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Per i cattolici è stata offesa la memoria del presidente Oscar Scalfaro
Prima della pausa estiva il Parlamento italiano ha offerto uno ‘spettacolo’ che nessun italiano avrebbe immaginato, suscitando reazioni nel laicato cattolico e nella famiglia del presidente della Repubblica Italiana, Oscar Luigi Scalfaro, dovute alle ‘accuse’ di Galeazzo Bignami, capogruppo di FdI alla Camera dei Deputati, tanto che ha spinto ad intervenire anche l’Azione Cattolica Italiana, associazione in cui Scalfaro ha militato sin da quando aveva 11 anni, ricordando l’intervento di Scalfaro alla festa dei giovani del 10 maggio 1997, allo stadio Olimpico.
In quell’ occasione il presidente della Repubblica spiegò la sua scelta di portare sempre con sé il distintivo dell’associazione, proprio per il ruolo che ebbe nell’educarlo alla libertà in pieno regime fascista: “Porto questo distintivo perché l’Azione Cattolica è il luogo dove mi hanno insegnato cos’è la libertà, e mi hanno anche insegnato che quando si deve battagliare per la libertà, prima si battaglia per la libertà degli altri e poi per la propria”.
L’incontro con 30.000 giovani avvenuto il 10 maggio 1997 è stato ricordato dal responsabile del settore degli adulti dell’Azione Cattolica Italiana, Paolo Seghedoni, in un articolo apparso sul blog ‘Il Chiostro’, in cui ha sottolineato la scelta di quel distintivo: “Il Presidente Scalfaro, infatti, portava sempre il distintivo dell’Azione Cattolica e più volte aveva dato conto di questa scelta, così particolare.
Quell’episodio, e quella spiegazione così limpida (‘prima si battaglia per la libertà degli altri e poi per la propria’), tornano alla memoria alla luce delle parole usate dal capogruppo alla Camera dei Deputati di Fratelli d’Italia, l’onorevole Galeazzo Bignami durante il dibattito sulle chat tra l’ex sottosegretario Delmastro e Mauro Caroccia, indagato insieme alla figlia per riciclaggio e intestazione fittizia di beni, con l’aggravante mafiosa”.
Per questo il vicepresidente di Azione Cattolica Italiana ha ristabilito la memoria: “L’onorevole Bignami dice «forse ricordo male» e ha perfettamente ragione. Ricorda male. Nel novembre 1993 non furono liberati 300 mafiosi, ma per 334 detenuti non venne prorogato il regime del 41-bis (passarono al carcere ordinario, senza uscire di prigione). La responsabilità di quella scelta fu assunta dall’allora Guardasigilli Giovanni Conso, non dal Presidente Scalfaro che, naturalmente, non aveva alcun potere in materia.
E’ appena il caso di ricordare che Oscar Luigi Scalfaro era democristiano e che fu eletto da uno schieramento ampio Presidente della Repubblica al culmine di uno stallo molto preoccupante, due giorni dopo la strage di Capaci che uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani”.
Quindi Paolo Seghedoni ha invitato a non travisare la storia: “L’onorevole Bignami, in questo caso, dimostra di ricordare male più di un particolare e di avere una memoria confusa della storia del nostro Paese. Il Presidente Oscar Luigi Scalfaro ha sempre amato e servito la Costituzione, lo ha fatto con la libertà imparata da chi gli ha insegnato che ‘quando si deve battagliare per la libertà, prima si battaglia per la libertà degli altri e poi per la propria’”.
Per questo anche la famiglia ha stigmatizzato l’intervento con il nipote Paolo Cattaneo: “Ho ricevuto tante telefonate di gente indignata. Quello che è penoso è che un parlamentare non si documenti, l’ignoranza è una cosa brutta, è da combattere. Si ha la sensazione di un intervento di gente che è alla canna del gas, che è disperata e che per attaccare gli altri tira fuori un presidente della Repubblica morto da quasi 15 anni. Cosa dire? Compassione, poveracci”.
In un articolo apparso sul Corriere della Sera nel 2012 in occasione della morte, il prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, lo ha definito un ‘cattolico fervente’: “La partecipazione all’Azione Cattolica negli ultimi anni del regime significava formarsi in una prospettiva non fascista ed in una visione alternativa al regime.
Gli studi giuridici nell’Università Cattolica di padre Gemelli avevano rafforzato in lui il senso del valore del diritto e della legge. Per lui la Chiesa ed il diritto erano la patria della libertà e del valore della persona. I lavori della Costituente lo avevano fatto partecipare giovanissimo a quel processo di scrittura della Costituzione, che (vari decenni dopo) era per lui il testo di riferimento della vita pubblica italiana.
Cattolicesimo fervente, senso della legge, valore della Costituzione erano componenti decisive di questo democristiano anomalo che, nel clima romano del secondo dopoguerra, non si era piegato a facili intese o accomodamenti. Non era stato affascinato dal riformismo sociopolitico e ecclesiale di Giuseppe Dossetti. Non era tenero nei confronti dei comunisti, proprio guardando alle persecuzioni nell’Est europeo”.
Per questo, ha scritto ancora il prof. Riccardi, non poteva essere ‘etichettato’, come ha fatto l’on. Bignami, non conoscendo la storia del cristianesimo contemporaneo: “Era un cattolico non facilmente catalogabile: non clericale, non cattolico adulto, ma certo cristiano fervente. Bisognerebbe indagare di più sulla spiritualità di Scalfaro, mai nascosta. Il suo cattolicesimo era tradizionale. Ben da prima del Vaticano II, era un amico dell’ebraismo e di Israele.
La sua pietà era fortemente mariana. Anzi aveva a lungo manifestato interesse per il messaggio della Madonna di Fatima con la sua valenza per una rinascita dell’Europa caratterizzata dalla fine del comunismo. Anche durante la sua carriera politica, aveva parlato nelle chiese e tenuto conferenze religiose. La Bibbia e il Vangelo gli erano molto familiari. Assisi e San Francesco erano riferimenti per la sua pietà personale”.
Nel 2017 il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, così lo ha ricordato a cinque anni dalla morte: “Sono trascorsi cinque anni dalla morte di Oscar Luigi Scalfaro, uno dei costruttori della nostra democrazia, che ha servito il Paese con passione, coerenza e rigore morale, contribuendo al rafforzamento delle istituzioni in momenti non facili. Scalfaro ha impegnato la sua intelligenza e la sua umanità, sin dalla Liberazione e dall’Assemblea Costituente, nella concreta realizzazione di quegli ideali di libertà, di coesione sociale, di uguaglianza nei diritti e nei doveri, alla base poi del testo costituzionale.
La Costituzione divenuta per lui, giorno dopo giorno, non soltanto la pietra angolare su cui è edificata la nostra casa comune, ma un elemento fondante la sua testimonianza, il traguardo a cui tendere sempre, per migliorare il nostro modello sociale e allargare le opportunità e le libertà…
Convinto del fondamento etico della politica democratica, Oscar Luigi Scalfaro ha accompagnato dal Quirinale una stagione di cambiamenti profondi, che hanno segnato la storia repubblicana. La sua linea-guida è sempre stata l’interesse dell’Italia, con la salvaguardia ed il rafforzamento dei valori costitutivi, primo fra tutti l’unità nazionale. Alla sua figura continua ad andare l’ammirazione ed il pensiero riconoscente degli italiani”.
(Foto: Azione Cattolica Italiana)
XVI Domenica Tempo Ordinario: le parabole del regno e la pazienza misericordiosa di Dio
La liturgia oggi presenta tre parabole di Gesù, ciascuna di esse esprime le vera natura del regno di Dio e della Chiesa. Inizialmente questo regno appare minuscolo, come un granello di senapa, è nascosta come il lievito in mezzo alla massa di farina. I figli di questo regno sono chiamati a coesistere pazientemente con accaniti avversari (abbiamo ottimo seme e zizzania). Con queste tre parabole Gesù traccia la storia del suo regno, della sua Chiesa nella storia.
