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Papa Leone XIV alla Conferenza dell’Amazzonia: annunciare Gesù per la cura della casa comune
“La missione della Chiesa di annunciare il Vangelo a tutti gli uomini, il trattamento equo dei popoli che abitano l’Amazzonia e la cura della casa comune”: sono le tre dimensioni pastorali proposte da papa Leone XIV ai vescovi della Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia (Ceama), riunitisi fino al 20 agosto a Bogotá, in Colombia. L’indicazione del papa è contenuta in un telegramma a firma del segretario di Stato, card. Pietro Parolin, inviato al presidente della Ceama, mons. Pedro Ricardo Barreto Jimeno, nel quale ha ribadito la necessità dell’annuncio cristiano:
“E’ essenziale che Gesù Cristo, nel quale tutte le cose si ricapitolano, sia annunciato con chiarezza e immensa carità tra gli abitanti dell’Amazzonia, di modo che ci impegniamo a dare loro il pane fresco e puro della buona novella e il nutrimento celeste dell’Eucaristia, unico modo per essere veramente popolo di Dio e corpo di Cristo”.
All’annuncio di Cristo è correlata la giustizia: “In questa missione, siamo spinti dalla certezza, confermata dalla storia della Chiesa, laddove si predica il nome di Cristo, l’ingiustizia arretra in modo proporzionale, poiché, come afferma l’apostolo Paolo, ogni sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo scompare se siamo capaci di accoglierci gli uni gli altri come fratelli”.
Ciò significa anche prendersi cura della ‘casa comune’: “Nell’ambito di questa dottrina perenne, non meno evidente è il diritto e il dovere di prenderci cura della ‘casa’ che Dio Padre ci ha affidato come amministratori premurosi, affinché nessuno distrugga irresponsabilmente i beni naturali che parlano della bontà e della bellezza del Creatore, né, tanto meno, si sottometta ad essi come schiavo o adoratore della natura, poiché queste cose ci sono state date per raggiungere il nostro fine di lodare Dio e ottenere così la salvezza delle nostre anime”.
Nella prima giornata dei lavori, sono intervenuti i cardinali presidente e vicepresidente della Ceama, p. Pedro Ricardo Barreto Jimeno e p. Leonardo Ulrich Steiner, il card. Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, e mons. Lizardo Estrada Herrera, segretario generale del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam).
The Sun: con la musica far innamorare di Dio i giovani
Dopo il successo al giubileo delle famiglie, dei bambini, dei nonni e degli anziani il complesso musicale ‘The Sun’ sarà protagonista anche a Castel Sant’Angelo a Roma martedì 29 luglio con un concerto per il Giubileo dei missionari digitali e, dopo alcuni giorni, sabato 2 agosto, al Giubileo dei giovani, mentre è uscito ‘Coraggio’, il singolo che anticipa il nuovo album che sarà presentato a novembre all’Alcatraz di Milano con l’etichetta ‘La Gloria’, co-fondata anche da Francesco Lorenzi.
Senza contare che la band vicentina (Francesco Lorenzi, Riccardo Rossi, Matteo Reghelin, Gianluca Menegozzo ed Andrea Cerato) è stata selezionata tra i finalisti dei Catholic Music Awards 2025, considerati il corrispettivo dei Grammy Awards nel contesto della Chiesa cattolica, ricevendo 7 nomination in 6 diverse categorie: miglior artista/band; miglior album, miglior canzone italiana, miglior video musicale (2 nomination), miglior canzone rock e miglior canzone pop, con una premiazione a Roma domenica 27 luglio; mentre prima hanno animato il pellegrinaggio da loro organizzato lungo il Cammino di Santiago.
Nonostante questi impegni Francesco Lorenzi ha trovato anche un po’ di tempo per rispondere ad alcune domande. Iniziamo dal giubileo dei missionari digitali e da quello dei giovani, in programma a Roma tra l’ultima settimana di luglio e la prima settimana di agosto: cosa significa comunicare il Vangelo oggi?
“Comunicare il Vangelo significa viverlo. Solo chi vive il Vangelo veramente nella quotidianità e nelle proprie scelte davvero ce l’ha nel cuore ed allora lo comunica. Rifletto spesso sulle parole di san Francesco: ‘Annunciate il Vangelo e se è necessario fatelo anche con le parole’, perché prima di ogni parola arriva il nostro atteggiamento e la nostra energia. Lo percepisci quando stai accanto ad una persona che ha nel cuore il Vangelo. Questo è il primo fondamentale ingrediente, senza il quale il resto della comunicazione è vacuo.
Da qui il passaggio alle varie forme di condivisione e comunicazione del Vangelo. Abbiamo anzitutto bisogno di radicarci nel rapporto con la Parola di Dio e, attraverso questo continuo relazionarci con Gesù, saremo capaci di sviluppare quella concretezza e quello sguardo che ci permettono di essere veri propagatori del Vangelo e quindi anche di comunicare quello che facciamo attraverso la musica”.
‘Io vi conosco, vi ho visto alcune volte, recentemente, in televisione’: vi ha detto papa Leone XIV, quando lo avete incontrato ad inizio giugno. Quale effetto ha provocato in voi incontrare un papa agostiniano?
“In tutto ciò che facciamo c’è un respiro agostiniano, anche se non sempre è esplicitato – come nel singolo ‘Coraggio’, dove c’è un rimando chiaro alle ‘Confessioni’ di sant’Agostino. Il nostro cammino è permeato da questo carisma incontrato nel 2013 nel corso della nostra tournée. Dal 2014, il direttore spirituale dei The Sun è un frate agostiniano ed, anno dopo anno, abbiamo scoperto quanto questo carisma parli a noi e alla nostra storia.
In questa prospettiva, aver incontrato papa Leone XIV ad appena tre settimane dalla sua elezione, è stato un dono e un segno al contempo: dopo il concerto per il Giubileo delle Famiglie, siamo stati invitati ad andare in udienza dal Papa. Senza saperlo, siamo stati i primi musicisti ad avere avuto questo grande onore, fatto che ha reso ancor più significativo quell’avvenimento, confermando quanto l’amore di Dio raggiunga le nostre piccole storie.
Quindi puoi capire come esserci trovati al cospetto di papa Leone XIV sia stato per noi un motivo di immensa gratitudine nei confronti del Signore. I The Sun sono un ‘piccolo granello di sabbia’ nel mondo discografico mondiale, ma l’essere i primi ad incontrarlo senza nemmeno averlo chiesto, rappresenta un segno che abbiamo accolto con commozione e gratitudine. Una conferma dal cielo per il particolare cammino dei The Sun, in quanto non è per nulla facile essere testimoni di una musica libera a servizio del bene e della verità nel mondo discografico attuale, ma è bellissimo ed è ciò che rende unica l’esperienza dei The Sun.
Allora, quanto è stato importante per voi aver scoperto sant’Agostino?
“E’ stato fondamentale. Dodici anni fa abbiamo incontrato la comunità agostiniana di san Nicola da Tolentino e da lì è iniziato un sodalizio, ormai più che decennale, con un confratello, che ci guida e cammina insieme, p. Gabriele Pedicino. Attraverso lui ed altri suoi confratelli abbiamo imparato a conoscere lo spirito agostiniano dal loro atteggiamento. Come nella prima risposta, sant’Agostino si può comunicare vivendo secondo l’esempio che ci ha lasciato.
