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Don Luigi Epicoco: l’accoglienza è eucarestia

‘25 anni di accoglienza, di cura e di comunità nel territorio maceratese’, ha esordito la presidente de ‘La Goccia’, Valeria Rossi, aprendo l’incontro svoltosi a fine febbraio nel monastero cistercense dell’Abbadia di Fiastra con don Luigi Epicoco, docente incaricato di antropologia filosofica alla Pontificia Accademia Alfonsiana e alla Pontificia Facoltà Teologica Teresianum. sull’ospitalità, ‘Non dimenticate l’ospitalità: alcuni praticandola hanno accolto degli angeli senza saperlo’, tratto dalla lettera agli Ebrei.

Infatti il 28 febbraio 2001 Flavia e Paolo Carassai, insieme ad altre famiglie, diedero vita all’associazione per accogliere una bambina, Alexia, bisognosa di tutto. Da quel gesto è nata una rete che in questi anni ha accompagnato famiglie affidatarie, sostenuto bambini e ragazzi in difficoltà e operato per diffondere la cultura dell’accoglienza.

Don Epicoco ha riflettuto sulla gratitudine: ‘Non è un’emozione passeggera, ma la capacità di accorgersi del bene ricevuto, di non darlo per scontato’, richiamando il cammino compiuto con citazioni dal libro del Deuteronomio e dalle pagine dell’Esodo: ‘La gratitudine non è nostalgia, ma forza per ripartire’. Una gratitudine espressa nell’episodio evangelico dei dieci lebbrosi, in cui solo uno, straniero, torna indietro a ringraziare: ‘Non ha ricevuto solo una guarigione, ma la salvezza’.

Riprendendo l’episodio di Abramo alle querce di Mamre, don Epicoco ha parlato di uno sguardo che si alza per diventare luogo di comunione: ‘L’accoglienza cristiana non è filantropia è eucaristia: restituzione grata di un bene ricevuto’. Inoltre nella riflessione ha evidenziato la difficoltà di Abramo a rispondere per la prima volta nella storia a Dio che si rivela:

“Come Abramo ciascuno di noi è il primo del quale si dovrebbe poter dire ‘Come te nessuno mai’, questa infatti dovrebbe essere la nostra vocazione del credente, chiamato a vivere il mistero e la novità della propria vita. Quando priviamo il mondo di questa novità priviamo il mondo di santità; sta a noi scoprire la novità con cui vivere le situazioni belle o brutte che siano. Oggi tutti fanno le stesse cose, ma nessuno fa emergere in esse la novità”.

Insomma, l’incontro con Gesù significa scoprire il mai visto in noi e non sicurezza delle nostre certezze: “Per noi, invece, la fede è essenzialmente sicurezza, basata su precisi punti di riferimento, sulle nostre aspettative, su come pensiamo debba essere la nostra vita, ma non è così, bisogna lasciarsi mettere in crisi, anche se questo ci inquieta. L’indifferenza è la mancanza di novità. Come Abramo ciascuno di noi è unico, primo, nuovo e come ad Abramo anche a noi Dio mette nel cuore una promessa, che vuole realizzare. Non importa quello che stiamo vivendo, ma come sappiamo viverlo in novità”.

Infatti la storia della salvezza non è fatta solo di grandi personalità, in quanto spesso Dio si serve di personaggi minori come Sara, Lot, Ismaele, Rebecca: “Tutte queste figure minori, come le radici di un albero che, benché nascoste sottoterra gli consentono vivere e crescere, ci fanno vedere che senza il valore aggiunto delle relazioni non ci può essere il viaggio di salvezza. Ciascuno di noi è protagonista di una storia, tuttavia a volte è chiamato a svolgere il ruolo di attore non protagonista”.

Quindi il rifiuto della salvezza deriva dalla ‘stanchezza’ di apertura mentale di accogliere?

“Io penso che la sfiducia dilagante che avvertiamo dipende dal fatto che guardiamo un po’ troppo a noi stessi e non a Lui. Una persona stanca che si guarda i piedi può solo deprimersi. Una persona stanca che guarda il ‘motivo’ per cui il viaggio vale la pena, trova sempre il modo di mettere il passo successivo. Non è parlando solo della crisi che ci attraversa che ne verremo fuori. E’ tornare a mettere Cristo al centro e non i nostri limiti che ci darà anche energie nuove. A volte penso che il nostro vero problema è un problema di fede”.

Allora, perché l’accoglienza è importante?

“L’accoglienza è vita soltanto quando non si chiude, perché quando ci chiudiamo all’accoglienza entriamo nella morte Soltanto nell’apertura sperimentiamo la vita”.

E quale è il ‘più’ dell’accoglienza cristiana?

“L’accoglienza cristiana nasce dal fatto che l’abbiamo sperimentata da Cristo. Quindi quando viviamo l’Eucarestia possiamo rispondere a questo dono diventando Eucarestia”.

Siamo nell’ottocento anniversario della morte di san Francesco: quale accoglienza hanno sperimentato Francesco e Chiara?

“San Francesco si converte abbracciando un lebbroso: è stato nell’incontro con il dolore dell’altro. Lui dice che prima gli sembrava amara la vita e dopo quell’abbraccio tutto divenne dolce. La sua conversione è figlia di un incontro”.

‘Francesco e Chiara. La gratitudine di un uomo e la rivoluzione di una donna’ è il titolo del suo libro: quanto è rischioso idealizzare i santi?

“Il rischio della santità è quello di idealizzare. Abbiamo bisogno a volte di nascondere i difetti, di ‘ripulire’ le figure a cui guardiamo. Così possiamo forse ammirarle di più, e possono risplendere di più ai nostri occhi. Tuttavia quando i santi sono idealizzati sono inutili. Sono buoni magari per ottenere qualche grazia, qualche miracolo, ma essi perdono il loro vero ruolo che è quello di ispirare la vita, di suscitare la voglia di vivere diversamente la nostra esistenza”.

Allora quale è il ‘compito’ dei santi?

