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Papa Leone XIV invita a non trascurare sanità e sicurezza
“Apprezzo molto l’argomento che avete scelto per il vostro incontro di quest’anno: Healthcare for All. Sustainability and Equity. Esso è di grande importanza, sia per l’attualità, sia dal punto di vista simbolico. Infatti, in un mondo lacerato da conflitti, che assorbono enormi risorse economiche, tecnologiche e organizzative per produrre armi e altri dispositivi bellici, è quanto mai significativo dedicare tempo, forze e competenze per tutelare la vita e la salute”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, ricordando che in un mondo lacerato dai conflitti è necessario dedicare ogni sforzo alla tutela della vita.
Per questo ha raccomandato un approccio globale, perché la salute si costruisce integrando tutte le dimensioni sociali ed attraverso la pratica del bene comune: “Un primo aspetto che desidero sottolineare è il legame tra la salute di tutti e la salute di ciascuno. La pandemia del Covid-19 ce l’ha dimostrato in modo talvolta brutale. E’ apparso evidente quanto la reciprocità e l’interdipendenza stiano alla base della nostra salute e della vita stessa”.
Anche per il papa occorre individuare precise strategie sanitarie per la tutela della salute: “Lo studio di tale interdipendenza richiede il dialogo tra diversi saperi: la medicina, la politica, l’etica, il management e altri; come in un mosaico, la cui riuscita dipende sia dalla scelta delle tessere sia dalla loro combinazione. Infatti, a proposito dei sistemi sanitari e della salute pubblica, si tratta da una parte di comprendere i fenomeni e dall’altra di individuare azioni politiche, sociali e tecnologiche che riguardano la famiglia, il lavoro, l’ambiente e l’intera società”.
Questa tutela richiede responsabilità: “La nostra responsabilità quindi risiede, oltre che nel prendere provvedimenti per trattare le malattie e garantire equità nell’accesso alle cure, anche nel riconoscere come la salute sia influenzata e promossa da un insieme di fattori, e ciò chiede di essere esaminato e affrontato nella sua complessità”.
Ed ecco l’importanza della prevenzione: “Incontriamo qui il tema della prevenzione, che pure comporta una prospettiva ampia: le situazioni in cui le comunità vivono, che sono frutto di politiche sociali e ambientali, producono un impatto sulla salute e sulla vita delle persone. Quando esaminiamo la speranza di vita, e di vita in salute, in diversi Paesi e in diversi gruppi sociali, scopriamo enormi disuguaglianze. Esse dipendono da variabili come, ad esempio, il livello di retribuzione, il titolo di studio, il quartiere di residenza”.
Quindi causa della mancata prevenzione è anche la guerra: “E purtroppo oggi non possiamo tralasciare le guerre, che coinvolgono strutture civili, inclusi gli ospedali, e costituiscono il più assurdo attentato che la mano stessa dell’uomo rivolge contro la vita e la salute pubblica. Spesso si afferma che la vita e la salute sono valori ugualmente fondamentali per tutti, ma tale affermazione risulta ipocrita se al contempo ci si disinteressa delle cause strutturali e delle scelte operative che determinano le diseguaglianze. Nonostante le dichiarazioni e i proclami, nei fatti non tutte le vite sono ugualmente rispettate e la salute non è tutelata né promossa per tutti nello stesso modo”.
In questo contesto la nozione di ‘One health’, promossa dall’Organizzazione mondiale della sanità come un approccio multidisciplinare, integrato e globale, rappresenta una strada da perseguire per uno sviluppo equilibrato: “Ci può essere di aiuto la nozione di ‘One health’, come base per un approccio globale, multidisciplinare e integrato alle questioni sanitarie. Essa sottolinea la dimensione ambientale e l’interdipendenza delle molteplici forme di vita e dei fattori ecologici che ne consentono lo sviluppo equilibrato. E’ importante crescere nella consapevolezza che la vita umana è incomprensibile e insostenibile senza le altre creature”.
Tale ‘nozione’ permette l’integrazione della sanità nella vita: “Tradotto in termini di azione pubblica, One health richiede l’integrazione della dimensione sanitaria in tutte le politiche (trasporti, alloggi, agricoltura, occupazione, educazione, e così via), nella consapevolezza che la salute tocca tutte le dimensioni della vita. Abbiamo dunque bisogno di rendere più solide la nostra comprensione e la nostra pratica del bene comune, perché non venga trascurato sotto la pressione di interessi particolari, individuali e nazionali”.
Quindi il bene comune ha bisogno di relazioni per non essere astrazione: “Il bene comune, che costituisce uno dei principi fondamentali del pensiero sociale della Chiesa, rischia di rimanere una nozione astratta e irrilevante se non riconosciamo che esso affonda le sue radici nella pratica concreta delle relazioni di prossimità tra le persone e dei legami vissuti tra i cittadini. E’ questo il terreno su cui può crescere una cultura democratica che favorisce la partecipazione ed è capace di coniugare efficienza, solidarietà e giustizia”.
Solo attraverso la cura delle relazioni si potrà sviluppare una fiducia nella sanità: “Occorre recuperare il collegamento con l’atteggiamento fondamentale della cura come sostegno e vicinanza all’altro, non solo perché si trova in situazione di bisogno o di malattia, ma perché condivide una condizione esistenziale di vulnerabilità, che accomuna tutti gli esseri umani. Solo così saremo in grado di sviluppare sistemi sanitari più efficaci e più sostenibili, in grado di soddisfare i bisogni di salute in un mondo dalle risorse limitate e di ripristinare la fiducia nella medicina e negli operatori sanitari, malgrado la disinformazione e lo scetticismo nei confronti della scienza”.
Mentre, ricevendo i prefetti il papa ha ricordato la similitudine tra il vescovo ed il prefetto: “Tale parentela storica contrassegna tutt’oggi la vostra missione, volta a servire lo Stato garantendo l’ordine pubblico e la sicurezza di tutti i cittadini. Specialmente il nostro tempo, segnato da conflitti e tensioni internazionali, evidenzia l’importanza di tutelare il bene comune, che è irriducibile ad aspetti materiali, giacché riguarda anzitutto il patrimonio morale e spirituale della Repubblica italiana”.
La ‘vigilanza’è a tutela dei cittadini: “Questi valori trovano nella civile convivenza la migliore condizione per diffondersi e progredire. Vigilando sulla concordia sociale, il Prefetto contribuisce a tutelare il presupposto irrinunciabile della libertà e dei diritti dei cittadini. Tutta la popolazione beneficia di questo servizio, soprattutto le fasce più deboli. Infatti, quando lo spazio civico è libero da disordini, i poveri trovano più agevolmente accoglienza, gli anziani sperimentano maggiore tranquillità, migliorano i servizi destinati alle famiglie, ai malati e ai giovani, favorendo uno sguardo più fiducioso sul futuro”.
