racconti di missione’, sottolinea come questo viaggio sia fatto di tanti tasselli, di tante persone, di scelte di vita, di storie, che insieme aiutano a scrivere una pagina di storia che sta continuando a essere scritta.
Non solo quindi Madre Cabrini, Patrona di tutti gli Emigranti, la prima italiana a diventare cittadina statunitense e poi canonizzata, ma anche numerosi sacerdoti che sono ricordati per il loro impegno attraverso giardini commemorativi e piazze, sia negli Stati Uniti che in Australia. La mostra racconta anche le richieste di assistenza arrivate da tutto il mondo: dalle miniere dell’India, dove il bisogno di un missionario che parlasse italiano era forte, alle terre del Nord Europa, come la Svezia degli anni Trenta. Si parlerà della costruzione di chiese nel Regno Unito e in Marocco, della fondazione di parrocchie e asili in Kenya, nonché della creazione di orfanotrofi in Brasile per accogliere i figli dei migranti rimasti orfani.
Saranno raccontati anche frammenti della vita quotidiana di quei missionari che, nel dopoguerra, offrivano una voce amica attraverso le radio in Belgio, o che, negli anni Cinquanta, sostenevano la stampa in lingua italiana in Germania; si parlerà dei corsi di lingua organizzati in Svizzera negli anni Sessanta, e dei recenti progetti di solidarietà in Russia, emersi nei primi anni Duemila. Un vero e proprio mosaico di iniziative, che racconta una realtà viva: quella delle missioni che accompagnano, curano e accolgono, in dialogo con la realtà delle migrazioni e degli italiani all’estero.
Che si tratti di nuovi italiani che acquistano la cittadinanza italiana e lasciano il Paese, di italiani nati all’estero, o di italo discendenti, queste storie raccontano di legami indissolubili e di un impegno che non si è mai fermato. A completare la mostra immersiva “Come Ponti sul Mondo – Storie di Vita, Racconti di Missione” numerose immagini contemporanee per non dimenticare i tanti missionari italiani e le tante missionarie italiane che tuttora sono nel mondo per sostenere le comunità delle zone più disagiate e i numerosi ordini missionari per la parte legata all’attualità e alle missioni rivolte alle comunità locali.
La mostra è solo il primo passo di un progetto più ampio, frutto di una lunga ricerca di testimonianze storiche, che continuerà a scoprire nuove storie di impegno, di accoglienza e di speranza. “Come Ponti sul Mondo” non è solo una retrospettiva, ma un invito a riflettere sul presente e sul futuro della migrazione, mettendo in luce il ruolo fondamentale delle missioni nel supportare le comunità italiane e i migranti in ogni angolo del mondo.
Per offrire un’esperienza visiva ed emozionale unica, il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana ha collaborato con Opera Laboratori, società leader nelle gestioni museali in Italia, che grazie ai suoi laboratori che ha curato la progettazione e la realizzazione della mostra immersiva. Grazie a tecnologie avanzate, i visitatori potranno “vivere” la storia, immergendosi nelle immagini, nei suoni e nelle testimonianze che compongono questo mosaico di esperienze di vita.
In contemporanea al MEI (Commenda di San Giovanni in Prè̀ Piazza della Commenda 1, Genova), a partire dal 3 ottobre e per tutta la durata della mostra, sarà visibile un video omaggio al mondo delle missioni e delle migrazioni. Sia a Genova sia a Roma è prevista una campagna promozionale all’interno delle principali linee metropolitane cittadine.
Il progetto è realizzato in collaborazione con Regione Lazio e ASL Roma 1, con il patrocinio di Comune di Roma, con la coprogettazione e realizzazione di Opera Laboratori. La mostra ‘Come Ponti sul Mondo – Storie di Vita, Racconti di Missione’ inaugurata presso il Salone del Commendatore, sarà visitabile da domani e fino al 16 novembre 2025 dalle 10 alle 18 a ingresso gratuito Sala della Grande Quadreria del Complesso Santo Spirito in Sassia (Borgo Santo Spirito, 3).
Ideazione e coordinamento scientifico: Paolo Masini Fondazione MEI e Delfina Licata Fondazione Migrantes, Ricerca storica ed elaborazione testi: Marisa Fois, Fondazione Migrantes, Consulenza storica: Raffaele Iaria, Consulenza museale: Giorgia Barzetti, Museo MEI, Co-progettazione e realizzazione: Opera Laboratori.