“Il loro compito non è quello di creare distanze, ma di creare vicinanze. Quando i santi hanno i piedi per terra ci accorgiamo che le loro domande sono le nostre domande, le loro crisi sono state le nostre crisi, il loro buio assomiglia al nostro buio e, persino, i loro peccati assomigliano ai nostri peccati perché anche i santi hanno peccato e questo non deve scandalizzarci ma semmai consolarci”

Per quale motivo san Francesco non ha potuto fare a meno di santa Chiara?

“Nessuno di noi può fare a meno dell’altro perché siamo creature. Essere creature significa essere bisognose l’uno dell’altro. Mons. Tonino Bello diceva che siamo angeli con un’ala sola: l’unica opportunità di volare è quella di abbracciarci a qualcuno”.

San Francesco e santa Chiara quale accoglienza propongono ai giovani?

“Propongono di accogliere con serietà il Vangelo, in quanto diventiamo accoglienti anche nei confronti di noi stessi e degli altri”.

Solennità Santissima Trinità: Gloria a Dio: Padre, Figlio, Spirito Santo

Domenica è una grande solennità: la liturgia inneggia a Dio uno e trino: un ineffabile mistero di amore. La liturgia esordisce: ‘Nel proclamare Te, Dio vero ed eterno, noi adoriamo la Trinità  delle Persone, l’Unità della natura, l’uguaglianza nella maestà divina’. Conoscere che Dio esiste è un fatto proprio della ragione umana; la mente umana indaga sull’esistenza di Dio, realtà perfetta che ha dato origine alla bellezza e all’ordine cosmico del quale l’uomo è parte integrante. Solo un folle, diceva sant’Anselmo, può negare l’esistenza di Dio perché, come ebbe ad evidenziare anche il grande filosofo Emmanuel Kant, ‘iI cielo stellato al di sopra di me e la legge morale in me postulano la necessità di un Dio perfetto che ha dato vita a tutte le cose’.

La Fede e la rivelazione ci dicono che Dio non è una realtà che dobbiamo cercare  perché è proprio Dio che per primo ha cercato noi, ci ha voluto bene, ci ha creato a sua immagine e somiglianza; Dio infatti creando ama e amando crea. In questo Fede e ragione si danno la mano, concordano appieno. La ragione cerca Dio, la Fede ci mostra questo Dio e ce ne rivela la sua natura: ‘Il Signore è Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e pieno di grazia e di fedeltà’, mentre l’apostolo Giovanni lo definisce: Dio è amore.

In un altro verso scrive: Dio ha amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito. E’ stato proprio Gesù a manifestare che Dio è uno nella natura, trino nelle persone; Dio infatti è una realtà dialogica, che nella sua unità dà origine, da tutta l’eternità, alle tre divine persone: Padre, Figlio, Spirito santo. Dalla Bibbia apprendiamo che Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. In una società oggi tesa tra la globalizzazione e l’individualismo la Chiesa ci offre la testimonianza della ‘koinonia’, della comunione divina (dove c’è il Padre, c’è anche il Figlio e lo Spirito Santo), tre persone uguali e distinte in comunione sempre perfetta.

Questa realtà, scrive papa Benedetto XVI, non viene ‘dal basso’ ma costituisce il più grande mistero delle Fede cristiana, ha le sue radici nel cielo dove ci si incontra con Dio uno e trino. Gesù rivela chiaramente che Dio è uno nella essenza, trino nelle Persone e dirà agli Apostoli: ‘Come il Padre ha mandato me, io mando voi; andate e battezzate nel nome del Padre, Figlio e Spirito santo’. Conoscere l’esistenza di Dio è un fatto umano, una verità di ragione; conoscere la natura intima di Dio, la sua essenza è impossibile alla mente umana perché questa è limitata e circoscritta, Dio è infinito, illimitato ed eterno.

Solo la rivelazione operata d Cristo Gesù ci ha permesso di cogliere la natura di Dio. Dio è amore. L’amore è vita che si espande, che circola; è una unità dialogica, che dà origine alle tre divine persone. Puro Spirito, Dio pensa ed ama: il suo pensiero eterno determina, dà origine alla Sapienza eterna (Verbum o Figlio): ‘In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio, il Verbo era Dio’, così si esprime Giovanni nel Vangelo; l’Amore scambievole tra Padre e Figlio dà origine alla terza Persona: lo Spirito santo.

Tra Padre, Figlio e Spirito santo c’è pertanto una comunione totale, costante, infinita ed eterna; comunione che si apre all’uomo, creato da Dio a sua immagine e somiglianza. La differenza tra Dio e l’uomo è qualitativa perché Dio è Uno ed infinito ed eterno; l’uomo è finito e circoscritto; il Pensiero e l’Amore che in Dio danno origine da sempre alla Trinità, nell’uomo sono solo facoltà, potenzialità, possibilità di potere pensare ed amare nei limiti della nostra realtà umana. La divina Trinità diventa allora il modello da imitare, Gesù dirà: ‘Siate perfetti come è perfetto il Padre che è nei cieli’. 

Dio, Uno e Trino, impernia tutta la vita dell’uomo: dalla creazione alle redenzione operata da Gesù vero Figlio di Dio e vero uomo. Siamo cristiani perché battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; i sacramenti ricevuti sono tutti dono di Dio uno e trino; Gesù nella sua preghiera al Padre dirà: ‘Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dato a me, ed essi hanno osservato la tua parola’.

Da qui la necessità di mettere al primo posto Dio; non un dio generico, astratto, ma il Dio dell’Alleanza che ha fatto uscire il popolo ebreo dalla schiavitù egiziana verso la Terra promessa; il Dio che nella pienezza dei tempi ha risuscitato Cristo Gesù dai morti ed ha costituito la nuova Alleanza con tutti gli uomini e, come Lui è risorto, anche noi risorgeremo. E’ necessario però vivere nella giustizia di Dio e nell’amore.

Dio è amore e non delude; proprio Gesù ci ha rivelato il volto autentico di Dio grande e misericordioso. La festa di oggi è anche un singolare appello alla pace. La pace è gloria di Dio nell’alto dei cieli, come cantarono gli angeli sulla grotta di Betlemme, ed è l’eredità degli uomini amati dal Signore. Per intercessione della Vergine SS., madre di Gesù e nostra, il Dio dell’amore vegli sempre su di noi e faccia di tutti noi la sua eredità. Noi inizieremo sempre e concluderemo la giornata nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo.

