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Papa Leone XIV: siate santuario di Dio
“La Cattedrale della diocesi di Roma e la sede del successore di Pietro, come sappiamo, non è soltanto un’opera di straordinaria valenza storica, artistica e religiosa, ma rappresenta anche il centro propulsore della fede affidata e custodita dagli Apostoli e della sua trasmissione lungo il corso della storia. La grandezza di questo mistero rifulge anche nello splendore artistico dell’edificio, che proprio nella navata centrale accoglie le dodici grandi statue degli Apostoli, primi seguaci del Cristo e testimoni del Vangelo”: così papa Leone XIV prima della preghiera dell’Angelus ha proposto una riflessione sulla Dedicazione della Basilica Lateranense.
E’ stato un invito a cogliere il mistero della Chiesa: “Questo ci rimanda ad uno sguardo spirituale, che ci aiuta ad andare oltre l’aspetto esteriore, per cogliere nel mistero della Chiesa ben più di un semplice luogo, di uno spazio fisico, di una costruzione fatta di pietre; in realtà, come il Vangelo ci ricorda nell’episodio della purificazione del Tempio di Gerusalemme compiuta da Gesù, il vero santuario di Dio è il Cristo morto e risorto. Egli è l’unico mediatore della salvezza, l’unico redentore, Colui che legandosi alla nostra umanità e trasformandoci col suo amore, rappresenta la porta che si spalanca per noi e ci conduce al Padre”.
In questo ‘edificio’ spirituale il popolo è la Chiesa: “E, uniti a Lui, anche noi siamo pietre vive di questo edificio spirituale. Noi siamo la Chiesa di Cristo, il Suo corpo, le sue membra chiamate a diffondere nel mondo il Suo Vangelo di misericordia, di consolazione e di pace, attraverso quel culto spirituale che deve risplendere anzitutto nella nostra testimonianza di vita. Fratelli e sorelle, è in questo sguardo spirituale che dobbiamo allenare il cuore. Tante volte, le fragilità e gli errori dei cristiani, insieme a tanti luoghi comuni e pregiudizi, ci impediscono di cogliere la ricchezza del mistero della Chiesa”.
Mentre nella celebrazione eucaristica per la dedicazione della basilica lateranense papa Leone XIV h ricordato il motivo di questa costruzione: “La costruzione fu realizzata per volontà dell’imperatore Costantino, dopo che, nell’anno 313, egli aveva concesso ai cristiani la libertà di professare la propria fede e di esercitare il culto… Questa Basilica, infatti, ‘Madre di tutte le Chiese’, è molto più di un monumento e di una memoria storica: è ‘segno della Chiesa vivente, edificata con pietre scelte e preziose in Cristo Gesù, pietra angolare’, e come tale ci ricorda che noi pure, come ‘pietre viventi veniamo a formare su questa terra un tempio spirituale’.
Per questa ragione, come notava san Paolo VI, nella comunità cristiana è sorto ben presto l’uso di applicare il ‘nome di Chiesa, che significa l’assemblea dei fedeli, al tempio che li raccoglie’. E’ la comunità ecclesiale, ‘la Chiesa, società dei credenti, attesta al Laterano la sua più solida e evidente struttura esteriore’. Pertanto, aiutati dalla Parola di Dio, riflettiamo, guardando a questo edificio, sul nostro essere Chiesa”.
Ed ha giudicato essenziali le fondamenta: “La loro importanza è evidente, in modo per certi versi addirittura inquietante. Se chi lo ha costruito, infatti, non avesse scavato a fondo, fino a trovare una base sufficientemente solida su cui erigere tutto il resto, l’intera costruzione sarebbe crollata da tempo, o rischierebbe di cedere ad ogni istante, così che anche noi, stando qui, correremmo un serio pericolo. Chi ci ha preceduto, invece, per fortuna, ha dato alla nostra Cattedrale basi solide, scavando in profondità, con fatica, prima di iniziare ad innalzare le mura che ci accolgono, e questo ci fa sentire molto più tranquilli”.
Tali fondamenta sono importanti per la Chiesa: “Ci aiuta però anche a riflettere. Anche noi, infatti, operai della Chiesa vivente, prima di poter erigere strutture imponenti, dobbiamo scavare, in noi stessi e attorno a noi, per eliminare ogni materiale instabile che possa impedirci di raggiungere la nuda roccia di Cristo… E questo vuol dire tornare costantemente a Lui e al suo Vangelo, docili all’azione dello Spirito Santo. Il rischio, altrimenti, sarebbe di sovraccaricare di pesanti strutture un edificio dalle basi deboli”.
Commentando il Vangelo il papa ha evidenziato la chiamata di Gesù: “Gesù ci cambia, e ci chiama a lavorare nel grande cantiere di Dio, modellandoci sapientemente secondo i suoi disegni di salvezza. E’ stata usata spesso, in questi anni, l’immagine del ‘cantiere’ per descrivere il nostro cammino ecclesiale. E’ un’immagine bella, che parla di attività, creatività, impegno, ma anche di fatica, di problemi da risolvere, a volte complessi. Essa esprime lo sforzo reale, palpabile, con cui le nostre comunità crescono ogni giorno, nella condivisione dei carismi e sotto la guida dei Pastori”.
Ecco il motivo per cui occorre porre cura alla liturgia: “La sua cura, pertanto, nel luogo della Sede di Pietro, dev’essere tale da potersi proporre ad esempio per tutto il popolo di Dio, nel rispetto delle norme, nell’attenzione alle diverse sensibilità di chi partecipa, secondo il principio di una sapiente inculturazione ed al tempo stesso nella fedeltà a quello stile di solenne sobrietà tipico della tradizione romana, che tanto bene può fare alle anime di chi vi partecipa attivamente. Si ponga ogni attenzione affinché qui la bellezza semplice dei riti possa esprimere il valore del culto per la crescita armonica di tutto il Corpo del Signore”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a tracciare nuove mappe di speranza
“…trovarsi in questo luogo, durante l’Anno giubilare, è un dono che non possiamo dare per scontato. Lo è soprattutto perché il pellegrinaggio, per attraversare la Porta Santa, ci ricorda che la vita è viva solo se è in cammino, solo se sa compiere dei ‘passaggi’, cioè se è capace di fare Pasqua”: nel pomeriggio papa Leone XIV ha celebrato la Messa con gli studenti delle Università pontificie, firmando la Lettera apostolica a 60 anni dalla dichiarazione conciliare ‘Gravissimum educationis’.
Nell’omelia della celebrazione, che ha aperto il Giubileo del mondo educativo, il papa ha chiesto che l’esperienza dello studio e della ricerca universitaria possa rendere gli studenti capaci di uno sguardo nuovo: “E’ bello pensare alla Chiesa, allora, che in questi mesi, celebrando il Giubileo, sperimenta questo essere in cammino, ricordando a sé stessa di avere costantemente bisogno di convertirsi, di dover sempre camminare dietro Gesù senza tentennamenti e senza la tentazione di sorpassarlo, di essere sempre bisognosa di Pasqua, cioè di ‘passare’ dalla schiavitù alla libertà, dalla morte alla vita. Spero che ciascuno di voi senta su di sé il dono di questa speranza e che il Giubileo sia un’occasione attraverso cui la vostra vita possa ripartire”.
Il papa è partito dal Vangelo per affermare che la Parola di Dio è liberante: “Una tale suggestione possiamo coglierla proprio dalla pagina del Vangelo appena proclamata , che ci consegna l’immagine di una donna curva la quale, guarita da Gesù, può finalmente ricevere la grazia di uno sguardo nuovo, uno sguardo più grande. La condizione dell’ignoranza, che spesso è legata alla chiusura e alla mancanza di inquietudine spirituale e intellettuale, assomiglia alla condizione di questa donna: essa è tutta curva, ripiegata su sé stessa, perciò le è impossibile guardare oltre sé stessa. Quando l’essere umano è incapace di vedere aldilà di sé, della propria esperienza, delle proprie idee e convinzioni, dei propri schemi, allora rimane imprigionato, rimane schiavo, incapace di maturare un giudizio proprio”.
