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Banca Etica sostiene le Caritas impegnate nell’accoglienza
Caritas Italiana e Banca Etica rafforzano la collaborazione a sostegno dei progetti di accoglienza promossi sui territori dalle Caritas diocesane. Banca Etica mette, infatti, a disposizione un plafond di € 15.000.000 destinato a sostenere i fabbisogni finanziari legati alle attività di accoglienza di migranti, richiedenti asilo e rifugiati.
L’iniziativa nasce dalla volontà di offrire strumenti concreti a quelle realtà ecclesiali e agli enti strumentali che, ogni giorno, sono impegnati nell’accompagnamento delle persone più vulnerabili e che spesso si trovano ad affrontare temporanei disallineamenti tra le spese sostenute e i tempi di rimborso da parte delle amministrazioni pubbliche, in particolare nell’ambito di convenzioni e progetti di accoglienza. Il plafond vuole quindi contribuire a dare continuità a esperienze di accoglienza che sono presìdi di prossimità, luoghi nei quali le comunità si prendono cura delle persone più vulnerabili e costruiscono legami di fiducia.
La collaborazione si inserisce in un cammino già condiviso tra Caritas Italiana e Banca Etica, fondato sull’attenzione alla giustizia sociale, alla dignità umana, alla tutela dei diritti e allo sviluppo sostenibile. Una visione nella quale la finanza può diventare leva per sostenere l’economia reale, le comunità locali e le organizzazioni che generano impatto sociale.
“L’accoglienza è possibile anche grazie alla realizzazione di condizioni concrete che consentono alle comunità di continuare a prendersi cura delle persone”, dichiara don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana. “Questa collaborazione con Banca Etica nasce per sostenere le Caritas diocesane nella ricorrente fatica di colmare il divario tra l’impegno immediato richiesto dai progetti e i tempi amministrativi dei rimborsi”.
“La collaborazione di Banca Etica con Caritas – sottolinea Nazzareno Gabrielli, direttore generale di Banca Etica – è consolidata e poggia su un’ampia sintonia tra Dottrina Sociale della Chiesa e finanza etica, specie riguardo l’accoglienza di migranti e rifugiati. Tale vicinanza, che si rinnova oggi attraverso questo plafond dedicato di credito che si aggiunge agli strumenti finanziari già messi a disposizione di realtà ecclesiali ed enti strumentali, dialoga a distanza, positivamente, con le Linee Guida della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) in materia di investimenti etici e sostenibili, preziose per orientare il risparmio verso la cura delle persone”.
Giornata del Mare per scoprire il volto umano
“La vita del mondo continua a scorrere attraverso i mari, i fiumi, i laghi e i corsi d’acqua del pianeta. Dietro il commercio globale, l’industria della pesca, i porti, le vie di navigazione interne e le reti marittime si cela un numero incalcolabile di marittimi, pescatori, lavoratori portuali e comunità marittime, il cui lavoro sostiene le nazioni, unisce i popoli, garantisce mezzi di sussistenza e fornisce sostentamento alle famiglie in tutti i continenti. La crisi dello Stretto di Hormuz ha ricordato al mondo quanto profonda sia la dipendenza dell’umanità dal mare e da coloro che vi lavorano”: ogni anno, nella seconda domenica di luglio, le comunità cattoliche celebrano la Domenica del Mare.
Per l’occasione, il Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, card. Michael Czerny, invia un messaggio ai cappellani e a tutti i volontari impegnati nella pastorale del mare, nonché a quanti svolgono professioni e attività legate al mare; quest’anno il tema scelto è ‘Oltre le merci e il commercio: il volto umano del mare’:
“Gran parte di ciò su cui le società fanno affidamento ogni giorno giunge senza fare clamore grazie alla perseveranza, al sacrificio, all’abilità e alla tenacia della gente del mare. In occasione della Domenica del Mare, la Chiesa ricorda questi uomini e queste donne non solo per il lavoro che svolgono o per le merci che trasportano, ma come persone create a immagine e somiglianza di Dio e dotate di una dignità inviolabile. Ciascuno di loro porta con sé una storia unica, plasmata da speranze e paure, fardelli e resilienza, relazioni e sogni che meritano di essere considerati, onorati e custoditi”.
Sviluppando il tema il documento sottolinea infatti che ogni giorno, i lavoratori dei mari e dei corsi d’acqua affrontano molte incertezze, alimentando la solitudine: “Oggi, molti lavoratori del settore marittimo continuano ad affrontare incertezze e difficoltà crescenti. Il mare, che da sempre unisce popoli e nazioni, è sempre più segnato da tensioni, insicurezza, guerre e paura. Molti membri d’equipaggio non solo devono affrontare i pericoli innati del mare e delle vie navigabili, ma sono stati recentemente colpiti da conflitti armati che li hanno, di fatto, confinati a bordo, causando carenze alimentari e persino timore per la propria vita. Tutto ciò ha acutizzato il loro senso di solitudine, l’isolamento sociale, la separazione dai propri cari e l’esaurimento emotivo”.
Una solitudine che isola dovuta anche alla crisi economica: ““Paradossalmente, anche in un’epoca caratterizzata da una maggiore comunicazione digitale, molti marittimi vivono un isolamento sempre più profondo. La vicinanza tra gli esseri umani sta diventando sempre più rara. Equipaggi ridotti, periodi di riposo a terra più brevi, orari di lavoro estenuanti e la costante pressione della vita marittima moderna spesso lasciano poco spazio al riposo, alla fratellanza o a incontri umani autentici”.
Ed ecco il richiamo all’enciclica ‘Magnifica Humanitas’: “In una realtà del genere, le persone hanno bisogno di qualcosa di più che sistemi efficienti o parole distanti. Hanno bisogno di una presenza, hanno bisogno di sapere che c’è chi si ricorda di loro, che sono accolte, ascoltate e amate. Come ci ricorda papa Leone XIV nella sua prima enciclica Magnifica Humanitas, i sistemi tecnologici ed economici non devono mai ridurre la persona umana a ‘dato, ingranaggio o merce’.
Piuttosto, devono sempre salvaguardare la dignità, la libertà e l’umanità di ciascun individuo. Una nave, quindi, non deve mai diventare un luogo di silenzioso isolamento o di indifferenza, una moderna Babele dove le persone vivono fianco a fianco ma rimangono invisibili e inascoltate”.
Invece il mare insegna la solidarietà: “Al contrario, la vita marittima può essere una testimonianza vivente del fatto che persone di nazioni, culture e confessioni differenti sono ancora capaci di fraternità, solidarietà, rispetto reciproco e pacifica interdipendenza. Per molti versi, è proprio il mare ad insegnare all’umanità che apparteniamo gli uni agli altri. Gli oceani non dividono le persone, bensì le uniscono.
Ogni giorno, coloro che lavorano sui mari e sui corsi d’acqua diventano ponti tra nazioni, culture, religioni ed economie. In un mondo ferito da conflitti e frammentazione, le loro vite testimoniano la possibilità duratura di cooperazione, solidarietà e coesistenza pacifica. Attraverso la sua presenza pastorale, la Chiesa cerca di ricordare a ogni marittimo, pescatore e lavoratore del mare che essi non sono mai dimenticati e non sono mai soli”.
Il messaggio ricorda che anche il mare è opera di Dio e non può essere ‘separata’ dalla cura dell’uomo: “In questo contesto, la cura del mare non può mai essere separata dalla cura della persona umana. Proteggere la vita marina, promuovere pratiche etiche e sostenibili, difendere la dignità e la sicurezza di questi lavoratori e promuovere uno spirito di responsabilità globale non sono priorità opposte, bensì aspetti di un unico impegno morale a favore del bene comune e della prosperità sia delle persone che dell’ambiente marino che condividiamo”.
