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Il beato Gabriele Maria Allegra e la ‘Bibbia di Natale’ in cinese

In questo anno, ottavo centenario del Transito di san Francesco, lunedì 26 gennaio è ricorso il 50^ anniversario della morte del beato Gabriele Maria Allegra (1907-1976), frate minore e missionario in Cina; per l’occasione il ministro generale dell’Ordine dei frati minori, fra Massimo Fusarelli, ha scritto una lettera per ricordare l’apostolo della Parola di Dio in una cultura millenaria, intitolata ‘Spegnere per ascoltare. Dal silenzio alla Parola nell’era digitale’:

“Questa felice coincidenza mi dà l’occasione di ricordarne con gratitudine la persona e l’opera. La sua vita è una testimonianza profetica che illumina la sfida dell’ascolto biblico nell’era digitale. Non solo ricordiamo ciò che ha fatto (la traduzione integrale della Bibbia in cinese dopo 26 anni di lavoro intenso), ma vogliamo metterci in ascolto del suo metodo e del suo spirito, che continuano a parlare con forza particolare”.

Primogenito di 8 figli, ad 11 anni entrò tra i frati minori nel convento di san Biagio di Acireale, in Sicilia. Completati gli studi, si recò a Roma venendo ordinato sacerdote il 20 luglio 1930, per prepararsi alla vita missionaria in Cina, dove arrivò nel 1931 all’età di 24 anni. Qui tradusse la Bibbia in cinese con l’aiuto di mons. Raffaelangelo Palazzi. E’ stato beatificato nel 2012.

Dal 1939 al 1944 lavorò alacremente alla traduzione dell’Antico Testamento in lingua cinese. Fondò a Pechino, nel 1945, uno studio biblico, annesso alla locale Università cattolica, che poi fu costretto a chiudere nel 1948 con l’avanzata dell’esercito di Mao.

Si trasferì allora definitivamente ad Hong Kong nel 1950, dove continuò la traduzione delle parti restanti dell’Antico Testamento e iniziò la traduzione del Nuovo Testamento. La traduzione dell’intera Bibbia fu ultimata con l’aiuto di diversi collaboratori nel 1961. Pubblicò in lingua cinese anche la traduzione dei più noti documenti pontifici di papa Leone XIII e papa san Paolo VI. Morì ad Hong Kong il 26 gennaio 1976 a causa di un aggravamento delle condizioni di salute generale.

Con anticipo sui ‘tempi conciliari’ il beato Allegra ha annunciato sempre ed in ogni luogo la Parola di Dio, si legge nella lettera del ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori: “E’ questo incontro che il beato Allegra ha promosso senza mai stancarsi, per avvicinare la Parola di Dio a quel popolo con il quale aveva scelto di vivere e con i mezzi di cui disponeva”.

Il suo amore per il popolo cinese e per la Parola di Dio lo porta a tradurre in cinese la Bibbia: “Nel 1930, appena ordinato sacerdote, Fra Gabriele Maria parte per la Cina con un sogno impossibile: tradurre l’intera Bibbia in cinese. Gli dicono che è folle; la lingua cinese non ha alfabeto ma ideogrammi, è ‘impossibile’ tradurre le Scritture. Impara il cinese in quattro mesi. Ma capisce subito che non è sufficiente conoscere la lingua; bisogna anche ‘pensare come un cinese’. Così inizia un cammino di 26 anni di immersione totale nella cultura cinese, sempre con la Bibbia in una mano e la preghiera nell’altra”.

Anche la ‘profezia francescana’ è stato utilizzata dal beato Allegra per annunciare la Parola di Dio ai cinesi: “La ‘Bibbia di Natale’ (così la chiamano) continua a portare a milioni di cinesi la Parola di Dio: secondo le sue parole, questa è ‘il tesoro affidatole da Cristo’…

Il suo metodo (silenzio, immersione culturale, tempo, comunità, umiltà) non è affatto superato, ma rappresenta una chiave per l’oggi digitale. Il beato Allegra ha tradotto la Parola senza tradire né la Scrittura né la cultura cinese; anche noi siamo chiamati a far risuonare la Parola di Dio anche nel mondo digitale di oggi”.

Per conoscere meglio il beato Allegra abbiamo intervistato la prof.ssa  Raissa De Gruttola, ricercatrice all’Università Ca’ Foscari di Venezia, chiedendo il motivo per cui andò in Cina: “Il beato Gabriele Maria Allegra si recò in Cina nel 1931, in risposta a una vocazione missionaria maturata da giovane e preparata durante gli anni di formazione”.

Perché tradusse la Bibbia in cinese?

“Venuto a conoscenza della mancanza di una versione completa e ufficiale della Bibbia cattolica in lingua cinese, decise di chiedere ai superiori di recarsi in Cina come missionario e con il compito specifico di dedicarsi alla traduzione delle Scritture”.

Con quale ‘spirito’ si mise in ascolto del popolo cinese?

“Il beato Allegra si mise in ascolto del popolo cinese con uno spirito caratterizzato da rigorosa umiltà intellettuale, rispetto per la tradizione locale e disponibilità all’apprendimento, dedicandosi allo studio sistematico della lingua e dei testi classici, nonché alla comprensione delle dinamiche religiose e culturali del contesto. Tale atteggiamento lo condusse alla preparazione del progetto di traduzione della Bibbia, con la convinzione che l’accesso diretto alla Sacra Scrittura costituisse un elemento imprescindibile per lo sviluppo di una comunità cristiana matura e realmente autoctona”.

Perché diede vita ad uno ‘Studio biblico’?

“Questo progetto di traduzione integrale della Bibbia in lingua cinese era inteso non come semplice operazione linguistica, ma come atto teologico ed ecclesiologico di primaria importanza, finalizzato a donare ai cristiani di lingua cinese le Scritture nella loro lingua. L’opera di traduzione, condotta direttamente dai testi originali ebraici e greci secondo criteri filologici rigorosi, fu lunga e meticolosa. Intrapreso individualmente nel 1935 con la traduzione dell’Antico Testamento, il progetto di traduzione conobbe una svolta importante il 2 agosto 1945, data di fondazione dello Studio Biblico Francescano Cinese.

Dopo aver ultimato la traduzione dell’Antico Testamento, infatti, p. Allegra, consapevole della complessità scientifica del lavoro e della necessità di garantirne continuità e autorevolezza, nonché della difficoltà della lingua cinese, decise di formare un gruppo di esperti per lavorare alla traduzione e all’apostolato biblico in Cina. Nel 1945 fondò lo ‘Studio Biblico’ a Pechino selezionando come primi membri cinque francescani cinesi che, già esperti in lingua e letteratura cinese, avrebbero studiato le lingue bibliche ed esegesi del testo sacro.

Il gruppo si occupò della pubblicazione dell’Antico Testamento in otto volumi e poi alla traduzione e pubblicazione del Nuovo Testamento in 3 volumi. L’opera fu completa nel 1961, quando già lo Studio Biblico, concepito come centro stabile e duraturo di ricerca esegetica e traduttiva, era stato trasferito a Hong Kong (1948), dove tutt’oggi opera”.

Per quale motivo fu chiamata ‘Bibbia di Natale’?

“Per offrire ai cattolici di lingua cinese uno strumento più agile degli undici volumi pubblicati tra il 1945 e il 1961, il team dello Studio Biblico intraprese l’ulteriore progetto di lavorare a un volume unico della Bibbia. Il lungo lavoro di revisione ed adattamento delle note e delle appendici culminò nella pubblicazione della cosiddetta ‘Bibbia di Natale’, il 25 dicembre 1968, data significativa in quanto evocativa dell’incarnazione della Parola di Dio nella lingua e nella cultura cinese”.

A 50 anni dalla sua morte e dopo l’accordo provvisorio tra Santa Sede e Cina quale è l’attualità del beato Allegra?