Il pensiero del papa va diritto al cuore del racconto evangelico: “Come la donna curva del Vangelo, il rischio è sempre quello di restare prigionieri di uno sguardo centrato su sé stessi. In realtà, però, molte cose che contano nella vita (possiamo dire le cose fondamentali) non ce le diamo da noi stessi; le riceviamo dagli altri, giungono a noi e le accogliamo dai maestri, dagli incontri, dalle esperienze della vita”.
Invece il Vangelo è grazia: “E questa è un’esperienza di grazia, perché guarisce i nostri ripiegamenti. Si tratta di una vera e propria guarigione che, proprio come succede alla donna del Vangelo, ci permette di avere nuovamente una posizione eretta davanti alle cose e alla vita e di guardarle in un orizzonte più grande. Questa donna guarita ottiene la speranza, perché può finalmente alzare lo sguardo e vedere qualcosa di diverso, vedere in modo nuovo. Questo succede in particolare quando incontriamo Cristo nella nostra vita: ci apriamo a una verità capace di cambiare la vita, di distrarci da noi stessi, di farci uscire dai ripiegamenti”.
Quindi lo studio è una grazia: “Chi studia si eleva, allarga i propri orizzonti e le proprie prospettive, per recuperare uno sguardo che non si fissa solo in basso, ma è capace di guardare in alto: verso Dio, verso gli altri, verso il mistero della vita. Questa è la grazia dello studente, del ricercatore, dello studioso: ricevere uno sguardo ampio, che sa andare lontano, che non semplifica le questioni, che non teme le domande, che vince la pigrizia intellettuale e, così, sconfigge anche l’atrofia spirituale”.
Però è necessario uno sguardo nuovo: “Ricordiamolo sempre: la spiritualità ha bisogno di questo sguardo a cui lo studio della teologia, della filosofia e delle altre discipline contribuiscono in modo speciale. Oggi siamo diventati esperti di dettagli infinitesimali di realtà, ma siamo incapaci di avere di nuovo una visione d’insieme, una visione che tenga insieme le cose attraverso un significato più grande e più profondo; l’esperienza cristiana, invece, ci vuole insegnare a guardare la vita e la realtà con uno sguardo unitario, capace di abbracciare tutto rifiutando ogni logica parziale”.
E’ nn’esortazione ad avere uno sguardo ‘unitario’, come molti santi: “Vi esorto allora (lo dico a voi studenti e a tutti coloro che si impegnano nella ricerca e nell’insegnamento) a non dimenticare che di questo sguardo unitario ha bisogno la Chiesa di oggi e di domani. E guardando all’esempio di uomini e donne come Agostino, Tommaso, Teresa D’Avila, Edith Stein e molti altri, che hanno saputo integrare la ricerca nella loro vita e nel cammino spirituale, anche noi siamo chiamati a portare avanti il lavoro intellettuale e la ricerca della verità senza separarli dalla vita”.
Quindi ha sottolineato l’importanza dello studio che può trasformare: “E’ importante coltivare questa unità, perché quanto accade nelle aule dell’università e negli ambienti educativi di ogni ordine e grado non rimanga un astratto esercizio intellettuale, ma diventi una realtà capace di trasformare la vita, di farci approfondire la nostra relazione con Cristo, di farci comprendere meglio il mistero della Chiesa, di renderci testimoni audaci del Vangelo nella società”.
Però allo studio si collega l’educazione: “Educare somiglia al miracolo raccontato da questo Vangelo, perché il gesto di chi educa è rialzare l’altro, rimetterlo in piedi come Gesù fa con questa donna curva, aiutarlo a essere sé stesso e a maturare una coscienza e un pensiero critico autonomi.
Le Università Pontificie devono poter continuare questo gesto di Gesù. Si tratta di un vero e proprio atto d’amore, perché c’è una carità che passa proprio attraverso l’alfabeto dello studio, della conoscenza, della ricerca sincera di ciò che è vero e per cui vale la pena vivere. Sfamare la fame di verità e di senso è un compito necessario, perché senza verità e significati autentici si può entrare nel vuoto e si può perfino morire”.
(Foto: Santa Sede)
Un volume sui nuovi rapporti tra Cina e Santa Sede
La libertà religiosa è una questione complessa in Cina, con lo Stato che regolamenta le attività religiose e il ruolo delle organizzazioni religiose. Alcuni studiosi hanno esplorato come le interpretazioni del Diritto Cinese, in particolare da parte del Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo, possano assomigliare a concetti di common law o a interpretazioni giuridiche tradizionali cinesi. La Santa Sede ha reso disponibile il Codice di Diritto Canonico in cinese sul suo sito web, dimostrando di riconoscere la necessità di comunicare con i cattolici di lingua cinese.
Dibattiti accademici esplorano l’intersezione tra Diritto Canonico e Diritto Cinese, come quello del Simposio accademico intitolato ‘Religione e Stato di Diritto: Diritto Canonico e Diritto Cinese’, organizzato congiuntamente dall’Istituto Pu Shi per le Scienze Sociali di Pechino e dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Camerino, nello scorso 5 settembre 2022, rappresentando il primo scambio accademico tra le due parti sul tema del Diritto Canonico, a cui hanno partecipato 15 studiosi provenienti dall’Università di Pechino, dall’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, dall’Università di Scienze Politiche e Diritto della Cina, dall’Università di Camerino, dall’Università degli Studi di Napoli Federico II e dalla Pontificia Università della Santa Croce.
Quindi in questo contesto è stato pubblicato il libro ‘Canon Law & China Law’, primo volume di una collana edita in Cina, a Hong Kong, e curata dal prof. Liu Peng, direttore dell’Istituto Pu Shi per le Scienze Sociali di Pechino, e dal prof. Stefano Testa Bappenheim, docente di Diritto Ecclesiastico е Canonico alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Camerino, a cui abbiamo chiesto di raccontare il motivo di un volume sul diritto canonico e sul diritto degli Stati:
“Ma, guardi, il diritto canonico è un po’ come il nero, va su tutto. Parlando seriamente, la Chiesa offre consistenza giuridica alla vita religiosa con il diritto canonico, con cui da venti secoli, superando le varie difficoltà spirituali e materiali, la Chiesa cattolica ha cercato di mantenere uniti i proprî fedeli, accompagnandoli con la grazia dei sacramenti sino ai confini della terra, formando i loro animi, determinandone la morale, solennizzandone i matrimoni, impiegando per il bene comune le risorse materiali. Il diritto canonico, nel corso dei secoli ed ancor oggi, si rivolge a tutti, adattando il linguaggio ad ogni situazione, con il fervore guidato dalla disciplina, attraverso la coordinazione degli scopi e l’abile variazione dei mezzi, ed appunto il Codice vigente, del 1983 con le successive modifiche, sostanzia un diritto canonico fiducioso, positivo ed energico”.
La novità è che è il primo volume di una collana edita in Cina: come è stato possibile?
“E’ stato possibile grazie al fatto che in questi ultimi 20 anni, sotto gli occhi di tutti, è avvenuto un fortissimo avvicinamento della Cina nei confronti dei vari protagonisti della scena internazionale, con l’ingresso nel WTO, i giochi olimpici… In questa prospettiva, già nel 1999, con il documento 26, il Comitato centrale del Partito comunista cinese decise di procedere verso la normalizzazione delle relazioni fra Repubblica Popolare Cinese e Santa Sede. Anche grazie alla maggiore internazionalizzazione dei rapporti, poi, è possibile che le autorità cinesi si siano rese conto che il fattore sociale e religioso non è causa di instabilità sociale, e può invece, da un lato, instillare un’etica anticorruzione, e dall’altro colmare quel vuoto spirituale che non può essere soddisfatto dal puro e semplice consumismo, a seguito forse di un certo intiepidimento del materialismo scientifico d’impronta marxista.
