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Papa Leone XIV: la Parola di Dio è pane per tutti
“Cari fratelli e sorelle, desidero anzitutto salutare con affetto questa Chiesa particolare di Malabo con il suo Pastore e, al tempo stesso, esprimere le mie sentite condoglianze a tutta la comunità arcidiocesana, ai fratelli sacerdoti e ai familiari per la scomparsa, alcuni giorni fa, del suo Vicario Generale, Monsignor Fortunato Nsue Esono, che ricordiamo in questa Eucaristia. Invito a vivere con spirito di fede questo momento di dolore e confido che, senza lasciarsi indurre a commenti o conclusioni affrettate, si faccia piena luce sulle circostanze della sua morte”: nella messa celebrata nello stadio di Malabo, ultimo appuntamento in Guinea Equatoriale, papa Leone XIV ha ricordato mons. Nsue Esono, scomparso giorni prima, chiedendo chiarezza per la morte.
Di fronte a 30.000 persone il papa ha rivolto l’invito ad essere in grado di leggere la Bibbia: “Le Scritture appena ascoltate ci interrogano, domandando a ciascuno di noi se e come sappiamo leggere le pagine bibliche che oggi condividiamo. Si tratta di un invito tanto serio quanto provvidenziale, perché ci prepara a leggere insieme il libro della storia, cioè le pagine della nostra vita, che Dio continua a ispirare con la sua sapienza”.
Quindi nel commento della prima lettura dagli Atti degli Apostoli, che parla di un episodio avvenuto proprio in Africa, il papa offre la sua lettura: “La sua domanda diventa così non solo un appello alla verità, ma un’espressione di curiosità. Guardiamo con attenzione a chi sta parlando: è un uomo ricco, come la sua terra, ma schiavo. Tutti i tesori che amministra non sono suoi: sue sono le fatiche, che vanno a beneficio di altri. Quest’uomo ha intelligenza e cultura, e lo dimostra sia nel lavoro che nella preghiera, ma non è pienamente libero. Questo stato è dolorosamente impresso sul suo corpo: si tratta infatti di un eunuco. Non può generare vita: le sue energie sono tutte a servizio di un potere che lo controlla e lo domina”.
Per questo il Vangelo è parola di liberazione: “Il testo sacro gli parla e suscita la sua domanda di verità. È così che questo africano entra nella Scrittura, ospitale verso ogni lettore che voglia capire la parola di Dio. Entra nella storia della salvezza, ospitale verso ogni uomo e ogni donna, soprattutto verso gli oppressi, gli emarginati e gli ultimi. Al testo scritto corrisponde ora il gesto vissuto: ricevendo il Battesimo, egli non è più un estraneo, ma diventa figlio di Dio, nostro fratello nella fede. Schiavo e senza discendenza, quest’uomo rinasce a vita nuova e libera nel nome del Signore Gesù: del suo riscatto parliamo ancora noi oggi, proprio mentre leggiamo le Scritture!”
Ha messo, inoltre, in rilevanza che la lettura biblica è personale ma anche ecclesiale: “Come lui, anche noi siamo diventati cristiani mediante il Battesimo, ereditando la stessa luce, cioè la stessa fede, per leggere la parola di Dio. Per riflettere sulle profezie, per pregare i salmi, per studiare la Legge e proclamare il Vangelo con la nostra vita. Tutti i testi biblici, infatti, rivelano nella fede il loro senso vero, perché nella fede sono stati scritti e trasmessi fino a noi: perciò la loro lettura è un atto sempre personale e sempre ecclesiale, non un esercizio solitario o meramente tecnico”.
Quindi la Bibbia è un bene comune: “Insieme leggiamo la Scrittura come bene comune della Chiesa, avendo per guida lo Spirito Santo, che ha ispirato a comporla, e la Tradizione apostolica, che l’ha custodita e diffusa su tutta la terra… Il viandante africano stava leggendo una profezia, che si è compiuta per lui allora così come si compie per noi oggi: il servo sofferente, del quale parla il profeta Isaia, è Gesù, colui che attraverso la sua passione, morte e risurrezione ci redime dal peccato e dalla morte. Egli è il Verbo fatto uomo, nel quale trova compimento ogni parola di Dio: ne rivela l’intenzione originaria, il senso pieno e il fine ultimo”.
La manna diventa eucarestia, che libera dalla schiavitù: “Nel Figlio, il Padre stesso mostra la sua gloria: Dio si fa vedere, sentire, toccare. Attraverso i gesti di Gesù, il Redentore, Egli dà pienezza a quel che da sempre fa: dare vita. Crea il mondo, lo salva, lo ama per sempre..
Sotto il giogo del faraone, infatti, il popolo mangiava i frutti della terra; Dio invece li conduce nel deserto, dove il pane può venire solo dalla sua provvidenza. La manna è quindi una prova, una benedizione e una promessa, che Gesù viene a realizzare. A quel segno antico succede ora il sacramento dell’Alleanza nuova ed eterna: l’Eucaristia, pane consacrato da Colui che è disceso dal cielo per farsi nostro cibo. Se quanti mangiarono la manna ‘sono morti’, chi mangia questo pane vive in eterno, perché Cristo è vivo! Egli è il Risorto, e continua a donare la sua vita per noi”.
E per tale dono ha ringraziato con le parole di sant’Ambrogio: “Grazie, Signore! Noi ti lodiamo e ti benediciamo, perché hai voluto diventare per noi Eucaristia, pane di vita eterna, affinché noi potessimo vivere per sempre… Con la compagnia del Signore, i nostri problemi non scompaiono, ma vengono illuminati: come ogni croce trova redenzione in Gesù, così nel Vangelo il racconto della nostra vita trova senso…
Egli ci ama per primo, sempre: la sua parola è per noi Vangelo, e nulla abbiamo di meglio da annunciare nel mondo. Questa evangelizzazione ci coinvolge tutti a cominciare dal Battesimo, che è sacramento di fraternità, lavacro di perdono e fonte di speranza. Attraverso la nostra testimonianza, l’annuncio della salvezza si fa gesto, si fa servizio, si fa perdono: in una parola, si fa Chiesa!”
Ha concluso l’omelia con la citazione dell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ di papa Francesco, invitando ad aprirsi all’amore di Dio: “Davanti a tali chiusure, è proprio l’amore del Signore a sostenere il nostro impegno, soprattutto a servizio della giustizia e della solidarietà.
Perciò incoraggio tutti voi, Chiesa che vive nella Guinea Equatoriale, a continuare nella gioia la missione dei primi discepoli di Gesù. Leggendo insieme il Vangelo, siatene appassionati annunciatori, come fu il diacono Filippo. Celebrando insieme l’Eucaristia, testimoniate con la vita la fede che salva, affinché la parola di Dio diventi pane buono per tutti!”
(Foto: Santa Sede)
Con suor Chiara Grazia Centolanza alla scoperta di Audite poverelle
“Audite, poverelle dal Signore vocate, ke de multe parte et provincie sete adunate: vivate sempre en veritate ke en obedientia moriate. Non guardate a la vita de fore, ka quella dello spirito è migliore. Io ve prego per grand’amore k’aiate discrecione de le lemosene ke ve dà el Segnore. Quelle ke sunt adgravate de infirmitate et l’altre ke per loro suò adfatigate, tutte quante lo sostengate en pace Ka multo venderi(te) cara questa fatiga, ka cascuna serà regina en celo coronata cum la Vergene Maria”: lo scorso anno è ricorso l’ottavo centenario delle ‘Parole con melodia’ che san Francesco scrisse per santa Chiara e le sue sorelle conosciuto come ‘Audite poverelle’.