Papa Leone XIV: dialogo per la conversione del cuore

“E’ con particolare soddisfazione che vi do il benvenuto, ora che la Chiesa si avvicina alla solennità di Pentecoste, ricordando come lo Spirito Santo discese sui discepoli, trasformando la paura in coraggio e la divisione in unità, permettendo loro di parlare le lingue di tutti i popoli. Spero che una simile visione di unità possa ispirare il mondo della diplomazia, dove fioriscano relazioni costruttive tra le nazioni attraverso un’autentica apertura, la promozione del rispetto reciproco e un senso di responsabilità condiviso”: così ha esordito papa Leone XIV ricevendo i nuovi ambasciatori presso la Santa Sede di Sierra Leone, Bangladesh, Yemen, Ruanda, Namibia, Mauritius, Ciad e Sri Lanka, in occasione della presentazione delle Lettere credenziali.

Nel discorso il papa ha ripreso il proprio discorso ai diplomatici sul ruolo della diplomazia: “In un momento in cui ‘la pace viene perseguita con le armi, come condizione per affermare il proprio dominio’, è urgente tornare ad ‘una diplomazia che promuova il dialogo e cerchi il consenso’ a tutti i livelli: bilaterale, regionale e multilaterale. Questo dialogo, ‘animato da una sincera ricerca di vie che conducano alla pace’, richiede che le parole esprimano nuovamente realtà chiare, senza distorsioni né ostilità. Solo in questo modo sarà possibile superare le incomprensioni e ricostruire la fiducia nel contesto delle relazioni internazionali”.

Però il dialogo deve condurre al bene comune: “Tuttavia, un dialogo rispettoso e chiaro, per quanto essenziale, deve essere accompagnato da una più profonda conversione del cuore: la disponibilità a mettere da parte gli interessi particolari per il bene comune. Nessuna nazione, nessuna società, nessun ordine internazionale può definirsi giusto e umano se misura il proprio successo unicamente in base al potere o alla prosperità, trascurando chi vive ai margini. L’amore di Cristo per gli ultimi e i più dimenticati ci impone, infatti, di rifiutare ogni forma di egoismo che renda invisibili i poveri e i vulnerabili”.

Questo è il compito della diplomazia per cercare la soluzione dei conflitti: “E’ proprio questo spirito di solidarietà disinteressata che dovrebbe animare il servizio dei diplomatici e rafforzare le organizzazioni internazionali, per creare spazi di incontro e mediazione. Queste istituzioni restano strumenti indispensabili per la risoluzione delle controversie e la promozione della cooperazione. In un momento in cui le tensioni geopolitiche continuano a frammentare ulteriormente il nostro mondo, è necessario renderle più rappresentative, efficaci e orientate all’unità della famiglia umana”.

Eppoi nell’Aula nuova del Sinodo il papa ha incontrato i moderatori delle aggregazioni laicali con l’invito a ‘reggere il timone’: “In ogni entità sociale si avverte la necessità di avere persone e strutture adeguate che si occupino di guidare e coordinare la vita comune. Nella sua radice, il termine ‘governare’ rimanda all’azione di ‘reggere il timone’, di ‘pilotare una nave’. Si tratta, dunque, di dare una direzione sicura, in modo che la comunità sia luogo di crescita per le persone che ne fanno parte. Così, anche nella Chiesa alcuni sono preposti al governo”.

Però al contempo ‘governare’ è sperimentare la vita di Cristo: “Tuttavia, nella Chiesa il governo non nasce dalla semplice esigenza di coordinare i bisogni religiosi dei suoi membri. La Chiesa è stata istituita da Cristo come segno perenne della sua volontà salvifica universale ed è il luogo, voluto da Dio, dove tutti gli uomini, in ogni epoca, possono ricevere i frutti della Redenzione e sperimentare la vita nuova che Cristo ci ha donato. In tal senso, la natura della Chiesa è sacramentale: ha certamente una dimensione esteriore e istituzionale con le sue strutture e, nel contempo, è segno efficace della comunione attraverso cui partecipiamo alla vita stessa della Trinità”.

Quindi deriva che il ‘governare’ è un dono: “Se, come abbiamo detto, il governo è un dono particolare dello Spirito Santo, che i membri di una comunità riconoscono presente in alcuni loro fratelli nella fede, ne derivano almeno tre conseguenze”.

Ecco, allora tre conseguenze: “La prima è che deve essere per l’utilità di tutti, cioè per promuovere il bene della comunità, dell’associazione, della Chiesa intera. Il governo, dunque, non può mai essere sfruttato per interessi personali o forme mondane di prestigio e di potere. La seconda conseguenza è che non può mai essere imposto dall’alto, ma dev’essere un dono riconoscibile nella comunità e liberamente accolto, da qui l’importanza di libere elezioni per renderlo effettivo. La terza conseguenza è che, come ogni carisma, anche il governo di un’associazione è soggetto al discernimento dei Pastori, che vigilano sulla genuinità e sull’uso ordinato dei carismi”.

A questi tre elementi ha aggiunto la comunione: “Chi governa è chiamato ad avere una particolare sensibilità per la salvaguardia, la crescita e il consolidamento della comunione. Ciò vale sia per la vita interna all’associazione od al movimento, sia per la comunione con le altre realtà ecclesiali e con la Chiesa nel suo insieme. Chi esercita una missione di governo nella Chiesa deve imparare ad ascoltare e accogliere pareri diversi, orientamenti culturali e spirituali diversi, temperamenti personali diversi, cercando sempre di conservare, soprattutto nelle decisioni doverose e spesso difficili da prendere, il bene superiore della comunione”.

