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Chi è malato guarisce solo se qualcuno lo abbraccia’, la Giornata per i Malati di Lebbra

Domenica si celebra la 73^ edizione della Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra, simboleggiata da un abbraccio che unisce e guarisce (‘Chi è malato guarisce solo se qualcuno lo abbraccia’) ed è un momento fondamentale per sensibilizzare l’opinione pubblica sul diritto alla salute di miliardi di persone, sulla lebbra e le altre malattie tropicali neglette. La Giornata Mondiale dei malati di Lebbra e, dopo qualche giorno di distanza, la Giornata internazionale delle malattie tropicali neglette, ricordano che queste patologie riguardano tutti, in quanto il diritto alla salute diventa concreto solo se tutte le persone possono ricevere cure e attenzioni.

Due elementi che contraddistinguono la campagna: l’abbraccio e una sola salute pongono l’attenzione sulla centralità della persona e non della malattia, sottolineando l’importanza dell’inclusione, della cura e del sostegno per chi è malato, a partire dalle persone colpite dalla lebbra e per tutti coloro che vivono ai margini della società.

Una sola salute è il concetto che ha ispirato la scelta dei prodotti solidali che verranno distribuiti nei banchetti delle città italiane: nei progetti di cooperazione internazionale AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau Ets che da oltre 60 anni è in prima linea nel mondo per la lotta alla lebbra e per garantire il diritto alla cura e all’inclusione per tutti) lavora con un approccio ‘One Health-una sola salute’, che riconosce l’interdipendenza tra salute umana, animale e ambientale. In quest’ottica, anche la scelta dei prodotti solidali della campagna di quest’anno assume un significato simbolico.

Infatti il miele, frutto della collaborazione tra ecosistemi e lavoro umano, è protagonista grazie alla collaborazione con l’Osservatorio Nazionale del Miele. L’azienda apistica ‘Luca Finocchio’ fornirà il Millefiori della campagna, mentre la bolognese ‘BeeBo’ realizzerà i saponi al miele e lavanda. La cooperativa CIM confezionerà grazie al lavoro di persone in fragilità i sacchetti di semi melliferi a sostegno della biodiversità ed Equo Mercato fornirà caramelle al miele, rafforzando il legame tra i valori dell’associazione quelli del commercio equo e solidale.

A Federica Dona, coordinatrice dell’Ufficio Raccolta Fondi e Comunicazione di AIFO, chiediamo di spiegarci il motivo per cui chi è malato guarisce con un abbraccio: “La guarigione non è solo un fatto clinico. Come ricorda lo slogan della Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra (‘Chi è malato guarisce solo se qualcuno lo abbraccia’) la cura passa anche dal riconoscimento della persona, dalla vicinanza, dal sentirsi accolti e non ridotti alla propria malattia. L’abbraccio è il simbolo di una relazione che restituisce dignità, combatte l’isolamento e rimette la persona al centro, non la patologia”.

E’ ancora difficile abbracciare un malato di lebbra?

‘Sì, spesso lo è. Non tanto per motivi sanitari. L’abbraccio va letto come un segno potente e universale. Non è solo un gesto fisico, ma un atto simbolico che dice: ‘tu conti, tu fai parte del mio mondo, la tua vita ha valore’. Quando ci prendiamo cura di chi è ai margini, non stiamo facendo un gesto ‘per qualcuno’, ma stiamo riaffermando un’idea di umanità che non esclude, che non scarta, che non ha paura della fragilità”.

Esiste una relazione tra abbraccio e cura?

“Esiste una relazione profonda. La cura efficace della lebbra richiede farmaci, diagnosi precoce e servizi sanitari di qualità, ma senza inclusione e sostegno umano il percorso resta incompleto. L’abbraccio rappresenta quella dimensione relazionale che permette alla cura di funzionare davvero, perché favorisce l’accesso ai servizi, riduce l’abbandono terapeutico e restituisce fiducia alla persona malata”.

Quanto è importante l’inclusione del malato di lebbra nella società?

“E’ fondamentale. AIFO ribadisce che l’inclusione è un elemento imprescindibile per superare stigma ed esclusione sociale. Senza inclusione non si raggiunge l’obiettivo ‘zero discriminazione’, uno dei tre pilastri del cammino verso un mondo senza lebbra, insieme a zero trasmissione e zero disabilità”.

In quale modo l’inclusione può dare libertà al malato?

“L’inclusione libera dalla paura, dalla vergogna e dall’isolamento. Permette alla persona di curarsi senza nascondersi, di mantenere relazioni familiari e sociali, di lavorare e partecipare alla vita della comunità. In questo senso l’inclusione non è solo un valore etico, ma una condizione concreta per prevenire disabilità, povertà e marginalizzazione”.

A san Francesco l’incontro con il lebbroso cambiò la vita: anche oggi è possibile?

“Sì, è possibile anche oggi dal momento in cui ci mettiamo in discussione, abbandoniamo il nostro egoismo occidentale. Abbracciare chi è malato di lebbra significa abbracciare l’umanità ferita, quella che spesso preferiamo non vedere. Significa riconoscere che la dignità non si perde con la malattia, con la disabilità o con la povertà. Anzi, è proprio lì che va difesa con più forza. L’abbraccio rompe il muro dell’isolamento, restituisce identità, ricuce legami spezzati dallo stigma e dalla discriminazione.

In questo senso, prendersi cura è un atto profondamente politico e umano insieme: vuol dire scegliere da che parte stare. Vuol dire costruire una società in cui nessuno è definito solo dalla propria malattia e in cui la guarigione non è solo l’assenza di un batterio, ma la possibilità di vivere pienamente, con diritti, relazioni e futuro.

E’ questo il cuore del messaggio di AIFO e della Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra: senza abbraccio non c’è cura completa, senza inclusione non c’è vera guarigione. Ed ogni volta che scegliamo di ‘abbracciare’, stiamo contribuendo a quella ‘Civiltà dell’Amore’ che non è un’utopia del passato, ma una responsabilità molto concreta del presente”.

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Allora è ancora attuale la ‘Civiltà dell’Amore’ di Raoul Follereau?

“E’ più che mai attuale. La ‘Civiltà dell’Amore’ si fonda sulla solidarietà, sulla dignità di ogni persona e sull’inclusione degli ultimi. Gli obiettivi che AIFO porta avanti da 65 anni (diritto alla cura, inclusione, lotta alla discriminazione) sono la traduzione concreta e contemporanea di quella visione, oggi necessaria quanto ieri. In queste settimane saremo nelle piazze e nelle parrocchie d’Italia con i prodotti solidali AIFO, le donazioni contribuiranno al sostegno dei progetti sociosanitari nel mondo. E’ anche possibile ordinare i prodotti online per chi non può recarsi ai banchetti (www.aifo.it/kit-salute)”.

(Tratto da Aci Stampa)

‘Taglio Basso’: i media italiani trascurano i poveri

La povertà resta ai margini dell’informazione italiana e quando entra nell’agenda dei media, lo fa spesso in modo episodico, legato a eventi eccezionali o a fatti di cronaca, con una rappresentazione riduttiva e talvolta stereotipata: ciò è emerso dal rapporto ‘Taglio basso. Come la povertà fa notizia’, promosso da Caritas Italiana e realizzato in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia, presentato nei giorni scorsi nella sede del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti di Roma.

La ricerca nasce dall’esigenza di interrogare il modo in cui la povertà e l’esclusione sociale vengono raccontate nello spazio pubblico e di comprendere quanto e come questi fenomeni incidano sull’immaginario collettivo. L’analisi ha riguardato la copertura della povertà nei telegiornali di prima serata, nei talk show televisivi e nei contenuti social di giornalisti e influencer, nel perodo settembre 2024 – giugno 2025.