“A 50 anni dalla sua morte, la figura del beato Allegra conserva una rilevante attualità: il suo approccio, fondato su competenza scientifica, pazienza storica e rispetto delle mediazioni culturali, offre ancora oggi un paradigma significativo per comprendere le possibilità di dialogo tra la Chiesa cattolica e la Cina, indicando una via che privilegia il lungo periodo, la conoscenza e l’ascolto reciproci e la centralità della Parola come spazio condiviso di incontro”.

(Tratto da Aci Stampa)

San Giovanni Bosco invita ancora a ‘servire’ i giovani

“La strenna che ci ha accompagnato l’anno scorso, costruita attorno al tema giubilare della speranza, ha offerto a tutti noi l’opportunità di guardare al mistero di Cristo come fonte di luce che ci aiuta a contemplare le meraviglie di Dio nel momento presente. Abbiamo vissuto momenti che ci hanno rafforzato nella fede in quello che il Signore ha ancora da rivelarci, e abbiamo percepito la speranza come forza del ‘già’ e come coraggio del ‘non ancora’. Abbiamo anche contemplato come per don Bosco la forza della speranza lo abbia aiutato e sostenuto nel suo cammino di scoperta e di messa in pratica del progetto di Dio”: questo è l’inizio della Strenna 2026, ‘Fate quello che vi dirà’, titolo preso dal vangelo giovanneo, scritto dal Rettor Maggiore dei Salesiani, don Fabio Attard, che ha come sottotitolo ‘Credenti, liberi per servire’, in occasione del 150^ anniversario della prima spedizione missionaria salesiana.

In questa Strenna, divisa in  sei capitoli, il Rettor Maggiore invita a farsi guidare da questa frase: “Quest’anno vi propongo di assumere l’invito di Maria, con lo stesso atteggiamento di disponibilità e libertà che vediamo nei servi… Qualsiasi cosa Gesù ci dica, bisogna semplicemente accoglierla, assumerla e viverla, senza se e senza ma. Invito tutti, carissimi sorelle e fratelli, dopo aver vissuto la forza della speranza, quella ‘speranza che non delude’, a permettere che al nostro cuore giungano le parole di Maria, e a prestare il nostro sguardo e il nostro ascolto a Gesù, a quello che ci dirà, nella consapevolezza e nella gioia di essere servi”.

Al direttore dell’oratorio ‘Don Bosco’ de L’Aquila, don Cesare Orfini, chiediamo di raccontare il motivo per cui la Strenna salesiana parte dall’invito della Madre di Dio: ‘Fate tutto quello che vi dirà’?

“Il tempo presente ha bisogno di educatori e pastori di fede solida, al servizio e con disponibilità, come quella dei servi delle nozze a Cana. Don Fabio, successore di don Bosco, autore della strenna 2026, invita a prevenire il ‘fallimento’, cioè la perdita di identità innanzitutto dei gruppi della Famiglia Salesiana ai quali la Strenna è rivolta, sollecitandoli all’ascolto, come quello che chiede Maria ai servi: ‘Fate (ascoltate) quello che Lui vi dirà’. L’ascolto e la fede ci sorregge nel riempire le giare fino all’orlo, per portare l’acqua cambiata in vino alla vita ordinaria, alla realtà che viviamo e condividiamo tutti”.

‘In quella che doveva essere una bella festa di nozze, emerge una difficoltà: manca il vino. Di fronte alla possibilità che una festa si tramuti in un fallimento, troviamo la reazione che esce dal cuore di Maria: bisogna intervenire. E ciò che Maria fa è semplicemente presentare a Gesù la reale situazione’. Perché occorre essere liberi per servire da credenti? 

“Dalla fede scaturisce la vera libertà, e la libertà cristiana è innanzitutto libertà dall’individualismo per poi diventare libertà e capacità di donarsi agli altri, rimanendo sempre in ascolto di Cristo. Si chiama servizio, proprio come quello dei servi a Cana, che con la loro fede forte hanno distribuito in abbondanza il ‘il vino buono’. E’ il dono che noi oggi dobbiamo portare ai giovani e ai bisognosi. La missione deve intrecciarsi con il Vangelo per dare compiutezza all’azione verso i giovani”.

‘Una prima chiamata che vi invito ad accogliere e su cui riflettere è circa l’atteggiamento di Maria: la donna attenta a ciò che stava capitando attorno a lei. Il vangelo ci dice semplicemente che ‘il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù’. Il vangelo non dà altre informazioni. Ma quando ascoltiamo queste poche parole e le colleghiamo con la sua reazione, cominciamo ad intravedere alcuni elementi significativi del cuore di Maria’. Allora in quale modo è possibile accogliere i ‘segni dei tempi’?

“I farisei e gli scribi non sono stati in grado di cogliere i segni che il Regno di Dio era già presente in mezzo a loro.  Lo rifiutarono semplicemente perché le loro sicurezze e rigidità non permettevano loro di essere ‘ in ascolto ’. Il segno di Cana è la novità che entra nella storia dell’uomo, nella quotidiana esistenza, che la libera e la rigenera. Ma deve cambiare l’atteggiamento”.

‘Il suo centro e la sua sintesi è la carità pastorale, caratterizzata da quel dinamismo giovanile che si rivelava così forte nel nostro Fondatore e alle origini della nostra Società: è uno slancio apostolico che ci fa cercare le anime e servire solo Dio’. I salesiani come sono chiamati a ‘servire i giovani’? 

“Fate quello che vi dirà , così come presentato da don Fabio Attard, è diventato un manifesto per l’azione pastorale ed educativa dei salesiani.  Maria non invita a un’obbedienza passiva, ma a dare fiducia, che poi genera libertà vera e apre al servizio. E’ una dinamica progressione, come nella migliore tradizione salesiana: riconoscere, interpretare, discernere.

Così, dice don Fabio, si evita ‘l’attivismo cieco e ugualmente la spiritualità intimistica’: in questa dinamica si inserisce il sottotitolo della Strenna, che traccia una traiettoria chiara: dalla fede nasce la libertà, dalla libertà scaturisce il servizio, a favore soprattutto dei giovani e di quanti oggi faticano a trovare il ‘vino’ della speranza”.

‘E qui riconosciamo l’invito a non soccombere al pericolo di una fede che si adegua alla cultura dominante. La dimensione profetica della nostra missione deve fare i conti con un contesto come quello attuale che ‘tira verso il basso’, l’immediato, l’utile e vantaggioso, quello che gratifica qui e ora, quando non il più comodo’. In quale modo la fede non si adegua alla ‘cultura dominante’?

“Siamo nella storia e siamo anche chiamati a rigenerarla. La cultura in cui il cristiano opera non è allineata sempre sui valori cristiani. Per essere efficaci nella pastorale è necessario essere in ascolto.

Maria era presenza attenta a tutto ciò che le capitava attorno. Don Fabio dice che Maria ‘ha abbracciato il tempo e la storia’, non è rimasta indifferente. Ha intuito i bisogni, non è rimasta distante. Di fronte alla sfide della cultura odierna non possiamo rimanere indifferenti, dobbiamo farci interpellare personalmente. Dove si preferisce l’anonimato e l’indifferenza, noi, in ascolto di Cristo, accettiamo il rischio e ‘l’audacia della fede’ per portare vino nuovo”.

Dopo 150 anni come continua il sogno profetico di san Giovanni Bosco?

“Rendere protagonisti i giovani, soggetti attivi, non solo destinatari della pastorale. E’ necessario che i giovani trovino spazi dove possano esercitare un cristianesimo coraggioso, vivere una proposta di vita credibile. Fede matura e azione, guidate dalla Parola di Dio, sono il segno di una spiritualità ‘integrale’. La missione di don Bosco spinge verso la collaborazione, la realizzazione di reti, famiglie, comunità, scuole, associazioni, per creare una alleanza pastorale efficace”.

