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Papa Leone XIV ringrazia chi annuncia il Vangelo

“Come sapete, ogni mese, dopo attento discernimento, i miei predecessori ed io abbiamo condiviso con voi diverse intenzioni che riguardano le sfide che l’umanità deve affrontare, nonché la vita e la missione della Chiesa. Sono grato per i vostri sforzi di diffonderli alle decine di milioni di persone in questa rete mondiale che ogni giorno presentano tali bisogni dinanzi a Dio. Questa preghiera non è estranea all’opera evangelica del Corpo di Cristo, bensì ne è parte integrante”: lo ha detto papa Leone XIV durante l’incontro con i rappresentanti della Rete Mondiale di Preghiera del Papa.

La sottolineatura importante è il fatto che tale preghiera è nel ‘Cuore di Cristo’: “La spiritualità del vostro apostolato di preghiera è radicata nel Cuore di Gesù, che vi permette di conoscere nostro Signore più intimamente e di essere più compassionevoli ed empatici mentre offrite il vostro sostegno orante per quanti sono nel bisogno. A tale riguardo, il vostro percorso di formazione, Il Cammino del Cuore, è una guida utile per come vivere questa spiritualità nella vita quotidiana. E’ mia speranza che attraverso il vostro apostolato continuiate ad aiutare i battezzati a comprendere che sono amici e apostoli di Cristo”.

L’incontro è stato un incoraggiamento a dare più diffusione alla Rete, specialmente tra i giovani: “Vi incoraggio inoltre a promuovere una partecipazione ancora più grande a questa Rete, che unisce differenti culture, lingue e carismi nella missione comune. E’ particolarmente importante invitare i giovani a partecipare, di modo che possano costituire la prossima generazione di intercessori per i bisogni del mondo intero. Poiché molti di loro sono alla ricerca di una relazione più profonda e personale con Gesù Risorto, il vostro Movimento Eucaristico Giovanile può essere un cammino particolarmente fecondo per aiutarli a crescere in un’intimità più profonda con nostro Signore”.

Poi ha incontrato i vescovi del Perù in visita ‘ad limina apostolorum’, che è combinata con l’anniversario della canonizzazione di san Turibio de Mongrovejo: “Mi appare provvidenziale che questa visita si svolga nel quadro del 300° anniversario della canonizzazione di san Turibio de Mogrovejo. Voi, cari fratelli, siete frutto del seme evangelico che questo santo vescovo piantò in quelle terre. Perciò desidero proporvi che, sostenuti dal suo esempio, leggiamo con sguardo di fede la realtà che oggi affrontiamo, che è stata ben descritta nei resoconti che mi avete fatto pervenire. Siate certi che sono stati letti con attenzione”.

Ed ha ripreso un consiglio dei primi missionari in America con l’invito a vivere ‘alla maniera degli Apostoli’: “Vivere così significa, anzitutto, custodire e promuovere l’unità e la comunione. Gli Apostoli, sparsi nel mondo, restavano uniti in uno stesso sentire e in una stessa missione. Anche oggi, la credibilità del nostro annuncio passa per una comunione reale e affettiva tra i pastori, e tra questi e il popolo di Dio, superando divisioni, protagonismi e ogni forma di isolamento”.

Ciò è stato ricercato sempre da san Turibio: “Una comunione come quella che ricercava san Turibio promuovendo i Concili di Lima. Questo incontro è un segno eloquente della comunione viva che ci unisce nella fede e nella missione, e mi permette di accogliere con gratitudine l’adesione a Cristo e al Successore di Pietro che voi esprimete nel vostro ministero”.

Una sfida per annunciare la Parola di Dio: “Al tempo stesso, le sfide attuali esigono una rinnovata fedeltà al Vangelo, che deve essere annunciato in maniera integra. San Turibio non proclamò una parola propria, ma una Parola ricevuta, confidando nella sua forza trasformatrice. Quella stessa fedeltà ci chiede oggi un annuncio chiaro, coraggioso e gioioso, capace di dialogare con la cultura senza perdere l’identità cristiana”.

Ciò significa vivere come gli Apostoli: “Vivere alla maniera degli Apostoli implica anche una dedizione totale al ministero che ci è stato affidato. Essi non hanno risparmiato nulla per sé, giungendo fino al martirio. In questa stessa linea si situa la testimonianza di san Turibio, che affrontò pericoli e sofferenze per un solo motivo: amore per le anime, per portare l’amore di Cristo fino ai luoghi più inaccessibili”.

Nel ricordo del suo impegno missionario in Perù li ha ringraziati: “Cari fratelli nell’episcopato, il Perù occupa un posto speciale nel mio cuore. Lì ho condiviso con voi gioie e fatiche, ho imparato la fede semplice della sua gente e ho sperimentato la forza di una Chiesa che sa attendere anche in mezzo alle prove. Per questo grande affetto, vi incoraggio a far fruttificare nell’oggi della Chiesa in Perù l’eredità che avete ricevuto dai santi Turibio, Rosa, Martino e Giovanni, tra tanti altri.

Vi ringrazio per questo incontro e per tutto ciò che fate affinché la Buona Novella risuoni in ogni cuore. Vi affido all’intercessione materna della Santissima Vergine Maria della Mercede e vi imparto volentieri la Benedizione Apostolica, che estendo ai sacerdoti, alla vita consacrata e a tutto l’amato popolo peruviano, specialmente a quanti hanno più bisogno di forza e consolazione”.