Una delle scoperte più interessanti degli ultimi cinquanta anni è stata il ritrovamento di un testo che Francesco indirizzò a Chiara e alle sorelle che con lei dimoravano presso la chiesa di san Damiano in Assisi. Nei loro ricordi i compagni di san Francesco informano che il santo, in quegli stessi giorni in cui compose la prima e più ampia parte del Cantico di frate sole, scrisse anche ‘alcune parole con melodia (verba cum cantu), a maggior consolazione delle signore povere del monastero di San Damiano, soprattutto perché le sapeva molto contristate per la sua infermità. E poiché, a causa della malattia, non le poteva visitare e consolare personalmente, volle che quelle parole fossero loro comunicate dai suoi compagni’.
Rimasto nascosto per secoli, quel testo è venuto alla luce nel 1976 per tutta una serie di felici circostanze: le novizie del Protomonastero di Assisi notarono sorprendenti corrispondenze fra quanto era riferito di quelle ‘parole con melodia’ nella ‘Compilatio assisiensis’ ed un testo che nel 1941 era stato edito già da p. Leonardo Bello, rinvenuto in due codici (pergamenaceo l’uno, cartaceo l’altro) conservati dalle Clarisse di Novaglie. Le novizie fecero notare la cosa a suor Chiara Augusta Lainati, la quale, ottenuto il testo dalle consorelle di Novaglie, nell’estate 1977 lo ripubblicò nella prima edizione delle Fonti francescane.
A suor Chiara Grazia Centolanza, sorella povera di santa Chiara del monastero ‘Santissima Trinità’ di Gubbio, chiediamo di spiegarci il motivo per cui tale testo è stato ritrovato nell’archivio di un monastero veronese: “Chiara nel suo Testamento racconta che Francesco le esortò all’amore e all’osservanza della povertà con molti discorsi e con gli esempi della sua vita e anche consegnando loro molti scritti: di questi ‘pluria scripta’, di cui speriamo possano venire alla luce ed essere scoperti in archivi e biblioteche altri che per ora non conosciamo, fa parte il nostro testo, che evidentemente era circolato ed era stato copiato e tramandato.
Vivente ancora Francesco e poi nei decenni successivi alla sua pasqua, anche nel territorio dell’allora Marca Trevigiana l’ideale evangelico dei due santi assisani si era diffuso, rispondendo ai desideri di un movimento femminile con slanci penitenziali e pauperistici che quasi capillarmente si era irradiato nell’Italia centro settentrionale e nel nord Europa e che nell’esperienza damianita di Chiara e sorelle poteva trovare collocazione giuridica e approvazione ecclesiali.
Al 1226, cioè all’anno della morte di Francesco, risale il primo insediamento in Verona, intitolato a santa Maria, di sorelle che avrebbero seguito la forma di vita delle ‘povere signore della Valle di Spoleto o Tuscia’, disciplinata dalla Chiesa, che nell’esperienza di Chiara e nella fama della sua santità trovava un centro intorno a cui unificare e uniformare diverse realtà femminili. Dal 1263 la regola di papa Urbano IV sancisce la nascita dell’Ordine di santa Chiara, di cui la comunità veronese farà parte.
Attraversando le vicissitudini dei secoli, finalmente nel 1966 le sorelle si trasferirono sulle colline veronesi, a Novaglie. Qui nell’archivio del monastero è conservato il codice pergamenaceo del XIV secolo contenente insieme ad alcuni testi latini l’Audite, poverelle con due miniature, miracolosamente sfuggito alle soppressioni napoleoniche e al conseguente sequestro di codici e pergamene appartenenti originariamente alla biblioteca monastica. Solo nel 1977 dopo un oblio durato sette secoli ritornava alla luce l’esortazione di Francesco alle povere dame di San Damiano, di cui si conosceva il contenuto attraverso le biografie, ma di cui non c’erano tracce manoscritte.
Per quale motivo santa Chiara scrisse una regola?
La Regola clariana fu confermata da papa Innocenzo IV il 9 agosto 1253, due giorni prima del transito della santa, che desiderò ardentemente vedere approvata dalla Sede Apostolica quella che ella definì ‘Forma di vita (forma vitae) dell’Ordine delle sorelle povere istituita dal beato Francesco’, assegnandone al beatissimo padre la paternità, almeno indiretta. Chiara e le prime compagne avevano accolto per le mani di Francesco, probabilmente intorno agli anni 1212-1213 la Forma vivendi (forma del vivere), riportata poi nel capitolo VI della ‘Forma Vitae’ insieme all’Ultima voluntas, scritta dal serafico padre poco prima della sua morte. Ma l’esperienza di san Damiano si inseriva, come già accennavamo, in un tempo di grande fermento evangelico e in un più ampio ed eterogeneo movimento femminile con aspirazioni pauperistiche, che la Sede Apostolica cercò di organizzare in un nuovo ordine, che nel corso degli anni trenta del Duecento prenderà il nome di Ordine di San Damiano nel tentativo di unificare le varie esperienze intorno alla figura di Chiara.
L’Ordine viveva secondo una ‘Forma vitae’ redatta dall’allora cardinale Ugo (nel 1227 divenne Papa col nome di Gregorio IX), che comprendeva inizialmente un capitolo circa il divieto di avere possessioni. Probabilmente prima del 1226 anche il monastero di San Damiano entrò a far parte di questa realtà pur differenziandosene proprio per il rapporto con Francesco e la sua fraternitas. Quando il capitolo in questione venne eliminato, Chiara si oppose fermamente e nel 1228 ottenne da papa Gregorio IX il ‘Privilegio di povertà’, col quale la comunità di San Damiano non poteva essere costretta a ricevere possessioni, volendo aderire in tutto alle orme di Colui che per noi si è fatto povero, e via e verità e vita.
Tale Privilegio confluirà nella ‘Forma Vitae’ clariana al cosiddetto capitolo VI. Successivamente, nel 1247 ci fu da parte dell’allora papa Innocenzo IV il tentativo di consegnare all’Ordine una nuova Regola, che però vide il rifiuto categorico non solo di Chiara ma dell’intero Ordine. A questo punto è plausibile supporre che Chiara insieme alle sue sorelle abbia voluto redigere una sua regola, non scritta per così dire a tavolino, ma che nasceva dalla loro esperienza. Grande era il desiderio che la Chiesa Romana riconoscesse con la sua approvazione ‘la forma di vita e il modo di santa unità e di altissima povertà, che il vostro beato padre san Francesco vi consegnò a voce e in scritto’ (Bolla di papa Innocenzo IV)”.
A distanza di 800 anni quale è l’attualità di questo testo?
“Queste ‘parole con melodia’ descrivono realisticamente la nostra vita e quella della Chiesa, che fino alla fine dei tempi saranno tessute di infermità e di povertà di varia natura, di tribolazioni, di eventi che necessitano di essere letti con discernimento, con criteri evangelici e non mondani. Ed insieme consegnano ad ogni cristiano uno sguardo illuminato dallo Spirito, richiamandoci all’orizzonte del Regno dei cieli in un tempo in cui forse rischiamo di attendere dal mondo ciò che esso non può darci e di appiattire nel qui e ora dell’esistenza terrena il desiderio di infinito che ci abita.
Ci ricordano che abbiamo un Padre, che ci ha chiamati alla vita e ci chiama alla pienezza della sua Vita divina in Cristo nella Chiesa. Ci ricordano che tutto è dono, anche la ricompensa per la ‘fatiga’ sopportata: non si tratta infatti primariamente dei nostri meriti, ma della pace che il Risorto offre, frutto della Resurrezione e del suo Spirito. Egli infatti ci coronerà di grazia e di misericordia. Ci ricordano la nostra condizione di poveri, bisognosi di una salvezza, che non possiamo darci da noi, come forse un po’ pelagianamente vorremmo.