P. Gabriele ci aiuta a vivere ciò che questo padre della Chiesa ha trasmesso. Poi per chiunque cerca la verità e cerca in sé uno sguardo sempre autentico e rinnovato, l’incontro con le opere di sant’Agostino è di fondamentale importanza: egli è riuscito a descrivere cosa c’è nel cuore dell’uomo in ricerca, in un modo straordinariamente dettagliato: leggendo le sue opere, impariamo a leggere noi stessi”.
Quale è il vostro messaggio per i giovani?
“Il nostro messaggio riguarda la vita, che è il dono più grande. Ognuno di noi è nato per una ragione unica, personale e collettiva insieme. Questa ragione è scritta nel nostro cuore ed è uno spartito unico ed irripetibile che soltanto noi possiamo scoprire attraverso l’aiuto di Dio. Nel momento in cui davvero torneremo a relazionarci con Lui con autenticità, scopriremo con autenticità le profonde bellezze e la straordinarietà di cui siamo costituiti, perché siamo parte di una grande sinfonia. Siamo strumenti di luce che chiedono solo di essere accordati, armonizzati e suonati non da altri, ma da noi stessi con Dio, per vivere nell’Amore e nella consapevolezza di questo dono straordinario, che è destinato all’eternità”.
Infine nel mese di giugno è uscito anche il primo libro per bambini, intitolato ‘La musica del bosco’ per ‘Effatà Editrice’, che è una favola moderna che celebra la forza dell’amicizia, della musica e della diversità, attraverso un viaggio incantato nel cuore del bosco, dove i protagonisti John, un lupo bianco dai misteriosi occhi color muschio, e Ippo, un simpatico ippopotamo con il ritmo nel sangue guidano i lettori alla scoperta di un mondo, dove le particolarità di ognuno diventano armonia e la musica parla direttamente al cuore. Perché hai scritto anche questo libro per bambini?
“Da molti anni noto che nei nostri concerti c’è sempre una maggiore presenza di bambini, e non soltanto una presenza che cresce nel numero, ma soprattutto nella partecipazione attiva negli eventi. Bambini che cantano e vivono le nostre canzoni ed i valori che esse trasmettono con tantissima convinzione e con quell’adesione tipica dei ‘cuori puri’. Questa circostanza mi ha fatto riflettere sull’importanza che ha la musica nella loro crescita e mi interroga su come possiamo offrire strumenti ai bambini ed alle loro famiglie per farli crescere sviluppando una visione ampia e profonda della realtà e della vita, per poter crescere nella libertà autentica del cuore.
Così ho iniziato a sentire il desiderio di scrivere un libro per bambini che potesse essere uno strumento valido ed efficace per le famiglie e per gli educatori, da affiancare alle canzoni, un libro con dentro numerosi elementi di utilità pratica e quotidiana, soprattutto nel tempo in cui si lotta sempre più con gli schermi dei telefonini e dei play pad.
‘La musica nel bosco’ è il mio terzo libro e non è stato facile scrivere un libro per bambini dopo due best seller internazionali, che hanno caratteristiche molto diverse, perché ‘La strada del Sole’è un libro autobiografico, mentre il libro ‘I segreti della luce’ è un saggio sul combattimento spirituale. In qualche modo questo terzo libro racchiude elementi del primo e del secondo rielaborati, affinchè possano parlare contemporaneamente al cuore dei più piccoli e dei loro genitori. E’ un libro che avrei desiderato leggere da bambino e che senza dubbio mi sarebbe stato molto utile”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV chiede agli influencer cattolici di riparare le reti
“E quanto abbiamo bisogno di pace in questo nostro tempo dilaniato dall’inimicizia e dalle guerre. E quanto ci chiama alla testimonianza, oggi, il saluto del Risorto: ‘Pace a voi!ì’. La pace sia con tutti noi. Nei nostri cuori e nel nostro agire. Questa è la missione della Chiesa: annunciare al mondo la pace! La pace che viene dal Signore, che ha vinto la morte, che ci porta il perdono di Dio, che ci dona la vita del Padre, che ci indica la via dell’Amore!”: al termine della celebrazione eucaristica per il giubileo degli Influencer e dei Missionari digitali celebrata dal card. Luis Antonio Tagle, pro-prefetto della sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari del Dicastero per l’evangelizzazione, nella basilica di San Pietro, papa Leone XIV li ha incontrati.
Questa è la missione affidata a questi nuovi missionari: “E’ la missione che la Chiesa oggi affida anche a voi; che siete qui a Roma per il vostro Giubileo; venuti a rinnovare l’impegno a nutrire di speranza cristiana le reti sociali e gli ambienti digitali. La pace ha bisogno di essere cercata, annunciata, condivisa in ogni luogo; sia nei drammatici luoghi di guerra, sia nei cuori svuotati di chi ha perso il senso dell’esistenza e il gusto dell’interiorità, il gusto della vita spirituale”.
Il compito è quello di portare la buona notizia: “E oggi, forse più che mai, abbiamo bisogno di discepoli missionari che portino nel mondo il dono del Risorto; che diano voce alla speranza che ci dà Gesù Vivo, fino agli estremi confini della terra; che arrivino dovunque ci sia un cuore che aspetta, un cuore che cerca, un cuore che ha bisogno. Sì, fino ai confini della terra, ai confini esistenziali dove non c’è speranza”.
Però tale missione ha insita una seconda sfida: “In questa missione c’è una seconda sfida: negli spazi digitali, cercate sempre la ‘carne sofferente di Cristo’ in ogni fratello e sorella. Oggi ci troviamo in una cultura nuova, profondamente segnata e costruita con e dalla tecnologia. Sta a noi (sta a voi) far sì che questa cultura rimanga umana.
La scienza e la tecnica influenzano il nostro modo di essere e di stare nel mondo, fino a coinvolgere persino la comprensione di noi stessi, il nostro rapporto con gli altri e il nostro rapporto con Dio. Ma niente che viene dall’uomo e dal suo ingegno deve essere piegato sino a mortificare la dignità dell’altro. La nostra, la vostra missione, è nutrire una cultura di umanesimo cristiano, e di farlo insieme. Questa è per tutti noi la bellezza della rete”.
Quindi la sfida è quella di elaborare un pensiero cattolico: “Di fronte ai cambiamenti culturali, nel corso della storia, la Chiesa non è mai rimasta passiva; ha sempre cercato di illuminare ogni tempo con la luce e la speranza di Cristo, di discernere il bene dal male, quanto di buono nasceva da quanto aveva bisogno di essere cambiato, trasformato, purificato.
Oggi, in una cultura dove la dimensione digitale è presente quasi in ogni cosa, in un tempo in cui la nascita dell’intelligenza artificiale segna una nuova geografia nel vissuto delle persone e per l’intera società, questa è la sfida che dobbiamo raccogliere, riflettendo sulla coerenza della nostra testimonianza, sulla capacità di ascoltare e di parlare; di capire e di essere capiti. Abbiamo il dovere di elaborare insieme un pensiero, di elaborare un linguaggio che, nell’essere figli del nostro tempo, diano voce all’Amore”.