Quindi per mantenere l’ordine è necessaria la lucidità della mente: “Sapete bene quale disciplina interiore sia richiesta per governare e promuovere l’ordine del proprio pensiero, prima che quello della Repubblica; appunto per questo, servire la Nazione significa dedicarsi con mente limpida e coscienza integra alla collettività, cioè al bene comune del popolo italiano. In tal senso, l’alta carica che ricoprite esige una duplice testimonianza.
La prima si realizza nella collaborazione tra i diversi organi e livelli amministrativi dello Stato; la seconda si attua connettendo responsabilità professionale e condotta di vita, come esempio di dedizione dato ai vostri concittadini, specialmente alle nuove generazioni. In proposito, auspico che la vostra autorevolezza contribuisca a migliorare il volto della burocrazia, cooperando a rendere sempre più virtuosa la cura della società”.
Senza dimenticare la solidarietà: “Specialmente in situazioni d’emergenza, davanti a calamità o pericoli, il vostro ruolo permette di esprimere al meglio i valori di solidarietà, coraggio e giustizia che onorano la Repubblica italiana. Lo spessore etico del vostro servizio contraddistingue inoltre le sfide portate dalle nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale, oggi applicate anche nella pubblica amministrazione. Questi strumenti vanno attentamente governati non solo a tutela dei dati personali, ma a beneficio di tutti, senza requisizioni elitarie”.
(Foto: Santa Sede)
Per la 34^ Giornata del Malato Marina Melone racconta l’ospitalità di ‘Casa il Gelsomino’
La XXXIV Giornata Mondiale del Malato, intitolata ‘La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro’ sarà celebrata a Chiclayo, in Perù, mercoledì 11 febbraio: “Per questa circostanza ho voluto riproporre l’immagine del buon samaritano, sempre attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per porre l’attenzione sui bisognosi e sui sofferenti, come sono i malati… Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’enciclica ‘Fratelli tutti’, del mio amato predecessore papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore”.
Presentando il messaggio papale alla stampa il card. Card Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e rappresentante del papa a Chiclayo, ha sottolineato che esso “parla di guarigione, che è qualcosa di più ampio e più profondo del semplice curare le malattie. Ci vuole coraggio per leggere questo Messaggio con attenzione e prenderlo sul serio, con mente aperta e cuore aperto. Non ti lascia come eri prima”.
Nella presentazione del messaggio ha raccontato la propria esperienza Marina Melone, componente del Consiglio pastorale della parrocchia San Gregorio VII di Roma e di ‘Casa Il Gelsomino’, struttura che accoglie e aiuta le famiglie dei bambini ricoverati all’Ospedale Bambino Gesù: “Abbiamo imparato ad essere attenti osservatori dell’altro, a scrutare lo sguardo per capire, senza dover parlare, del bisogno dell’altro. Prendersi cura è prima di tutto mettersi in ascolto anche di un gesto e rispettare la richiesta di silenzio o di ascolto che nasce.
Prendersi cura per noi volontari è anche custodire con rispetto e amore la vita e i sentimenti che ci vengono consegnati da coloro che stanno attraversando un momento di fragilità e sofferenza. Ma non sempre è facile. Abbiamo avuto diversi casi di bambini che non ce l’hanno fatta ed abbiamo raccolto anche la disperazione dei genitori, la loro rabbia, il loro dolore”.
Nel messaggio il papa parla di compassione: in cosa consiste la compassione del Samaritano?
“Per la mia esperienza la compassione del Samaritano nasce dall’attenzione a chi e a cosa mi è accanto. Il Samaritano si ferma perché ha guardato con l’intento di comprendere ciò che ha di fronte. La compassione nasce dal non nascondersi dietro le nostre priorità ma dal cercare comunque spazio all’incontro, anche improvviso, dell’altro”.
In quale modo l’incontro con il sofferente può essere un dono?
“Stare vicino a chi è nel bisogno o nella sofferenza mi sta insegnando prima di tutto a rendermi conto della situazione. Impariamo a cogliere le necessità osservando sguardi e gesti. Questo ci porta ad essere più attenti, più accorti ai dettagli alle sfumature. Spesso l’aiuto non è richiesto a gran voce ma da uno sguardo sfuggente. E bisogna essere pronti a coglierlo e a farsi trovare. Accostarsi con delicatezza a chi soffre comporta avere occhio attento per capire al volo quale è in quel momento il nostro posto, orecchio per intercettare pianto o riso ed entrare in sintonia, mani pronte per abbracciare nei momenti di abbandono. Essere vicino a chi è nel dolore mi restituisce, tra i tanti, il dono di uscire dal mio piccolo mondo personale”.
Quindi la cura del malato è un’autentica azione ecclesiale?
La carità, la prossimità, aiutare l’altro è una peculiarità umana che può svolgersi anche autonomamente arrivando fin dove le forze personali lo permettono. Tuttavia, la comunione di intenti ha il valore aggiunto di ‘curare’ meglio e da più aspetti la persona nel bisogno. Lo vediamo negli ospedali: diverse forze sono messe in campo per la cura di un malato e, ognuno secondo la propria competenza (carisma) si prende cura e concorre al servizio della cura.
Ora se questa naturale attitudine umana la caliamo nella dimensione ecclesiale, cioè la viviamo come fratelli che si riconoscono nell’essere parte di un tutto, allora la cura di colui che riconosco come mio fratello diventa per tutti lo strumento per vivere un’autentica dimensione ecclesiale”.
Come nasce il progetto ‘Casa il Gelsomino’?
“Il progetto nasce nel momento in cui, avendo avuto a disposizione degli spazi sovrastanti l’area degli uffici parrocchiali, ci si è interrogati su quale potesse essere l’utilizzo dei locali più rispondente alle necessità della parrocchia e del territorio. L’osservazione del territorio ha messo in luce la necessità per le tante famiglie che, da posti anche lontanissimi portano i loro bambini alle cure dell’ospedale Bambino Gesù, di trattenersi a Roma per periodi anche molto lunghi con conseguente, spesso insostenibile, impegno economico.
Da qui la nostra decisione di andare incontro a questa urgenza creando un ambiente in cui accoglienza e riservatezza potessero permettere a queste famiglie, già nella difficoltà e nel dolore, di vivere un momento di tranquillità e di conforto sentendosi a ‘casa quando casa è lontana’, come ci piace pensare che sia per loro il Gelsomino”.
Perché è un progetto comunitario?
“Perché non avrebbe avuto senso mettere su un progetto del parroco che nel tempo cambia, di una persona che può stancarsi o di un piccolo gruppo che può sciogliersi. Nasceva in una parrocchia che per sua natura è la casa di una comunità che invece resta. Il progetto rappresentava quindi un’occasione di crescita per tutti. Una comunità che decide, si attiva e partecipa ognuno secondo il suo carisma”.
In quale modo state vicino ai genitori?