I dati mostrano una presenza limitata del tema nei notiziari, un ricorso prevalente a cornici emergenziali o politico-economiche, un uso scarso di dati e fonti qualificate e una difficoltà diffusa nel restituire la complessità multidimensionale delle povertà, che non sono solo economiche ma anche relazionali, educative, abitative e culturali.

In molti casi, inoltre, la narrazione tende ad associare la povertà a stereotipi e pregiudizi, contribuendo a rafforzare distanza sociale e stigmatizzazione, come ha sottolineato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana: “La stampa, la televisione, la radio, il web contribuiscono a formare le coscienze e a promuovere la libertà, perché una società ben informata diventa in grado di partecipare e, dunque, di scegliere…

Proprio perché crediamo nel ruolo prezioso dell’informazione, siamo convinti che raccontare la povertà e farlo mantenendo fede alle dimensioni della verità e della giustizia, sia una responsabilità che interpella tutti. Ognuno nel proprio ambito è chiamato a fare la sua parte per far sì che chi vive nel bisogno non resti anche senza voce”.

Il campione selezionato ha permesso di incrociare dati relativi al racconto televisivo e al dibattito sui social media, coprendo tre generi informativi, quali 7 telegiornali a diffusione nazionale trasmessi in fascia prime time (OdP): Tg1 20:00, Tg2 20:30, Tg3 19:00, Tg4 18:55, Tg5 20:00, Studio Aperto 18:30 e Tg La7 20:00, che nel complesso raggiungono un pubblico di oltre 10.000.00 di spettatori. Complessivamente sono state analizzate 1.912 edizioni (755 nel 2024 e 1.157 nel 2025).

Per quanto riguarda i talk show televisivi il monitoraggio ha incluso 18 programmi, per un totale di 1.218 puntate corrispondenti a 1.822 ore e 39 minuti di programmazione trasmessi in prima e seconda serata da Rai, Mediaset, La7 e Nove. Infine per gli influencer su facebook il campione h riguardato 12 account facebook, 10 giornalisti e 2 giornaliste, con un numero di follower compreso fra gli 80.000 ed i 2.500.000 circa, che hanno complessivamente pubblicato 18.904 post.

Dal rapporto risulta che la povertà è un tema trascurato nei TG: compare in 708 notizie, pari al 2% dei servizi. Si tratta di una presenza episodica, legata soprattutto a eventi eccezionali, a ricorrenze e fatti di cronaca. La Rai ha prodotto oltre metà dei servizi (53,5%), seguita da Mediaset e La7, ma le differenze tra testate sono minime. L’attenzione cresce in quattro momenti: novembre e dicembre 2024 (elezioni USA, G20, legge di bilancio, crisi e iniziative natalizie), aprile 2025 (morte di papa Francesco e lavoro povero) e maggio 2025 (elezione del nuovo papa e dati Eurostat).

Nel 73% dei casi la povertà resta un tema accessorio: tre servizi su quattro si concentrano sulla dimensione materiale (74%). Il 62% delle notizie adotta una prospettiva unidimensionale. La maggior parte tratta la povertà ‘in generale’, mentre le forme abitativa, lavorativa, relazionale, alimentare ricevono attenzione più limitata. Il focus è soprattutto sulla povertà italiana (47%). Alcuni Paesi molto poveri non ricevono attenzione: Asia (4%), Africa (2%); inoltre l’Italia delle periferie e delle zone rurali restano poco rappresentate, con percentuali di copertura rispettivamente del 3% e dello 0,1%. Solo l’8% dei servizi sulla povertà si avvale di dati quantitativi o studi di istituti di ricerca, associazioni e organismi internazionali (tra cui Caritas). Nel 18% dei casi si rileva un’associazione con stereotipi o pregiudizi. Le principali associazioni negative riguardano l’accostamento con illegalità e criminalità (13,6%), con il background migratorio (10,5%), le dipendenze (3,7%) e i disturbi mentali (2,7%).

Nel 76% del tempo si parla di povertà materiale, ma prevale un approccio multidimensionale (59%) che integra riferimenti a salute, istruzione, relazioni e partecipazione, anche se il 41% del dibattito resta confinato a una lettura economica. Le forme più trattate sono la povertà lavorativa e quella abitativa, mentre è minoritaria l’attenzione a donne, giovani, famiglie, povertà educativa o sanitaria. Il frame dominante è quello politico-economico (52%), seguito da quello misto politico-solidaristico.

Rimane marginale l’approccio esclusivamente caritatevole. Dei 520 minuti di parola affidati agli ospiti, un terzo (32%) è stato occupato da giornaliste/i e opinioniste/i, seguiti da rappresentanti del mondo politico e delle istituzioni (24%), e gente comune (13%). Quasi del tutto assenti gli ospiti della società civile, delle associazioni, delle Chiese locali.

Anche l’attenzione verso la povertà dei 12 influencer più attivi su Facebook è estremamente bassa: solo lo 0,8% dei quasi 19.000 post pubblicati tra settembre 2024 e giugno 2025 tratta, anche marginalmente, il tema. La presenza è discontinua, con picchi in occasioni legate ad eventi di spettacolo o alla morte di papa Francesco, ricordato per il suo impegno verso i più fragili. Nel 79% dei casi la povertà non è centrale, ma accessoria rispetto ad altri contenuti. Prevale la povertà assoluta (57%), seguita da quella relativa; marginale la povertà estrema. Il 71% dei post si concentra sulla dimensione materiale, mentre la natura multidimensionale della povertà appare raramente.

Le categorie più frequenti sono ‘povertà in generale’ ed ‘emarginazione’, mentre tra le forme specifiche domina la povertà abitativa. Il 97% dei post manca di qualsiasi dato statistico ed un terzo dei post contiene almeno uno stereotipo, ovvero la correlazione della povertà con qualche condizione altra/diversa dalla povertà ma pregiudizievolmente associata alla povertà, in modi talvolta colpevolizzanti. L’associazione più ricorrente è quella della povertà con l’incapacità o difetto (16%), in post strumentali al dibattito social-politico.

(Foto: Caritas Italiana)

Carcere, lavoro e dignità a Milano: ‘La comunicazione come diritto umano fondamentale’

Lunedì 12 gennaio si è svolto presso la Sala Turismo della sede di Confcommercio a Milano il convegno nazionale ‘Comunicazione, dignità e lavoro nel carcere: il ruolo dei commercialisti nel percorso di recupero umano, spirituale e sociale’, promosso da Milano PerCorsi. L’iniziativa ha coinvolto istituzioni, professioni, imprese, terzo settore e mondo dell’informazione, diventando uno dei principali momenti di confronto pubblico del 2026 sul sistema penitenziario italiano.

Al centro del dibattito c’è stata la funzione rieducativa della pena, sancita dall’articolo 27 della Costituzione, e la necessità di ripensare il carcere come spazio di recupero umano, sociale e lavorativo, capace di restituire dignità, responsabilità e prospettive future alle persone detenute.

Il convegno nasceva da una emergenza nazionale: il sistema penitenziario italiano versa in crisi estrema. I dati su suicidi, tentativi di suicidio e atti di autolesionismo descrivono una realtà drammatica e inaccettabile. Il sovraffollamento cronico rende le condizioni di vita dei detenuti insostenibili, trasformando le carceri in luoghi di emergenza permanente. E’ emersa la necessità di un intervento urgente da parte dello Stato, questione di responsabilità istituzionale, giuridica e morale.