E finalmente ci ricordano che, secondo il principio di incarnazione, solo nel qui e ora dell’esistenza, nelle pieghe e nelle piaghe di cui è composta, possiamo incontrare il Re della gloria che tutto si dà e ci dà nella creazione e in ogni creatura, che di Lui portano ‘significazione’. La letizia e la gioia francescane nascono e si nutrono di questa Presenza, da cui nulla potrà separarci. E se di nulla possiamo gloriarci, perché tutto abbiamo ricevuto dal ‘Signore Iddio, il quale a tutti noi ha dato e dà tutto il corpo, tutta l’anima e tutta la vita, che ci ha creati, redenti e ci salverà per sua sola misericordia’, non di meno ‘in questo possiamo gloriarci, nelle nostre infermità e nel portare sulle spalle ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo’, come è scritto nelle Ammoizioni”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV ha invitato a costruire un progetto di speranza in Angola
“Vengo a voi per incontrare il vostro popolo, come pellegrino che cerca i segni dei passaggi di Dio in questa terra da Lui amata. Prima di proseguire, vorrei assicurare la mia preghiera per le vittime delle forti piogge e delle inondazioni che hanno colpito la provincia di Benguela, come pure esprimere la mia vicinanza alle famiglie che hanno perso le loro case. So anche che voi, angolani, siete uniti in una grande catena di solidarietà a favore delle persone colpite”: con queste parole papa Leone XIV ha parlato alle autorità civili ricordando innanzitutto le vittime delle recenti inondazioni.
Ha evidenziato la saggezza che non si lascia ingannare dalle ideologie: “L’Africa è per il mondo intero una riserva di gioia e di speranza, che non esiterei a definire virtù ‘politiche’, perché i suoi giovani e i suoi poveri sognano ancora, sperano ancora, non si accontentano di ciò che già c’è, desiderano rialzarsi, prepararsi a grandi responsabilità, giocarsi in prima persona. La saggezza di un popolo, infatti, non si lascia spegnere da nessuna ideologia e davvero il desiderio di infinito che abita il cuore umano è un principio di trasformazione sociale più profondo di qualsiasi programma politico o culturale”.
Quindi il viaggio papale è in funzione dell’ascolto: “Sono qui, tra voi, a servizio delle energie migliori che animano le persone e le comunità di cui l’Angola è un mosaico coloratissimo. Desidero ascoltare e incoraggiare chi già ha scelto il bene, la giustizia, la pace, la tolleranza, la riconciliazione. Allo stesso tempo, insieme a milioni di uomini e donne di buona volontà che sono la prima ricchezza di questo Paese, intendo anche invocare la conversione di chi sceglie strade opposte e impedisce il suo sviluppo armonico e fraterno”.
Ed anche in Angola il papa ha accusato gli sfruttatori: “Carissimi, ho accennato alle ricchezze materiali su cui prepotenti interessi mettono le mani, anche nel vostro Paese. Quanta sofferenza, quante morti, quante catastrofi sociali e ambientali porta con sé questa logica estrattivistica! Vediamo ad ogni latitudine, ormai, come essa alimenti un modello di sviluppo che discrimina ed esclude, ma che ancora pretende di imporsi come l’unico possibile”.
Riprendendo le parole di san Paolo VI, ha sottolineato il bisogno di pace, che non esclude però il dissenso: “Voi siete testimoni, grazie alle antichissime sapienze che nutrono il vostro pensare e il vostro sentire, che la creazione è armonia nella ricchezza della diversità. Il vostro popolo ha sofferto ogni volta che tale armonia è stata violata dalla prepotenza di alcuni. Porta le cicatrici sia dello sfruttamento materiale, sia della pretesa di imporre un’idea sulle altre.
L’Africa ha un urgente bisogno di superare situazioni e fenomeni di conflittualità e inimicizia, che lacerano il tessuto sociale e politico di tanti Paesi, fomentando la povertà e l’esclusione. Solo nell’incontro la vita fiorisce. In principio è il dialogo. Questo non esclude il dissenso, che può diventare conflitto”.
Perciò la speranza e la gioia non sono sentimenti ‘privati’: “Esse, invece, sono una forza intensiva ed espansiva, che contrasta ogni rassegnazione e tentazione di chiudersi. Despoti e tiranni del corpo e dello spirito vogliono rendere le anime passive e le passioni tristi, inclini all’inerzia, docili e asservite al potere.
Nella tristezza siamo infatti in balia delle nostre paure e dei nostri fantasmi, ci rifugiamo nel fanatismo, nella sottomissione, nel frastuono mediatico, nel miraggio dell’oro, nel mito identitario. Il malcontento, il senso di impotenza e di sradicamento ci separano, invece di metterci in relazione, diffondendo un clima di estraneità alla cosa pubblica, disprezzo per la sventura altrui e la negazione di ogni fraternità. Tale discordanza disgrega i rapporti costitutivi che ognuno intrattiene con sé, con gli altri e con la realtà”.
Quindi la gioia spinge la vita: “La gioia è infatti ciò che intensifica la vita e sospinge nel campo aperto della socialità: ciascuno gioisce mettendo a frutto le proprie capacità relazionali, accorgendosi di contribuire al bene comune e vedendosi riconosciuto come persona unica e degna, in una comunità di incontri che si moltiplicano e allargano lo spirito.
La gioia sa scavare traiettorie anche nelle zone più buie di stasi e di angustia. Esaminiamo dunque il nostro cuore, carissimi, perché senza gioia non c’è rinnovamento; senza interiorità non c’è liberazione; senza incontro non c’è politica; senza l’altro non c’è giustizia”.
Infine ha invitato gli angolani a costruire un ‘progetto di speranza’: “La Chiesa cattolica, di cui so quanto stimate l’opera di servizio al Paese, desidera essere lievito nella pasta e favorire la crescita di un modello giusto di convivenza, libero dalle schiavitù imposte da élite con molti denari e false gioie. Solo insieme potremo moltiplicare i talenti di questo popolo meraviglioso, sin dentro le periferie urbane e le più remote regioni rurali in cui pulsa la sua vita e si prepara il suo futuro. Eliminiamo gli ostacoli allo sviluppo umano integrale, lottando e sperando insieme a coloro che il mondo ha scartato, ma Dio ha scelto”.
Mentre ai giornalisti ha spiegato che i suoi discorsi sono stati scritti ben prima di ciò che pensava il presidente degli Stati Uniti: “Allo stesso tempo, è circolata una certa versione dei fatti che non è stata accurata in tutti i suoi aspetti, ma ciò è dovuto alla situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il Presidente degli Stati Uniti ha fatto alcune osservazioni su di me. Gran parte di ciò che è stato scritto da allora è stato un susseguirsi di commenti su commenti, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto.
Solo un piccolo esempio. Il discorso che ho tenuto all’Incontro di preghiera per la pace, un paio di giorni fa, era stato preparato due settimane fa, ben prima che il Presidente facesse qualsiasi commento su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo. Eppure, è stato interpretato come se stessi cercando di controbattere nuovamente al Presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse”.
(Foto: Santa Sede)
Con suor Chiara Grazia Centolanza alla scoperta di Audite poverelle
“Audite, poverelle dal Signore vocate, ke de multe parte et provincie sete adunate: vivate sempre en veritate ke en obedientia moriate. Non guardate a la vita de fore, ka quella dello spirito è migliore. Io ve prego per grand’amore k’aiate discrecione de le lemosene ke ve dà el Segnore. Quelle ke sunt adgravate de infirmitate et l’altre ke per loro suò adfatigate, tutte quante lo sostengate en pace Ka multo venderi(te) cara questa fatiga, ka cascuna serà regina en celo coronata cum la Vergene Maria”: lo scorso anno è ricorso l’ottavo centenario delle ‘Parole con melodia’ che san Francesco scrisse per santa Chiara e le sue sorelle conosciuto come ‘Audite poverelle’, rinvenuto nel 1976 tra i codici conservati dalle Clarisse di Novaglie,
A 50 anni dalla scoperta a suor Chiara Grazia Centolanza, sorella povera di santa Chiara del monastero ‘Santissima Trinità’ di Gubbio, chiediamo di spiegarci per quale motivo san Francesco scrisse questo testo: “Di questo testo e delle circostanze della sua gestazione ci narra con dovizia di particolari la ‘Compilazione di Assisi’, uno scritto di carattere compilatorio e testimone prezioso e affidabile degli ultimi anni di vita di Francesco. Siamo probabilmente nella primavera del 1225 durante la quale Francesco dimorò a san Damiano, prostrato da una malattia molto dolorosa agli occhi che lo costringeva a stare sempre nell’oscurità non potendo sopportare né la luce naturale né quella del fuoco, e da una prova interiore che si protraeva da tempo.