La parabola del ‘granellino di senapa’ che diventa albero evidenzia la crescita provvidenziale di questo regno: all’inizio, alla origini appare come qualcosa di insignificante: punto focale: la passione, morte in croce di Gesù; la Croce considerata uno scandalo per gli ebrei, cosa incredibile per i pagani. Questo ‘Crocifisso’ incute paura agli Ebrei e ai Romani; tutti lo temono da vivo e da morto e faranno custodire la sepoltura con picchetti armati di sodati ebrei e romani. Questa Chiesa che nasce da Cristo risorto è chiamata ad espandersi come una grande famiglia e verrà per secoli perseguitata.
Questa Chiesa è come un pizzico di lievito in mezzo ad una massa di farina ed è chiamata a trasformare l’intera umanità. Il mondo conosceva sino ad allora la potenza dell’impero romano; conosceva la schiavitù assai diffusa e la stessa donna considerata più come oggetto che soggetto di diritti e di doveri; nel nuovo Regno di Dio non esiste schiavo e libero, ma l’uomo con tutti i suoi diritti e doveri e la donna con pari dignità dell’uomo. Il messaggio di Cristo parla di libertà ed uguaglianza; l’uomo (maschio o femmina) creato ad immagine di Dio è chiamato alla salvezza eterna.
La terza parabola: la zizzania seminata in mezzo al grano, della quale Gesù stesso fa il commento, evidenzia una Chiesa istituita in favore degli uomini, che Gesù vuole tutti salvi, ma rispetta la libertà dei singoli. In questa Chiesa opera Gesù, il Figlio dell’uomo, ma è presente purtroppo anche Satana, il padre della menzogna. Dio semina ottimo grano, ma satana vi sparge zizzania. La Chiesa nel mondo non è un ‘orto chiuso’ o come l’arca di Noè (chi è dentro si salva, chi è fuori annega). Gesù rispetta la libertà dell’uomo, vuole la salvezza di tutti, ma satana, il tentatore, il padre della menzogna sparge zizzania.
Cosa fare? Estirpare l’erba cattiva per far crescere solo l’erba buona potrebbe danneggiare il buon seme: sarebbe un intervento ingenuo e deleterio e si farebbe solo l’interesse di satana: è necessario lasciar convivere insieme il seme buono e la zizzania sino al momento della mietitura; poi il seme buono servirà a riempire i granai del cielo; la zizzania verrà raccolta per essere bruciata. Non basta, amico che ascolti, evitare il male, è necessario operare il bene; il diavolo non teme chi gli fa la guerra anche con tutte le forze; ha paura di chi ama, di chi perdona ed è misericordioso.
Allora, dirà Gesù: fateli crescere insieme, verrà il momento della mietitura. Il mondo non è costituito da buoni e cattivi: ci sono sempre buoni che possono diventare cattivi; ci sono cattivi che possono convertirsi e diventare buoni. L’uomo non è un oggetto ma è una persona che può sempre cambiare, convertirsi; non esistono sulla terra uomini cattivi destinati all’inferno ed uomini buoni destinati al paradiso.
Ricordate la parabola del figlio prodigo, che si riduce a guardiano i porci, ma il padre aspetta sempre con pazienza, con fiducia e quando questi rientra, si converte, il Padre lo abbraccia: ‘Questo figlio era perduto ed è stato ritrovato; era morto ed è risuscitato’. La pazienza di Dio è grande, infinita; è misericordia e perdono: finisce all’inferno solo chi vuole dannarsi, ma il cuore di Dio è misericordia ed amore. L’uomo è stato creato libero e Dio ha voluto iniziare con l’uomo ‘una storia di amore’.
Il progetto divino contempla anche la presenza del male nel mondo, la presenza della zizzania seminata dal padre della menzogna; il male non va giustificato, perché è sempre male, ma va considerato con gli occhi sereni e pazienti di Dio. Così a Giuda che lo sta tradendo, Gesù lo chiama: ‘amico, con un bacio ma tradisci?’; Giuda andò ad impiccarsi, Pietro piange il suo peccato e Gesù gli conferisce il primato nella Chiesa: ‘pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle’. Al buon ladrone pentito, che si raccomanda a Gesù ‘ricordati di me’, Gesù risponde: ‘Oggi sarai con me in paradiso’.
La pazienza di Dio si chiama ‘amore’ ed è amore infinito, è provvidenza, è perdono. Preoccupiamoci di essere il buon terreno che accoglie il seme, operiamo il bene, testimoniamo con le parole e le opere l’amore di Dio. Al resto penserà il Signore, Padre e misericordia infinita.
XIV Domenica Tempo Ordinario: il Regno di Dio, Regno di libertà e amore!
Il brano del Vangelo evidenzia la natura del regno di Dio, assai diversa dei regni umani o della storia. Questo è un regno dove Gesù vuole tutti salvi; ma in esso predilige i cosiddetti: ‘poveri di Javhé’, quanti cioè non ripongono la loro fiducia nel potere materiale, nella cultura, nelle ricchezze o nelle capacità umane, ma, al contrario, riconoscono la propria fragilità e ripongono la loro fiducia in Dio; un regno dove domina lo spirito del discorso della montagna sulle beatitudini. La logica del mondo, infatti, è opposta alla logica di Dio; da qui la parole di Gesù: ‘Ti rendo lode, Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e li hai rivelate ai piccoli’.
Si era infatti a Cafarnao, all’indomani di un periodo di apparenti insuccessi. Giovanni Battista era stato arrestato; Gesù era duramente contestato dai sapienti del tempo, dai capi del popolo, dai farisei e dalla classe sacerdotale. In questa area di apparente sconfitta Gesù esclama: ‘Ti benedico, Padre, e ti ringrazio perché ti sei rivelato ai piccoli’; il posto dei ‘grandi’ è stato ora occupato da pescatori, poveri, ammalati, vedove e pubblicani. I peccatori, i piccoli, gli ultimi della classe hanno capito la rivoluzione portata da Gesù che invita: ‘Venite a me, voi tutti che siete affaticati, oppressi, stanchi ed io vi ristorerò’.
Gesù è accanto a chi si sente debole e chiede aiuto; Egli è venuto per cancellare la vecchia immagine di Dio giudice, accusatore implacabile e ci presenta la vera immagine di Dio: il Padre che abbraccia il figlio prodigo o il pastore che stringe a sé la pecorella smarrita. Un linguaggio nuovo; chi può capirlo? Non certamente i sapienti o quanti confidano nelle proprie forze, ma solo gli umili: chi come Mosè davanti a Dio, che parla dal roveto ardente, si toglie i sandali perché davanti a Dio; lo capisce Abramo, l’uomo dalla fede profonda, che, chiamato da Dio, lascia tutto, pronto a partire verso una terra sconosciuta.
Lo ha capito Maria che all’annuncio dell’Angelo: ‘Diventerai madre e il bimbo sarà il Figlio di Dio’ risponde con umiltà: ‘Sono la serva del Signore’, lo capiscono gli Apostoli, gente semplice, che, chiamati da Gesù, lasciano tutto e lo seguono. Da qui le parole di Gesù: ‘Prendete il mio giogo su di voi, imparate da me che sono mite ed umile di cuore’. Quando si ama non pesa ciò che si soffre per la persona amata; l’amore rende leggere le cose pesanti e difficili.
Il Regno di Dio è quel regno che fa scoprire all’uomo la vera dignità: dove vivere è amare, amare è servire; solo chi ama è persona veramente libera. Un regno perciò di amore e di libertà vera. Parlare di libertà oggi è di moda: tutti parlano e difendono la libertà ma spesso finiscono con affermare e difendere la schiavitù perché si fa prevalere l’interesse, l’egoismo, l’arrivismo. Gesù e solo Gesù è la verità che ci rende uomini liberi; il suo è vero regno di libertà e di amore.
Può cogliere la natura di questo regno solo chi accetta Gesù come Figlio del Padre, vero Dio e vero uomo; solo chi ha una fede profonda come Abramo, come il bambino: la fede dei deboli e non quella dei sapienti o che si reputano tali. Come vedi, non basta essere piccoli o fragili per accogliere il regno di Dio; è necessario farsi piccoli, riconoscere di non bastare a se stessi, che necessita la presa di coscienza della propria fragilità.