La comunicazione è stata analizzata come dimensione centrale del recupero umano. Non come semplice strumento informativo, ma come relazione, ascolto, riconoscimento e presenza qualificata. L’assenza di dialogo, la solitudine istituzionale e la carenza di figure professionalmente formate contribuiscono in modo determinante al disagio psicologico delle persone detenute, aumentando il rischio di gesti estremi. Una comunicazione fondata sul rispetto della dignità umana e sulla costruzione di legami autentici rappresenta una delle più efficaci forme di prevenzione del suicidio e di umanizzazione della pena.

Tra gli interventi di maggiore rilievo si è collocato quello di Biagio Maimone, giornalista e scrittore, che ha evidenziato il ruolo della comunicazione come diritto umano fondamentale nei contesti di privazione della libertà, spiegando come la parola sia spazio di riconoscimento dell’identità, strumento di relazione e condizione essenziale per la sopravvivenza psicologica della persona detenuta. L’impossibilità di comunicare il proprio disagio e di essere riconosciuti come esseri umani è una delle principali cause di isolamento, crollo emotivo e, in casi estremi, di suicidio in carcere.

Ha proposto un modello innovativo con la presenza qualificata di professionisti della comunicazione e del giornalismo all’interno delle carceri, capaci di creare spazi di ascolto e di restituzione pubblica della realtà detentiva. Dare voce a chi non ce l’ha restituisce dignità, riattiva il senso di responsabilità personale e consente alla persona detenuta di percepirsi nuovamente parte della comunità.

Maimone ha richiamato anche la visione cristiana del perdono, secondo cui nessuna persona è definitivamente perduta se sceglie la conversione, intesa come consapevolezza dell’errore e volontà concreta di non reiterarlo. In questa prospettiva, la colpa non annulla la dignità e il carcere non può limitarsi a un percorso di riabilitazione esclusivamente sociale e lavorativa, ma deve includere anche una dimensione spirituale ed esistenziale del recupero.

Secondo Maimone, se il cristianesimo afferma che Dio perdona chi si converte, anche la società è chiamata a fare altrettanto. Questo interpella in modo particolare i cristiani, chiamati non al giudizio ma a farsi promotori del cambiamento, accompagnando le persone detenute in un autentico percorso di recupero umano, sociale e spirituale. Il perdono non indebolisce la giustizia: la rende umana, perché riconosce la possibilità di rinascita dell’essere umano e rende concretamente possibile il reinserimento e la riconciliazione con la comunità.

Biagio Maimone è Direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo, che opera nei contesti di maggiore fragilità sociale e umana. Il suo intervento si è collegato ai Diritti Umani universali, alle Regole Mandela e all’articolo 27 della Costituzione, riaffermando che la pena, per essere legittima, deve preservare la dignità della persona.

Accanto alla comunicazione, il convegno ha posto con forza il tema del lavoro, non come semplice opportunità occupazionale, ma come elemento strutturale del percorso di recupero umano e sociale. Il lavoro restituisce responsabilità, autonomia e riconoscimento sociale, rafforza il senso di appartenenza alla comunità e riduce concretamente il rischio di recidiva. In questa prospettiva, il ruolo dei commercialisti, delle professioni economiche e giuridiche, delle imprese e del terzo settore assume un valore strategico nella costruzione di percorsi di formazione, inserimento e accompagnamento al lavoro delle persone detenute ed ex detenute.

Il confronto ha coinvolto rappresentanti delle istituzioni, delle professioni, del giornalismo, del mondo imprenditoriale e del terzo settore. Dopo i saluti istituzionali di Elbano De Nuccio, Presidente Nazionale dei Dottori Commercialisti, Francesco Caroprese, Vicepresidente Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Antonio Uricchio, Presidente ANVUR, Massimo Molla, Presidente di Italia Professioni, Edoardo Ginevra, Presidente Nazionale AIDC, e Marcello Guadalupi, Presidente di Milano PerCorsi Srl – Impresa Sociale, i lavori sono entrati nel vivo con interventi significativi.

Il tema della sicurezza e della gestione penitenziaria è stato affrontato da Amerigo Fusco, Primo Dirigente del Corpo di Polizia Penitenziaria, che ha richiamato l’attenzione sulle difficoltà operative quotidiane e sull’importanza di affiancare alla funzione custodiale un autentico progetto rieducativo, a tutela sia del personale sia delle persone detenute.

Un ruolo centrale è stato attribuito al mondo dell’informazione. Marco Scotti, Direttore di Affaritaliani.it, Gianni Todini, Direttore dell’Agenzia Askanews, Nicola Saldutti, Caporedattore Economia del Corriere della Sera, Antonetta Carrabs, giornalista e direttore responsabile editoriale di Oltre i Confini Magazine, e Fulvio Fulvi, giornalista di Avvenire e scrittore, hanno sottolineato come il carcere sia rimasto troppo spesso ai margini del racconto pubblico, alimentando invisibilità e disinformazione, e come sia necessario un giornalismo capace di restituire responsabilità sociale.

Ampio spazio è stato dedicato anche al tema del lavoro e del reinserimento sociale. Gianmarco Invernizzi, commercialista, Pietro Latella, consulente del lavoro, ed Enea Trevisan, fondatore di Ealixir Inc., hanno evidenziato come il lavoro rappresenti uno dei pilastri fondamentali per ridurre la recidiva, restituire dignità e favorire un reale percorso di autonomia per le persone detenute ed ex detenute. Sul versante dell’impegno sociale e imprenditoriale, Hector Villanueva, CEO e Founder dell’Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà, e Massimiliano Fantini, dell’Associazione Seconda Chance – Lombardia, hanno portato esperienze concrete di collaborazione tra imprese, terzo settore e sistema penitenziario, dimostrando come l’inclusione lavorativa sia possibile quando istituzioni e società civile operano in sinergia.

Al termine dei lavori, Milano PerCorsi ha predisposto un documento di raccomandazioni operative da sottoporre alle istituzioni, al mondo imprenditoriale e al terzo settore, con l’obiettivo di promuovere politiche efficaci di comunicazione, prevenzione, inclusione e reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute ed ex detenute, contribuendo alla costruzione di un modello di sistema penitenziario orientato al recupero umano, educativo e sociale, riaffermando che senza dignità non può esserci sicurezza, senza lavoro non può esserci reinserimento, senza comunicazione non può esserci umanità.

Continua la repressione in Iran

Dopo un blackout digitale di 84 ore si stima che siano stati circa 2.000 i manifestanti uccisi per aver gridato della libertà in Iran; quindi la ribellione non si ferma nonostante la macchina della repressione alza il tiro.  Rubina Aminian, 23 anni, studentessa di design tessile e moda allo Shariati College di Teheran, è stata uccisa la sera di giovedì 8 gennaio dopo che il regime ha imposto il blackout digitale.

Era partita come una protesta, si è trasformata in una ribellione ed ora è diventata ancora una volta una guerra dei Pasdaran (I Guardiani della rivoluzione) contro il popolo. E, nonostante le informazioni arrivino a singhiozzo, i video delle organizzazioni umanitarie mostrano file cadaveri negli ospedali, per le strade, negli obitori con parenti disperati che si aggirano piangendo fra le salme mentre i medici lanciano appelli perché non sono in grado di curare tutti.

Il procuratore generale dell’Iran, Mohammad Kazem Movahedi Aza, ha accusato i manifestanti di moharebeh (disobbedienza contro Dio). I media di Stato hanno inoltre riferito di arresti di massa di persone etichettate come ‘rivoltosi’. Tutti aspettano con rabbia, ansia, speranza, esasperazione e disperazione di poter vedere la Guida Suprema detronizzata perché non è più riconosciuto dal popolo né può contare su alcuna legittimazione divina.