“La nostra presenza è prima di tutto uno ‘stare’, porsi accanto ai genitori (soprattutto mamme che spesso restano sole per motivi di esigenze familiari). Nel tempo abbiamo imparato sempre più ad entrare nella casa senza avere un programma ma semplicemente liberando il nostro spazio e il nostro tempo e mettendolo a disposizione di chi in quel momento potrebbe aver bisogno. E’ sempre accoglienza anche quando, in una giornata non buona, nessuno esce dalla sua stanza e non vuole parlare. E’ accoglienza mettersi da parte e aspettare, senza fretta e senza smania di fare qualcosa.
La lunga permanenza ci porta ad entrare in contatto con la vita e le sofferenze che vivono questi genitori e i bambini /ragazzi stessi e si crea così vicinanza e fiducia. Prendersi cura è prima di tutto mettersi in ascolto anche di un gesto e rispettare la richiesta di silenzio o di ascolto che nasce. Prendersi cura per noi volontari è anche custodire con rispetto e amore la vita e i sentimenti che ci vengono consegnati da coloro che stanno attraversando un momento di fragilità e sofferenza. Ma non sempre è facile. Abbiamo avuto diversi casi di bambini che non ce l’hanno fatta e abbiamo raccolto anche la disperazione dei genitori, la loro rabbia, il loro dolore.
E ci sono momenti che diventa difficile anche per noi sostenere tutto questo. Ecco il senso di essere con la comunità. La fraternità dei frati della parrocchia, il consiglio pastorale e la comunità ne è parte integrante. Noi sappiamo che il sostegno ci viene da tutti. Da chi sostiene generosamente la sua economia a chi prega costantemente per i bambini della casa. E’ proprio nei momenti forti, di gioia per la guarigione e, soprattutto, di immenso dolore per la perdita di un bambino, che sentiamo di far parte di un corpo unito e più grande.
Insieme ci ritroviamo in chiesa, insieme le affidiamo al Nostro Signore, invochiamo lo Spirito di Consolazione per chi non trova pace per aver perso un figlio o innalziamo il nostro grazie per la gioia donata. Quei momenti sono momenti di vera consolazione per i volontari certi di non essere mai soli e certi di crescere sempre un po’ di più come comunità verso una carità condivisa”.
(Tratto da Aci Stampa)
Oltre l’invisibilità: in audizione al Senato la FISH sottolinea il valore democratico del lavoro di cura
In attesa dell’avvio della discussione parlamentare nelle Commissioni competenti sul DDL caregiver, approvato a gennaio dal Consiglio dei Ministri, la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle persone con disabilità e famiglie) è intervenuta oggi, 5 febbraio, presso la Commissione straordinaria diritti umani del Senato per richiamare l’attenzione sul legame inscindibile tra diritti delle persone con disabilità e diritti dei caregiver familiari, sottolineando come l’assenza di una disciplina organica e strutturale continui a produrre gravi diseguaglianze e violazioni sistemiche.
La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con la legge n. 18 del 2009, afferma con chiarezza che ogni violazione dei diritti delle persone con disabilità costituisce una violazione dei diritti umani. Un principio che trova piena coerenza negli articoli 2, 3, 32 e 38 della Costituzione italiana, che impongono alla Repubblica il dovere di garantire i diritti inviolabili della persona, l’eguaglianza sostanziale, il diritto alla salute e un sistema di assistenza pubblica adeguato.
La solidarietà non può, quindi, tradursi in una delega integrale alle famiglie. Quando il carico assistenziale grava in modo esclusivo e continuativo sui caregiver familiari, senza tutele, riconoscimenti e supporti adeguati, si realizza una distorsione del principio costituzionale di solidarietà e si compromette l’effettività dei diritti delle persone con disabilità.
Il percorso normativo nazionale ed europeo (dalla legge di bilancio 2018 al decreto legislativo n. 29 del 2024, dalla Direttiva (UE) 2019/1158 fino alla recente sentenza n. 38 del 2024 della Corte di giustizia dell’Unione Europea sugli accomodamenti ragionevoli per i lavoratori caregiver) converge verso un dato inequivocabile: senza una disciplina organica sul caregiver familiare, i diritti fondamentali restano sulla carta.
“Riconoscere e tutelare i caregiver familiari non è una concessione, ma un dovere costituzionale: senza una legge organica i diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie restano incompleti e diseguali”, dichiara il presidente della FISH Vincenzo Falabella.
La FISH continuerà a seguire con attenzione l’iter del decreto e auspica che il confronto nelle Commissioni competenti possa portare a scelte coerenti con i principi costituzionali e con gli obblighi internazionali assunti dall’Italia.
La compassione del Samaritano attraverso il dolore dell’altro
“Per questa circostanza ho voluto riproporre l’immagine del buon samaritano, sempre attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per porre l’attenzione sui bisognosi e sui sofferenti, come sono i malati. Tutti abbiamo ascoltato e letto questo commovente testo di san Luca. Ad un dottore della legge che gli chiede chi sia il prossimo da amare, Gesù risponde raccontando una storia: un uomo che viaggiava da Gerusalemme a Gerico fu aggredito dai ladri e lasciato mezzo morto; un sacerdote e un levita passarono oltre, ma un samaritano ebbe compassione di lui, gli fasciò le ferite, lo portò in una locanda e pagò perché fosse curato”: è questo il tema per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato di papa Leone XIV, che sarà celebrata solennemente a Chiclayo, in Perù, mercoledì 11 febbraio.
Il titolo, ‘La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro’, è spiegato dal papa stesso: “Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’Enciclica Fratelli tutti, del mio amato predecessore papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura ed, alla base, con Dio che ci dona il suo amore”.
Innanzitutto per la cura è necessaria la vicinanza: “Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano. La parabola racconta che il samaritano, vedendo il ferito, non è ‘passato oltre’, ma ha avuto per lui uno sguardo aperto e attento, lo sguardo di Gesù, che lo ha portato a una vicinanza umana e solidale”.
Ma la vicinanza ha necessita di una sosta: “Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini. A questo proposito, possiamo affermare con Sant’Agostino che il Signore non ha voluto insegnare chi fosse il prossimo di quell’uomo, ma a chi lui doveva farsi prossimo. Infatti nessuno è prossimo di un altro finché non gli si avvicina volontariamente. Perciò si è fatto prossimo colui che ha avuto misericordia”.
L’amore è azione, come ha mostrato san Francesco nell’incontro con il lebbroso: “L’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita.
Non si tratta di semplici gesti di filantropia, ma di segni nei quali si può percepire che la partecipazione personale alle sofferenze dell’altro implica il donare sé stessi, significa andare oltre il soddisfacimento dei bisogni, per arrivare a far sì che la nostra persona sia parte del dono. Questa carità si nutre necessariamente dell’incontro con Cristo, che per amore si è donato per noi”.
E’ una ripresa del pensiero dell’esortazione apostolica ‘Dilexi te’, che invita a esercitare l’emozione: “Avere compassione implica un’emozione profonda, che spinge all’azione. E’ un sentimento che sgorga da dentro e porta all’impegno verso la sofferenza altrui. In questa parabola, la compassione è il tratto distintivo dell’amore attivo. Non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti: il samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura”.