Il Vangelo non condanna l’intelligenza ma la superbia; non si oppone alla sapienza ma allo stupido orgoglio. Bisogna imparare l’arte del giusto sentire di sé. Solo chi è umile, è veramente uomo perché riconosce, ha la consapevolezza dei propri limiti e della propria fragilità e sente il bisogno di mettersi nelle mani di Dio, grande e misericordioso, di Dio che è amore. Segreto profondo di Cristo Gesù è la sua identità con Dio Padre, al quale Egli si rivolge chiamandolo ‘Abbà’, cioè Papà. A quanti accolgono Gesù come Figlio del Padre, Gesù dice loro: ‘Chi vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua’.
Gesù esorta così a vivere nella gioia la propria vocazione di uomini e di figli di Dio mentre non nasconde i momenti difficili: portare la croce, ma assicura a tutti la sua presenza, la sua gioia: ‘Il mio giogo è dolce, il mio peso è leggero! Venite a me ed io vi ristorerò’. Fede profonda e amore sincero sono le due componenti essenziali per entrare nel regno di Dio.
Contro tutti i mali dell’uomo: stanchezza fisica, psicologica, buio spirituale, oppressione sociale, economica, politica: mali che affliggono l’uomo di ieri e di oggi, Cristo Gesù fa risuonare una parola di speranza: ‘Coraggio, venite a me ed Io vi ristorerò’. Da qui due doni imperituri: L’Eucaristia e il dono di Maria sua madre, come nostra madre: ‘Donna, ecco tuo figlio… Giovanni, ecco tua madre!’
Papa Leone XIV agli americani: la libertà è difesa della vita
“Cari amici e amiche, sono onorato di ricevere la Liberty Medal del National Constitution Center in questo anno che segna il 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti d’America con la firma della Dichiarazione d’Indipendenza il 4 luglio 1776. Alla vigilia di questa occasione storica, rivolgo un caloroso saluto a tutti coloro che sono riuniti al National Constitution Center di Filadelfia”: così inizia il messaggio di papa Leome XIV in occasione dell’accettazione della ‘Liberty Medal of the National Constitution Center’, per la festa dell’Indipendenza americana.
Una dichiarazione per un Paese libero grazie agli immigrati: “In quanto figlio di questo grande paese, fondato da uomini e donne coraggiosi che sognavano la libertà ed una vita migliore per sé stessi e per i propri figli, mi unisco a voi nell’invocare la benedizione di Dio sul futuro dell’America, affinché i nobili ideali sanciti all’inizio della Dichiarazione d’Indipendenza possano continuare a guidare il prosperare della nazione nell’unità, nella giustizia e nella pace”.
Ma anche un appello a non tradire la legge ‘naturale’: “Fin dalla nostra giovinezza, la maggior parte di noi ha ammirato l’eloquenza di quelle parole, con il loro forte appello alla legge naturale e al Dio della natura come fondamento della loro affermazione che tutti gli uomini e le donne sono creati uguali e dotati dal loro Creatore di determinati diritti inalienabili, tra cui il diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità”.
Quindi ha sottolineato che, sebbene la dichiarazione richiami l’Illuminismo, essa si fonda su una visione biblica: “Sebbene formulata nel linguaggio dell’Illuminismo, tale affermazione trova in ultima analisi fondamento in una concezione della persona umana ispirata alla grande visione biblica dell’uomo e della donna creati a immagine divina. E’ proprio qui, infatti, che scopriamo il fondamento della dignità umana; una dignità che precede l’istituzione di qualsiasi stato e la cui tutela costituisce il suo scopo stesso”.
Questa Dichiarazione, negli anni seguenti, ha ‘ispirato’ la concezione di libertà per molti popoli: “In questi ultimi duecentocinquanta anni, per tanti popoli nel mondo, è stata la ferma determinazione a realizzare la nobile visione dei fondatori della nazione a rendere l’America sinonimo di libertà, mentre il paese apriva le sue porte a ondate successive di immigrati, consentendo a loro e ai loro figli di svolgere il proprio ruolo nel plasmare il futuro della nazione.
E’ stato proprio questo amore per la libertà a ispirare gli Stati Uniti, nelle ore più buie del secolo scorso al tempo delle due guerre mondiali, a guardare oltre i propri confini e, con grandi sacrifici, a difendere la causa della libertà al di là di essi”.
Però il percorso alla libertà non è stato sempre lineare: “Come ogni americano sa, tuttavia, il percorso verso la costruzione di una società che incarnasse quegli alti ideali di libertà e giustizia per tutti non è stato sempre facile e, sotto molti aspetti, è ancora un’opera in corso. Lo sforzo per realizzare questa visione è un impegno che deve essere ripreso di generazione in generazione – di fronte a sfide sempre nuove”.
Comunque la Dichiarazione americana ha il merito di aver dato ‘dignità’ alla vita: “Il primo diritto sancito dai fondatori della nazione fu il diritto alla vita, poiché nessuno, se privato della vita, può godere della libertà né perseguire la felicità. La vitalità di un paese è profondamente legata al valore che esso attribuisce alla vita umana in ogni sua forma e condizione, riconoscendo la dignità conferita a ogni persona umana in virtù della sua stessa esistenza”.
Un diritto alla vita che va salvaguardato: “Il valore intrinseco di ogni vita umana ha spinto i cuori nobili di intere generazioni a lodare le meravigliose opere del Creatore e a porsi in atteggiamento di riverenza di fronte a un dono così prezioso. E’ proprio questa riverenza, infatti, che dobbiamo continuare a coltivare, una riverenza che commuova i cuori delle persone e ispiri leggi che riconoscano e salvaguardino il dono dal momento del concepimento fino alla morte naturale”.
Diritto alla vita che non può essere disgiunto dalla libertà: “E’ sempre la riverenza che ci aiuta a scoprire che siamo custodi e accompagnatori di coloro che ci sono stati affidati. A questo proposito, la grandezza morale di una nazione si manifesta soprattutto nella sua capacità di sostenere, proteggere e valorizzare la vita di tutti, specialmente dei più vulnerabili e di coloro il cui valore viene messo in discussione.
Dopo il diritto alla vita, la libertà era ed è preminente tra i principi venerati dagli uomini e dalle donne che hanno cercato entro i confini di questa nazione un nuovo inizio, spesso equiparandola a una speranza prima inimmaginabile”.
Libertà fondata sulla verità: “Essa si fonda sulla capacità della persona umana di conoscere la verità e di aderire al bene, anche a caro prezzo; un sacrificio ben noto a molti di coloro che hanno faticato per plasmare questo paese. Il desiderio di verità e libertà, così come la stessa ricerca della felicità, continua a ispirare persone di tutte le generazioni a porsi domande fondamentali sul senso della vita, sul nostro scopo ultimo e, in effetti, su Dio; ed è proprio dei cuori magnanimi sforzarsi di rispondere a queste domande con sincerità”.
Una libertà che chiama in ‘causa’ anche quella religiosa: “E’ questa libertà che considera sacra la sfera interiore della persona, dove si formano le convinzioni e dove la coscienza può guidare le decisioni prese nell’intimità del cuore umano. Questa stessa libertà garantisce anche il diritto di ogni persona di praticare il proprio culto secondo il proprio credo, nonché il diritto degli individui, delle comunità e delle associazioni di esprimere pubblicamente la propria fede.
Infatti, la libertà religiosa ha dato origine alla tradizione americana di favorire il dialogo interconfessionale e la cooperazione interreligiosa nel promuovere il bene comune e nell’arricchire i dibattiti sulle grandi questioni morali ed etiche che la nazione ha dovuto affrontare e che hanno plasmato il corso della sua storia”.
Da questi principi deriva l’unità degli Stati Uniti: “L’unità ha dato forza a quel sogno, dando origine, sotto Dio, agli Stati Uniti d’America. E pluribus unum, da molti, uno. Affinché una nazione possa prosperare, deve essere veramente unita; unita non da obiettivi legati a imprese momentanee, ma da ideali che non svaniscono con il passare del tempo.