Tale pensiero consiste nell’incontro: “Non si tratta semplicemente di generare contenuti, ma di incontrare cuori, di cercare chi soffre e ha bisogno di conoscere il Signore per guarire le proprie ferite, per rialzarsi e trovare un senso, partendo prima di tutto da noi stessi e dalle nostre povertà, lasciando cadere ogni maschera e riconoscendoci per primi bisognosi di Vangelo. E si tratta di farlo insieme”.
Per questo Gesù chiede di ‘riparare le reti’: “Lo chiede anche a noi, anzi ci chiede, oggi, di costruire altre reti: reti di relazioni, reti d’amore, reti di condivisione gratuita, dove l’amicizia sia autentica e profonda. Reti dove si possa ricucire ciò che si è spezzato, dove si possa guarire dalla solitudine, non contando il numero dei follower, ma sperimentando in ogni incontro la grandezza infinita dell’Amore. Reti che danno spazio all’altro più che a sé stessi, dove nessuna ‘bolla’ possa coprire le voci dei più deboli. Reti che liberano, reti che salvano. Reti che ci fanno riscoprire la bellezza di guardarci negli occhi. Reti di verità. Così, ogni storia di bene condiviso sarà il nodo di un’unica, immensa rete: la rete delle reti, la rete di Dio”.
Da qui nasce la comunione: “Siate allora agenti di comunione, capaci di rompere le logiche della divisione e della polarizzazione; dell’individualismo e dell’egocentrismo. Siate centrati su Cristo, per vincere le logiche del mondo, delle fake news, della frivolezza, con la bellezza e la luce della Verità”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco: annunciare a tutti la Pasqua
“E’ notte quando il cero pasquale avanza lentamente fino all’altare. E’ notte quando il canto dell’Inno apre i nostri cuori all’esultanza, perché la terrà è inondata di così grande splendore: la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo”: con il Preconio pasquale è inizia nella basilica di san Pietro la veglia pasquale celebrata dal card. Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio.
Nell’omelia letta papa Francesco ha sottolineato che al buio della notte succede l’alba del giorno: “Sul finire della notte avvengono i fatti narrati nel Vangelo appena proclamato: la luce divina della Risurrezione si accende e la Pasqua del Signore accade quando il sole sta ancora per spuntare; ai primi chiarori dell’alba si vede che la grande pietra, posta sul sepolcro di Gesù, è stata ribaltata e alcune donne arrivano in quel luogo portando il velo del lutto. Il buio avvolge lo sconcerto e la paura dei discepoli. Tutto succede nella notte”.
La luce rischiara la notte: “Così, la Veglia pasquale ci ricorda che la luce della Risurrezione rischiara il cammino passo dopo passo, irrompe nelle tenebre della storia senza clamore, rifulge nel nostro cuore in modo discreto. E ad essa corrisponde una fede umile, priva di ogni trionfalismo. La Pasqua del Signore non è un evento spettacolare con cui Dio afferma sé stesso e obbliga a credere in Lui; non è una mèta che Gesù raggiunge per una via facile, aggirando il Calvario; e nemmeno noi possiamo viverla in modo disinvolto e senza esitazione interiore. Al contrario, la Risurrezione è simile a piccoli germogli di luce che si fanno strada a poco a poco, senza fare rumore, talvolta ancora minacciati dalla notte e dall’incredulità”.
Questo è lo ‘stile’ di Dio che non elimina la notte ma la rischiara: “Questo ‘stile’ di Dio ci libera da una religiosità astratta, illusa dal pensare che la risurrezione del Signore risolva tutto in maniera magica. Tutt’altro: non possiamo celebrare la Pasqua senza continuare a fare i conti con le notti che portiamo nel cuore e con le ombre di morte che spesso si addensano sul mondo”.
La luce consente alla speranza di germogliare: “Cristo ha vinto il peccato e ha distrutto la morte ma, nella nostra storia terrena, la potenza della sua Risurrezione si sta ancora compiendo. E questo compimento, come un piccolo germoglio di luce, è affidato a noi, perché lo custodiamo e lo facciamo crescere. Fratelli e sorelle, questa è la chiamata che, soprattutto nell’anno giubilare, dobbiamo sentire forte dentro di noi: facciamo germogliare la speranza della Pasqua nella nostra vita e nel mondo!”
E’ un invito a non perdere la speranza: “Quando sentiamo ancora il peso della morte dentro il nostro cuore, quando vediamo le ombre del male continuare la loro marcia rumorosa sul mondo, quando sentiamo bruciare nella nostra carne e nella nostra società le ferite dell’egoismo o della violenza, non perdiamoci d’animo, ritorniamo all’annuncio di questa notte: la luce lentamente risplende anche se siamo nelle tenebre; la speranza di una vita nuova e di un mondo finalmente liberato ci attende; un nuovo inizio può sorprenderci benché a volte ci sembri impossibile, perché Cristo ha vinto la morte”.
La resurrezione è un annuncio del Regno di Dio: “Questo annuncio, che allarga il cuore, ci riempie di speranza. In Gesù Risorto abbiamo infatti la certezza che la nostra storia personale e il cammino dell’umanità, pur immersi ancora in una notte dove le luci appaiono fioche, sono nelle mani di Dio; e Lui, nel suo grande amore, non ci lascerà vacillare e non permetterà che il male abbia l’ultima parola. Allo stesso tempo, questa speranza, già compiuta in Cristo, per noi rimane anche una mèta da raggiungere: a noi è stata affidata perché ne diventiamo testimoni credibili e perché il Regno di Dio si faccia strada nel cuore delle donne e degli uomini di oggi”.
Riprendendo sant’Agostino il papa ha invitato ad essere ‘costruttori di speranza’: “Riprodurre la Pasqua nella nostra vita e diventare messaggeri di speranza, costruttori di speranza mentre tanti venti di morte soffiano ancora su di noi. Possiamo farlo con le nostre parole, con i nostri piccoli gesti quotidiani, con le nostre scelte ispirate al Vangelo. Tutta la nostra vita può essere presenza di speranza”.
Soprattutto per chi ha smarrito la speranza: “Vogliamo esserlo per coloro ai quali manca la fede nel Signore, per chi ha smarrito la strada, per quelli che si sono arresi o hanno la schiena curva sotto i pesi della vita; per chi è solo o si è chiuso nel proprio dolore; per tutti i poveri e gli oppressi della Terra; per le donne umiliate e uccise; per i bambini mai nati e per quelli maltrattati; per le vittime della guerra. A ciascuno e a tutti portiamo la speranza della Pasqua!”
E’ un invito ad annunciare la Pasqua: “Il Cristo risorto è la svolta definitiva della storia umana. Lui è la speranza che non tramonta. Lui è l’amore che ci accompagna e ci sostiene. Lui è il futuro della storia, la destinazione ultima verso cui camminiamo, per essere accolti in quella nuova vita in cui il Signore stesso asciugherà ogni nostra lacrima ‘e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno’. E questa speranza della Pasqua, questa ‘svolta nelle tenebre’, dobbiamo annunciarla a tutti. Sorelle, fratelli, il tempo di Pasqua è stagione di speranza”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco invita ad essere missionari di speranza
“Per la Giornata Missionaria Mondiale dell’anno giubilare 2025, il cui messaggio centrale è la speranza, ho scelto questo motto: ‘Missionari di speranza tra le genti’. Esso richiama ai singoli cristiani e alla Chiesa, comunità dei battezzati, la vocazione fondamentale di essere, sulle orme di Cristo, messaggeri e costruttori della speranza. Auguro a tutti un tempo di grazia con il Dio fedele che ci ha rigenerato in Cristo risorto ‘per una speranza viva; e desidero ricordare alcuni aspetti rilevanti dell’identità missionaria cristiana, affinché possiamo lasciarci guidare dallo Spirito di Dio e ardere di santo zelo per una nuova stagione evangelizzatrice della Chiesa, inviata a rianimare la speranza in un mondo su cui gravano ombre oscure”.