Per questo Gesù è sceso nel mare accanto ai discepoli paurosi: “Tale impegno è radicato nel Vangelo stesso, che offre un’immagine che continua a parlare con forza al mondo marittimo di oggi. In mezzo alla tempesta, mentre la paura sopraffaceva i discepoli e le onde minacciavano la barca, Gesù rimase con loro: ‘Perché avete paura? Non avete ancora fede?’ Cristo non è rimasto al sicuro sulla riva, ma è entrato nella vulnerabilità di coloro che attraversavano acque agitate. Ancora oggi, il Signore accompagna tutti coloro che vivono e lavorano in mare, camminando accanto a coloro che affrontano incertezza, fatica, pericolo e separazione dalle proprie famiglie”.
Questa è la missione della Chiesa: “Essa è chiamata a salire sulla barca per accompagnare, ascoltare, consolare, difendere la dignità umana e diventare un segno visibile di speranza, una casa in mezzo alle tempeste della vita umana. Attraverso le cappellanie, i ministeri marittimi e un’umile presenza umana radicata nella lunga tradizione dell’Apostolato del Mare (Opus Apostolatus Maris), localmente conosciuto in molti luoghi come Stella Maris, la Chiesa intende ricordare a ogni marittimo, pescatore, lavoratore marittimo e addetto alla navigazione interna che non vengono dimenticati, che sono apprezzati e che non sono mai soli”.
Il messaggio si chiude con un ringraziamento a tutte le persone che operano nel mare: “Vi ringrazio non solo per ciò che fate, ma anche per ciò che siete. I vostri sacrifici sostengono il commercio globale, la sicurezza alimentare e il benessere di innumerevoli comunità. Esprimo, inoltre, la mia sincera gratitudine ai cappellani, ai volontari, alle organizzazioni per il welfare marittimo e agli operatori pastorali che continuano fedelmente ad offrire amicizia, preghiera, ascolto e sostegno concreto nei porti e sulle navi di tutto il mondo.
Questa Domenica del Mare rinnovi in tutti noi un impegno più profondo di vicinanza, solidarietà, cura del creato e di tutte le persone che vivono e lavorano in mare e sulle vie navigabili interne. Mentre li affidiamo alla materna protezione di Maria, Stella del Mare, preghiamo per la sicurezza, la dignità, la pace e la speranza di tutti coloro che viaggiano e lavorano sulle acque”.
(Foto: Santa Sede)
Cei: l’Italia ha bisogno della linfa delle ‘Aree interne’
Domenica 8 novembre la Chiesa celebra la Giornata del Ringraziamento come espressione d fede del popolo cristiano, affrontando il tema delle ‘aree interne’, con il tema ‘Sguardi di gratitudine e di speranza per le aree interne del Paese’: “L’Italia non vive solo nelle metropoli, lungo i grandi assi infrastrutturali o nei distretti produttivi: la sua anima pulsa nel suo sistema alpino, sulle colline degli appennini, nelle città medie, nei paesi e nei borghi ancora oggi depositari di relazioni umane straordinarie, di un notevole patrimonio artistico, di risorse che possono costituire un capitale di innovazione”.
Proprio per questo i vescovi hanno definito come linfa le aree interne: “Potremmo definirla un’Italia ‘linfatica’, che non fa rumore ma tiene in vita il Paese: essa merita uno sguardo carico di gratitudine e di apprezzamento. E’ l’Italia delle aree interne, dove circola ancora la linfa della vita civile, fatta di prossimità, solidarietà, creatività quotidiana, connessione con la natura”.
Da qui deriva la ‘gratitudine’ dei vescovi per coloro che non contribuiscono allo spopolamento dei paesi: “Esprimiamo gratitudine a chi in questi luoghi decide di restare e investire umanamente ed economicamente, a chi vi ritorna impiantandovi attività, dando non solo un contributo all’economia generale del Paese, ma proponendo un modello di vita alternativo a quello dei grandi centri urbani, spesso caotici.
In questi luoghi, l’economia agricola e l’allevamento costituiscono una risorsa che mantiene in vita il territorio, nel rispetto delle diversità e della cultura peculiare di ogni posto. In essi ci sono anche esperienze di accoglienza verso i lavoratori immigrati che con le loro famiglie contribuiscono a non abbandonare antiche attività. Così è più facile percepire quella che papa Francesco chiamava ‘la carezza di Dio’ della ‘casa comune’, che ci spinge a guardare con gratitudine al Creatore”.
Comunque è anche un invito a mantenere i presidii: “La logica dell’attrattività, quella che porta a concentrare gli investimenti e a premiare economie estrattive, e la logica dell’abbandono, che procede smantellando scuole e presidi sanitari, chiudendo sportelli bancari, esponendo i territori a rischi ambientali, appaiono come due facce della stessa identica crisi civile. Entrambe vanno lette in relazione tra loro, superando la dinamica centro-periferia, perché generano, in modi diversi, diseguaglianze e impoverimento di comunità e di luoghi”.
Il messaggio è anche un richiamo alla Chiesa: “Anche dal punto di vista pastorale le aree interne interrogano le comunità cristiane, ed è per queste che dal 2021 alcuni vescovi si incontrano per fare discernimento e avanzare proposte condivise sulla situazione di territori di cui constatano con sofferenza il depauperamento e lo spopolamento soprattutto di giovani”.
Ecco, quindi, emergere la prospettiva tracciata dal documento: “Se guardiamo l’Italia da una prospettiva plurale, riconoscendo la ricchezza di paesaggi e di culture locali, di una economia agricola da incentivare e tutelare, dobbiamo respingere la logica del sacrificio necessario di alcune aree, quell’idea semplificante che esista un solo modello di sviluppo, una sola idea di abitare, una sola idea di nazione a cui tutti debbono conformarsi”.
Tale prospettiva ha bisogno anche di una ‘nuova’ visione politica: “Non si tratta di selezionare dall’alto quali realtà locali debbano essere accompagnate in un percorso di spopolamento irreversibile e quali debbano essere salvate, ma di entrare in una prospettiva di interconnettività tra territori: agire sugli squilibri territoriali richiede, oggi più che mai, nuove politiche economiche che puntino su agricoltura e allevamento, politiche migratorie che integrino il capitale umano dei nuovi lavoratori; esige anche nuovi investimenti sulle infrastrutture che garantiscono la mobilità e l’assistenza sanitaria, la garanzia degli studi superiori e universitari, un impegno rinnovato intorno alla domanda di accesso alla casa, di lavoro da remoto, di servizi di welfare territoriale.
Dal punto di vista pastorale vanno incoraggiate le esperienze che aiutano le comunità ecclesiali ad animare la vita delle aree interne. Sarà importante attingere anche all’esperienza promossa dal Progetto Policoro, ora in fase di aggiornamento, che non poche volte ha contribuito a rigenerare porzioni di questi territori”. Questo è il futuro dell’Italia: “Il futuro del Paese dipenderà, in definitiva, dalla capacità di prendersi cura dei beni comuni e del patrimonio ereditato dal passato in modo innovativo e sostenibile. L’immagine di un’Italia ‘linfatica’ allude a un sistema di reti orizzontali, fatte di prossimità, di economie locali, di relazioni comunitarie, di creatività quotidiana, che sono il vero metabolismo dei nostri territori
Al Ministro del Turismo Mazzi e al Governo l’appello della World Religious Tourism Network: ‘Necessaria una sede istituzionale per valorizzare e difendere il turismo religioso’
Il turismo religioso si conferma oggi come uno dei fenomeni turistici, culturali e sociali più significativi a livello internazionale, con oltre 300 milioni di pellegrini e viaggiatori che ogni anno si mettono in cammino verso luoghi della fede, santuari, monasteri, percorsi spirituali e siti religiosi di rilevanza storica e identitaria. Il comparto genera un impatto economico globale stimato in oltre 18 miliardi di euro e continua a registrare una costante crescita, sostenuta dall’interesse sempre più diffuso verso esperienze di viaggio che coniugano spiritualità, cultura, sostenibilità, conoscenza dei territori e ricerca interiore.