Hanno partecipato alla realizzazione dei contenuti: Dicastero per l’Evangelizzazione, Congregazione Missionari di San Carlo – Scalabrinani, Suore Missionarie del Sacro Cuore di Gesù – Cabriniane, Archivio Storico di Propaganda Fide (Dicastero per l’Evangelizzazione), Archivio della Fondazione Migrantes, Archivio Generale Scalabriniano, Istituto Storico Scalabriniano.
La Carta di Leuca 2025: la forza delle migrazioni
Quest’anno la Carta di Leuca ha preso forma attraverso l’incontro di idee tra giovani. Tutto è cominciato lo scorso 9 luglio, quando i ventiquattro ragazzi impegnati nel Servizio Civile Universale presso la sede della Caritas diocesana di Ugento – Santa Maria di Leuca hanno incontrato i ventuno corsisti del CIHEAM, l’istituto di alta formazione agroalimentare con sede a Tricase Porto, avamposto strategico sul Mediterraneo. All’incontro hanno preso parte anche cinque studentesse della Scuola di Economia di Lione, in Italia per studiare l’impatto della Fondazione ‘Mons. Vito De Grisantis’ (braccio operativo della Caritas diocesana) sul territorio.
Questo documento contiene l’impegno a diventare ed essere fautori e custodi di nuovi cambiamenti. Promotori di pace in tempi di guerra. Parte dal rifiuto di ogni forma di violenza e altra forma di razzismo e discriminazione. Un atto di contrasto all’odio digitale e alla disinformazione.
Un gesto d’amore verso la cultura universale intesa come ponte tra i popoli, a tutela dei diritti umani, per la valorizzazione delle identità e delle radici. Tra i pilastri di Carta di Leuca ci sono delle aperture al mondo: accogliere lo straniero, riscoprendo l’umanità spesso smarrita dietro slogan e appartenenze; collaborare, riconoscersi, confrontarsi oltre le differenze e nonostante le differenze, perché il cambiamento possa essere duraturo e autentico.
Quest’anno il programma si sviluppa intorno al tema delle migrazioni, mantenendo però lo sguardo sempre rivolto a Gaza. Nella notte tra il 13 e il 14 agosto, intorno all’una del mattino, si terrà un momento di preghiera sulla tomba del venerabile don Tonino Bello, vescovo della pace e della prossimità, che ha saputo unire il Vangelo alla vita, restituendo dignità agli ultimi.
Alle ore 2,00 è prevista la partenza verso il Santuario di Leuca, in cammino verso un’alba di pace. Un corridoio umano di giovani percorrerà la Via Francigena insieme al vescovo mons. Vito Angiuli e a tutti coloro che decideranno di unirsi al pellegrinaggio. Alle ore 04,00 è prevista una sosta presso i Padri Trinitari di Gagliano del Capo, per poi riprendere il cammino e giungere ai piedi del Santuario mariano intorno alle ore 06.30. La proclamazione di Carta di Leuca-La forza delle migrazioni, alle ore 7,00 seguirà la celebrazione della S. Messa.
Sarà un’occasione per incontrare le istituzioni e i sindaci del Capo di Leuca, per ribadire insieme che “le migrazioni sono una benedizione per i popoli che accolgono”. Tra gli ospiti attesi quest’anno Mons. Bruno Varriano, vescovo Latino del Patriarcato di Gerusalemme con sede a Cipro e online ci raggiungerà Mons. Alexis Leproux, segretario generale del Coordinamento Ecclesiale del Mediterraneo, responsabile di MED 25 – Bel Espoir e vicario per il Mediterraneo dell’Arcidiocesi di Marsiglia . Sarà la comunità di Specchia, rappresentata dal sindaco Anna Laura Remigi, a donare l’olio per la lampada della pace, che brillerà tutto l’anno davanti a Maria de Finibus Terrae. L’evento sul piazzale del Santuario sarà trasmesso in diretta streaming su www.radiodelcapo.it.
Le parole di mons. Vito Angiuli, vescovo della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca: “La Carta di Leuca è un’iniziativa promossa dalla Fondazione di partecipazione Parco Culturale Ecclesiale Terre del Capo di Leuca – De Finibus Terrae. Una mano tesa all’abbraccio fraterno, un’esperienza che risveglia i desideri più autentici dell’uomo e invita ciascuno a non arrendersi alle chiusure, ma a osare la convivialità di volti rivolti, che si riconoscono amici. È una profezia che germoglia in questa terra semplice e povera, in comunità umili e operose, ma che vogliono coinvolgere uomini e donne di buona volontà, perché la convivialità sia possibile; è un cammino condiviso. La convivialità è possibile ed è il futuro dell’umanità riconciliata da ogni conflitto”.