Inizia così il messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale di quest’anno giubilare: ‘Missionari di speranza tra le genti’, in cui ha sottolineato l’importanza della centralità di Cristo nella storia: “Celebrando il primo Giubileo ordinario del Terzo Millennio dopo quello del Duemila, teniamo lo sguardo rivolto a Cristo che è il centro della storia, ‘lo stesso ieri e oggi e per sempre’. Egli, nella sinagoga di Nazaret, dichiarò il compiersi della Scrittura nell’ ‘oggi’ della sua presenza storica. Si rivelò così come l’Inviato dal Padre con l’unzione dello Spirito Santo per portare la Buona Notizia del Regno di Dio e inaugurare ‘l’anno di grazia del Signore’ per tutta l’umanità”.
In questo senso Gesù è il ‘compimento della salvezza’: “In questo mistico ‘oggi’ che perdura sino alla fine del mondo, Cristo è il compimento della salvezza per tutti, particolarmente per coloro la cui unica speranza è Dio. Egli, nella su vita terrena, ‘passò beneficando e risanando tutti’ dal male e dal Maligno, ridonando ai bisognosi e al popolo la speranza in Dio.
Inoltre, sperimentò tutte le fragilità umane, tranne quella del peccato, attraversando pure momenti critici, che potevano indurre a disperare, come nell’agonia del Getsemani e sulla croce. Gesù però affidava tutto a Dio Padre, obbedendo con fiducia totale al suo progetto salvifico per l’umanità, progetto di pace per un futuro pieno di speranza. Così è diventato il divino Missionario della speranza, modello supremo di quanti lungo i secoli portano avanti la missione ricevuta da Dio anche nelle prove estreme”.
E’ un invito rivolto a tutti ad essere missionari: “Tramite i suoi discepoli, inviati a tutti i popoli e accompagnati misticamente da Lui, il Signore Gesù continua il suo ministero di speranza per l’umanità. Egli si china ancora oggi su ogni persona povera, afflitta, disperata e oppressa dal male, per versare ‘sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza’…
Sentiamoci perciò ispirati anche noi a metterci in cammino sulle orme del Signore Gesù per diventare, con Lui e in Lui, segni e messaggeri di speranza per tutti, in ogni luogo e circostanza che Dio ci dona di vivere. Che tutti i battezzati, discepoli-missionari di Cristo, facciano risplendere la sua speranza in ogni angolo della terra!”
Con una frase del Concilio Vaticano II il papa sollecita ad annunciare il Vangelo nella vita: “Seguendo Cristo Signore, i cristiani sono chiamati a trasmettere la Buona Notizia condividendo le concrete condizioni di vita di coloro che incontrano e diventando così portatori e costruttori di speranza…
Penso in particolare a voi, missionari e missionarie ad gentes, che, seguendo la chiamata divina, siete andati in altre nazioni per far conoscere l’amore di Dio in Cristo. Grazie di cuore! La vostra vita è una risposta concreta al mandato di Cristo Risorto, che ha inviato i discepoli ad evangelizzare tutti i popoli. Così voi richiamate la vocazione universale dei battezzati a diventare, con la forza dello Spirito e l’impegno quotidiano, missionari tra le genti della grande speranza donataci dal Signore Gesù”.
In questo modo le comunità cristiane sono segni visibili: “Animate da una speranza così grande, le comunità cristiane possono essere segni di nuova umanità in un mondo che, nelle aree più ‘sviluppate’, mostra sintomi gravi di crisi dell’umano: diffuso senso di smarrimento, solitudine e abbandono degli anziani, difficoltà di trovare la disponibilità al soccorso di chi ci vive accanto.
Sta venendo meno, nelle nazioni più avanzate tecnologicamente, la prossimità: siamo tutti interconnessi, ma non siamo in relazione. L’efficientismo e l’attaccamento alle cose e alle ambizioni ci inducono ad essere centrati su noi stessi e incapaci di altruismo. Il Vangelo, vissuto nella comunità, può restituirci un’umanità integra, sana, redenta”.
Ed ecco l’invito a vivere gesti concreti per vivere la speranza: “Rinnovo pertanto l’invito a compiere le azioni indicate nella Bolla di indizione del Giubileo, con particolare attenzione ai più poveri e deboli, ai malati, agli anziani, agli esclusi dalla società materialista e consumistica. E a farlo con lo stile di Dio: con vicinanza, compassione e tenerezza, curando la relazione personale con i fratelli e le sorelle nella loro concreta situazione. Spesso, allora, saranno loro a insegnarci a vivere con speranza”.
Un invito a diventare ‘artigiani’ di speranza sull’esempio del card. Van Thuan: “Davanti all’urgenza della missione della speranza oggi, i discepoli di Cristo sono chiamati per primi a formarsi per diventare “artigiani” di speranza e restauratori di un’umanità spesso distratta e infelice. A tal fine, occorre rinnovare in noi la spiritualità pasquale, che viviamo in ogni celebrazione eucaristica e soprattutto nel Triduo Pasquale, centro e culmine dell’anno liturgico. Siamo battezzati nella morte e risurrezione redentrice di Cristo, nella Pasqua del Signore che segna l’eterna primavera della storia…
I missionari di speranza sono uomini e donne di preghiera, perché ‘la persona che spera è una persona che prega’, come sottolineava il Venerabile Cardinale Van Thuan, che ha mantenuto viva la speranza nella lunga tribolazione del carcere grazie alla forza che riceveva dalla preghiera perseverante e dall’Eucaristia”.
Infine il messaggio ribadisce che l’evangelizzazione è un’opera comunitaria, come aveva sottolineato papa Benedetto XVI: “Infine, l’evangelizzazione è sempre un processo comunitario, come il carattere della speranza cristiana. Tale processo non finisce con il primo annuncio e con il battesimo, bensì continua con la costruzione delle comunità cristiane attraverso l’accompagnamento di ogni battezzato nel cammino sulla via del Vangelo”.
La missione è ‘opera’ di comunione: “Insisto ancora su questa sinodalità missionaria della Chiesa, come pure sul servizio delle Pontificie Opere Missionarie nel promuovere la responsabilità missionaria dei battezzati e sostenere le nuove Chiese particolari. Ed esorto tutti voi, bambini, giovani, adulti, anziani, a partecipare attivamente alla comune missione evangelizzatrice con la testimonianza della vostra vita e con la preghiera, con i vostri sacrifici e la vostra generosità. Grazie di cuore di questo!”
Papa Francesco: Gesù è venuto per annunciare la liberazione
“Domani ricorre la Giornata Internazionale di Commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto: ottant’anni dalla liberazione del Campo di concentramento di Auschwitz. L’orrore dello sterminio di milioni di persone ebree e di altre fedi avvenuto in quegli anni non può essere né dimenticato né negato. Ricordo la brava poetessa ungherese Edith Bruck, che abita a Roma… Ricordiamo anche tanti cristiani, tra i quali numerosi martiri.