Tuttavia, il turismo religioso non può e non deve essere considerato esclusivamente come un segmento economico del mercato turistico. Esso rappresenta un patrimonio immateriale di straordinario valore umano, culturale, spirituale e sociale, capace di favorire il dialogo tra i popoli, la conoscenza reciproca, la pace, la fratellanza e la diffusione dei valori universali che da secoli costituiscono il fondamento della civiltà europea e mediterranea.
Per queste ragioni, la World Religious Tourism Network rivolge un forte e autorevole appello alle istituzioni italiane affinché il Turismo Religioso venga formalmente riconosciuto quale settore strategico nazionale, dotato di una propria specificità culturale, spirituale, economica e sociale, meritevole di una governance dedicata e di strumenti permanenti di programmazione, tutela e sviluppo.
La proposta, che sarà inoltrata al Governo e al Ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, è stata presentata nel corso di un incontro istituzionale tenutosi a Milano presso la sede dell’Impresa Sociale MilanoPerCorsi, prevede la costituzione presso il Ministero del Turismo di un Ufficio Nazionale per il Turismo Religioso, ovvero di una specifica struttura istituzionale permanente con funzioni di coordinamento, promozione, valorizzazione, tutela e sostegno del settore a livello nazionale e internazionale.
Tale organismo avrebbe il compito di sviluppare strategie integrate per la crescita del comparto, coordinare le iniziative delle Regioni e degli enti locali, favorire il dialogo tra istituzioni civili e religiose, sostenere i cammini spirituali, valorizzare i luoghi della fede e promuovere politiche di sviluppo sostenibile in grado di generare benefici economici, occupazionali e culturali per l’intero Paese.
L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso di rafforzamento della rete internazionale del turismo religioso in Italia, anche a seguito dell’ingresso dell’Area Sud della Basilicata nella World Religious Tourism Network, un passaggio che consolida ulteriormente il ruolo del Mezzogiorno quale territorio strategico per la crescita del turismo spirituale, dei cammini religiosi e delle forme di turismo sostenibile legate alle aree interne.
In questo contesto assume particolare rilievo la Basilicata, terra ricca di spiritualità, storia e tradizioni religiose, custode di santuari, percorsi di fede, celebrazioni popolari e patrimoni culturali che attraggono ogni anno migliaia di pellegrini e visitatori provenienti da ogni parte del mondo. La valorizzazione di tale patrimonio rappresenta una straordinaria opportunità di sviluppo economico e sociale per le comunità locali, contribuendo al contrasto dello spopolamento e alla rigenerazione dei territori.
L’incontro promosso dall’Impresa Sociale MilanoPerCorsi ha riunito imprenditori, operatori turistici, professionisti, rappresentanti delle istituzioni e del mondo produttivo, dando vita a un approfondito confronto sulle prospettive di crescita del settore e sul suo ruolo nel rafforzamento dell’economia nazionale. Secondo Biagio Maimone, coordinatore per l’Italia del Turismo Religioso, il settore rappresenta una leva strategica di primaria importanza per il futuro del Paese:ù
“Il turismo religioso costituisce un modello di sviluppo che integra crescita economica, coesione sociale, valorizzazione culturale e dimensione spirituale. Esso è in grado di generare occupazione, favorire investimenti, sostenere le economie locali, valorizzare i borghi, rilanciare le aree interne e promuovere un’immagine dell’Italia fondata sulla propria identità storica, culturale e religiosa. Per questo motivo è necessario che lo Stato riconosca formalmente il Turismo Religioso come settore autonomo e strategico, dotandolo di una struttura istituzionale stabile che ne assicuri la promozione, la tutela e lo sviluppo nel lungo periodo”.
Durante la conferenza, il Presidente dell’Impresa Sociale MilanoPerCorsi e commercialista Marcello Guadalupi ha sottolineato come il turismo religioso rappresenti una delle più importanti opportunità economiche ancora non pienamente valorizzate dal sistema Paese: “Se inserito all’interno di una visione nazionale strutturata, il turismo religioso può diventare un potente motore di crescita economica diffusa, favorendo investimenti, sostenendo le imprese, creando occupazione stabile e contribuendo alla competitività dei territori. I benefici coinvolgono non solo il comparto turistico, ma l’intero sistema produttivo locale”.
Il turismo religioso in Italia genera ogni anno milioni di presenze e produce un significativo indotto per strutture ricettive, attività commerciali, ristorazione, mobilità sostenibile, artigianato locale e servizi culturali. Rappresenta inoltre uno straordinario strumento di destagionalizzazione dei flussi turistici e di riequilibrio territoriale, capace di distribuire sviluppo e opportunità anche nelle aree meno centrali del Paese.
Accanto alla dimensione economica emerge tuttavia una questione fondamentale che richiede oggi una particolare attenzione da parte delle istituzioni: la necessità di proteggere la fede, la spiritualità e il valore autentico dei luoghi sacri da ogni forma di banalizzazione, sfruttamento commerciale o mercificazione. I santuari, le chiese, i monasteri, i percorsi di pellegrinaggio e i cammini spirituali non possono essere considerati semplicemente attrazioni turistiche. Essi rappresentano luoghi vivi di fede, memoria, raccoglimento e identità collettiva, custodi di patrimoni materiali e immateriali che appartengono alla storia dei popoli e delle comunità.
Per tale ragione, la World Religious Tourism Network ritiene indispensabile l’elaborazione di una politica nazionale volta alla salvaguardia dell’autenticità dei luoghi della fede e alla tutela della loro funzione spirituale, affinché il turismo religioso continui a essere un’esperienza di crescita interiore, di riflessione, di incontro e di elevazione umana.
E’ necessario costruire un nuovo modello di sviluppo che sappia coniugare tutela e valorizzazione, protezione e promozione, spiritualità e sostenibilità, evitando che logiche esclusivamente commerciali possano compromettere il significato profondo dei luoghi sacri e dei percorsi religiosi.
La valorizzazione dei siti religiosi, dei cammini della fede e delle reti di accoglienza spirituale deve diventare una priorità nazionale, poiché genera una crescita economica sostenibile, favorisce la permanenza delle comunità nei territori, sostiene le economie locali, rafforza l’identità culturale delle aree interne e contribuisce alla costruzione di un turismo ad alto valore umano, culturale e spirituale.
Un ruolo centrale è svolto dal sistema dell’ospitalità religiosa italiana, rappresentato dall’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana, che riunisce oltre 1.200 strutture tra conventi, case per ferie, istituti religiosi e realtà di accoglienza diffuse sull’intero territorio nazionale. Un modello riconosciuto a livello internazionale per la sua capacità di coniugare accoglienza, inclusione, solidarietà e sostenibilità. La proposta avanzata dalla World Religious Tourism Network mira pertanto alla creazione di una vera e propria cabina di regia nazionale del Turismo Religioso, capace di coordinare politiche pubbliche, promuovere investimenti, sostenere i territori, valorizzare il patrimonio spirituale italiano e garantire la tutela dell’autenticità dei luoghi della fede.
L’obiettivo è quello di riconoscere finalmente il Turismo Religioso come patrimonio strategico della Nazione e come strumento privilegiato per promuovere sviluppo economico sostenibile, crescita culturale, dialogo tra i popoli, cooperazione internazionale e costruzione della pace.
In tale prospettiva, la World Religious Tourism Network rinnova il proprio impegno a favore dello slogan internazionale ‘Religious Tourism for Peace’, una visione che considera il turismo religioso non soltanto un fenomeno economico, ma una forza capace di favorire la comprensione reciproca, il dialogo interculturale e interreligioso, la fraternità tra le nazioni e la costruzione di un futuro fondato sulla dignità della persona, sul rispetto delle identità e sulla pace tra i popoli.