Quindi il papa racconta la sua esperienza missionaria: “Io stesso ho constatato, nella mia esperienza di missionario e vescovo in Perù, come molte persone condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale”.
Quindi amore per Dio e per il prossimo non possono essere tenuti separati: “Sebbene l’oggetto di tale amore sia diverso: Dio, il prossimo e sé stessi, e in tal senso possiamo intenderli come amori distinti, essi sono sempre inseparabili. Il primato dell’amore divino implica che l’azione dell’uomo sia compiuta senza interesse personale né ricompensa, bensì come manifestazione di un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico: servire il prossimo è amare Dio nei fatti”.
Da qui si può comprendere l’amore verso sé: “Questa dimensione ci permette anche di rilevare ciò che significa amare sé stessi. Significa allontanare da noi l’interesse di fondare la nostra autostima o il senso della nostra dignità su stereotipi di successo, carriera, posizione o discendenza e recuperare la nostra collocazione davanti a Dio e al fratello”.
Il messaggio è un invito ad essere samaritani: “Desidero vivamente che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna, ‘samaritana’, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti”.
Il messaggio è chiuso da una preghiera alla Madre di Dio: “Eleviamo la nostra preghiera alla Beata Vergine Maria, Salute dei malati; chiediamo il suo aiuto per tutti coloro che soffrono, che hanno bisogno di compassione, ascolto e conforto, e supplichiamo la sua intercessione con questa antica preghiera, che veniva recitata in famiglia per coloro che vivono nella malattia e nel dolore: Dolce Madre, non allontanarti, non distogliere da me il tuo sguardo. Vieni con me ovunque e non lasciarmi mai solo. Tu che sempre mi proteggi come mia vera Madre, fa’ che mi benedica il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”.
(Foto: Vatican Media)
Papa Leone XIV: prendersi cura delle differenze
“Mentre vi riunite per portare avanti gli impegni che sono stati il frutto del Vertice Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, convocato dal mio predecessore, papa Francesco, nello stesso periodo dell’anno scorso, vi do il mio caloroso benvenuto. Vi assicuro le mie preghiere mentre cercate di discernere la volontà del Signore e di leggere i ‘segni dei tempi’ relativi all’impatto delle crisi mondiali sui ‘piccoli’ di Dio”: ricevendo in udienza il Comitato organizzatore dell’iniziativa ‘From Crisis to Care: Catholic Action for Children’ papa Leone XIV ha ricordato l’importanza di leggere i ‘segni dei tempi’.
Durante l’udienza il papa ha sottolineato che non è migliorata la situazione di vita dei bambini: “E’ davvero una tragedia che i bambini e i giovani del nostro mondo, coloro che Gesù voleva che andassero a Lui, siano così spesso privati delle cure e dell’accesso ai beni di prima necessità. Allo stesso modo, hanno spesso poche opportunità di realizzare il potenziale che Dio ha donato loro. Purtroppo, vedo che la situazione dei bambini oggi non è migliorata nell’ultimo anno, ed è anche motivo di profonda preoccupazione apprendere della mancanza di progressi nella protezione dei bambini dai pericoli”.
Per questo ha detto delle difficoltà degli impegni presi per migliorare lo sviluppo: “Dobbiamo chiederci se gli impegni globali per lo sviluppo sostenibile siano stati messi da parte quando vediamo nella nostra famiglia umana globale che così tanti bambini vivono ancora in estrema povertà, subiscono abusi e sono costretti a sfollare, per non parlare del fatto che non hanno un’istruzione adeguata e sono isolati o separati dalle loro famiglie”.
Riprendendo un discorso al Corpo diplomatico di papa Francesco il papa ha evidenziato il loro impegno per l’infanzia: “A questo proposito, accolgo con favore il vostro impegno a sviluppare modi efficaci per affrontare le preoccupazioni sollevate al Vertice sui Diritti dell’Infanzia. Mentre svolgete questo compito, vorrei sottolineare due punti importanti. In primo luogo, state parlando a nome di coloro che non hanno voce. Questo è un compito davvero nobile. Tenetelo a mente quando sorge la tentazione di scoraggiarvi a causa di iniziative fallite, di un’apparente mancanza di interesse da parte degli altri o della sensazione che la situazione non stia migliorando. Lasciate che il bene che sapete di fare vi spinga avanti”.
E’ stato un invito a non trascurare i bisogni ‘trasversali’ dei bambini: “Il secondo punto riguarda la necessità di concentrarsi sui bisogni trasversali dei bambini, che possono facilmente passare inosservati quando l’assistenza si concentra su una sola area di bisogno. In questo senso, mi rendo conto che il modo particolare in cui ciascuno di voi affronta i bisogni dei bambini è conforme ai vostri specifici carismi e specializzazioni all’interno delle strutture della Chiesa locale, delle congregazioni religiose e delle organizzazioni di ispirazione cattolica”.
Per raggiungere tali obiettivi è necessario un lavoro comune: “Vi esorto, tuttavia, a trovare il modo di lavorare insieme in maggiore armonia affinché i bambini ricevano un’assistenza equilibrata, tenendo conto del loro benessere fisico, psicologico e spirituale. Il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, così come la Pontificia Accademia per la Vita, l’Unione dei Superiori Generali e l’Unione Internazionale dei Superiori Generali vi accompagnano in questo sforzo e incoraggio tutti voi a sviluppare misure concrete e piani d’azione per rispondere ai bisogni trasversali dei bambini”.
Per fare bene tale ‘lavoro’ è fondamentale ascoltare i bambini: “Papa Francesco ci ha spesso ricordato la necessità di ascoltare i bambini e si è dimostrato un maestro esemplare in questo senso”.
Mentre con una citazione del patriarca Atenagora il papa ha salutato i partecipanti ad un’iniziativa del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, destinata ai giovani sacerdoti e monaci delle Chiese ortodosse orientali, ricevuti in udienza: “Come sappiamo, san Paolo viaggiò molto in Israele, in Asia Minore, in Siria, in Arabia e persino in Europa. Fondando e visitando numerose comunità cristiane, divenne consapevole delle peculiarità di ogni chiesa: la sua etnia, i suoi costumi, così come le sue difficoltà e preoccupazioni. L’apostolo comprese che le comunità potevano diventare troppo isolate, concentrandosi sui propri problemi specifici.
Pertanto, in tutte le sue lettere, San Paolo fu fermo nel ricordare loro che facevano parte dell’unico Corpo Mistico di Cristo. In questo modo, li incoraggiava a sostenersi a vicenda e a mantenere l’unità di fede e di insegnamento che riflette la natura trascendente e l’unità di Dio”.
Infine ha sottolineato il valore delle ‘differenze’: “Cari amici, le differenze storiche e culturali delle nostre Chiese costituiscono uno splendido mosaico della nostra comune eredità cristiana, qualcosa che tutti possiamo apprezzare. Allo stesso tempo, dobbiamo continuare a sostenerci a vicenda affinché possiamo crescere nella nostra fede condivisa in Cristo, che è la fonte ultima della nostra pace. Ciò richiede che impariamo a disarmarci”.