Possano i principi su cui abbiamo riflettuto oggi (la dignità umana condivisa, l’uguaglianza e i diritti sanciti nella Dichiarazione d’Indipendenza) essere sempre fonte di tale unità e una luce guida per il presente e per gli anni a venire”.
Concetti ribaditi ieri nella lettera per il conferimento della Liberty Medal del National Constitution Center di Philadelphia: “Per due secoli e mezzo, generazioni di americani hanno lavorato insieme per portare avanti questi principi, attraverso il sacrificio, il servizio, l’innovazione e la partecipazione civica. Questo anniversario rappresenta un invito non solo a celebrare lo straordinario percorso della nazione, ma anche a riflettere sulle responsabilità che i figli e le figlie di questo Paese hanno gli uni verso gli altri e verso le generazioni che erediteranno la nazione che si sta plasmando oggi”.
E tra i principi fondamentali c’è la libertà religiosa: “Tra i principi più preziosi vi è la libertà religiosa: il diritto di ogni persona di professare la propria fede secondo coscienza e di praticarla apertamente, senza coercizione né timore. Nel celebrare questo anniversario, è importante riconoscere che la libertà di religione è da sempre un elemento centrale della promessa americana, a tutela sia della dignità individuale sia della pacifica convivenza di un popolo eterogeneo”.
Libertà religiosa che consente uno sviluppo democratico, come scrisse papa Leone XIII nell’enciclica ‘Sapientiae Christianae’, rendendo il cristiano ‘consapevole del dovere’: “Questa stessa libertà ha permesso alla Chiesa cattolica di radicarsi e prosperare negli Stati Uniti, a vantaggio non solo dei suoi fedeli, ma dell’intera nazione. Come figli e figlie fedeli della Chiesa, i cattolici sono chiamati a permeare ogni aspetto della loro esistenza con la carità di Cristo, vivendo il Vangelo nelle circostanze della vita quotidiana.
Questo modo di vivere ha dato origine ai numerosi benefici che la Chiesa ha apportato nel corso degli anni allo sviluppo di questa nazione. In particolare, ricordo il suo impegno in ambiti quali l’istruzione, l’assistenza preferenziale ai poveri, la sanità e i servizi sociali di base, solo per citarne alcuni…
Tra i principi che hanno guidato lo sviluppo di questo Paese vi è anche la dignità, conferita da Dio, di ogni vita umana, poiché ogni persona è dotata di un valore intrinseco che esige rispetto, protezione e cura. In questo spirito, una piena comprensione di questa dignità porta a riconoscere l’importanza di salvaguardare la vita umana dal suo inizio, dal concepimento fino alla morte naturale, e di costruire una società in cui i vulnerabili, i sofferenti e i dimenticati siano sempre accolti con compassione, solidarietà e amore”.
Ed anche in questa lettera difesa della vita come protezione degli immigrati: “Difendere la vita umana significa anche accogliere, proteggere e assistere gli immigrati, le cui speranze, i cui sacrifici e il cui contributo hanno fatto parte della storia di questo Paese fin dalle sue origini. In ogni generazione, coloro che sono giunti in cerca di libertà, opportunità e un luogo a cui appartenere hanno contribuito a plasmare il carattere della nazione. Accoglierli con compassione e generosità non è solo un atto di carità, ma anche un riconoscimento della dignità che appartiene a ogni persona umana”.
Come ha scritto nell’enciclica ‘Magnifica Humanitas’, infine il papa ha invitato gli americani ad ‘onorare’ questa Dichiarazione, che festeggia 250 anni: “Abbiamo bisogno gli uni degli altri e dobbiamo lavorare insieme in unità per affrontare le sfide che il mondo si trova ad affrontare oggi. Possa questa pietra miliare rinnovare il comune impegno verso la promessa di libertà, giustizia, opportunità e democrazia. Possano gli americani onorare il coraggio e la visione di coloro che li hanno preceduti rafforzando le proprie comunità, rispettando le differenze e lavorando insieme per un’unione più perfetta.
Il card. Repole a Torino: san Giovanni Battista indica la strada
“Nel vangelo di Luca, Gesù entra in giorno di sabato nella sinagoga di Nazaret e lì dopo che è stata pronunciata la lettura del Profeta Isaia tiene il suo discorso programmatico: un’omelia breve ma assolutamente incisiva, che è capace di tratteggiare la novità inedita rappresentata dalla sua stessa Persona ed il fatto che in Lui e attraverso di Lui si stia realizzando la grande ed antica promessa di Dio. Nel libro degli Atti degli Apostoli, lo stesso autore, Luca, ci presenta l’apostolo Paolo che in un’altra sinagoga, quella di Antiochia di Pisidia, ancora nel giorno di sabato, compie lo stesso gesto di Gesù”: nella festività della natività di san Giovanni Battista, patrono della città di Torino, l’arcivescovo card. Roberto Repole ha sottolineato che Gesù delinea la promessa di Dio.
E’ una promessa che si compie in Gesù: “Chi ha dimestichezza con la Scrittura non può non vedere una profonda simmetria tra l’orazione del discepolo e quella del Maestro. Il contesto è il medesimo, la funzione del discorso è identica: aprire le menti e i cuori di chi ascolta a percepire la novità di Cristo, a vedere come la lunga vicenda del rapporto tra Dio e il suo popolo si compie nella Persona di Gesù di Nazaret”.
E si realizza nella Pasqua: “In particolare, nel caso di Paolo è evidente che la Pasqua di Cristo appare come il compimento di ogni intervento di Dio nella storia, come la luce divina capace di illuminare ormai ogni cosa. L’apostolo ripercorre infatti tutta la storia di liberazione e di cura con cui Dio si è fatto vicino e intimo al suo popolo, fino al momento che segna il passaggio al punto di convergenza di quella lunga storia, alla novità attesa eppure inimmaginabile che è Cristo”.
Il ‘tramite’ è il Battista: “Custode di questo momento unico è Giovanni Battista. Egli è lo spartiacque fatto uomo fra il tempo dell’attesa della visita ultima e definitiva di Dio e il tempo del compimento, quello della venuta di Cristo e della sua Pasqua”.
In questo modo san Giovanni Battista diventa ‘custode’ di Gesù: “Lo è con una parola molto semplice e con un atteggiamento preciso. La parola è quella che riconosce Colui che viene dopo di lui. E’ una parola che sa fare spazio, che è capace di riconoscere la novità, di dare fiducia a chi sta venendo dopo di lui, a colui che con la sua stessa presenza lo relativizzerà. E’ una parola che può sorgere dal cuore di una persona che non ha posizioni di rendita da difendere”.
Con questa indicazione il Battista lascia ‘spazio’ a Gesù: “Giovanni ha fatto il suo e sa che è necessario che adesso cominci il tempo di un altro. Più profondamente, il Battista è cosciente del fatto che ciò che egli ha compiuto nella sua esistenza rimarrà per sempre solo se sarà capace della libertà di chi sa cedere il passo, di chi sa fare spazio ad un altro”.
Indica la strada da seguire: “A questa parola si affianca un atteggiamento: quello di chi sa indicare la strada, di chi dà un orientamento, di chi mostra una direzione. Egli mostra che ogni valore e ogni bene stanno in Gesù. Egli addita Lui come l’unico capace di dare senso ad ogni esistenza, come il criterio per distinguere ciò che tiene e resiste da ciò che è invece effimero e non vale. E’ anche così che Giovanni Battista, patrono della nostra città, continua ad essere un faro per la nostra vita ecclesiale e civile”.
Ed anche oggi continua in questo ‘compito’: “Lo è, invitandoci ad interiorizzare la sua parola e a diventare pure noi degli adulti capaci di cedere il passo ai più giovani: a chi si affaccia alla vita, a chi è agli inizi del tempo della responsabilità, a chi ha tutto il diritto di indicare le linee del futuro, perché quel futuro è anzitutto suo, a chi ha persino il diritto di fare i suoi errori, così come è successo a noi. Credo che oggi di fronte alla rapidità dei cambiamenti del mondo, che affannano le vecchie generazioni, sia diventato davvero urgente dare voce e dare incarichi di responsabilità ai giovani”.