(Tratto da Aci Stampa)

Beato Allegra: esempio per annunciare la Parola di Dio

In questo anno, ottavo centenario del Transito di san Francesco, la Domenica della Parola ricorre domenica 25 gennaio: giorno precedente del 50^ anniversario della morte del beato Gabriele Maria Allegra (1907-1976), frate minore e missionario in Cina; per l’occasione il ministro generale dell’Ordine dei frati minori, fra Massimo Fusarelli, ha scritto una lettera per ricordare l’apostolo della Parola di Dio in una cultura millenaria, intitolata ‘Spegnere per ascoltare. Dal silenzio alla Parola nell’era digitale’:

“Questa felice coincidenza mi dà l’occasione di ricordarne con gratitudine la persona e l’opera. La sua vita è una testimonianza profetica che illumina la sfida dell’ascolto biblico nell’era digitale. Non solo ricordiamo ciò che ha fatto (la traduzione integrale della Bibbia in cinese dopo 26 anni di lavoro intenso), ma vogliamo metterci in ascolto del suo metodo e del suo spirito, che continuano a parlare con forza particolare”.

Primogenito di 8 figli, a 11 anni entrò tra i frati minori nel convento di san Biagio di Acireale. Completati gli studi, si recò a Roma venendo ordinato sacerdote il 20 luglio 1930, per prepararsi alla vita missionaria in Cina, ove arrivò nel 1931 all’età di 24 anni. Qui tradusse la Bibbia in cinese con l’aiuto di mons. Raffaelangelo Palazzi. E’ stato beatificato nel 2012.

Dedicò gran parte della sua esistenza all’attività di diffusione dei principi cristiani nell’Estremo oriente. Dal 1939 al 1944 lavorò alacremente alla traduzione dell’Antico Testamento in lingua cinese. Fondò a Pechino, nel 1945, uno studio biblico, annesso alla locale Università cattolica, che poi fu costretto a chiudere nel 1948 con l’avanzata dell’esercito di Mao.

Si trasferì allora definitivamente ad Hong Kong nel 1950. Qui continuò la traduzione delle parti restanti dell’Antico Testamento e iniziò la traduzione del Nuovo Testamento. La traduzione dell’intera Bibbia fu ultimata con l’aiuto di diversi collaboratori nel 1961. Pubblicò in lingua cinese anche la traduzione dei più noti documenti pontifici di papa Leone XIII e papa san Paolo VI. Il suo amore per la Cina si espresse pure nel servizio ai lebbrosi, nella venerazione e conservazione delle reliquie dei santi martiri in Cina, come nel caso di sant’Antonino Fantosati. P. Allegra morì ad Hong Kong il 26 gennaio 1976 a causa di un aggravamento delle condizioni di salute generale.

Con anticipo sui ‘tempi conciliari’ il beato Allegra ha annunciato sempre ed in ogni luogo la Parola di Dio: “E’ questo incontro che il beato Allegra ha promosso senza mai stancarsi, per avvicinare la Parola di Dio a quel popolo con il quale aveva scelto di vivere e con i mezzi di cui disponeva.

Oggi noi abbiamo molti modi per ‘ascoltare’ la Parola (podcast biblici, app per la lettura quotidiana, intelligenza artificiale che legge e spiega le Scritture, versetti che circolano sui social). Eppure, viviamo un paradosso: l’ascolto autentico della Parola di Dio sembra sempre più raro. Il rumore digitale riempie ogni spazio, la velocità non lascia tempo alla profondità, gli algoritmi ci rinchiudono in bolle che confermano solo ciò che già pensiamo”.

Il suo amore per il popolo cinese e per la Parola di Dio lo porta a tradurre in cinese la Bibbia: “Nel 1930, appena ordinato sacerdote, Fra Gabriele Maria parte per la Cina con un sogno impossibile: tradurre l’intera Bibbia in cinese. Gli dicono che è folle; la lingua cinese non ha alfabeto ma ideogrammi, è ‘impossibile’ tradurre le Scritture. Ma lui non si arrende”.

Ma vuole anche entrare nella mentalità cinese: “Impara il cinese in quattro mesi. Ma capisce subito: non basta conoscere la lingua. Bisogna ‘pensare come un cinese’. Così inizia un cammino di 26 anni (ventisei anni!) di immersione totale nella cultura cinese, sempre con la Bibbia in una mano e la preghiera nell’altra”.

Da questo ‘impegno’ di frà Allegra il ministro generale ha dedotto cinque ‘insegnamenti’ per ascoltare la Parola di Dio oggi: “Dalla vita di p. Allegra emergono cinque criteri per l’ascolto della Parola, ancora vivi nell’attuale mondo digitale: il beato Allegra pregava prima di tradurre. Il digitale ci bombarda di contenuti biblici da condividere, postare, diffondere. Ma: quando ascoltiamo davvero e come? L’ascolto richiede sottrazione, non aggiunta. Spegnere per ascoltare.

‘Non si può tradurre in cinese senza pensare come un cinese’, diceva. Oggi gli algoritmi ci rinchiudono in bolle dove ascoltiamo solo ciò che conferma le nostre idee. L’ascolto biblico invece ci apre all’altro, ci fa uscire da noi stessi.

Ventisei anni per una traduzione sono un richiamo serio nella cultura dell’immediatezza. Nell’era dell’instant, fra Gabriele Allegra testimonia che la Parola non si consuma rapidamente. Come una madre porta il bambino per nove mesi, così la Parola chiede tempo, ruminazione, pazienza.

Capì subito di non poter fare da solo. Creò uno ‘Studio’, un luogo fisico dove italiani e cinesi lavoravano insieme, pregavano insieme, mangiavano insieme. Il digitale ci isola davanti agli schermi. L’ascolto biblico esige comunità incarnate, corpi e volti, non solo like.

Non firmò mai con il suo nome. Quando vedeva un seminarista stanco, si metteva a lavare il pavimento con lui, cosa che fece anche durante la prigionia. Nell’epoca dei personal brand e degli influencer religiosi, il beato Allegra mostra che la Parola chiede testimoni umili che non si sovrappongono al messaggio”.

In questo senso il beato Allegra ha messo in pratica l’esempio di san Francesco di Assisi: “Il nostro ascolto della Parola si inscrive sempre nella comunità ecclesiale. Come Allegra insegnava, è la Chiesa che annuncia la salvezza mediante la predicazione del Vangelo: per questo i nostri gruppi biblici devono essere radicati nella vita liturgica e comunitaria.

Francesco d’Assisi aveva incarnato, otto secoli prima, questo stesso approccio alla Parola. Nella Regola non bollata ammoniva i frati a coltivare un cuore fertile…, ma obbediente ad essa grazie allo Spirito, che infonde vita alla Parola. Francesco meditava incessantemente la Parola ascoltata, la scolpiva indelebilmente nel cuore e la metteva in pratica con tutto il corpo, fino a farsi ‘lingua’ del Vangelo stesso. Quando, malato, non poteva partecipare alla Messa, si faceva leggere il Vangelo del giorno.Lo fece anche prima di morire, quando ascoltò la lavanda dei piedi”.

Questa ‘profezia francescana’ è stato utilizzata dal beato Allegra per annunciare la Parola di Dio ai cinesi: “La ‘Bibbia di Natale’ (così la chiamano) continua a portare a milioni di cinesi la Parola di Dio: secondo le sue parole, questa è ‘il tesoro affidatole da Cristo’…

Il suo metodo (silenzio, immersione culturale, tempo, comunità, umiltà) non è affatto superato, ma rappresenta una chiave per l’oggi digitale. Il beato Allegra ha tradotto la Parola senza tradire né la Scrittura né la cultura cinese; anche noi siamo chiamati a far risuonare la Parola di Dio anche nel mondo digitale di oggi”.

(Foto: allegraroma.it)

Papa Leone XIV invita alla conoscenza della Parola di Dio

“Oggi iniziamo ad approfondire la Costituzione dogmatica ‘Dei Verbum’ sulla divina Rivelazione. Si tratta di uno dei documenti più belli e più importanti dell’assise conciliare e, per introdurci, può esserci d’aiuto richiamare le parole di Gesù: ‘Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi’. Questo è un punto fondamentale della fede cristiana, che la Dei Verbum ci ricorda: Gesù Cristo trasforma radicalmente il rapporto dell’uomo con Dio, d’ora innanzi sarà una relazione di amicizia. Perciò, l’unica condizione della nuova alleanza è l’amore”: partendo dal Vangelo dell’apostolo Giovanni papa Leone XIV nell’udienza generale di oggi ha approfondito la Costituzione dogmatica ‘Dei Verbum’ con l’invito ad approfondire la conoscenza della Parola di Dio.