Il presidente Xi Jinping, inoltre, in gioventù ha vissuto per alcuni anni negli USA, quando era ancora un funzionario in carriera, avendo così modo di sperimentare dal vivo il principio del ‘wall of separation’, che c’è negli Stati Uniti, ovvero uno Stato ch’è sì autonomo e indipendente dalle confessioni religiose, ma non è aggressivo nei loro confronti, come invece abbiamo altri esempi in giro per il mondo. Può darsi che questa constatazione del fatto che Stato e confessioni religiose possano convivere pacificamente, abbia influenzato la sua formazione e le sue opinioni in questo campo”.
Il volume è frutto di un convegno organizzato a Camerino: cosa significa questa collaborazione tra le università italiane e quelle cinesi?
“Da un lato una delle principali qualità del professore universitario è la curiosità, che lo motiva alla ricerca, all’esplorazione, all’approfondimento, in qualunque settore dello scibile umano, perché sa di non sapere, e, d’altro canto, un’Università non è, non può essere, una monade senza porte e finestre: nello specifico, Italia e Cina sono emblema della civiltà orientale e di quella occidentale, e hanno scritto alcuni dei più importanti e significativi capitoli della storia della civiltà umana. I contatti tra le due grandi civiltà, cinese e italiana, affondano le loro radici nella storia.
Già più di duemila anni fa, infatti, la dinastia Han inviò Gan Ying in missione alla ricerca di ciò che chiamavano ‘Da Qin’ o ‘Grande Qin’, e che era l’Impero romano, mentre il sommo poeta Virgilio ed il geografo romano Pomponio Mela fanno molteplici citazioni del ‘Paese della seta’. E’ dunque naturale che questi contatti si siano oggi incanalati nella collaborazione fra Università italiane e cinesi”.
I rapporti tra la Santa Sede e la Polonia dopo la Seconda Guerra Mondiale possono essere interessanti per i rapporti con la Cina?
“Certamente, perché dimostrano la possibilità d’avviare relazioni diplomatiche fra uno Stato ufficialmente ispirato e guidato dalla dottrina marxista e la Santa Sede”.
In quale modo papa Leone XIV potrà ‘gestire’ i rapporti con Pechino?
“Guardi, dovrà semplicemente fare quello che fecero i suoi predecessori: già nel 1245 infatti, Sinibaldo Fieschi, papa Innocenzo IV, nel quadro del Concilio di Lione, aveva inviato un legato pontificio, il francescano Giovanni da Pian del Carmine, al Can dei Tartari, per favorire la conversione al cristianesimo e dissuadere dall’invadere l’Europa. Dopo la missione di Marco Polo, papa Niccolò IV, Girolamo Masci, il primo pontificio francescano, inviò il confratello Giovanni da Montecorvino, che giunse in Cina nel 1294 e tradusse il Salterio, il Nuovo Testamento e il Messale in Tartaro. Papa Clemente V ne dispose poi la consacrazione come arcivescovo di Pechino.
Secoli dopo il testimone venne raccolto dal gesuita p. Matteo Ricci, originario di Macerata, fino al blackout provocato dalla questione dei riti. All’inizio dello scorso secolo abbiamo avuto un nuovo ‘Matteo Ricci’, cioè il vescovo veneto, poi cardinale, Celso Costantini, che è davvero un nuovo apostolo della Cina. Quindi il rispetto e l’attenzione della Chiesa, della Santa Sede, verso la Cina è stata costante nel corso dei secoli”.
Quindi l’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese potrà essere ratificato definitivamente con papa Leone XIV?
“L’accordo purtroppo è segreto, quindi non sappiamo esattamente cosa dica. Possiamo ipotizzare sia stata prevista una qualche forma di consultazione tra Santa Sede e Governo cinese in merito alla nomina dei Vescovi, cosa peraltro abbastanza comune sia nei secoli passati in Europa che nei concordati di inizio Novecento. Sarà infatti solo il decreto di papa san Paolo VI, ‘Christus Dominus’ del 1965, a dire al numero 20 che in avvenire non sarebbero più stati concessi alle autorità civili diritti, privilegi di elezione, nomina e presentazione dei vescovi, ed a pregare le autorità civili che ancora li avessero, per ragioni concordatarie, di rinunziarvi. Immagino che l’obiettivo della Santa Sede resti quello, con tempistiche però che non si possono prevedere”.
Quanto è importante la libertà religiosa nei rapporti della Santa Sede con gli Stati?
“E’ estremamente importante, perché, come dice il canone 1752 del Codice di diritto Canonico, ‘salus animarum suprema lex’ (la salvezza delle anime è la legge suprema) ed alla Chiesa ed alla Santa Sede interessano le anime, a prescindere dal sistema politico”.
(Tratto da Aci Stampa)
Mons. Paolo Bizzeti: la pace è convivenza accogliente e rispettosa dei diritti e della dignità di ogni persona
E’ stato annunciato in questi giorni che il primo viaggio apostolico di papa Leone XIV sarà in Turchia e Libano (27 novembre-2 dicembre) con pellegrinaggio all’antica Nicea a 1700 anni dal Concilio.Abbiamo chiesto quale valore assume questo gesto alvescovo Paolo Bizzeti, dal 2015 al 2024 vicario apostolico dell’Anatolia, che ha commentato: “Visitare il gregge di persona e portare la vicinanza del Buon Pastore è il senso di questi viaggi papali. La Turchia e il Libano sono paesi importantissimi non solo per il passato cristiano ma anche per l’oggi della vita cristiana: sono un laboratorio in cui dobbiamo essere presenti attivamente e umilmente. L’anniversario di Nicea è un’occasione per ravvivare lo spirito che animò i padri conciliari: esprimere in termini e categorie nuove la propria fede, cercando ciò che unisce”.
Mons. Paolo Bizzeti, che per alcuni anni è stato anche docente della Facoltà teologica del Triveneto, ha presieduto lo scorso 8 ottobre la celebrazione eucaristica di apertura dell’anno accademico 2025/2026. Nell’occasione ha rilasciato un’ampia intervista (pubblicata nel sito della Facoltà www.fttr.it) sulla sua esperienza in Turchia, sul tema della pace e della condivisione possibile fra le religioni.
In questa terra dalle molte anime, etniche, culturali, religiose, il cristianesimo ha una tradizione vivissima, insediata fin dai primordi, sebbene oggi ridotta a numeri modesti: “Oggi i cattolici sono una minoranza insignificante e tuttavia viva, accettando di essere marginali ma consapevoli del dono di credere in Gesù salvatore. Ci sono poi i rifugiati cristiani che provengono dai paesi vicini e i neofiti che saranno probabilmente la chiesa del prossimo futuro. Ed essendo tutte le confessioni cristiane costituite da numeri assai piccoli, la collaborazione ecumenica è vivace e serena, accettando le differenze, costitutive da secoli”.
I rapporti con il mondo islamico, aggiunge, “sono molto variegati a seconda degli interlocutori e del taglio di ogni corrente dello stesso mondo islamico. L’Islam politico è molto preoccupato della propria leadership anche a causa di una dissennata politica occidentale che ha danneggiato molto il cristianesimo, ad esempio con le due sciagurate guerre del Golfo”.
La Turchia (o meglio) come afferma mons. Bizzeti, le molte Turchie “è un grande laboratorio di diversità che devono imparare a vivere insieme: non c’è alternativa. Il governo attuale è al potere da moltissimi anni e tanta gente desidera un cambiamento, non mi sembra sia scandaloso. Però i grandi detentori del potere mondiale non devono condizionare la ricerca del popolo turco di un proprio assetto. Tra Europa e Turchia credo si debbano trovare forme reali di collaborazione, uscendo dal vicolo cieco di un sì o un no totalizzanti”.