Durante una notte, anche spirituale, riflettendo alle sue tante tribolazioni, fu mosso a pietà verso se stesso e implorò l’aiuto del Signore, il quale lo consolò dandogli la certezza che possedesse fin d’ora il suo regno: ‘Fratello, rallegrati e giubila pienamente nelle tue infermità e tribolazioni; d’ora in poi vivi nella serenità, come se tu fossi già nel mio regno’. Al mattino, colmo di gratitudine e di letizia, annunciò ai fratelli di voler comporre, a lode della Trinità, a propria consolazione e a edificazione del prossimo, una lauda del Creatore riguardo alle sue creature, il ‘Cantico di frate Sole’, che egli stesso poi intonava o ‘faceva cantare dai suoi compagni per riuscire a dimenticare, nella considerazione della lode di Dio, l’acerbità delle sue malattie e delle sue sofferenze’.
In quegli stessi giorni ‘fece anche alcune sante parole con melodia a maggior consolazione delle povere signore del monastero di San Damiano, soprattutto perché le sapeva molto contristate per la sua infermità… In esse egli volle manifestare alle sorelle, allora e per sempre, la sua volontà’. Lo scritto nasce dal cuore ormai pacificato di Francesco, che consolato della consolazione del Padre delle misericordie desidera recare loro sollievo sapendole condurre una vita dura e povera”.
Quale è il tema centrale del testo francescano?
“Questo testo è solo apparentemente semplice, in realtà è ricco di tematiche teologico-spirituali, che forse trovano un punto di irradiazione nello sguardo ormai fisso di Francesco sul paradiso: tutta la vita è orientata alla gloria divina, a cui le sorelle sono chiamate a partecipare ‘cum la Vergene Maria’. Una vita, quella umana, intessuta di fatica, infermità, tribolazione, nella quale però è possibile sperimentare quella logica ribaltata e liberante delle Beatitudini.
Chiara stessa in un passo del suo Testamento, ripreso poi anche nella ‘Forma vitae’, racconterà che ‘Francesco, osservando attentamente che, pur essendo deboli e fragili nel corpo, non ricusavamo nessuna indigenza, povertà, fatica, tribolazione o ignominia e disprezzo del mondo, anzi, al contrario, li ritenevamo grandi delizie sull’esempio dei santi e dei suoi fratelli, avendoci esaminato frequentemente, molto se ne rallegrò nel Signore’: in loro egli vedeva compiersi nuovamente il mistero pasquale di Gesù Cristo, che solo poteva rendere dolce all’animo e al corpo ciò che era amaro e molesto.
Questo era accaduto quando il Signore lo aveva condotto tra i lebbrosi ed egli aveva fatto con loro misericordia; questo era ciò che desiderava accadesse anche in queste sue figlie poverelle, perché è il cuore pulsante e vitale del vangelo: Gesù Cristo non ha ritenuto un tesoro geloso la sua natura divina, ma proprio perché ha assunto la condizione umana fino a prendere la forma del servo, è stato esaltato dal Padre che gli ha dato un Nome eterno.
Audite: un incipit dal sapore giullaresco, oltre che biblico. Non potendo visitare personalmente le sorelle, egli non invia loro uno scritto, ma manda alcuni fratelli perché cantino loro queste sue parole di esortazione. Allora ecco l’invito solenne: Audite, ascoltate. L’uomo biblico nasce nell’ascolto amoroso di una Parola che lo crea e ricrea: ‘Ascolta, Israele’; e Gesù stesso parlerà del cuore umano come di un terreno che prenderà forma diversa a seconda del tipo di ascolto e accoglienza che darà alla parola seminata: ‘Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare’.
Francesco aveva invitato i suoi fratelli al guardarsi dall’essere ‘la terra lungo la strada, o terra sassosa o invasa dalle spine’, ed ad impegnarsi ad inclinare l’orecchio del cuore per obbedire alla voce del Figlio di Dio, per conservare le sue parole, la sua vita, il suo insegnamento e il suo santo Vangelo: da uomo biblico qual era, sapeva che l’obbedire non è meramente conseguenza cronologica dell’ascoltare, ma sua profonda verità.
Le poverelle sono vocate ed adunate, forme verbali passive, a dire che è opera di un Altro, che chiama, appunto, e raduna de multe parte et provincie in unità. Non solo luoghi fisici, ma pure esistenziali. E’ il mistero della Chiesa, che è ‘multiformemente’ una perché scaturisce dalla sovrabbondanza della Somma Trinità e Santa Unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Se san Damiano è chiesa in rovina che custodisce l’immagine crocifissa del Figlio di Dio, ecco che la comunità di sorelle che vi risiede è adunata per riflettere al mondo, proprio nella povertà del suo insieme e in quella di ciascun membro, l’umiltà sublime di Dio che ama nascondersi in poca apparenza di pane e nel campo del mondo e dei cuori umani.
Così nel mistero del nascondimento di Dio, che si rivela velandosi nella carne del Verbo, si comprendono le parole: Non guardate a la vita de fore ka quella dello spirito è migliore. Sembrano riecheggiare le parole di Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi: ‘Per questo non ci scoraggiamo, ma, se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti, il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne. Le sorelle, se sapranno usare con discrezione delle elemosine di cui vivono insieme al loro lavoro manuale, se sapranno portare e sopportare le proprie e altrui malattie e tribolazioni, venderanno a Dio ‘cara questa fatiga, ka cascuna serà regina en celo coronata cum la Vergene Maria’.
All’inizio della sua conversione, un mattino d’inverno, in risposta al fratello carnale che lo scherniva vedendolo mendico e al freddo della strada, il santo aveva risposto, inondato dalla gioia dei salvati: ‘Venderò questo sudore, e molto caro, al mio Signore’. La ricompensa dei poveri evangelici, che attendono dall’alto la consolazione per le tribolazioni sopportate nella pace del Risorto. Tema che troviamo magnificamente cantato nel Cantico di frate Sole: ‘Laudato sì, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore e sostengo infirmitate e tribulazione. Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati’. San Francesco guardava le poverelle e, secondo la logica capovolta del Vangelo, già le vedeva regine. Così accadrà alla pianticella Chiara, che prossima al suo transito sarà visitata da uno stuolo di vergini e dalla Madre poverella, che abbracciandola la rivestirà di sé, preparandola all’incontro con lo Sposo”.
(Tratto da Aci Stampa)
Con suor Chiara Grazia Centolanza alla scoperta di Audite poverelle
“Audite, poverelle dal Signore vocate, ke de multe parte et provincie sete adunate: vivate sempre en veritate ke en obedientia moriate. Non guardate a la vita de fore, ka quella dello spirito è migliore. Io ve prego per grand’amore k’aiate discrecione de le lemosene ke ve dà el Segnore. Quelle ke sunt adgravate de infirmitate et l’altre ke per loro suò adfatigate, tutte quante lo sostengate en pace Ka multo venderi(te) cara questa fatiga, ka cascuna serà regina en celo coronata cum la Vergene Maria”: lo scorso anno è ricorso l’ottavo centenario delle ‘Parole con melodia’ che san Francesco scrisse per santa Chiara e le sue sorelle conosciuto come ‘Audite poverelle’, rinvenuto nel 1976 tra i codici conservati dalle Clarisse di Novaglie, in provincia di Verona.