Per commentare la frase evangelica ha fatto riferimento ad un commento di sant’Agostino: “Sant’Agostino, nel commentare questo passaggio del Quarto Vangelo, insiste sulla prospettiva della grazia, che sola può renderci amici di Dio nel suo Figlio. Infatti, un antico motto recitava: ‘L’amicizia o nasce tra pari, o rende tali’. Noi non siamo uguali a Dio, ma Dio stesso ci rende simili a Lui nel suo Figlio”.

Quindi l’alleanza con Dio avviene grazie a Gesù: “Per questo, come possiamo vedere in tutta la Scrittura, nell’Alleanza c’è un primo momento di distanza, in quanto il patto tra Dio e l’uomo rimane sempre asimmetrico: Dio è Dio e noi siamo creature; ma, con la venuta del Figlio nella carne umana, l’Alleanza si apre al suo fine ultimo: in Gesù, Dio ci rende figli e ci chiama a diventare simili a Lui nella nostra pur fragile umanità. La nostra somiglianza con Dio, allora, non si raggiunge attraverso la trasgressione e il peccato, come suggerisce il serpente a Eva, ma nella relazione con il Figlio fattosi uomo”.

Quest’amicizia di Dio è sottolineata nella Costituzione ‘Dei Verbum’: “Le parole del Signore Gesù che abbiamo ricordato (‘vi ho chiamato amici’) sono riprese proprio nella Costituzione ‘Dei Verbum’, che afferma: ‘Con questa Rivelazione, infatti, Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé”.

Per questo l’Alleanza di Dio si matura nel dialogo: “Il Dio della Genesi già si intratteneva con i progenitori, dialogando con loro; e quando con il peccato questo dialogo si interrompe, il Creatore non smette di cercare l’incontro con le sue creature e di stabilire di volta in volta un’alleanza con loro. Nella Rivelazione cristiana, quando cioè Dio per venire a cercarci si fa carne nel suo Figlio, il dialogo che si era interrotto viene ripristinato in maniera definitiva: l’Alleanza è nuova ed eterna, niente ci può separare dal suo amore. La Rivelazione di Dio, dunque, ha il carattere dialogico dell’amicizia e, come accade nell’esperienza dell’amicizia umana, non sopporta il mutismo, ma si alimenta dello scambio di parole vere”.

Quindi Dio parla con l’umanità: “La Costituzione Dei Verbum ci ricorda anche questo: Dio ci parla. E’ importante cogliere la differenza tra la parola e la chiacchiera: quest’ultima si ferma alla superficie e non realizza una comunione fra le persone, mentre nelle relazioni autentiche, la parola non serve solo a scambiarsi informazioni e notizie, ma a rivelare chi siamo. La parola possiede una dimensione rivelativa che crea una relazione con l’altro. Così, parlando a noi, Dio ci rivela sé stesso come Alleato che ci invita all’amicizia con Lui”.

E’ un dialogo che contempla anche l’ascolto: “In tale prospettiva, la prima attitudine da coltivare è l’ascolto, perché la Parola divina possa penetrare nelle nostre menti e nei nostri cuori; allo stesso tempo, siamo chiamati a parlare con Dio, non per comunicargli ciò che Egli già conosce, ma per rivelare noi a noi stessi”.

Da qui scaturisce il valore della preghiera: “Di qui la necessità della preghiera, nella quale siamo chiamati a vivere e a coltivare l’amicizia con il Signore. Questo si realizza in primo luogo nella preghiera liturgica e comunitaria, dove non siamo noi a decidere cosa ascoltare della Parola di Dio, ma è Lui stesso a parlarci per mezzo della Chiesa; inoltre, si compie nell’orazione personale, che avviene nell’interiorità del cuore e della mente. Non può mancare, nella giornata e nella settimana del cristiano, il tempo dedicato alla preghiera, alla meditazione e alla riflessione. Solo quando parliamo con Dio, possiamo anche parlare di Lui”.

Quindi l’invito del papa è quello di alimentare la relazione con Dio: “La nostra esperienza ci dice che le amicizie possono finire per un qualche gesto eclatante di rottura, oppure per una serie di disattenzioni quotidiane, che sfaldano il rapporto fino a perderlo. Se Gesù ci chiama ad essere amici, cerchiamo di non lasciare inascoltato questo appello. Accogliamolo, prendiamoci cura di questa relazione e scopriremo che proprio l’amicizia con Dio è la nostra salvezza”.

(Foto: Santa Sede)

Il Battesimo di Gesù: Questi è il Figlio mio. Ascoltatelo

Il Battesimo di Gesù è una seconda Epifania; nella prima è una stella  che ha guidato i popoli a Gesù quando questi era ancora bambino ed abitava a Betlemme di Giudea; nella seconda Epifania, nel Battesimo, Gesù è ormai adulto e si reca dalla Galilea al fiume Giordano dove Giovanni battezzava. Il Battesimo predicato da Giovanni era un invito alla conversione, un battesimo di penitenza, un segno che evidenzia la conversione del cuore in attesa della venuta ormai imminente di Cristo. Gesù, vero uomo, perché aveva assunto la natura umana, si avvicina con una straordinaria umiltà a Giovanni, facendosi largo tra la folla, e chiede a Giovanni di essere battezzato.

La sua umiltà anticipa quasi gli stessi sentimenti che ebbe a manifestare nell’ultima Cena, quando si cinse un asciugatoio e volle lavare i piedi ai suoi Apostoli: ‘Voi mi chiamate Signore e Maestro ed io vi ho lavato i piedi, così dovete fare l’un all’altro’. Giovanni si accorge che Gesù non è uno dei tanti che si proclamavano peccatori e avrebbe voluto impedire quel gesto di umiltà profonda e dice: ‘Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni a me?’, ma Gesù di rimando: ‘Lascia fare per ora perché conviene che così adempiamo ogni giustizia’.

Giovanni predicava l’imminenza del regno di Dio per preparare i cuori alla purificazione; il suo battesimo infatti era solo un segno esterno di vera penitenza. Ad additare Gesù, come Figlio di Dio, non sono gli Angeli che cantarono davanti ai pastori: gloria a Dio, pace agli uomini amati dal Signore; non è una stella-cometa che aveva segnato la strada da percorrere ai Magi, ma è il Padre, che sta nei cieli, che interviene: ‘Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo’.

Grande mistero dell’amore divino: le mani tremanti di Giovanni adempiono la sua missione mentre Gesù esce dal fiume Giordano per iniziare la sua vita pubblica, la sua missione. Gesù non necessitava del battesimo di Giovanni perché non aveva bisogno di penitenza, ma ha voluto essere battezzato perché gli uomini si accostassero a quel battesimo di cui necessitavano; volle essere un esempio a tutti, esempio credibile anche perché così Giovanni e il popolo hanno potuto ascoltare la testimonianza del Padre; vera Epifania, la seconda Epifania del Signore.

Un giorno Giovanni dirà a coloro che addirittura pensavano che Egli poteva essere il Messia perché battezzava e tutti accorrevano a lui: ‘Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi c’è uno che non conoscete; è colui che battezzerà con lo Spirito santo e il fuoco’.

Il Battesimo. Sacramento, che noi abbiamo ricevuto , è il Battesimo di Cristo Gesù, segno efficace della grazia, come disse Gesù ed insegna la Chiesa: ‘chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo’; sacramento che riceviamo nella fede, se adulti; se piccoli nella fede dei genitori e della Chiesa nella quale si entra con esso a pieno titolo perché il Battesimo è segno visibile della grazia invisibile; sacramento che va nutrito ed alimentato ogni giorno con la preghiera e la vita cristiana.