(Foto: Santa Sede)
Messaggio per la Giornata della vita: tutelare la vita dei minori
“L’accoglienza gentile e affettuosa di Gesù verso i piccoli sorprende i suoi contemporanei, discepoli inclusi, abituati a considerare assai poco i bambini. Eppure, nella Scrittura il rapporto di Dio con il suo popolo è spesso paragonato a quello di una madre amorevole e di un padre premuroso verso i propri bimbi; il loro atteggiamento, infatti, ‘riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo’”: con questa frase dell’esortazione apostolica ‘Amoris Laetitia’ inizia il messaggio della Cei per la 48^ Giornata nazionale per la vita che si celebrerà il 1° febbraio, che si intitola ‘Prima i bambini’.
‘Prima i bambini’ perché Gesù li ha accolti senza remore e senza pregiudizio: “Lasciarsi amare e servire con semplicità, riconoscersi dipendenti senza imbarazzo, attribuire primaria importanza alle leggi del cuore, desiderare il bene… sono alcune delle lezioni che i bambini danno agli adulti e che Gesù presenta come condizioni per accogliere la novità del Vangelo: ‘In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli’. Essi, dunque, non vanno mai disprezzati, scartati, subordinati perché proprio di loro il Creatore ha particolare cura”.
Una cura evangelica fatta propria anche dalla cultura giuridica: “A questa visione evangelica dell’infanzia, che ha condotto l’umanità intera a una considerazione progressivamente più rispettosa degli inizi della vita, si ispira anche la nostra migliore cultura giuridica, che evidenzia il ‘superiore interesse del minore’: in qualsivoglia situazione, i bambini sono quelli che vanno prima di tutto accolti e protetti, insieme alla loro famiglia, in modo che possano crescere quanto più liberi e felici. Anche perché, non di rado, gli esiti di un’infanzia problematica sono alla radice di molti comportamenti negativi in età adulta”.
Però il messaggio elenca una serie di situazioni in cui l’infanzia non è tutelata, iniziando dalle situazioni di guerra: “Ciononostante, le vite dei bambini vengono molto spesso asservite agli interessi dei grandi. Pensiamo ai tanti, troppi, bambini ‘vittime collaterali’ delle guerre degli adulti: uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa e della scuola, ridotti alla fame, come effetto di bombardamenti indiscriminati. Pensiamo ai bambini-soldato, rapiti e utilizzati come ‘carne da cannone’ nei tanti conflitti che si combattono in varie parti del globo, soprattutto in quelli ‘a bassa intensità’, di cui quasi nessuno parla”.
Altre situazioni sottolineate dal testo dei vescovi riguardano il non rispetto del ‘diritto’ alla vita dei bambini: “Pensiamo ai bambini ‘fabbricati’ in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo.
Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale. Pensiamo ai bambini implicati nei casi di separazione e divorzio dei propri genitori, a volte usati come strumenti di rivalsa sull’ex-coniuge”.
Altri diritti negati riguardano il matrimonio, il lavoro ed il ‘commercio’: “Pensiamo ai bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali o alle bambine date precocemente in sposa, spesso a uomini assai più grandi di loro. Pensiamo ai bambini-lavoratori, privati dell’infanzia perché inquadrati come manodopera a basso costo dai ‘caporali’ di turno, in contesti di degrado sociale e abbandono scolastico.
Pensiamo ai bambini rapiti o dati indiscriminatamente in adozione nelle tristi operazioni di pulizia etnica. Pensiamo ai bambini coinvolti nelle violenze domestiche, che li privano di uno o entrambi i genitori e li segnano profondamente. Pensiamo ai bambini che i trafficanti di vite strappano per vile interesse alle proprie famiglie, fino a espiantare i loro organi a vantaggio di chi può permettersi di pagarli”.
Ma un pensiero è riservato anche ai minori costretti alla migrazione od ‘indottrinati’: “Pensiamo ai bambini costretti – non di rado da soli – a migrazioni faticose e pericolose, con esiti a volte mortali, per sfuggire ai conflitti, agli impoverimenti e alle carestie spesso provocate dagli adulti. Pensiamo ai bambini indottrinati da un’educazione ideologica, funzionale non alla loro crescita, ma alla diffusione di idee che interessano questo o quell’altro gruppo di potere. Pensiamo ai bambini maltrattati o abbandonati a loro stessi da genitori o educatori cui poco interessa il loro vero bene”.
In tutto ciò, secondo il messaggio dei vescovi italiani, non c’è tutela del minore: “In questi e altri casi l’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, che può decidere anche della vita altrui e che è anche capace di mascherare il proprio egoismo dietro parole ‘politicamente corrette’ e falsamente altruiste”.
Quindi occorre cambiare prospettiva per continuare ad essere generativi: “A ben vedere, la pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono esponenzialmente anche le relazioni tra gli adulti (persone e comunità) dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi”.
E’ un richiamo ad un’attenzione ai bambini anche nella società italiana: “Avvertiamo la necessità di una maggiore attenzione ai piccoli anche nella nostra società italiana, in cui l’imperante cultura individualista si esprime, tra l’altro, con una crisi di generatività che non riguarda solamente la fertilità, ma pregiudica progressivamente la capacità degli adulti di mettersi a servizio dei piccoli.
Può succedere che facciano rumore, chiedano incessanti attenzioni, condizionino la libertà dei grandi, ma l’accoglienza dei loro limiti è paradigma dell’accoglienza dell’altro tout court, mancando la quale svanisce ogni prospettiva di collettività solidale, per dare spazio a una conflittualità incessante e distruttiva. Quando i bambini non sono amati, con loro vengono scartati anche gli elementi più deboli della comunità, cioè potenzialmente tutti, nel momento in cui si manifestino anche nei soggetti ‘forti’ fragilità o debolezze”.
E con un pensiero tratto dall’esortazione apostolica ‘Amoris Laetitia’ i vescovi hanno chiesto anche alle comunità cattoliche maggiori attenzioni nella cura dei bambini per sconfiggere gli abusi: “Anche le comunità cristiane devono crescere nella cura dei bambini, non solo proseguendo nell’impegno per estirpare e prevenire l’odiosa pratica degli abusi, ma divenendo ‘casa accogliente’ per loro nelle celebrazioni liturgiche, nelle attenzioni alle varie povertà che li colpiscono, nell’adozione di modalità adeguate alla loro età per l’annuncio della fede e nelle occasioni di vita comunitaria… Alle prime parole che un bambino si sente rivolgere dalla Chiesa nel giorno del Battesimo (‘la nostra comunità ti accoglie’) deve seguire una reale dedizione di tempi, spazi, risorse alle esigenze dei piccoli e delle loro famiglie”.
Quindi dopo aver ricordato l’impegno del mondo associativo a favore dei diritti di bambini e bambine i vescovi esortano le comunità cristiane ad un’apertura culturale generativa, capace di portare un cambiamento: “Ritorno a una cultura che riscopra il valore della generatività, del ‘desiderio di trasmettere la vita’ e di servirla con gioia.