A 50 anni dalla scoperta da suor Chiara Grazia Centolanza, sorella povera di santa Chiara del monastero ‘Santissima Trinità’ di Gubbio, ci facciamo raccontare l’importanza di questo testo francescano: “Degli Scritti del padre san Francesco tre sono redatti in volgare umbro, la ‘Preghiera davanti al Crocifisso’ risalente al tempo della conversione, il ‘Cantico di frate Sole’ ed ‘Audite, poverelle’. Quest’ultima, conosciuta anche come ‘Parole con melodia per le Signore Povere del monastero di San Damiano’, è, come il più famoso ‘Cantico di frate Sole’, una prosa ritmica liberamente assonanzata, un’esortazione in forma di laude. Di entrambe le laude Francesco compose non solo il testo ma anche la melodia, che purtroppo non è stata annotata ed è quindi andata perduta.
Oltre alla lingua questi tre scritti hanno in comune il luogo di composizione, la chiesetta di san Damiano, ubicata poco fuori le mura di Assisi, e le sue adiacenze, luogo familiare e, potremmo dire, originario nell’esperienza spirituale di Francesco. Dopo l’incontro con i lebbrosi, che aveva segnato la svolta decisiva e quel rovesciamento di mentalità per cui egli aveva cominciato ‘progressivamente a non fare più alcun conto di se stesso’ muovendo i primi passi alla sequela del Cristo incominciando a fare penitenza, lì aveva ricevuto la missione di riparare la Chiesa in rovina: ‘Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va’ dunque e restaurala per me’.
Era trascorso un tempo di nascondimento dall’ira paterna finché, ormai rafforzato nella lotta, davanti al Vescovo si era spogliato delle vesti restituendole al padre insieme al denaro: ‘Finora ho chiamato Pietro di Bernardone padre mio. Ma dal momento che ho fatto proposito di servire Dio, gli rendo il denaro per il quale era irritato e tutti i vestiti avuti dalla sua sostanza, e d’ora in poi voglio dire: Padre nostro che sei nei cieli, non padre Pietro di Bernardone’.
Era così ritornato a san Damiano iniziandone il restauro, secondo quell’ascolto obbedienziale che lo caratterizzerà per tutto l’arco della sua vita. Mendicava per le vie di Assisi: ‘Chi mi darà una pietra, avrà una ricompensa; chi me ne darà due, due ricompense; chi tre, altrettante ricompense!’ Tema quello della ricompensa, che ritornerà frequentemente nella sua esperienza e ritroveremo esplicito nell’Audite, poverelle.
Infine, dopo un periodo vissuto nella solitudine e nell’incomprensione dei suoi concittadini, era arrivato Bernardo di Quintavalle, ‘Minorum Ordinis prima plantula’ seguito poi dai primi fratelli. Dopo alcuni anni, tra il 1211 e il 1212, Chiara, giovane donna appartenente alla nobiltà di Assisi, aveva lasciato tutto, suscitando non poco scandalo e scalpore, affascinata e conquistata da quel Gesù che Francesco le annunciava con la vita e la parola: ‘Sempre le predicava che se convertisse ad Iesu Cristo’, racconta l’amica Bona di Guelfuccio al Processo di canonizzazione. Chiara stessa nel suo Testamento ricorderà con stupore e riconoscenza come l’altissimo Padre celeste si era degnato, poco dopo la conversione del beatissimo padre Francesco, di illuminare il suo cuore perché per il suo esempio e insegnamento facesse penitenza, divenendone ‘plantula’.
E dietro a lei altre giovani erano corse per abbracciare la forma della povertà e dell’umiltà di nostro Signore e della sua Madre poverella. Dopo essere state per poco tempo in altro luogo, Francesco le portò proprio a San Damiano, secondo una profezia di cui ci narrano le biografie del santo e Chiara stessa: ‘Quando lo stesso santo, infatti, che non aveva ancora né fratelli né compagni, quasi subito dopo la sua conversione, stava edificando la chiesa di san Damiano, totalmente visitato dalla consolazione divina, fu spinto fortemente ad abbandonare del tutto il mondo, per la grande letizia e per l’illuminazione dello Spirito Santo profetò a nostro riguardo quello che poi il Signore adempì.
chiesaSalendo infatti in quel tempo sul muro di tale chiesa, a certi poveri che si trovavano lì appresso diceva a voce spiegata e in lingua francese: ‘Venite ed aiutatemi nell’opera del monastero di San Damiano, perché qui tra poco ci saranno delle signore e dalla cui esistenza degna di fama e dal cui santo tenore di vita sarà glorificato il Padre nostro celeste in tutta la sua santa Chiesa’.
Non si trattava più di restaurare una chiesa di mattoni, ma di edificare un tempio di pietre vive. Chiara e le sue sorelle, con la loro vita di santa unità e altissima povertà dedicata a Dio solo, custodirono questo luogo (ed il Crocifisso che aveva parlato al serafico padre) e ciò che esso significava per Francesco e per la prima fraternità nata da lui e con lui. In loro essi potevano vedere specchiata la forma di Maria, che Francesco cantava palazzo, tabernacolo e casa della Trinità ed ad immagine della quale ogni fratello e ogni sorella erano chiamati a costruire un’abitazione e una dimora permanente al Signore Dio onnipotente.
Alla comunità di sorelle riunite in San Damiano egli indirizzò diversi scritti. Ne possediamo tre: la Forma vivendi, agli inizi dell’avventura clariana, l’Ultima voluntas, la cui stesura risale agli ultimi tempi della vita di Francesco, e l’Audite, poverelle, che si può ritenere come il suo testamento alle poverelle. Quest’ultimo è quindi una consegna, l’eredità che un padre lascia alle sue figlie. Possiamo immaginare che al compiersi dell’esistenza tutto si essenzializzi intorno a ciò che solo conta e che si vuol trasmettere come prezioso e fondamentale”.
(Tratto da Aci Stampa)
Sinodo: la sfida pastorale della poligamia e l’ascolto del grido dei poveri e della terra
Nei giorni scorsi la Segreteria Generale del Sinodo ha pubblicato il Rapporto finale del Gruppo di Studio n.2 su ‘Ascoltare il grido dei poveri e della terra’ e quello della Commissione SCEAM (Simposio delle Conferenze Episcopali d’Africa e Madagascar) su ‘La sfida pastorale della poligamia’.
Il Rapporto finale del Gruppo di Studio 2 si sviluppa in più sezioni: preceduto da una riflessione del Cardinale Michael Czerny, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il Rapporto intende rispondere alle cinque domande fondamentali affidate al Gruppo sul come la Chiesa possa ascoltare meglio il grido dei poveri e della terra.
Il documento prende le mosse dalla convinzione teologica che ascoltare i poveri e la terra non sia un’opzione pastorale, ma un atto di fede costitutivo della missione ecclesiale, radicato nel duplice comandamento dell’amore e nell’esempio del Buon Samaritano.
Come ha ricordato il card. Czerny nella sua prefazione, il termine ‘ascolto’ designa un processo integrale che comprende l’incontro, la comprensione del problema, l’azione, la valutazione e il sostegno spirituale, e che riguarda ogni cristiano, anche chi si sente povero. La domanda guida dell’intero lavoro del Gruppo diventa pertanto: come può la Chiesa ascoltare meglio questi due gridi interconnessi, consapevole che rispondere al grido dei poveri significa anche rispondere al grido della terra, e viceversa?
Successivamente, dopo aver delineato le modalità di lavoro, i limiti riscontrati e le lezioni apprese, il Rapporto individua gli strumenti già disponibili nella Chiesa (parrocchie, comunità di base, movimenti, organismi Caritas, reti ecumeniche e internazionali) e ne valorizza la ricchezza, invitando al contempo a superare la tentazione di una delega illegittima verso strutture specializzate, richiamando ogni battezzato alla corresponsabilità.