Quindi dallo scorso 28 dicembre le autorità iraniane hanno scatenato una repressione mortale contro le proteste scoppiate nel paese, ricorrendo all’uso illegale della forza, alle armi da fuoco e ad arresti di massa. Per questo Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato che alcune  forze di sicurezza, tra le quali i Guardiani della rivoluzione e le forze speciali di polizia hanno usato illegalmente fucili, pistole caricate con pallini di metallo, cannoni ad acqua, gas lacrimogeni e pestaggi per disperdere, intimidire e punire persone che stavano manifestando in gran parte in modo pacifico.

Tra il 31 dicembre 2025 e il 3 gennaio 2026 almeno 28 persone tra manifestanti e semplici spettatori, compresi minorenni, sono state uccise in 13 città di otto province iraniane, come ha dichiarato Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord: “In Iran chi osa esprimere la propria rabbia per decenni di repressione e pretendere un cambiamento profondo viene ancora una volta colpito a morte dalle forze di sicurezza. Questo ci ricorda la rivolta Donna Vita Libertà del 2022. Il massimo organismo iraniano in materia di sicurezza, il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, deve ordinare immediatamente alle forze di sicurezza di porre fine all’uso illegale della forza e delle armi da fuoco”.

Amnesty International e Human Rights Watch hanno parlato con 26 manifestanti, testimoni oculari, persone che difendono i diritti umani, giornalisti e un professionista sanitario, hanno esaminato dichiarazioni ufficiali e hanno analizzato decine di video pubblicati in rete o ricevuti. Un patologo indipendente consultato da Amnesty International ha visionato le immagini di manifestanti feriti o uccisi.

Il 3 gennaio 2026, giorno in cui le forze di sicurezza hanno ucciso almeno 11 persone, la guida suprema Ali Khamenei ha dichiarato che ‘i rivoltosi dovrebbero essere rimessi al loro posto’. Sempre quel giorno, la direzione dei Guardiani della rivoluzione della provincia del Lorestan ha dichiarato che il periodo di ‘tolleranza’ era terminato, impegnandosi a colpire ‘rivoltosi, organizzatori e leader dei movimenti contro la sicurezza senza pietà’. Due giorni dopo il capo del potere giudiziario ha a sua volta ordinato alle procure di agire ‘senza pietà’ contro i dimostranti e di celebrare velocemente i processi nei loro confronti.

Questa è la testimonianza di un manifestante di Malekshani, sempre nella provincia di Ilam, su quanto accaduto in occasione del corteo che lo scorso 3 gennaio si era diretto pacificamente da piazza Shohada verso la sede dei Guardiani della rivoluzione: “Loro hanno aperto il fuoco dall’interno della base, uccidendo a casaccio. Tre o quattro persone sono morte all’istante, molte altre sono state ferite. I manifestanti erano completamente privi di armi”.

Sempre il 3 gennaio nel quartiere di Jafarabad, situato nella città di Kermanshah, capoluogo della provincia omonima, sono stati uccisi Reza Ghanbary e i fratelli Rasoul e Reza Kadivarian. Secondo il racconto di un difensore dei diritti umani, agenti in borghese arrivati sul posto a bordo di tre veicoli di colore bianco hanno aperto il fuoco con pallini di metallo contro un gruppo di manifestanti che stava bloccando una strada.

Amnesty International e Human Rights Watch hanno documentato i gravi danni causati dal massiccio uso dei pallini di metallo esplosi dalle pistole in dotazione alle forze di sicurezza, comprese ferite alla testa e agli occhi, così come i ferimenti provocati dall’uso di altre armi da fuoco e dai pestaggi.

Le due organizzazioni hanno notato che la presenza di forze di sicurezza all’interno degli ospedali ha sconsigliato a molti feriti di ricorrere alle cure mediche, col conseguente aumento del rischio di morire. Secondo un difensore dei diritti umani, un manifestante di nome Mohsen Armak è morto ad Hafshejan, nella provincia di Chaharmahal e Bakhtiari: il 3 gennaio 2026 era stato colpito da un pallino di metallo ma invece di essere portato in ospedale era stato nascosto in una fattoria.

Il 4 gennaio 2026 nella città di Iman i Guardiani della rivoluzione e le forze speciali di polizia hanno circondato l’ospedale Imam Khomeini, usando armi da fuoco e lanciando gas lacrimogeni all’interno, sfondando le porte per farsi strada e picchiando chi si trovava nella struttura, compresi i feriti, i loro familiari e il personale sanitario.

Le forze di sicurezza hanno proceduto ad arresti arbitrari di centinaia di manifestanti, anche di soli 14 anni, durante la dispersione delle proteste e nel corso di irruzioni notturne nelle abitazioni. Altre persone sono state prelevate dagli ospedali. Molte delle persone arrestate sono state sottoposte a sparizione e a detenzione in isolamento, col conseguente elevato rischio di subire maltrattamenti e torture.

Per le due organizzazioni non governative le autorità iraniane devono scarcerare immediatamente e senza condizioni tutte le persone arrestate solo per aver preso parte pacificamente alle manifestazioni o essersi espresse in loro favore. Tutte le persone attualmente in carcere devono essere protette dai maltrattamenti e dalle torture e avere immediato accesso a familiari, avvocati e cure mediche di cui necessitino.

(Foto: Cesi Italia)

Aldo Gastaldi: un partigiano anomalo

Ci si potrebbe chiedere perché la Chiesa abbia deciso di aprire una causa di beatificazione per un partigiano, anche se si tratta del primo partigiano d’Italia. Come è anche strano che, anni fa, in una scuola cattolica, insegnassero a suonare e cantare, tra gli altri innumerevoli pezzi , il brano Fischia il vento durante le lezioni di musica. Eppure delle ragioni ci sono. La Chiesa condanna la guerra e l’uso delle armi, ma la resistenza per portare alla libertà  e alla pace, può essere  svolta in molti modi, anche senza armi e un canto si può accorciare in modo che  sia semplicemente un simbolo di libertà al di là di ogni ideologia. Anche quest’uomo considerava più importanti la pace e la libertà in senso più spirituale e umano che politico e più avanti scopriremo perché.

Da una intervista al regista di uno dei film dedicati a Gastaldi, scopriamo che era considerato un ragazzo piuttosto silenzioso,ma le sue  lettere mostrano  la personalità di un uomo dal pensiero  profondo  e dalla grande fede. Per lui, i fascisti e i comunisti erano innanzitutto persone. Cercava  sempre di “abbracciare tutti,  evitando inutili stragi”. Inoltre, le  lettere raccontano la sua fede  semplice e dolce. Nelle missive,  Bisagno alias di Gastaldi, partiva da quel che viveva per porsi domande importanti sul senso della vita e su Dio, risultando un uomo certo in un periodo dove le certezze erano  traballanti. Giampaolo Pansa, a sua volta, si informò su Gastaldi per scrivere un libro circa la vita di questa figura.

Secondo il giornalista e scrittore il partigiano era ‘un personaggio anomalo, da favola, una sorta di re Artù. Un ragazzo bellissimo, molto religioso, primo di cinque figli. Era un apolitico’.  Lo definì anche ‘un monaco atletico, un Gesù Cristo con il fucile a tracolla, il ragazzo dell’oratorio diventato capo ribelle’. Sempre da questa fonte, scopriamo che Gastaldi impose ai suoi compagni un regolamento che includeva: non bestemmiare, non  molestare le ragazze, non importunare i contadini. Cose che, durante la guerra, venivano fatte da entrambe le parti.

