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La compassione del Samaritano: presentato il messaggio per la giornata del malato

“Tutti abbiamo ascoltato e letto questo commovente testo di san Luca. A un dottore della legge che gli chiede chi sia il prossimo da amare, Gesù risponde raccontando una storia: un uomo che viaggiava da Gerusalemme a Gerico fu aggredito dai ladri e lasciato mezzo morto; un sacerdote e un levita passarono oltre, ma un samaritano ebbe compassione di lui, gli fasciò le ferite, lo portò in una locanda e pagò perché fosse curato. Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’Enciclica ‘Fratelli tutti’, del mio amato predecessore papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore”.

Quindi con un riferimento a papa Francesco oggi è stato presentato il primo messaggio di papa Leone XIV per la Giornata mondiale del Malato 2026, che si celebra mercoledì 11 febbraio, sul tema ‘La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro’, alla presenza del delegato ufficiale di papa Leone XIV per la giornata mondiale del malato, che si svolgerà a Chiclayo in Perù; p. Michel Daubanes, rettore del santuario Notre Dame di Lourdes; dott.ssa Giulia Civitelli, medico responsabile del Poliambulatorio Caritas – Roma, Marina Melone, responsabile di ‘Casa Gelsomino’, struttura che accoglie e aiuta le famiglie dei bambini ricoverati all’Ospedale Bambino Gesù e del card. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il quale ha sottolineato il compito della medicina:

“Curare è compito della medicina, di cui si parla sempre molto nei notiziari. Ma il Messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata Mondiale del Malato 2026 parla di guarigione, che è qualcosa di più ampio e più profondo del semplice curare le malattie. Ci vuole coraggio per leggere questo Messaggio con attenzione e prenderlo sul serio, con mente aperta e cuore aperto. Non ti lascia come eri prima”.

Il messaggio ha l’obiettivo di mettere al centro chi ha bisogno di cura: “Come trattiamo i malati, gli anziani, i disabili, i poveri tra noi? E anche se uno appartiene a una o più di queste categorie, ci sono sempre altri intorno che soffrono e che possiamo incontrare e a cui possiamo rispondere… Ogni messaggio papale ci riporta alle basi, ma penso che questo Messaggio sia davvero per tutti. E’ per i cristiani e allo stesso modo per tutti gli altri. Sarà interessante e illuminante sentire cosa ne pensano i non cristiani”.

Ha diviso il messaggio in tre parti: “Il Messaggio è suddiviso in tre parti: la prima parla dell’incontro, che si rivela così importante non solo per i malati, ma per tutti. La seconda parla della compassione, senza la quale non c’è guarigione. E la terza parla del vero amore…

Anche se tradizionalmente rivolto agli operatori sanitari e pastorali cattolici, il Messaggio di quest’anno si rivolge a tutti, perché siamo un solo corpo, un’unica umanità di fratelli e sorelle, e quando qualcuno è malato e soffre, tutte le altre categorie, che tendono a dividere, svaniscono nella loro insignificanza”.

Mentre p. Michel Daubanes, rettore del santuario Notre Dame di Lourdes, ha raccontato la quotidianità nel santuario francese: “A Lourdes giungono i malati, le persone con disabilità, coloro che sono stati feriti nel cammino della vita. Lungi dall’evitarli, li avviciniamo, li accogliamo e, quando il loro numero diminuisce, per motivi economici o di altro tipo, li cerchiamo. Non li scegliamo. Si presentano a noi; è una gioia accoglierli, così come è per loro una gioia arrivare ai piedi della Madonna, alla roccia della grotta di Massabielle. Ovunque, con tutti i cappellani e i responsabili laici, mi assicuro che abbiano il primo posto, che occupino i primi banchi durante la Messa, che siano in testa alle processioni”.

Per questo c’è vita: “A Lourdes, le ferite sono numerose ed evidenti. Non c’è alcun tentativo di nasconderle; è inutile. Chi ne è segnato non se ne vergogna; sono autentiche. Le ferite sono fisiche, morali e spirituali. Spesso durano tutta la vita, raramente sono temporanee. Una grande ferita è comune a tutti noi: la ferita del peccato. L’unguento della misericordia è ampiamente applicato a coloro che lo riconoscono…

A Lourdes, si intreccia una grande rete di relazioni, una rete antichissima che continua ad espandersi e rinnovarsi. Giovanissimi e molti meno giovani prestano servizio, sia presso l’Hospitalité Nostra Signora di Lourdes che presso le Hospitalité diocesane. Anche i locali dell’Ufficio Cristiano per le Persone con Disabilità sono uno di questi luoghi in cui si sperimenta quotidianamente il miracolo dell’accoglienza, dell’ascolto e della fraternità autentica. A Lourdes, siamo samaritani”.

La dott.ssa Giulia Civitelli, medico responsabile del Poliambulatorio della Caritas di Roma e missionaria secolare scalabriniana, ha raccontato in cosa consiste il ‘lavoro’ nel poliambulatorio della stazione Termini: “Il nostro ambulatorio è un servizio a bassa soglia di accesso e ad alto impatto relazionale, una porta aperta sulla strada, attraversata da varia umanità, con diverse esigenze, storie, percorsi…

Il Poliambulatorio continua ad operare come un’opera segno, portando avanti l’attività di assistenza insieme a quella di advocacy, di impegno per i diritti, perché non si deve dare per carità quello che deve essere dato per giustizia, come sottolineava san Paolo VI”.

Comunque il poliambulatorio è un luogo di relazione: “Il primo e più grande bisogno che hanno tutti è quello di entrare in relazione, costitutivo di ogni essere umano1. Questo ci accomuna tutti, come ci accomuna tutti il fatto di essere vulnerabili, e di avere tutti bisogno di cura e di salvezza. Ed è vero, i primi ad essere soccorsi, accolti, portati e sempre riportati a casa siamo noi, da Gesù, il Samaritano per eccellenza”.

Ed ha anche un luogo dove, a volte, fioriscono ‘miracoli’: “A volte il Signore ci sorprende e si manifesta nel dolore che trasforma il cuore sofferente, palpitante della sua presenza. Come nel caso che vorrei condividere con voi: la storia di una signora albanese, malata di tumore ad uno stadio terminale, che negli ultimi mesi della sua vita, accompagnata dal marito peruviano conosciuto al dormitorio Caritas, ha chiesto i sacramenti dell’iniziazione cristiana e di potersi sposare in Chiesa”.

Infine Marina Melone ha raccontato ‘Casa Gelsomino’, struttura che accoglie e aiuta le famiglie dei bambini ricoverati all’Ospedale Bambino Gesù: “Nel tempo abbiamo imparato sempre più ad entrare nella casa senza avere un programma ma semplicemente liberando il nostro spazio e il nostro tempo e mettendolo a disposizione di chi in quel momento potrebbe aver bisogno.