Un esercizio di comunione che richiede testimonianza: “Ciò richiede una testimonianza di mitezza, di distacco e di amore disinteressato ai fratelli e alla comunità, che sia di esempio per tutti. Qui vorrei sottolineare l’importanza di questa dimensione della comunione con tutta la Chiesa. A volte troviamo gruppi che si chiudono in sé stessi e pensano che la loro realtà specifica è l’unica o è la Chiesa, ma la Chiesa siamo tutti noi, è molto di più! E quindi i nostri movimenti devono veramente cercare come vivere in comunione con tutta la Chiesa, a livello diocesano”.

Quindi un carisma è necessario per un cammino insieme: “Sotto questa luce possiamo meglio comprendere il senso della fedeltà al carisma fondativo, che costituisce un riferimento imprescindibile per il governo di una realtà ecclesiale. Ogni autentico carisma include già in sé la fedeltà e l’apertura alla Chiesa. Governare in modo fedele al carisma fondativo significa pertanto trovare in esso l’ispirazione per aprirsi al cammino che la Chiesa compie nel presente, senza appiattirsi sui modelli pur positivi del passato, ma lasciandosi provocare da realtà e sfide nuove, in dialogo con tutte le altre componenti del corpo ecclesiale”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: la liturgia è ‘culmine’ dell’azione della Chiesa

“Sono molto lieto di dare il benvenuto a Sua Santità Aram I, Catholicos di Cilicia della Chiesa Apostolica Armena, insieme all’illustre delegazione che lo accompagna. Questa visita fraterna rappresenta un’importante occasione per rafforzare i legami di unità che già esistono tra noi, mentre ci avviciniamo alla piena comunione tra le nostre Chiese”: prima di iniziare la catechesi dell’udienza generale papa Leone XIV ha accolto il capo della Chiesa Apostolica Armena, sede di Cilicia, Aram I, che lunedì scorso era stato ricevuto per un incontro, seguito da un momento di preghiera nella Cappella Urbano VIII del Palazzo Apostolico, esprimendo gratitudine per il suo impegno a favore dell’ecumenismo e della pace in Libano.

Nell’udienza generale il papa ha continuato la catechesi sulla Costituzione conciliare ‘Sacrosanctum Concilium, ribadendo la centralità della Pasqua: “Elaborando questa Costituzione, i Padri conciliari hanno voluto non solo intraprendere una riforma dei riti, ma condurre la Chiesa a contemplare e ad approfondire quel legame vivo che la costituisce ed unisce: il mistero di Cristo. La liturgia, in effetti, tocca il cuore stesso di questo mistero: essa è insieme lo spazio, il tempo e il contesto in cui la Chiesa riceve da Cristo la propria stessa vita. Nella liturgia infatti, ‘si attua l’opera della nostra redenzione’, che fa di noi una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo che Dio si è acquistato”.

Per questo ha sottolineato che il ‘Mistero’ è il ‘disegno’ di Dio: “Come ha manifestato il triplice rinnovamento (biblico, patristico e liturgico) che ha attraversato la Chiesa nel corso del XX secolo, il Mistero in questione non designa una realtà oscura, ma il disegno salvifico di Dio, nascosto dall’eternità e rivelato in Cristo, secondo l’affermazione di san Paolo. Ecco, dunque, il Mistero cristiano: l’evento pasquale, vale a dire la passione, la morte, la risurrezione e la glorificazione di Cristo, che proprio nella liturgia ci è reso sacramentalmente presente, così che ogni volta che partecipiamo all’assemblea riunita ‘nel suo nome’ siamo immersi in questo Mistero”.

Ed il ‘Mistero’ è Gesù: “Cristo stesso è il principio interiore del mistero della Chiesa, popolo santo di Dio, nato dal suo fianco trafitto sulla croce. Nella santa liturgia, con la potenza del suo Spirito, Egli continua ad agire. Santifica e associa la Chiesa, sua sposa, alla sua offerta al Padre. Esercita il suo sacerdozio assolutamente unico, Lui che è presente nella Parola proclamata, nei Sacramenti, nei ministri che celebrano, nella comunità radunata e, in sommo grado, nell’Eucaristia. E’ così che, secondo sant’Agostino, celebrando l’Eucaristia la Chiesa ‘riceve il Corpo del Signore e diventa ciò che riceve’: diventa il Corpo di Cristo, ‘dimora di Dio per mezzo dello Spirito’. Questa è ‘l’opera della nostra redenzione’, che ci configura a Cristo e ci edifica nella comunione”.

Per questo la liturgia è il ‘culmine’ dell’azione della Chiesa: “Se la liturgia è al servizio del mistero di Cristo, si comprende perché sia stata definita ‘il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia’. E’ vero che l’azione della Chiesa non si limita alla sola liturgia, tuttavia ogni sua attività (la predicazione, il servizio dei poveri, l’accompagnamento delle realtà umane) converge verso questo ‘culmine’.

Nel senso inverso, la liturgia sostiene i fedeli immergendoli sempre e di nuovo nella Pasqua del Signore e, perciò, attraverso la proclamazione della Parola, la celebrazione dei sacramenti e la preghiera comune, essi sono ristorati, incoraggiati e rinnovati nel loro impegno di fede e nella loro missione. In altre parole, la partecipazione dei fedeli all’azione liturgica è al tempo stesso ‘interiore’ ed ‘esteriore’.

Ciò significa pure che essa è chiamata a dispiegarsi concretamente lungo tutta la vita quotidiana, in una dinamica etica e spirituale, cosicché la liturgia celebrata si traduce in vita e domanda un’esistenza fedele, capace di rendere concreto ciò che è stato vissuto nella celebrazione”.

La conclusione è stato un invito ad essere ‘comunità’ aperta allo Spirito Santo: “In questo modo, ‘la liturgia edifica ogni giorno coloro che sono nella Chiesa come tempio santo nel Signore’, e forma una comunità aperta e accogliente verso tutti. Essa è infatti abitata dallo Spirito Santo, ci introduce nella vita del Cristo, ci rende suo Corpo e, in tutte le sue dimensioni, rappresenta un segno dell’unità di tutto il genere umano in Cristo… Carissimi, lasciamoci plasmare interiormente dai riti, dai simboli, dai gesti e soprattutto dalla viva presenza di Cristo nella liturgia, che avremo ancora modo di approfondire nelle prossime Catechesi”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: il Cuore di Cristo fonte di azione

“Accolgo con piacere il vostro desiderio che il papa benedica la prima pietra del ‘Centro Cuore’, la nuova grande opera del Policlinico Gemelli, intitolata a papa Francesco. Il nome Cuore, dato alla nuova struttura, mi offre lo spunto per la breve riflessione che condivido con voi”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto una rappresentanza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dell’Istituto G. Toniolo, della Fondazione Policlinico A. Gemelli IRCCS e della Fondazione Roma, richiamando l’ultima enciclica di papa Francesco, ‘Dilexit nos’.