Il vescovo ha parlato della pace definendola come “il frutto di una convivenza dove l’altro è accolto nella sua diversità, rispettando i diritti umani e la dignità di ogni persona”. Anzitutto, “tutti gli uomini religiosi devono essere risoluti nel vietare l’uso del nome di Dio per giustificare la violenza o la conquista della terra. Sulla terra siamo tutti ospiti di Dio”. Ed ha aggiunto: “Non è giustificabile l’invasione di terre altrui o bombardamenti che negano il diritto internazionale, le risoluzioni dell’ONU, così come misure di ritorsione economica che di fatto rafforzano i gruppi al potere e affamano il popolo”.
La libertà di scelta religiosa poi è considerata un pilastro irrinunciabile della pace e non va relegata all’interiorità: “Ma le religioni devono accettare che l’unico Dio ha molte strade diverse per condurre gli uomini alla salvezza, purché rispettino la dignità e uguaglianza di ogni membro della famiglia umana, particolarmente quella delle persone più vulnerabili”.
Infine, per molti anni presidente di Caritas Anatolia, che in questi anni è stata chiamata a un grande impegno per la popolazione provata dalla guerra, dal dramma dei profughi provenienti da Siria, Afghanistan, Iraq e Iran, e dal terribile terremoto del 6 febbraio 2023, il vescovo ha sottolineato come “anzitutto i poveri ci aiutano a fare verità, a guardare con altri occhi il mondo che abbiamo costruito.
Allora si comprende che abbiamo bisogno di cambiare la nostra civiltà, disumana e poco progredita in umanità. Inoltre, i rifugiati cristiani che io seguo in Turchia e in Italia sono una grande risorsa e non ha senso chiudere le porte per paura, quando invece essi ci portano una ventata di novità e di fede viva, insieme ai loro molti problemi che però sono l’occasione per uscire da noi stessi e dare un senso alla nostra vita e alle nostre risorse. In concreto noi adesso aiutiamo nel cercare lavoro e casa in modo da dare dignità e possibilità di un buon inserimento a questi fratelli e sorelle: è un vantaggio per tutti”.
L’intervista integrale: https://www.fttr.it/la-pace-e-convivenza-accogliente-e-rispettosa-dei-diritti-e-della-dignita-di-ogni-persona/
Per il rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre è in aumento la persecuzione contro la fede
La Fondazione ‘Aiuto alla Chiesa che Soffre’ ha presentato (oggi, 21 ottobre 2025) la XVII edizione del Rapporto biennale ‘Libertà religiosa nel mondo’, che ha offerto una panoramica globale dello stato di questo diritto fondamentale per il periodo che va da gennaio 2023 a dicembre 2024, evidenziando che due terzi dell’umanità (più di 5.400.000.000 persone vivono in Paesi senza piena libertà religiosa). Il Rapporto analizza la situazione in 196 Paesi e documenta gravi violazioni di questo diritto in 62 di essi. Di questi, 24 sono classificati come Paesi di ‘persecuzione’ e 38 come Paesi di ‘discriminazione’.
Solo due nazioni, il Kazakistan e lo Sri Lanka, hanno mostrato miglioramenti rispetto all’edizione precedente: “Il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione (tutelato dall’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani) non solo è sotto pressione, ma in molti Paesi sta scomparendo”, ha avvertito Regina Lynch, presidente esecutivo di ACS Internazionale, sottolineando che quest’anno ricorre il 25° anniversario del primo rapporto di ACS.
Il Rapporto identifica nell’autoritarismo il principale motore della repressione religiosa. In 19 dei 24 Paesi nella categoria della persecuzione e in 33 delle 38 nazioni con discriminazione, i governi applicano strategie sistematiche per controllare o mettere a tacere la vita religiosa. In Cina, Iran, Eritrea e Nicaragua, le autorità utilizzano tecnologie di sorveglianza di massa, censura digitale, legislazione restrittiva e detenzioni arbitrarie per sopprimere le comunità religiose indipendenti.
Il controllo della fede è diventato uno strumento di potere politico, grazie a una burocratizzazione della repressione religiosa sempre più sofisticata. nazionalismo religioso: il Rapporto avverte che l’estremismo islamista continua ad espandersi, in particolare in Africa e in Asia. In 15 Paesi è la causa principale della persecuzione mentre in altri 10 contribuisce alla discriminazione. Il Sahel è diventato l’epicentro della violenza jihadista con gruppi come lo Stato Islamico – Provincia del Sahel (ISSP) e JNIM che hanno causato la morte di centinaia di migliaia di persone, lo sfollamento di milioni di altre e la distruzione di centinaia di chiese e scuole cristiane.
Il nazionalismo etnico-religioso alimenta la repressione delle minoranze in alcuni Stati dell’Asia. In India e Myanmar, le comunità cristiane e musulmane subiscono aggressioni ed esclusione legale. Quanto al caso indiano, il Rapporto definisce la situazione come ‘persecuzione ibrida’, una combinazione di leggi discriminatorie e violenze perpetrate da civili ma incoraggiate dalla retorica politica.
Il declino della libertà religiosa è stato aggravato anche dai conflitti armati che hanno colpito Paesi come Myanmar, Ucraina, Russia, Israele e Palestina. Le guerre e la violenza basata sulla religione hanno innescato una silenziosa crisi di sfollamento. In Nigeria, gli attacchi di gruppi armati legati ai pastori Fulani radicalizzati hanno causato migliaia di morti e lo sradicamento di intere comunità.
Nel Sahel, in particolare in Burkina Faso, Niger e Mali, interi villaggi sono stati distrutti dalle milizie islamiste. In Sudan, la guerra civile ha spazzato via comunità cristiane secolari. Anche la criminalità organizzata è emersa come un nuovo agente di persecuzione. In Messico e Haiti, gruppi armati uccidono o rapiscono leader religiosi ed estorcono denaro alle parrocchie per affermare il proprio controllo sul territorio”.
L’erosione della libertà religiosa si estende anche all’Europa e al Nord America. Nel 2023, la Francia ha registrato quasi 1.000 attacchi alle chiese; in Grecia, più di 600 atti di vandalismo; picchi simili sono stati osservati in Spagna, Italia e Stati Uniti, tra cui profanazioni di luoghi di culto, aggressioni fisiche al clero e interruzioni di funzioni religiose. Secondo ACS, questi atti riflettono un crescente clima di ostilità ideologica nei confronti della religione.
Il Rapporto documenta anche un drastico aumento degli atti antisemiti e antiislamici a seguito degli attacchi del 7 ottobre 2023 e della guerra a Gaza. In Francia, gli episodi di antisemitismo sono aumentati del 1.000%, mentre i crimini d’odio contro i musulmani sono aumentati del 29%. In Germania, nel 2023 sono stati registrati 4.369 episodi legati al conflitto rispetto ai soli 61 dell’anno precedente.
Per la prima volta nella sua storia, ACS ha lanciato una petizione globale che invita i governi e le organizzazioni internazionali a garantire l’effettiva applicazione dell’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani, che garantisce ad ogni persona il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione: “Perché questa petizione? Perché il diritto di credere (o di vivere secondo le proprie convinzioni) è in declino in 62 Paesi, colpendo miliardi di persone.
Negli ultimi 25 anni, ACS ha documentato come la persecuzione distrugga le comunità, alimenti i conflitti e costringa milioni di persone alla fuga. Ora più che mai, la libertà religiosa deve essere difesa e protetta in tutto il mondo”, ha affermato Lynch, invitando tutti a sostenere la petizione e citando lo slogan di questa iniziativa: ‘La libertà religiosa è un diritto umano, non un privilegio’
Nonostante questo quadro desolante, il Rapporto di ACS sottolinea anche la resilienza delle comunità religiose che, nonostante la persecuzione, continuano a fornire aiuti umanitari, istruzione e speranza. In Mozambico e Burkina Faso, progetti interreligiosi hanno dimostrato che la fede può essere una forza motrice per la riconciliazione e la coesione sociale: “La libertà religiosa è il termometro di tutti gli altri diritti umani. Il suo declino segnala un più ampio collasso delle libertà Fondamentali”, ha concluso Lynch.