Voci da ‘Magnifica Humanitas’
“Per questo occorre avviare un discernimento condiviso capace di penetrare le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto. Se ci limitiamo alle contingenze, rischiamo di lasciare che il susseguirsi delle emergenze decida al posto nostro la direzione del cammino. Stiamo vivendo una rapida fase di transizione, un ‘cambiamento d’epoca’, in cui (mentre alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse) la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio”: partiamo da questo paragrafo della prima enciclica di papa Leone XIV, ‘Magnifica Humanitas’, per cogliere le ‘reazioni’ di alcune associazioni,
Infatti il presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia, ha sottolineato che il papa ha messo in evidenza la necessità del multilateralismo: “Il papa descrive con grande lucidità una fase storica segnata dalla crisi del multilateralismo e dalla difficoltà crescente di riconoscersi dentro un destino comune. Le istituzioni internazionali nate per custodire la pace e il bene comune globale appaiono oggi più fragili, non tanto perché manchino strumenti o competenze, quanto perché si è indebolita la volontà condivisa di costruire cooperazione e fiducia”.
Inoltre ha sottolineato che il papa ha evidenziato il potere tecnologico: “Allo stesso tempo l’enciclica richiama l’attenzione su un tema che riguarda sempre più da vicino la vita delle persone: la concentrazione del potere tecnologico. Oggi dati, piattaforme e capacità di calcolo sono nelle mani di pochi soggetti privati che, di fatto, influenzano accesso, partecipazione, visibilità e perfino le forme del lavoro. E’ una questione che interpella la democrazia e la giustizia sociale. Quando la tecnologia diventa opaca, incontestabile o monopolistica, il rischio è che produca nuove dipendenze invece di ampliare gli spazi di libertà”.
Sviluppo tecnologico che non può essere solo competizione: “Come ACLI sentiamo che queste parole ci interrogano profondamente. Ci ricordano che il nostro compito non è soltanto quello di rispondere ai bisogni sociali, ma anche di contribuire a tenere aperto lo spazio pubblico, difendere la dignità del lavoro, promuovere una cittadinanza digitale inclusiva e costruire legami dove troppo spesso prevalgono divisioni e chiusure. L’enciclica di papa Leone XIV ci invita, in fondo, ad abitare meglio il nostro tempo. Ed è una responsabilità che vogliamo continuare ad assumerci”.
Anche il Gruppo Banca Etica ha accolto con speranza tale enciclica, che traccia una linea di demarcazione etica fondamentale che interroga direttamente i mercati finanziari, l’industria tecnologica e i produttori di armamenti: “Il cuore economico dell’enciclica (paragrafi 157-164) rappresenta, per il Gruppo Banca Etica, la conferma della necessità di un cambio sistemico non più rimandabile. Il testo pontificio sferza duramente la fiducia cieca nella ‘mano invisibile del mercato’, l’illusione del PIL come unico indicatore di benessere e la deriva della ‘finanza per la finanza’, opposta a una finanza per l’economia reale e il lavoro”.
Secondo il presidente di Banca Etica, Aldo Soldi, l’enciclica è una chiara denuncia contro la rendita da capitale: “Il papa denuncia come la rendita da capitale stia soffocando il reddito da lavoro, spesso confinato ai margini. Papa Leone XIV rilancia la funzione sociale del credito: il risparmio deve trasformarsi in credito per l’economia reale, per creare lavoro dignitoso e per accompagnare le transizioni. E’ esattamente la nostra missione: fare in modo che la ricerca della giustizia non sia solamente qualcosa che interviene ‘dopo’ la produzione di ricchezza fine a se stessa, attraverso la redistribuzione, ma impregni le decisioni economiche fin dall’inizio, dalla scelta di quali imprese e progetti finanziare”.
Infine una chiara presa di posizione contro il riarmo: “La richiesta del papa di disarmare l’IA è un imperativo morale che i mercati non possono ignorare. I sistemi d’arma autonomi privano l’essere umano della responsabilità etica della scelta. Attraverso la nostra finanza etica, continueremo a fare pressione sulle aziende globali del tech e dell’aerospazio affinché firmino impegni formali a fermare lo sviluppo di tecnologie di offesa autonoma. Le risorse finanziarie mondiali devono finanziare la transizione ecologica e l’inclusione, non la robotizzazione della guerra”.
Inoltre si propongono stralci di un interessante intervento di don Cosimo Schena sull’essenza umana: “Perché qui il problema non è l’intelligenza artificiale. Le macchine fanno ciò che noi abbiamo insegnato loro a fare. La vera domanda è: che cosa sta diventando l’essere umano? Guardiamoci intorno. Persone che non riescono più a stare cinque minuti nel silenzio. Relazioni che durano meno di una storia Instagram. Gente che fotografa tutto ma non vive niente.
Persone che sorridono online mentre dentro stanno crollando nel silenzio. Ragazzi convinti di non valere abbastanza perché non raggiungono certi numeri. Adulti che dipendono emotivamente da un messaggio, da una visualizzazione, da un like. Ci avevano promesso connessione e abbiamo ottenuto dipendenza. Ci avevano promesso libertà e siamo diventati schiavi dell’approvazione. Ci avevano promesso comunicazione globale e invece abbiamo perso la capacità di guardarci negli occhi senza distrazioni”.
Questo è il ‘centro’ dell’enciclica papale: “E’ questo che mi fa paura. Non il fatto che una macchina possa imitare la voce di un uomo. Mi fa paura vedere uomini che non sanno più consolare nessuno. Persone incapaci di aspettare, di ascoltare davvero, di amare senza convenienza, di restare accanto al dolore senza scappare. Ormai anche le relazioni sembrano diventate prodotti da consumare: ‘Finché mi fai stare bene resto. Quando diventi pesante sparisco. Quando soffri troppo mi allontano. Quando non mi servi più ti sostituisco’. Abbiamo trasformato l’amore in consumo emotivo”.
Il rettore della Pontificia Università Antonianum, p. Giuseppe Buffon, ha espresso un ringraziamento al papa: “Grazie, per aver voluto cogliere nell’epoca dell’intelligenza artificiale un’opportunità per l’avanzamento dello spirito umano, rinunciando al manicheismo di ogni contrapposizione, sempre in agguato di fronte alle res novae, non denuncia di una minaccia, ma stimolo ad andare in profondità verso la scoperta della meraviglia di Dio operata nella sua creatura, non competizione con il tempo accelerato della tecnologia, ma invito a scavare nel mistero della coscienza umana, sacrario dove risuona la voce di Dio”.
Un ringraziamento per l’invito al discernimento: “Ode invece alla genialità umana, che con-creatrice dell’Altissimo necessita di quel discernimento sui rischi tecnocratici, già evidenziati da papa Francesco nella ‘Laudato sì’, metodo per il vaglio di una complessità interconnessa che eviti i riduzionismi. Ode in nome di un Francesco del Cantico che tutti riconosce fratelli e sorelle, affinché ogni potenzialità vesta il grembiule del servizio, chinandosi ai piedi soprattutto dei più poveri”.
Però a chiusura dell’articolo riportiamo alcune frasi dell’intervento alla presentazione dell’enciclica papale da parte dell’antropo co-fondatore Chris Olah: “Ogni laboratorio di AI di frontiera, incluso Anthropic, opera all’interno di una serie di incentivi e vincoli che a volte possono essere in conflitto con il fare la cosa giusta. La pressione per rimanere commercialmente redditizi e per rimanere alla frontiera della ricerca. La pressione geopolitica. E le pressioni più antiche e chiare di orgoglio e ambizione. Non importa quanto sinceramente qualcuno di noi intenda fare la cosa giusta (e credo che molti di noi lo facciano) saremo sempre influenzati da quegli incentivi”.
Insomma questa enciclica è solo un inizio: “Vorrei chiudere con una richiesta. Abbiamo bisogno di più del mondo (comunità religiose, società civile, studiosi, governi e in effetti di tutte le persone di buona volontà) di fare ciò che Sua Santità ha fatto qui: prendere sul serio questo, guardare da vicino e spingere gli eventi in una direzione migliore. Abbiamo bisogno di critici informati che diranno ai laboratori quando stiamo fallendo. Abbiamo bisogno di voci morali che gli incentivi non possano piegarsi”.