‘Cuore’ è l’acronimo di ‘Cardiovascular Unique Offer ReEngineered’: “Indica, cioè, con un acronimo, efficace nella sua immediatezza, quella parte del vasto villaggio che è il ‘Gemelli’ dove saranno concentrate le cure delle malattie cardiovascolari. Voi lo definite un nuovo modello organizzativo centrato sulla persona. E’ una sfida impegnativa, che vi auguro di affrontare con entusiasmo, collaborazione e anche preghiera. Ma la parola ‘cuore’, per il vostro Policlinico, dice molto di più, perché sta nel nome stesso dell’Università a cui appartiene: l’Università Cattolica del Sacro Cuore”.

Inoltre ha ricordato l’episodio in cui si decise il nome: “Quando arrivò il momento tanto atteso di chiedere il riconoscimento dello Stato per la nuova Università, molti consigliarono a padre Gemelli di non intitolarla al Sacro Cuore, perché quel titolo sarebbe risultato troppo devozionale. Ed il fondatore si pose onestamente il problema. Ma la Beata Armida Barelli non ebbe dubbi: l’Università doveva essere del ‘Sacro Cuore’, perché proprio al Cuore di Cristo si doveva la serie di ‘miracoli’ che avevano reso possibile l’impresa. Gemelli ascoltò la sua fidata collaboratrice e il nome fu approvato anche dalle autorità governative”.

E’ stata una scelta profetica, allo stesso modo di quella di papa Francesco per la sua ultima enciclica: “Nella sua prima parte, essa ricorda l’antropologia cristiana, che intende il cuore come centro e sintesi della persona umana… In questa parte dell’Enciclica voi potete ritrovare il quadro di principi e di valori che sono alla base della formazione nel vostro Policlinico, formazione che, in questa occasione, mi permetto semplicemente di incoraggiare: quanto più il ‘Gemelli’ cresce, tanto più dev’essere curata la formazione umana e cristiana di chi vi opera”.

In base a tali scelte papa Leone XIV ha invitato alla promozione della carità educativa e sociale, che hanno al centro della loro azione il cuore, suscitando tanti testimoni: “Il messaggio centrale della ‘Dilexit nos’ è però teologico e spirituale, incentrato sul mistero d’amore del Cuore di Cristo, fonte principale di ispirazione e di sostegno per la nostra vita e il nostro lavoro.

Come una fiamma perenne, questo amore ha suscitato nella Chiesa innumerevoli testimoni di carità, anche di carità educativa e sociale. Tra questi possiamo annoverare padre Gemelli, la Beata Armida Barelli e gli altri fondatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Sappiamo quanto Gemelli avesse a lungo desiderato la Facoltà di medicina e siamo certi che egli dall’alto continua ad accompagnare gli sviluppi, in particolare questa iniziativa del Centro Cuore”.

In precedenza aveva ricevuto in udienza Sua Grazia Sarah Mullally,  ricordando il ‘memorabile incontro’ di 60 anni fa tra l’arcivescovo Michael Ramsey e san Paolo VI, quando fu annunciato il primo dialogo teologico tra anglicani e cattolici: “Da allora, gli Arcivescovi di Canterbury e i Vescovi di Roma hanno continuato a incontrarsi per pregare insieme, e sono lieto che oggi proseguiamo questa tradizione. Sono inoltre grato per il ministero del Centro Anglicano a Roma, anch’esso istituito sessant’anni fa, e saluto in modo particolare il Direttore del Centro, il Vescovo Anthony Ball, che lei questa sera nominerà suo Rappresentante presso la Santa Sede”.

Quindi ha sottolineato il suo impegno per l’unità, scelto come proprio ‘motto’ quando è stato nominato papa, per superare le divisioni: “Mentre il nostro mondo sofferente ha un profondo bisogno della pace di Cristo, le divisioni tra cristiani indeboliscono la nostra capacità di essere efficaci portatori di quella pace. Se vogliamo che il mondo prenda a cuore la nostra predicazione, pertanto, dobbiamo essere costanti nelle nostre preghiere e nei nostri sforzi per rimuovere qualsiasi pietra d’inciampo che ostacoli la proclamazione del Vangelo”.

E’ stato un invito a camminare insieme verso la ‘piena comunione’: “Certamente questo cammino ecumenico è stato complesso. Sebbene siano stato compiuti molti progressi su questioni storicamente divisive, negli ultimi decenni sono sorti nuovi problemi, rendendo il cammino verso la piena comunione più difficile da discernere. So che anche la Comunione Anglicana sta affrontando molte delle stesse questioni al presente.

Tuttavia, non dobbiamo permettere a queste sfide costanti di impedirci di cogliere ogni occasione possibile per proclamare insieme Cristo al mondo… Da parte mia, aggiungo che sarebbe uno scandalo anche se non continuassimo a lavorare per superare le nostre differenze, per quanto possano sembrare insormontabili”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV ai sacerdoti romani: ravvivare la Parola di Dio nella comunione

“E dico, se è vero che siamo all’inizio di questo cammino quaresimale, questo non è un atto di penitenza: è, almeno per me, una grande gioia! E lo dico sinceramente! All’inizio dell’anno pastorale ci siamo lasciati ispirare da ciò che Gesù dice alla donna samaritana presso il pozzo di Giacobbe: Se tu conoscessi il dono di Dio”: con questa citazione tratta dal vangelo di san Giovanni papa Leone XIV ha incontrato i sacerdoti romani.