Rinnovo il mio appello affinché tutti collaborino a debellare la piaga dell’antisemitismo, insieme ad ogni forma di discriminazione e persecuzione religiosa. Costruiamo insieme un mondo più fraterno, più giusto, educando i giovani ad avere un cuore aperto a tutti, nella logica della fraternità, del perdono e della pace”: al termine della recita dell’Angelus odierno papa Francesco ha ricordato che domani ricorre il ‘Giorno della memoria’, invitando a non dimenticare.
Eppoi ha invocato la pace per il Sudan e la Colombia, sottolineando che oggi si celebra la giornata per i malati di lebbra: “Il conflitto in corso in Sudan, iniziato nell’aprile 2023, sta causando la più grave crisi umanitaria nel mondo, con conseguenze drammatiche anche nel Sud Sudan. Sono vicino alle popolazioni di entrambi i Paesi e le invito alla fraternità, alla solidarietà, ad evitare ogni sorta di violenza e a non lasciarsi strumentalizzare. Rinnovo l’appello alle parti in guerra in Sudan affinché cessino le ostilità e accettino di sedere a un tavolo di negoziati. Esorto la comunità internazionale a fare tutto il possibile per far arrivare gli aiuti umanitari necessari agli sfollati ed aiutare i belligeranti a trovare presto strade per la pace.
Guardo con preoccupazione alla situazione della Colombia, in particolare nella regione del Catatumbo, dove gli scontri tra gruppi armati hanno provocato tante vittime civili e più di trentamila sfollati. Esprimo la mia vicinanza a loro e prego.
Si celebra oggi la Giornata mondiale dei malati di lebbra. Incoraggio quanti operano in favore dei colpiti da questa malattia a proseguire il loro impegno, aiutando anche chi guarisce a reinserirsi nella società. Non siano emarginati!”
In precedenza aveva invitato ad immaginare lo sconcerto del popolo di fronte alle parole di Gesù: “Immaginiamo la sorpresa e lo sconcerto dei concittadini di Gesù, i quali lo conoscevano come il figlio del falegname Giuseppe e non avrebbero mai immaginato che Egli potesse presentarsi come il Messia. E’ stato uno sconcerto. Eppure è proprio così: Gesù proclama che, con la sua presenza, è giunto ‘l’anno di grazia del Signore’. E’ il lieto annuncio per tutti e in modo speciale per i poveri, per i prigionieri, per i ciechi, per gli oppressi, così dice il Vangelo”.
Ugualmente avviene oggi: “Sorelle e fratelli, questo avvenimento, con le dovute analogie, succede anche per noi oggi. Anche noi siamo interpellati dalla presenza e dalle parole di Gesù; anche noi siamo chiamati a riconoscere in Lui il Figlio di Dio, il nostro Salvatore. Ma può capitarci, come allora ai suoi compaesani, di pensare che noi lo conosciamo già, che di Lui sappiamo già tutto, siamo cresciuti con Lui, a scuola, in parrocchia, al catechismo, in un Paese di cultura cattolica… E così per noi è una Persona vicina, anzi, ‘troppo’ vicina”.
Invece nella domenica dedicata alla Parola di Dio, a conclusione del giubileo dedicato al mondo della comunicazione, il papa ha sottolineato che essa è viva: “La Parola di Dio è viva: attraverso i secoli cammina con noi, e per la potenza dello Spirito Santo opera nella storia. Il Signore, infatti, è sempre fedele alla sua promessa, che mantiene per amore degli uomini”.
Anche oggi colpisce lo stupore per la sua vitalità in una perfetta coincidenza: “Nella Domenica della Parola di Dio, ancora agli inizi del Giubileo, viene proclamata questa pagina del Vangelo di Luca, nella quale Gesù si rivela come il Messia ‘consacrato con l’unzione’ e mandato a ‘proclamare l’anno di grazia del Signore’! Gesù è la Parola Vivente, in cui tutte le Scritture trovano pieno compimento… Ho detto una parola: stupore. Quando noi sentiamo il Vangelo, le parole di Dio, non si tratta soltanto di ascoltarle, di capirle, no. Devono arrivare al cuore, e produrre quello che ho detto: ‘stupore’. La Parola di Dio sempre ci stupisce, sempre ci rinnova, entra nel cuore e ci rinnova sempre”.
La profezia si compie in cinque azioni, di cui la prima consiste nel ‘lieto annuncio’: “Ecco il “vangelo”, la buona notizia che Gesù proclama: il Regno di Dio è vicino! E quando Dio regna, l’uomo è salvato. Il Signore viene a visitare il suo popolo, prendendosi cura dell’umile e del misero. Questo Vangelo è parola di compassione, che ci chiama alla carità, a rimettere i debiti del prossimo e a un generoso impegno sociale. Non dimentichiamo che il Signore è vicino, misericordioso e compassionevole. Vicinanza, misericordia e compassione sono lo stile di Dio. Lui è così: misericordioso, vicino, compassionevole”.
Un lieto annuncio che proclama la liberazione ai prigionieri: “Fratelli, sorelle, il male ha i giorni contati, perché il futuro è di Dio. Con la forza dello Spirito, Gesù ci redime da ogni colpa e libera il nostro cuore, lo libera da ogni catena interiore, portando nel mondo il perdono del Padre. Questo Vangelo è parola di misericordia, che ci chiama a diventare testimoni appassionati di pace, di solidarietà, di riconciliazione”.
Dona la vista ai ciechi: “Il Messia ci apre gli occhi del cuore, spesso abbagliati dal fascino del potere e dalla vanità: malattie dell’anima, che impediscono di riconoscere la presenza di Dio e che rendono invisibili i deboli e i sofferenti. Questo Vangelo è parola di luce, che ci chiama alla verità, alla testimonianza della fede e alla coerenza della vita”.
E la libertà agli oppressi: “Nessuna schiavitù resiste all’opera del Messia, che ci rende fratelli nel suo nome. Le carceri della persecuzione e della morte vengono spalancate dall’amorevole potenza di Dio; perché questo Vangelo è parola di libertà, che ci chiama alla conversione del cuore, all’onestà del pensiero e alla perseveranza nella prova”.
Tutto ciò si conclude nella proclamazione dell’anno ‘di grazia del Signore’: “Si tratta di un tempo nuovo, che non consuma la vita, ma la rigenera. E’ un Giubileo, come quello che abbiamo iniziato, preparandoci con speranza all’incontro definitivo col Redentore. Il Vangelo è parola di gioia, che ci chiama all’accoglienza, alla comunione e al cammino, da pellegrini, verso il Regno di Dio”.
E’ un invito a leggere la Bibbia: “Tutta la Bibbia fa memoria di Cristo e della sua opera e lo Spirito la attualizza nella nostra vita e nella storia. Quando noi leggiamo le Scritture, quando le preghiamo e le studiamo, non riceviamo solo informazioni su Dio, bensì accogliamo lo Spirito che ci ricorda tutto ciò che Gesù ha detto e ha fatto… Fratelli, sorelle, dobbiamo essere più abituati alla lettura delle Scritture.