Papa Leone XIV ai sindaci: cambiare mentalità
“Sono contento di trascorrere fra voi questo sabato mattina, per visitare nuovamente una regione di cui nessuna ingiustizia può cancellare la bellezza. Nella vita comprendiamo che più una bellezza è fragile, più chiede cura e responsabilità. Questo, carissimi, è il senso principale della mia presenza oggi ad Acerra: confermare e incoraggiare quel sussulto di dignità e responsabilità che ogni cuore onesto avverte quando la vita germoglia e subito è minacciata dalla morte. Chi ha il dono della fede comprenderà che tale sussulto viene da Dio creatore, che in ogni uomo e in ogni donna cerca cooperatori ai suoi progetti di vita”: dopo l’incontro con i familiari delle vittime della ‘Terra dei fuochi’ papa Leone XIV ha incontrato i sindaci, chiedendo la cura dell’ambiente.
Un incontro per ribadire la preziosità della vita: “In questo territorio, infatti, la vita c’è e contrasta la morte; la giustizia esiste e si affermerà. Occorre, certo, scegliere la vita e liberarsi dai legami di morte. C’è sempre una sottile convenienza nella rassegnazione, nei compromessi, nel rimandare le decisioni necessarie e coraggiose. Il fatalismo, il lamento, lo scaricare la colpa sugli altri sono il terreno di coltura dell’illegalità e un principio di desertificazione delle coscienze. Per questo vorrei dire a tutti voi: assumiamoci ognuno le proprie responsabilità, scegliamo la giustizia, serviamo la vita! Il bene comune viene prima degli affari di pochi, degli interessi di parte, piccoli o grandi che siano”.
Però per la cultura della vita c’è bisogno di uno sguardo nuovo: “Questa terra ha pagato un tributo alto, ha sepolto tanti suoi figli, ha assistito alla sofferenza di bambini e innocenti. Il valore e il peso di quel dolore impongono di provare insieme a essere testimoni di un nuovo patto. Siete in cammino verso il tempo della rinascita, che non è tempo di rimozione, ma di azione etica e di memoria operosa. E’ il momento di uno sguardo contemplativo, quello cui l’Enciclica ‘Laudato sì’ ha richiamato tutti gli esseri umani, ciascuno a partire dalle sue responsabilità”.
Quindi la ‘cultura ecologica’, richiamata dall’enciclica di papa Francesco, non è emergenza: Sorelle, fratelli, quel paradigma si presenta ancora oggi come vincente: è all’origine del moltiplicarsi dei conflitti, dietro ai quali c’è la corsa all’accaparramento delle risorse; lo vediamo resistere ogni volta che chi ha responsabilità politiche e istituzionali è troppo debole verso chi è forte; lo ritroviamo attivo in uno sviluppo tecnologico che mira ai vertiginosi profitti di pochi ed è cieco davanti alle persone, al loro lavoro e al loro futuro. Per questo, se siamo chiamati a cambiare, è a partire dal nostro sguardo”.
Da qui l’invito ad educare: “Secondo alcuni, lasciare un mondo migliore ai nostri figli è diventata un’ambizione molto grande. Non lo deve essere, però, la missione di lasciare al mondo figli e figlie migliori. L’impegno educativo è alla nostra portata ed è prioritario. Educazione dei giovani, certo, ma anche degli adulti; dei bambini, ma anche degli anziani; dei cittadini e dei loro governanti; dei lavoratori e dei datori di lavoro; dei fedeli e dei pastori: tutti abbiamo da imparare ancora.
Ognuno ha qualcosa da donare, ma prima deve imparare a ricevere. Non è facile ammetterlo, tuttavia è questo l’inizio del futuro: è come una porta che si apre su ciò che fin qui non abbiamo pensato, né creduto, né amato abbastanza. Imparare ancora: ecco che cosa ci rende comunità. Per i cristiani, è “fare strada” con Gesù: diventare, ad ogni età, sempre più e meglio suoi discepoli”.
Per questo ha chiesto un cambiamento di mentalità: “Carissimi, sarà un vero cambiamento di mentalità economica, civile e perfino religiosa a edificare il bene che risanerà questa terra e l’intero Pianeta. Tra le persone, le istituzioni, le organizzazioni pubbliche e private occorre consolidare e allargare il patto che già sta portando i suoi primi frutti sul piano educativo e sociale. Esso non soltanto contrasterà e scardinerà le alleanze criminali, ma positivamente collegherà e moltiplicherà le migliori forze e le grandi idee che già sono nei vostri cuori”.
E’ stato un ringraziamento a chi si è impegnato: “Qui vorrei ringraziare quei ‘pionieri’ che, col loro impegno coraggioso, hanno per primi denunciato i mali di questa terra e hanno portato l’attenzione sulla realtà oscurata e negata del suo avvelenamento: penso in particolari ai membri delle associazioni ambientaliste. Ora tutti sappiamo che occorre vigilare sulla salute del creato come si vigila sulla porta di casa, respingere tentazioni di potere e di arricchimento legate alle pratiche che inquinano la terra, l’acqua, l’aria e la convivenza”.
Ma anche un invito a cambiare l’economia: “Realizzeremo, passo dopo passo, ma rapidamente, un’economia meno individualistica, un sistema meno consumistico. Quanti rifiuti, quanto spreco, quanti veleni sono venuti da un modello di crescita che ci ha come stregato, lasciandoci più malati e più poveri. Impariamo allora a essere ricchi diversamente: più attenti alle relazioni, più tesi a valorizzare il bene comune, più affezionati al territorio, più grati nell’accogliere e integrare chi viene a vivere con noi”.
Una conversione per la costruzione delle ‘buone pratiche’: “E’ a partire da questa conversione che si possono costruire buone pratiche di comunità: mediante persone e imprese che coltivino il senso del limite, non quello della violazione irresponsabile; che abbiano il gusto del recupero, non la logica dell’invasione; fame e sete di giustizia invece che di possesso. In particolare, essere vicini al cuore umano, e quindi più vicini a Dio che l’ha creato, significa desiderare una comunità più inclusiva, più unita, meno affetta da marginalità e polarizzazioni. Ma la via da percorrere è stretta, perché parte da noi, da dove ci troviamo”.
La strada è in salita, ma è possibile per una diversa visione di convivenza: “Riuscire a correggere la rotta, agire ogni giorno su abitudini e pregiudizi in cui ci siamo accomodati, vedere oltre il nostro recinto significa davvero incontrarci. E’ talvolta un sentiero in salita e poco tracciato. Un esempio concreto: il nome ‘terra dei fuochi’ rinvia ai roghi accesi ai margini delle città, talvolta da minoranze respinte ed emarginate di fratelli e sorelle di cui pochi hanno conoscenza e stima. L’emarginazione produce sempre insicurezza: la via in salita è contrastare l’emarginazione, non gli emarginati, è rompere l’intera catena, non colpire solo l’ultimo anello. Voi lo sapete bene!”
(Foto: Santa Sede)
Banca Etica sceglie Ancona per l’assemblea dei soci e delle socie
Banca Etica ha scelto Ancona per tenere la propria assemblea annuale dei soci e delle socie il prossimo 16 maggio all’Auditorium Orfeo Tamburi della Mole Vanvitelliana. L’assemblea annuale è il cuore della democrazia partecipativa di Banca Etica, banca cooperativa nonché primo – e tuttora unico – istituto bancario italiano dedito esclusivamente alla finanza etica.