E’ sempre accoglienza anche quando, in una giornata non buona, nessuno esce dalla sua stanza e non vuole parlare. E’ accoglienza mettersi da parte e aspettare, senza fretta e senza smania di fare qualcosa. La lunga permanenza ci porta ad entrare in contatto con la vita e le sofferenze che vivono questi genitori e i bambini /ragazzi stessi e si crea così vicinanza e fiducia”.

Quindi l’accoglienza stimola l’osservazione: “Abbiamo imparato ad essere attenti osservatori dell’altro, a scrutare lo sguardo per capire, senza dover parlare, del bisogno dell’altro. Prendersi cura è prima di tutto mettersi in ascolto anche di un gesto e rispettare la richiesta di silenzio o di ascolto che nasce. Prendersi cura per noi volontari è anche custodire con rispetto e amore la vita e i sentimenti che ci vengono consegnati da coloro che stanno attraversando un momento di fragilità e sofferenza”.

Anche se qualche volta è doloroso: “Ma non sempre è facile. Abbiamo avuto diversi casi di bambini che non ce l’hanno fatta e abbiamo raccolto anche la disperazione dei genitori, la loro rabbia, il loro dolore. E se si raccoglie vuol dire che lo tratteniamo dentro di noi perché se facciamo spazio, poi lo spazio si riempie e può essere che non si riesca più a sostenerlo”.

(Foto: Vatican Media)

Seconda domenica dopo Natale: diventare figli di Dio

‘A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio’ (Gv 1, 12). Queste parole parlano d’una possibilità iscritta nell’umano, da sempre. ‘Diventare figli di Dio’ non è tanto uno status da raggiungere, ma un compito, un lento processo di emersione, un venire alla luce che matura nel tempo. E’ permettere a ‘ciò che siamo in profondità’ – il nostro Sé autentico – di affiorare, senza forzature, come qualcosa che attende solo di essere riconosciuto, custodito, fatto crescere.

‘Essere figli’ è come riconoscere una parentela. Scoprire di appartenere alla stessa sostanza della vita, alla medesima energia creatrice, Dio se vogliamo chiamarlo così. Portiamo già in noi questa qualità divina, la forza capace di espandersi, di prendere forma, di trasformare l’esistenza. Una scintilla che attende solo di diventare fuoco. E’ quello che alcuni chiamano ‘Sé autentico’, altri Amore, altri Coscienza, Dio…

‘A quanti lo hanno accolto…’. Accogliere è dare spazio, coltivare, prendersi a cuore questo principio divino che ci abita. Lasciarlo crescere, praticarlo ogni giorno. Gesù di Nazareth è l’uomo che ha fatto tutto questo, fino a diventare trasparente al divino stesso che l’abitava, ‘Figlio di Dio’, appunto.

Il Vangelo è in fondo l’invito a portare l’umano alle sue estreme conseguenze. A vivere secondo la propria natura più profonda, e la nostra natura più profonda è – come si è detto – il divino stesso, l’Amore, il Sé autentico…. Per cui vivere secondo questa nostra ‘Sorgente’ significa renderci disponibili a lasciare che l’amore diventi criterio, misura, respiro dell’esistenza.

‘Diventare figli’ è dunque un atto di responsabilità, prendersi cura della vita che ci è stata affidata; fidarsi della vita che ci attraversa. Credere nella possibilità di realizzazione che ci abita; riconoscere che la creatività dell’amore è una responsabilità personale, una scelta quotidiana, una pratica concreta. Non si tratta di ‘avere fede in un Dio’. Siamo noi a dover avere fede anzitutto in noi stessi, e credere nella possibilità di realizzazione che Dio ci ha donato.

Ciascuno porta già in sé il potere di compiersi. Di dare forma alla propria umanità. Di lasciar emergere la luce che lo governa. Quando questa potenzialità viene abitata, coltivata, incarnata, la vita fiorisce.

‘Diventare figli’ significa dunque ‘venire alla luce di sé’. Permettere che l’Amore, il principio che ci costituisce, diventi carne. Rendere visibile, nella trama quotidiana dell’esistenza, ciò che abbiamo imparato a chiamare Dio. In una parola: vivere in modo tale che la vita, guardandoci, possa riconoscersi.

Papa Leone XIV: senza cura delle vocazioni non c’è futuro della Chiesa

“Una fedeltà che genera futuro è ciò a cui i presbiteri sono chiamati anche oggi, nella consapevolezza che perseverare nella missione apostolica ci offre la possibilità di interrogarci sul futuro del ministero e di aiutare altri ad avvertire la gioia della vocazione presbiterale. Il 60° anniversario del Concilio Vaticano II, che ricorre in questo Anno giubilare, ci dà l’occasione di contemplare nuovamente il dono di questa fedeltà feconda, ricordando gli insegnamenti dei Decreti ‘Optatam totius’ e ‘Presbyterorum Ordinis’, promulgati rispettivamente il 28 ottobre e il 7 dicembre del 1965”: con questo anniversario esordisce la lettera ‘Una fedeltà che genera futuro’ di papa Leone XIV, che ha posto al centro il ministero sacerdotale.

Nella lettera il papa ha messo in evidenza la centralità della Chiesa nei due documenti: “Entrambi i documenti, infatti, si fondano saldamente sulla comprensione della Chiesa come Popolo di Dio pellegrinante nella storia e costituiscono una pietra miliare della riflessione circa la natura e la missione del ministero pastorale e la preparazione ad esso, conservando nel tempo grande freschezza e attualità. Invito, pertanto, a continuare la lettura di questi testi in seno alle comunità cristiane e il loro studio, in particolare nei Seminari e in tutti gli ambienti di preparazione e formazione al ministero ordinato”.

I due documenti conciliari hanno messo in risalto l’identità del ministero sacerdotale: “L’intento era quello di elaborare i presupposti necessari per formare le future generazioni di presbiteri secondo il rinnovamento promosso dal Concilio, tenendo salda l’identità ministeriale e al tempo stesso evidenziando nuove prospettive che integrassero la riflessione precedente, nell’ottica di un sano sviluppo dottrinale. Bisogna, quindi, farne una memoria viva, rispondendo all’appello a cogliere il mandato che questi Decreti hanno consegnato a tutta la Chiesa: rinvigorire sempre e ogni giorno il ministero presbiterale, attingendo forza dalla sua radice, che è il legame tra Cristo e la Chiesa, per essere, insieme a tutti i fedeli e a loro servizio, discepoli missionari secondo il suo Cuore”.

Ecco la fedeltà al sacerdozio che nasce dall’incontro personale con Gesù: “Il Signore della vita ci conosce e illumina il nostro cuore con il suo sguardo d’amore. Non si tratta solo di una voce interiore, ma di un impulso spirituale, che spesso ci arriva attraverso l’esempio di altri discepoli del Signore e che prende forma in una coraggiosa scelta di vita.