A me piace consigliare che tutti abbiano un piccolo Vangelo, un piccolo Nuovo Testamento tascabile, e lo portino nella borsa, lo portino sempre con sé, per prenderlo durante la giornata e leggerlo… E così, durante la giornata, c’è questo contatto con il Signore”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco: Maria è riempita dalla grazia di Dio
“E voglio che sappiate che il mio cuore è con il popolo di Los Angeles, che ha sofferto così tanto a causa degli incendi che hanno devasto interi quartieri e comunità. E non sono finiti… Che Nostra Signora di Guadalupe interceda per tutti gli abitanti affinché possano essere testimoni di speranza attraverso la forza della diversità e della creatività per cui sono conosciuti in tutto il mondo”: con queste parole, al termine dell’udienza generale, papa Francesco ha espresso vicinanza al popolo di Los Angeles, che dallo scorso 7 gennaio scorso è distrutta dagli incendi con più di 180.000 persone evacuate.
Mentre al termine dei saluti ha chiesto di pregare per la pace nel mondo: “E non dimentichiamo la martoriata Ucraina. Non dimentichiamo la Palestina, Israele e il Myanmar. Preghiamo per la pace. La guerra è sempre una sconfitta! Ieri ho chiamato, lo faccio tutti i giorni, la parrocchia di Gaza: erano contenti! Lì dentro ci sono 600 persone, tra parrocchia e collegio…
Ma preghiamo per Gaza, per la pace e per tante altri parti del mondo. La guerra sempre è una sconfitta! Non dimenticate: la guerra è una sconfitta. E chi guadagna con le guerre? I fabbricanti delle armi. Per favore, preghiamo per la pace”.
E nella catechesi il papa ha scelto il tema della speranza, ‘Gesù Cristo nostra speranza’, filo conduttore per tutto l’anno giubilare nelle udienze generali, con l’annuncio dell’angelo alla Madre di Dio: “All’inizio del suo Vangelo, Luca mostra gli effetti della potenza trasformante della Parola di Dio che giunge non solo tra gli atrii del Tempio, ma anche nella povera abitazione di una giovane, Maria, che, promessa sposa di Giuseppe, vive ancora in famiglia”.
In un villaggio sperduto della Galilea, Nazareth, l’arcangelo Gabriele fa un annuncio ‘strano’: “Proprio lì l’angelo reca un messaggio dalla forma e dal contenuto del tutto inauditi, tanto che il cuore di Maria ne viene scosso, turbato. Al posto del classico saluto ‘pace a te’, Gabriele si rivolge alla Vergine con l’invito ‘rallegrati!’, ‘gioisci!’, un appello caro alla storia sacra, perché i profeti lo usano quando annunciano la venuta del Messia. E’ l’invito alla gioia che Dio rivolge al suo popolo quando finisce l’esilio e il Signore fa sentire la sua presenza viva e operante”.
Eppoi questo appellativo che dimostra la grandezza dell’avvenimento: “Inoltre, Dio chiama Maria con un nome d’amore sconosciuto nella storia biblica: kecharitoméne, che significa ‘riempita dalla grazia divina’. Maria è piena della grazia divina. Questo nome dice che l’amore di Dio ha già da tempo abitato e continua a dimorare nel cuore di Maria. Dice quanto lei sia “graziosa” e soprattutto quanto la grazia di Dio abbia compiuto in lei una cesellatura interiore facendone il suo capolavoro: piena di grazia”.
E’ un invito a fidarsi di Dio e non dei fattucchieri: “Questo soprannome amoroso, che Dio dà solo a Maria, è subito accompagnato da una rassicurazione: ‘Non temere!’, ‘Non temere!’, sempre la presenza del Signore ci dà questa grazia di non temere e così lo dice a Maria: ‘Non temere!’… Per favore: non temere! Non temere! Non temere! E’ bello questo. ‘Io sono il tuo compagno di cammino’: e questo Dio lo dice a Maria”.
E’ un annuncio di maternità, che diventa missione: “Poi Gabriele annuncia alla Vergine la sua missione, facendo riecheggiare nel suo cuore numerosi passi biblici riferiti alla regalità e messianicità del bambino che dovrà nascere da lei e che il bambino sarà presentato come compimento delle antiche profezie. La Parola che viene dall’Alto chiama Maria ad essere la madre del Messia, quel Messia davidico tanto atteso. E’ la madre del Messia. Egli sarà re non alla maniera umana e carnale, ma alla maniera divina, spirituale. Il suo nome sarà ‘Gesù’, che significa ‘Dio salva’, ricordando a tutti e per sempre che non è l’uomo a salvare, ma solo Dio”.
E la Madre di Dio, con il ‘sì’, cerca di capire: “Questa maternità scuote Maria dalle fondamenta. E da donna intelligente qual è, capace cioè di leggere dentro gli avvenimenti, ella cerca di comprendere, di discernere ciò che sta capitando. Maria non cerca fuori ma dentro. perché, come insegna Sant’Agostino, ‘in interiore homine habitat veritas’…
Proprio come all’inizio della creazione, Dio vuole ‘covare’ Maria con il suo Spirito, potenza capace di aprire ciò che è chiuso senza violarlo, senza intaccare la libertà umana; vuole avvolgerla nella ‘nube’ della sua presenza, perché il Figlio viva in lei e lei in Lui”.
In questo modo si mette ‘a disposizione’ di Dio: “Maria accoglie il Verbo nella propria carne e si lancia così nella missione più grande che sia stata mai affidata a una donna, a una creatura umana. Si mette al servizio: è piena di tutto, non come una schiava ma come una collaboratrice di Dio Padre, piena di dignità e autorità per amministrare, come farà a Cana, i doni del tesoro divino, perché molti possano attingervi a piene mani”.
In precedenza il papa aveva ricevuto i membri della ‘Hilton Foundation’ con un invito alla compassione: “La vostra Fondazione ha dimostrato come la generosità e l’impegno possano trasformare le vite di coloro che si trovano in situazioni di vulnerabilità. Il servizio gratuito nei campi dell’educazione, della salute, dell’assistenza ai rifugiati e della lotta contro la povertà è una testimonianza, una testimonianza concreta di amore e di compassione. Non dimenticate questa parola: compassione, ‘patire con’. Dio è compassionevole, Dio si avvicina a noi e patisce con noi. E compassione non è buttare una moneta nelle mani dell’altro senza guardarlo negli occhi. No. Compassione è avvicinarsi e ‘patire con’. Questa parola non dimenticatela: compassione”.
Inoltre ha invitato ad ‘investire’ nella formazione delle suore: “Si è investito poco in questo, assai meno che nella formazione del clero. E’ vero, perché si pensa che le suore, e anche le donne, sono “di seconda classe”. Si pensa questo… Non dimenticatevi che dal giorno del Giardino dell’Eden comandano loro… Comandano le donne! E’ importante che le suore possano studiare e formarsi. Il lavoro alle frontiere, nelle periferie, in mezzo agli ultimi, ha bisogno di persone formate e competenti. E, mi raccomando, la missione delle suore è di servire gli ultimi, e non di essere le serve di qualcuno. Questo deve finire, e voi, come Fondazione state aiutando a portare la Chiesa fuori da questa mentalità clericalista”.