Sostenuta dai fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica, la Carta di Leuca è tra le esperienze più significative di dialogo interculturale e interreligioso nel Mediterraneo. Promossa dalla Fondazione ‘De Finibus Terrae’, parte della rete Focsiv (Federazione degli Organismi di Volontariato Internazionale di Ispirazione Cristiana). Nasce da un impegno costante e duraturo della Diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca che, insieme agli uffici Caritas diocesana, Servizio di Pastorale Giovanile e Ufficio Migrantes, genera reti tra giovani provenienti da ogni parte del mondo con fedi, culture e lingue diverse, tutti in cammino verso la pace. Non una pace astratta o retorica, ma concreta, costruita attraverso l’ascolto, il confronto, fatica e autentico incontro.
Le sue radici affondano nel pensiero profetico di don Tonino Bello, vescovo pugliese dalla parola gentile e dallo sguardo scomodo, capace di denunciare l’ingiustizia e proporre un’alternativa credibile: la convivialità delle differenze. Siamo giunti alla nona edizione, ogni edizione è un intreccio di storie, volti, sogni e domande, un mosaico vivo fatto di laboratori, riflessioni, testimonianze, preghiere, silenzi, sorrisi e lacrime.
Da questo intreccio nasce ogni anno un testo: la Carta di Leuca, una dichiarazione di intenti, un appello ai popoli e ai governi per trasformare il Mediterraneo da confine a culla di civiltà e fraternità. Al cuore del progetto c’è sempre l’insegnamento di don Tonino Bello, uomo di pace e di speranza concreta. La sua visione di una Chiesa disarmata e disarmante.
Mamme coraggiose: è nata Kabira
Dalla Federazione Regionale Lombarda della Società di San Vincenzo De Paoli un aiuto alle mamme più vulnerabili. E’ nata la piccola Kabira (nome di fantasia). Della sua mamma, Narjis (il nome è di fantasia, ma il racconto è vero) avevamo parlato nel corso della presentazione del progetto ‘Doti Speranza’, iniziativa promossa dalla Federazione Regionale Lombarda della Società di San Vincenzo De Paoli in collaborazione con Federvita Lombardia e rivolta alle donne in gravidanza che vivono in condizioni di grave vulnerabilità affinché scelgano la vita.
Narjis ha solo vent’anni, ma ha già attraversato l’inferno: fuggita dall’Africa, imprigionata in Libia, è riuscita a raggiungere l’Italia dopo un lungo e pericoloso viaggio. A Lampedusa conosce il padre del suo bambino, che però la abbandona poco dopo. Rimasta sola, trova finalmente qualcuno che la ascolta: i volontari della Società di San Vincenzo De Paoli, l’hanno accompagnata con amore verso la nascita della sua piccola, che era prevista per il 28 maggio. E Kabira non si è fatta attendere…Ora accanto a Narjis è nata una rete che le continuerà a garantire non solo aiuto, ma anche relazioni, fiducia e prospettive di integrazione.
Un sostegno reale, umano e personalizzato: “Il dono di questa nuova vita ci fa gioire e ci commuove allo stesso tempo. È germogliato un fiore tra le rocce, custodiamolo insieme con cura e amore”, afferma Nelly Minardi, Presidente del Consiglio Centrale di Rho Magenta della Società di San Vincenzo De Paoli.
Un momento di gioia condiviso anche da Licia Latino, Presidente della Federazione Regionale Lombarda della Società di San Vincenzo De Paoli: «Siamo contenti di accogliere la nascita di Kabira. Narjis è stata una mamma coraggiosa. Come Federazione, insieme a Federvita Lombardia, continueremo a starle accanto. È giusto che lei e la sua bambina abbiano una vita dignitosa» dichiara la Presidente Latino e aggiunge: «Noi dobbiamo portare speranza a queste madri e ai loro figli, perché non si sentano costrette ad abortire solo per povertà o solitudine».
“Doti Speranza” vuole essere un progetto che agisce proprio nei momenti decisivi, quando una donna – spesso giovane, sola e impaurita – si trova davanti a una scelta difficile. A lei viene offerta la possibilità concreta di affrontare la gravidanza con maggiore serenità, grazie al contributo economico e a un lavoro di accompagnamento su misura, costruito attorno alla sua storia, con rispetto e delicatezza.