Il Battesimo cristiano è infatti una vera rinascita: l’uomo vecchio lascia il posto all’uomo nuovo; con esso si conquista il dono della vita perduta con il peccato originale, ma tale dono deve essere accolto e vissuto responsabilmente.  Un dono di amicizia vera si indica con un ‘sì’ all’amico ed implica un ‘no’ a quanto non è compatibile con l’amicizia; un ‘sì’ a Cristo che è morto e risorto, il ‘sì’ al vincitore della morte. Cristo Gesù infatti è l’unica via per l’immortalità cercata ed agognata dall’uomo. Cristo è l’albero della vita reso nuovamente accessibile.

Il Rito liturgico del Battesimo richiama il tema della fede quando il sacerdote ricorda ai genitori e all’assemblea di educare il bambino nella fede con le parole e con le opere. Generato con il battesimo a vita nuova, il cristiano inizia il suo cammino di crescita nella fede ed invoca Dio ‘Abba!’, Padre nostro! Nello stesso rito vengono pronunciati  tre ‘sì’ e tre ‘no’: il ‘sì’ a Cristo nella professione della fede cristiana; il ‘no’ a Satana con il quale si professa di rinunciare al diavolo, principio del male, e a tutti i suoi inganni e seduzioni. Con il Battesimo il cristiano, come si esprime il Concilio Vaticano II, partecipa dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale.

Da qui la necessità, oggi più che mai, di riscoprire la grandezza del nostro Battesimo, che ci immette nella comunione dei santi, nella famiglia di Dio. Da qui le parole del Padre: ‘Questi è mio Figlio, ascoltatelo!’; è un imperativo che non significa solo prestategli attenzione o mettete in pratica il suo insegnamento, ma accogliete il suo messaggio e siate testimoni con le opere e con le parole. I Pastori e i Magi videro Gesù, ascoltarono Maria e ritornarono a casa pieni di gioia. Amico, vuoi essere felice? Dai un senso vero alla tua vita, credi in Gesù, ascolta Maria: Ad Iesum per Mariam. Diceva Dante: ‘Chi vuol  grazia e a te non ricorre, sua disianza vuol volar senz’ali’.  (Paradiso, canto XXXIII).           

Papa Leone XIV invita a lavorare insieme per una Chiesa sinodale

“Grazie della vostra presenza! Lo Spirito Santo, che abbiamo invocato, ci guidi in queste due giornate di riflessione e di dialogo. Considero molto significativo il fatto che ci siamo riuniti in Concistoro all’indomani della solennità dell’Epifania del Signore, e vorrei introdurre i nostri lavori con una suggestione che viene proprio da questo mistero”: il Il discorso di papa Leone XIV ha dato il via, nel pomeriggio, ai lavori della riunione con i membri del Collegio cardinalizio, con l’indicazione della sinodalità come ‘il cammino che Dio chiede alla Chiesa del terzo millennio’.

Nel discorso introduttivo il papa ha preso spunto dall’invito del profeta Isaia a rivestirsi di luce, che richiama l’inizio del Concilio Vaticano II, attraverso la lettura del primo paragrafo della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, ‘Lumen Gentium’: “Queste parole fanno pensare all’inizio della Costituzione sulla Chiesa del Concilio Vaticano II…

Possiamo dire che lo Spirito Santo, a distanza di secoli, ha ispirato la medesima visione nel profeta e nei Padri conciliari: la visione della luce del Signore che illumina la città santa – prima Gerusalemme, poi la Chiesa e, riflettendosi su di essa, permette a tutti i popoli di camminare in mezzo alle tenebre del mondo. Ciò che Isaia annunciava ‘in figura’, il Concilio lo riconosce nella realtà pienamente svelata di Cristo luce delle genti”.

Sotto questa ‘luce’ ha interpretato i pontificati post conciliari: “I pontificati di san Paolo VI e quello di san Giovanni Paolo II li potremmo interpretare complessivamente in questa prospettiva conciliare, che contempla il mistero della Chiesa tutto inscritto in quello di Cristo e così comprende la missione evangelizzatrice come irradiazione dell’inesauribile energia sprigionata dall’Evento centrale della storia della salvezza”.

Ugualmente per i pontificati di papa Benedetto XVI e di papa Francesco attraverso la parola ‘attrazione’: “I papi Benedetto XVI e Francesco hanno poi riassunto questa visione in una parola:attrazione. Papa Benedetto lo ha fatto nell’Omelia di apertura della Conferenza di Aparecida, nel 2007, quando disse: ‘La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione’… Papa Francesco si è trovato perfettamente in accordo con questa impostazione e l’ha ripetuta più volte in diversi contesti”.

Il filo conduttore di questi pontefici è l’amore di Dio: “Ed invito me e voi a fare bene attenzione a quello che Papa Benedetto indicava come la ‘forza’ che presiede a questo movimento di attrazione: tale forza è la Charis, è l’Agape, è l’Amore di Dio che si è incarnato in Gesù Cristo e che nello Spirito Santo è donato alla Chiesa e santifica ogni sua azione. In effetti, non è la Chiesa che attrae ma Cristo, e se un cristiano o una comunità ecclesiale attrae è perché attraverso quel ‘canale’ arriva la linfa vitale della Carità che sgorga dal Cuore del Salvatore.

E’ significativo che papa Francesco, che ha iniziato con ‘Evangelii gaudium’ ‘sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale’, abbia concluso con ‘Dilexit nos’ ‘sull’amore divino e umano del Cuore di Cristo’…  Nella misura in cui ci amiamo gli uni gli altri come Cristo ci ha amato, noi siamo suoi, siamo la sua comunità e Lui può continuare ad attirare attraverso di noi. Infatti solo l’amore è credibile, solo l’amore è degno di fede”.

Ecco il motivo per cui l’unità ‘attrae’ mentre la divisione ‘disperde’: “Mi pare che lo riscontri anche la fisica, sia nel micro che nel macrocosmo. Dunque, per essere Chiesa veramente missionaria, cioè capace di testimoniare la forza attrattiva della carità di Cristo, dobbiamo anzitutto mettere in pratica il suo comandamento, l’unico che Egli ci ha dato, dopo aver lavato i piedi dei discepoli”.

L’amore di Dio è il centro del Vangelo: “Carissimi Fratelli, vorrei partire da qui, da questa parola del Signore, per il nostro primo Concistoro e, soprattutto, per il cammino collegiale che, con la grazia di Dio, siamo chiamati a compiere. Siamo un gruppo molto variegato, arricchito da molteplici provenienze, culture, tradizioni ecclesiali e sociali, percorsi formativi e accademici, esperienze pastorali e, naturalmente, caratteri e tratti personali. Siamo chiamati prima di tutto a conoscerci e a dialogare per poter lavorare insieme al servizio della Chiesa. Spero che potremo crescere nella comunione per offrire un modello di collegialità”.

Ed ecco i temi su cui sono chiamati al confronto i cardinali nel cammino tracciato da papa Francesco: “In questi giorni avremo modo di sperimentare già una riflessione comunitaria su quattro temi: ‘Evangelii gaudium’, cioè la missione della Chiesa nel mondo di oggi; ‘Praedicate Evangelium’, vale a dire il servizio della Santa Sede, specialmente alle Chiese particolari; Sinodo e sinodalità, strumento e stile di collaborazione; Liturgia, fonte e culmine di vita cristiana. Per ragioni di tempo e per favorire un reale approfondimento, solo due di essi saranno oggetto di una trattazione specifica”.

In questa ‘due giorni’ il papa si metterà in ascolto: “Sono qui per ascoltare. Come abbiamo imparato durante le due Assemblee del Sinodo dei Vescovi del 2023 e del 2024, la dinamica sinodale implica per eccellenza l’ascolto. Ogni momento di questo tipo è un’opportunità per approfondire il nostro apprezzamento condiviso per la sinodalità”.

E’ stato un invito a mettersi in ascolto per un cammino sinodale: “Ascoltare la mente, il cuore e lo spirito di ciascuno; ascoltarsi l’un l’altro; esprimere solo il punto principale e in modo molto breve, così che tutti possano parlare: questo sarà il nostro modo di procedere. I saggi antichi romani dicevano: ‘Non multa sed multum!’