Ogni persona che mette al mondo dei bambini o si occupa dei piccoli (genitori, nonni, insegnanti, catechisti, persone consacrate, famiglie affidatarie) dovrebbe sentire la simpatia e la stima degli altri adulti, perché il servizio al sorgere della vita è garanzia di bene e di futuro per tutti.
Cambiamento come abbandono delle cattive inclinazioni di una società narcisista e indifferente, in cui gli adulti sono troppo occupati da loro stessi per fare davvero spazio ai bambini: ne nascono sempre di meno e sul loro futuro peseranno i debiti, il degrado ambientale, la solitudine e i conflitti che gli adulti producono, incuranti del domani del mondo”.
(Foto: CEI)
Risparmio casa per un Natale di Solidarietà: raccolti € 60.000 per i bambini dell’ospedale Bambin Gesù
In occasione delle festività natalizie, Risparmio Casa ha scelto di sostenere il progetto promosso dalla Fondazione Bambino Gesù ETS dell’Ospedale Bambino Gesù, dedicato all’accoglienza delle famiglie dei piccoli pazienti con maggiori difficoltà economiche. L’iniziativa solidale, attiva per tutto il periodo natalizio dall’8 dicembre 2025 all’11 gennaio 2026, ha permesso di raccogliere oltre 60.000 mila euro grazie alla generosità dei clienti che hanno scelto di donare nei punti vendita di Risparmio Casa.
Il ricavato è stato destinato alle attività di supporto alle difficoltà quotidiane delle famiglie dei bambini in lunga degenza, garantendo un alloggio che permetta loro di rimanere accanto ai propri figli per tutta la durata del percorso di cura.
Il contributo si inserisce nel percorso di Responsabilità Sociale “Doniamo Solidarietà” di Risparmio Casa, che dal 2023 rinnova il proprio impegno accanto alle persone più fragili, dando continuità a progetti dedicati al sostegno delle realtà più vulnerabili. In questo contesto, Risparmio Casa ha scelto di sostenere il programma di accoglienza della Fondazione Bambino Gesù ETS, che supporta ogni anno oltre 4.000 famiglie, offrendo alloggio gratuito in strutture dedicate o convenzionate, pasti, mediazione linguistica e culturale, supporto amministrativo, trasporti e attività scolastiche e ludico-educative per i piccoli pazienti.
Un aiuto concreto che contribuisce ad alleviare le difficoltà organizzative ed economiche legate alle lunghe degenze e permette alle famiglie di concentrarsi esclusivamente sulle cure dei propri cari: “Siamo orgogliosi di aver concluso l’anno con un gesto di solidarietà che racconta la generosità dei nostri clienti e la forza del nostro legame con il territorio – afferma Riccardo Battistelli Brand & Digital Transformation/Innovation Coordinator di Risparmio Casa.
Il sostegno alla Fondazione Bambino Gesù rappresenta una scelta di responsabilità: essere vicini alle famiglie nei momenti più delicati significa contribuire a rendere il loro percorso un po’ meno difficile. E’ stato un anno importante sotto questo profilo: abbiamo affiancato realtà che si occupano di fragilità profonde e che lavorano ogni giorno per offrire nuove possibilità a chi vive momenti complessi. Con questa iniziativa abbiamo voluto dare continuità a un cammino condiviso, che mette al centro le persone e il valore di gesti capaci di generare un impatto reale e concreto”.
“Iniziative come questa rappresentano un sostegno fondamentale per le famiglie che affrontano il difficile percorso della malattia di un figlio lontano da casa – dichiara Tiziano Onesti, Presidente dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù – Poter contare su una rete di accoglienza solida significa alleviare un peso concreto, permettendo ai genitori di concentrarsi esclusivamente sulle cure e sul benessere dei propri bambini. Ringraziamo Risparmio Casa e tutti i clienti che hanno contribuito con generosità a questo progetto, dimostrando grande attenzione e sensibilità verso i più piccoli e le loro famiglie.”
La campagna a sostegno della Fondazione Bambino Gesù ETS rappresenta l’ultima tappa di un anno particolarmente significativo per il programma di responsabilità sociale “Doniamo Solidarietà” di Risparmio Casa. Nel corso del 2025, grazie all’attiva partecipazione dei clienti, Risparmio Casa ha sostenuto diversi progetti a favore di bambini, famiglie e persone in situazioni di vulnerabilità, dando continuità a un impegno costruito nel tempo.
Tra le iniziative promosse il supporto alla Fondazione Le Stelle di Marisa ETS, a sostegno degli “orfani speciali” attraverso interventi psicologici, educativi, economici e legali, e la partecipazione alla campagna “Aiutaci a scrivere il loro futuro”, promossa dal Consorzio Drug Italia, a favore della Fondazione Giovanni Celeghin, impegnata nella ricerca sui tumori cerebrali e nel supporto alle famiglie dei pazienti.
Grazie alle campagne solidali realizzate nel corso dell’anno, inclusa l’iniziativa natalizia a favore del progetto di accoglienza della Fondazione Bambino Gesù ETS, è stato possibile raggiungere una raccolta complessiva pari a 182.000 mila euro. Un risultato che racconta la capacità dell’azienda e della sua comunità di mobilitarsi per il bene comune e conferma un impegno che non si esaurisce con la conclusione delle singole iniziative, ma che continua a crescere e a evolvere in progetti di solidarietà sempre più concreti.
Per maggiori informazioni su ‘Doniamo Solidarietà’ e sui progetti sostenuti da Risparmio Casa, è possibile visitare la sezione dedicata sul sito ufficiale dell’azienda: https://www.risparmiocasa.com/doniamo-solidarieta/
Card. Zuppi: la presenza dei cattolici è viva
“In effetti, se l’Anno giubilare si è concluso, non si è certo esaurito il desiderio di una speranza affidabile. Il mondo lo manifesta in tanti modi ed è nostro dovere aiutare a trovare la risposta. Quante tenebre chiedono credenti capaci di essere luce! Quante notti di tristezza e angoscia attendono sentinelle che sappiano indicare l’aurora!”: prendendo spunto dalla bolla giubilare ‘Spes non confundit’ ieri il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha aperto i lavori della sessione invernale del consiglio episcopale permanente.
Nella prolusione il presidente dei vescovi italiani ha ricordato il viaggio di papa Leone XIV, dove ha riproposto la centralità di Gesù con domande decisive per la vita di ciascuno: “Ce ne rendiamo sempre più conto guardando all’attualità e lasciandoci interrogare da essa senza paura. Il punto focale non è la rincorsa compulsiva a ciò che avviene, ma la fatica e insieme la bellezza spirituale di scoprire nella realtà i segni dei tempi, senza i quali il Vangelo non entra nella storia e i cristiani finiscono per mettere la luce sotto il moggio. Ecco perché le domande segnalate da papa Leone sono determinanti per una testimonianza credibile nell’oggi”.