La fedeltà alla vocazione, soprattutto nel tempo della prova e della tentazione, si fortifica quando non ci dimentichiamo di quella voce, quando siamo capaci di ricordare con passione il suono della voce del Signore che ci ama, ci sceglie e ci chiama, affidandoci anche all’indispensabile accompagnamento di chi è esperto nella vita dello Spirito. L’eco di quella Parola è nel tempo il principio dell’unità interiore con Cristo, che risulta fondamentale e ineludibile nella vita apostolica”.

Infatti ogni “vocazione è un dono del Padre, che chiede di essere custodito con fedeltà in una dinamica di conversione permanente. L’obbedienza alla propria chiamata si costruisce ogni giorno attraverso l’ascolto della Parola di Dio, la celebrazione dei sacramenti (in particolare nel Sacrificio Eucaristico) l’evangelizzazione, la vicinanza agli ultimi e la fraternità presbiterale, attingendo alla preghiera come luogo eminente dove incontrare il Signore…

In questo senso si comprende ciò che ‘Optatam totius’ indica riguardo alla formazione sacerdotale, auspicando che non si fermi al tempo del Seminario, aprendo la strada a una formazione continua, permanente, in modo da costituire un dinamismo di costante rinnovamento umano, spirituale, intellettuale e pastorale”.

Ecco il motivo per cui la lettera papale invita alla cura della formazione: “Pertanto, tutti i presbiteri sono chiamati a curare sempre la propria formazione, per mantenere vivo il dono di Dio ricevuto con il sacramento dell’Ordine. La fedeltà alla chiamata, dunque, non è staticità o chiusura, ma un cammino di conversione quotidiana che conferma e fa maturare la vocazione ricevuta…

Sin dal momento della chiamata e dalla prima formazione, la bellezza e la costanza del cammino sono custodite dalla sequela Christi. Ogni pastore, infatti, prima ancora di dedicarsi alla guida del gregge, deve costantemente ricordare di essere egli stesso discepolo del Maestro, insieme ai fratelli e alle sorelle, perché ‘lungo tutta la vita si è sempre discepoli, con l’anelito costante a configurarsi a Cristo’. Solo questa relazione di sequela obbediente e di discepolato fedele può mantenere mente e cuore nella direzione giusta, nonostante gli sconvolgimenti che la vita può riservare”.

Un altro tema importante riguarda la fraternità: “All’interno di questa fondamentale fraternità che ha la sua radice nel Battesimo e unisce l’intero Popolo di Dio, il Concilio mette in luce il particolare legame fraterno tra i ministri ordinati, fondato nello stesso sacramento dell’Ordine… La fraternità presbiterale, quindi, prima ancora di essere un compito da realizzare, è un dono insito nella grazia dell’Ordinazione. Va riconosciuto che questo dono ci precede: non si costruisce soltanto con la buona volontà e in virtù di uno sforzo collettivo, ma è dono della Grazia, che ci rende partecipi del ministero del Vescovo e si attua nella comunione con lui e con i confratelli”.

Fraternità che è un richiamo alla comunione: “Essere fedeli alla comunione significa in primo luogo superare la tentazione dell’individualismo che mal si coniuga con l’azione missionaria ed evangelizzatrice che riguarda sempre la Chiesa nel suo insieme. Non a caso il Concilio Vaticano II ha parlato dei presbiteri quasi sempre al plurale: nessun pastore esiste da solo! Il Signore stesso ‘ne costituì Dodici, che chiamò apostoli, perché stessero con lui’: ciò significa che non può esistere un ministero slegato dalla comunione con Gesù Cristo e con il suo corpo, che è la Chiesa.

Rendere sempre più visibile questa dimensione relazionale e comunionale del ministero ordinato, nella consapevolezza che l’unità della Chiesa deriva dall’ ‘unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo’, è una delle sfide principali per il futuro, soprattutto in un mondo segnato da guerre, divisioni e discordie”.

Ma la comunione non è sinonimo di appiattimento personale: “E’ importante che nei presbitéri diocesani, grazie al discernimento del Vescovo, si riesca a trovare un punto di equilibrio fra la valorizzazione di questi doni e la custodia della comunione. La scuola della sinodalità, in questa prospettiva, può aiutare tutti a maturare interiormente l’accoglienza dei diversi carismi in una sintesi che consolidi la comunione del presbiterio, fedele al Vangelo e agli insegnamenti della Chiesa…

La bellezza di una Chiesa fatta di presbiteri e diaconi che collaborano, uniti dalla stessa passione per il Vangelo e attenti ai più poveri, diventa una testimonianza luminosa di comunione. Secondo la parola di Gesù, è da questa unità, radicata nell’amore reciproco, che l’annuncio cristiano riceve credibilità e forza. Per questo il ministero diaconale, specie quando viene vissuto in comunione con la propria famiglia, è un dono da conoscere, valorizzare e sostenere. Il servizio, discreto ma essenziale, di uomini dediti alla carità ci ricorda che la missione non si compie con grandi gesti, ma uniti dalla passione per il Regno e con la fedeltà quotidiana al Vangelo”.

Ed ha invitato a costruire la sinodalità tra sacerdoti: “E’ importante che nei presbitéri diocesani, grazie al discernimento del Vescovo, si riesca a trovare un punto di equilibrio fra la valorizzazione di questi doni e la custodia della comunione. La scuola della sinodalità, in questa prospettiva, può aiutare tutti a maturare interiormente l’accoglienza dei diversi carismi in una sintesi che consolidi la comunione del presbiterio, fedele al Vangelo e agli insegnamenti della Chiesa… La bellezza di una Chiesa fatta di presbiteri e diaconi che collaborano, uniti dalla stessa passione per il Vangelo e attenti ai più poveri, diventa una testimonianza luminosa di comunione. Secondo la parola di Gesù, è da questa unità, radicata nell’amore reciproco, che l’annuncio cristiano riceve credibilità e forza”.

Tale armonia è raggiunta mettendo al centro dell’azione sacerdotale il mistero pasquale: “L’armonia tra contemplazione e azione è da ricercare non tramite l’adozione affannosa di schemi operativi o mediante un semplice bilanciamento delle attività, ma assumendo come centrale nel ministero la dimensione pasquale. Donarsi senza riserve, in ogni caso, non può e non deve comportare la rinuncia alla preghiera, allo studio, alla fraternità sacerdotale, ma al contrario diventa l’orizzonte in cui tutto è compreso nella misura in cui è orientato al Signore Gesù, morto e risorto per la salvezza del mondo. In tal modo si attuano anche le promesse fatte nell’Ordinazione che, insieme al distacco dai beni materiali, realizzano nel cuore del presbitero una perseverante ricerca e adesione alla volontà di Dio, facendo così trasparire Cristo in ogni sua azione”.