(Foto: Santa Sede)

Card. Zuppi ai vescovi italiani: non temere questo tempo

“Rivolgiamo un pensiero di gratitudine a papa Leone XIV per aver accettato l’invito a essere con noi, giovedì 20 novembre, per la chiusura di questa nostra Assemblea. Ci predisponiamo ad accogliere la sua parola, occasione preziosa per confermarci nel suo magistero di unità e di pace. In questi sei mesi di Pontificato, fin dal suo primo discorso, quello rivolto ai Cardinali, abbiamo colto alcuni assi portanti: la centralità dell’annuncio del Vangelo, l’unità della Chiesa, l’esercizio della collegialità nella sinodalità, la promozione di una pace ‘disarmata e disarmante’ in un mondo che al contrario si esercita nella forza, riempie gli arsenali e svuota di conseguenza le scuole, gli ospedali, i granai; l’attenzione alla dignità della persona umana, dal suo inizio alla fine, tutta da amare, curare e custodire, sempre e per tutti”: con queste parole il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha aperto ad Assisi l’Assemblea generale dei vescovi italiani con l’invito ad essere ‘costruttori di comunità’, in quanto la Chiesa ‘non cerca il potere ma il bene dell’Italia’.

Riprendendo le parole che papa Leone XIV ha detto loro nello scorso giugno il presidente dei vescovi ha invitato a sentirsi mandati: “Come Chiese in Italia, sentiamo oggi più fortemente l’appassionante chiamata ad andare nella grande messe di questo mondo, per rispondere a tanti che desiderano conoscere il nome del Dio ignoto, per condividere il Pane che sazia, per annunciare il Vangelo della vita eterna a chi, a tentoni, cerca speranza, per curare le sofferenze di una folla stanca e sfinita perché senza pastore. Non giudicare e, quindi, inevitabilmente condannare, ma guardare con gli occhi di Gesù, quelli della compassione, per essere lievito di fraternità”.

E’ stato un invito esplicito ad annunciare il Vangelo: “Pensiamo alla società di Antiochia, al tempo della Chiesa nascente: i credenti si sono impegnati di persona a portare e comunicare la loro esperienza di fede. Se quindi la cristianità è finita, non lo è affatto il cristianesimo: ciò che tramonta è un ordine di potere e di cultura, non la forza viva del Vangelo. Per questo, non dobbiamo avere paura ma rinnovare il nostro impegno a essere testimoni gioiosi del Risorto. Non dobbiamo diventare mediocri, spaventati, paurosi nella paternità e nell’assumerci responsabilità, ma più evangelici e cristiani!”

Ricordando l’allocuzione di papa san Paolo VI nell’ultima sessione pubblica del Concilio Ecumenico Vaticano II, ha invitato a non avere paura dell tempo attuale: “Non temiamo, dunque, questo tempo, che sembra sottrarre spazio alla fede: forse è il contrario. E’ questo il momento in cui l’annuncio del Vangelo deve essere più luminoso, come la lampada che arde nella notte. Il credente di oggi non è più il custode di un mondo cristiano, ma il pellegrino di una speranza che continua a farsi strada nei cuori. In questo orizzonte, la fine della cristianità non è una sconfitta, ma un kairos: l’occasione di tornare all’essenziale, alla libertà degli inizi, a quel ‘sì’ pronunciato per amore, senza paura e senza garanzie”.

Il Vangelo non va protetto: “Il Vangelo non ha bisogno di un mondo che lo protegga, ma di cuori che lo incarnino. E’ in questa situazione di ‘vulnerabilità’ che la Chiesa riscopre la sua forza: non quella del potere, peraltro spesso presunto come le ricostruzioni sulla rilevanza della Chiesa, ma quella dell’amore che si dona senza paura”.

Il Vangelo va annunciato: “La priorità è certamente trasmettere la fede, renderla viva, attraente, farla scoprire nascosta nelle attese e nei desideri del cuore, aiutando a ritrovarne le parole e la prassi. Ecco il nostro orizzonte e la nostra passione. Guardando tanti ‘senza tetto spirituali’ sentiamo la loro condizione, spesso piena di sofferenza, una domanda per costruire case di preghiera, di fraternità con Dio e con il prossimo, dove sperimentare la maternità della Chiesa e vivere l’ascolto della parola che diventa vita”.

Ed ha fatto il punto sul Sinodo, ringraziando chi ha collaborato: “Si è chiusa così una fase importante, avviata quattro anni fa accogliendo l’invito di papa Francesco, che ha visto una partecipazione a vario titolo di almeno 500.000 persone… Con il Cammino sinodale abbiamo imparato ad affinare aspetti che erano probabilmente già presenti, ma che avevano bisogno di essere rinnovati: l’ascolto, il discernimento, la profezia. Abbiamo cercato soprattutto di interiorizzare questo processo come stile ecclesiale permanente. Ora si apre una fase nuova che interpella in particolare noi Pastori nell’esercizio della collegialità e in quel presiedere la comunione così decisivo perché la sinodalità diventi forma, stile, prassi per una missione più efficace nel mondo”.

Quindi ha ricordato che il ministero è sinodale: “La collegialità che esprimiamo nella forma della nostra Conferenza Episcopale ci chiede anzitutto di esercitare il nostro prezioso ministero in una Chiesa che è sinodale, costituita da un popolo nel quale si cammina insieme, tutti insieme. Del resto, immaginare il nostro ministero episcopale in senso collegiale come altra cosa o separato dalla sinodalità di tutta la Chiesa equivarrebbe a privare la comunione nelle nostre Chiese e tra le nostre Chiese di quella garanzia rappresentata dalla comunione episcopale”.

E’ un invito a non dimenticare il Concilio Vaticano II: “La lezione del Vaticano II, anche da questa prospettiva, resta per noi una strada sicura da non smarrire. Siamo chiamati ad assumere tutto il cammino che in questi anni le Chiese in Italia hanno compiuto per orientarne i passi futuri attraverso il nostro discernimento e le risoluzioni che riconosceremo come necessarie. E’ un compito impegnativo quello che ci è chiesto: dobbiamo onorarlo nel migliore dei modi possibili perché nelle nostre Chiese prenda forma la profezia di una Chiesa che continua a lasciarsi plasmare dal soffio dello Spirito”.