Ad inizio giornata il segretario dello Stato vaticano, card. Pietro Parolin, ha sottolineato che il diritto alla libertà religiosa è un ‘baluardo essenziale’ per consentire a ogni persona di ‘perseguire la verità e costruire società eque’. Ecco dunque che la tutela della libertà religiosa, la sua garanzia, non riguarda solo i credenti o la Chiesa, va oltre coinvolgendo tutta la società, le istituzioni pubbliche internazionali, è segno di civiltà, ‘pietra angolare dell’edificio dei diritti umani contemporanei’.
Nell’intervento il card. Parolin si è servito di due capisaldi per spiegare perché la libertà di religione è importante a livello globale: la dichiarazione conciliare ‘Dignitatis humanae’, sul diritto della persona umana e delle comunità alla libertà sociale e civile in materia di religione, e l’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani, per il quale ‘ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione’ e tale diritto ‘include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell’insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell’osservanza dei riti’.
Papa Leone XIV: i santi sono segni di speranza
“Cari fratelli e sorelle, sono contento di incontrarvi all’indomani della canonizzazione dei sette nuovi Santi ai quali siete, per vari motivi, molto legati. Saluto ciascuno di voi, in particolare i Cardinali, i Vescovi, le Superiore religiose e le Autorità civili qui presenti. L’evento gioioso e solenne che abbiamo celebrato ieri ci ricorda che la comunione della Chiesa coinvolge tutti i fedeli, nello spazio e nel tempo, in ogni lingua e cultura, unendoci come popolo di Dio, corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo”: il giorno successivo della canonizzazione dei nuovi santi papa ha ricevuto i fedeli che sono giunti in Vaticano per l’occasione.
Rivolgendosi ai presenti ha sottolineato che essi sono segni di speranza con un particolare pensiero al santo armeno, che ha fatto una scelta precisa: “Gli uomini e le donne che ieri abbiamo proclamato santi sono per tutti noi segni luminosi di speranza, perché hanno offerto la propria vita nell’amore di Cristo e dei fratelli. Condividiamo tutti la gioia dell’amato popolo armeno, guardando alla santità del vescovo martire Ignazio Maloyan. Fu un pastore secondo il cuore di Cristo e, nei momenti di grande difficoltà, non abbandonò il suo gregge, anzi lo incoraggiò a rafforzarne la fede.
Quando gli fu chiesto di rinunciare alla fede in cambio della libertà, non esitò a scegliere il suo Signore, fino al punto di versare il proprio sangue per Dio. Questo mi fa pensare con affetto al popolo armeno, che scolpisce la croce nella pietra come segno della sua fede salda e incrollabile. Possa l’intercessione del nuovo Santo rinnovare il fervore dei credenti e portare frutti di riconciliazione e pace per tutti”.
Oppure a quello di Papua Nuova Guinea, che ha difeso le verità della fede: “Possiamo vedere la profonda fede del popolo della Papua Nuova Guinea riflessa in san Pietro To Rot, che ci offre un esempio ispiratore di fermezza e forza d’animo nel predicare le verità del Vangelo di fronte a difficoltà e sfide, persino minacce alla nostra vita. Sebbene fosse un semplice catechista, dimostrò uno straordinario coraggio rischiando la vita per svolgere il suo apostolato in segreto, perché il suo lavoro pastorale era proibito dalle forze di occupazione durante la Seconda Guerra Mondiale. Allo stesso tempo, quando queste autorità permisero la pratica della poligamia, San Pietro To Rot difese fermamente la santità del matrimonio e affrontò persino alcuni potenti… Cari fratelli e sorelle, l’esempio di san Pietro To Rot ci incoraggi a difendere le verità della fede, anche a costo di sacrifici personali, e ad affidarci sempre a Dio nelle nostre prove”.
Inoltre un pensiero è rivolto al popolo venezuelano: “Cari fratelli e sorelle, i vescovi del Venezuela hanno pubblicato lo scorso 7 ottobre una lettera in occasione del gioioso avvenimento di vedere elevati agli onori degli altari due figli della loro amata terra, san José Gregorio Hernández e santa Carmen Rendiles, chiedendo al Signore che siano un forte stimolo affinché tutti i venezuelani si riuniscano e sappiano riconoscersi come figli e fratelli di una stessa patria, riflettendo così sul presente e sul futuro, alla luce delle virtù che questi santi vissero in modo eroico”.
Ed ha riflettuto sulle virtù della fede e della speranza: “Bisognerebbe chiedersi: quali sono queste virtù che devono motivarci? Certamente la fede. Dio era presente nella loro vita e la trasformava, facendo della semplice esistenza di una persona comune, come uno qualunque di noi, un lume che nella quotidianità illuminava tutti con una luce nuova.
Poi, senza dubbio, la virtù della speranza: se Dio è la nostra ricompensa eterna, le nostre fatiche e le nostre lotte non possono concludersi in mete che, oltre che indegne e degradanti, sono effimere. Infine, la carità, che nasce dall’accogliere e dal condividere il dono ricevuto, che ci fa scoprire il vero senso di una vita e ci chiede di costruirla per mezzo del servizio ai malati, ai poveri, ai più piccoli”.
Quindi le virtù sono importanti per agire: “Ebbene, come può la riflessione su queste virtù aiutarci nel momento presente? Può farlo se, guardando a queste due grandi figure, vediamo in loro soprattutto persone molto simili a noi, che vissero affrontando problematiche che non ci sono estranee, e che noi stessi possiamo affrontare come fecero loro, seguendone l’esempio.
Ed inoltre considerando che chi vive al mio fianco (come me, come loro) è chiamato alla stessa santità, e che devo dunque vederlo, anzitutto, come un fratello da rispettare e da amare, condividendo il cammino dell’esistenza, sostenendoci nelle difficoltà e costruendo insieme il regno di Dio con gioia“.
La parte conclusiva è dedicata ai santi italiani: “Lodiamo inoltre il Signore per suor Maria Troncatti, santa salesiana che ha dedicato la vita al servizio delle popolazioni indigene dell’Ecuador. Coniugando competenza medica e passione per Cristo, questa generosa missionaria ha curato le membra e i cuori di quanti assisteva con l’amore e la forza che attingeva dalla fede e dalla preghiera. La sua opera, davvero instancabile, è per noi esempio di una carità che non si arrende nelle difficoltà, trasformandole piuttosto in occasioni per un dono gratuito e totale di sé.
Nella sua provvidenza, Dio ha donato alla Chiesa suor Vincenza Maria Poloni, fondatrice delle Suore della Misericordia. Il suo carisma testimonia la compassione di Gesù verso gli ammalati e gli emarginati. Nutrendo l’impegno sociale con una profonda spiritualità eucaristica e con la devozione mariana, santa Vincenza ci incoraggia a perseverare nel servizio quotidiano ai più fragili: è proprio lì che fiorisce la santità di vita!
Questa trasformazione, che la grazia di Dio opera nel cuore, trova in Bartolo Longo un esempio di particolare intensità. Convertitosi da una vita lontana da Dio, egli dedicò ogni energia a opere di misericordia corporale e spirituale, promuovendo la fede in Cristo e l’affetto per Maria mediante la carità verso gli orfani, i poveri, i disperati.
Riconoscente al suo fondatore, il Santuario di Pompei custodisca e diffonda il fervore di san Bartolo, apostolo del Rosario: di cuore raccomando questa preghiera a tutti, ai sacerdoti, ai religiosi, alle famiglie, ai giovani. Contemplando i misteri di Cristo con lo sguardo di Maria, giorno per giorno assimiliamo il Vangelo e impariamo a praticarlo”.