(Foto: Santa Sede)
Card. Zuppi: l’impegno della Chiesa per l’Italia
“Siete convenuti a Roma, nella basilica di San Paolo fuori le mura, per la Prima Assemblea Sinodale delle Chiese in Italia. E’ il primo appuntamento che segna il culmine del Cammino sinodale, di quella che avete definito ‘fase profetica’. In queste giornate avrete modo di confrontarvi sui Lineamenti, che già offrono una visione d’insieme sulle questioni emerse in questi tre anni di percorso”: lo ha scritto papa Francesco nel messaggio inviato ai partecipanti alla prima Assemblea sinodale della Chiesa italiana che si sta svolgendo a Roma fino a domenica.
Richiamando l’annuncio di san Giovanni XXIII per l’apertura del Concilio Vaticano II il papa ha invitato ad annunciare il Vangelo con la gioia: “Anche oggi, come allora, siamo inviati a portare il lieto annuncio con gioia! Con questa consapevolezza, vi incoraggio a percorrere la terza tappa, dedicata alla profezia. I profeti vivono nel tempo, leggendolo con lo sguardo della fede, illuminato dalla Parola di Dio. Si tratta dunque di tradurre in scelte e decisioni evangeliche quanto raccolto in questi anni. E questo lo si fa nella docilità allo Spirito”.
E’ stato un invito ad accompagnare la Chiesa in questo cammino post sinodale: “Il Cammino sinodale sviluppa anche le energie affinché la Chiesa possa compiere al meglio il suo impegno per il Paese. Gesù contemplava le folle e ne sapeva comprendere le sofferenze e le attese, il bisogno del pane per il corpo e di quello per l’anima. Così siamo chiamati a guardare alla società in cui viviamo con uno sguardo di compassione per preparare il futuro, superando atteggiamenti non evangelici, quali la mancanza di speranza, il vittimismo, la paura, le chiusure. L’orizzonte si apre davanti a voi: continuate a gettare il seme della Parola nella terra perché dia frutto”.
Mentre nel saluto ai partecipanti il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha ricordato che la Chiesa è famiglia: “La Chiesa è famiglia e, se la viviamo come Gesù ci chiede, amandoci l’un l’altro, sapremo aiutare le nostre famiglie, la città degli uomini, il nostro Paese, il mondo, ad essere comunità! Fratelli tra di noi per vivere ‘fratelli tutti’ con tutti.
Sentiamo con noi le nostre Chiese e le nostre comunità, ma anche le città degli uomini, piccole e grandi, perché tutte importanti e amate da Dio. L’orizzonte non è solo il nostro Paese, ma anche l’Europa, che non dimentichiamo deve continuare, o forse riprendere, a respirare con i due polmoni, e il mondo intero. Oggi contempliamo, attraverso la nostra presenza, tutte le Chiese in Italia”.
In particolare la Chiesa si vive ogni domenica: “La viviamo ogni domenica, e in questa particolare che è dedicata ai poveri e che ci spinge a condividere il pane della terra proprio perché condividiamo quello del cielo. È il nome santo e benedetto di Gesù, che deve diventare vita nella nostra vita, che non si esibisce, ma si custodisce e si mostra mettendo in pratica la sua parola, costruendo comunità e vivendo da cristiani nel mondo”.
Per questo ha ricordato l’anniversario della pubblicazione della Costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’: “E’ una coincidenza con la nostra Assemblea che ci spinge a riannodare i fili di un cammino che anche per la nostra Chiesa in Italia è stato di progressiva accoglienza e di recezione della lezione conciliare… La consapevolezza del peccato, come per gli abusi che ricorderemo domani nella nostra preghiera, ci rende più umili ma anche più forti nell’essenziale, nell’amore di Dio. Ci ricorda la necessità della conversione del cuore e di comunità docili alla parola, dove vivere la radicalità del Vangelo e la bellezza dell’amore cristiano. Sentiamo tanto l’emozione e la responsabilità di questa missione, senza lamentarci del deserto, ma facendo nostra la sete di Dio e di speranza”.
Inoltre ha richiamato il clima conflittuale in atto: “I combattimenti appaiono lontani dai nostri Paesi ma il clima conflittuale non è lontano. Questo clima si riflette sulla società italiana: la spietata avanzata del numero dei femminicidi, la crescita della violenza tra i giovani, l’inasprirsi del linguaggio sempre più segnato dall’odio, i casi di antisemitismo, che non possiamo tollerare, sono come semi che da sempre il male getta nei cuori e nelle relazioni delle persone e contaminano i cuori e i linguaggi”.
E’ stato un richiamo alla crisi delle nascite: “Il nostro Paese soffre di denatalità, che ha raggiunto livelli preoccupanti. Eppure, tutti sappiamo che non basta combattere la denatalità senza una cultura della speranza nel futuro e senza preoccuparci di evitare l’emorragia di giovani dal nostro Paese e dalle aree interne. Il futuro dipende dalle politiche in favore della natalità, ma anche da politiche della casa, da politiche attive del lavoro e da autentiche politiche di integrazione dei migranti: tutti questi aspetti insieme saranno in grado di generare un’alba nuova all’orizzonte”.
Ed infine ha chiesto ‘nuova passione’ nell’annuncio del Vangelo: “Una nuova passione per il mondo deve percorrere le vene delle nostre comunità. E’ un tempo favorevole per la Chiesa, per la comunicazione del Vangelo, per l’accoglienza dei soli e di chi non sa dove andare. Folle intere aspettano consolazione e speranza, anche se non faranno parte dei discepoli. Tutti, tutti, tutti sono affidati alle nostre cure. Gesù scelse i discepoli per rispondere a questi ‘tutti’, perché la folla diventi famiglia… Il mondo è un ospedale da campo materiale e spirituale e possiamo riconoscere la distanza da colmare tra la vita e le proposte delle nostre comunità e l’esistenza degli uomini e delle donne di oggi”.
Nella relazione principale il vescovo di Modena – Nonantola, mons. Erio Castellucci, presidente del Comitato nazionale del cammino sinodale, ha raccontato la bellezza del cammino sinodale secondo uno stile missionario: “Comunità di discepoli missionari: è una meta, certo, ma è anche una bella realtà. Ciascuno di noi conosce ‘santi della porta accanto’ che senza clamore, e magari nel chiuso di un appartamento urbano o nell’isolamento di una casa di campagna o di montagna, portano avanti nel quotidiano la loro testimonianza umana e cristiana; ce ne sono tanti, forse più di quelli che si immaginano; e non sono rilevanti nelle statistiche religiose… Eppure la comunità cristiana si nutre di gesti quotidiani e spesso nascosti, che hanno a che vedere più con le relazioni che con l’organizzazione, più con l’ascolto e l’accoglienza che con gli eventi di massa”.
Quindi ha sottolineato la ‘missione profetica’ della Chiesa: “La nostra missione profetica, dunque, è incisa in questo noto versetto della prima Lettera di Pietro: ‘(siate) sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi’. Prima occorre piantare la speranza ‘in noi’, testimoniandola con la vita; poi, se richiesti (‘pronti a rispondere’), saperne formulare le ragioni”.
E’ stato un invito a proseguire in questo cammino che la Chiesa ha intrapreso: “Non perdiamo di vista che lo scopo non è tanto di produrre altra carta (per quanto sarà necessario anche questo) ma proseguire nell’esperienza di uno stile, quello sinodale, che già sta diventando prassi nelle nostre Chiese e che ora domanda di potersi consolidare e disporre di strumenti perché diventi anche fatto strutturale.