Tra le proposte concrete figura la creazione di un ‘Osservatorio Ecclesiale sulla Disabilità’, suggerito da un sottogruppo composto in maggioranza da persone con disabilità, quale modello replicabile a scala locale e regionale per dare voce a tutti i gruppi marginalizzati. Sul piano teologico, il Rapporto richiama la necessità di una teologia che nasca dall’ascolto dei poveri e della terra come luoghi teologici autentici (loci theologici), e chiede che teologi provenienti dalle comunità più fragili siano coinvolti attivamente nell’elaborazione dei documenti magisteriali.
Forte attenzione è riservata alla formazione: i programmi formativi per laici, religiosi e seminaristi devono integrare l’incontro diretto con le periferie esistenziali, la competenza all’ascolto come disciplina spirituale (non solo come tecnica) e l’analisi sociale. Il documento si conclude con una visione di Chiesa sinodale capace di diventare essa stessa strumento di ascolto, non limitandosi ad avere strutture per ascoltare, ma trasformando ogni suo membro in presenza missionaria accanto ai più vulnerabili.
I messaggi chiave sono stati che il ministero sociale non può essere delegato — tutti i cristiani hanno la responsabilità di ascoltare e rispondere — e che la comunicazione bidirezionale tra parrocchie, ministeri, vescovi e organismi è essenziale per la missione condivisa. L’Appendice C sottolinea che rispondere ai gridi dei poveri e della terra è parte integrante della missione dell’intera comunità cristiana, e non solo di quella degli specialisti.
Le 20 raccomandazioni del Rapporto riguardanti il cruciale ambito della formazione includono: privilegiare gli incontri diretti con le persone impoverite e vulnerabili, garantendo che si ascoltino voci diverse, quali quelle di donne, bambini, comunità indigene e del creato stesso; riconoscere le persone impoverite come soggetti attivi dell’evangelizzazione, e non semplici destinatari di servizi; insegnare l’ascolto come parte integrante della Dottrina Sociale della Chiesa, dell’advocacy e del discernimento spirituale; integrare le preoccupazioni ecologiche e sociali; garantire l’accesso alla formazione per coloro che vivono ai margini, in particolare i Popoli Originari, le donne e le persone con disabilità; fornire risorse per l’ascolto, la competenza interculturale, l’analisi di genere e culturale, e la capacità di risposta al grido della terra.
Mentre il Simposio delle Conferenze Episcopali dell’Africa e del Madagascar (SCEAM) ha elaborato una riflessione organica sulla sfida pastorale della poligamia, radicata nel contesto culturale, antropologico e teologico del continente africano. Il Rapporto prende avvio dal riconoscimento del valore sacro della famiglia africana, fondata sull’alleanza tra i gruppi umani, con gli antenati e con Dio, in cui il figlio è considerato benedizione divina e il desiderio di numerosa discendenza parte integrante dell’identità comunitaria.
E’ in questo orizzonte che si colloca storicamente l’esistenza della poligamia, fenomeno non esclusivo dell’Africa ma ivi particolarmente radicato e pastoralmente urgente. L’’analisi biblica ne ha rivelato l’ambivalenza: tollerata nell’Antico Testamento, essa è progressivamente superata dalla rivelazione neotestamentaria, nella quale Gesù (richiamandosi al disegno originario del Creatore) afferma con chiarezza l’unità e l’indissolubilità del matrimonio.
Il documento ribadisce con fermezza la dottrina della Chiesa: il matrimonio cristiano è monogamico per natura teologica e non per imposizione culturale. Sul piano pastorale, il SCEAM esclude ogni forma di riconoscimento della poligamia e raccomanda che i catecumeni poligami non siano ammessi al battesimo prima di aver liberamente abbracciato l’impegno verso il matrimonio monogamico.
Non si tratta di esclusione o stigmatizzazione, bensì di un accompagnamento paziente e rispettoso, ispirato alla misericordia di Cristo. La dignità della donna è posta al centro di questa pastorale, con Maria, Madre di Gesù, offerta come modello di un’evangelizzazione incarnata nella cultura. La conclusione apre verso una ‘pastorale di prossimità’ capace di aprire le porte della Chiesa a quanti vivono nelle periferie spirituali ed esistenziali, riconoscendo in ogni persona un figlio di Dio chiamato all’amore fedele e all’Alleanza.
Entrambi i Rapporti, nelle loro diversità tematiche, testimoniano il cammino sinodale della Chiesa: una Chiesa che ascolta, che discerne, che accompagna e che, radicata nel Vangelo, non cessa di farsi prossima a ogni uomo e donna rispondendo alle sfide del nostro tempo.
Quaresima alla luce della Parola di Dio
“La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno. Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera”: così inizia il messaggio quaresimale sulla Parola di Dio, intitolata ‘Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione’ con l’invito ad un maggior ascolto per intraprendere un cammino verso la Pasqua.
A pochi giorni dalla Pasqua con p. Fabio Nardelli, docente di Ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma, ed all’Istituto Teologico di Assisi, riflettiamo sul rapporto che intercorre tra l’ascolto e il digiuno: “Il tempo quaresimale è un kairos, un tempo propizio e favorevole per dare primato all’essenziale. E’ un’occasione per ‘ritornare al Signore’ e prestare orecchio alla voce del Signore per rinnovare la ‘ferma decisione’ di seguire Cristo verso Gerusalemme. Ascoltare e digiunare sono due movimenti del cuore, che sono interconnessi: è necessario ‘digiunare’ e purificare il nostro cuore da tante voci per “ascoltare” la voce del Maestro; e quando si ascolta, il digiuno è una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio”.
Vivere la Quaresima può divenire un ‘tempo di conversione’?
“Grazie all’itinerario quaresimale e accompagnati dalla liturgia della Parola di queste domeniche, si può riscoprire il gusto del vivere la ‘conversione’ come stato permanente dell’esistenza cristiana. La conversione, infatti, indica un movimento di ‘ritorn’”, di trasformazione e di rinnovamento; per questo il battezzato è chiamato a vivere costantemente in esodo, in uscita da se stesso per cercare propriamente la verità del Vangelo”.
Per quale motivo il Papa insiste sulla dimensione comunitaria della Parola di Dio?
“La Scrittura testimonia che il popolo si radunò per ascoltare il libro della Legge (cfr. Ne 8) e che la comunità era perseverante nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli (cfr. At 2,42). Il luogo per eccellenza in cui risuona e si attua la Parola di Dio è nella vita della Chiesa (cfr. DV 5); ed è proprio per questo motivo che ‘apa Leone XIV insiste sulla necessità di ascoltare e condividere ‘comunitariamente’ la Parola di Dio”.
Tale messaggio quaresimale si potrebbe collegare con le catechesi, che il papa svolge nelle udienze del mercoledì sul Concilio Vaticano II, che è stato un ‘evento’ che ha influenzato ed, in un certo senso, ha impresso un ‘carattere’, nella vita della Chiesa. L’assemblea conciliare è la Chiesa che si riunisce e si interroga per scrutare con sguardo illuminato dalla fede i ‘segni dei tempi’ ed entrare in ‘dialogo con il mondo’: per quale motivo papa Leone XIV ha iniziato un nuovo ciclo di catechesi partendo proprio dalla Costituzione dogmatica ‘Dei Verbum’?
“Il 7 gennaio scorso papa Leone XIV, al termine dell’anno giubilare, ha dato avvio a un nuovo ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II, soprattutto al fine di ‘rileggere’ i documenti conciliari, per riscoprirne la bellezza, la profezia e l’attualità e riflettere, quindi, sul tempo presente e ‘correre’ per ‘portare’ la gioia del Vangelo al mondo contemporaneo. L’assise conciliare è stata realmente una ‘bussola’ e, pertanto, ascoltando e meditando la preziosità di questi documenti si risveglia la fede e, soprattutto, il desiderio dell’annuncio. La Costituzione ‘Dei Verbum’è un documento centrale nella riflessione del Concilio Vaticano II, in quanto rilancia la relazione dell’uomo con Dio come un’amicizia, riscoprendo il valore e la costante attualità della Parola di Dio”.
Cosa significa essere ‘attenti interpreti dei segni dei tempi’?