Una riflessione soprattutto per la Chiesa: “Offro questa mia riflessione pensando anzitutto alla Chiesa, che ha bisogno di ripensare sé stessa a partire dai giovani, che sono portatori di doni inediti, e dal desiderio autentico di farli incontrare realmente con Cristo. I nostri figli sono spesso molto preparati, molto creativi, molto ricchi di ideali: rappresentano la più grande opportunità di questo nostro tempo, non facciamoli aspettare”.
L’omelia del cardinale chiede un ripensamento sullo ‘spazio’ ai giovani: “Mi colpisce leggere che in Piemonte, nei Comuni di una certa consistenza, con popolazione superiore ai 15.000 abitanti, non esiste neanche un Sindaco di età inferiore ai 35 anni. Apprendo che l’età media dei dirigenti nelle aziende italiane si aggira attorno ai 50 anni, rispetto alla media europea di 45 anni. Leggo che nelle nostre università si diventa professori ordinari fra i 50 e i 58 anni, contro una media europea di 40-45 anni”.
Quindi è un invito a spronare i giovani alla responsabilità: “Perché abbiamo timore nel fare spazio ai giovani? Anzi, vorrei porre la domanda tutta in positivo: cosa aspettiamo a dare una spinta in avanti ai nostri giovani? A dare loro posti di responsabilità quando ne sono pronti? Non desidero semplificare; proprio a Torino da una decina di anni abbiamo Sindaci più giovani rispetto alla tradizione. Il passato ci ha regalato leaders importanti di tutte le età nella politica e nell’economia.
Credo che possiamo fare tesoro di questa bella tradizione e farlo in modo adatto ai tempi che viviamo: quest’epoca di trasformazioni così complesse, anche sul fronte tecnologico, esige che le nuove generazioni prendano molta più voce e lo facciano in fretta. Il compito di chi le ha precedute non è certo farsi da parte, ma guidare i giovani alla assunzione di responsabilità, lasciarsi affiancare e portarli a sedere nei direttivi delle diverse organizzazioni, lasciarsi indicare direzioni nuove”.
Giovani condannati e non stimolati: “Devo confessare che quest’anno ho sofferto molto di fronte alle polemiche sulla violenza dei movimenti giovanili antagonisti. Non è mai stata in dubbio la condanna dei gesti di violenza, ma le polemiche ci hanno a volte distratti rispetto ai messaggi di disagio che potevamo intercettare fra i giovani arrabbiati e al grido che sale da una grande massa di giovani pacifici. Accanto ai giovani che hanno la fortuna di studiare, ce ne sono anche tanti che stanno perdendo il treno e non fanno nulla, non lavorano e non vanno a scuola, bivaccano nelle periferie”.
Da qui l’invito a stare vicino a loro: “Anche questi nostri figli dobbiamo affrettarci a ritrovare. Così come dobbiamo ritrovare quei tanti giovani che guardano con paura al futuro, in questo mondo che a volte sembra impazzito e che appare in ogni caso sempre più complesso. Penso al dato drammatico che ci dice che, tra gli adolescenti torinesi, negli ultimi quattro anni i tentativi di suicidio sono aumentati del 249%.
Penso all’aumento spropositato di consulenze di neuropsichiatria nel nostro Regina Margherita che, secondo uno studio, sono balzate dalle 319 del 2018 alle 1.694 nel 2022, rimanendo inalterate in questi ultimi anni. E penso (è solo di alcuni giorni fa) alla notizia dell’uso fuori controllo di paracetamolo fra gli adolescenti”.
Per questo ha invitato gli adulti ad indicare una strada ai giovani: “Credo che essere adulti di fronte ai giovani, sia quando protestano, sia quando urlano la loro sofferenza, sia quando sono semplicemente giovani non possa ridursi a reprimere senza spiegare o avallare tutto senza indicare una direzione, senza indirizzare in una strada da percorrere con fiducia. Se ci limitiamo a reprimere senza spiegare o a lasciar fare, voltandoci dall’altra parte, non stiamo volendo bene davvero ai nostri figli!”
Infine un ringraziamento a coloro che educano i giovani, indicando una strada: “Guardo allora con grande riconoscenza e invito tutti a nutrire sentimenti di profonda gratitudine verso i tanti che, nella nostra città e nella nostra Regione, come Giovanni Battista si prendono la responsabilità di mostrare una via; e lo fanno sporcandosi le mani in un compito educativo tanto nascosto, quanto indispensabile all’esistenza di una città e di una società ancora umane.
Penso ai genitori, giovani anch’essi, che non solo hanno ancora il coraggio di mettere al mondo dei figli, ma si impegnano combattendo a volte contro tutto e tutti pur di mostrare loro per che cosa valga la pena di vivere. Penso ai tantissimi insegnanti di tutte le fasce di età, dal nido all’Università, che non si limitano a prendersi cura dei bisogni materiali od a fornire conoscenze asettiche, ma desiderano essere testimoni autentici di ideali alti e adulti capaci di orientare i giovani, perché interiorizzino in modo autonomo quei valori sui quali costruire l’esistenza. E penso ai tanti educatori, ai preti, ai religiosi e alle religiose, ai politici, agli uomini della cultura e dello spettacolo”.
Grazie a loro Torino è una bella città: “Sono ancora in tanti ad essere autenticamente e non superficialmente adulti in questa nostra amata città di Torino. Se Torino rimane una bella città, lo dobbiamo anche a loro; lo dobbiamo soprattutto a loro, come a molte altre donne e a molti altri uomini di buona volontà. Mentre insieme diciamo proprio a loro il nostro grazie, insieme ci diciamo che possiamo, dobbiamo accompagnare i giovani a prendere il loro posto”.
Papa Leone XIV invita i parlamentari a tutelare la libertà
“Mi presento davanti a voi come Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa cattolica, consapevole che la missione affidata al Successore dell’apostolo Pietro come principio e fondamento dell’unità dei Vescovi e dei fedeli pone la Santa Sede, in modo particolare, in dialogo con i popoli e con gli Stati. La mia presenza tra voi vuol essere un gesto di vicinanza verso la Spagna, nel quadro della cooperazione reciproca, e una parola offerta al servizio della persona umana… Per questo, quando si rivolge alla vita pubblica, lo fa nel rispetto della missione propria delle istituzioni e della legittima responsabilità di coloro che hanno ricevuto il mandato di legiferare”: con queste parole papa Leone XIV ha ringraziato i deputati spagnoli, che lo hanno ricevuto nel Palacio de las Cortes, la sede del Congresso dei Deputati.
Nell’esordio del discorso il papa ha sottolineato che la Chiesa riconosce l’autonomia della politica: “Riconosce ‘l’autonomia delle realtà terrene’ e ‘la distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica’; e, proprio a partire da questa consapevolezza, offre una riflessione che nasce dal desiderio di servire il bene comune e di ricordare ciò che rende veramente umana la convivenza”.
Il papa ha riconosciuto che nel Parlamento si dà forma alla ‘convivenza sociale’: “In questo Emiciclo si dà forma giuridica alla convivenza sociale. Qui le differenze vengono ascoltate, ordinate e, quando è possibile, si trasformano in decisione condivisa. Per questo, al di là della legittima diversità di posizioni, ogni attività legislativa finisce per confrontarsi con una domanda decisiva: quale concezione della persona umana ispira le leggi e quale tipo di società queste leggi costruiscono”.
Nel Parlamento si forma anche l’identità di una nazione: “Di fronte a tale questione, la Spagna possiede una memoria particolarmente ricca. La sua identità geografica e politica si è intrecciata con una storia in cui fede e ragione, arte e diritto, tradizione e pensiero hanno saputo incontrarsi in modo fecondo. Nelle sue cattedrali e nelle sue università, nella sua letteratura immortale, nelle sue istituzioni giuridiche e nell’animo stesso del suo popolo, rimane viva un’eredità che ha dato forma un peculiare modo di vivere la libertà, di praticare la giustizia e di ordinare la vita comune”.