Da qui l’invito ad essere ‘costruttori di comunità’, iniziando dalla parrocchia: “Siamo chiamati a impegnarci a costruire la comunità cristiana laddove siamo. Solo questa darà la carne alla nostra fede e un tetto ai nostri fratelli. La Chiesa è sempre Familia Dei. Certo, non è questo il momento storico del ‘noi’, della vita assieme, come si vede anche dalla fragilità della famiglia e di tante realtà associate!.. Pensiamo alle nostre parrocchie, anche se esse devono sempre restare aperte a qualunque tipo di fedeli e a qualunque ricerca di Dio: sono come la piazza della Chiesa, dove non ci devono essere accessi limitati o condizionati, perché spesso qui approdano tante persone da storie diverse particolari. E alla fontana vanno gli assetati, anche se non li conosciamo! Tutte le forme comunitarie, come quelle dei movimenti, vanno incoraggiate nel dinamismo della comunione e della paternità, come le associazioni di ogni tipo che il genio della fede e dell’amicizia cristiana semina nel nostro tessuto ecclesiale”.

Una comunità è composta da tante diversità: “Va riaccesa e accompagnata questa passione comunitaria che è evangelica e scritta nel profondo dell’animo umano. In una società che si atomizza la Chiesa non cessi mai di essere popolo! Anche in una piccola comunità – lo sappiamo dal Vangelo – c’è una grande forza: attrattiva e missionaria, consolatrice, liberatrice del male… Penso al significato di queste parole nella vita delle città, nelle periferie, nei paesi, nelle cosiddette aree interne: la vita si ravviva con la fede e la fraternità, il male arretra e viene sfidato dal bene. Possa la Chiesa aiutare gli italiani a sentirsi meno polarizzati (il rischio della polarizzazione in tanti campi è stato più volte additato da papa Leone), meno isolati e soli, insomma più popolo!”

(Foto: CEI)

Papa Leone XIV: sperimentare forme di sinodalità

“Buongiorno a tutti e benvenuti, c’è più entusiasmo qui che nella giornata dei giovani! Vuol dire che siete tutti giovani! Un cordiale saluto a tutti voi, partecipanti alla 65ª Assemblea Generale della Conferenza Italiana dei Superiori Maggiori. Il tema che avete scelto è ‘Governare la Speranza. Forme e stili di governo delle Province in una Chiesa sinodale’. Si tratta di una prospettiva impegnativa, che riflette la ricchezza del tempo di grazia che la Chiesa sta vivendo, come pure la sua complessità”: questa mattina papa Leone XIV ha incontrato i partecipanti alla 65^ Assemblea Generale della Conferenza Italiana Superiori Maggiori (CISM), che ad Assisi ha riflettuto sulla sinodalità.

E proprio dalla sinodalità, che rappresenta un motivo di speranza, è partito il discorso del papa: “La comunità dei credenti non si è mai sottratta né agli stimoli, né alle sfide dei tempi e dei luoghi in cui è vissuta, e anche oggi con fiducia e generosità vuole continuare a farlo, portando il messaggio di Cristo in ogni ambito della società e in ogni parte del mondo. In questo suo sforzo, la presenza dei religiosi è sempre stata significativa e provvidenziale, come fermento, profezia e forza per tutto il Popolo di Dio. E la tematica che vi siete proposti conferma la vostra fedeltà a tale ruolo, in particolare nell’ambito del cammino di ‘conversione sinodale’ che abbiamo vissuto in questi ultimi anni”.

Infatti proprio nelle congregazioni si sono sperimentate forme di sinodalità: “Il Documento finale dell’ultimo Sinodo, in proposito, ha rilevato come sia proprio delle famiglie religiose l’avere, nel corso dei secoli, ‘maturato sperimentate pratiche di vita sinodale e di discernimento comunitario, imparando ad armonizzare i doni individuali e la missione comune’. La sinodalità, intrinseca alla vita della Chiesa, è di fatto a maggior ragione propria della vostra vocazione, e ciò vi rende particolarmente idonei a contribuire agli sforzi che in tutto il mondo si stanno facendo in questa direzione. A ciò si aggiunge il valore dell’interculturalità crescente delle comunità dei consacrati, che pure risponde alle esigenze delle società in cui viviamo”.

Tale patrimonio non è mai statico: “Ciò comporta la necessità di prendersene cura come del frutto di un organismo vivo, bisognoso di nutrimento, di attenzione, a volte anche di guarigione; e a ciò può contribuire in modo determinante il ministero di autorità, con forme e stili di ‘governo’ adatti a suscitare speranza nel cammino dei fratelli, sostenendone il generoso e proficuo apostolato”.

Riprendendo le conclusioni del Sinodo il papa ha richiamato alla necessità dei processi: “Si tratta, come sottolinea il Documento, di processi interconnessi, che si sostengono e correggono a vicenda. La fedeltà alla Chiesa dirige e illumina il coinvolgimento dei fratelli e ne alimenta la corresponsabilità, garantendo la trasparenza e facilitando quell’apertura reciproca che sola può favorire la cooperazione di tutti. Del resto il confronto sincero, la condivisione, la correzione fraterna possono aiutare molto ad evitare e contrastare eventuali derive particolaristiche e autoreferenziali “.

A ciò si potrà arrivare solo se c’è un rinnovamento nella fedeltà: “In fondo, si tratta di un cammino di purificazione atto a rendere singoli e comunità sempre più liberi nel bene, sia a livello di crescita personale che di esercizio della carità. E ciò chiaramente anche in favore di una rinnovata fedeltà carismatica, che richiede un continuo spogliarsi di strutture e attaccamenti non essenziali, o addirittura nocivi ad una piena attualizzazione nell’oggi della missione originale ispirata ai fondatori. Ed a tale scopo vorrei ricordare, in particolare, l’importanza di incoraggiare, nelle forme di governo, una proficua alternanza nelle responsabilità e negli incarichi, evitando staticismi che rischiano di favorire irrigidimenti e sclerotizzazioni”.