Infine il papa ha chiesto di fornire una proposta ‘forte’ per i giovani: “Insieme alla preghiera, però, la carenza di vocazioni al presbiterato (soprattutto in alcune regioni del mondo) chiede a tutti una verifica sulla generatività delle prassi pastorali della Chiesa. E’ vero che spesso i motivi di questa crisi possono essere vari e molteplici e, in particolar modo, dipendere dal contesto socio-culturale, ma, allo stesso tempo, occorre che abbiamo il coraggio di fare ai giovani proposte forti e liberanti e che nelle Chiese particolari crescano ‘ambienti e forme di pastorale giovanile impregnati di Vangelo, dove possano manifestarsi e maturare le vocazioni al dono totale di sé’… Ricordiamolo: non c’è futuro senza la cura di tutte le vocazioni!”

Simone Stifani: la disabilità non è una vocazione

“Ricevere la cura può sembrare un’azione passiva (e per certi versi lo è), ma essa in quanto tale nasconde un possibile pericolo: quello della possibile perdita della propria identità. Si può ricevere la cura quasi come se fossimo unicamente fissati in una postura passiva di ricezione. In realtà, però, se non facciamo scendere nel profondo di noi stessi tale realtà, allora la cura rimarrà a un livello troppo superficiale…

Accogliere la cura in un modo fecondo e consapevole significa riappropriarsi della consapevolezza della propria fragilità e del proprio limite, di cui appunto occorre aver cura. Ad un livello più profondo, però: quello della vita interiore, oggi davvero trascurata”: così scrive il giornalista di ‘Radio Orantes’ del monastero benedettino San Giovanni Evangelista di Lecce e collaboratore della rivista ‘Benedictina’ del Centro storico benedettino italiano, laureato in Scienze religiose, Simone Stifani, nel libro ‘La disabilità non è una vocazione’, scritto insieme a fratel Luciano Manicardi, già priore della comunità monastica di Bose.  

Quindi la cura è una responsabilità: “Aver cura è una responsabilità che ci fa evitare di dare quelle risposte che sono scappatoie al non senso della vita, al non senso del limite della disabilità. Come diceva Dietrich Bohnoeffer, Dio non è la risposta tappabuchi posta innanzi all’incapacità della nostra società di includere e riconoscere la vita nella propria vita.

Aver cura di noi stessi significa allora far rinascere dentro di noi quella vita che non si lascia definire dal limite, ma che partendo dalla consapevolezza della sua presenza riesce a far fiorire una vita nuova e generare nuova fecondità, una fecondità pasquale che possa anche aiutare il mondo, la società, a divenire realmente ciò che è chiamata ad essere: famiglia umana che ‘muta il proprio lamento in danza’, come dice il salmista”.

Quindi chiediamo a lui, che è conoscitore delle sfide legate alla condizione di disabilità, in quanto le vive direttamente, di spiegarci il motivo per cui la disabilità non è una vocazione: “La disabilità non è una vocazione in quanto essa non può definire la persona umana. Spesso, infatti, si riduce la persona al limite che vive legando la propria esperienza umana alla condizione di disabilità vissuta.

In realtà, la disabilità è soltanto una possibilità dell’umano che si esprime nonostante il proprio limite. Proprio per questo, allora, occorre fuggire da ogni logica settaria ed escludente: ogni persona con disabilità, proprio perché persona umana, ha infinite possibilità di espressione e realizzazione di sé che non coincidono col limite ma lo trascendono.

Si tratta di operare, come per tutti, un discernimento su quale talento Dio ha dato a ciascuno di noi e guardarsi come Lui ci guarda: come ad un dono prezioso e unico per il mondo che chiede di essere condiviso, andando oltre quella che potrebbe essere considerata l’unica vocazione della persona con disabilità: l’offerta della propria sofferenza come redenzione per l’umanità”. 

Però si pensa ancora che la disabilità sia una ‘punizione’: perché molti la considerano un ‘castigo’ di Dio?

“Questa riflessione si perde nella notte dei tempi. Per molti la disabilità, la sofferenza era considerata la conseguenza del peccato. Altrove, la disabilità è intesa come opportunità preziosa concessa da Dio ad anime elette per espiare il male nel mondo che altrimenti richiederebbe il castigo, la vendetta di Dio.

In questo caso la persona con disabilità funzionerebbe un po’ come un parafulmine a favore di tutti. Gesù stesso, invece, nei Vangeli condanna tale logica dicendo che è la vita umana, sconfinata e liberante, ad essere mezzo per glorificare Dio e che la sua Pasqua ha già salvato e liberato ciascuno di noi”.

Come superare questa ‘mentalità’?

“Va superata con una seria e serena riflessione teologica ed esistenziale che prenda in considerazione la vita umana con le sue contraddizioni, i suoi limiti riscoprendo quale sia il vero volto di Dio. Annunciare quel Dio di Gesù che non castiga, non dona la sofferenza facendo sentire privilegiato chi la riceve ma a tutti chiede, all’interno di quella sofferenza, di diventare dono per gli altri nonostante tutto. Come fare concretamente?

Il sinodo voluto da papa Francesco ci sta indicando la strada. A mio avviso occorre tornare a dare spessore alla vita interiore delle nostre comunità cristiane. Soltanto così, allora, si innescheranno in esse dei processi operativi molto concreti volti a compiere quel passaggio tanto desiderato da papa Francesco: passare dalla logica dell’io a quella del noi”.

Allora in quale modo è possibile vivere il ‘limite’ della disabilità?

“Occorre innanzitutto evitare di far finta che il limite non esista. Occorre accoglierlo, farci i conti, lasciarsi ferire da esso. Soltanto in questo modo si potrà poi lottare affinché non sia esso a decidere la nostra felicità, guardando così alla bellezza insita nella propria vita, una bellezza ferita e proprio per questo realmente autentica”.

In cosa consiste la grazia della debolezza?

“Dostoevskij nel suo Epistolario ha scritto che ‘nel dolore la verità si fa più chiara’. È proprio ciò che vivo anch’io. Da questa posizione in cui io mi trovo si vede il mondo, si legge la realtà, si vivono le relazioni, si ascoltano parole in modo totalmente altro.

La debolezza diventa opportunità per sviluppare uno sguardo diverso anche su noi stessi. Essa costringe a fare i conti con quei desideri buoni che non possono essere realizzati. Occorre allora fare discernimento su quanto il cuore desidera e ciò che esso può realmente vivere. Questa è una vera ascesi difficile ma necessaria perché soltanto così la vita può finalmente fiorire nella sua verità”.

Nella Chiesa quale ‘posto’ ha la persona con disabilità?

