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Papa Leone XIV: l’accoglienza è un’esperienza

“Sono lieto di incontrarvi e di condividere con voi qualche riflessione sul tema che state affrontando come ‘Cattedra dell’Accoglienza’, nata dall’esperienza spirituale dell’Associazione Fraterna Domus con il sostegno fattivo di altre realtà ecclesiali e sociali. Queste vostre giornate sono animate dalla consapevolezza che la vocazione cristiana è orientata a generare comunione tra le persone, e la comunione nasce dalla capacità di accogliere gli altri, offrendo ascolto, ospitalità e assistenza”: ricevendo la ‘Cattedra dell’accoglienza’ papa Leone XIV ha invitato i partecipanti ad essere ‘educatrici ed educatori dell’accoglienza’ e a continuare a ‘promuovere il bene e la fraternità nella comunità cristiana e nella società’.

Per questo il papa ha sottolineato il valore etimologico della parola, centrale per la relazione: “Una possibile etimologia della parola ‘accogliere’, centro di ogni vostra attività, risale al latino accipere che significa ‘ricevere’, ‘prendere con sé’. Al centro di ogni autentica accoglienza vi è, infatti, una relazione che nasce dalla grazia di un incontro”.

Quindi l’accoglienza è un’esperienza: “Facciamo esperienza di tanti tipi di incontro e quindi di accoglienza: l’incontro con le persone che ci amano, con i familiari, con i colleghi, e anche con persone estranee, a volte ostili. Quando un incontro è vero, da esperienza personale può trasformarsi e, progressivamente, diventare capace di coinvolgere gli altri dando vita a un’esperienza comunitaria”.

E’ stato un ringraziamento all’associazione per aver dedicato il tema di quest’anno ai giovani: “In un tempo attraversato da profonde trasformazioni culturali e sociali, i giovani, che sono naturalmente il futuro della società e della Chiesa, in realtà ne costituiscono già il presente vivo e generativo. Le loro domande e le loro inquietudini, infatti, invitano a rinnovare lo stile dei nostri rapporti.

Accogliere persone giovani significa, anzitutto, mettersi in ascolto delle loro voci, incrociare i loro sguardi e riconoscere che, nelle loro esistenze e nei loro linguaggi, lo Spirito continua a operare e a suggerirci percorsi rinnovati di presenza e custodia. Vorrei soffermarmi proprio su queste due parole (presenza e custodia), che concorrono a illuminare il senso cristiano dell’accoglienza”.

La presenza è importante perché segna un punto di riferimento: “Ognuno di noi, fin dal primo istante di vita, cresce in una realtà sociale. La famiglia, la parrocchia, la scuola, l’università, il lavoro rappresentano modelli di società dove si intrecciano diverse dimensioni: psicologica, giuridica, morale, pedagogica, culturale. Sono spazi di elezione identitaria il cui compito primario è delineato proprio dalla presenza. Essere presenti nella vita degli altri significa condividere tempo, esperienze, significati, offrendo punti di riferimento stabili nei quali gli altri possano riconoscersi e crescere”.

Per questo il ‘modello’ è la Famiglia di Nazaret: “Guardando alla Santa Famiglia di Nazaret (al cui modello di ispira la Fraterna Domus), ogni comunità accogliente può riscoprire la propria chiamata e imparare a orientarsi nel cammino del servizio. L’episodio evangelico di Maria e Giuseppe che smarriscono Gesù e, angosciati, lo ritrovano dopo tre giorni nel Tempio ci insegna che la presenza dell’altro non è un automatismo, ma l’esito di una ricerca costante. E’ accaduto a ciascuno di noi di smarrire qualcuno o qualcosa a cui eravamo molto legati. In quel momento ci siamo accorti di quanto quella presenza fosse preziosa”.

Ugualmente succede per la fede: “Così succede anche nella vita di fede: diamo per scontata la presenza di Gesù nella nostra esistenza, finché all’improvviso sembra che Egli non sia più dove lo abbiamo lasciato. Avvertiamo un senso di smarrimento. In realtà, non è Lui che si è perso, ma noi che ci siamo allontanati. Quando avviene questo, siamo chiamati a cercarlo con fiducia, con il coraggio di percorrere strade inesplorate, guardando il mondo con occhi nuovi, carichi di speranza. In questo modo si smetterà di cercare un Dio a propria misura per incontrarlo dove Egli abita. Cercare Gesù significa, dunque, passare dalla sicurezza delle nostre convinzioni alla responsabilità dell’incontro, imparando a vedere e ad accogliere la presenza di Dio che è sempre oltre”.

Quindi la presenza rimanda alla custodia, chiedendo di prendere ad esempio san Giuseppe: “E’ proprio quello che ha fatto san Giuseppe custodendo la famiglia affidatagli dal Signore. In lui riconosciamo che accogliere, oltre che presenza, è anche custodia. Custodire significa stare accanto all’altro con attenzione, rispettarne le scelte e prendersene cura. Questo atteggiamento appartiene anzitutto a Dio, che la Bibbia mostra come il custode del suo popolo”.