Ma conosciamo di più la storia di questo ragazzo con tanti fratelli. In breve: Aldo Gastaldi nacque a Genova il 17 settembre 1921 in una famiglia cattolica. Studiò presso il Liceo Classico Cristoforo Colombo di Genova e successivamente si iscrisse alla Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Genova. Nel 1941 fu chiamato alle armi e nel 1942 prese servizio come sottotenente nel 15° Reggimento Genio a Chiavari. Dopo l’8 settembre 1943, Gastaldi decise di unirsi alla Resistenza e divenne uno dei leader della Divisione Cichero, una delle più importanti e attive formazioni partigiane della Liguria. Si distinse per il suo coraggio,  e la sua capacità di guidare i suoi uomini con fermezza e comprensione.

Gastaldi morì il 21 maggio 1945 a Desenzano del Garda, neppure un mese dopo la Liberazione. La versione ufficiale della sua morte è che cadde da un camion su cui stava viaggiando ma molti, tra cui Pansa, sospettano ancora oggi che sia stato assassinato.  Vediamo ora perché è stato pensato di aprire un processo di beatificazione. La causa di beatificazione di Aldo Gastaldi è stata autorizzata dal cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova, nel 2019. La decisione nasce dal riconoscimento da parte della  Chiesa della  fama di santità e della testimonianza di fede e di valori umani di Bisagno.

I motivi della decisione, oltre alla sua testimonianza di fede esplicita, sono: il riconoscimento dei Gastaldi come un esempio di vita cristiana autentica, la sua attività partigiana e la sua leadership nella Resistenza attuate in modo da  essere un esempio di servizio e di sacrificio per il bene comune. L’amore per la sua gente e la sua terra è dimostrato anche dal ‘nome di battaglia’ scelto: il Bisagno è un torrente della Liguria (23 km, bacino di 93 kmq). La sorgente  è situata a 650 m, presso il Passo della Scoffera. Dopo un corso abbastanza  accidentato,  attraversa  ‘abitato di Genova e sfocia nel Golfo di Genova. Dove era nato Gastaldi? Eh già, proprio a Genova.

Fonti:Tempi.it, Meta ai, Traccani.it

Pamela Salvatori: lo specchio dell’infinita Bellezza per un’estetica teologica mariana

In un’epoca in cui si avverte l’urgenza di una rinnovata esperienza della vera Bellezza, questo studio si erge come una proposizione audace e innovativa. Il volume (‘Specchio dell’infinita bellezza. Verso un’estetica teologica mariana’) di Pamela Salvatori, in cinque capitoli, esplora una nuova metodologia per un’estetica teologica che, inevitabilmente, si tinge di mariologia.

La prefazione del gesuita p. Giovanni Cucci sottolinea con forza la dimensione salvifica della bellezza e il suo valore esistenziale, capace di introdurre ‘in modo soave’ nel mistero di Dio. In questa prospettiva, la bellezza non è un semplice tema estetico, ma una via che coinvolge la libertà, suscita conversione e apre alla partecipazione alla vita divina:

“Maria è stata e continua ad essere il crocevia imprescindibile d’incontro tra le due realtà, umana e divina, visibile e invisibile, in quanto esprime nella maniera più piena ‘la risposta pienamente libera e consapevole della persona umana al dono della Redenzione, quindi, quel soggettivo oggettivo che, rispondendo a norme dell’intera umanità credente, personifica la risposta della Chiesa e la rende possibile per tutti’. Proprio qui può ritrovarsi un aspetto che accomuna santità e creazione artistica: la docilità, la disponibilità a lasciarsi condurre in un percorso sulla base della sua attrattività. Il senso della bellezza è alla base di ogni autentica conversione religiosa, quando due libertà innamorate entrano in relazione tra loro, fugando dubbi e resistenze inveterate”.

Attraverso un’analisi dello ‘status quaestionis’ della ricerca sulla via pulchritudinis, l’autrice invita a scrutare come la bellezza di Maria, riflesso dell’infinito, possa diventare una via privilegiata per accedere al Mistero divino. Suggerendo l’opportunità di una prospettiva ‘dall’alto’, escatologica e soteriologica, in dialogo critico con le acquisizioni teologiche di oltre mezzo secolo, il questo libro si elabora una metodologia che esalta Maria Assunta quale ‘frammento’ luminoso in cui si riflette la bellezza del Christus totus, affinché la contemplazione del Mistero, attraverso di Lei, possa rivelare una dimensione di grazia e verità che parla direttamente al cuore dell’uomo.

Papa Leone XIV: siate santuario di Dio

“La Cattedrale della diocesi di Roma e la sede del successore di Pietro, come sappiamo, non è soltanto un’opera di straordinaria valenza storica, artistica e religiosa, ma rappresenta anche il centro propulsore della fede affidata e custodita dagli Apostoli e della sua trasmissione lungo il corso della storia. La grandezza di questo mistero rifulge anche nello splendore artistico dell’edificio, che proprio nella navata centrale accoglie le dodici grandi statue degli Apostoli, primi seguaci del Cristo e testimoni del Vangelo”: così papa Leone XIV prima della preghiera dell’Angelus ha proposto una riflessione sulla Dedicazione della Basilica Lateranense.

E’ stato un invito a cogliere il mistero della Chiesa: “Questo ci rimanda ad uno sguardo spirituale, che ci aiuta ad andare oltre l’aspetto esteriore, per cogliere nel mistero della Chiesa ben più di un semplice luogo, di uno spazio fisico, di una costruzione fatta di pietre; in realtà, come il Vangelo ci ricorda nell’episodio della purificazione del Tempio di Gerusalemme compiuta da Gesù, il vero santuario di Dio è il Cristo morto e risorto. Egli è l’unico mediatore della salvezza, l’unico redentore, Colui che legandosi alla nostra umanità e trasformandoci col suo amore, rappresenta la porta che si spalanca per noi e ci conduce al Padre”.

In questo ‘edificio’ spirituale il popolo è la Chiesa: “E, uniti a Lui, anche noi siamo pietre vive di questo edificio spirituale. Noi siamo la Chiesa di Cristo, il Suo corpo, le sue membra chiamate a diffondere nel mondo il Suo Vangelo di misericordia, di consolazione e di pace, attraverso quel culto spirituale che deve risplendere anzitutto nella nostra testimonianza di vita. Fratelli e sorelle, è in questo sguardo spirituale che dobbiamo allenare il cuore. Tante volte, le fragilità e gli errori dei cristiani, insieme a tanti luoghi comuni e pregiudizi, ci impediscono di cogliere la ricchezza del mistero della Chiesa”.

Mentre nella celebrazione eucaristica per la dedicazione della basilica lateranense papa Leone XIV h ricordato il motivo di questa costruzione: “La costruzione fu realizzata per volontà dell’imperatore Costantino, dopo che, nell’anno 313, egli aveva concesso ai cristiani la libertà di professare la propria fede e di esercitare il culto… Questa Basilica, infatti, ‘Madre di tutte le Chiese’, è molto più di un monumento e di una memoria storica: è ‘segno della Chiesa vivente, edificata con pietre scelte e preziose in Cristo Gesù, pietra angolare’, e come tale ci ricorda che noi pure, come ‘pietre viventi veniamo a formare su questa terra un tempio spirituale’.

Per questa ragione, come notava san Paolo VI, nella comunità cristiana è sorto ben presto l’uso di applicare il ‘nome di Chiesa, che significa l’assemblea dei fedeli, al tempio che li raccoglie’. E’ la comunità ecclesiale, ‘la Chiesa, società dei credenti, attesta al Laterano la sua più solida e evidente struttura esteriore’. Pertanto, aiutati dalla Parola di Dio, riflettiamo, guardando a questo edificio, sul nostro essere Chiesa”.