L’obiettivo del progetto, presentato lo scorso 6 maggio a Milano, è semplice ma ambizioso: accompagnare le mamme più fragili lungo il percorso della maternità, offrendo ascolto, comprensione e un sostegno economico fino a 3.000 euro. Un gesto concreto, che non è solo assistenza, ma una vera e propria alleanza di fiducia. Un cammino condiviso finalizzato alla fuoriuscita dalla condizione di povertà.
L’iniziativa si rivolge in particolare alle donne incinte che si trovano in situazioni di forte marginalità, anche prive di documenti, presenti sul territorio lombardo. Spesso si tratta di storie segnate dal dolore, da solitudine, da speranze infrante.
Spesso chi vive senza casa, senza lavoro e in forte emarginazione non è a conoscenza dei servizi. A volte, anche se li conosce, ha paura di rivolgersi alle istituzioni per timore che le venga tolto il bambino o perché si trova in condizioni di irregolarità. Ecco che diventa importante una rete di prossimità, che intercetti i bisogni nascosti e porti la carità là dove spesso non arriva nessuno.
Nel segno di una “Chiesain uscita”, “Doti Speranza” rappresenta una risposta concreta e preziosa per tante donne che, nonostante tutto, scelgono di diventare madri. Un piccolo seme, che puòfar sbocciare la vita. Una speranza che si fa dote, per ogni donna che scegliedi non arrendersi.
Cei per la giornata dell’Università Cattolica: ‘Università, laboratorio di speranza’
“Tutti sperano. Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene, pur non sapendo che cosa il domani porterà con sé…Possa il Giubileo essere per tutti occasione di rianimare la speranza”: inizia con uno spunto della lettera della bolla giubilare di papa Francesco, ‘Spes non confundit’, il messaggio dei vescovi italiani, intitolato ‘Università: laboratorio di speranza’, in occasione della 101 giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore che si celebrerà domenica 4 maggio.
Nel messaggio i vescovi sottolineano la necessità della speranza: “Di speranza, infatti, abbiamo particolarmente bisogno di fronte a scenari incerti e, per alcuni versi, davvero drammatici. Ci preoccupano il quadro politico ed economico gravato da tensioni e incertezze, i conflitti che non sembrano trovare via di soluzione, i ritardi nell’attuazione di uno sviluppo sostenibile in grado di custodire la casa comune e di sviluppare accoglienza e solidarietà di fronte ai crescenti flussi migratori. Sono solo alcune delle situazioni dentro cui si gioca la vita di ciascuno, spesso segnata da non minori preoccupazioni personali e sociali legate alla fragilità delle relazioni familiari e ai rapporti intergenerazionali, alla precarietà nel campo del lavoro e alle incertezze rispetto al futuro”.
E l’Università Cattolica è chiamata a dar ragione della speranza: “Non servono speranze effimere e illusorie, purtroppo ampiamente veicolate da una cultura che privilegia le banalità ed esalta l’apparenza, ma visioni di ampio respiro e prospettive solide… Il tema scelto, ‘Università, laboratorio di speranza’, pone in evidenza come in un contesto così difficile il mondo accademico sia chiamato a farsi interprete dell’anelito alla speranza che è proprio delle nuove generazioni… L’Università Cattolica del Sacro Cuore, alla luce della sua storia e della sua peculiare missione, è chiamata a farsi interprete coraggiosa e creativa di questo invito, rafforzando e ampliando il suo impegno a servizio della formazione umana, professionale e spirituale degli universitari”.
Riflettendo sull’enciclica ‘Dilexit nos’ i vescovi ribadiscono le ‘ragioni’ del cuore: “Il primo luogo dove la speranza può essere coltivata e deve crescere è il cuore dell’essere umano. Non a caso l’Ateneo è stato affidato dai fondatori alla custodia del Sacro Cuore. Dobbiamo riscoprire il significato profondo e sempre attuale di questa dedicazione che oggi risalta in modo ancora più fulgido grazie alla Lettera enciclica di papa Francesco ‘Dilexit nos’ dedicata proprio al valore spirituale, culturale e sociale del Cuore di Cristo… Cercando la verità attraverso tutte le vie del sapere e ponendo sempre al centro dell’attività accademica l’attenzione alla dignità di ogni essere umano, l’Università Cattolica continua ad offrire il suo peculiare contributo alla formazione di personalità che siano in grado di dare senso compiuto alla propria esistenza e di mettersi con competenza e generosità a servizio del bene comune”.