In precedenza il papa aveva ricevuto la comunità del Pontificio Collegio Portoghese, fondato a Roma da papa Leone XIII: “Puntando sempre alla missione, la Chiesa, chiamata oggi a rafforzare il suo stile sinodale, con gioia fa tesoro di queste esperienze ecclesiali e, nel custodirle come eredità spirituale, trova in esse una spinta per far crescere la comunione.
Quando, per la promozione umana e per la gloria di Dio, ci mettiamo in ascolto gli uni degli altri e rispettiamo quello che lo Spirito Santo suscita in ogni fedele, noi distinguiamo con maggiore chiarezza e fiducia i segni dei tempi, lavorando uniti nella costruzione del Regno di Cristo. E il fatto di essere a Roma per approfondire lo studio della teologia o delle scienze umane e sociali, implica di allenarsi ogni volta di più nell’arte dell’ascolto, così importante per l’unità tra di noi, discepoli del Signore”.
E’ stato un invito a ‘costruire’ una casa, dove ‘sostare’, ricordando le parole di san Paolo VI: “Cari fratelli e care sorelle, mentre siete a Roma, costruitevi anche una ‘casa’, ovvero un ambiente casalingo dove, rientrando dai vostri impegni accademici, possiate sentirvi in famiglia… Dunque, edificate una casa collegiale, che sia anche accogliente, come dev’essere la Chiesa. Lo troviamo scritto nella storia del Collegio, che ha ricevuto il titolo di ‘Casa di Vita’, a causa dell’accoglienza degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Questo titolo è allo stesso tempo un’eredità e una responsabilità nella vostra quotidiana costruzione della fraternità”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV chiede di risvegliare il mondo
“Sono contento di trovarmi con voi, che rappresentate tutti i consacrati e le consacrate del mondo, in questa settimana del vostro Giubileo a Roma. Vi accolgo con un abbraccio che parte dal cuore e che desidero arrivi fino agli angoli più remoti della terra, dove so di potervi trovare. In particolare, ricordando ciò che già vi disse papa Francesco, voglio a mia volta dichiararvi che la Chiesa ha bisogno di voi e di tutta la diversità e la ricchezza delle forme di consacrazione e di ministero che rappresentate”: accogliendo i partecipanti al giubileo della Vita Consacrata papa Leone XIV ha sottolineato la necessità della Chiesa della ricchezza del loro ministero.
La Chiesa ha necessità di loro perché risvegliano il mondo: “Con la vostra vitalità e con la testimonianza di una vita dove Cristo è il centro e il Signore, voi potete contribuire a ‘svegliare il mondo’. Questo lo abbiamo sentito stamattina: che potete svegliare il mondo! In questo senso, va sempre ribadito quanto sia importante per tutti voi essere radicati in Cristo. Solo in questo modo, infatti, potrete compiere la missione in modo fecondo, vivendo la vocazione come parte della meravigliosa avventura di seguire più da vicino Gesù”.
Però è possibile risvegliare il mondo solo se si è uniti a Gesù: “Uniti a Lui, e in Lui tra di voi, le vostre piccole luci diventano come il tracciato di un sentiero luminoso nel grande progetto di pace e di salvezza che Dio ha sull’umanità. Per questo motivo, a voi, figlie e figli di Fondatori e Fondatrici, rivolgo una calorosa esortazione a ‘ritornare al cuore’, come il luogo in cui riscoprire la scintilla che ha animato gli inizi della vostra storia, consegnando a chi vi ha preceduto una missione specifica che non passa e che oggi vi è affidata”.
E citando l’enciclica ‘Dilexit nos’ il papa ha invitato a coltivare la preghiera: “E’ infatti nel cuore che si produce la ‘paradossale connessione tra la valorizzazione di sé e l’apertura agli altri, tra l’incontro personalissimo con sé stessi e il dono di sé agli altri’. E’ nell’interiorità, coltivata nella preghiera e nella comunione con Dio, che mettono le radici i migliori frutti di bene secondo l’ordine dell’amore, nella piena promozione dell’unicità di ciascuno, nella valorizzazione del proprio carisma e nell’apertura universale della carità”.
Quindi ha ripreso il motto scelto per questo giubileo (‘Pellegrini di speranza, sulla via della pace’): “C’è un bisogno profondo di speranza e di pace che abita il cuore di ogni uomo e donna del nostro tempo e voi, consacrate e consacrati, volete farvene portatori e testimoni con la vostra vita, come divulgatori di concordia attraverso la parola e l’esempio, e prima ancora come persone che portano in sé, per grazia di Dio, l’impronta della riconciliazione e dell’unità.
Solo così potrete essere, nei vari ambienti in cui vivete e operate, costruttori di ponti e diffusori di una cultura dell’incontro, nel dialogo, nella conoscenza reciproca, nel rispetto per le differenze, con quella fede che vi fa riconoscere in ogni essere umano un solo volto sacro e meraviglioso: quello di Cristo”.
Citando papa san Paolo VI ha richiamato il valore della sinodalità: “E’ la descrizione di una missione entusiasmante: un ‘domestico dialogo’ che oggi è affidato anche a voi, anzi a voi in modo speciale, per un continuo rinnovamento del Corpo di Cristo nelle relazioni, nei processi, nei metodi. La vostra vita, il modo stesso in cui siete organizzati, il carattere di fatto frequentemente internazionale e interculturale dei vostri Istituti, vi pongono infatti in una condizione privilegiata per poter vivere quotidianamente valori come l’ascolto reciproco, la partecipazione, la condivisione di opinioni e capacità, la ricerca comune di cammini secondo la voce dello Spirito”.
E’ questa la testimonianza di cui ha bisogno la Chiesa: “Di tutto ciò la Chiesa oggi vi chiede di essere testimoni speciali nelle diverse dimensioni della vostra vita, in primo luogo camminando in comunione con tutta la grande famiglia di Dio, sentendola come Madre e Maestra, condividendo in essa la gioia della vostra vocazione e anche, dove necessario, superando divisioni, perdonando ingiustizie subite, chiedendo perdono per le chiusure dettate dall’autoreferenzialità. Lavorate a diventare, giorno per giorno, sempre più ‘esperti di sinodalità’, per esserne profeti al servizio del popolo di Dio”.
Precedentemente il papa aveva ricevuto una delegazione della fondazione ‘Aiuto alla Chiesa che soffre’, ricordando la loro missione di aiutare i cristiani, ricordando le parole di san Paolo nella prima lettera ai Corinzi: “Al contrario, la vostra missione proclama che, come unica famiglia in Cristo, non abbandoniamo i nostri fratelli e sorelle perseguitati. Piuttosto, li ricordiamo, siamo al loro fianco e ci adoperiamo per garantire le loro libertà donate da Dio… Queste parole riecheggiano oggi nei nostri cuori, perché la sofferenza di qualsiasi membro del Corpo di Cristo è condivisa da tutta la Chiesa”.
Inoltre ha ribadito la necessità della libertà religiosa: “La libertà religiosa, pertanto, non è meramente un diritto giuridico o un privilegio che ci è concesso da governi; è una condizione fondante che rende possibile la riconciliazione autentica. Quando questa libertà viene negata, la persona umana è privata della capacità di rispondere liberamente alla chiamata della verità. Ciò che ne consegue è un lento disgregarsi dei vincoli etici e spirituali che sostengono le comunità; la fiducia lascia spazio alla paura, il sospetto sostituisce il dialogo e l’oppressione genera violenza.
Per questa ragione la Chiesa cattolica ha sempre difeso la libertà religiosa per tutti. Il Concilio Vaticano II, in ‘Dignitatis humanaeì, ha affermato che tale diritto deve essere riconosciuto nella vita giuridica e istituzionale di ogni nazione. La difesa della libertà religiosa, dunque, non può rimanere astratta; deve essere vissuta, protetta e promossa nella vita quotidiana degli individui e delle comunità”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV esorta a difendere i poveri
“Sono lieto di salutare tutti voi, leader sindacali e ospiti di Chicago, giunti a Roma per celebrare l’Anno Giubilare. Questa delegazione rappresenta migliaia di lavoratori, le cui competenze contribuiscono al bene comune e alla creazione di una società in cui tutti possono prosperare. E’ un lavoro importante e vi elogio per il vostro contributo in questo senso”: con queste parole papa Leone XIV ha salutato la delegazione dell’Union Leaders from Chicagoland (leader sindacali della città di Chicago).