Ugualmente nel messaggio ai partecipanti al congresso missionario in Messico il papa ha sottolineato il bisogno di rimanere saldi nella fede: “Il lievito del Vangelo è venuto nelle mani di pochi missionari. Erano le mani della Chiesa, che avrebbe cominciato a impastare il lievito che portavano con sé (il deposito della fede) con la nuova farina di un continente che ancora non conosceva il nome di Cristo. Poiché entrambi erano integrati, iniziò il processo di fermentazione lento e ammirevole. Il Vangelo non cancellò ciò che trovò, ma lo trasformò. Tutta l’incredibile ricchezza degli abitanti di quelle terre (lingue, simboli, costumi e speranze) è stata impastata con la fede, fino a quando il Vangelo ha messo radici nei loro cuori e si è trasformato in opere di santità e bellezza uniche”.

E’ un invito a ‘fare la volontà’di Dio: “Non basta dire ‘Signore, Signore’, ma dobbiamo fare la volontà del Padre. Dobbiamo essere disposti a mettere le mani nella massa del mondo! Non basta parlare di farina senza sporcarci le mani; bisogna toccare (come diceva il Crisostomo) da mescolare ad essa, 3 sia fondato il Vangelo con la nostra vita fino a trasformarle dall’interno”.

Mentre ai membri della Fondation Internationale Religions et Sociétés il papa ha sottolineato l’impegno alla missione educativa: “La missione richiede di lavorare in sinergia, di evitare l’isolamento e di accettare di costruire una solidarietà pastorale forte, che non si limiti a mezzi economici, ma che includa anche lo scambio di agenti di pastorale tra le Chiese. Questo lavoro merita di essere ben organizzato al fine di favorire il loro buon inserimento nelle diocesi di accoglienza”.

Invece ai partecipanti alla conferenza nazionale sulle dipendenze il papa ha elogiato l’operato delle comunità, chiedendo un maggiore impegno alla prevenzione: “Si tratta di impegnarsi sempre più, e in maniera concertata, in un’opera di prevenzione che si traduca in un intervento della comunità nel suo insieme. È importante, nell’ambito di una politica di prevenzione del disagio giovanile, incrementare l’autostima delle nuove generazioni, per contrastare il senso di insicurezza e instabilità emotiva favorito sia dalle pressioni sociali, che dalla stessa natura della fase adolescenziale. Le opportunità di lavoro, l’educazione, lo sport, la vita sana, la dimensione spirituale dell’esistenza: questa è la strada della prevenzione delle dipendenze”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: la Resurrezione sconfigge la tristezza

“Saluto cordialmente i polacchi, in particolare i gruppi di adorazione venuti per il Giubileo, e la delegazione dell’Arcidiocesi di Białystok che ha portato la pietra angolare per il Museo del Beato Don Jerzy Popiełuszko. Oggi si celebra la memoria liturgica di San Giovanni Paolo II. Esattamente 47 anni fa, in questa Piazza, egli ha esortato il mondo ad aprirsi a Cristo. Questo appello è valido ancora oggi: tutti siamo chiamati a farlo nostro”: al termine dell’udienza generale di oggi, memoria di papa san Giovanni Paolo II, papa Leone XIV ha salutato i pellegrini polacchi esortando tutti a seguire l’invito che il papa santo espresse nell’omelia della Messa di inizio del suo pontificato: ‘Tutti siamo chiamati a farlo nostro’.

E nella catechesi odierna papa Leone XIV ha incentrato la riflessione sulla resurrezione, che è un’esplosione di gioia: “La risurrezione di Gesù Cristo è un evento che non si finisce mai di contemplare e di meditare, e più lo si approfondisce, più si resta pieni di meraviglia, si viene attratti, come da una luce insostenibile e al tempo stesso affascinante. E’ stata un’esplosione di vita e di gioia che ha cambiato il senso dell’intera realtà, da negativo a positivo; eppure non è avvenuta in modo eclatante, men che meno violento, ma mite, nascosto, si direbbe umile”.

Inoltre guarisce dalle ‘malattie’ del tempo: “Oggi rifletteremo su come la risurrezione di Cristo può guarire una delle malattie del nostro tempo: la tristezza. Invasiva e diffusa, la tristezza accompagna le giornate di tante persone. Si tratta di un sentimento di precarietà, a volte di disperazione profonda che invade lo spazio interiore e che sembra prevalere su ogni slancio di gioia”.

Nel racconto evangelico dei discepoli di Emmaus il papa ha sottolineato che il sopravvento della tristezza può ‘distruggere’ la vita: “La tristezza sottrae senso e vigore alla vita, che diventa come un viaggio senza direzione e senza significato. Questo vissuto così attuale ci rimanda al celebre racconto del Vangelo di Luca sui due discepoli di Emmaus. Essi, delusi e scoraggiati, se ne vanno da Gerusalemme, lasciandosi alle spalle le speranze riposte in Gesù, che è stato crocifisso e sepolto.

Nelle battute iniziali, questo episodio mostra come un paradigma della tristezza umana: la fine del traguardo su cui si sono investite tante energie, la distruzione di ciò che appariva l’essenziale della propria vita. La speranza è svanita, la desolazione ha preso possesso del cuore. Tutto è imploso in brevissimo tempo, tra il venerdì e il sabato, in una drammatica successione di eventi”.

La tristezza è il vivere senza tenere conto della speranza: “Il paradosso è davvero emblematico: questo triste viaggio di sconfitta e di ritorno all’ordinario si compie lo stesso giorno della vittoria della luce, della Pasqua che si è pienamente consumata. I due uomini danno le spalle al Golgota, al terribile scenario della croce ancora impresso nei loro occhi e nel loro cuore.

Tutto sembra perduto. Occorre tornare alla vita di prima, col profilo basso, sperando di non essere riconosciuti… L’aggettivo greco utilizzato descrive una tristezza integrale: sul loro viso traspare la paralisi dell’anima”.

Ma la gioia si riaccende durante la cena: “Gesù accetta e siede a tavola con loro… Il gesto del pane spezzato riapre gli occhi del cuore, illumina di nuovo la vista annebbiata dalla disperazione. Ed allora tutto si chiarisce: il cammino condiviso, la parola tenera e forte, la luce della verità… Subito si riaccende la gioia, l’energia scorre di nuovo nelle membra stanche, la memoria torna a farsi grata. Ed i due tornano in fretta a Gerusalemme, per raccontare tutto agli altri”.