Riprendendo i classici della letteratura spagnola il papa ha sottolineato che “la Spagna ha saputo guardare all’essere umano come a qualcosa di più di un semplice tassello dell’ordine sociale, economico o politico: lo ha riconosciuto come creatura aperta alla verità, dotata di libertà e mossa da una sete di eternità che nessuna realtà temporale riesce a spegnere; in una parola, come qualcuno la cui dignità precede ogni utilità e al cui servizio è soggetta l’azione legislativa”.
Ed ecco l’altro riferimento all’Università di Salamanca, che nei secoli aveva definito il valore della dignità umana: “Perciò, quando oggi si parla della persona umana, la memoria conduce naturalmente a Salamanca e al pensiero che lì è maturato… In quella sede universitaria, cinquecento anni fa, quando si aprivano nuovi mondi e immense possibilità nelle relazioni tra i popoli, alcuni maestri compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente.
Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere. Bisogna riconoscere che la società e la Chiesa stessa non sono state sempre all’altezza delle intuizioni che trovavano eco nella loro stessa tradizione cristiana”.
Per questo l’autorità è responsabilità: “Tuttavia, quell’interrogativo aprì un orizzonte intellettuale e morale che andò ben oltre il proprio contesto storico. L’intuizione del totus orbis, di una comunità umana più ampia di qualsiasi potere particolare, consentiva di affermare l’esistenza di legami giuridici e morali tra i popoli. Dalla Spagna, la riflessione della Scuola di Salamanca (ed in particolare di frate Francisco de Vitoria, insieme ad altri domenicani e gesuiti) ha contribuito a formare una coscienza giuridica e morale capace di ricordare che l’autorità comporta sempre una responsabilità e che ogni essere umano dev’essere riconosciuto come soggetto di diritti e doveri”.
Da qui il riconoscimento dell’inviolabilità della dignità: “Questo discernimento parte da un’affermazione fondamentale: ogni società veramente giusta si fonda sul riconoscimento della dignità inviolabile della persona umana. Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze del momento. Essa appartiene a ogni essere umano per il fatto stesso di esistere, e per questo deve orientare ogni ordinamento giuridico positivo. La fede cristiana la proclama a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo. Quando questa convinzione rimane viva, il diritto diventa tutela di tutti e garanzia contro l’imposizione di interessi e programmi particolari”.
Ed il bene comune primario da sostenere è la famiglia: “Quando il bene comune cessa di essere un orizzonte condiviso, l’azione pubblica rischia di frammentarsi in interessi parziali, incapaci di custodire ciò che appartiene a tutti. In questo contesto riveste particolare importanza la famiglia, prima realtà umana e fondamento naturale della comunità. Nell’ambito familiare si intrecciano le generazioni e si trasmette una memoria viva che dà continuità interiore alla società. Laddove la famiglia è sostenuta, si rafforza anche la stabilità spirituale e sociale delle nazioni”.
E’ una ‘chiamata’ alla collaborazione tra famiglia ed istituzioni: “La famiglia sarà sempre la prima scuola di umanità dove si impara, prima che in qualsiasi altro luogo, la grammatica elementare della convivenza: accogliere la vita, prendersi cura dell’altro, perdonare, servire e appartenere. Anche le istituzioni educative rivestono un ruolo decisivo in questo compito.
In esse, le nuove generazioni possono imparare a cercare e ad amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona. Perciò molti genitori, desiderosi che i propri figli imparino a relazionarsi con gli altri, a pensare con spirito critico e ad acquisire valori solidi, ripongono in esse grandi speranze, come preziose alleate nella loro educazione”.
Ma dignità hanno anche i migranti: “L’affermazione della dignità umana non può rimanere astratta, quando tante persone sono costrette a lasciare tutto per cercare pace, sicurezza e futuro. Anche il tragico dramma migratorio interpella oggi la coscienza delle nazioni e il fondamento etico dell’ordine internazionale. Numerosi uomini, donne e bambini si trovano forzati, a causa di circostanze spesso drammatiche, a partire dalle loro comunità e lasciarsi alle spalle persone care, storie e legami.
Questa realtà va oltre qualsiasi lettura puramente demografica o economica: costituisce una questione eminentemente morale e giuridica. Laddove una persona è discriminata per la sua origine nazionale, etnica, religiosa o linguistica, o per la sua condizione economica o sociale, viene gravemente violato il principio universale dell’uguale dignità di tutti gli esseri umani”.
Quindi la persona deve avere sempre un posto fondamentale: “La situazione dei migranti e dei rifugiati richiede una risposta che metta al centro le persone, affronti le cause che le costringono a partire e vada oltre la semplice gestione di flussi. Da qui nasce una duplice esigenza di giustizia sociale: offrire vie sicure e legali, un’accoglienza rispettosa e reali possibilità di integrazione; e promuovere, al tempo stesso, il diritto di rimanere nella propria terra, operando affinché nessuno debba abbandonare la propria casa per mancanza di pace, di sicurezza o di condizioni di vita dignitose, per le disuguaglianze economiche e gli effetti della crisi climatica”.
Quindi è stato un richiamo alla pace: “A livello internazionale, la pace richiede coraggio diplomatico, responsabilità etica e una visione del futuro fondata sul rispetto dell’identità di ogni popolo e sull’obbligo degli Stati di risolvere le loro controversie attraverso le vie pacifiche offerte dal diritto internazionale. Ogni guerra costituisce, in ultima analisi, una dolorosa sconfitta della capacità di negoziare e anche di quella coscienza comune dell’umanità che riconosce legami di giustizia tra le nazioni. Le armi possono imporre un silenzio temporaneo, ma non potranno mai costruire una pace autentica e duratura”.
E’ stato un netto rifiuto al riarmo: “Per questo motivo, è preoccupante che, in diverse parti del mondo, e anche in Europa, si presenti nuovamente il riarmo come risposta quasi inevitabile di fronte alla fragilità dello scenario internazionale. La vera sicurezza, invece, nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica capace di anteporre la vita dei popoli agli interessi che traggono profitto dalla guerra. Anche lo sviluppo delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale in ambito militare richiede una rigorosa vigilanza etica, affinché le decisioni sulla vita e sulla morte non siano mai scaricate su automatismi né sottratte alla responsabilità morale della persona umana”.
Da qui la libertà di pensiero: “Ma la pace non è solamente una realtà politica o istituzionale. Nasce anche nella coscienza, là dove il rancore, l’indifferenza e l’odio lasciano spazio alla riconciliazione. Perciò si instaura e si tutela anche attraverso il linguaggio. Le parole possono aprire strade o chiuderle; possono illuminare la realtà o distorcerla fino a rendere impossibile l’incontro. Quanti esercitano una responsabilità pubblica hanno, pertanto, un obbligo speciale di custodire la parola per ‘disarmare il linguaggio’. La fermezza non esige disprezzo; il dissenso non comporta umiliazione”.
E libertà religiosa: “Da questo rispetto per l’altro nasce anche il dovere di custodire lo spazio in cui maturano le sue convinzioni, la sua coscienza e il suo rapporto con Dio. L’attenzione a tale ambito interiore permette di comprendere meglio una questione decisiva per ogni società veramente democratica: la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, diritto fondamentale che tutela la sfera più intima delle persone. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente; ed evita che qualcuno debba rinunciare a contribuire alla società in cui vive a causa della propria fede”.
Ed ecco il limite del ‘potere pubblico’: “Essere liberi non significa solo vivere senza costrizioni o disporre di molte possibilità di scelta; significa poter riconoscere il bene e aderirvi in modo responsabile. Per questo, ogni società effettivamente libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico, affinché la libertà delle persone, delle comunità e delle associazioni non sia indebitamente limitata. In questa prospettiva, la legittima autonomia dell’ordine temporale non va mai interpretata come ostilità verso il fenomeno religioso. La fede non pretende di imporsi con privilegi o coercizioni; tuttavia, non può nemmeno essere relegata al silenzio come se fosse irrilevante per la vita pubblica”.