Infatti il salmo 121 ricorda il valore di custodire (‘Non si addormenterà, non prenderà sonno / il custode d’Israele. / Il Signore è il tuo custode’): “Da questa prospettiva comprendiamo che anche la famiglia umana è chiamata a preservare ciò che le è stato affidato: le relazioni, il creato, la vita delle sorelle e dei fratelli, soprattutto di coloro che soffrono e che sono più fragili. Così Giuseppe ci dimostra che presenza e custodia sono dimensioni inseparabili: non si custodisce senza esserci, e non si è presenti senza assumersi la responsabilità dell’altro”.

Queste sono le due ‘lampade’ che conducono verso la santità: “Queste due parole possono rappresentare due lampade nel vostro percorso verso un’accoglienza capace di aprire sentieri di santità, in una prospettiva mai autoreferenziale, sempre relazionale e fraterna, così come ci ricorda l’enciclica ‘Fratelli tutti’, là dove afferma: ‘Solo una cultura sociale e politica che comprenda l’accoglienza gratuita potrà avere futuro’ per le nuove generazioni”.

Concludendo l’incontro il papa ha ringraziato ed incoraggiato l’associazione per l’impegno nell’accoglienza: “Carissimi, vi ringrazio per il vostro impegno silenzioso e discreto. Vi incoraggio a essere educatrici ed educatori dell’accoglienza. Coltivate il carisma dell’accoglienza nell’ascolto dello Spirito Santo, il cui frutto, ci dice san Paolo, ‘è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé’. Così potrete continuare a generare insieme ambienti capaci di promuovere il bene e la fraternità nella comunità cristiana e nella società”.

(Foto: Santa Sede)

In cammino. Pellegrini e pellegrinaggi: approfondimenti ed esperienze

Sono migliaia i pellegrini che nell’anno giubilare si sono messi in viaggio per varcare le porte sante o vivere un momento di sosta nei luoghi giubilari presenti anche nelle diocesi del Triveneto. All’esperienza del pellegrinaggio è dedicato il libro In cammino. Pellegrini e pellegrinaggi. Approfondimenti ed esperienze, nuova pubblicazione di Triveneto Theology Press, che raccoglie gli atti del convegno tenutosi tra Padova e Vicenza nel marzo dello scorso anno, a cura di Leopoldo Sandonà e Paolo Spolaore. Il libro è open access, scaricabile gratuitamente dal sito www.fttr.it (link diretto alla pagina https://www.fttr.it/in-cammino-pellegrini-e-pellegrinaggi-approfondimenti-ed-esperienze/).

La prima parte è dedicata all’approfondimento storico, antropologico e sociologico, con alcuni focus tematici specifici di ambito biblico, interreligioso e con riferimento alla frontiera digitale; nella seconda parte trovano spazio le descrizioni di diversi cammini presenti in territorio triveneto.

“Sperimentare i cammini è fare memoria e riscoprire il passato, vivere il presente nell’accoglienza e progettare il futuro con la sensibilizzazione, il monitoraggio e l’informazione”, sottolinea Leopoldo Sandonà nell’introduzione al testo.

“Diventare pellegrini è un modo concreto di ricercare l’essenziale” scrive nella presentazione del libro Maurizio Girolami, preside della Facoltà teologica del Triveneto. “Nel pellegrinaggio si è chiamati a diventare autentici proprietari di sé, assumendosi la responsabilità della propria vita e del modo di relazionarsi agli altri; forse è proprio questa l’unica terra promessa posta nelle mani degli uomini. Diventare pellegrini è un atto di coraggio che porta in sé la promessa di una libertà e di una comunità che fa sentire ciascuno a casa propria”.

Free download:  https://www.fttr.it/wp-content/uploads/2026/01/TTP-Theology-11-In-cammino.-Pellegrini-e-pellegrinaggi_Leopoldo-Sandona-Paolo-Spolaore.pdf

Papa Leone XIV: le Beatitudini sono luce per l’umanità

Papa Leone XIV

“Sono particolarmente contento di questo incontro, che (una volta tanto) è dedicato proprio a voi, e mi permette di dirvi una parola di gratitudine e di incoraggiamento… A tutti esprimo riconoscenza, soprattutto per lo spirito di fedeltà al Papa con cui lo svolgete. Questa dedizione mi accompagna e mi aiuta quotidianamente nella missione apostolica, andando a beneficio di tutti coloro che incontro nelle visite di Stato, nelle udienze, nelle occasioni più solenni come in quelle più familiari. A proposito, penso che il vostro lavoro possa essere ben sintetizzato da tre verbi, che ne custodiscono il senso e il valore: disporre, accogliere, salutare”: prima dell’Angelus di oggi papa Leone XIV ha incontrato i ‘Gentiluomini di Sua Santità, Addetti di Anticamera e Sediari Pontifici’ alla presenza del Reggente della Prefettura della Casa Pontificia, mons. Leonardo Sapienza, ed il Vice-reggente, p. Edward Daniang Daleng.

Nel breve colloquio il papa ha sottolineato le tre parole necessarie alla preparazione dell’incontro: “La qualità di un incontro, infatti, comincia dalla premura che contraddistingue i suoi preparativi, fin nei dettagli. Ricchissimo di storia e di arte, lo spazio che abitiamo chiede in proposito un servizio tanto attento quanto umile. Alla disposizione degli ambienti segue poi la solerzia di gesti d’accoglienza e di saluto che siano nobili ma non affettati, eleganti ma non sofisticati, così da comunicare affabilità a chiunque. Che sia principe o pellegrino, patriarca o postulante, la sollecitudine del Successore di Pietro resta identica verso tutti e amorevole per ciascuno”.