Guardare ai segni dei tempi, intercettando i cambiamenti, per rilanciare l’annuncio del Vangelo al di là della stanchezza della vita sacerdotale è stata la sfida del papa: “Il dono, come sappiamo, è anche un invito a vivere una responsabilità creativa. Non siamo soltanto inseriti dentro il fiume della tradizione come esecutori passivi di una pastorale già definita ma, al contrario, con la nostra creatività e i nostri carismi, siamo chiamati a collaborare con l’opera di Dio.

A questo proposito, sono illuminanti le parole che l’apostolo Paolo rivolge a Timoteo: ‘Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te’. Queste parole sono rivolte, oltre che al singolo, anche alla comunità, e oggi possiamo sentirle rivolte a noi: Chiesa di Roma, ricordati di ravvivare il dono di Dio”.

Perciò il papa ha spiegato cosa significa ravvivare, utilizzando un’immagine di papa Francesco: “Paolo rivolge questa esortazione a una comunità che in qualche modo ha perso la freschezza delle origini e lo slancio pastorale; con il contesto che cambia e il tempo che passa, si ravvisa una certa stanchezza, qualche delusione o frustrazione, un certo decadimento spirituale e morale.

Ed allora l’Apostolo dice a Timoteo e a quella comunità: ricordati di ravvivare il dono che hai ricevuto. Questo verbo usato da Paolo (ravvivare) evoca l’immagine della brace sotto la cenere e, come disse papa Francesco, ‘suggerisce l’immagine di chi soffia sul fuoco per ravvivarne la fiamma’. Anche per il cammino pastorale della nostra diocesi possiamo dire: il fuoco è acceso, ma sempre di nuovo bisogna ravvivarlo”.

Quindi anche questo fuoco ‘acceso’ si trasforma in dono: “Il fuoco acceso è il dono irrevocabile che il Signore ci ha fatto, è lo Spirito che ha tracciato il cammino della nostra Chiesa, la storia e la tradizione che abbiamo ricevuto e quanto, in modo ordinario, portiamo avanti nelle nostre comunità. Allo stesso tempo, dobbiamo ammettere con umiltà che la fiamma di questo fuoco non conserva sempre la stessa vitalità e ha bisogno di essere riattizzata.

Incalzati dai repentini cambiamenti culturali e dagli scenari in cui si svolge la nostra missione, talvolta assaliti dalla stanchezza e dal peso della routine, oppure scoraggiati per la crescente disaffezione nei confronti della fede e della pratica religiosa, avvertiamo il bisogno che questo fuoco sia alimentato e ravvivato”.

Ciò vale per la vita pastorale: “Le fatiche e le incomprensioni, però, possono anche essere occasione di riflessione sulle sfide pastorali da affrontare. In particolare, circa la relazione tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione, abbiamo bisogno di una chiara inversione di marcia; infatti, la pastorale ordinaria è strutturata secondo un modello classico che si preoccupa anzitutto di garantire l’amministrazione dei Sacramenti, ma un tale modello presuppone che la fede venga in qualche modo trasmessa anche dall’ambiente circostante, dalla società come dall’ambiente familiare. In realtà, i cambiamenti culturali e antropologici che sono avvenuti negli ultimi decenni ci dicono che non è più così, anzi, assistiamo a una crescente erosione della pratica religiosa”.

Da qui l’invito ad annunciare il Vangelo: “Come tutti i grandi agglomerati urbani, la città di Roma è segnata dalla permanente mobilità, da un nuovo modo di abitare il territorio e di vivere il tempo, da tessuti relazionali e familiari sempre più plurali e talvolta sfilacciati. Perciò, è necessario che la pastorale parrocchiale rimetta al centro l’annuncio, per cercare vie e modi che aiutino le persone a entrare nuovamente in contatto con la promessa di Gesù. In questo contesto, l’iniziazione cristiana, spesso modulata su ritmi scolastici, ha bisogno di essere rivista: occorre sperimentare altre modalità di trasmissione della fede anche al di fuori dei cammini classici, per cercare di coinvolgere in modo nuovo i ragazzi, i giovani e le famiglie”.

Però l’annuncio deve essere fatto nella comunione: “Per dare il primato all’evangelizzazione in tutte le sue molteplici forme non possiamo pensare e agire in modo solitario. In passato, la parrocchia era legata più stabilmente al territorio e ad essa appartenevano tutti coloro che vi abitavano; oggi, però, i modelli e gli stili di vita sono passati dalla stabilità alla mobilità e tante persone, oltre che per motivi lavorativi, si muovono per esperienze di vario genere, vivendo anche le relazioni al di là dei confini territoriali e culturali di appartenenza”.

Una comunione capace di superare l’autoreferenzialità: “La sola parrocchia non è sufficiente per avviare qualche percorso di evangelizzazione capace di intercettare chi non può vivere un’adeguata partecipazione. In un territorio di grande dimensioni come quello romano, occorre vincere la tentazione dell’autoreferenzialità, che genera sovraffaticamento e dispersione, per lavorare sempre più insieme, specialmente tra parrocchie limitrofe, mettendo in comune i carismi e le potenzialità, programmando insieme ed evitando di sovrapporre le iniziative. Serve un coordinamento maggiore che, lungi dall’essere un espediente pastorale, intende esprimere la nostra comunione presbiterale”.

Da qui la richiesta di essere ‘vicino’ ai giovani: “Si tratta perciò di cogliere e leggere il profondo disagio esistenziale che li abita, il loro smarrimento, le loro molteplici difficoltà, come pure i fenomeni che li coinvolgono nel mondo virtuale e i sintomi di una preoccupante aggressività, che sfocia a volte nella violenza.  So che conoscete questa realtà e vi impegnate per affrontarla. Non abbiamo soluzioni facili che ci assicurino risultati immediati ma, per quanto possibile, possiamo restare in ascolto dei giovani, renderci presenti, accoglierli, condividere un po’ della loro vita”.

Anche qui in sinergia con le Istituzioni: “Allo stesso tempo, poiché le problematiche interessano varie dimensioni della vita, cerchiamo anche, come parrocchie, di dialogare e interagire con le istituzioni presenti sul territorio, con la scuola, con gli specialisti nel campo educativo e delle scienze umane e con quanti hanno a cuore il destino e il futuro dei nostri ragazzi”.