“La dimensione dialogica è centrale nella riflessione teologica, soprattutto in rapporto al mondo contemporaneo. L’essere ‘immersi’ nel mondo è nel DNA del cristiano che, in forza del dono ricevuto, è ‘presenza’ di Cristo nel mondo. La categoria dei ‘segni dei tempi’ è stata centrale nel dibattito conciliare e rimane, tuttora, un aspetto ineludibile nella vita della Chiesa: il battezzato, inserito nel mondo, è chiamato continuamente a mettersi in ascolto del contesto e a interpretare secondo la logica evangelica le trasformazioni di questo tempo, per accogliere una visione dell’essere umano illuminata dal mistero di Cristo”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: la Trasfigurazione non è fuga dalla realtà
“Carissimi fratelli e sorelle, sono lieto di essere tra voi e di poter ascoltare, insieme con voi, la Parola di Dio con tutta la vostra comunità parrocchiale. Questa domenica ci pone di fronte al viaggio di Abramo ed all’evento della Trasfigurazione di Gesù. Con Abramo ognuno di noi può riconoscersi in viaggio. La vita è un viaggio che chiede fiducia, chiede affidamento alla Parola di Dio che ci chiama e che ci domanda talvolta di lasciare tutto”: nel pomeriggio di oggi papa Leone XIV ha visitato la parrocchia dell’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo, nella periferia est di Roma, un territorio attraversato da tante fragilità e piagato dalla criminalità.
Di fronte a tali avvenimenti c’è la tentazione della fuga dal mondo: “Allora si può essere tentati di fuggire la precarietà come vertigine che sconvolge, mentre è proprio dal suo interno che si può apprezzare una promessa di grandezza inattesa. Accade ogni giorno, perché il mondo ragiona così, che prendiamo le misure di ogni cosa, ci affanniamo ad avere tutto sotto controllo. Ma in questo modo perdiamo l’occasione di scoprire il vero tesoro, la perla preziosa, come ci insegna il Vangelo, che a sorpresa Dio ha nascosto nel nostro campo”.
La chiamata di Abramo è un viaggio verso un nuovo orizzonte con la richiesta di abbandonare la sicurezza: “Il viaggio di Abramo comincia con una perdita: la terra e la casa che custodiscono le memorie del suo passato. Si compirà, però, in una nuova terra e in una immensa discendenza, in cui tutto diventa benedizione. Anche noi, se dalla fede ci lasciamo chiamare al cammino, a rischiare nuove decisioni di vita e di amore, smetteremo di temere di perdere qualcosa, perché sentiremo di crescere in una ricchezza che nessuno può rubare”.
La stessa richiesta è fatta agli apostoli: “Accadde anche ai discepoli di Gesù di misurarsi con un viaggio, quello che li avrebbe portati a Gerusalemme. Là, nella Città santa, il Maestro avrebbe compiuto la sua missione, donando la vita sulla croce e diventando per tutti e per sempre benedizione. Sappiamo quanta resistenza fecero Pietro e tutti gli altri a seguirlo”.
Il cammino deve essere effettuato attraverso un affidamento: “Ma dovevano capire che si può essere benedizione solo superando l’istinto di difendere sé stessi e accogliendo quanto Gesù affida al gesto eucaristico: la volontà di offrire il proprio corpo come pane da mangiare, di vivere e morire per dare vita. Ecco la domenica, cari fratelli e sorelle: è la sosta nel cammino che ci raduna attorno a Gesù. Gesù ci incoraggia, per non fermarci e per non cambiare direzione. Non c’è promessa più grande, non c’è tesoro più prezioso che vivere per dare la vita!”
Un affidamento per comprendere che Dio è altro dalla propria immaginazione: “Poco prima del giorno della Trasfigurazione, Gesù aveva confidato ai suoi discepoli quale sarebbe stato il punto di arrivo del viaggio che stavano facendo, e cioè la sua passione, morte e risurrezione. Ricorderete l’opposizione di Pietro e la reazione di Gesù che gli dice: ‘Tu mi sei di scandalo perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini’. Ed ecco che, sei giorni dopo, Gesù chiede a Pietro, Giacomo e Giovanni di accompagnarlo sulla montagna. Hanno ancora negli orecchi quelle parole difficili da sentire; hanno ancora in mente l’immagine per loro inaccettabile del Messia condannato a morte”.
Il Vangelo odierno è un invito ad ascoltare Gesù: “E io, carissimi, in mezzo a voi, voglio farmi eco di quell’appello e dirvi: Vi prego, sorelle e fratelli, ascoltiamolo! Lui viaggia con noi, ancora oggi, per insegnarci in questa città la logica dell’amore incondizionato, dell’abbandono di ogni difesa che diventa offesa. Ascoltiamolo, entriamo nella sua luce per diventare luce del mondo, a cominciare dal quartiere che abitiamo. Tutta la vita della parrocchia e dei suoi gruppi esiste per questo: è un servizio alla luce, un servizio alla gioia”.
Questa è la missione: “Dopo la Trasfigurazione sul monte, il viaggio di Gesù non si ferma. Ed anche la Chiesa, anche la vostra parrocchia riceve da questo Vangelo una missione. A fronte dei numerosi e complessi problemi di questo territorio, che incombono sui giorni del vostro abitare qui, a voi è affidata la pedagogia dello sguardo di fede, che trasfigura di speranza ogni cosa, mettendo in circolo passione, condivisione, creatività come cura delle tante ferite di questo quartiere”.
E chi annuncia il Vangelo è segno di speranza: “Cari fratelli e sorelle, voi siete segno di speranza. La luce della Trasfigurazione è già presente in questa comunità, perché qui opera il Signore e perché in tanti credete nella sua dolce potenza che tutto trasforma. Quando ci accorgiamo che tante cose attorno a noi non vanno, a volte viene da chiedersi: ma avrà un senso quello che stiamo facendo?”
Testimoniare il Vangelo davanti le difficoltà vuol dire sconfiggere la tentazione della demotivazione: “Si insinua la tentazione dello scoraggiamento, con la perdita di motivazioni e di slancio. Invece è proprio di fronte al mistero del male che dobbiamo testimoniare la nostra identità di cristiani, di persone che vogliono rendere percepibile il Regno di Dio nei luoghi e nei tempi in cui vivono. E’ il mio augurio per tutti voi, per questa comunità parrocchiale e per i tanti fratelli e le tante sorelle che ancora non hanno riconosciuto in Gesù la vera luce e la vera gioia”.
Mentre al termine della recita dell’Angelus il papa ha pregato per la pace, soprattutto in Asia: “Seguo con profonda preoccupazione quanto sta accadendo in Medio Oriente e in Iran, in queste ore drammatiche. La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile”.
Davanti alla guerra il papa ha invitato alla responsabilità della pace: “Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile! Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace.
In questi giorni arrivano, inoltre, notizie preoccupanti di scontri tra Pakistan e Afghanistan. Elevo la mia supplica per un ritorno urgente al dialogo. Preghiamo insieme, affinché prevalga la concordia in tutti i conflitti nel mondo. Solo la pace, dono di Dio, può sanare le ferite tra i popoli”.
(Foto: Santa Sede)
Seconda domenica di Quaresima: ‘Questi è mio Figlio, l’amato; ascoltatelo’
E’ iniziata la Quaresima. Tempo forte, che conduce alla Pasqua di risurrezione; non è un itinerario da scoprire, è un cammino da percorrere, passo dopo passo, perché l’uomo è oggetto dell’azione misericordiosa di Dio Padre. Aiutati dalla Parola di Dio, non bastano solo i quaranta giorni che vanno dal ‘mercoledì della ceneri al giovedì santo’, ma sono necessari il Pentimento dei peccati e il servizio: una vita nuova caratterizzata dall’amore verso Dio e verso i fratelli; è necessario riscoprire il nostro Battesimo, che ci ha costituiti figli di Dio, e vivere da veri figli di Dio.