Infine ha sottolineato la sobrietà del protocollo pontificio: “La sobria bellezza che contraddistingue il protocollo pontificio, si riflette su ogni vostro gesto. Pensando alla storia di quanti vi hanno preceduto, testimoniatene i valori con una vita coerente, ben sapendo che il servizio d’onore richiede certo una peculiare deontologia, ma prima ancora una fede solida, e quindi uno stile spirituale improntato alla devozione verso la Chiesa e il Papa. Le azioni, la postura, gli sguardi di ogni giorno ne siano sempre specchio luminoso”.

E prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha sottolineato che le beatitudini evangeliche sono luce per l’umanità: “Queste, infatti, sono luci che il Signore accende nella penombra della storia, svelando il progetto di salvezza che il Padre realizza attraverso il Figlio, con la potenza dello Spirito Santo.

Sul monte, Cristo consegna ai discepoli la legge nuova, quella scritta nei cuori, non più sulla pietra: è una legge che rinnova la nostra vita e la rende buona, anche quando al mondo sembra fallita e miserabile. Solo Dio può chiamare davvero beati i poveri e gli afflitti, perché Egli è il sommo bene che a tutti si dona con amore infinito. Solo Dio può saziare chi cerca pace e giustizia, perché Egli è il giusto giudice del mondo, autore della pace eterna. Solo in Dio i miti, i misericordiosi e i puri di cuore trovano gioia, perché Egli è il compimento della loro attesa. Nella persecuzione, Dio è fonte di riscatto; nella menzogna, è àncora di verità”.

Ecco il motivo per cui le Beatitudini sono un paradosso per i ‘potenti’: “Queste Beatitudini restano un paradosso solo per chi ritiene che Dio sia diverso da come Cristo lo rivela. Chi si aspetta che i prepotenti saranno sempre padroni sulla terra, rimane sorpreso dalle parole del Signore. Chi si abitua a pensare che la felicità appartenga ai ricchi, potrebbe credere che Gesù sia un illuso. Ed invece l’illusione sta proprio nella mancanza di fede verso Cristo: Egli è il povero che condivide con tutti la sua vita, il mite che persevera nel dolore, l’operatore di pace perseguitato fino alla morte in croce”.

Le Beatitudini propongono una lettura diversa della storia: “E’ così che Gesù illumina il senso della storia: non quella scritta dai vincitori, ma quella che Dio compie salvando gli oppressi. Il Figlio guarda al mondo col realismo dell’amore del Padre; all’opposto stanno, come diceva papa Francesco, ‘i professionisti dell’illusione’…  Dio, invece, dona questa speranza anzitutto a chi il mondo scarta come disperato”.

Ecco il motivo per cui le Beatitudini è un banco di prova: “Allora, cari fratelli e sorelle, le Beatitudini diventano per noi una prova della felicità, e ci portano a chiederci se la consideriamo una conquista che si compra o un dono che si condivide; se la riponiamo in oggetti che si consumano o in relazioni che ci accompagnano. E’ infatti ‘a causa di Cristo’ e grazie a Lui che l’amarezza delle prove si trasforma nella gioia dei redenti: Gesù non parla di una consolazione lontana, ma di una grazia costante che ci sostiene sempre, soprattutto nell’ora dell’afflizione”.

Infine dopo la recita dell’Angelus ha invitato a pregare per la pace nel continente americano: “Ho ricevuto con grande preoccupazione notizie circa un aumento delle tensioni tra Cuba e gli Stati Uniti d’America, due Paesi vicini. Mi unisco al messaggio dei vescovi cubani, invitando tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace, per evitare la violenza ed ogni azione che possa aumentare le sofferenze del caro popolo cubano. Che la Virgen de la Caridad del Cobre assista e protegga tutti i figli di quell’amata terra!”

Ma anche per i deceduti nella frana nella Repubblica Democratica del Congo e per quelli colpiti da calamità naturali: “Assicuro la mia preghiera per le numerose vittime della frana in una miniera nel Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. Il Signore sostenga quel popolo che soffre tanto!

Preghiamo anche per i defunti e per quanti soffrono a causa delle tempeste che nei giorni scorsi hanno colpito il Portogallo e l’Italia meridionale. E non dimentichiamo le popolazioni del Mozambico duramente provate dalle inondazioni”.

Infine ha chiesto che sia rispettata la ‘tregua olimpica’: “Venerdì prossimo inizieranno i Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, a cui faranno seguito i Giochi Paralimpici. Rivolgo i miei auguri agli organizzatori e a tutti gli atleti. Queste grandi manifestazioni sportive costituiscono un forte messaggio di fratellanza e ravvivano la speranza in un mondo in pace. E’ questo anche il senso della tregua olimpica, antichissima usanza che accompagna lo svolgimento dei Giochi. Auspico che quanti hanno a cuore la pace tra i popoli, e sono posti in autorità, sappiano compiere in questa occasione gesti concreti di distensione e di dialogo”.

Seconda domenica dopo Natale: diventare figli di Dio

‘A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio’ (Gv 1, 12). Queste parole parlano d’una possibilità iscritta nell’umano, da sempre. ‘Diventare figli di Dio’ non è tanto uno status da raggiungere, ma un compito, un lento processo di emersione, un venire alla luce che matura nel tempo. E’ permettere a ‘ciò che siamo in profondità’ – il nostro Sé autentico – di affiorare, senza forzature, come qualcosa che attende solo di essere riconosciuto, custodito, fatto crescere.