Con particolare attenzione al sacramento della confessione, quale libertà interiore: “In questo contesto, il sigillo sacramentale della Confessione riveste un’importanza speciale per la Chiesa cattolica. Esso si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa, che garantisce alle comunità credenti uno spazio proprio di vita, di organizzazione e di disciplina interna. Tutelarlo giuridicamente, come avviene in modo analogo in alcune professioni, significa preservare uno spazio sacro di libertà interiore, dove il credente può aprire la propria anima a Dio senza timore di pressioni esterne, come riconoscono anche le norme internazionali”.
(Foto: Santa Sede)
80 anni della Repubblica Italiana: la FISH richiama l’impegno della Repubblica per i diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie
In occasione dell’80° anniversario della Repubblica Italiana, la Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie (FISH) ha reso omaggio ai valori costituzionali che hanno guidato il Paese in questi decenni e rinnova il proprio impegno affinché i principi di uguaglianza, dignità, solidarietà e partecipazione trovino piena attuazione nella vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie.
La nascita della Repubblica ha rappresentato l’affermazione di un modello di società fondato sul riconoscimento dei diritti inviolabili della persona e sulla rimozione degli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini. A ottant’anni da quella scelta storica, il percorso verso una piena inclusione è ancora una sfida aperta che richiede responsabilità, visione e investimenti concreti.
Le persone con disabilità continuano a confrontarsi con barriere fisiche, culturali e sociali che ostacolano l’esercizio dei diritti fondamentali: dall’accesso all’istruzione al lavoro, dalla mobilità alla salute, dalla vita indipendente alla piena partecipazione alla vita civile, culturale e politica del Paese. La Repubblica è chiamata a garantire che tali diritti non restino enunciazioni di principio, ma si traducano in opportunità reali e uniformi su tutto il territorio nazionale.
Al centro di questo impegno vi sono anche le famiglie, che troppo spesso suppliscono alle carenze dei servizi e del sistema di welfare. Le famiglie delle persone con disabilità svolgono quotidianamente una funzione fondamentale di sostegno, cura e accompagnamento, assumendo responsabilità che richiedono un adeguato riconoscimento sociale e istituzionale. Politiche di sostegno efficaci, servizi territoriali accessibili e percorsi di inclusione personalizzati rappresentano condizioni indispensabili per garantire qualità della vita, autodeterminazione e pari opportunità:
“La celebrazione degli 80 anni della Repubblica deve essere anche un momento di riflessione sul grado di inclusione e di giustizia sociale raggiunto dal nostro Paese. Una Repubblica è davvero fedele ai propri principi costituzionali quando ogni persona, indipendentemente dalla propria condizione, può esercitare pienamente i propri diritti e partecipare alla vita della comunità. Le persone con disabilità e le loro famiglie non chiedono privilegi, ma il pieno riconoscimento della cittadinanza e delle opportunità che spettano a tutti”.
In questa importante ricorrenza, la FISH invita istituzioni, forze sociali e cittadini a rinnovare il patto costituzionale che pone al centro la persona e la sua dignità, promuovendo una società più equa, accessibile e inclusiva. Perché la forza della Repubblica si misura anche dalla sua capacità di garantire diritti, sostegni e partecipazione a chi rischia di essere lasciato ai margini.
Ottant’anni dopo, la Repubblica continua a costruire il proprio futuro attraverso l’inclusione, il rispetto dei diritti umani e il sostegno alle famiglie. Un impegno che riguarda tutti e che non può conoscere arretramenti.
A tal proposito è importante ciò che ha scritto Nino Sergi sul sito di Vita.it: “La Repubblica non è fatta solo di uniformi. È fatta di scuole, ospedali, università, comuni, volontariato, protezione civile, cooperative sociali, associazioni, ricercatori, educatori, medici, infermieri, magistrati, operatori culturali, insegnanti, imprese responsabili che producono lavoro, innovazione, sviluppo e valore sociale, famiglie, giovani, lavoratori, comunità locali, organizzazioni che accolgono, curano, includono, ricostruiscono legami.
E’ fatta da chi ogni giorno prova a rendere l’Italia più comunità, più integrata, più unita, più saldamente europea e più aperta al mondo, più severa nella difesa della dignità umana e più determinata nella costruzione della pace”.
(Foto: Quirinale)
Papa Leone XIV ed i richiami alla libertà contro gli abusi dei mezzi di comunicazione
“Nel tempo pasquale, come la Chiesa nascente, ritorniamo a parole di Gesù che sprigionano il loro pieno significato alla luce della sua passione, morte e risurrezione. Quello che prima ai discepoli sfuggiva o provocava turbamento, ora riaffiora alla memoria, scalda il cuore e dona speranza”: prima della recita del Regina Coeli papa Leone XIV, commentando il Vangelo, ha specificato che il posto preparato da Cristo per ogni uomo nella casa di Dio è un mondo nuovo.
Il papa ha parlato di una casa aperta a tutti, in cui nessuno è escluso: “Carissimi, nel mondo vecchio in cui ancora siamo in cammino, ad attirare l’attenzione sono i luoghi esclusivi, le esperienze alla portata di pochi, il privilegio di entrare dove nessun altro può. Invece, nel mondo nuovo in cui il Risorto ci porta, ciò che vale di più è alla portata di tutti. Ma non per questo perde attrattiva… La morte minaccia di cancellare il nome e la memoria, ma in Dio ognuno è finalmente sé stesso. In verità, è questo il posto che cerchiamo per tutta la vita, talvolta disposti a tutto pur di avere un po’ di attenzione e di riconoscimento”.
Ed a conclusione della recita del Regina Coeli il papa ha ricordato la Giornata mondiale della libertà di stampa: “Oggi si celebra la Giornata mondiale della libertà di stampa, patrocinata dall’Unesco. Purtroppo questo diritto è spesso violato, in modo a volte flagrante, a volte nascosto. Ricordiamo i numerosi giornalisti e reporter vittime delle guerre e della violenza”, istituita nel 1993 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite su impulso dell’Unesco.
Nel 2025 sono stati 129 i giornalisti e gli operatori dei media uccisi nell’arco dell’intero anno, secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ). Secondo Reporter sans Frontieres oltre la metà degli Stati analizzati si trova in una situazione giudicata ‘difficile’ od addirittura ‘molto grave’: “In 25 anni, il punteggio medio complessivo dei Paesi studiati non è mai stato così basso”, fotografando un contesto internazionale segnato da guerre, pressioni politiche, crisi economiche dell’editoria e violenze contro i cronisti.
Tra i dati che colpiscono di più c’è quello sul posizionamento degli Stati Uniti, definiti in una ‘situazione problematica’: perdono sette posizioni rispetto allo scorso anno e scivolano al 64^ posto, tra Botswana e Panama. Anche l’Italia arretra nella graduatoria: è al 56^ posto, mentre nello scorso anno occupava la 49^ posizione, collocandosi dietro l’Ucraina e davanti ai Caraibi.
Comunque per Rsf ad oggi solo l’1% della popolazione mondiale può vantarsi di vivere in un Paese dove la condizione della stampa è definibile come ‘buona’. Al primo posto dei virtuosi c’è la Norvegia, a cui fanno seguito Paesi Bassi ed Estonia. Al contrario invece nella classifica all’ultimo posto compare l’Eritrea, alla 180^ posizione per il terzo anno di seguito. Sopra lo Stato africano si trovano Corea del Nord (179^ posizione) e Cina (178^).
Inoltre nello scorso anno si è registrata la ‘rimonta’ della Siria post-Assad che nel 2026 ha scalato 36 posizioni sull’anno precedente. Mentre invece il calo più marcato nel 2026 (-37 posizioni) si registra per il Niger (120ª posizione). Il ripetersi dei conflitti non aiuta ed il report ricorda la guerra in Palestina per la quale a Gaza, dall’ottobre 2023, sono stati uccisi da Israele più di 220 giornalisti.