Ha concluso l’incontro con un incoraggiamento: “Vi esorto alla fedeltà quotidiana nella relazione col Signore e a lavorare con entusiasmo anche se ora non vedete i frutti dell’apostolato. Soprattutto vi invito a non chiudervi mai in voi stessi: non abbiate paura di confrontarvi, anche sulle vostre stanchezze e sulle vostre crisi, specialmente con i confratelli che ritenete possano aiutarvi. A tutti noi, ovviamente, è richiesto un atteggiamento di ascolto e di attenzione, attraverso cui vivere concretamente la fraternità presbiterale. Accompagniamoci e sosteniamoci a vicenda”.

In precedenza aveva accolto i partecipanti al Capitolo generale dei Legionari di Cristo: “Il carisma è un dono dello Spirito Santo. Ogni istituto e ciascuno dei suoi membri sono chiamati a incarnarlo personalmente e comunitariamente, in un continuo processo di approfondimento della propria identità, che li colloca e li definisce nella Chiesa e nella società. Questo cammino, a sua volta, costituisce un prezioso contributo alla Chiesa nel suo insieme e, in particolare, alla famiglia spirituale del Regnum Christi”.

Un invito alla custodia del carisma: “Come accennato, il carisma è un dono dello Spirito Santo; è Lui che distribuisce i suoi doni, e lo fa per il rinnovamento e l’edificazione della Chiesa. Come dice san Paolo, ‘a ciascuno viene manifestato per l’utilità comune’. Pertanto, il carisma va accolto con gratitudine e consolazione. Ricordatevi, dunque, che non siete i proprietari del carisma, ma i suoi custodi e servitori. Siete chiamati a dare la vita affinché questo dono continui a portare frutto nella Chiesa e nel mondo.. Questo Capitolo vi invita a continuare a interrogarvi su come vivere oggi, con fedeltà creativa, l’intuizione carismatica che ha dato origine alla vostra famiglia religiosa”.

Ed ecco la missione: “La vostra missione è quella di offrire questa testimonianza visibile di ascolto reciproco e di ricerca congiunta della volontà di Dio, sia per le vostre comunità sia per coloro che incontrate lungo il cammino mentre compite la vostra missione… Non si tratta di eliminare le differenze, ma di avere la capacità di armonizzare le diversità a beneficio di tutti, accogliendo le divergenze come una ricchezza e discernendo insieme i cammini che il Signore ci propone”.

Quindi è un processo sinodale: “Questo processo richiede umiltà nell’ascolto, libertà interiore per esprimersi con sincerità e apertura ad accogliere il discernimento collettivo. È un requisito intrinseco di ogni vocazione vissuta in comunità. La Chiesa oggi vive una profonda chiamata alla sinodalità, cioè a camminare, ascoltare e discernere insieme. Il Capitolo Generale è, per sua stessa natura, un esercizio sinodale in cui tutti sono chiamati a contribuire con la propria esperienza e sensibilità per costruire insieme il futuro dell’istituto”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: la missione si realizza nell’unità con Gesù

“Per la Giornata Missionaria Mondiale del 2026, che segna il centenario di questa celebrazione, istituita da papa Pio XI e tanto cara alla Chiesa, ho scelto il tema ‘Uno in Cristo, uniti nella missione’. Dopo l’Anno giubilare, desidero esortare tutta la Chiesa a proseguire con gioia e zelo nello Spirito Santo il cammino missionario, che richiede cuori unificati in Cristo, comunità riconciliate e, in tutti, disponibilità a collaborare con generosità e fiducia. Riflettendo sul nostro essere uno in Cristo e uniti nella missione, lasciamoci guidare e ispirare dalla grazia divina, per ‘rinnovare in noi il fuoco della vocazione missionaria’ ed avanzare insieme nell’impegno di evangelizzazione, in ‘un’epoca missionaria nuova’ nella storia della Chiesa”.

Nel messaggio per la 100^ edizione della Giornata missionaria, che si celebra domenica 18 ottobre con il tema ‘Uno in Cristo, uniti nella missione’, papa Leone XIV richiama l’attuale contesto segnato da ‘polarizzazioni’, ‘conflitti’ e ‘sfiducia reciproca’ attraverso l’esortazione all’unità come convergenza in cui le diverse culture si esprimono ‘nella stessa fede’, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Con l’unità in Cristo il discepolo è missionario: “Al centro della missione c’è il mistero dell’unione con Cristo. Prima della sua Passione, Gesù ha pregato il Padre: ‘Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi’. In queste parole si svela il desiderio più profondo del Signore Gesù e, al tempo stesso, l’identità della Chiesa, comunità dei suoi discepoli: essere una comunione che nasce dalla Trinità e che vive della e nella Trinità, a servizio della fraternità tra tutti gli esseri umani e dell’armonia con tutte le creature”.

Quindi il cristianesimo è unione con Gesù e non idea: “L’essere cristiani non è anzitutto un insieme di pratiche o idee: è una vita in unione con Cristo, nella quale siamo resi partecipi della relazione filiale che Egli vive con il Padre nello Spirito Santo. Significa dimorare in Cristo come i tralci nella vite, immersi nella vita trinitaria. Da questa unione scaturisce la comunione reciproca tra i credenti e nasce ogni fecondità missionaria”.

Nel ricordo del Concilio di Nicea compito della Chiesa è l’unità: “Per questo la prima responsabilità missionaria della Chiesa è rinnovare e mantenere viva l’unità spirituale e fraterna fra i suoi membri. In tante situazioni noi assistiamo a conflitti, polarizzazioni, incomprensioni, sfiducia reciproca. Quando questo accade anche nelle nostre comunità, ne indebolisce la testimonianza. La missione evangelizzatrice, che Cristo ha affidato ai discepoli, richiede anzitutto cuori riconciliati e desiderosi di comunione. In quest’ottica, sarà importante intensificare l’impegno ecumenico con tutte le Chiese cristiane, anche cogliendo le opportunità suscitate dalla comune celebrazione del 1700° anniversario del Concilio di Nicea”.