‘Essere figli’ è come riconoscere una parentela. Scoprire di appartenere alla stessa sostanza della vita, alla medesima energia creatrice, Dio se vogliamo chiamarlo così. Portiamo già in noi questa qualità divina, la forza capace di espandersi, di prendere forma, di trasformare l’esistenza. Una scintilla che attende solo di diventare fuoco. E’ quello che alcuni chiamano ‘Sé autentico’, altri Amore, altri Coscienza, Dio…

‘A quanti lo hanno accolto…’. Accogliere è dare spazio, coltivare, prendersi a cuore questo principio divino che ci abita. Lasciarlo crescere, praticarlo ogni giorno. Gesù di Nazareth è l’uomo che ha fatto tutto questo, fino a diventare trasparente al divino stesso che l’abitava, ‘Figlio di Dio’, appunto.

Il Vangelo è in fondo l’invito a portare l’umano alle sue estreme conseguenze. A vivere secondo la propria natura più profonda, e la nostra natura più profonda è – come si è detto – il divino stesso, l’Amore, il Sé autentico…. Per cui vivere secondo questa nostra ‘Sorgente’ significa renderci disponibili a lasciare che l’amore diventi criterio, misura, respiro dell’esistenza.

‘Diventare figli’ è dunque un atto di responsabilità, prendersi cura della vita che ci è stata affidata; fidarsi della vita che ci attraversa. Credere nella possibilità di realizzazione che ci abita; riconoscere che la creatività dell’amore è una responsabilità personale, una scelta quotidiana, una pratica concreta. Non si tratta di ‘avere fede in un Dio’. Siamo noi a dover avere fede anzitutto in noi stessi, e credere nella possibilità di realizzazione che Dio ci ha donato.

Ciascuno porta già in sé il potere di compiersi. Di dare forma alla propria umanità. Di lasciar emergere la luce che lo governa. Quando questa potenzialità viene abitata, coltivata, incarnata, la vita fiorisce.

‘Diventare figli’ significa dunque ‘venire alla luce di sé’. Permettere che l’Amore, il principio che ci costituisce, diventi carne. Rendere visibile, nella trama quotidiana dell’esistenza, ciò che abbiamo imparato a chiamare Dio. In una parola: vivere in modo tale che la vita, guardandoci, possa riconoscersi.

Giornata mondiale del Migrante, Maimone: ‘In Fratelli Tutti papa Francesco indica nei migranti una risorsa e una presenza di Dio’

Si è svolta nella Sala Affreschi di Palazzo Isimbardi, sede della Città Metropolitana di Milano, la commemorazione della Giornata Internazionale del Migrante, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e celebrata ogni anno il 18 dicembre, con l’obiettivo di promuovere una riflessione globale sui fenomeni migratori e sul valore della dignità umana.

Nel corso dell’incontro, Biagio Maimone, Direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo e Coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso, ha evidenziato come “i migranti rappresentino una risorsa imprescindibile per la società contemporanea, non soltanto in termini di contributo economico e occupazionale, ma anche come promotori di innovazione sociale, culturale ed economica”. Maimone ha sottolineato che “la storia italiana è profondamente segnata dall’esperienza migratoria: anche noi italiani siamo stati, e continuiamo a essere, un popolo di migranti in molte parti del mondo. Comprendere chi oggi giunge nel nostro Paese in cerca di un progetto di vita significa riconoscere una dimensione essenziale della nostra stessa identità storica e culturale”.

Ha quindi affermato: “La mia fede cristiana va oltre ogni preconcetto nei confronti dei migranti e si fonda sui verbi dell’accoglienza e dell’amore, nella consapevolezza, come ricorda Papa Francesco nell’enciclica Fratelli Tutti, che ‘nessuno si salva da solo’ e che l’umanità è chiamata a riconoscersi come una sola famiglia, al di là di ogni confine geografico, culturale o sociale”.

Maimone ha aggiunto: “Chi sceglie di vivere nel nostro Paese è chiamato a un autentico percorso di integrazione, fondato sul rispetto delle tradizioni, della cultura e della nostra religione, elementi costitutivi dell’identità nazionale. Parallelamente, la società di accoglienza è chiamata a riconoscere e valorizzare le diversità culturali, sociali e religiose come una ricchezza e una risorsa per il bene comune.

È doveroso ricordare che anche noi italiani siamo stati, nel corso della nostra storia, un popolo di migranti e che lo siamo tuttora in molte parti del mondo; per questo motivo, comprendere chi oggi giunge nel nostro Paese in cerca di un progetto di vita significa riconoscere una dimensione fondamentale della nostra memoria collettiva.

Le differenze, se adeguatamente accompagnate da politiche inclusive, non rappresentano un fattore di debolezza, bensì un punto di forza capace di arricchire il tessuto sociale e di rafforzare la coesione e la responsabilità civica. Fenomeni come quello dei giovani definiti “Maranza” non possono essere ricondotti all’origine migratoria, ma sono piuttosto il risultato della carenza di politiche efficaci di inserimento sociale, educativo e culturale”.