Ed in futuro, questo stile di ascolto reciproco, cercando la guida dello Spirito Santo e camminando insieme, continuerà ad essere di grande aiuto per il ministero petrino che mi è stato affidato. Anche dal modo con cui impariamo a lavorare insieme, con fraternità e sincera amicizia, può iniziare qualcosa di nuovo, che mette in gioco presente e futuro”.

(Foto: Santa Sede)

‘La pace sia con tutti voi’: per papa Leone XIV la pace è disarmante

“La pace sia con te! Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù risorto. ‘Pace a voi’ è la sua Parola che non soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: ‘La pace sia con voi!’ Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente”.

Così inizia il messaggio di papa Leone XVI per la 59^ Giornata mondiale della Pace, intitolata ‘La pace sia con tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante’, presentata alcuni giorni fa dal prof. Tommaso Greco, docente ordinario di filosofia del diritto nell’Università di Pisa; don Pero Miličević, parroco della parrocchia di SS. Luca e Marco Evangelisti, Mostar (Bosnia); dalla dott.ssa Maria Agnese Moro, giornalista, figlia di Aldo Moro e dal card. Michael Czerny, prefetto del dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ricordando che la pace non è un sogno ‘utopico’ con particolare riferimento al viaggio apostolico del papa in Libano:

“Il messaggio di papa Leone per il 2026 è una riflessione che va ben oltre la politica o la strategia. Esso colloca la pace nella sua sede primaria, il cuore umano, indipendentemente dalla sua fede e soprattutto se cristiano. Il nostro, però, non è solo un cuore che ama la pace, ma è anche aggressivo verso sé stesso e verso gli altri. Siamo tentati di esercitare ‘dominio sugli altri’ e di usare ‘pensieri e parole’ come armi. Sant’Agostino chiama questo impulso ‘libido dominandi’, la famosa brama di dominio”.

Da qui nasce l’importanza di disarmare il ‘cuore’: “Il Messaggio sottolinea l’importanza di intraprendere il disarmo del proprio cuore, nonostante la tentazione, di fronte all’orrore della nostra bellicosità, di abbandonare del tutto il desiderio di pace. Ciò si traduce in un ‘senso del realismo’ distorto o addirittura perduto. ‘Non sono pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori umani, per quanto feriti dal peccato’. Ciò che è realistico, piuttosto, è che ognuno si assuma la responsabilità della pace”.

Ed ha concluso con un riferimento alla ‘Città di Dio’ di sant’Agostino: “Scrive: ‘Chiunque … considera con tristezza queste sventure così grandi, così orribili, così spietate, deve ammetterne l’infelice condizione’. E chiunque invece le subisce o le giudica senza tristezza della coscienza, ‘ha perduto il sentimento d’umanità’… Il Messaggio invita tutti a servire la vita, il bene comune e lo sviluppo integrale delle persone”.

Anche il prof. Greco ha ribadito la necessità di credere nella ‘realtà’ della pace: “Bisogna credere nella realtà della pace e nella sua capacità di strutturare i rapporti tra le persone e tra gli Stati. La forza delle parole che il Santo Padre ha voluto mettere nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, proviene dalla convinzione, direi dalla certezza, che la pace non è una condizione accidentale che può derivare da un provvisorio e sempre precario equilibrio (delle armi e delle potenze), ma è una precondizione per pensare le relazioni umane, e soprattutto per compiere le scelte più adatte a far sì che la pace possa essere, ancor prima che costruita, custodita e curata nei modi più efficaci”.

La pace è una sfida che interessa al cristiano: “Questa sfida, che riguarda tutti, è particolarmente urgente per il cristiano. Il quale deve sottrarsi all’accusa di impotenza (o addirittura di ‘intelligenza’ con il male) in cui molti vorrebbero racchiudere il messaggio di Cristo, che è messaggio di pace, quando questo si rifiuta di accettare la logica della forza e della violenza invocata a difesa del bene”.

Ed ha specificato cosa significa ‘scegliere la pace’: “Scegliere la pace non vuol dire essere ciechi davanti a una realtà che è spesso fatta di violenza e di impiego brutale della forza; così come non vuol dire lasciare da sole le vittime delle ingiustizie. Significa, invece, mettere in atto tutto ciò che il bene suggerisce e che la civiltà umana ha saputo elaborare nel corso dei secoli…

Se il cristiano (anche e soprattutto il politico cristiano) crede che queste cose siano inefficaci, e si ‘converte’ al discorso della forza, rischia di mettere da parte il messaggio del Cristo proprio là dove esso maggiormente chiede di essere messo alla prova della Storia; proprio là dove suggerisce di essere tradotto in azioni che plasmano il mondo e ne fanno un regno quanto più possibile alieno dalla violenza e dal terrore”.

Mentre don Pero Miličević ha ricordato un episodio: “Trentadue anni fa ho fatto esperienza del buio e del male della guerra. Vivevo in un villaggio di nome Doljani, nel comune di Jablanica. Mia madre Ruža ha dato alla luce nove figli: Branka, Miroslav, Branko, Damir, Dijana, Ivan, Anto, Marinko e Pero. L’infanzia felice di un bambino di sette anni si è spenta il 28 luglio 1993, quando le unità militari musulmane dell’Esercito della Bosnia ed Erzegovina hanno attaccato il nostro villaggio. Uccisero 39 persone. Ricordo quel giorno; stavo giocando accanto alla casa con mio fratello gemello Marinko e il fratello maggiore Anto. Il gioco fu interrotto da una raffica di colpi. I proiettili ci sono passati sopra la testa. Quando mia madre e mia sorella se ne accorsero ci portarono in casa per salvarci dalla morte.

Mio padre Andrija in quel momento non era a casa, era andato ad aiutare mia zia nel lavoro dei campi e là quel giorno fu ucciso. Aveva 45 anni. Mia madre rimase vedova a 44 anni con 9 figli, 7 minorenni. Quel giorno morirono anche la sorella di mia madre, zia Pava, bruciata nella sua casa dopo essere stata uccisa sulla soglia, e tre figli dell’altra sorella di mia madre, zia Kata: Pero, Ivica e Jure Soldo. Ivica era sposato da soli undici giorni e Jure era un giovane di ventun anni. Quando ne muore uno è già terribile, figurarsi tre figli.

Non so come il suo cuore non si sia spezzato per il dolore. La terza sorella di mia madre, Anica, sopravvisse nascondendosi in montagna. Quel giorno morirono anche Ruža, cugina di mia madre, e Slavko, mio cugino. Sembrava che tutto il male del mondo si fosse abbattuto su di noi e devo ammettere che non è facile ricordarlo”.

Concludendo l’intervento ha sottolineato che la fede può far superare l’odio: “Il periodo trascorso in prigionia è stato duro. Non avevamo abbastanza cibo, non c’era alcuna igiene e dormivamo su fredde lastre di pietra granitica. Dopo essere usciti dal campo abbiamo seppellito le ossa di nostro padre, il suo corpo era rimasto insepolto per sette mesi. Molti hanno chiesto a mia madre e a tutti noi come avessimo potuto sopportare tutto questo. Non avremmo mai resistito senza la fede, la preghiera e il bisogno di pace.

Proprio quell’educazione nella fede in Dio ci ha nutriti e aiutati a superare gli orrori di cui siamo stati testimoni. C’è stata rabbia per tutto ciò che ho vissuto? Sì. Ma quando sono diventato sacerdote, nel 2012, ed ho iniziato a confessare i fedeli, ho capito quanto sia necessario avere la pace interiore e che la pace non si può raggiungere senza perdono, senza confrontarsi con ciò che si è vissuto”.

Infine anche Agnese Maria Moro ha sottolineato che il perdono nasce dall’incontro: “Difficile farlo. Difficilissimo farlo da soli. Con l’aiuto di quello che la giustizia riparativa può offrire è impegnativo, ma se lo si desidera davvero decisamente fattibile anche per persone normali come me. E cosa offre? Intanto qualcuno che ti invita a partecipare. Qualcuno senza secondi fini, di cui puoi fidarti… Grazie a un luogo riservato, libero (si va se si vuole, si esce quando si vuole), rispettoso di tutti, dove si può dire e ascoltare, tacere o parlare anche del proprio dolore senza giudizio e senza censura. Dialoghi difficili, accompagnati e ritmati da mediatori competenti che sono ‘equiprossimi’, vicini a tutti e ad ognuno”.