“Occorre riconoscere che la Chiesa, soprattutto quella italiana di cui evidentemente ho maggiore esperienza, ha fatto molti passi da gigante, forse un po’ con il freno a mano. L’imprescindibile presenza del Servizio Nazionale della Pastorale per le persone con disabilità della CEI ha rotto gli argini, ha costruito ponti ed ha soprattutto allargato i confini più ristretti della nostra pastorale ordinaria. Molto ancora deve essere fatto affinché si passi da una pastorale parrocchiale e diocesana in cui la persona con disabilità non sia un mero oggetto di poche attenzioni ma diventi protagonista, soggetto attivo della pastorale in ambito liturgico, catechetico, comunicativo…

Penso sia necessario, come ha chiesto il recente documento finale approvato dall’Assemblea Sinodale delle Chiese in Italia, che ciascuna diocesi o metropolia si doti di un Servizio per la pastorale delle persone con disabilità o che includa all’interno del Consiglio Pastorale diocesano almeno una persona con disabilità in modo tale che ogni Chiesa locale guardi a se stessa e viva se stessa attraverso coloro che vivono il limite in prima persona, non più delegando il proprio sentire ad altri”.

Si può proporre ora Ermanno lo storpio come ‘profeta’ per i nostri tempi?

“Ermanno detto ‘lo storpio’ o ‘il contratto’ a causa della sua grave disabilità è un monaco benedettino tedesco vissuto nell’anno 1000, che a dispetto della sua disabilità e della concezione del suo tempo, si distinse per i suoi molti talenti: esperto di astronomia, storia, liturgia è divenuto l’emblema che la disabilità non è una vocazione e che la vita è molto più sconfinata di quello che potremmo pensare. E’ un profeta in quanto, già nel suo tempo, non si è crogiolato nel proprio dolore ma ha dimostrato che Dio aveva arricchito di molti doni naturali la sua umanità. Occorre riproporlo con forza ancora una volta oggi, soprattutto per i nostri tempi, per la nostra società civile malata di efficientismo, per la quale si esiste solo se si risponde a determinati cliché”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV chiede ai consulenti del lavoro il rispetto della persona

“Sono lieto di incontrarvi in occasione dei sessant’anni dall’istituzione dell’Albo di categoria dell’Associazione Consulenti del Lavoro. Il vostro è un impegno prezioso e ricco di responsabilità, che richiede competenza e senso di giustizia. Vorrei richiamarne con voi tre aspetti che ritengo particolarmente importanti: la tutela della dignità della persona, la mediazione e la promozione della sicurezza”: oggi lo ha detto papa Leone ricevendo in udienza l’Ordine dei consulenti del lavoro, chiedendo di mettere al centro della loro azione la persona.

Ed ha richiamato le parole di papa Francesco, che ha sottolineato che il lavoro aiuta la crescita della persona: “Queste parole ci ricordano che al centro di qualsiasi dinamica lavorativa non si devono mettere né il capitale, né le leggi di mercato, né il profitto, ma la persona, la famiglia e il loro bene, rispetto ai quali tutto il resto è funzionale. Tale centralità, costantemente affermata dalla Dottrina sociale della Chiesa, va tenuta ben presente in ogni programmazione e progettazione d’impresa, affinché lavoratori e lavoratrici siano riconosciuti nella loro dignità e ricevano risposte concrete alle loro esigenze reali”.

Quindi ha chiesto di conciliare sempre più i tempi del lavoro con i tempi della famiglia: “Penso, ad esempio, alla necessità di venire incontro ai bisogni delle giovani famiglie, dei genitori che hanno figli piccoli, come anche all’importanza di aiutare chi, pur lavorando, deve prendersi cura di familiari anziani o malati. Si tratta di bisogni che nessuna società veramente civile può permettersi di dimenticare o trascurare, e voi avete modo di sostenere chi fatica ad affrontarli. Oggi, in un contesto in cui la tecnologia e l’intelligenza artificiale sempre più gestiscono e condizionano le nostre attività, è urgente impegnarsi affinché le aziende si connotino prima di tutto e soprattutto come comunità umane e fraterne”.

Il secondo argomento ha riguardato il metodo della mediazione: “Nelle dinamiche aziendali, il vostro compito vi pone, in un certo senso, come cerniera di raccordo tra le figure dirigenziali e i dipendenti, rendendovi facilitatori di relazioni indispensabili sia per il buon funzionamento delle imprese che per il benessere di chi vi opera. Come consulenti del lavoro, gestite aspetti giuridici e amministrativi fondamentali per la vita dei lavoratori e delle loro famiglie, affiancandovi a imprese e dipendenti nella contrattualistica, in tema di assunzioni, di contributi e in molti altri adempimenti. In tale ruolo, due possono essere le tentazioni: da una parte, un’eccessiva burocratizzazione dei rapporti, dall’altra, la lontananza e il distacco dalla realtà. Entrambe sono dannose, perché alla lunga rendono invivibile l’ambiente dell’azienda impedendole di essere, secondo la sua vocazione più vera, una sinergia solidale”.

Ripetendo le parole dell’apostolo Giovanni papa Leone XIV li ha invitati a non guardare il lavoro solo dal lato professionale: “Vi invito, perciò, a non vivere la vostra professione schiacciati sul versante datoriale, quasi che il resto sia meno importante… Alla luce di queste parole, nel vostro farvi tramite nei rapporti tra le parti sociali, vi esorto a tenere sempre ben aperti gli occhi sulle persone che avete davanti, specialmente su chi è in difficoltà e ha meno possibilità di esprimere i propri bisogni e di far valere i propri interessi. Questo è un grande atto di giustizia e di carità”.

L’ultimo argomento ha riguardato la formazione dei lavoratori: “In proposito, a molto giova ciò che fate per la prevenzione degli infortuni attraverso la formazione e l’aggiornamento dei lavoratori. Si tratta di un servizio alla loro stessa vita. Purtroppo, ancora oggi, sono troppi gli incidenti e le ‘morti bianche’ che si consumano nei luoghi di lavoro”.

Per questo sono inconcepibili le morti sul lavoro: “Quelli che dovrebbero essere sempre spazi di vita (in cui le persone trascorrono ogni giorno molta parte del loro tempo e impiegano una grande porzione delle loro energie) frequentemente si trasformano in luoghi di morte e di desolazione… Per Prevenire è meglio che curare, e a ciò mirano i vostri preziosi contributi formativi”.

Infine l’incoraggiamento: “Cari amici, voi avete un compito importante. Vi incoraggio ad adempierlo con passione e dedizione, consapevoli che molti fratelli e sorelle contano sul vostro contributo per svolgere serenamente le loro attività lavorative. Vi affido all’intercessione della beata Vergine Maria e di san Giuseppe, Patrono dei lavoratori, mentre su voi e sulle vostre famiglie imparto di cuore la benedizione apostolica. E a tutti porgo i migliori auguri per un Santo Natale”.