Così la Pasqua diventa un riconoscimento di un evento accaduto: “Il Signore è veramente Risorto. In questo avverbio, veramente, si compie l’approdo certo della nostra storia di esseri umani. Non a caso è il saluto che i cristiani si scambiano nel giorno di Pasqua. Gesù non è risorto a parole, ma con i fatti, con il suo corpo che conserva i segni della passione, sigillo perenne del suo amore per noi. La vittoria della vita non è una parola vana, ma un fatto reale, concreto”.

Ritorna la gioia, perché la Resurrezione cambia la prospettiva di vista: “La gioia inattesa dei discepoli di Emmaus ci sia di dolce monito quando il cammino si fa duro. E’ il Risorto che cambia radicalmente la prospettiva, infondendo la speranza che riempie il vuoto della tristezza. Nei sentieri del cuore, il Risorto cammina con noi e per noi. Testimonia la sconfitta della morte, afferma la vittoria della vita, nonostante le tenebre del Calvario. La storia ha ancora molto da sperare in bene.

Riconoscere la Risurrezione significa cambiare sguardo sul mondo: tornare alla luce per riconoscere la Verità che ci ha salvato e ci salva. Sorelle e fratelli, restiamo vigili ogni giorno nello stupore della Pasqua di Gesù risorto. Lui solo rende possibile l’impossibile!”

Precedentemente il papa aveva ricevuto in udienza la Fraternité Monseigneur Courtney; elogiando la missione accanto ai poveri: “Sono quindi lieto di accogliervi nel vostro cammino di fede: tornerete ai vostri impegni quotidiani rafforzati dalla speranza, meglio preparati a lavorare per lo sviluppo integrale di ogni persona alla luce del Vangelo”.

E’ stato un invito a mantenere viva la speranza: “Mantenete viva la speranza in un mondo migliore; Siate certi che, uniti a Cristo, i vostri sforzi porteranno frutto e saranno ricompensati. Affido voi e il vostro amato Paese, il Burundi, alla protezione di Nostra Signora del Rosario e imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica a voi, alle vostre famiglie e ai benefattori che operano per il progresso integrale del popolo burundese”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV ai gesuiti: essere annunciatori di speranza

“A pochi mesi dall’inizio del Pontificato, sono contento di accogliere voi, membri del Collegio degli scrittori e collaboratori della rivista ‘La Civiltà Cattolica’. Saluto il Preposito Generale, che gentilmente ci accompagna in questa udienza”: con queste parole papa Leone XIV ha ricevuto in udienza il collegio degli scrittori della ‘La Civiltà Cattolica’, la rivista dei Gesuiti, ringraziandoli per il servizio alla Sede apostolica, in occasione del 175^ anniversario di fondazione.

Durante l’udienza il papa ha evidenziato il loro contributo: “Il vostro lavoro ha contribuito, e continua a farlo, a rendere la Chiesa presente nel mondo della cultura, in sintonia con gli insegnamenti del Papa e con gli orientamenti della Santa Sede”.

Ed ha apprezzato lo stile: “Qualcuno ha definito la vostra rivista ‘una finestra sul mondo’, apprezzandone l’apertura, e davvero una sua caratteristica è quella di sapersi accostare all’attualità senza temere di affrontarne le sfide e le contraddizioni.

Potremmo individuare tre aree significative del vostro operato su cui soffermarci: educare le persone a un impegno intelligente e fattivo nel mondo, farsi voce degli ultimi, essere annunciatori di speranza”.

Riprendendo le parole di san Giovanni Paolo II il papa ha sottolineato lo sguardo sulla realtà: “E ciò li metterà in grado di dare apporti validi, anche a livello politico, su temi fondamentali come l’equità sociale, la famiglia, l’istruzione, le nuove sfide tecnologiche, la pace. Con i vostri articoli, voi potete offrire a chi legge strumenti ermeneutici e criteri d’azione utili, perché ognuno possa contribuire alla costruzione di un mondo più giusto e fraterno, nella verità e nella libertà”.

Inoltre la rivista si fa voce dei poveri: “Farsi voce dei piccoli è dunque un aspetto fondamentale della vita e della missione di ogni cristiano. Esso richiede prima di tutto una grande e umile capacità di ascoltare, di stare vicino a chi soffre, per riconoscere nel suo grido silenzioso quello del Crocifisso che dice: ‘Ho sete’. Solo così è possibile farsi eco fedele e profetica della voce di chi è nel bisogno, spezzando ogni cerchio di isolamento, di solitudine e di sordità”.

Infine sono ‘messaggeri di speranza’, con particolare riferimento a papa Benedetto XVI: “Si tratta di opporsi all’indifferentismo di chi rimane insensibile agli altri e al loro legittimo bisogno di futuro, come pure di vincere la delusione di chi non crede più nella possibilità di intraprendere nuove vie, ma soprattutto di ricordare e annunciare che per noi la speranza ultima è Cristo, nostra via. In Lui e con Lui, sul nostro cammino non ci sono più vicoli ciechi, né realtà che, per quanto dure e complicate, possano fermarci e impedirci di amare con fiducia Dio e i fratelli… E’ un messaggio importante questo, specialmente in un mondo sempre più ripiegato su sé stesso”.

Infine li ha congedati con due frasi di papa Francesco: “E in un’altra occasione disse, riferendosi al nome del vostro periodico: ‘Una rivista è davvero ‘cattolica’ solo se possiede lo sguardo di Cristo sul mondo, e se lo trasmette e lo testimonia’. Ecco la vostra missione: cogliere lo sguardo di Cristo sul mondo, coltivarlo, comunicarlo, testimoniarlo”.