E solo dall’ascolto può nascere il perdono: “L’ascolto vero è un reciproco riconoscimento di umanità. In questo dire e ascoltare c’è tutta la giustizia di cui noi e loro abbiamo bisogno per viere. I fantasmi li puoi odiare per sempre, le persone no. Non ce la fai. Ti appassioni alle loro vite difficili e al loro sforzo per risalire un abisso.

Dell’onestà con cui guardano sé stessi senza abbellire o omettere nulla. E loro si appassionano alla mia vita difficile, e gli fa ancora più male quello che hanno fatto. Il nostro comune compagno di strada è l‘irreparabile. Noi per averlo subito, loro per averlo creato. È il nostro comune inferno. Ma ora lo portiamo insieme. Legati da un affetto e da un’amicizia che illumina di quiete le nostre vite sempre un po’ travagliate”.

(Foto: Vatican Media)

Adolescenti coi modi difficili chiedono di essere amati. La parola ad Anna, liceale

Spesso parliamo dei giovani, ma non sempre siamo disposti a far parlare i giovani. Con i loro eccessi, ci sembrano sbagliati, esagerati, fuori posto. Sentiamo quasi la necessità di aggiustarli, di censurarli, oppure di ignorarli, come se l’adolescenza fosse una malattia e ‘speriamo passi in fretta’.

Eppure, l’adolescenza, con i suoi eccessi, con le emozioni sregolate, con le paure e le fragilità, è una stagione che va attraversata. Da soli? No. Sotto lo sguardo lucido, paziente, cosciente di adulti premurosi, solidi, che guidano e sostengono, senza giudicare.

A volte, in adolescenza affiorano le ferite che ci sono state procurate nell’infanzia. E’ in adolescenza che iniziamo a piangere le ingiustizie subite, a chiedere guarigione, a fare i conti con la rabbia e con la possibilità del perdono, soprattutto se la nostra famiglia ha lasciato segni che fanno male. Di seguito, troverete un testo scritto da una ragazza di 17 anni, combattuta in tanti aspetti, che vuole offrire agli adulti spunti per stare vicini ai giovani.

Studentessa del liceo coreutico di Tolentino, amante della danza, del canto e della poesia, scrive per dar voce ai suoi pensieri, per sfogare le sue sofferenze ma anche per aiutare i ragazzi a sentirsi meno soli e meno sbagliati. A lei spesso capita di sentirsi così. Sbagliata. E sta cercando di far pace con la sua storia, di perdonare, di trattenere il bene, anche se ha, ancora, tante ferite da curare.

Dietro alla rabbia e all’aggressività che a volte ha dimostrato agli altri, c’era poco amore per sé stessa; dietro alla strafottenza, il bisogno di essere vista, dietro alle parole forti o ai silenzi, la paura di non essere abbastanza. Lasciamo a lei la parola… e che gli adulti possano prendere nota.

“Sono la figlia di mio padre, quindi starò in silenzio finché questo silenzio pian piano non si trasformerà in rabbia, menefreghismo e disinteresse. Però sono anche la figlia di mia madre, e non importa quanto tu mi abbia fatto soffrire ma probabilmente finirò lo stesso per perdonarti, mettendo al primo posto il bene che ti voglio. Sono la figlia di mio padre, quindi conosco bene il silenzio che pesa più delle parole. So aspettare, so trattenere, so farmi piccola per non dare fastidio.

Sono la figlia di mia madre, quindi conosco anche la forza di chi ama senza misura, di chi perdona prima ancora di capire se dovrebbe. Sono la figlia di mio padre, e porto in me quella freddezza che a volte mi salva e a volte mi distrugge.

Quel distacco che sembra proteggermi, ma che in realtà costruisce muri che poi non so più abbattere. Sono la figlia di mia madre, e porto in me la sua capacità di abbracciare tutto, anche ciò che fa male, anche ciò che pesa. La sua tendenza a stringere ancora più forte quando gli altri si allontanano.

Sono la figlia di mio padre, e imparo a non tremare quando qualcuno alza la voce, perché dentro di me, ormai, il rumore l’ho spento da tempo. Sono la figlia di mia madre, e imparo a parlare anche quando la voce vacilla, perché il cuore, lei me lo ha insegnato, non va mai nascosto.

Sono la figlia di mio padre, e a volte scappo. Sono la figlia di mia madre, e a volte resto troppo. Sono la figlia di mio padre, e trattengo la rabbia finché diventa ghiaccio. Sono la figlia di mia madre, e trattengo l’amore finché diventa perdono.

Sono la figlia di mio padre, e porto nel sangue il suo silenzio duro, quello che ti insegna a non chiedere niente a nessuno, a stringere i denti anche quando fa troppo male. Sono la figlia di mia madre, e porto nel cuore la sua dolcezza ostinata, quella che ti fa restare anche quando dovresti andare, che ti fa perdonare anche quando non basterebbe. E sono queste due persone che vivono dentro di me.

Due poli opposti, due verità che tirano, che spingono, che mi dividono in modo sottile ma costante. Una mi difende, l’altra mi espone. Una mi fa chiudere, l’altra mi fa aprire. Una costruisce muri, l’altra tenta di scavalcarli. Sono la figlia di mio padre, e a volte divento fredda, distante, quasi invisibile. Sono la figlia di mia madre, e a volte divento calda, fragile, disposta a dare tutto anche quando non  resta niente.

Sono figlia di mio padre, ma lui non c’è mai stato. E sì, sono figlia di mia madre, colei che mi ha cresciuta da sola, ha creato muri che non le appartenevano e ha morso le labbra fino a farle sanguinare pur di salvarmi e farmi esistere.

Quindi sì, a volte sono incapace e aggressiva da far paura alle persone che mi stanno accanto, ma ricordatevi sempre che, verso ogni atto spregevole che io possa farvi, c’è un odio profondo verso me stessa. (…). Ed allora sì, continuate pure a giudicarmi, se volete. Continuate a dirmi che esagero, che urlo troppo, che sento troppo, che sbaglio tutto. Perché io, nel bene o nel male, sono il risultato di ciò che ho visto, di ciò che ho perso e di ciò che ho dovuto imparare troppo presto.

Sono figlia di mio padre, e ho dentro buchi che nessuno ha mai provato a riempire. E sono figlia di mia madre, e ho dentro un amore che mi spacca in due, perché lei mi ha insegnato a dare anche quando resti senza. E così cammino: a volte cado, a volte spingo via chi vorrei abbracciare, a volte mi difendo così forte da sembrare crudele. Ma chi sa guardarmi davvero capisce che ogni ferita che posso infliggere è un’eco di quelle che porto sotto la pelle.

E nonostante tutto, continuo a esserci. Continuo a scegliere, a tornare, a provarci. Perché quello che offro, nel poco o nel tanto, è reale. E’ mio. E’ vero. Ed un giorno, forse, qualcuno capirà che amare una come me non è facile… ma è autentico, senza maschere, senza filtri, senza il bisogno di essere diversi da ciò che siamo. Ed allora sì: sono figlia di mio padre, soprattutto, sono figlia di mia madre e un giorno diventerò figlia di me stessa”.

Anna, 17 anni, Albacina

Progetto B.A.S.E.: una rete concreta contro le fragilità tra salute, lavoro e autonomia

Sarà presentato venerdì 12 dicembre presso l’Università di Milano-Bicocca il Progetto B.A.S.E. – Benessere, Autonomia, Sostegno, Empowerment, promosso dalla Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Milano e di Monza e Brianza, in collaborazione con LILT Milano – Monza Brianza e Associazione San Martino.

Il progetto è nato dal Bando Terzo Settore 2023–2025 di Regione Lombardia; tale presentazione si svolge con il patrocinio del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca, che ha inoltre contribuito con un importante supporto scientifico alle attività di ricerca e valutazione dell’impatto.