Nel suo intervento, Maimone ha inoltre richiamato il magistero di Papa Francesco, sottolineando come nell’enciclica Fratelli Tutti venga ribadita con forza la responsabilità morale e sociale dell’accoglienza, invitando a costruire ponti e non muri e a promuovere una cultura dell’incontro fondata sul rispetto, sulla dignità della persona e sull’amore evangelico: “Accogliere i migranti significa accogliere Dio”.

Maimone ha poi ricordato come la Chiesa missionaria di papa Leone XIV e l’insegnamento di Papa Francesco invitino a riconoscere ogni persona migrante come figlio di Dio e a promuovere una missione concreta di accoglienza e di fraternità universale. In tale prospettiva, ha evidenziato il ruolo centrale dell’educazione preventiva e della comunicazione socio-umanitaria nella costruzione di comunità inclusive e resilienti, capaci di ridurre la marginalità e di favorire il dialogo e la fiducia reciproca tra i popoli.

L’evento, intitolato ‘Nuovi Italiani Ambasciatori Culturali di Milano e del proprio Paese di Origine’, è stato moderato da Patrizia Adamo, Direttrice Generale del Programma RUMBA TV, e da Héctor Villanueva, ideatore della Campagna Mondiale ‘Milano Siamo Noi!’ e CEO dell’Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà.

Anche le le ACLI hanno ribadito il proprio impegno a tutela dei diritti, della dignità e della sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori stranieri presenti in Italia:”Negli ultimi mesi, attraverso il lavoro quotidiano dei nostri servizi e dei nostri sportelli, abbiamo registrato le gravi criticità generate dal Decreto Flussi: ritardi significativi nelle procedure, truffe ai danni dei richiedenti, pratiche impossibili da completare, promesse di lavoro mai concretizzate e, soprattutto, l’emersione di migliaia di persone scivolate nell’irregolarità non per scelta, ma per le falle di un sistema che non riesce a garantire un incontro reale e trasparente tra domanda e offerta di lavoro”.

Queste problematiche sono state più volte evidenziate dalle ACLI e dal Patronato Acli nelle audizioni parlamentari, incluso l’ultimo esame del disegno di legge di conversione del decreto n. 146/2025, con la richiesta di soluzioni correttive e di un ripensamento complessivo della legge quadro sull’immigrazione:

“I numeri parlano chiaro: nel 2024 le domande presentate sono state 119.890, ma solo 9.331 si sono tradotte in un contratto di lavoro effettivo. Significa che oltre 110.000 persone sono rimaste intrappolate nelle pieghe del sistema, diventando di fatto invisibili e irregolari pur avendo seguito tutte le procedure previste”.

Per queste ragioni, le ACLI hanno promosso l’appello al Governo affinché venga introdotto un permesso di soggiorno per attesa occupazione per tutte le persone penalizzate dal meccanismo dei Flussi. Si tratta di una misura semplice, immediata e necessaria, capace di restituire dignità a uomini e donne che hanno investito risorse ed energie nella speranza di costruire in Italia un percorso di vita regolare e sicuro.

Papa Leone XIV: chi non ama non si salva

“Così canta la liturgia nella notte di Natale, e così riecheggia nella Chiesa l’annuncio di Betlemme: il Bambino che è nato dalla Vergine Maria è il Cristo Signore, mandato dal Padre a salvarci dal peccato e dalla morte. Egli è la nostra pace, Colui che ha vinto l’odio e l’inimicizia con l’amore misericordioso di Dio. Per questo ‘il Natale del Signore è il Natale della pace’. Gesù è nato in una stalla, perché non c’era posto per Lui nell’alloggio. Appena nato, sua mamma Maria ‘lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia’. Il Figlio di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, non viene accolto e la sua culla è una povera mangiatoia per gli animali”: dalla Loggia centrale della basilica di san Pietro papa Leone XIV ha pronunciato per la prima volta il messaggio di Natale alla città e al mondo, esortando a farsi solidali con i deboli e gli oppressi.

Nel Natale di Gesù la scelta di Dio è stata ben precisa: “Il Verbo eterno del Padre, che i cieli non possono contenere ha scelto di venire nel mondo così. Per amore ha voluto nascere da donna, per condividere la nostra umanità; per amore ha accettato la povertà e il rifiuto e si è identificato con chi è scartato ed escluso”.

Dio ha scelto la responsabilità di assumersi il peccato attraverso l’amore per il prossimo: “Nel Natale di Gesù già si profila la scelta di fondo che guiderà tutta la vita del Figlio di Dio, fino alla morte sulla croce: la scelta di non far portare a noi il peso del peccato, ma di portarlo Lui per noi, di farsene carico. Questo, solo Lui poteva farlo. Ma nello stesso tempo ha mostrato ciò che invece solo noi possiamo fare, cioè assumerci ciascuno la propria parte di responsabilità. Sì, perché Dio, che ci ha creato senza di noi, non può salvarci senza di noi, cioè senza la nostra libera volontà di amare. Chi non ama non si salva, è perduto. E chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede”.

E per amare occorre responsabilità: “Sorelle e fratelli, ecco la via della pace: la responsabilità. Se ognuno di noi, a tutti i livelli, invece di accusare gli altri, riconoscesse prima di tutto le proprie mancanze e ne chiedesse perdono a Dio, e nello stesso tempo si mettesse nei panni di chi soffre, si facesse solidale con chi è più debole e oppresso, allora il mondo cambierebbe”.