Però per essere ‘faro di speranza’ è necessario che l’università attui processi di innovazione: “Per dare piena attuazione a questa ‘impresa educativa’ l’Ateneo dei cattolici italiani deve affrontare anche importanti processi di innovazione e di ampliamento in tutti gli ambiti: dall’offerta formativa ai nuovi campi di ricerca fino agli orizzonti sempre più vasti di quella che viene definita ‘terza missione’, ovvero tutte le attività con cui l’Università interagisce con la società”.
Infine una particolare attenzione da parte dell’Università Cattolica al continente africano: “I già numerosi progetti di collaborazione a livello accademico, culturale e sociale, troveranno così ancora più organicità e potranno rappresentare un ulteriore ‘volano di speranza’ per un Continente, tanto martoriato quanto ricco di risorse e potenzialità. L’Ateneo assume così un volto ancora più solidale nell’esplicitazione di quella terza missione che a ben vedere è l’anima vera e il principio ispiratore delle altre due: la didattica e la ricerca”.
Per questo è necessario che l’Università Cattolica diventi sempre più ‘laboratorio di speranza’: “Per essere all’altezza di queste grandi sfide l’Ateneo non può che essere sempre più un ‘laboratorio di speranza’ misurandosi con i grandi cambiamenti in atto, soprattutto sul versante della ricerca scientifica e tecnologica, delle innovazioni legate all’intelligenza artificiale e delle grandi questioni sociali affinché, contro la spinta al riarmo e alla contrapposizione tra le nazioni, si sviluppino relazioni giuste, fraterne e pacifiche”.
(Foto: Università Cattolica)
In Italia preoccupazione per il calo delle nascite
In Italia lo scorso anno ha evidenziato una dinamica demografica per molti versi in continuità con quella dei recenti anni post-pandemici. Insieme ad un calo contenuto della popolazione residente, che peraltro continua a invecchiare, alla conferma di una dinamica naturale fortemente negativa, i cui effetti vengono attenuati da una dinamica migratoria più che positiva, e alla progressiva contrazione della dimensione media delle famiglie, il 2024 ha aggiunto elementi la cui portata va sottolineata, tra cui il minimo storico di fecondità, la speranza di vita che supera i livelli pre-pandemici, l’aumento degli espatri di cittadini italiani, il nuovo massimo di acquisizioni della cittadinanza italiana a cui si affianca comunque l’importante crescita della popolazione straniera residente.
Il calo di popolazione non coinvolge in modo generalizzato tutte le aree del Paese: mentre nel Nord la popolazione aumenta dell’1,6 per mille, il Centro e il Mezzogiorno registrano variazioni negative rispettivamente pari a -0,6 per mille e a -3,8 per mille. Nelle Aree interne del Paese l’Istat osserva una perdita di popolazione più intensa rispetto ai Centri (-2,4 per mille, contro -0,1 per mille), con un picco negativo per le Aree interne del Mezzogiorno (-4,7 per mille). A livello regionale, la popolazione risulta in aumento soprattutto in Trentino-Alto Adige (+3,1 per mille), in Emilia-Romagna (+3,1 per mille) e in Lombardia (+2,3 per mille). Le regioni in cui si riscontrano le maggiori perdite sono invece la Basilicata (-6,3 per mille) e la Sardegna (-5,8 per mille). Nel 2024 le nascite si attestano a quota 370mila, registrando una diminuzione sul 2023 del 2,6%.
Nel 2024, secondo i dati provvisori, i nati residenti in Italia sono 370.000, in diminuzione di circa 10.000 unità (-2,6%) rispetto all’anno precedente. Il tasso di natalità si attesta al 6,3 per mille, contro il 6,4 per mille del 2023 . I nati di cittadinanza straniera, il 13,5% del totale, sono quasi 50.000, circa 1.500 in meno rispetto all’anno precedente e la fecondità è stimata in 1,18 figli per donna, sotto quindi il valore osservato nel 2023 (1,20) ed inferiore al precedente minimo storico di 1,19 figli per donna registrato nel 1995. La contrazione della fecondità riguarda in particolar modo il Nord e il Mezzogiorno. Infatti, mentre nel Centro il numero medio di figli per donna si mantiene stabile (pari a 1,12), nel Nord scende a 1,19 (da 1,21 del 2023) e nel Mezzogiorno a 1,20 (da 1,24).
Il calo delle nascite, oltre ad essere determinato dall’ulteriore calo della fecondità, è causato dalla riduzione nel numero dei potenziali genitori, a sua volta risultato del calo del numero medio di figli per donna registrato nei loro anni di nascita. La rilevanza dell’aspetto strutturale è ben evidente: considerando che la popolazione femminile nelle età convenzionalmente considerate riproduttive (15-49 anni) è passata da 14.300.000 di unità al 1° gennaio 1995 a 11.400.000 al 1° gennaio 2025.