L’appuntamento di Ancona si svolge in contemporanea e in collegamento video con Vigo, in Spagna, dove si trova la base sociale di Fiare Banca Etica, la filiale iberica del Gruppo. L’assemblea è chiamata votare il bilancio e il rinnovo del Comitato Etico. La giornata di lavori sarà impreziosita dalla testimonianza di Monsignor César Essayan, vicario apostolico di Beirut dei Latini, sulla drammatica crisi in Libano, sulle prospettive di pace e il bisogno di una finanza disarmata:
“Dopo 51 anni di guerre, crisi socioeconomiche, distruzioni e soprattutto morti, è ora – malgrado la guerra in corso – di gridare ‘Basta!’ Non vogliamo più accompagnare la sopravvivenza. Dobbiamo rendere possibile la vita perché abbiamo visto persone rialzarsi, abbiamo visto la speranza riaccendersi. Ma oggi la domanda non è più soltanto cosa possiamo fare: è cosa vogliamo davvero cambiare”.
La scelta di Ancona premia un territorio dove la finanza etica è una realtà consolidata e in crescita. Al 31 marzo 2026, la filiale di Ancona registrava dati operativi significativi: oltre € 68.800.000 di impieghi erogati a sostegno di famiglie e imprese, e una raccolta complessiva che supera € 89.500.000. Con 2.714 conti correnti attivi e 1.784 soci locali che hanno sottoscritto oltre € 3.200.000 di capitale sociale, la Banca supporta numerose eccellenze locali.
Tra le diverse realtà finanziate da Banca Etica nella provincia, si distinguono progetti ad alto impatto come l’azienda B-Corp Tea Natura, specializzata in cosmetica e detergenza ecologica; il bioparco sociale Vita da Pacos, che promuove l’inclusione attraverso il contatto con gli animali, e il microbiscottificio Frolla, una cooperativa sociale che offre opportunità lavorative a ragazzi con disabilità. Queste esperienze dimostrano come il credito possa diventare uno strumento di rigenerazione sociale e ambientale per l’intera provincia.
Nata nel 1999 a Padova, Banca Etica è l’unica istituzione bancaria italiana interamente dedicata alla finanza etica. In oltre un quarto di secolo, dalla banca si è sviluppato un Gruppo che nel tempo è cresciuto e oggi costituisce una sorta di ecosistema integrato e completo, includendo la capogruppo Banca Etica e la filiale spagnola, Fiare Banca Etica, poi ci sono le due società di gestione del risparmio (Etica Sgr e IMPact SGR), Cresud – specializzata in microfinanza e cooperazione – e due fondazioni culturali omologhe, una in Italia e una Spagna. Al 30 aprile 2026, i numeri di Banca Etica testimoniano una solidità crescente:
Il capitale sociale ha raggiunto e superato € 100.000.000 complessivi e la base sociale dei soci e dei clienti conta oltre 50.00 persone socie tra Italia e Spagna, con una clientela che sfiora le 120.000 unità. La raccolta diretta è di quasi € 2.800.000.000, mentre gli impieghi ammontano ad oltre € 1.300.000.000: nel 2025 il credito è cresciuto dell’8% rispetto al 2024 (a fronte del +0,9% del sistema). Banca Etica continua così a dimostrare che un modello economico alternativo è non solo possibile, ma necessario ed efficace per portare risorse finanziarie e strumenti all’economia sociale e di impatto, per costruire un futuro di pace e sostenibilità.
Ad anticipare l’assemblea, la sera del 15 maggio Ancona ospiterà l’Unica Festival, un evento gratuito dedicato soprattutto ai ragazzi e alle ragazze presso il Circolo Arci Eresia. La serata sarà animata dalla musica elettronica, indie e cantautoriale di tre artiste di rilievo: Giulia Mei, Livrea e Dj Lasof. L’iniziativa nasce per creare un momento di condivisione e divertimento, avvicinando sempre più le nuove generazioni ai valori della finanza etica e dell’economia solidale. L’accesso all’evento è gratuito con tessera Arci, fino ad esaurimento posti: è pertanto necessaria la registrazione online tramite la compilazione di un form su Eventbrite.
Per le diocesi il lavoro è principio di dignità
Uno strumento di politica attiva del lavoro che si avvia a tagliare il traguardo dei dieci anni di funzionamento. E che, stando ai numeri, ma anche alle storie di vita e professionali che ha consentito di rimettere in moto, può essere definito un’esperienza di successo. Nonché un’opportunità interessante, di cui sempre più aziende si avvalgono, per reperire personale formato e motivato.
Il Fondo Diamo Lavoro (www.fondofamiglialavoro.it, promosso per conto della diocesi di Milano da Caritas Ambrosiana e gestito attraverso il servizio Siloe e la Fondazione San Carlo) avviò la sua operatività nel luglio 2016, evoluzione dei Fondi Famiglia e Lavoro (fase 1 e 2) che la Chiesa milanese aveva lanciato per aiutare persone e nuclei colpiti da licenziamenti e disoccupazione dopo le gravi crisi finanziarie globali del 2008 e 2012. Il nuovo strumento intendeva superare la logica delle erogazioni monetarie emergenziali, puntando sulla qualificazione di persone fragili e inoccupate, in modo da attivarle e prepararle all’ingresso, o reingresso, nel mercato del lavoro.
Dal 1° gennaio 2017 (data di avvio dei primi tirocini) al 31 dicembre 2025, nelle sette Zone pastorali della diocesi ambrosiana il FDL ha ascoltato e orientato oltre 4.500 persone in cerca di lavoro, avviandone a tirocinio 1.932. I percorsi conclusi, alla fine dell’anno scorso, erano 1.839, e in ben 829 casi (il 45,08% del totale) i tirocinanti avevano trovato lavoro (722 nelle imprese in cui avevano compiuto il percorso formativo, e addirittura 107 per via di assunzione diretta pre-tirocinio).
Negli altri casi, molte persone hanno trovato occupazione in altre aziende, potendo mettere a frutto le competenze acquisite grazie ai tirocini e all’accompagnamento sociale, oltre che formativo, che il FDL assicura, e che consente di affrontare le fragilità (sociali, relazionali, educative) di cui è sovente portatore chi viene segnalato o si rivolge al Fondo.
Rilevante è anche il numero (oltre 2.200) delle aziende che hanno aderito al Fondo, mettendosi a disposizione per ospitare tirocini o vagliare possibilità di assunzione. L’elenco è in costante aggiornamento, anche grazie alla collaborazione che con il FDL hanno stretto ben 18 associazioni di categoria (dei settori commercio, artigianato, industria e servizi).
Dopo 10 anni, pur in un contesto economico, sociale e occupazionale trasformato, la funzione del Fondo, che opera in stretta connessione con i servizi diocesani e i centri d’ascolto territoriali Caritas, continua a manifestare la sua rilevanza, come ha ribadito mons. Mario Delpini, in occasione della Veglia diocesana del lavoro: “Ci sono problemi e ci sono persone: il Fondo Diamo Lavoro si prende cura delle persone, una per una, e ritiene il loro inserimento nel lavoro una vittoria e un motivo di gratitudine per chi dà una mano con il suo dono.
In un contesto segnato dall’individualismo, il FDL opera per costruire attenzione alle persone fragili e alleanze tra la formazione, l’apprendistato, la solidarietà della comunità cristiana, la disponibilità di aziende e di categorie di operatori, la prossimità a ciascuno. In un contesto accusato di indifferenza, il Fondo testimonia la presenza di tante persone disposte a impegnare tempo, risorse e competenze per farsi carico della storia e della speranza delle persone. In un tempo disastrato per l’enorme e assurdo sperpero di risorse per fare guerre e rovinare il mondo, la comunità cristiana intende investire per costruire futuro a favore di chi chiede un aiuto per produrre pace con il lavoro”.
Quindi si può sostenere il Fondo Diamo Lavoro con carta di credito online www.caritasambrosiana.it; in posta C.C.P. n. 000013576228 intestato a Caritas Ambrosiana Onlus – Via S. Bernardino 4, 20122 Milano; con bonifico C/C presso il Banco BPM Milano, intestato a Caritas Ambrosiana Onlus IBAN: IT82Q0503401647000000064700 con causale: Fondo Diamo Lavoro. Le offerte sono detraibili fiscalmente.