Ed ha giudicato essenziali le fondamenta: “La loro importanza è evidente, in modo per certi versi addirittura inquietante. Se chi lo ha costruito, infatti, non avesse scavato a fondo, fino a trovare una base sufficientemente solida su cui erigere tutto il resto, l’intera costruzione sarebbe crollata da tempo, o rischierebbe di cedere ad ogni istante, così che anche noi, stando qui, correremmo un serio pericolo. Chi ci ha preceduto, invece, per fortuna, ha dato alla nostra Cattedrale basi solide, scavando in profondità, con fatica, prima di iniziare ad innalzare le mura che ci accolgono, e questo ci fa sentire molto più tranquilli”.

Tali fondamenta sono importanti per la Chiesa: “Ci aiuta però anche a riflettere. Anche noi, infatti, operai della Chiesa vivente, prima di poter erigere strutture imponenti, dobbiamo scavare, in noi stessi e attorno a noi, per eliminare ogni materiale instabile che possa impedirci di raggiungere la nuda roccia di Cristo… E questo vuol dire tornare costantemente a Lui e al suo Vangelo, docili all’azione dello Spirito Santo. Il rischio, altrimenti, sarebbe di sovraccaricare di pesanti strutture un edificio dalle basi deboli”.

Commentando il Vangelo il papa ha evidenziato la chiamata di Gesù: “Gesù ci cambia, e ci chiama a lavorare nel grande cantiere di Dio, modellandoci sapientemente secondo i suoi disegni di salvezza. E’ stata usata spesso, in questi anni, l’immagine del ‘cantiere’ per descrivere il nostro cammino ecclesiale. E’ un’immagine bella, che parla di attività, creatività, impegno, ma anche di fatica, di problemi da risolvere, a volte complessi. Essa esprime lo sforzo reale, palpabile, con cui le nostre comunità crescono ogni giorno, nella condivisione dei carismi e sotto la guida dei Pastori”.

Ecco il motivo per cui occorre porre cura alla liturgia: “La sua cura, pertanto, nel luogo della Sede di Pietro, dev’essere tale da potersi proporre ad esempio per tutto il popolo di Dio, nel rispetto delle norme, nell’attenzione alle diverse sensibilità di chi partecipa, secondo il principio di una sapiente inculturazione ed al tempo stesso nella fedeltà a quello stile di solenne sobrietà tipico della tradizione romana, che tanto bene può fare alle anime di chi vi partecipa attivamente. Si ponga ogni attenzione affinché qui la bellezza semplice dei riti possa esprimere il valore del culto per la crescita armonica di tutto il Corpo del Signore”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita a tracciare nuove mappe di speranza

“…trovarsi in questo luogo, durante l’Anno giubilare, è un dono che non possiamo dare per scontato. Lo è soprattutto perché il pellegrinaggio, per attraversare la Porta Santa, ci ricorda che la vita è viva solo se è in cammino, solo se sa compiere dei ‘passaggi’, cioè se è capace di fare Pasqua”: nel pomeriggio papa Leone XIV ha celebrato la Messa con gli studenti delle Università pontificie, firmando la Lettera apostolica a 60 anni dalla dichiarazione conciliare ‘Gravissimum educationis’.

Nell’omelia della celebrazione, che ha aperto il Giubileo del mondo educativo, il papa ha chiesto che l’esperienza dello studio e della ricerca universitaria possa rendere gli studenti capaci di uno sguardo nuovo: “E’ bello pensare alla Chiesa, allora, che in questi mesi, celebrando il Giubileo, sperimenta questo essere in cammino, ricordando a sé stessa di avere costantemente bisogno di convertirsi, di dover sempre camminare dietro Gesù senza tentennamenti e senza la tentazione di sorpassarlo, di essere sempre bisognosa di Pasqua, cioè di ‘passare’ dalla schiavitù alla libertà, dalla morte alla vita. Spero che ciascuno di voi senta su di sé il dono di questa speranza e che il Giubileo sia un’occasione attraverso cui la vostra vita possa ripartire”.

Il papa è partito dal Vangelo per affermare che la Parola di Dio è liberante: “Una tale suggestione possiamo coglierla proprio dalla pagina del Vangelo appena proclamata , che ci consegna l’immagine di una donna curva la quale, guarita da Gesù, può finalmente ricevere la grazia di uno sguardo nuovo, uno sguardo più grande. La condizione dell’ignoranza, che spesso è legata alla chiusura e alla mancanza di inquietudine spirituale e intellettuale, assomiglia alla condizione di questa donna: essa è tutta curva, ripiegata su sé stessa, perciò le è impossibile guardare oltre sé stessa. Quando l’essere umano è incapace di vedere aldilà di sé, della propria esperienza, delle proprie idee e convinzioni, dei propri schemi, allora rimane imprigionato, rimane schiavo, incapace di maturare un giudizio proprio”.

Il pensiero del papa va diritto al cuore del racconto evangelico: “Come la donna curva del Vangelo, il rischio è sempre quello di restare prigionieri di uno sguardo centrato su sé stessi. In realtà, però, molte cose che contano nella vita (possiamo dire le cose fondamentali) non ce le diamo da noi stessi; le riceviamo dagli altri, giungono a noi e le accogliamo dai maestri, dagli incontri, dalle esperienze della vita”.

Invece il Vangelo è grazia: “E questa è un’esperienza di grazia, perché guarisce i nostri ripiegamenti. Si tratta di una vera e propria guarigione che, proprio come succede alla donna del Vangelo, ci permette di avere nuovamente una posizione eretta davanti alle cose e alla vita e di guardarle in un orizzonte più grande. Questa donna guarita ottiene la speranza, perché può finalmente alzare lo sguardo e vedere qualcosa di diverso, vedere in modo nuovo. Questo succede in particolare quando incontriamo Cristo nella nostra vita: ci apriamo a una verità capace di cambiare la vita, di distrarci da noi stessi, di farci uscire dai ripiegamenti”.

Quindi lo studio è una grazia: “Chi studia si eleva, allarga i propri orizzonti e le proprie prospettive, per recuperare uno sguardo che non si fissa solo in basso, ma è capace di guardare in alto: verso Dio, verso gli altri, verso il mistero della vita. Questa è la grazia dello studente, del ricercatore, dello studioso: ricevere uno sguardo ampio, che sa andare lontano, che non semplifica le questioni, che non teme le domande, che vince la pigrizia intellettuale e, così, sconfigge anche l’atrofia spirituale”.

Però è necessario uno sguardo nuovo: “Ricordiamolo sempre: la spiritualità ha bisogno di questo sguardo a cui lo studio della teologia, della filosofia e delle altre discipline contribuiscono in modo speciale. Oggi siamo diventati esperti di dettagli infinitesimali di realtà, ma siamo incapaci di avere di nuovo una visione d’insieme, una visione che tenga insieme le cose attraverso un significato più grande e più profondo; l’esperienza cristiana, invece, ci vuole insegnare a guardare la vita e la realtà con uno sguardo unitario, capace di abbracciare tutto rifiutando ogni logica parziale”.

E’ nn’esortazione ad avere uno sguardo ‘unitario’, come molti santi: “Vi esorto allora (lo dico a voi studenti e a tutti coloro che si impegnano nella ricerca e nell’insegnamento) a non dimenticare che di questo sguardo unitario ha bisogno la Chiesa di oggi e di domani. E guardando all’esempio di uomini e donne come Agostino, Tommaso, Teresa D’Avila, Edith Stein e molti altri, che hanno saputo integrare la ricerca nella loro vita e nel cammino spirituale, anche noi siamo chiamati a portare avanti il lavoro intellettuale e la ricerca della verità senza separarli dalla vita”.