(Foto: Santa Sede)

Rwanda: per Natale dona i primi 1.000 giorni di vita

Nel nord del Rwanda, nel distretto rurale di Gakenke, prende il via il progetto ‘1.000 giorni di vita’, promosso dalla Federazione Nazionale Italiana della Società di San Vincenzo De Paoli ODV – Settore Solidarietà e Gemellaggi nel Mondo, in collaborazione con il Centro Sanitario di Nemba, una struttura che nonostante il personale limitato, offre cure mediche di base, servizi materno-infantili, vaccinazioni, monitoraggio della crescita e attività di prevenzione e sensibilizzazione. In un territorio con servizi sanitari carenti, rappresenta un punto di riferimento per oltre 17.000 abitanti. Solo nel solo 2024, ha assistito 481 parti.

In Rwanda la malnutrizione cronica colpisce il 38% dei bambini sotto i cinque anni, spesso a causa della povertà e della scarsa conoscenza delle corrette pratiche nutrizionali. Una condizione che può compromettere in modo irreversibile lo sviluppo fisico e cognitivo, il sistema immunitario e l’equilibrio emotivo dei più piccoli.

Il progetto ‘1.000 giorni di vita’ interviene proprio nel periodo più delicato della crescita (dal concepimento ai due anni di vita del bambino) attraverso un programma integrato che si articola in tre aree fondamentali: nutrizione con la distribuzione di kit alimentari completi per donne in gravidanza, mamme che allattano e neonati; creazione di orti familiari per garantire una fonte di cibo sostenibile e contrastare in modo duraturo la malnutrizione; formazione attraverso incontri dedicati a nutrizione materno-infantile, igiene, cura del neonato, monitoraggio della crescita e importanza del legame affettivo nei primi anni di vita; cure mediche con visite prenatali e postnatali costanti per prevenire anemia, complicazioni in gravidanza e mortalità infantile.

La popolazione dell’area vive prevalentemente di agricoltura di sussistenza e in condizioni di povertà diffusa, con un accesso limitato alle cure mediche e una situazione nutrizionale particolarmente fragile per donne incinte, mamme che allattano e bambini nei primi anni di vita.

‘1000 giorni di vita’, realizzato in collaborazione con la responsabile del Centro Sanitario, sœur Anne Marie Mujawayezu, mira a garantire alle mamme competenze, sicurezza, cure regolari e un ambiente di accoglienza e dignità per favorire uno sviluppo sano e armonioso dei bambini.

In occasione delle festività natalizie, il Settore Solidarietà e Gemellaggi ha lanciato questa speciale campagna di raccolta fondi per sostenere il progetto e permettere ogni anno a 500 donne incinte e bambini di ricevere nutrimento, cure e formazione nei primi 1.000 giorni di vita.

Ogni mamma spera il meglio per il proprio bambino ancor prima di stringerlo tra le braccia. Desidera per lui una vita dignitosa, la salute, la possibilità di crescere. Il suo sogno è proteggerlo, nutrirlo, vederlo diventare adulto.Garantire cibo, cure e sostegno nei primi 1.000 giorni significa cambiare per sempre la vita di un bambino e della sua comunità.

Per ulteriori informazioni: Rwanda, per Natale dona i primi 1.000 giorni di vita – Società di San Vincenzo De Paoli

Da Milano un invito a prendersi cura della democrazia

“Che cosa vi dice oggi Ambrogio, cosa dice a voi e a coloro che vengono a Milano da ogni parte del mondo?”: questa domanda iniziale è stata al centro del Pontificale nella solennità di Sant’Ambrogio, patrono della diocesi, celebrata oggi da mons. Mario Delpini, concelebrata insieme all’abate della chiesa, mons. Carlo Faccendini, dall’arciprete del Duomo, mons. Gianantonio Borgonovo e dai Canonici dei due Capitoli.

Il ‘cuore’ dell’omelia è la Chiesa di Milano che Ambrogio volle con quella esemplarità capace di amare i deboli e i poveri e di confrontarsi con imperatori e potenti senza paure: “Ci sono quelli che provengono da altrove, che sono fuori dal gruppo dei discepoli devoti, quelli che si trovano in una condizione spirituale diversa da quella delle pecore, conoscono me così come io conosco il Padre.

Tra quelli che provengono da altri recinti ci sono, io credo, persone ostili. Ostili sono quelli che fanno guerra al Buon Pastore, che in nome di Dio mettono a morte il figlio di Dio. Ostili sono quelli che trovano insopportabile di essere amati, di essere chiamati a formare un solo gregge con un solo pastore; quelli che trovano insopportabile dover riconoscere che vivono di una vita ricevuta”.

Proseguendo l’omelia mons. Delpini ha delineato alcune ‘categorie’, tra cui gli ‘estranei’: “Estranei sono quelli che non hanno niente a che fare con Gesù, che sono indifferenti, vivendo con i loro pensieri, i loro affari, le loro feste e le loro tragedie. Estranei sono quelli che non hanno bisogno di niente, che trovano bizzarro l’insegnamento di Gesù e improbabile la sua storia, incomprensibile la sua risurrezione”.

E gli smarriti: “Smarriti sono quelli che non sanno dove andare e si sentono perduti, quelli che hanno perso la strada e per i quali la vita è un enigma. Quelli che sono confusi tra le molte parole, notizie e proposte e non sanno più che cosa sia vero e che cosa sia falso; che hanno nostalgia di tempi migliori, quando si sentivano al sicuro dentro il gregge e si fidavano. Erano ingenui, forse, ma sereni. Adesso che sono tanto sapienti e avveduti sono persi e infelici”.

Davanti a tali ‘categorie’ l’arcivescovo ha ‘saggiato’ la reazione dei cristiani ed indicato il pensiero dei Gesù: “Saremo arrabbiati verso coloro che sono ostili senza motivo, che sono estranei senza disponibilità, che sono smarriti e chiedono quello che noi non siamo capaci di dare?.. Gesù chiama a tutti a formare un solo gregge. Gesù conosce la parola che tutti ascoltano”.

Da qui il richiamo a sant’Ambrogio, che indica la missione cristiana: “Le parole e il ministero di Ambrogio suggeriscono ai cristiani la via da percorrere: non possiamo rispondere all’ostilità con l’ostilità e la violenza, non possiamo rassegnarci a vivere da estranei. Un’immagine suggestiva della missione cristiana, nei testi di Ambrogio, è quella del profumo: come un profumo discreto e attraente, così è l’anima che accoglie Gesù e se ne lascia tutta trasformare”.