Mentre da Torino il card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, riflette sulla realizzazione di forniture militari da parte delle aziende del territorio, che si propongono come ‘motore di rilancio dell’occupazione’: “Anche la Festa del Lavoro, che i cristiani vivono guardando all’esempio mite di san Giuseppe Artigiano, contiene quest’anno motivi di inquietudine: desidero condividervi il mio turbamento al pensiero che le guerre seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione”.
Ed ha domandato se così può andare bene, badando bene a non danneggiare operai e disoccupati: “Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro? Lo domando a me prima che ad altri perché siamo corresponsabili, le nostre azioni e i nostri stili di vita sono intrecciati: la città siamo noi, tutti insieme. Sappiamo che decenni di crisi industriale hanno lasciato sacche di disoccupazione da risolvere. Nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena. Però dobbiamo fermarci e riflettere, se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi”.
Infatti per l’arcivescovo di Torino pace e lavoro non possono essere disgiunte: “Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?.. La guerra ha radici nell’odio e nelle ingiustizie del mondo, ma è anche un grande business economico e sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia”.
E’ uno stimolo alla riflessione: “Allora fermiamoci, cari amici, e ragioniamo tutti insieme (istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie) domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi? La Chiesa locale, con la sua Pastorale del Lavoro, è pronta a offrirsi come luogo di incontro, confronto e approfondimento”.
Da Napoli il card. Mimmo Battaglia ha definito le morti sul lavoro come ‘sacrifici’ del profitto: “Iniziamo dai nomi. Non chiamiamoli ‘incidenti sul lavoro’. Chiamiamoli col loro nome: sono sacrifici umani sull’altare del profitto. Ogni volta che un operaio cade da un’impalcatura, ogni volta che un bracciante muore di fatica sotto il sole, ogni volta che un giovane non torna a casa dopo il turno di notte, è Cristo che viene crocifisso di nuovo”.
Quando si muore sul lavoro la civiltà fallisce: Non possiamo abituarci ai numeri. La morte sul lavoro è il fallimento di una civiltà. Quando la sicurezza diventa un ‘costo da tagliare’ e non un diritto sacro, abbiamo già perso la nostra anima.
Una società che non protegge chi lavora è una società che ha smesso di amare. Non sono ‘morti bianche’ (non c’è niente di bianco o di pulito in queste morti) sono morti che gridano vendetta al cospetto di Dio perché sono nate dall’indifferenza, dalla fretta, dalla logica spietata del ‘fare di più con meno’. E’ un fallimento della Costituzione e un tradimento del Vangelo. Un lavoro che uccide non è lavoro, è idolatria del profitto”.
Ed ha ricordato che la Costituzione italiana riconosce la dignità del lavoro: “E non c’è dignità se un giovane deve mendicare un diritto chiamandolo favore, o se un padre deve abbassare lo sguardo davanti ai figli perché il ‘pane quotidiano’ è diventato un miraggio o un ricatto.
Una democrazia ‘fondata sul lavoro’ non può reggersi sulle sabbie mobili del precariato selvaggio, dove la vita è appesa a un contratto di un mese, togliendo ai nostri giovani la possibilità di sognare, di amare, di mettere su famiglia”.
Eppoi la disoccupazione lede la dignità: “E poi c’è l’altra morte, quella lenta, silenziosa: la disoccupazione. Quanti giovani vedo nelle nostre strade con lo sguardo spento, non perché manchino di sogni, ma perché gli è stata rubata la possibilità di realizzarli. La mancanza di lavoro non è solo mancanza di reddito; è mancanza di dignità.
Un uomo senza lavoro è un uomo ferito nella sua identità. Un padre che non può portare il pane a casa non ha solo le tasche vuote, ha il cuore spezzato. E noi, come Chiesa, come comunità, non possiamo restare a guardare. La disoccupazione è un peccato sociale. Dobbiamo avere il coraggio di denunciare un sistema economico che scarta le persone come se fossero pezzi di ricambio di un ingranaggio che deve correre sempre più veloce”.
Il messaggio è un invito alla Chiesa ad essere ‘casa del pane’: “La Chiesa deve essere una ‘casa del pane’, dove il pane è frutto di terra e di lavoro dell’uomo, ma di un lavoro pulito, giusto, sicuro. Non c’è eucaristia senza giustizia sociale. Se spezziamo il Pane sull’altare ma poi giriamo lo sguardo dall’altra parte davanti allo sfruttamento, quel Pane non ci nutre, ci giudica.
Fratelli, sorelle, non lasciamoci rubare la speranza, ma non trasformiamo la speranza in un’attesa passiva. La speranza è un cammino che si fa insieme. Sogniamo una terra dove il lavoro sia lo strumento per fiorire, non una catena per schiavizzare o un rischio per morire”.
Primo maggio, il lavoro chiama la pace
“In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova. L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa. In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere con nuovi prodotti e servizi la biodiversità civile ed economica della Terra”: così inizia il messaggio dei vescovi italiani in occasione della festa del lavoro, intitolato ‘Il lavoro e l’edificazione della pace’.
Nell’analisi del messaggio i vescovi sottolineano che oggi il lavoro è usato per ‘distruggere’ l’umanità: “Il lavoro in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa ‘grammatica della società’, soffre di problemi che si aggiungono ad altri: preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, e su quello delle aziende. Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. Non è una novità nella storia dell’umanità. Ancora oggi, l’intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di pace”.
Partendo da queste constatazioni dei vescovi italiani abbiamo chiesto al presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia, di raccontarci in quale modo il lavoro chiama la pace: “Il lavoro chiama la pace perché è il primo luogo in cui si misura la dignità delle persone. Non è un tema teorico: è la vita quotidiana di milioni di uomini e donne. Sono convinto che non ci sia pace senza lavoro, né lavoro senza pace.
Quando il lavoro è dignitoso, stabile, giusto, costruisce relazioni, crea fiducia, tiene insieme la società. Quando invece è povero, precario, insufficiente, genera frustrazione e conflitto. La pace non è solo l’assenza della guerra: è giustizia sociale, è possibilità per tutti di vivere del proprio lavoro, è non dover scegliere tra lavorare e restare poveri. È lì che si gioca davvero la pace”.
Perché il lavoro è la ‘grammatica’ della società?
“Perché è il modo con cui una comunità si organizza e si racconta. Dentro il lavoro ci sono i diritti, i doveri, le opportunità, le disuguaglianze. E’ il linguaggio che tiene insieme tutto il resto. Se questa grammatica si rompe, si rompe anche la società. Oggi vediamo che il lavoro pesa meno rispetto alle rendite e alla finanza, e questo crea diseguaglianze profonde. Quando chi lavora non riesce a vivere dignitosamente, non è solo un problema economico: è un problema di democrazia. Per questo dico che il lavoro non è una voce tra le altre: è il fondamento su cui si regge la convivenza”.
Sempre nel messaggio i vescovi sottolineano: ‘Constatiamo inoltre che il lavoro che è al servizio di obiettivi bellici investe ingenti risorse economiche sottraendole ad altre finalità, come ha sottolineato papa Leone XIV nel Messaggio per Giornata mondiale della pace del 2026, ricordando che le spese militari hanno raggiunto il 2,5% del PIL mondiale’, con un richiamo alla nota ‘Educare ad una pace disarmata e disarmante’. In quale modo cambiare un’economia di guerra?
“Cambiare un’economia di guerra significa cambiare le priorità. Non possiamo pensare di costruire sicurezza investendo sempre di più sulle armi. La vera sicurezza sta nel lavoro, nel welfare, nella coesione sociale. Dobbiamo rimettere al centro la giustizia sociale: una fiscalità più equa, che colpisca le rendite speculative e non il lavoro; investimenti pubblici su sanità, istruzione, occupazione; salari dignitosi. Serve anche un’assunzione di responsabilità collettiva: imprese, sindacati, istituzioni devono sedersi insieme e affrontare le questioni strutturali del Paese . Un’economia di pace è un’economia che riduce le disuguaglianze e costruisce futuro”.