Il papa li ha ringraziati per la collaborazione con la Chiesa: “In particolare, vorrei esprimere la mia gratitudine per la vostra collaborazione con la Chiesa. Il Cardinale Cupich mi ha informato dei vostri numerosi contributi, tra cui il sostegno ai seminaristi ospitando, insieme a esponenti della società civile e del mondo imprenditoriale, il banchetto annuale del Premio Rerum Novarum”.
Ha trovato anche molto interessanti le attività svolte per stimolare la partecipazione e l’impegno per il creato: “Inoltre, è incoraggiante apprendere dei progressi compiuti nell’ampliare la partecipazione e l’inclusione delle minoranze nel movimento sindacale attraverso l’apprendistato e la formazione. Allo stesso tempo, il vostro impegno per la tutela dell’ambiente, attraverso l’insegnamento delle competenze necessarie per lo sviluppo delle energie rinnovabili, non è solo encomiabile, ma anche tempestivo, data l’urgenza di prenderci cura della nostra casa comune”.
Inoltre ha molto ‘apprezzato’ l’accoglienza verso i migranti: “Soprattutto, vi prego di comprendere il mio apprezzamento per l’accoglienza di immigrati e rifugiati, in particolare per il sostegno alle dispense alimentari e ai rifugi. Pur riconoscendo che politiche appropriate sono necessarie per garantire la sicurezza delle comunità, vi incoraggio a continuare a impegnarvi affinché la società rispetti la dignità umana dei più vulnerabili. Così facendo, state mettendo in pratica l’appello del mio amato predecessore, papa Francesco, che ha esortato ogni sindacato a rinascere ogni giorno nelle periferie”.
Infine ha elogiato il loro impegno per i diritti dei lavoratori: “Durante questa settimana di pellegrinaggio, oltre ad attraversare le Porte Sante e a partecipare ad altri esercizi spirituali, state anche dedicando del tempo allo studio di importanti questioni relative ai diritti e ai doveri dei lavoratori. Prego che questo tempo sia fruttuoso sia per le vostre menti che per i vostri cuori”.
Poi ha accolto i partecipanti alla 39^ Conferenza dell’Associazione ‘MINDS International’ (rete di agenzie di stampa) sottolineando un po’ la crisi dell’informazione: “Potremmo definire un paradosso che nell’era della comunicazione le agenzie di informazione e di comunicazione attraversino un periodo di crisi. E che anche i fruitori dell’informazione siano in crisi essi stessi, scambiando spesso il falso per vero, ciò che è autentico con ciò che è invece artefatto. E tuttavia, nessuno oggi dovrebbe poter dire ‘non sapevo’. Per questo vi incoraggio nel vostro servizio, così importante; incoraggio i momenti di incontro associativo, che vi permettono di riflettere insieme”.
Però ha sottolineato che l’informazione deve essere tutelata: “L’informazione è un bene pubblico che tutti dovremmo tutelare. Per questo, ciò che è davvero costruttivo è l’alleanza tra i cittadini e i giornalisti all’insegna dell’impegno per la responsabilità etica e civile. Una forma di cittadinanza attiva è quella di stimare e sostenere gli operatori e le agenzie che dimostrano serietà e vera libertà nel loro lavoro. Allora si verifica un circolo virtuoso che fa bene al corpo sociale”.
Inoltre non ha mancato di evidenziare chi rischia la vita per informare: “Ogni giorno ci sono reporter che rischiano personalmente perché la gente possa sapere come stanno le cose. E in un tempo come il nostro, di conflitti violenti e diffusi, quelli che cadono sul campo sono molti: vittime della guerra e dell’ideologia della guerra, che vorrebbe impedire ai giornalisti di esserci. Non dobbiamo dimenticarli!
Se oggi sappiamo che cosa è successo a Gaza, in Ucraina e in ogni altra terra insanguinata dalle bombe, lo dobbiamo in buona parte a loro. Ma queste testimonianze estreme sono l’apice del tributo di quotidiana fatica di tantissimi che lavorano perché l’informazione non sia inquinata da altri fini, contrari alla verità e alla dignità della persona”.
Per questo ha invitato a ‘liberare’ l’informazione: “Occorre infatti liberare la comunicazione dall’inquinamento cognitivo che la corrompe, dalla concorrenza sleale, dal degrado del cosiddetto click bait. Le agenzie di stampa sono in prima linea, chiamate ad agire nell’attuale contesto comunicativo secondo principi (purtroppo non sempre condivisi) che coniugano la sostenibilità economica dell’impresa con la tutela del diritto ad una informazione corretta e plurale”.
Infatti i giornalisti delle agenzie svolgo un compito importante: “I giornalisti delle agenzie di stampa sono a loro volta chiamati ad essere i primi sul campo, i primi a dare la notizia. E questo vale ancora più nell’era della comunicazione permanentemente live, della digitalizzazione sempre più pervasiva dei mass media. Chi lavora per un’agenzia, lo sapete bene, è chiamato a scrivere con rapidità, sotto pressione, anche in situazioni molto complesse e drammatiche. A maggior ragione, il vostro servizio è prezioso e deve essere un antidoto al proliferare dell’informazione ‘spazzatura’; pertanto richiede competenza, coraggio e senso etico”.
E’ stata un’esortazione a vigilare sulla tecnologia: “Non siamo destinati a vivere in un mondo dove la verità non è più distinguibile dalla finzione. Al riguardo, dobbiamo porci degli importanti interrogativi… Dobbiamo vigilare perché la tecnologia non si sostituisca all’uomo, e perché l’informazione e gli algoritmi che oggi la governano non siano nelle mani di pochi”.
Per il papa, inoltre, è necessaria un’informazione libera, ricordando il monito di Hannah Arendt: “Il mondo ha bisogno di un’informazione libera, rigorosa, obiettiva… Con il vostro lavoro, paziente e rigoroso, voi potete essere un argine a chi, attraverso l’arte antica della menzogna, punta a creare contrapposizioni per comandare dividendo; un baluardo di civiltà rispetto alle sabbie mobili dell’approssimazione e della post-verità”.
Insomma è stato un invito a non svendere l’autorevolezza della comunicazione: “L’economia della comunicazione non può e non deve separare il proprio destino dalla condivisone della verità. Trasparenza delle fonti e della proprietà, accountability, qualità, obiettività sono le chiavi per restituire ai cittadini il loro ruolo di protagonisti del sistema, convincendoli a pretendere un’informazione degna di questo nome. Mi raccomando: non svendete mai la vostra autorevolezza!”
Infine nel messaggio alla rete ‘Catholic Charities Usa’, che raduna 168 agenzie diocesane, ha esortato a continuare il supporto alle persone migranti e rifugiate: “Attraverso le vostre 168 agenzie diocesane di Catholic Charities, diventate ‘agenti di speranza’ per i milioni di persone che si rivolgono alla Chiesa negli Stati Uniti d’America in cerca di compassione e cura. Molti di coloro che servite sono tra i più vulnerabili, tra cui migranti e rifugiati”.
Il ruolo di questa rete è molto importante per l’assistenza ai poveri: “Poiché non possono contare sulle proprie risorse e devono dipendere da Dio e dalla bontà degli altri, in molti modi il vostro ministero rende concreta la provvidenza del Signore per loro. Fornendo cibo, alloggio, assistenza medica, assistenza legale e molti altri gesti di gentilezza, le affiliate di Catholic Charities negli Stati Uniti mostrano quello che papa Francesco ha spesso definito lo ‘stile’ di Dio, fatto di vicinanza, compassione e tenerezza”.