Un progetto che ha scelto di affrontare in modo integrato e strutturato le diverse forme di povertà – economica, abitativa, lavorativa, sanitaria e relazionale – attraverso la creazione di una rete tra enti, volontari e realtà del Terzo Settore, capace di dare risposte concrete alle persone in situazione di fragilità.

B.A.S.E. ha coinvolto oltre 80 Conferenze della Società di San Vincenzo De Paoli, più di 700 soci e decine di volontari sui territori di Milano e Monza Brianza, con un’impostazione volta a superare l’autoreferenzialità e a rafforzare la collaborazione tra soggetti diversi.

Un importante contributo alla misurazione dell’impatto del progetto è stato fornito dal Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Milano-Bicocca, che ha condotto un’indagine sui beneficiari e sui volontari.

Dai 253 questionari somministrati agli utenti emerge una forte fragilità sanitaria: oltre il 40% ha dovuto rinunciare a visite specialistiche e oltre il 30% all’acquisto di farmaci. Dall’analisi dei 176 questionari raccolti tra i volontari, il problema percepito come più urgente è quello della salute mentale, seguito dalle malattie croniche e dalle difficoltà di accesso a un’alimentazione adeguata.

Parallelamente, grazie al lavoro dell’Associazione San Martino, orientata all’inserimento e reinserimento lavorativo di persone fragili, il progetto ha raggiunto risultati concreti: 105 persone segnalate; 80 persone incontrate: 31 persone che hanno trovato un impiego nel corso del progetto.

Un ruolo fondamentale nel rafforzare il lavoro di rete e le competenze dei volontari è stato svolto dalla psicologa Rosanna Maurizio, che ha accompagnato le Conferenze in percorsi di ascolto, consapevolezza e lettura dei nuovi bisogni emergenti.

All’evento sarà presente anche Anna Maria, la cui storia rappresenta uno dei volti simbolo del Progetto B.A.S.E. Dopo la diagnosi di tumore nel 2021 e la perdita del lavoro e della casa, ha trovato sostegno grazie alla Società di San Vincenzo De Paoli e alla rete del progetto:

“Ho toccato il fondo dopo la scoperta della malattia. La mia vita è precipitata e ho perso tutto. La Società di San Vincenzo De Paoli ha saputo guardare oltre il mio silenzio, quando ero restia a parlare. Mi ha restituito dignità e speranza; mi ha accolto in un alloggio di housing sociale, mi ha inserita in un percorso di reinserimento lavorativo e mi ha garantito, grazie al contatto con LILT, il giusto supporto psicologico” racconta.

A conclusione del progetto, i ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca hanno realizzato una valutazione dell’impatto sulle competenze e sull’esperienza dei volontari, confrontando chi ha preso parte alle attività formative con chi non ha partecipato al percorso. Un’analisi utile a orientare le azioni future e a rafforzare il lavoro di rete già avviato, aprendo alla possibilità di proseguire e ampliare la collaborazione tra la Società di San Vincenzo De Paoli, l’Associazione San Martino e LILT, per dare risposte sempre più efficaci alle nuove povertà e alle fragilità emergenti.

Papa Leone XIV ai missionari consacrati: la relazione con Dio è importante

“Cari fratelli, sono contento di incontrarvi in occasione della vostra centoquattresima Assemblea Generale. Come sapete, anch’io ho svolto il ministero che vi è affidato e conosco l’importanza di ritrovarsi insieme per ascoltare e discernere, alla luce dello Spirito Santo, ciò che il Signore chiede a voi e ai vostri Ordini e Congregazioni per il bene della Chiesa. Per questa assemblea avete scelto il tema ‘Fede connessa: vivere la preghiera nell’era digitale’. Esso tocca tre aree oggigiorno molto importanti per la vita religiosa: la relazione con Dio, l’incontro coi fratelli e il confronto con il mondo digitale”: salutando p. Arturo Sosa, presidente dell’Unione Superiori Generali, papa Leone XIV, nel pomeriggio, ha incontrato 160 consacrati, che fino al 28 novembre parteciperanno alla 104^ Assemblea dell’Unione Superiori Generali a Sacrofano.

Quindi ha analizzato la prima parte del titolo, incentrando la riflessione sulla relazione con Dio: “La nostra speranza si fonda sulla consapevolezza di camminare verso l’incontro e la piena comunione con Dio, che per primo ci ha offerto la sua amicizia. Per questo, fondamentale nell’esistenza di ogni consacrato è la preghiera: spazio relazionale entro il quale il cuore si apre al Signore, imparando a chiedere e a ricevere con fiducia e gratitudine il suo amore che guarisce, trasforma e infiamma alla missione. Così testimoniamo ciò che realmente siamo: creature bisognose di tutto, abbandonate nelle mani provvidenti e buone del Creatore”.

E’ stata un’esortazione a coltivare “questa fede perché non si affievolisca, magari a causa di fughe o difese, oppure soffocata dall’ansia o dalla presunzione di sentirci ‘gestori di molti servizi’. Allora, abbagliati dai riflettori dell’efficientismo, intorpiditi dai fumi del compromesso o bloccati dalla paralisi della paura, rischiamo di fermarci, oppure di trasformare il nostro cammino di pellegrini in una corsa disordinata e logorante, dimentica dalla sua fonte e della sua meta.

A tale scopo il Giubileo ci offre un’occasione preziosa per tornare a ciò che conta, stringendoci al cuore infuocato di Dio, perché siano la sua luce e il suo calore a guidare e alimentare il nostro procedere personale e i nostri percorsi comunitari!”

Il secondo valore è l’incontro con i fratelli: “In tale dinamica gli Istituti, gli Ordini e le Congregazioni che rappresentate sono, per così dire, corpi carismatici, in cui tutti sono profondamente connessi per la stessa umanità, per la medesima fede, per l’appartenenza a Cristo e per la chiamata che unisce nella fraternità. Così nella Chiesa, ‘soggetto comunitario e storico della sinodalità e della missione’, i legami sono trasfigurati in vincoli sacri, in canali di grazia, in vene e arterie vive che irrorano un unico corpo con lo stesso sangue”.

Quindi c’è bisogno del confronto con il ‘mondo’ digitale: “La tecnologia informatica rappresenta infatti una sfida anche per i consacrati. Da un lato offre possibilità immense di bene, sia per la vita comune che per l’apostolato. Sarebbe miope ignorare le straordinarie opportunità che fornisce alla comunione e alla missione, permettendoci di raggiungere persone lontane, di condividere la fede attraverso nuovi linguaggi, di arrivare anche a chi, per vie ordinarie, fatica ad avvicinarsi alle nostre comunità.

Al tempo stesso, però, queste risorse possono influenzare fortemente, e non sempre per il meglio, il nostro modo di costruire e mantenere relazioni. E’ facile, ad esempio, lasciarsi tentare dall’idea di sostituire la mera connessione virtuale ai rapporti reali tra le persone, dove sono indispensabili presenza, ascolto prolungato e paziente e condivisione profonda di idee e sentimenti”.

Concludendo l’incontro il papa ha richiamato alla custodia delle relazioni: “Come Superiori, voi avete la responsabilità di custodire anche in questo ambito la fraternità e la comunione, vigilando affinché i mezzi tecnici non compromettano l’autenticità delle relazioni, né riducano gli spazi necessari a coltivarle. In particolare vorrei sottolineare che strumenti tradizionali di comunione come i Capitoli, i Consigli, le Visite canoniche e i momenti formativi non possono essere relegati all’ambito dei collegamenti ‘a distanza’.

La fatica del trovarsi insieme per dialogare e confrontarsi è parte integrante della nostra identità evangelica. In questo paesaggio di luci e di ombre ci attende una sfida: quella di integrare con equilibrio nova et vetera, custodendo e coltivando la relazione con Dio e con i fratelli, senza trascurare o seppellire, per pigrizia o per timore, i nuovi talenti che il Signore mette nelle nostre mani”.

(Foto: Santa Sede)

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