E domani  inizia il Giubileo dei catechisti che si apre con un convegno sulla trasmissione della fede, che si svolgerà sabato 27 settembre all’Aula Magna dell’Università Santa Croce a Roma con il titolo ‘Proclamare la propria fede, 1700 anni dopo Nicea’.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV chiede ai nuovi vescovi di annunciare il Vangelo

“Abbiamo 200 vescovi, un solo Papa, e non molto tempo a disposizione, quindi ne approfitteremo al meglio. Faremo una pausa verso le ore 11 o ci impegneremo per concludere verso le ore 11, e poi la seconda parte della mattinata sarà dedicata a un saluto individuale, a una bella foto, che potrete appendere da qualche parte nella casa del vostro vescovo, e almeno a un saluto reciproco. Questo sarà il programma della mattinata. Siete liberi di iniziare a pensare alle domande che potreste avere o a ciò che vorreste condividere”: così cordialmente il prefetto card. Luis Antonio Tagle, salutando papa Leone XIV ha iniziato l’incontro con i vescovi ordinati nell’ultimo anno, che sono 192 provenienti dai cinque continenti, impegnati dal 3 settembre nei corsi di formazione promossi dal Dicastero per l’Evangelizzazione e dal Dicastero per i Vescovi..

Quindi papa Leone XIV ha sottolineato che l’annuncio del Vangelo per un vescovo è un dono: “Desidero ricordare, anzitutto, una cosa tanto semplice quanto non scontata: il dono che avete ricevuto non è per voi stessi, ma per servire la causa del Vangelo. Siete stati scelti e chiamati per essere inviati, come apostoli del Signore e come servi della fede. Ed è proprio su questo che vorrei brevemente soffermarmi, prima di fare con voi un dialogo fraterno: il Vescovo è servo, il Vescovo è chiamato a servire la fede del popolo”.

Però oltreché un dono il servizio è caratteristica dell’identità cristiana: “Il servizio non è una caratteristica esterna o un modo di esercitare il ruolo. Al contrario, a coloro che Gesù chiama come discepoli e annunciatori del Vangelo, in particolare ai Dodici, è richiesta la libertà interiore, la povertà di spirito e la disponibilità al servizio che nasce dall’amore, per incarnare la stessa scelta di Gesù, che si è fatto povero per arricchirci. Egli ci ha manifestato lo stile di Dio, che non si rivela a noi nella potenza, ma nell’amore di un Padre che ci chiama alla comunione con Lui”.

In questo caso il pensiero agostiniano è molto chiaro: “Al contempo, egli ricorda che negli Apostoli si era insinuata ‘una certa smania di grandezza’, dinanzi alla quale Gesù dovette intervenire come un medico per guarirli. Ricordiamo infatti il monito del Signore quando vede il gruppo dei Dodici che discute su chi fosse il più grande: ‘Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti’. Più volte il papa Francesco diceva: l’unica autorità che abbiamo è il servizio, e un servizio umile! E’ veramente importante che meditiamo e cerchiamo di vivere quelle parole”.

Questa è stata la raccomandazione di papa Leone XIV, che consiglia di ricordare un discorso di papa Francesco: “Vi chiedo perciò di vigilare sempre e di camminare in umiltà e preghiera, per farvi servi del popolo a cui il Signore vi manda. Questo servizio, ricordava papa Francesco in un’occasione come questa, si esprime nell’essere segno della vicinanza di Dio…

Allo stesso tempo, oggi dobbiamo chiederci cosa significa essere servi della fede del popolo. Per quanto importante e necessaria, non basta la sola consapevolezza che il nostro ministero sia radicato nello spirito di servizio, a immagine di Cristo. Esso infatti deve anche tradursi nello stile dell’apostolato, nelle varie forme della cura e del governo pastorale, nell’anelito dell’annuncio, in modi tanto diversi e creativi a seconda delle situazioni concrete che vi troverete ad affrontare”.

E questa crisi che si vive può essere un momento per ritrovare la ‘passione’ dell’annuncio del Vangelo: “La crisi della fede e della sua trasmissione, insieme alle fatiche che riguardano l’appartenenza e la pratica ecclesiale, ci invitano a ritrovare la passione e il coraggio per un nuovo annuncio del Vangelo. Nel contempo, diverse persone che sembrano essere lontane dalla fede, spesso tornano a bussare alle porte della Chiesa oppure si aprono a una nuova ricerca di spiritualità, che a volte non trova linguaggi e forme adeguate nelle proposte pastorali consuete”.

Insomma il papa ha esortato a non fuggire le sfide del mondo: “E non dobbiamo dimenticare, inoltre, le altre sfide, di carattere più culturale e sociale, che ci riguardano tutti e che, in special modo, interessano alcuni territori: il dramma della guerra e della violenza, le sofferenze dei poveri, l’aspirazione di tanti a un mondo più fraterno e solidale, le sfide etiche che ci interpellano sul valore della vita e della libertà, e la lista sarebbe certamente più lunga”.

L’intervento introduttivo del papa si è concluso con l’invito di essere ‘pastori’ tra le genti: “In questo contesto, la Chiesa vi manda come pastori premurosi, attenti, che sanno condividere il cammino, le domande, le ansie e le speranze della gente; pastori che desiderano essere guide, padri e fratelli per i sacerdoti e per le sorelle e i fratelli nella fede.

Carissimi, prego per voi, perché non vi manchi mai il vento dello Spirito e perché la gioia della vostra Ordinazione, come profumo soave, possa espandersi anche su coloro che andrete a servire”.