Quindi ha sottolineato l’importanza dello studio che può trasformare: “E’ importante coltivare questa unità, perché quanto accade nelle aule dell’università e negli ambienti educativi di ogni ordine e grado non rimanga un astratto esercizio intellettuale, ma diventi una realtà capace di trasformare la vita, di farci approfondire la nostra relazione con Cristo, di farci comprendere meglio il mistero della Chiesa, di renderci testimoni audaci del Vangelo nella società”.

Però allo studio si collega l’educazione: “Educare somiglia al miracolo raccontato da questo Vangelo, perché il gesto di chi educa è rialzare l’altro, rimetterlo in piedi come Gesù fa con questa donna curva, aiutarlo a essere sé stesso e a maturare una coscienza e un pensiero critico autonomi.

Le Università Pontificie devono poter continuare questo gesto di Gesù. Si tratta di un vero e proprio atto d’amore, perché c’è una carità che passa proprio attraverso l’alfabeto dello studio, della conoscenza, della ricerca sincera di ciò che è vero e per cui vale la pena vivere. Sfamare la fame di verità e di senso è un compito necessario, perché senza verità e significati autentici si può entrare nel vuoto e si può perfino morire”.

(Foto: Santa Sede)

Un volume sui nuovi rapporti tra Cina e Santa Sede

La libertà religiosa è una questione complessa in Cina, con lo Stato che regolamenta le attività religiose e il ruolo delle organizzazioni religiose. Alcuni studiosi hanno esplorato come le interpretazioni del Diritto Cinese, in particolare da parte del Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo, possano assomigliare a concetti di common law o a interpretazioni giuridiche tradizionali cinesi. La Santa Sede ha reso disponibile il Codice di Diritto Canonico in cinese sul suo sito web, dimostrando di riconoscere la necessità di comunicare con i cattolici di lingua cinese.

Dibattiti accademici esplorano l’intersezione tra Diritto Canonico e Diritto Cinese, come quello del Simposio accademico intitolato ‘Religione e Stato di Diritto: Diritto Canonico e Diritto Cinese’, organizzato congiuntamente dall’Istituto Pu Shi per le Scienze Sociali di Pechino e dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Camerino, nello scorso 5 settembre 2022, rappresentando il primo scambio accademico tra le due parti sul tema del Diritto Canonico, a cui hanno partecipato 15 studiosi provenienti dall’Università di Pechino, dall’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, dall’Università di Scienze Politiche e Diritto della Cina, dall’Università di Camerino, dall’Università degli Studi di Napoli Federico II e dalla Pontificia Università della Santa Croce.

Quindi in questo contesto è stato pubblicato il libro ‘Canon Law & China Law’, primo volume di una collana edita in Cina, a Hong Kong, e curata dal prof. Liu Peng, direttore dell’Istituto Pu Shi per le Scienze Sociali di Pechino, e dal prof. Stefano Testa Bappenheim, docente di Diritto Ecclesiastico е Canonico alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Camerino, a  cui abbiamo chiesto di raccontare il motivo di un volume sul diritto canonico e sul diritto degli Stati:

“Ma, guardi, il diritto canonico è un po’ come il nero, va su tutto. Parlando seriamente, la Chiesa offre consistenza giuridica alla vita religiosa con il diritto canonico, con cui da venti secoli, superando le varie difficoltà spirituali e materiali, la Chiesa cattolica ha cercato di mantenere uniti i proprî fedeli, accompagnandoli con la grazia dei sacramenti sino ai confini della terra, formando i loro animi, determinandone la morale, solennizzandone i matrimoni, impiegando per il bene comune le risorse materiali. Il diritto canonico, nel corso dei secoli ed ancor oggi, si rivolge a tutti, adattando il linguaggio ad ogni situazione, con il fervore guidato dalla disciplina, attraverso la coordinazione degli scopi e l’abile variazione dei mezzi, ed appunto il Codice vigente, del 1983 con le successive modifiche, sostanzia un diritto canonico fiducioso, positivo ed energico”.

La novità è che è il primo volume di una collana edita in Cina: come è stato possibile?

“E’ stato possibile grazie al fatto che in questi ultimi 20 anni, sotto gli occhi di tutti, è avvenuto un fortissimo avvicinamento della Cina nei confronti dei vari protagonisti della scena internazionale, con l’ingresso nel WTO, i giochi olimpici… In questa prospettiva, già nel 1999, con il documento 26, il Comitato centrale del Partito comunista cinese decise di procedere verso la normalizzazione delle relazioni fra Repubblica Popolare Cinese e Santa Sede. Anche grazie alla maggiore internazionalizzazione dei rapporti, poi, è possibile che le autorità cinesi si siano rese conto che il fattore sociale e religioso non è causa di instabilità sociale, e può invece, da un lato, instillare un’etica anticorruzione, e dall’altro colmare quel vuoto spirituale che non può essere soddisfatto dal puro e semplice consumismo, a seguito forse di un certo intiepidimento del materialismo scientifico d’impronta marxista.

Il presidente Xi Jinping, inoltre, in gioventù ha vissuto per alcuni anni negli USA, quando era ancora un funzionario in carriera, avendo così modo di sperimentare dal vivo il principio del ‘wall of separation’, che c’è negli Stati Uniti, ovvero uno Stato ch’è sì autonomo e indipendente dalle confessioni religiose, ma non è aggressivo nei loro confronti, come invece abbiamo altri esempi in giro per il mondo. Può darsi che questa constatazione del fatto che Stato e confessioni religiose possano convivere pacificamente, abbia influenzato la sua formazione e le sue opinioni in questo campo”.

Il volume è frutto di un convegno organizzato a Camerino: cosa significa questa collaborazione tra le università italiane e quelle cinesi?

“Da un lato una delle principali qualità del professore universitario è la curiosità, che lo motiva alla ricerca, all’esplorazione, all’approfondimento, in qualunque settore dello scibile umano, perché sa di non sapere, e, d’altro canto, un’Università non è, non può essere, una monade senza porte e finestre: nello specifico, Italia e Cina sono emblema della civiltà orientale e di quella occidentale, e hanno scritto alcuni dei più importanti e significativi capitoli della storia della civiltà umana. I contatti tra le due grandi civiltà, cinese e italiana, affondano le loro radici nella storia.

Già più di duemila anni fa, infatti, la dinastia Han inviò Gan Ying in missione alla ricerca di ciò che chiamavano ‘Da Qin’ o ‘Grande Qin’, e che era l’Impero romano, mentre il sommo poeta Virgilio ed il geografo romano Pomponio Mela fanno molteplici citazioni del ‘Paese della seta’. E’ dunque naturale che questi contatti si siano oggi incanalati nella collaborazione fra Università italiane e cinesi”.

I rapporti tra la Santa Sede e la Polonia dopo la Seconda Guerra Mondiale possono essere interessanti per i rapporti con la Cina?

“Certamente, perché dimostrano la possibilità d’avviare relazioni diplomatiche fra uno Stato ufficialmente ispirato e guidato dalla dottrina marxista e la Santa Sede”.

In quale modo papa Leone XIV potrà ‘gestire’ i rapporti con Pechino?