Per questo occorre rivolgere lo sguardo a Gesù, come insegna la Chiesa: “Infine, ma non per importanza, l’essere ‘uno in Cristo’ ci chiama a tenere sempre lo sguardo rivolto al Signore, perché Egli sia davvero al centro della vita personale e comunitaria, di ogni parola, azione, relazione interpersonale, così da farci dire con stupore: ‘Non vivo più io, ma Cristo vive in me’. Questo sarà possibile nell’ascolto costante della sua Parola e nella grazia dei Sacramenti, per essere pietre vive della Chiesa, chiamata oggi a raccogliere le istanze fondamentali del Concilio Vaticano II e del successivo Magistero pontificio, in particolare, di papa Francesco”.

Riprendendo le parole dell’apostolo Paolo il papa sottolinea che l’unità si realizza attraverso la missione: “Infatti, come afferma san Paolo, ‘noi non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore’. Ribadisco perciò le parole di san Paolo VI: ‘Non c’è vera evangelizzazione se il nome, l’insegnamento, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio, non siano proclamati’. Tale processo di genuina evangelizzazione comincia dal cuore di ogni cristiano per espandersi a tutta l’umanità. Pertanto, quanto più saremo uniti in Cristo, tanto più potremo compiere insieme la missione che Egli ci affida”.

Per questo il papa sottolinea che la missione è ‘compito’ del cristiano: “Nessun battezzato, infatti, è estraneo o indifferente alla missione: tutti, ciascuno secondo la propria vocazione e condizione di vita, partecipano alla grande opera che Cristo affida alla sua Chiesa. Come ha più volte ricordato Papa Francesco, l’annuncio del Vangelo è sempre un’azione corale, comunitaria, sinodale.

Per questo, essere uniti nella missione significa custodire e alimentare la spiritualità di comunione e collaborazione missionaria. Crescendo ogni giorno in tale atteggiamento, impariamo con la grazia divina a guardare i nostri fratelli e sorelle sempre di più con occhi di fede, a riconoscere con gioia il bene che lo Spirito suscita in ciascuno, ad accogliere la diversità come ricchezza, a portare i pesi gli uni degli altri e a cercare sempre l’unità che viene dall’Alto”.

Ma unità non significa omologazione, ma convergenza: “L’unità missionaria, ovviamente, non va intesa come uniformità, ma come convergenza dei diversi carismi per lo stesso scopo: rendere visibile l’amore di Cristo e invitare tutti all’incontro con Lui. L’evangelizzazione si realizza quando le comunità locali collaborano tra loro e quando le differenze culturali, spirituali e liturgiche si esprimono pienamente e armonicamente nella stessa fede. Incoraggio perciò le istituzioni e le realtà ecclesiali a irrobustire il senso di comunione missionaria ecclesiale e a sviluppare con creatività le vie concrete di collaborazione tra loro per e nella missione”.

Per questo la missione nasce dall’amore: “La missione dei discepoli e della Chiesa intera è il prolungamento, nello Spirito Santo, di quella di Cristo: una missione che nasce dall’amore, si vive nell’amore e conduce all’amore. Tant’è vero che il Signore stesso, nella sua grande preghiera al Padre prima della Passione, dopo aver invocato l’unità dei discepoli così conclude: ‘L’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro’.

Gli Apostoli poi evangelizzarono spinti dall’amore di Cristo e per Cristo. Allo stesso modo, lungo i secoli, schiere di cristiani, martiri, confessori, missionari, hanno dato la vita per far conoscere questo amore divino al mondo. Così, la missione evangelizzatrice della Chiesa continua sotto la guida dello Spirito Santo, Spirito d’amore, sino alla fine dei tempi”.

Il messaggio si trasforma in un ringraziamento: “Desidero quindi ringraziare particolarmente i missionari e le missionarie ad gentes di oggi: persone che, come san Francesco Saverio, hanno lasciato la propria terra, la propria famiglia e ogni sicurezza per annunciare il Vangelo, portando Cristo e il suo amore in luoghi spesso difficili, poveri, segnati da conflitti o lontani culturalmente. Continuano a donarsi con gioia malgrado avversità e limiti umani, perché sanno che Cristo stesso con il suo Vangelo è la più grande ricchezza da condividere.

Con la loro perseveranza mostrano che l’amore di Dio è più forte di ogni barriera. Il mondo ha ancora bisogno di questi testimoni coraggiosi di Cristo, e le comunità ecclesiali hanno ancora bisogno di nuove vocazioni missionarie, che dobbiamo sempre avere a cuore e per le quali occorre pregare il Padre continuamente. Che Egli ci conceda il dono di giovani e adulti disposti a lasciare tutto per seguire Cristo nella via dell’evangelizzazione sino alle estremità della terra!”

La conclusione è un invito ad essere missionari, come sollecitava san Francesco d’Assisi: “Ammirando i missionari e le missionarie, rivolgo un appello speciale alla Chiesa intera: che ci uniamo tutti a loro nella missione evangelizzatrice tramite la testimonianza della vita in Cristo, la preghiera e il contributo per le missioni. Spesso, lo sappiamo, ‘l’Amore non è amato’, come ebbe a dire san Francesco d’Assisi, al quale guardiamo in modo particolare a ottocento anni dal suo transito al Cielo”.

Essere missionari, come sollecitava santa Teresa di Gesù Bambino: “Lasciamoci contagiare dal suo desiderio di vivere nell’amore del Signore e di trasmetterlo ai vicini e lontani, perché, come affermava, ‘molto si deve amare l’amore di Colui che molto ci ha amato’. Sentiamoci stimolati pure dallo zelo di santa Teresa di Gesù Bambino, che si prefisse di continuare la sua missione anche dopo la morte, dichiarando: ‘In Cielo desidererò la stessa cosa che in terra: amare Gesù e farlo amare’. Animati da queste testimonianze, impegniamoci tutti a contribuire, ciascuno secondo la propria vocazione e i doni ricevuti, alla grande missione evangelizzatrice, che è sempre opera dell’amore”.

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