Però occorre essere liberi dal peccato: “Gesù Cristo è la nostra pace prima di tutto perché ci libera dal peccato e poi perché ci indica la via da seguire per superare i conflitti, tutti i conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali. Senza un cuore libero dal peccato, un cuore perdonato, non si può essere uomini e donne pacifici e costruttori di pace. Per questo Gesù è nato a Betlemme ed è morto sulla croce: per liberarci dal peccato. Lui è il Salvatore. Con la sua grazia, possiamo e dobbiamo fare ognuno la propria parte per respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione”.

Ecco la richiesta di pace per il Medio Oriente con le parole del profeta Isaia: “In questo giorno di festa, desidero inviare un caloroso e paterno saluto a tutti i cristiani, in modo speciale a quelli che vivono in Medio Oriente, che ho inteso incontrare recentemente con il mio primo viaggio apostolico. Ho ascoltato le loro paure e conosco bene il loro sentimento di impotenza dinanzi a dinamiche di potere che li sorpassano.

Il Bambino che oggi nasce a Betlemme è lo stesso Gesù che dice: ‘Abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!’ Da Lui invochiamo giustizia, pace e stabilità per il Libano, la Palestina, Israele, la Siria, confidando in queste parole divine: Praticare la giustizia darà pace. Onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre”.

Mentre per l’Europa ha chiesto uno ‘spirito’ collaborativo: “Al Principe della Pace affidiamo tutto il Continente europeo, chiedendogli di continuare a ispirarvi uno spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel bisogno. Preghiamo in modo particolare per il martoriato popolo ucraino: si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso”.

Inoltre ha implorato la consolazione per le vittime delle guerre: “Dal Bambino di Betlemme imploriamo pace e consolazione per le vittime di tutte le guerre in atto nel mondo, specialmente di quelle dimenticate; e per quanti soffrono a causa dell’ingiustizia, dell’instabilità politica, della persecuzione religiosa e del terrorismo. Ricordo in modo particolare i fratelli e le sorelle del Sudan, del Sud Sudan, del Mali, del Burkina Faso e della Repubblica Democratica del Congo.

In questi ultimi giorni del Giubileo della Speranza, preghiamo il Dio fatto uomo per la cara popolazione di Haiti, affinché cessi ogni forma di violenza nel Paese e possa progredire sulla via della pace e della riconciliazione. Il Bambino Gesù ispiri quanti in America Latina hanno responsabilità politiche, perché, nel far fronte alle numerose sfide, sia dato spazio al dialogo per il bene comune e non alle preclusioni ideologiche e di parte”.

Inoltre ha chiesto riconciliazione per i conflitti in Asia e per chi soffre a causa dei disastri naturali: “Al Principe della Pace domandiamo che illumini il Myanmar con la luce di un futuro di riconciliazione: ridoni speranza alle giovani generazioni, guidi l’intero popolo birmano su sentieri di pace e accompagni quanti vivono privi di dimora, di sicurezza o di fiducia nel domani. A Lui chiediamo che si restauri l’antica amicizia tra Thailandia e Cambogia e che le parti coinvolte continuino ad adoperarsi per la riconciliazione e la pace.

A Lui affidiamo anche le popolazioni dell’Asia meridionale e dell’Oceania, provate duramente dalle recenti e devastanti calamità naturali, che hanno colpito duramente intere popolazioni. Di fronte a tali prove, invito tutti a rinnovare con convinzione il nostro impegno comune nel soccorrere chi soffre”.

Il primo Urbi et Orbi papale è stato un invito a non lasciarsi vincere dall’indifferenza verso i migranti: “Nel farsi uomo, Gesù assume su di sé la nostra fragilità, si immedesima con ognuno di noi: con chi non ha più nulla e ha perso tutto, come gli abitanti di Gaza; con chi è in preda alla fame e alla povertà, come il popolo yemenita; con chi è in fuga dalla propria terra per cercare un futuro altrove, come i tanti rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo o percorrono il Continente americano; con chi ha perso il lavoro e con chi lo cerca, come tanti giovani che faticano a trovare un impiego; con chi è sfruttato, come i troppi lavoratori sottopagati; con chi è in carcere e spesso vive in condizioni disumane”.

Quindi, ricordando le imminenti chiusure delle Porte sante giubilari papa Leone XIV ha invitato tutti ad ‘aprire’ il proprio cuore per diventare figli di Dio: “In questo giorno santo, apriamo il nostro cuore ai fratelli e alle sorelle che sono nel bisogno e nel dolore. Così facendo lo apriamo al Bambino Gesù, che con le sue braccia aperte ci accoglie e dischiude a noi la sua divinità: ‘A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio’.

Tra pochi giorni terminerà l’Anno giubilare. Si chiuderanno le Porte Sante, ma Cristo, nostra speranza, rimane sempre con noi! Egli è la Porta sempre aperta, che ci introduce nella vita divina. E’ il lieto annuncio di questo giorno: il Bambino che è nato è il Dio fatto uomo; egli non viene per condannare, ma per salvare; la sua non è un’apparizione fugace, Egli viene per restare e donare sé stesso. In Lui ogni ferita è risanata e ogni cuore trova riposo e pace”.