(Foto: Santa Sede)

In cammino con sant’Antonio da Padova per scoprire la bellezza dell’annuncio cristiano

Sono partiti domenica 29 giugno da Brive-la-Gaillarde, in Nuova Aquitania, i pellegrini italiani e francesi che stanno percorrendo a piedi ‘En Route con sant’Antonio’, un cammino dalla Francia a Padova lungo le orme percorse da frate Antonio 800 anni fa. Promosso dai frati conventuali della Provincia Italiana di S. Antonio di Padova insieme alla Custodia dei frati minori conventuali di Francia e Belgio per quest’estate giubilare, questo evento è organizzato dal progetto Antonio800 ed ha ottenuto il patrocinio dell’intera famiglia francescana d’Italia e di Francia ed il patrocinio ufficiale del Giubileo, unico cammino ad averlo ottenuto, per la ‘particolare attenzione all’evangelizzazione, invitando i giovani a farsi reali ‘Pellegrini di Speranza’, come ha scritto mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione. Il cammino riprenderà da Lyon lunedì 11 agosto, dopo la pausa giubilare che ha consentito ai giovani pellegrini di essere presenti a Roma con gli altri giovani del mondo. 

Si tratta di 1.306 chilometri che sono percorsi a staffetta per giungere in Basilica del Santo a Padova domenica 21 settembre. Sessanta le tappe (le principali Limoges, Clermont-Ferrand, Montbrison, Lyon, Chambery, Moncenisio, Torino, Vercelli, Milano, Brescia e Verona), con una media di 21,8 chilometri ogni tratta. Oltre 2.000.000 di passi; 5 regioni attraversate (2 francesi e 3 italiane); 20 diocesi incontrate (8 francesi e 12 italiane); 60 tappe; 80 giorni di impegno. Un cammino che si può anche seguire virtualmente attraverso il sito ufficiale www.antonio800.org e i relativi social Youtube e Facebook, alcune emittenti televisive locali del Nord Italia, l’emittente nazionale francese KTO, mediapartner di ‘En Route con sant’Antonio’ insieme al ‘Messaggero di sant’Antonio’, edizioni italiana e francese. Inoltre una sua reliquia ex ossibus ‘camminerà’ sulle spalle di un frate pellegrino, e sarà consegnata di volta in volta alle comunità cristiane incontrate lungo le 60 tappe fino alla ripartenza del giorno successivo.

Per conoscere meglio questo ‘cammino’ abbiamo parlato con il dott. Alberto Friso, project event manager di ‘Antonio800’ ed egli stesso pellegrino lungo le orme di sant’Antonio, dalla Francia a Padova: per quale motivo è proposto il cammino ‘En Route con sant’Antonio’?

“Antonio800, una delle realtà della Provincia Italiana di Sant’Antonio di Padova dei Frati Minori Conventuali, equivalente in buona sostanza al nord Italia, è il contenitore delle iniziative legate agli ottocentenari antoniani e francescani. Ottocento anni fa, dal 1224 alla fine del 1227, frate Antonio di Padova (ma da Lisbona) fu annunciatore del Vangelo, predicatore e organizzatore del neonato Ordine francescano nel centro e sud della Francia, e poi nel nord Italia (1227-1231). In occasione del Giubileo della Speranza, con il cammino ‘En Route con sant’Antonio’ abbiamo voluto interrogare la figura di sant’Antonio pellegrino e annunciatore, ricalcandone a piedi i suoi stessi passi, in un cammino fisico ma anche, e soprattutto, spirituale. Abbiamo voluto tornare sulle strade da lui percorse, affidando a Dio i nostri passi”.

Perché sant’Antonio percorse questo cammino?

“Frate Antonio visse e annunciò il Vangelo per quasi quattro anni in Francia (1224-1227), in particolare venne inviato come missionario per convertire gli eretici catari e albigesi, per poi rientrare in Italia per assumere il provincialato dell’Italia settentrionale, ruolo che ebbe dal 1227 al 1230. Ad 800 anni di distanza, incrociando geografia e storia, abbiamo pensato di ripercorrere a piedi i passi del santo francescano partendo da Brive-la-Gaillarde, località antoniana dove il Santo dimorò nelle grotte che portano il suo nome, e arrivando a Padova, luogo dove visse gli ultimi anni della sua vita e morì. Non siamo in grado di dire che sant’Antonio abbia scelto precisamente queste strade per passare dall’Italia alla Francia andata e ritorno, ma di certo la sua presenza è attestata in alcuni dei luoghi che tocchiamo: oltre a Brive-la-Gaillarde, Solignac, Limoges, Vercelli, Milano, Verona ed, ovviamente, Padova”.

Per quale motivo è un cammino ‘povero’ e di ‘popolo’?

“Il nostro è un cammino partecipativo di fraternità, aperto a chiunque voglia farne parte. Si cammina insieme agli altri. Chiunque può partecipare, non serve iscriversi, non serve motivare la propria scelta, basta il desiderio di camminare insieme per quanti chilometri si possono fare, sia uno, che dieci o cento, presentandosi al via di ogni singola tappa. L’appuntamento è alla partenza di ogni tappa all’orario stabilito, chiunque abbia voglia di camminare insieme con noi è benvenuto. E’ importante consultare sul sito www.antonio800.org il programma con altimetria e grado di difficoltà del percorso (diviso in facile, medio, impegnativo, molto impegnativo). Logistica, vitto e alloggio restano a carico del singolo. Un altro modo per partecipare è presentarsi agli eventi religiosi e culturali di fine tappa, nessuno dei quali è a numero chiuso, o nelle giornate di sosta”.

Come farsi ‘toccare’ dalla bellezza dell’annuncio cristiano?

“Camminare da cristiani significa anche tornare all’essenzialità dell’annuncio, alla sua radice, a fare i conti con la gratuità dell’amore di Dio. Direi che ‘farsi toccare’ è questione esperienziale, bisogna mettersi nella condizione di fare esperienza dell’amore. La sete d’infinito, la fame d’immortalità che alberga nel cuore di ciascuno chiede di poter riposare nel Dio svelatoci da Gesù Cristo. Chi ha fatto esperienza della sua misericordia sa che nessun altro ha parole di vita eterna risolutive per una vita buona. Il cammino aiuta a ritrovare questa autenticità. Ed a sera, come i due di Emmaus, viene da ripensare: ‘Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via’?”

Quali sono i motivi che spingono i pellegrini a intraprendere il cammino?