Infine ha salutato l’Associazione ‘Meter’, che da 30 anni “si impegna per difendere i minori dalla piaga degli abusi, coinvolgendo la comunità ecclesiale e quella civile, educando a stare vicino alle vittime e a fare prevenzione. Grazie per il vostro servizio!”
Il Report 2025 dell’Associazione Meter ha evidenziato una trasformazione profonda del fenomeno, sempre più caratterizzato dall’uso di tecnologie avanzate e strumenti difficili da intercettare. Nello scorso anno sono stati identificati 8.213 minori vittime di deepnude, ovvero immagini generate artificialmente in cui i minori vengono denudati o manipolati digitalmente. Questo dato si aggiunge alle 785.072 immagini e ai 1.733.043 video contenenti abusi reali su minori, segnalati nello stesso periodo:
“Le immagini deepnude rappresentano una forma particolarmente grave di abuso, perché colpiscono sempre una vittima reale: il minore la cui immagine viene manipolata senza alcun consenso. L’IA trasforma materiale innocuo in contenuto sessuale, con una violazione profonda dell’identità, dignità e sicurezza del minore.
Queste pratiche alimentano il mercato pedopornografico e le richieste dei circuiti criminali, esponendo le vittime a conseguenze psicologiche serie, tra cui ansia, senso di colpa, isolamento, paura e ricatto. Oltre al danno individuale, queste pratiche hanno un effetto destabilizzante sulla società, perché normalizzano comportamenti criminali e incoraggiano la diffusione di materiale pedopornografico reale, aumentando la pressione sui sistemi di protezione dell’infanzia”.
Infatti grazie all’attività dell’Osservatorio Mondiale Contro la Pedofilia, l’associazione Meter ha individuato 115 gruppi e bot attivi tra Signal e Telegram, utilizzati per la diffusione di contenuti deepnude, per un totale di 8.213 minori vittime, denudati mediante l’impiego dell’IA.
Presidente della Repubblica Italiana: la Resistenza è festa di tutti gli amanti della libertà
“Oggi, a San Severino Marche, facciamo memoria del 25 aprile, data della Liberazione del nostro Paese. A muoverci non è un sentimento celebrativo di maniera. Tanto meno la pretesa di una storia scritta in obbedienza ad astratte posizioni ideologiche. A muoverci è amor di Patria. Quello che, con immenso sacrificio, ebbero a testimoniare i militari lasciati allo sbando, in assenza di ordini dopo l’8 settembre 1943. I giovani che fuggivano i bandi della sedicente Repubblica Sociale Italiana e che si unirono nelle formazioni partigiane”: il discorso del presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, che ha celebrato la festa della Liberazione a San Severino Marche, medaglia d’oro al merito civile, luogo evocativo della lotta partigiana, ha segnato un nuovo appello alla coesione per una giornata di riconciliazione nazionale, nonostante gli episodi di violenza verificatesi.
Un anniversario che per il presidente della Repubblica è momento fondamentale per ricordare i martiri che difesero con la vita l’Italia: “I contadini che venivano strappati alla terra per essere comandati a lavorare alla cosiddetta Linea Gotica, ultimo tentativo del Reich hitleriano di ritardare la disfatta. Le donne, le famiglie verso cui si scatenò, anche in queste contrade, una cieca violenza.
I sacerdoti, trucidati per rappresaglia, come don Enrico Pocognoni, Medaglia d’oro al Merito civile, parroco di Braccano di Matelica. I Carabinieri, che dettero la vita, come il vice brigadiere Glorio Della Vecchia, Medaglia d’argento al valor militare, al quale venne intitolata la Caserma dei Carabinieri di San Severino e il maggior Pasquale Infèlisi, Medaglia di bronzo al valor militare, al quale è intitolata la Caserma della Legione Carabinieri d’Abruzzo e Molise a Chieti. Questa la storia, scritta con la loro vita. Da questi italiani”.
Il discorso del presidente Mattarella si è soffermato sul valore della democrazia, oggi spesso bistrattato, condannando il collaborazionismo: “Siamo qui perché, sulle macerie di un regime dittatoriale, anche qui, in questo luogo, si trovano le radici della Repubblica. Nata ottant’anni or sono, dalla libera scelta delle cittadine e dei cittadini, solennemente sanzionata dal referendum istituzionale. Nata sugli orrori della guerra, sulla contrapposizione ad un occupante e per redimere l’onta dei collaborazionisti che lo avevano affiancato privilegiando il partito alla Patria. Repubblica nata per esprimere la speranza e l’avvio di un futuro migliore”.
Dalla Resistenza nacque un’Italia nuova e repubblicana, cosa che i giovani non conoscono: “Repubblica nata per esprimere la speranza e l’avvio di un futuro migliore. Le popolazioni delle tante città e i tanti borghi della penisola seppero dar vita a una nuova Italia, verso un Paese in cui ‘buongiorno vuol dire davvero buongiorno’ per usare le parole con cui Vittorio De Sica concluse ‘Miracolo a Milano’. Questo è stato il portato di ottant’anni di pace, di sviluppo, di progresso, segni distintivi dei valori raccolti nella Costituzione del nostro Paese, tanto cara agli italiani”.
Ecco il motivo per cui la Liberazione è una festa di tutti: “E’ questo che celebriamo il 25 aprile: la festa di tutti gli italiani amanti della libertà. La celebriamo da una terra allora attraversata da una linea che divideva l’Italia, dall’Adriatico al Tirreno. Che divideva gli italiani. Una terra segnata dalle distruzioni della guerra”.
Perciò la libertà va difesa in nome di una ‘virtù civica’: “Da San Severino, intendiamo sottolineare (insieme al carattere della nostra ferma unità) la nostra determinazione nella difesa delle nostre libertà, la nostra convinta apertura a condividere, con gli altri popoli, i valori della giustizia e della pace”.
Ed ha fatto menzione anche di molti che aiutarono la Resistenza italiana, quali slavi ed ebrei: “Nelle Marche era insediato il campo di internamento di Urbisaglia, presso l’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra. Nel settembre 1943 gli ebrei di quel campo vennero avviati tragicamente a Fossoli e da lì ad Auschwitz. A Fiastra era stato rinchiuso anche Raffaele Cantoni, presidente, nell’immediato dopoguerra, dell’Unione delle Comunità Israelitiche italiane.
Come poc’anzi è stato rammentato, fu un medico di origini ebraiche, Mosè Di Segni (padre dell’attuale Rabbino Capo di Roma) a prendere parte, nella formazione partigiana di Mario Depangher, alla battaglia di Valdiòla, comportamento che gli valse la Medaglia d’argento al valor militare”.
Quindi la lotta al nazifascismo è stata una lotta di popolo, che contribuì alla rinascita dell’Italia: “Il sottotenente dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, che operò, in quegli anni, a San Benedetto del Tronto e a Porto D’Ascoli. Un eroe della Repubblica. Enrico Mattei, protagonista, nel dopoguerra, dell’indipendenza economica e dello sviluppo della nuova Italia”.
La Resistenza aveva un’aspirazione alla pace, nel ricordo di tanti cittadini che hanno ‘sostenuto’ i resistenti: “Così come, a unire popolazioni e Resistenti, in ogni Paese, era la comune aspirazione alla pace. Le dittature che avevano scatenato il Secondo conflitto mondiale avevano preteso di fare della retorica della guerra un valore. Contro il loro disegno, dai morti tra la popolazione civile, dai militari caduti, dalle vittime dei campi di concentramento, si levava, e si leva, una sola invocazione: pace”.
Pace come simbolo della Resistenza, cosa che oggi è stata dimenticata: “La pace per ogni persona. La pace come diritto di ogni popolo. La pace per ogni Paese. Questo il senso della Resistenza. Opporsi alla violenza dell’uomo sull’uomo… In questi ultimi anni stiamo assistendo, dolorosamente, ad antistoriche velleità di affievolire se non addirittura rimuovere quei percorsi”.
(Foto: Quirinale)




