(Foto: Santa Sede)

Dalla Calabria i ‘Panettoni della speranza’ di padre Thao

A Reggio Calabria tutti lo conoscono: padre Thao Joseph, giovane missionario scalabriniano, venuto dalle risaie del sud Vietnam, vive da 4 anni in questa città. Unico vietnamita a Reggio Calabria. Dolce, un sorriso che vi conquista, una disponibilità a tutta prova, lavora in prima linea per i migranti e dirige il ‘Centro di Accoglienza Scalabrini’ a due passi dalla cattedrale.

Alla domenica, celebra l’eucarestia nella chiesa di sant’Agostino, dove con il suo bell’accento orientale si è accattivato la simpatia dei fedeli del quartiere, ma durante la settimana combatte una battaglia intensa e impegnativa al Centro Migranti, dove giovani, mamme e bambini vanno e vengono in continuazione… provenienti dal Marocco, dalla Georgia, dal Pakistan, dai Paesi africani. Il suo impegno è sostenere, coordinare e intervenire nelle varie attività del Centro.

Per Natale, padre Thao presenta un piccolo progetto originale per il Centro di accoglienza in modo da offrire 400 super-panettoni con generi alimentari a tutti i migranti che passeranno nel periodo natalizio: ‘panettoni della speranza’. E’ un gesto semplice, ma un grande dono per umanizzare una vita difficile, amara, di tante persone in emigrazione.

A lui chiediamo di illustrare i ‘panettoni della speranza’?  

“Distribuire quattrocento panettoni per i migranti con generi alimentari: questo il nostro progetto natalizio. Il panettone è un prodotto commerciale, ma di cui forse abbiamo perduto il senso. La sua valenza simbolica è molto forte. Non ha solo un significato religioso, cioè natalizio, ma anche collettivo. Non a caso, anticamente, alla sua preparazione collaborativa tutta la famiglia, c’era un grande senso di appartenenza. I suoi valori sono la festa, il ritrovarsi insieme, la famiglia, l’intimità della casa. Ma con i frutti canditi l’ingrediente principale rimane la speranza: il buon sapore di un giorno migliore. Per un migrante questo significa il sogno di una vita normale. Degna, laboriosa e rispettata. Quell’avventura triste e amara del migrare, – del cambiare mondo tra mille difficoltà – era trasportata, per davvero, da un grande sogno”. 

Come è sorta questa iniziativa?

“Per caso. Ci si è detti, perché non offrire nel periodo del Natale un bel panettone insieme a dei generi alimentari ai tantissimi migranti che passano al nostro “Centro di Accoglienza Scalabrini” di Reggio Calabria. Più di tremila all’anno ne vengano,  dal Marocco, dalla Georgia, Albania, Pakistan, India, Latino america e dai Paesi africani… Il senso dell’integrazione, d’altronde, passa anche attraverso il cibo. Questo, infatti, non è solo nutrimento. E’ anche messaggio: è partecipazione, condivisione, forza di stare insieme.

Ogni nostro panettone, poi, è accompagnato da un autentico messaggio di speranza, stampato a caratteri d’oro. Vi leggete, così: ‘Oggi, milioni di uomini sono assetati di giustizia, costretti a migrare alla ricerca di pane, di pace e di dignità. Natale è Dio che posa la sua dimora tra di noi. E’ adesso. E’ ovunque gli uomini sono amati. Ovunque il povero e lo straniero sono trattati da esseri umani. Ovunque degli avversari si riconciliano. O dove la giustizia, la pace e la solidarietà sono promosse o realizzate… Là, è il Signore che viene!’ Messaggio attualissimo, vivo ed esigente”.

Per quale motivo i migranti scelgono l’Europa?

“Per sfuggire a una vita impossibile, miserabile, per noi impensabile, a causa di guerre, persecuzioni o povertà, in cerca di opportunità di lavoro, di stabilità economica e di una vita migliore. Sono spinti, a volte, anche dalla famiglia come ‘ambasciatori di speranza’. ‘Parti in Europa, aiutaci nella nostra miseria!’: è questo grido, che i migranti risentono nell’anima. Come cavalieri solitari, allora, si spingono in una società difficile, differente e complessa come la nostra, con la voglia di riuscire ad ogni costo. Questo, dopo aver spezzato ogni legame con la loro terra, il loro nido, gli affetti, le abitudini e le tradizioni. Sì, un cammino impressionante di sopravvivenza. A volte è anche il ricongiungimento familiare che li spinge in questa avventura in Italia, in Francia o in Inghilterra. Ritrovarsi là dove altri hanno avuto fortuna”.

Lei è vietnamita: come è giunto in Italia?

“Vengo da un villaggio del Vietnam del sud, Can Tho, in cui vivono tanti migranti fuggiti dal nord dopo la guerra. C’erano, pure, i miei nonni. Quando sono arrivati hanno trovato solo acqua, erba e terra, perché erano alle foci del fiume Mekong. Così, cominciavano a pulire, a preparare e costruire le case e un campo, per piantare il riso. Insomma, iniziavano tutto daccapo con sudore e fatica. Però era l’opportunità di avere la libertà e la vita. Li accompagnavano anche tanti preti, che li aiutavano nella vita spirituale e così hanno costruito anche le chiese. 

La mia famiglia era molto religiosa e si viveva con i nonni. Ho avuto tanti zii che hanno consacrato la loro vita per diventare sacerdoti. Quindi, penso che la mia vocazione nasca dai loro esempi e dalla loro preghiera per me. Ogni giorno i miei genitori mi portavano in chiesa per la Messa delle 4.30 del mattino e alla sera di solito si pregava insieme il Rosario. Ecco una grande ricchezza spirituale, che aiutava il mio desiderio di diventare prete. A 18 anni sono entrato in seminario in Vietnam con altri 27 giovani”.