Una missione capace di espandere profumo, grazie all’apporto di ciascuno: “Anche tu, se desideri la grazia, accresci l’amore; versa sul corpo di Gesù la fede nella risurrezione, il profumo della Chiesa, l’unguento della comune carità. Un buon profumo che può attirare l’attenzione degli indifferenti, convincere gli smarriti al cammino, rasserenare gli animi ostili… Ciascuno deve realizzare la sua vocazione, ma tutti insieme abbiamo la responsabilità di una testimonianza che renda attraente seguire Gesù”. 

Mentre nel discorso alla città mons. Delpini ha riflettuto sul ‘futuro’ di Milano: “L’impressione del crollo imminente della civiltà, della rovina disastrosa della città segna non raramente anche la storia di Milano. Possiamo anche oggi riconoscere segni preoccupanti e minacce di crollo e possiamo domandarci: veramente il declino della nostra civiltà è un destino segnato? Ci sarà una reazione, una volontà di aggiustare il mondo, un farsi avanti di uomini e donne capaci di sognare, di impegnarsi, di contribuire a una vita migliore per la casa comune?”

Infatti oggi ci sono alcuni ‘allarmi’, che sono ignorati: “Ci sono minacce che insidiano la casa comune. Il rischio non è che ne venga un qualche danno che poi si possa riparare, ma di essere tutti travolti da un crollo rovinoso che lascia solo macerie. Il sistema nel suo complesso sembra minacciato di crollo: non intendo fare diagnosi ma, senza pretesa di completezza, solo rilevare i segnali che più mi impressionano.

Si raccolgono segnali allarmanti sul futuro di paesi e città che sembrano destinati al declino per il ridursi del numero degli abitanti e l’innalzarsi dell’età. La crisi demografica è cronica e sembra irrimediabile. In qualche caso la preoccupazione più sentita riguarda il proprio benessere: ‘Chi lavorerà per pagare la mia pensione?’ Dobbiamo forse riconoscere che non siamo stati bravi maestri.

La generazione adulta deve riconoscere che nello stile di vita e nel tono dei discorsi non trasmette ai giovani buone ragioni per desiderare di diventare adulti, di fare scelte definitive, di formare una famiglia e di avere figli”.

Di fronte a questi ‘allarmi’ l’arcivescovo ha richiamato alla responsabilità: “Di fronte alle crepe che minacciano la stabilità della casa comune, si fanno avanti quelli che dichiarano di voler mettere mano all’impresa di aggiustare il mondo. Si fanno avanti coloro che riconoscono nella fede cristiana un fondamento necessario per la speranza e una motivazione decisiva per l’impegno.

Si fanno avanti coloro che sono animati da una passione per il bene comune e avvertono la vocazione alla solidarietà come fattore irrinunciabile per la loro coscienza. Si fanno avanti coloro che custodiscono principi di giustizia, pensieri di saggezza, consapevolezza delle proprie responsabilità, e che non sarebbero in pace con se stessi se si accomodassero nell’indifferenza. Si fanno avanti: non sono perfetti, non si ritengono superiori. Ma si fanno avanti ogni mattina. Non fanno grandi discorsi, ma io credo di poterne indovinare l’animo”.

Solo un impegno comune può essere salvezza della ‘casa comune’: “La casa non cade perché ci sono persone che si fanno avanti per aggiustarla e renderla abitabile. Il Signore Gesù ha pronunciato la parola sulla quale si può costruire la casa che non teme i venti tempestosi, neppure i venti di questo nostro tempo. Il Signore Gesù è lui stesso la pietra angolare: infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: infatti quel giorno la farà conoscere, perché con il fuoco si manifesterà, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno”.

La casa non cade perché c’è responsabilità, che mantiene la democrazia: “La responsabilità personale è il fascino e il rischio della democrazia, della vita in questa terra che amiamo, della continuità di una civiltà di cui siamo fieri.

Nel nostro contesto culturale contemporaneo, detto post-moderno, chi assume responsabilità avverte di essere circondato da uno scetticismo che si esprime in vari modi: l’afasia sul senso della vita, la convinzione della inutilità di ogni condivisa fiducia, la professione di agnosticismo come sintomo di intelligenza. Ma la casa non cade perché ci siete voi, responsabili delle istituzioni, sindaci, forze dell’ordine, magistrati, imprenditori, medici, educatori, donne e uomini, anziani, adulti e giovani, voi tutti che vi fate avanti ogni giorno e mettete mano all’impresa di aggiustare il mondo”.

Il motivo della casa resiste consiste nelle persone: “La casa non cade perché ci siete voi, convinti che vale la pena di considerare la vita come vocazione a servire, piuttosto che come pretesa di essere serviti. Non cade perché ci siete voi, uomini e donne pensosi, appassionati al cammino dell’umanità e al destino di questa città e di questa terra, fiduciosi nelle risorse delle persone oneste.

Ci siete voi, fieri di fare il bene, che trovate insopportabile il malaffare e l’indifferenza, l’egoismo e la rassegnazione. Ci siete voi, uomini e donne di fede che sapete pregare per non cadere in tentazione. Ci siete voi, uomini e donne di ogni credo e di ogni appartenenza che sapete percorrere con tenacia e perseveranza le vie del bene. Ci siete voi, uomini e donne abitati dalla gioia di essere vivi, di essere insieme, di essere in cammino verso il desiderabile futuro”.

(Foto: Arcidiocesi di Milano)

Papa Leone XIV richiama alla responsabilità della cura

“Vi ringrazio per la vostra visita che è durante questo Giubileo della Speranza, un anno in cui tutta la Chiesa alza gli occhi al Signore che rinnova la forza, riaccende il coraggio e ci insegna a sperare anche in mezzo alla fragilità umana. Il vostro lavoro si trova al crocevia della scienza, della compassione e della responsabilità etica. La Chiesa afferma costantemente la vocazione dell’indagine scientifica, che apre la persona umana alla verità e ad un servizio più profondo del bene comune. Incarniate questo spirito ogni volta che cercate di guarire il cuore, sia fisicamente che metaforicamente, portando sollievo a coloro che soffrono e portando speranza alle loro famiglie”: dopo il viaggio apostolico in Turchia ed in Libano oggi papa Leone XIV ha ripreso le udienze, ricevendo una delegazione di cardiologi del Paris Course on Revascularization,

In tale udienza ha ricordato che la medicina è al servizio della vita: “Infatti, il ‘servizio di vita’ è fondamentale per ogni atto medico autentico, perché riflette la tenerezza con cui Cristo stesso si è avvicinato agli ammalati e ai vulnerabili. Il suo amore costante ispira la dedizione che si mostra attraverso la ricerca, la formazione e gli interventi delicati che preservano la vita”.

Per questo ha sollecitato affinchè la cura sia per tutti:  “Ogni battito del cuore affidato alla vostra cura è un promemoria che la vita è un dono, sempre un mistero da riverire. Vi incoraggio, quindi, a continuare a promuovere uno spirito di collaborazione globale, a condividere generosamente la conoscenza e a garantire che i progressi nel trattamento rimangano accessibili a tutti, specialmente ai poveri e agli emarginati”.