Pace, lavoro e dignità sono messe a dura prova dal peso delle disuguaglianze con un aumento del divario tra ricchi e poveri, tutelati e precari. In quale modo le ACLI orientano il lavoro alla pace?
“Partendo dalla vita concreta delle persone. Non facciamo discorsi astratti: stiamo nei territori, nei luoghi del lavoro, nelle comunità. La Carovana della Pace, che si è conclusa a dicembre al Parlamento Europeo di Strasburgo dopo tre mesi di viaggio attraverso l’Italia, non è stata un gesto simbolico, ma una scelta culturale e politica: portare i temi della pace, della dignità e del lavoro dentro la quotidianità.
Abbiamo percorso 78 tappe, ascoltato testimoni, istituzioni civiche e religiose, abbiamo raccolto la testimonianza di una rete di persone e realtà che non si arrendono alla logica della paura o dell’indifferenza, ma custodiscono e alimentano un futuro possibile. Ogni servizio che facciamo, ogni progetto, ogni proposta è pensata come un segno di pace: cura, attenzione, accompagnamento. Per noi la pace non è uno slogan, è uno stile di azione. Significa costruire relazioni, ridurre le disuguaglianze, dare strumenti alle persone, puntando anche sulla formazione e sull’orientamento. Perché la pace si costruisce dal basso, dentro le condizioni reali di vita e di lavoro”.
(Tratto da Aci Stampa)
L’esperienza del sapere secondo l’Università Cattolica: in dialogo con la rettrice Beccalli
‘Le università cattoliche sono nate per custodire, approfondire e tramandare il sapere come patrimonio dell’umanità. Non per una vanagloria umana ma nella consapevolezza che il sapere è un dono preziosissimo che la sapienza divina ha messo in mano delle sue creature. Nella Scrittura questa opera è rappresentata con l’immagine della donna saggia che coltiva con premura la sapienza e si contrappone alla donna stolta che attira e inganna i suoi adepti’: così inizia il messaggio dei vescovi in occasione della 102^ Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore che si celebra domenica 19 aprile sul tema ‘L’esperienza del sapere’.
Partendo da questo incipit abbiamo incontrato la prof.ssa Elena Beccalli, rettrice dell’Università Cattolica, chiedendo di spiegare in cosa consiste quest’esperienza del sapere: “Vogliamo che le università diventino sempre più luoghi dove fare esperienza del sapere e non solo trasmissione del sapere. Questo significa dare peso al valore delle relazioni sia tra docenti e studenti che tra pari per consentire di passare dalla trasmissione di conoscenze e competenze frontali in aula ad ambienti dove si possa sperimentare la conoscenza, come per esempio l’esperienza del ‘service learning’, che è una proposta pedagogica con cui gli studenti apprendono e crescono attraverso la partecipazione attiva a scuola e nel loro territorio, oppure quella del ‘peer mentorship’ (opportunità di orientamento professionale basata sul rapporto di collaborazione ed interazione diretta per apprendere competenze necessarie nel mondo del lavoro, ndr.), forme pedagogiche nuove in cui lo studente fa esperienza di conoscenza”.
‘Questo è il compito che, fin dalla loro nascita nel medioevo, ha contrassegnato l’opera delle università cattoliche a cui va dato il merito di aver, in tempi spesso difficili e travagliati, conservato e trasmesso il sapere, grazie anche alle grandi biblioteche e ad un lavoro certosino di conservazione e trascrizione dei testi’, si legge ancora nel messaggio: in quale modo l’Università Cattolica può educare i giovani alla sapienza?
“L’Università Cattolica fornisce una formazione integrale alla persona; questo vuol dire andare oltre la dimensione tecnica ed abbracciare la dimensione spirituale; quindi arrivare anche alla sapienza, perché non è solo una formazione tecnica, ma soprattutto è una formazione che vuole umanizzare l’umanità. In questo senso arriva anche alla sapienza”.
‘Non si devono separare il desiderio e il cuore dalla conoscenza: significherebbe spezzare la persona. L’università e la scuola cattolica sono luoghi dove le domande non vengono tacitate, e il dubbio non è bandito ma accompagnato. Il cuore, lì, dialoga col cuore, e il metodo è quello dell’ascolto che riconosce l’altro come bene, non come minaccia. Cor ad cor loquitur è stato il motto Cardinalizio di San John Henry Newman’, ha scritto papa Leone XIV nella Lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’. E’ possibile ‘disegnare nuove mappe’ di speranza?
“Siamo convinti che sia possibile l’educazione che è uno dei mezzi più efficaci per trasformare la società, oltreché per consentire alle singole persone di svilupparsi. Allora il disegno di una nuova mappa diventa uno strumento di speranza, tantoché abbiamo definito sinteticamente l’Università Cattolica del Sacro Cuore come un vero laboratorio di speranza, perché essa non è un’idea, ma un’azione declinabile in tutte le discipline che coltiviamo in Ateneo ed allora esso diventa davvero un laboratorio di speranza”.
Nel messaggio per la LX Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali, ‘Custodire voci e volti umani’, papa Leone XIV scrive: ‘Sebbene l’IA possa fornire supporto e assistenza nella gestione di compiti comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative’. L’Università Cattolica come può rispondere alla sfida dell’intelligenza artificiale?
“Nel suo piano strategico per il prossimo triennio l’Università Cattolica mette l’intelligenza artificiale al cuore, perché vogliamo, da un lato, integrare l’intelligenza artificiale nella didattica tradizionale, in quanto le nostre studentesse ed i nostri studenti devono essere educati ad un uso consapevole dell’intelligenza artificiale. Eppoi sviluppiamo percorsi formativi e di ricerca per studiare l’intelligenza artificiale, che pone domande di senso fondamentali; per questo abbiamo attivato una nuova laurea in ‘filosofia nell’era dell’intelligenza artificiale’, perché l’intelligenza artificiale va innanzitutto studiata non solo dal punto di vista tecnico, ma anche dal punto di vista sapienziale”.
L’Università Cattolica è stata fondata da p. Agostino Gemelli e dalla beata Armida Barelli, entrambi animati da uno ‘spirito’ francescano. In quale modo l’Università Cattolica può rispondere ad una nuova visione dell’economia?
“L’Università Cattolica è impegnata a portare avanti un nuovo paradigma economico. Gli economisti dell’Università Cattolica propongono uno sguardo nuovo sull’economia. Il pensiero economico francescano si ritrova in molti studi e proposte della nostra università. Basti pensare all’ambito bancario, in cui siamo molto attenti allo sviluppo delle banche di prossimità o di comunità, che sono un modo attuale di riportare i Monti di Pietà, fondati nel XIV secolo dai francescani, nella realtà di oggi”.
Venerdì 10 aprile ha incontrato papa Leone XIV, illustrando gli indirizzi che, secondo il Piano strategico di Ateneo 2026-2028, guidano la missione dell’ateneo, ‘Piano Africa’. Ci può spiegare di cosa si tratta?
“Si tratta di uno strumento, un processo molto partecipato negli ultimi nove mesi, che ha portato a delineare il futuro su tre indirizzi. Innanzitutto la valorizzazione del profilo no profit, inoltre l’idea di voler combinare una research university con una comunità educante cercando di creare armonia tra queste due dimensioni. Infine, l’ultimo indirizzo è quello di passare da un luogo di trasmissione del sapere, a un luogo in cui si possa fare esperienza del sapere.
Il ‘Piano Africa’ è un insieme di iniziative e di progetti con i Paesi africani in ambito educativo e sanitario, in una logica di rapporto vicendevole. Sono progetti che poggiano su una lunga tradizione coltivata in Ateneo di relazioni con università e istituzioni africane e che trovano in questo piano un momento di ulteriore slancio”.
(Tratto da Aci Stampa)


