“Guardi, dovrà semplicemente fare quello che fecero i suoi predecessori: già nel 1245 infatti, Sinibaldo Fieschi, papa Innocenzo IV, nel quadro del Concilio di Lione, aveva inviato un legato pontificio, il francescano Giovanni da Pian del Carmine, al Can dei Tartari, per favorire la conversione al cristianesimo e dissuadere dall’invadere l’Europa. Dopo la missione di Marco Polo, papa Niccolò IV, Girolamo Masci, il primo pontificio francescano, inviò il confratello Giovanni da Montecorvino, che giunse in Cina nel 1294 e tradusse il Salterio, il Nuovo Testamento e il Messale in Tartaro. Papa Clemente V ne dispose poi la consacrazione come arcivescovo di Pechino.

Secoli dopo il testimone venne raccolto dal gesuita p. Matteo Ricci, originario di Macerata, fino al blackout provocato dalla questione dei riti. All’inizio dello scorso secolo abbiamo avuto un nuovo ‘Matteo Ricci’, cioè il vescovo veneto, poi cardinale, Celso Costantini, che è davvero un nuovo apostolo della Cina. Quindi il rispetto e l’attenzione della Chiesa, della Santa Sede, verso la Cina è stata costante nel corso dei secoli”.

Quindi l’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese potrà essere ratificato definitivamente con papa Leone XIV?

“L’accordo purtroppo è segreto, quindi non sappiamo esattamente cosa dica. Possiamo ipotizzare sia stata prevista una qualche forma di consultazione tra Santa Sede e Governo cinese in merito alla nomina dei Vescovi, cosa peraltro abbastanza comune sia nei secoli passati in Europa che nei concordati di inizio Novecento. Sarà infatti solo il decreto di papa san Paolo VI, ‘Christus Dominus’ del 1965, a dire al numero 20 che in avvenire non sarebbero più stati concessi alle autorità civili diritti, privilegi di elezione, nomina e presentazione dei vescovi, ed a pregare le autorità civili che ancora li avessero, per ragioni concordatarie, di rinunziarvi. Immagino che l’obiettivo della Santa Sede resti quello, con tempistiche però che non si possono prevedere”.

Quanto è importante la libertà religiosa nei rapporti della Santa Sede con gli Stati?

“E’ estremamente importante, perché, come dice il canone 1752 del Codice di diritto Canonico, ‘salus animarum suprema lex’ (la salvezza delle anime è la legge suprema) ed alla Chiesa ed alla Santa Sede interessano le anime, a prescindere dal sistema politico”.

(Tratto da Aci Stampa)

Mons. Paolo Bizzeti: la pace è convivenza accogliente e rispettosa dei diritti e della dignità di ogni persona

E’ stato annunciato in questi giorni che il primo viaggio apostolico di papa Leone XIV sarà in Turchia e Libano (27 novembre-2 dicembre) con pellegrinaggio all’antica Nicea a 1700 anni dal Concilio.Abbiamo chiesto quale valore assume questo gesto alvescovo Paolo Bizzeti, dal 2015 al 2024 vicario apostolico dell’Anatolia, che ha commentato: “Visitare il gregge di persona e portare la vicinanza del Buon Pastore è il senso di questi viaggi papali. La Turchia e il Libano sono paesi importantissimi non solo per il passato cristiano ma anche per l’oggi della vita cristiana: sono un laboratorio in cui dobbiamo essere presenti attivamente e umilmente. L’anniversario di Nicea è un’occasione per ravvivare lo spirito che animò i padri conciliari: esprimere in termini e categorie nuove la propria fede, cercando ciò che unisce”.

Mons. Paolo Bizzeti, che per alcuni anni è stato anche docente della Facoltà teologica del Triveneto, ha presieduto lo scorso 8 ottobre la celebrazione eucaristica di apertura dell’anno accademico 2025/2026. Nell’occasione ha rilasciato un’ampia intervista (pubblicata nel sito della Facoltà www.fttr.it) sulla sua esperienza in Turchia, sul tema della pace e della condivisione possibile fra le religioni.

In questa terra dalle molte anime, etniche, culturali, religiose, il cristianesimo ha una tradizione vivissima, insediata fin dai primordi, sebbene oggi ridotta a numeri modesti: “Oggi i cattolici sono una minoranza insignificante e tuttavia viva, accettando di essere marginali ma consapevoli del dono di credere in Gesù salvatore. Ci sono poi i rifugiati cristiani che provengono dai paesi vicini e i neofiti che saranno probabilmente la chiesa del prossimo futuro. Ed essendo tutte le confessioni cristiane costituite da numeri assai piccoli, la collaborazione ecumenica è vivace e serena, accettando le differenze, costitutive da secoli”.

I rapporti con il mondo islamico, aggiunge, “sono molto variegati a seconda degli interlocutori e del taglio di ogni corrente dello stesso mondo islamico. L’Islam politico è molto preoccupato della propria leadership anche a causa di una dissennata politica occidentale che ha danneggiato molto il cristianesimo, ad esempio con le due sciagurate guerre del Golfo”.

La Turchia (o meglio) come afferma mons. Bizzeti, le molte Turchie “è un grande laboratorio di diversità che devono imparare a vivere insieme: non c’è alternativa. Il governo attuale è al potere da moltissimi anni e tanta gente desidera un cambiamento, non mi sembra sia scandaloso. Però i grandi detentori del potere mondiale non devono condizionare la ricerca del popolo turco di un proprio assetto. Tra Europa e Turchia credo si debbano trovare forme reali di collaborazione, uscendo dal vicolo cieco di un sì o un no totalizzanti”.

Il vescovo ha parlato della pace definendola come “il frutto di una convivenza dove l’altro è accolto nella sua diversità, rispettando i diritti umani e la dignità di ogni persona”. Anzitutto, “tutti gli uomini religiosi devono essere risoluti nel vietare l’uso del nome di Dio per giustificare la violenza o la conquista della terra. Sulla terra siamo tutti ospiti di Dio”. Ed ha aggiunto: “Non è giustificabile l’invasione di terre altrui o bombardamenti che negano il diritto internazionale, le risoluzioni dell’ONU, così come misure di ritorsione economica che di fatto rafforzano i gruppi al potere e affamano il popolo”.

La libertà di scelta religiosa poi è considerata un pilastro irrinunciabile della pace e non va relegata all’interiorità: “Ma le religioni devono accettare che l’unico Dio ha molte strade diverse per condurre gli uomini alla salvezza, purché rispettino la dignità e uguaglianza di ogni membro della famiglia umana, particolarmente quella delle persone più vulnerabili”.

Infine, per molti anni presidente di Caritas Anatolia, che in questi anni è stata chiamata a un grande impegno per la popolazione provata dalla guerra, dal dramma dei profughi provenienti da Siria, Afghanistan, Iraq e Iran, e dal terribile terremoto del 6 febbraio 2023, il vescovo ha sottolineato come “anzitutto i poveri ci aiutano a fare verità, a guardare con altri occhi il mondo che abbiamo costruito.

Allora si comprende che abbiamo bisogno di cambiare la nostra civiltà, disumana e poco progredita in umanità. Inoltre, i rifugiati cristiani che io seguo in Turchia e in Italia sono una grande risorsa e non ha senso chiudere le porte per paura, quando invece essi ci portano una ventata di novità e di fede viva, insieme ai loro molti problemi che però sono l’occasione per uscire da noi stessi e dare un senso alla nostra vita e alle nostre risorse. In concreto noi adesso aiutiamo nel cercare lavoro e casa in modo da dare dignità e possibilità di un buon inserimento a questi fratelli e sorelle: è un vantaggio per tutti”.

L’intervista integrale: https://www.fttr.it/la-pace-e-convivenza-accogliente-e-rispettosa-dei-diritti-e-della-dignita-di-ogni-persona/

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