Adriano Bordignon, presidente del Forum nazionale delle associazioni familiari, ha espresso preoccupazione per il saldo negativo delle nascite: “Stiamo sprofondando nelle sabbie mobili ed è evidente che quanto stiamo mettendo in campo, come sistema-Italia, è del tutto insufficiente per garantire un minimo equilibrio demografico…
Da anni chiediamo una rivoluzione che il nostro Paese non è ancora disposto ad assumere, vittima di priorità che sono sempre altre, di mancate convergenze transpartitiche, di fragilità di alleanze tra politica, amministrazione locale, lavoro associazionismo e scuola. Ma anche politiche asfittiche e vincolate a patti di bilancio stringenti che invece si fanno flessibili per altre urgenze”.
Inoltre Adriano Bordignon ha evidenziato anche l’aspetto migratorio per mancanza di politiche di sostegno alla famiglia: “L’anno della famiglia sembra sempre essere il prossimo in agende ormai attanagliate da crisi mondiali che oggi ci portano anche a parlare di guerra, militare o di dazi, come una possibilità di scenario ordinario. Cresce anche il numero di italiani che lasciano il Belpaese.
Nel 2024 sono stati 156.000, un +36,5% con un impatto ancora più significativo per il Mezzogiorno, gravato anche dal fenomeno delle migrazioni interne: -52.000, mentre il Nord guadagna 47.000 residenti grazie ai trasferimenti da altre aree del Paese. L’Istat ci dice che il numero medio di componenti per famiglia è sceso a 2,2, rispetto ai 2,6 di 20 anni fa”.
L’ultima sottolineatura è riservata alle famiglie monogenitoriali: “ Stiamo consumando il futuro in un’epoca che si fa vanto di cercare sempre la sostenibilità. Urgono politiche strutturali, generose ed universali orientate a famiglia e giovani. Serve il coraggio, l’unità e la capacità di programmare per fare, da subito, le scelte operative conseguenti, considerando la spesa per far crescere il figlio, non come un costo individuale ma come investimento per il futuro dell’intera comunità. Occorre cambiare cultura e supportare la famiglia come soggetto sociale che, se messo nelle condizioni, è capace di generare benessere per tutto il Paese”.
Mentre il presidente della Fondazione per la natalità, Gigi De Palo, ha evidenziato la mancanza di politiche serie per la famiglia: “Purtroppo i dati Istat odierni non fanno che confermare quello che stiamo dicendo ormai da parecchi anni: o iniziamo seriamente a fare delle politiche impattanti, concrete e durature nel tempo oppure la partita della natalità e quindi della crescita economica, della coesione sociale, della solidarietà intergenerazionale, del mantenimento del sistema sanitario, del mantenimento del sistema pensionistico sarà persa”.
La statistica evidenzia due dati negativi, che chiedono coesione: “Colpiscono due dati in particolare: il tasso di natalità ai minimi storici e il fatto che i nostri giovani preferiscono andare all’estero per realizzare i loro sogni lavorativi e familiari. Fino a quando la nascita di un figlio sarà una delle prime cause di povertà, non cambierà nulla a livello demografico nel nostro Paese.
Qui non si tratta di trovare un colpevole, non si tratta di dare la responsabilità a questo Governo o al precedente, qui si tratta di fare squadra tutti insieme perché stiamo giocando la partita più importante del nostro Paese. Servono urgentemente politiche capaci di impattare drasticamente e in maniera concreta sul tema della natalità, non bastano più bonus o parcellizzazione di bilanci nazionali. Serve dedicare i prossimi 10 bilanci del Paese a questa tematica perché altrimenti viene giù tutto”.
Ed ecco la proposta: “Occorre lavorare contemporaneamente su due filoni: politiche familiari che facilitino le scelte dei giovani di fare famiglia e una via italiana all’immigrazione. L’una non può e non deve escludere l’altra. Facciamo lo ius familiae, rendiamo il nostro Paese ambito non solo per gli stranieri che cercano lavoro, ma anche per chi desidera stabilità. In questo modo diamo un segnale di sicurezza e di futuro. Non è più il tempo di giocare in difesa, ma di fare proposte innovative che vadano oltre la gestione del presente. Il futuro possiamo ancora scriverlo, ma dobbiamo farlo tutti insieme”.




