Mentre ai partecipanti alla conferenza ‘Artificial Intelligence and Care of Our Common Home, organizzata da Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice e dal SACRU, il papa ha sottolineato l’importanza dell’Intelligenza Artificiale: “L’’avvento dell’intelligenza artificiale è accompagnato da rapidi e profondi cambiamenti nella società, che incidono su dimensioni essenziali della persona umana, come il pensiero critico, il discernimento, l’apprendimento e le relazioni interpersonali”.

Il papa, quindi ha ricordato l’importanza della Dottrina Sociale della Chiesa: “Gli esseri umani sono chiamati a essere collaboratori nell’opera della creazione, non semplici consumatori passivi di contenuti generati dalla tecnologia artificiale. La nostra dignità risiede nella capacità di riflettere, scegliere liberamente, amare incondizionatamente ed entrare in relazioni autentiche con gli altri.

 L’intelligenza artificiale ha certamente aperto nuovi orizzonti alla creatività, ma solleva anche serie preoccupazioni circa le sue possibili ripercussioni sull’apertura dell’umanità alla verità e alla bellezza, e sulla sua capacità di meraviglia e contemplazione. Riconoscere e salvaguardare ciò che caratterizza la persona umana e ne garantisce la crescita equilibrata è essenziale per stabilire un quadro adeguato per gestire le conseguenze dell’intelligenza artificiale”.

In particolare il papa ha riflettuto sulla libertà in correlazione alla vita ‘interiore’: “A questo proposito, dobbiamo soffermarci a riflettere con particolare attenzione sulla libertà e sulla vita interiore dei nostri bambini e ragazzi, e sul possibile impatto della tecnologia sul loro sviluppo intellettuale e neurologico. Le nuove generazioni devono essere aiutate, non ostacolate, nel loro cammino verso la maturità e la responsabilità”.

La riflessione del papa si è soffermata sulla necessità di far crescere i talenti dei giovani: “Il benessere della società dipende dalla loro capacità di sviluppare i propri talenti e di rispondere alle richieste dei tempi e ai bisogni degli altri, con generosità e libertà di pensiero. La capacità di accedere a grandi quantità di dati e informazioni non deve essere confusa con la capacità di trarne significato e valore. Quest’ultima richiede la disponibilità ad affrontare il mistero e le domande centrali della nostra esistenza, anche quando queste realtà sono spesso emarginate o ridicolizzate dai modelli culturali ed economici prevalenti”.

Perciò è importante l’educazione: “Sarà quindi essenziale educare i giovani a utilizzare questi strumenti con la propria intelligenza, assicurandosi che si aprano alla ricerca della verità, a una vita spirituale e fraterna, ampliando i propri sogni e gli orizzonti delle proprie decisioni. Sosteniamo il loro desiderio di essere diversi e migliori, perché mai come ora è stato così chiaro che è necessaria una profonda inversione di rotta nella nostra idea di maturazione”.

Per questo ha chiesto di dare fiducia ai giovani:“Per costruire insieme ai nostri giovani un futuro che realizzi il bene comune e sfrutti le potenzialità dell’intelligenza artificiale, è necessario ripristinare e rafforzare la loro fiducia nella capacità umana di guidare lo sviluppo di queste tecnologie. Una fiducia che oggi è sempre più erosa dall’idea paralizzante che il suo sviluppo segua un percorso inevitabile”.

Tutto ciò richiede cooperazione: “Ciò richiede un’azione coordinata e concertata che coinvolga politica, istituzioni, imprese, finanza, istruzione, comunicazione, cittadini e comunità religiose. Gli attori di questi ambiti sono chiamati a un impegno comune, assumendosi questa responsabilità comune. Questo impegno viene prima di qualsiasi interesse di parte o profitto, sempre più concentrato nelle mani di pochi. Solo attraverso una partecipazione diffusa che dia a tutti la possibilità di essere ascoltati con rispetto, anche ai più umili, sarà possibile raggiungere questi ambiziosi obiettivi”.

(Foto: Santa Sede)

L’albero di Natale al Santo di Padova con benedizione dell’abete donato dalle valli del Primiero

Oggi alle ore 12.00 a Padova sarà benedetto e inaugurato ufficialmente l’albero di Natale donato dalla Comunità del Primiero alla Pontificia Basilica di Sant’Antonio, che accoglie da alcuni giorni i visitatori della Basilica e delle realtà produttive di via e piazza del Santo, appena fuori del sagrato.

Si tratta di un abete bianco di 13 metri di altezza, selezionato dal Corpo Forestale dello Stato nell’ambito della gestione del patrimonio boschivo montano. Un albero inclusivo che è addobbato da ben cento ‘Rose di Natale’ realizzate dagli ospiti e dai volontari del Villaggio Sant’Antonio di Noventa Padovana. Con il calar della sera l’albero viene illuminato a festa grazie al contributo del Comune di Padova in collaborazione con l’Associazione Gattamelata, così da rendere, in occasione del Natale 2025, ancora più speciale un luogo già unico.

All’inaugurazione saranno presenti il rettore della Basilica del Santo, padre Antonio Ramina; l’assessore alle attività produttive e commercio del Comune di Padova, Antonio Bressa; il presidente della Comunità del Primiero, Bortolo Rattin, nonché sindaco di Canal San Bovo, comune da cui proviene l’abete; la presidente dell’Associazione Gattamelata, Bruna Gallo, che riunisce i commercianti di Via e Piazza del Santo, e alcuni ospiti del Villaggio Sant’Antonio. A seguire si terrà anche l’inaugurazione di ‘Presepiando’, tradizionale mostra dei presepi giunta alla sua 12° edizione.

Sempre il Villaggio sarà presente anche dal 6 all’8 dicembre e nel weekend del 13-14 dicembre nel Chiostro della Magnolia della Basilica con un mercatino di Natale solidale promosso dalla Fondazione Opere del Santo ETS, dove verranno esposte le creazioni artigianali realizzate dai Centri Diurni e dalle Comunità Alloggio. Oggetti unici, nati da laboratori espressivi e occupazionali che valorizzano le capacità di ciascuno e rappresentano vere e proprie occasioni di crescita e partecipazione.

Visitare il mercatino significa non solo trovare idee regalo originali e solidali, ma anche scoprire da vicino un mondo fatto di relazioni, cura e comunità. Da oltre settant’anni questa realtà offre servizi dedicati ai minori e alle persone con disabilità, promuovendo ogni giorno inclusione, autonomia e qualità della vita. Negli altri giorni di dicembre, ci si può rivolgere all’Ufficio informazioni della basilica (tutti i giorni, orario 9-13 e 14-18).

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