E’ stata un’analisi chiara in quanto la forza non migliora il mondo, come diceva Giorgio La Pira: “Il mondo è, infatti, segnato da un’incertezza profonda, che suscita un senso di instabilità. Questo è vero non solo per gli osservatori più attenti o per le persone direttamente coinvolte, ma per tutti, perché costituisce un clima percepito anche da chi è distratto o inconsapevole.
E’ il clima di quella che Giorgio La Pira, anni fa e profeticamente, chiamava ‘l’età della forza’. Questa non fornisce sicurezze, certezze e ordine, come si potrebbe credere, anzi! La forza, ancora di più se incredibilmente irride il diritto e i processi internazionali così faticosamente conquistati nei decenni passati, crea solo instabilità pericolosa a tutti i livelli e costringe a rinunciare alla via indispensabile del dialogo, del multilateralismo, del pensarsi insieme”.
Per questo ha chiesto una maggior cura delle ferite del prossimo, riferendosi al violento episodio accaduto a La Spezia: “Questo dramma ci interpella come comunità civile ed educativa. Ci ricorda quanto sia urgente accompagnare i giovani, ascoltarli davvero, non lasciarli soli nelle loro fragilità, nelle loro paure e nelle loro rabbie. L’educazione, in famiglia, a scuola e nelle comunità, è una responsabilità condivisa che non possiamo delegare né rimandare. Solo investendo nella relazione, nell’esempio e nella formazione delle coscienze possiamo costruire un futuro più umano e più giusto. Chiediamo al Signore di trasformare questo dolore in un impegno rinnovato per la vita, la convivenza e la speranza”.
Però davanti ad un aumento della violenza ed ad un smarrimento di responsabilità il card. Zuppi ha sottolineato che c’è un popolo che crede: “Nella nostra realtà spaesata esiste un popolo che, pur condividendo le difficoltà di tutti, ha fisso lo sguardo al Signore, speranza e consolazione. C’è un’Italia che cerca il volto di Dio e chiede di incontrare non idee o ennesimi consigli virtuali ma comunità, case di fraternità, relazioni umane disinteressate con cui vivere la speranza…
C’è un’Italia cristiana che vive con gioia e convinzione la sua vocazione. Ne abbiamo avuto la prova concreta, a livello di Chiese locali, nella celebrazione recente della chiusura del Giubileo nelle cattedrali o nelle chiese a ciò deputate. Il fervore, la partecipazione, il numero dei fedeli ha sorpreso la maggior parte di noi. In un certo senso ci ha rafforzato nella speranza, che poi era il tema del Giubileo”.
E’ stato un invito ad essere comunità: “Un’inaspettata sincronia e una grande comunione! Questo fa bene, fa molto bene, in un mondo diviso e conflittuale: la Chiesa è unita, pur essendo in molti popoli, segno di “unità del genere umano”. E’ un grande segno, che parla al mondo che sperimenta così tanto la divisione e pensa impossibile vivere insieme. La Chiesa è segno credibile che è possibile vivere in pace. E’ un dono che ci fa il Signore Gesù, che è la nostra pace! Non lasciamoci dividere dal clima di questo mondo e non portiamo nella Chiesa categorie mondane che non le appartengono, anzi la offendono e la indeboliscono! Il popolo di Dio ha sete di unità, perché ha sete di fede, di autentica esperienza dello Spirito e della Chiesa”.
E la bussola per la Chiesa è il cammino sinodale: “Durante l’Assemblea di novembre il card. Repole ha indicato alcuni punti che ritengo siano da tenere in debito conto per la fase che stiamo per vivere. Tra questi uno riguarda la consapevolezza di un certo scollamento tra la fede e la vita… Non siamo soli e nessuno è solo (ma anche nessuno si isoli!): il Cammino sinodale ha coinvolto centinaia di migliaia persone, molte delle quali hanno seguito il percorso dalla prima ora, impegnando tempo ed energie e acquisendo competenze preziose nelle dinamiche sinodali”.
Terminando l’intervento il card. Zuppi ha invitato gli italiani alla responsabilità: “Tra circa due mesi, il 22 e 23 marzo, gli italiani saranno chiamati ad esprimersi sul referendum costituzionale sulla giustizia. La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del CSM sono temi che, come Pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti. C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare”.
Responsabilità che richiama l’impegno alla vita democratica: “Autonomia ed indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti. In un clima generale di disimpegno, che affiora ogni volta che siamo convocati alle urne, sentiamo l’esigenza di ribadire l’importanza della partecipazione. Tutti noi parteciperemo, perché corresponsabili del bene comune del nostro Paese”.
E’ stato un invito esplicito al voto: “Invitiamo quindi tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali. L’augurio è che continui, anche dopo il referendum, l’attenzione sull’esercizio concreto della giurisdizione nel nostro Paese, snodo importante per la custodia del bene comune e il perseguimento della giustizia, che soffre di molte difficoltà. Su questi temi, come su tutti gli altri che interessano la nostra convivenza, ci auguriamo che sia sempre vivo un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca del massimo consenso possibile attorno a soluzioni di bene”.
Altro punto ha riguardato il fine vita: “La vita ha un valore, sempre, nonostante la malattia, la fragilità, il limite. La risposta alla sofferenza non è offrire la morte, ma garantire forme di sostegno sociale, di assistenza sanitaria e sociosanitaria domiciliare continuativa, affinché il malato non si senta solo e le famiglie possano essere sostenute e accompagnate. Normative che legittimino il suicidio assistito e l’eutanasia rischiano invece di depotenziare l’impegno pubblico verso i più fragili e vulnerabili, spesso invisibili, che potrebbero convincersi di essere divenuti ormai un peso per i propri familiari e per l’intera società, decidendo di farsi anzitempo da parte, di togliere il disturbo.
Ribadiamo, pertanto, che nell’attuale assetto giuridico-normativo si scelgano e si rafforzino, a livello nazionale, interventi che tutelino nel miglior modo possibile la vita, favoriscano l’accompagnamento e la cura nella malattia, sostengano le famiglie nelle situazioni di sofferenza. Sentiamo altresì forte il dovere di ricordare a tutti che scegliere una morte anticipata, anche perché si pensa di non avere alternative, non è un atto individuale, ma incide profondamente sul tessuto di relazioni che costituisce la comunità, minando la coesione e la solidarietà su cui si fonda la convivenza civile”.
La vita si supporta attraverso una rete: “E’ proprio quando la persona diventa debole che ha bisogno di una rete che la supporti, che la aiuti a vivere al meglio la fase finale dell’esistenza. La presenza o l’assenza di questa presa in carico può essere lo spartiacque tra la scelta di vita e la richiesta di morte. In tale prospettiva, le cure palliative (che devono essere garantite a tutti, senza distinzioni sociali e geografiche, mentre ancora non sono applicate come stabilito) rappresentano un vero antidoto alle logiche che contemplano il suicidio assistito o l’eutanasia come opzioni percorribili. Logiche di morte che possono essere sovvertite anche con un impegno forte delle comunità cristiane, chiamate a farsi prossime a quanti si stanno accostando all’ultima fase della vita con responsabilità, carità e stile evangelico”.