“Sui motivi c’è ampia varietà. C’è chi parte con una domanda di senso, esistenziale. Chi con un dolore da affrontare. Chi con un’intenzione di preghiera nel cuore. Me è ben accetto anche solo il curioso, se aperto al cambiamento e rispettoso di quanto un pellegrinaggio può offrire. La motivazione di fede, in tutto ciò, è decisamente importante. Personalmente, chiedo al cammino la conferma del bene che so esserci e che a volte sembra appannata.

Inevitabile poi è crearsi delle aspettative, che per lo più vengono ribaltate da quanto accade durante il cammino stesso, perché mettersi per strada significa esporsi all’imprevisto, all’inedito, all’incontro con l’altro, con l’Altro, e pure con una parte di sé poco conosciuta. Di certo, il sentirsi ‘più vivi’ coinvolge tutti i sensi. L’ascolto è forse il più sollecitato. Ecco che qualsiasi sia la motivazione di partenza, trovarsi camminando ‘più ascoltanti’, più ricettivi, anche alle piccole cose, alle sfumature, ai refoli di vento, rende possibile l’incontro autentico con Dio, nell’accoglienza della propria vocazione”.

Quali sono le impressioni dei pellegrini di questo cammino?

“Sono colpiti dalla fraternità che si crea tra loro; dall’accoglienza lieta delle persone, che si fanno in quattro per soddisfare le esigenze del pellegrino (il letto per dormire, la doccia, la cena, la preghiera comune…). La preghiera alla partenza, durante il cammino, all’arrivo acquistano un valore speciale. Dovendo scegliere un momento, il più evocativo sembra essere quello della preghiera ritmata dai passi. Può essere l’ascolto delle lodi (dall’app CEI), oppure un canto, o la recita del rosario. Farlo insieme, ad alta voce, nella natura, camminando, è un’altra cosa.

Altro elemento che colpisce e rende grato il cuore è il contatto con la natura, nelle sue diverse espressioni. Certo il bosco, le montagne, un albero maestoso, il fluire dell’acqua di un torrente, ma poi anche la natura ‘addomesticata’ dall’uomo, con la bellezza dei campi di grano, degli animali al pascolo, di un sentiero che sapientemente sale il crinale”.

(Tratto da Aci Stampa)

Il card. Repole ricorda mons. Nosiglia: aveva urgenza di annunciare Gesù

“La postura è quella di chi ha ‘le vesti strette ai fianchi’, con il gesto di chi non perde tempo, non ha tempo da perdere, e si mette al lavoro, in un servizio diuturno delle sorelle e dei fratelli. Lo stesso gesto che deve essere compiuto nella Pasqua, nell’attesa del passaggio e del compimento della promessa di Dio. E forse in questo gesto si congiungono mirabilmente insieme le due situazioni: chi attende la lucentezza piena del volto di Cristo, chi attende la sua manifestazione definitiva, allora non è statico, non è fermo, non è inerme, ma si cinge i fianchi perché sa che ogni piccolo gesto è prezioso, ogni attimo del suo tempo è vitale, ogni possibilità di servizio non va smarrita.

E, nello stesso tempo, ogni azione, ogni gesto, ogni servizio reso manifestano sempre l’inquietudine di quell’altrove e di quell’ulteriorità del Volto lucente di Cristo”: sono le parole con cui il card. Roberto Repole arcivescovo di Torino e Vescovo di Susa, ha iniziato l’omelia per le esequie di mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo emerito di Torino, morto il 27 agosto all’Hospice del Cottolengo a Chieri.

Alla celebrazione hanno partecipato molti vescovi, tra i quali il card. Giuseppe Betori, mons. Vincenzo Paglia, e il vescovo di Vicenza mons. Giuliano Brugnotto, vescovo di Vicenza, e mons. Beniamino Pizziol, vescovo emerito di Vicenza, successore di mons. Nosiglia, mons. Adriano Tessarollo, vescovo emerito di Chioggia, ordinato vescovo da mons. Nosiglia, mons. Lodovico Furian, vicario generale di Nosiglia dal 2007 al 2010, e mons. Massimo Pozzer, segretario di Nosiglia a Vicenza.

Nell’omelia il card. Repole ha evidenziato le caratteristiche del vescovo defunto: “Chi ha conosciuto il vescovo Cesare sa che c’è molto di lui in queste semplici parole evangeliche. L’arcivescovo Cesare non tollerava i vuoti. La sua agenda non poteva prevedere delle pagine bianche. Riempiva i giorni, riempiva le ore, riempiva i minuti. Era sempre in movimento, sentiva l’urgenza dell’azione pastorale, sentiva l’impellenza del servizio del prete e del pastore… Anche se forse non sempre appariva in modo netto, immediato, perché (lo sappiamo tutti, chi lo ha conosciuto lo sa) il suo carattere era schivo, riservato. Ma questo c’era, questo c’era!”.

Sempre il cardinale ha sottolineato la grande vicinanza di mons. Nosiglia agli ‘ultimi’: “Ha avuto cura che tutti potessero essere sfamati, che ciascuno (a cominciare dai più fragili, da chi perdeva il lavoro, da chi era in ospedale, da chi era povero, da chi era migrante, a cominciare da loro) che ciascuno potesse sperimentare in modo concreto, materiale, tangibile, la vicinanza di Dio. Perché sapeva molto bene che soltanto se si riceve il pane materiale, allora il pane dell’Evangelo non può essere frainteso, diventa autentico e vero. Lo sapeva sin dall’inizio e lo manifestava nell’incontro con i tanti poveri che ha voluto incontrare sempre, fino alla fine.

Mi colpiva la spontaneità che monsignor Nosiglia aveva quando incontrava delle persone fragili. Una spontaneità, francamente, che forse non gli era così immediata in altre circostanze. Mi sono chiesto tante volte perché era così. Forse perché i più fragili, i più poveri sono senza difese. E quando tu li incontri sul serio, scopri che anche tu sei fragile e senza difese, non devi mascherarti, puoi essere quello che sei”.

(Foto: Arcidiocesi di Torino)

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