Dopo avere vinto le tentazioni di Satana, siamo chiamati oggi a salire sul monte Tabor (il monte della Trasfigurazione di Gesù) per arrivare al pozzo di Sicar, alla grazia che proviene solo da Cristo Gesù e dissetarci all’acqua che zampilla per la vita eterna. La salvezza non è una idea, una illusione, è invece la storia dell’amore misericordioso di Dio, che inizia con Abramo, l’uomo della Fede, che credette ed iniziò il suo cammino verso la Terra promessa: ‘Vattene dalla tua terra, disse Dio, dalla tua parentela, dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti darò; farò di te una grande nazione’; Abramo partì ed oggi è il padre delle tre grandi religioni monoteistiche: cristiana, ebraica, musulmana.
Come Abramo l’uomo di ieri e di oggi è invitato ad iniziare il proprio cammino. L’episodio della Trasfigurazione di Gesù è la dimostrazione che Egli è il vero Messia atteso, il Messia glorioso che l’umanità aspettava, desiderava; ma il cammino verso la gloria passa attraverso la Croce: dal monte Tabor al monte Calvario dove Gesù si offre come vittima per la salvezza dell’umanità, ma, vero Dio, risuscita il terzo giorno. La gloria della Trasfigurazione (del Tabor) è confermata nell’episodio biblico dalla presenza, accanto a Gesù, di Mosè ed Elia; il Padre celeste interviene per rassicurare gli apostoli: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato; ascoltatelo!’
Gesù è infatti l’unica vera e completa rivelazione di Dio a noi. La Trasfigurazione evidenzia la visione del cielo, della gloria, in contrapposizione alla tragedia che si svolgerà a Gerusalemme: la crocifissione, sono due momenti dell’imprevedibile disegno dell’amore divino: ‘ad astra per aspera’, al cielo attraverso il viaggio del Calvario. Sul monte Gesù aveva voluto i tre apostoli. Pietro, Giacomo e Giovanni come veri testimoni sia della gloria della Trasfigurazione come della tragedia del Calvario. Gesù ci ricorda: chi vuole essere mio discepolo prenda la croce e mi segua; hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi.
La luce che sfolgora il volto di Cristo (che brillò come il sole e le vesti divennero candide come la neve), e la nube che avvolse Cristo e gli apostoli sono segni del cielo, segni della presenza del divino; proprio da questa luce viene fuori la voce del Padre: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato; in Lui ho posto il mio compiacimento: ascoltatelo!’
Ascoltare Gesù anche quando i suoi annunci appaiono troppo forti; è la condizione essenziale per la salvezza; questa è la risultante di due componenti: una divina, l’altra umana: Cristo Gesù dà la sua vita per noi; è l’agnello che toglie i peccati del mondo; è la vittima che si offre al padre per la salvezza dell’uomo.
A questa deve fare seguito la componente umana: il nostro ‘sì’, responsabile e fermo a Dio, un ‘sì’ od ‘eccomi’ non astratto e labiale ma che si concretizza nell’amare Dio e il prossimo in nome di Dio; prendere la croce e seguire Cristo, l’amato dal Padre. Non esiste, caro amico, un ‘Vangelo comodo’, fatto a misura delle nostre velleità, un vangelo dove Dio compie quello che all’uomo piace. L’apostolo Pietro voleva scegliere la gloria della trasfigurazione senza passare dal Calvario.
‘E’ bello per noi, Signore, stare qui, facciamo tre tende’, ma il Padre interviene: ‘Questi è mio Figlio, ascoltatelo!’ e Gesù esorta i suoi discepoli: non parlate a nessuno di questa visione prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti. Noi oggi, come Abramo, dobbiamo uscire dalla terra dei nostri sogni, dei nostri egoismi per incamminarci verso la terra che Dio ci mostra per mezzo di Gesù. Il Maestro divino ci chiama ad attuare la nostra vocazione attraverso la croce e l’amore; da questo il Padre ci riconoscerà come suoi figli.
Attuare concretamente la nostra vocazione, conforme ai talenti e ai carismi ricevuti con il Battesimo perché si realizzi il Regno di Dio nel mondo; come gli apostoli che lasciarono tutto, lo seguirono e furono chiamati a regnare sulle dodici tribù di Israele. E’ difficile? Umanamente sì, ma nella Chiesa Gesù stesso ci offre i mezzi per riuscire: l’Eucaristia e i sacramenti ed inoltre Maria, sua madre, come madre nostra. ‘Siete stanchi, affaticati, oppressi, prendete e mangiate: questo è il mio corpo’, ecco il dono dell’Eucaristia che ci porta la domenica a messa.
Morente in croce, Gesù dice a Maria: donna, ecco tuo figlio, Giovanni e con lui quanti crederanno in me e ti invocheranno ‘rivolgi a noi, Madre, i tuoi occhi misericordiosi’. Amici, con gioia e fede profonda iniziamo il nostro cammino quaresimale con la riscoperta del nostro Battesimo, il pentimento sincero dei nostri peccati, una vita di amore verso Dio e i fratelli. Allora e solo allora sarà Pasqua di risurrezione.
Papa Leone XIV: Quaresima tempo di conversione attraverso l’ascolto ed il digiuno
“La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno. Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito”: nel messaggio per il tempo di preparazione alla Pasqua di quest’anno, ‘Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione’, papa Leone XIV ha chiesto forme di ‘astensione concreta’ come ‘disarmare il linguaggio’ e coltivare la gentilezza, ma anche di ascoltare la Parola di Dio e il grido degli ultimi, e di farlo insieme, nelle nostre comunità, aperte all’accoglienza di chi soffre .
Nel messaggio quaresimale il papa ha invitato ad ascoltare la Parola di Dio: “Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera. Per questo, l’itinerario quaresimale diventa un’occasione propizia per prestare l’orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione”.
Una sottolineatura importante, perché l’ascolto è relazione: “Quest’anno vorrei richiamare l’attenzione, in primo luogo, sull’importanza di dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro”.
Per questo anche Dio si è messo in ascolto: “Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente, mostra che l’ascolto è un tratto distintivo del suo essere: ‘Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido’. L’ascolto del grido dell’oppresso è l’inizio di una storia di liberazione, nella quale il Signore coinvolge anche Mosè, inviandolo ad aprire una via di salvezza ai suoi figli ridotti in schiavitù”.
Dio ascolta perché è coinvolgente: “E’ un Dio coinvolgente, che oggi raggiunge anche noi coi pensieri che fanno vibrare il suo cuore. Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta”.
Però l’ascolto ha bisogno dell’azione del digiuno: “Se la Quaresima è tempo di ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo ‘fame’ e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a discernere e ordinare gli ‘appetiti’, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo”.
Quindi il digiuno è un orientamento al bene, come affermava sant’Agostino: “Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.
Tuttavia, affinché il digiuno conservi la sua verità evangelica e rifugga dalla tentazione di inorgoglire il cuore, deve essere sempre vissuto nella fede e nell’umiltà. Esso domanda di restare radicato nella comunione con il Signore, perché ‘non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio’… Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo”.
Ed ecco una prima indicazione concreta: “Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace”.
Mentre la seconda indicazione consiste in un cammino insieme: “Infine, la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno. Anche la Scrittura sottolinea questo aspetto in molti modi. Ad esempio, quando narra, nel libro di Neemia, che il popolo si radunò per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge e, praticando il digiuno, si dispose alla confessione di fede e all’adorazione, in modo da rinnovare l’alleanza con Dio”.
Da qui deriva la conversione, che è uno stile di vita comunitario: “Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale”.
Una conversione che è frutto di relazioni: “In questo orizzonte, la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia nell’umanità assetata di giustizia e riconciliazione”.
Relazione con Dio e con gli altri per la ‘civiltà dell’amore: “Carissimi, chiediamo la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi. Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore”.




