Chi è malato guarisce solo se qualcuno lo abbraccia’, la Giornata per i Malati di Lebbra
Domenica si celebra la 73^ edizione della Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra, simboleggiata da un abbraccio che unisce e guarisce (‘Chi è malato guarisce solo se qualcuno lo abbraccia’) ed è un momento fondamentale per sensibilizzare l’opinione pubblica sul diritto alla salute di miliardi di persone, sulla lebbra e le altre malattie tropicali neglette. La Giornata Mondiale dei malati di Lebbra e, dopo qualche giorno di distanza, la Giornata internazionale delle malattie tropicali neglette, ricordano che queste patologie riguardano tutti, in quanto il diritto alla salute diventa concreto solo se tutte le persone possono ricevere cure e attenzioni.
Due elementi che contraddistinguono la campagna: l’abbraccio e una sola salute pongono l’attenzione sulla centralità della persona e non della malattia, sottolineando l’importanza dell’inclusione, della cura e del sostegno per chi è malato, a partire dalle persone colpite dalla lebbra e per tutti coloro che vivono ai margini della società.
Una sola salute è il concetto che ha ispirato la scelta dei prodotti solidali che verranno distribuiti nei banchetti delle città italiane: nei progetti di cooperazione internazionale AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau Ets che da oltre 60 anni è in prima linea nel mondo per la lotta alla lebbra e per garantire il diritto alla cura e all’inclusione per tutti) lavora con un approccio ‘One Health-una sola salute’, che riconosce l’interdipendenza tra salute umana, animale e ambientale. In quest’ottica, anche la scelta dei prodotti solidali della campagna di quest’anno assume un significato simbolico.
Infatti il miele, frutto della collaborazione tra ecosistemi e lavoro umano, è protagonista grazie alla collaborazione con l’Osservatorio Nazionale del Miele. L’azienda apistica ‘Luca Finocchio’ fornirà il Millefiori della campagna, mentre la bolognese ‘BeeBo’ realizzerà i saponi al miele e lavanda. La cooperativa CIM confezionerà grazie al lavoro di persone in fragilità i sacchetti di semi melliferi a sostegno della biodiversità ed Equo Mercato fornirà caramelle al miele, rafforzando il legame tra i valori dell’associazione quelli del commercio equo e solidale.
A Federica Dona, coordinatrice dell’Ufficio Raccolta Fondi e Comunicazione di AIFO, chiediamo di spiegarci il motivo per cui chi è malato guarisce con un abbraccio: “La guarigione non è solo un fatto clinico. Come ricorda lo slogan della Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra (‘Chi è malato guarisce solo se qualcuno lo abbraccia’) la cura passa anche dal riconoscimento della persona, dalla vicinanza, dal sentirsi accolti e non ridotti alla propria malattia. L’abbraccio è il simbolo di una relazione che restituisce dignità, combatte l’isolamento e rimette la persona al centro, non la patologia”.
E’ ancora difficile abbracciare un malato di lebbra?
‘Sì, spesso lo è. Non tanto per motivi sanitari. L’abbraccio va letto come un segno potente e universale. Non è solo un gesto fisico, ma un atto simbolico che dice: ‘tu conti, tu fai parte del mio mondo, la tua vita ha valore’. Quando ci prendiamo cura di chi è ai margini, non stiamo facendo un gesto ‘per qualcuno’, ma stiamo riaffermando un’idea di umanità che non esclude, che non scarta, che non ha paura della fragilità”.
Esiste una relazione tra abbraccio e cura?
“Esiste una relazione profonda. La cura efficace della lebbra richiede farmaci, diagnosi precoce e servizi sanitari di qualità, ma senza inclusione e sostegno umano il percorso resta incompleto. L’abbraccio rappresenta quella dimensione relazionale che permette alla cura di funzionare davvero, perché favorisce l’accesso ai servizi, riduce l’abbandono terapeutico e restituisce fiducia alla persona malata”.
Quanto è importante l’inclusione del malato di lebbra nella società?
“E’ fondamentale. AIFO ribadisce che l’inclusione è un elemento imprescindibile per superare stigma ed esclusione sociale. Senza inclusione non si raggiunge l’obiettivo ‘zero discriminazione’, uno dei tre pilastri del cammino verso un mondo senza lebbra, insieme a zero trasmissione e zero disabilità”.
In quale modo l’inclusione può dare libertà al malato?
“L’inclusione libera dalla paura, dalla vergogna e dall’isolamento. Permette alla persona di curarsi senza nascondersi, di mantenere relazioni familiari e sociali, di lavorare e partecipare alla vita della comunità. In questo senso l’inclusione non è solo un valore etico, ma una condizione concreta per prevenire disabilità, povertà e marginalizzazione”.
A san Francesco l’incontro con il lebbroso cambiò la vita: anche oggi è possibile?
“Sì, è possibile anche oggi dal momento in cui ci mettiamo in discussione, abbandoniamo il nostro egoismo occidentale. Abbracciare chi è malato di lebbra significa abbracciare l’umanità ferita, quella che spesso preferiamo non vedere. Significa riconoscere che la dignità non si perde con la malattia, con la disabilità o con la povertà. Anzi, è proprio lì che va difesa con più forza. L’abbraccio rompe il muro dell’isolamento, restituisce identità, ricuce legami spezzati dallo stigma e dalla discriminazione.
In questo senso, prendersi cura è un atto profondamente politico e umano insieme: vuol dire scegliere da che parte stare. Vuol dire costruire una società in cui nessuno è definito solo dalla propria malattia e in cui la guarigione non è solo l’assenza di un batterio, ma la possibilità di vivere pienamente, con diritti, relazioni e futuro.
E’ questo il cuore del messaggio di AIFO e della Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra: senza abbraccio non c’è cura completa, senza inclusione non c’è vera guarigione. Ed ogni volta che scegliamo di ‘abbracciare’, stiamo contribuendo a quella ‘Civiltà dell’Amore’ che non è un’utopia del passato, ma una responsabilità molto concreta del presente”.
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Allora è ancora attuale la ‘Civiltà dell’Amore’ di Raoul Follereau?
“E’ più che mai attuale. La ‘Civiltà dell’Amore’ si fonda sulla solidarietà, sulla dignità di ogni persona e sull’inclusione degli ultimi. Gli obiettivi che AIFO porta avanti da 65 anni (diritto alla cura, inclusione, lotta alla discriminazione) sono la traduzione concreta e contemporanea di quella visione, oggi necessaria quanto ieri. In queste settimane saremo nelle piazze e nelle parrocchie d’Italia con i prodotti solidali AIFO, le donazioni contribuiranno al sostegno dei progetti sociosanitari nel mondo. E’ anche possibile ordinare i prodotti online per chi non può recarsi ai banchetti (www.aifo.it/kit-salute)”.
(Tratto da Aci Stampa)





