Ed ha di nuovo sottolineato che i migranti sono portatori di speranza: “Mentre coloro che sono colpiti dalla povertà e dalla migrazione forzata affrontano sfide difficili, non dimentichiamo che possono anche essere testimoni di speranza non solo attraverso la loro fiducia nell’aiuto divino, ma anche attraverso la loro resilienza nel dover spesso superare molti ostacoli durante il loro viaggio. In modo speciale, i migranti e i rifugiati cattolici sono diventati missionari di speranza in molte nazioni, compresa la vostra, portando con sé una fede vibrante e le devozioni popolari che spesso rianimano le parrocchie che li accolgono”.
Infine un elogio in quanto sono ‘costruttori di ponti’: “Si potrebbe dire che, aiutando gli sfollati a trovare una nuova casa nel vostro Paese, agite anche come costruttori di ponti tra nazioni, culture e popoli. Vi incoraggio, quindi, a continuare ad aiutare le comunità che accolgono questi fratelli e sorelle appena arrivati a essere testimoni viventi di speranza, riconoscendo che hanno un’intrinseca dignità umana e sono invitati a partecipare pienamente alla vita comunitaria “.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ai gendarmi: una promessa è libertà
“Cari fratelli e sorelle, secondo una bella consuetudine ho l’opportunità di celebrare con voi l’Eucaristia in occasione della festa del vostro Patrono San Michele Arcangelo. Ci siamo raccolti presso l’altare del Signore, sotto lo sguardo materno della Vergine Immacolata”: dopo la presenza al giuramento delle reclute della Guardia Svizzera Pontificia di ieri pomeriggio, oggi pomeriggio è stata la volta della Gendarmeria Vaticana, in cui papa Leone XIV ha celebrato la messa per la festa di San Michele Arcangelo, patrono e protettore della Polizia di Stato Italiana e del Corpo della Gendarmeria Vaticana, che ricorre il 29 settembre.
Nella breve omelia il papa ha chiesto di non vergognarsi di testimoniare la fede: “E’ la testimonianza di Gesù che dà senso a ciò che facciamo: altrimenti rischiamo di diventare cristiani grigi, tiepidi, senza un cuore ardente per il Vangelo.
Carissimi, in quanto Gendarmi dello Stato Vaticano, la vostra non è solo una professione: è un servizio per il bene della Chiesa. Anche il vostro lavoro quotidiano, infatti, dà una testimonianza del Vangelo. Dunque, non vergognatevi mai dell’esempio che potete dare. Spesso (e lo sapete per esperienza), la vostra presenza discreta e sicura può esprimere uno stile evangelico non a parole, ma anche solo con uno sguardo attento, con un gesto premuroso che tutela ogni persona attorno a voi”.
Le parole dell’apostolo san Paolo delineano le virtù del cristiano: “Queste sono certamente virtù del buon cristiano, e pertanto anche del gendarme vaticano: avete forza dalla legge, ma non per dominare; avete carità verso i piccoli, ma non per compiacere l’autorità; prudenza nell’azione, ma non per paura delle responsabilità che vi sono proprie”.
Ed ha sottolineato che una ‘promessa’ è un momento di libertà: “Ecco il programma che affido particolarmente a voi, giovani gendarmi che avete da poco pronunciato il vostro giuramento. Quella promessa non è stata una semplice formula da ripetere, ma un atto di libertà e di dedizione. Avete affermato un “sì” pubblico, davanti a Dio e alla Chiesa. Avete promesso fedeltà al Papa e a un servizio che coinvolge la vostra vita, nell’impegno lavorativo di ogni giorno. Grazie per il coraggio e per la disponibilità che avete espresso nel servire fedelmente la Santa Sede!”
Però la fedeltà ha necessità che la fede sia accresciuta: “Signore: restaci accanto, converti i nostri cuori, rendici testimoni della tua Parola! Fa’ che la nostra fede, cioè la nostra relazione con Te, possa crescere sempre, tra le gioie e le prove della vita. Sei tu stesso, Signore, a nutrirla con la grazia del tuo Santo Spirito, affinché porti in noi frutti di opere buone.
Pronunciamo allora queste parole con la speranza di chi si sa amato da Dio, e perciò desidera vivere secondo la sua volontà. Quando verranno i giorni della fatica e dell’incomprensione, troveremo nella grazia del Signore il conforto e la lealtà che ci sostengono”.
Il papa ha concluso l’omelia affermando che anche il loro lavoro è una missione: “Si vede poco, eppure fa tanto. E’ un compito che costruisce sicurezza, ordine, rispetto: svolgetelo insieme, come una squadra, d’intesa reciproca con chi lavora da più tempo. E’ un servizio che protegge non solo luoghi e persone, ma rispecchia una missione, la missione della Chiesa.
Vivete dunque questa stessa missione, che è l’annuncio del Vangelo, con la vostra uniforme e prima di tutto con la vostra umanità. La mia gratitudine va anche alle vostre famiglie: le mogli, i figli, i papà e le mamme. Il vostro ‘sì’ è sorretto anche dal loro ‘sì’ silenzioso. Senza di loro, il vostro servizio sarebbe più fragile”.
(Foto: Santa Sede)
Fabrizio Venturi torna in tutti i negozi di dischi con ‘Volo Libero’
‘Volo Libero’, l’album del cantautore toscano Fabrizio Venturi, è ufficialmente nei negozi di dischi, grazie a un nuovo accordo di ristampa e distribuzione siglato tra la DDT Music (etichetta indipendente dell’artista) e la prestigiosa casa discografica Audioglobe.
Il disco sarà disponibile in tutta Italia in diversi formati fisici: Vinile (versione unplugged), CD Digipack (edizione speciale), CD Jewel Box (confezione classica), Musicassetta, in linea con il crescente interesse per il vintage. Ogni formato includerà libretti con fotografie esclusive e i testi delle canzoni.
Fabrizio Venturi è un artista fuori dagli schemi: con uno stile unico e riconoscibile, si distingue per il modo personale di scrivere e interpretare la musica. Lontano dalle mode del momento – dal rap alla dance, fino al pop commerciale – Venturi coltiva una visione musicale raffinata, capace di coniugare profondità autoriale e accessibilità pop. A rendere unico l’artista non è solo la sua musica, ma anche il look: elegante, originale, sempre in grado di distinguersi senza mai scadere nell’eccesso.
“Non ho mai seguito le tendenze – racconta Venturi – né ho voluto rincorrere mode passeggere. Ho sempre cercato un equilibrio tra la canzone popolare e la musica d’autore, tra l’anima rock e la melodia italiana”.
Fondamentale, nel percorso dell’artista, è stata la collaborazione con il grande Alberto Testa, autore e paroliere tra i più importanti della musica italiana, con all’attivo successi immortali come “Grande Grande Grande”, “Quando Quando Quando”, “Un anno d’amore”, “Innamorati a Milano”, “Io ti darò di più” e molti altri.
“Ho conosciuto Alberto Testa negli anni ’80 – ricorda Venturi – e spesso gli portavo le mie canzoni. Le trovava belle, ma non abbastanza da iniziare una collaborazione. Fino a quando, dopo un grave incidente nel 1995 e una lunga convalescenza, qualcosa in me è cambiato. Nuove emozioni, nuove ispirazioni. Quando gli feci ascoltare quei brani, mi disse: ‘Ora sì’. Da lì nacque la nostra collaborazione, durata fino alla sua scomparsa nel 2009. Il brano ‘Ora sì’, presente proprio in Volo Libero, porta il titolo di quella frase che ha cambiato la mia vita artistica. A lui dedico con amore questa ristampa”.
‘Volo Libero’ torna così a nuova vita, pronto a emozionare ancora una volta vecchi e nuovi ascoltatori, attraverso parole autentiche e musica senza tempo.



