In quest’opera, affidandoci allo Spirito del Padre, sperimenteremo una volta di più che ‘di lui’, di Cristo risorto, siamo testimoni: e che questa testimonianza, se fedele a lui e al suo Vangelo, umanizza noi stessi e il mondo”.
(Foto: Cei)
Papa Francesco invita ad essere felici nell’annuncio di Cristo
Oggi giornata di incontri per papa Francesco che ha ricevuto in udienza i rappresentanti dell’Arma Trasporti e Materiali dell’Esercito Italiano, in occasione del 70° anniversario della proclamazione di san Cristoforo come patrono, rivelando che anche lui porta una sua medaglia, sottolineando la necessità di una protezione divina:
“Mi rallegro che un corpo militare abbia chiesto e ottenuto l’alto patrocinio di un Santo martire, che ha donato la vita per testimoniare Cristo. Questo significa in primo luogo riconoscere che non vi è professione o stato di vita che non abbia la necessità di ancorarsi a valori veri, e non abbia bisogno della protezione divina.
Anzi, si potrebbe affermare che, quanto più la propria professione comporta la possibilità di salvare vite o di perderle, di portare sostegno, aiuto e protezione, tanto più ha bisogno di mantenere un codice etico elevato e un’ispirazione che attinge dall’alto”.
Inoltre ha sottolineato l’importanza di un patrono: “Avere un Santo patrono e andarne fieri vuol dire impegnarsi, nel servire la Patria, a operare con uno stile che pone al vertice la dignità di ogni persona umana, che è immagine del Creatore: noi siamo immagini di Dio. Uno stile che si distingue per la difesa dei più deboli e di coloro che si trovano in pericolo sia a causa delle guerre, sia per le catastrofi naturali o le pandemie.
Onorare il vostro Patrono significa anche riconoscere che la perizia, il senso del dovere, l’abnegazione di tutti e di ciascuno sono certo necessari, ma che oltre tutto questo occorre anche impetrare dal Cielo quel supplemento di Grazia, indispensabile per compiere al meglio le missioni che si intraprendono. Significa, in breve, riconoscere che non siamo onnipotenti, che non tutto è nelle nostre mani e abbiamo bisogno della benedizione divina”.
Inoltre si è congratulato per la presenza accanto alla popolazione durante le calamità naturali: “Mi congratulo per questa vostra sensibilità, per il fatto che avete la consapevolezza del valore e della delicatezza dei vostri compiti, i quali non sarebbero in sé straordinari, ma lo possono improvvisamente diventare. Voi lo sapete bene: lo diventano quando siete chiamati a intervenire in operazioni di salvaguardia della pace, o per far fronte alle conseguenze di disastri naturali, assolvendo a compiti di protezione civile e alle indispensabili attività logistiche”.
Presenza sia in Italia che all’estero: “Infatti, voi avete prestato la vostra opera a sostegno dei cittadini e degli Enti locali e territoriali in diversi momenti di emergenza quali terremoti, alluvioni, pandemia. Avete allestito campi, attendamenti e ospedali da campo, avete trasportato generi di prima necessità, materiali utili per la ricostruzione e le vaccinazioni.
Siete stati inoltre presenti anche fuori dai confini nazionali nell’ambito delle missioni di pace, garantendo l’attività di rifornimento, sia per la logistica militare sia per il trasporto e la distribuzione di materiali e generi vari a scopo umanitario”.
Un servizio essenziale per il ‘bene comune’: “Esso comporta il porsi a disposizione del bene comune, non risparmiando energie e fatiche, non retrocedendo davanti ai pericoli per portare a termine il proprio compito, che spesso ha come risultato la salvezza di vite umane e può comportare il sacrificio della propria incolumità. Servizio, servire, e il servizio ci dà dignità. Qual è la tua dignità? Sono servitore: questa è la grande dignità!”
Ed una volta terminato il proprio ‘dovere’ molti scelgono di restare volontari: “A questo proposito, è significativo che molti uomini e donne, alla conclusione del loro servizio attivo, non si allontanino dall’Arma Trasporti e Materiali, ma scelgano di far parte dell’Associazione Nazionale Autieri d’Italia.
In qualità di volontari, offrono il loro aiuto alla collettività, testimoniando che la disposizione a servire è divenuta in loro un abito naturale, come una caratteristica normale della loro esistenza, che non si può dismettere da un momento all’altro, ma che invece va calibrata a seconda dell’età e delle condizioni di ciascuno, perché tutti, ad ogni età, possono dare il loro contributo, continuando a servire”.
Quindi la scelta del patrono san Cristoforo, che significa ‘colui che porta Cristo’ è stata scelta bene per tale ‘corpo’: “Quando vi impegnate quotidianamente senza risparmio per la funzionalità dei vostri reparti; quando andate in aiuto a popolazioni provate dalle calamità naturali o dai conflitti armati, voi, a volte senza saperlo, portate in un certo senso lo stile di Cristo, venuto per servire e non per essere servito: questo è Gesù, che passò su questa Terra beneficando e risanando tutti”.
Sempre in mattinata il papa ha incontrato i seminaristi di Toledo, invitandoli ad essere vicini al popolo di Dio: “Voi sapete che i preti devono essere vicini, devono favorire la vicinanza: innanzitutto la vicinanza a Dio, in modo tale che ci sia questa capacità di trovare il Signore, di essere vicini al Signore. In secondo luogo, la vicinanza ai vescovi e la vicinanza dei vescovi ai sacerdoti. Un prete che non è vicino al suo vescovo è zoppo, gli manca qualcosa. Terzo, la vicinanza tra voi sacerdoti, che inizia dal seminario e quarto, la vicinanza al santo popolo fedele di Dio. Non dimenticare questi quattro quartieri”.
Ed ha rievocato la processione del ‘Reservado’: “Una tradizione antica che ricorda la prima volta che il Santissimo Sacramento fu conservato nel Tabernacolo della sua cappella. Notate come si genuflettono quando vanno lì. Aspetto.
Questa interessante rievocazione prevede tre momenti: la celebrazione dell’Eucaristia, l’esposizione del Santissimo Sacramento durante tutta la giornata e, infine, la processione. Queste tappe possono servire a ricordarci gli elementi fondamentali del sacerdozio al quale vi preparate. Innanzitutto la celebrazione eucaristica. Gesù che viene nella nostra vita per darci la prova dell’amore più grande. Gesù ci chiama, come Chiesa, ad essere presenti nel sacerdozio e nel popolo, nel sacramento e nella Parola. Spero che averlo sulla terra assorba le vostre vite e i vostri cuori”.
Nella prima mattinata il papa aveva incontrato le agostiniane del convento di Talavera de la Reina, che lo scorso anno hanno festeggiato 450 anni dalla fondazione, con l’invito a non perdere l’umorismo: “E per favore, non perdere la gioia, non perdere il senso dell’umorismo. Quando un cristiano, ancor più una suora, un religioso, perde il senso dell’umorismo, si ‘inaridisce’, ed è tanto triste vedere un prete, un religioso, una suora ‘inaridito’. Si conservano sott’aceto. Bisogna sempre essere con il sorriso e il buon umore. Ti consiglio di recitare ogni giorno una bellissima preghiera di san Tommaso Moro per chiedere il senso dell’umorismo”.
(Foto: Santa Sede)






