E perché è diventato scalabriniano?

“Poi ho cominciato a conoscere il carisma scalabriniano, per diventare missionario per migranti nel mondo. Così, dopo tre anni mi hanno mandato nelle Filippine. Era la prima volta che vivevo lontano da casa, sentivo forte la mancanza della famiglia, tuttavia non ho perso l`amore per la mia vocazione. Così, nelle Filippine incontravo tante cose nuove: la cultura, la tradizione, la lingua, il cibo e le persone. Un altro mondo. Mi davo coraggio dentro di me, pensando ai tanti migranti che affrontano e combattono le stesse mie difficoltà. Credo che il Signore mi aiutava e mi confortava in questo cammino…

Per la teologia, poi, mi hanno inviato a Roma con altri due. Di nuovo, passare da una cultura asiatica a una cultura occidentale fu per me un’enorme difficoltà, sia per la lingua che per la mentalità. Dopo otto mesi di studio intensivo della lingua italiana, iniziavo i corsi di teologia, ma all`inizio non potevo capire quasi nulla… Nel frattempo, essendo all’estero, in Vietnam, nel mio paese, cancellavano tutti i miei documenti, e mi restava in mano unicamente il passaporto. Era come fossi senza radici. Senza identità, nella mia stessa terra! In occasione della mia ordinazione a Roma, infine, si era in tempo di Covid: diventai sacerdote senza popolo, senza ospiti e senza famiglia.

Una celebrazione privata. Come uomo avvertivo molta tristezza, ma come missionario mi sentivo pieno di coraggio e di gioia. Sì, per un dono grande e un impegno immenso per la mia vita futura. Dopo l’ordinazione, mi hanno inviato a Reggio Calabria. Certo, ho trovato molto difficile l`inizio. Sembrava tutto nuovo per me nella parrocchia Sant’Agostino, vivendo in una parrocchia multiculturale di calabresi, filippini e tanti migranti. 

Ma guardando i migranti, ricordavo i miei primi passi, quando entravo in seminario e il desiderio di portare il Vangelo a questi fratelli più fragili… Il tema che avevo scelto per la mia vita missionaria era preso dal Vangelo di Luca: ‘Sulla Tua Parola, getterò le reti’. Nel mio difficile cammino, pieno di sfide, sento per davvero di averlo vissuto! Sì, ma con l’aiuto di Dio. Tutto è grazia”.

Se desiderate dare una mano al Centro Migranti a Reggio Calabria o al suo progetto ‘Panettoni della speranza’: IBAN IT69F3608105138258674058684 intestato a Thao Nguyen Thanh.

(Tratto da Aci Stampa)

Ad Arezzo presentato il Rapporto diocesano sulle povertà: oltre 2000 le persone accolte nel 2024

Nei giorni scorsi è stato presentato il Rapporto diocesano sulle povertà relativo al 2024, redatto dalla Caritas di Arezzo in collaborazione con l’associazione Sichem. ‘Cercando l’invisibile’ è il titolo scelto per questa edizione, che intende far emergere le situazioni di fragilità spesso celate nel territorio e restituire visibilità a chi vive condizioni di disagio.

Il Rapporto si basa sui dati provenienti dal Centro di Ascolto della diocesi di Arezzo e dalle 35 Caritas parrocchiali. Il quadro che emerge mostra l’ampliarsi della cosiddetta ‘fascia grigia’, composta da persone e famiglie che non rientravano nei circuiti di aiuto ma che, per la prima volta, hanno richiesto sostegno: 378 nuovi utenti solo nel 2024, una parte di quel sommerso che tende a non manifestarsi.

Nel complesso, nel 2024 sono state registrate 2.086 prese in carico nominali, 19 in meno rispetto all’anno precedente. Il dato conferma una situazione stabile, in cui alcuni riescono a uscire da percorsi di povertà mentre altri vi entrano improvvisamente, rendendo fondamentale un accompagnamento costante verso forme reali di autonomia.

Accanto a un nucleo stabile di circa 1.500–1.600 utenti ricorrenti, si registra una crescita delle situazioni complesse: le richieste riguardano sempre più spesso problemi intrecciati, che richiedono interventi personalizzati, ha spiegato mons. Andrea Migliavacca: “E’ importante il lavoro di questo Rapporto sulle povertà, perché ci consente di avere un quadro di riferimento e di conoscenza della situazione aiutandoci a essere operativi e quindi passare dalle parole ai fatti nel vivere la carità nella nostra diocesi. Il mio grazie va a tutti gli operatori della Caritas diocesana”.

Gli ha fatto eco don Fabrizio Vantini, direttore della Caritas diocesana: “Spesso siamo disturbati dal virus dell’indifferenza verso chi, con la sua povertà, interrompe il nostro percorso ordinario. Questo Rapporto richiama ciascuno alla responsabilità civica e umana: agire per il bene ci rende tutti più umani, oltre appartenenze e differenze. E’ anche un appello alla Politica affinché le scelte di governo mettano al centro gli ultimi. I poveri non possono essere lasciati soli fino a diventare invisibili”.

Ecco le prime cinque nazionalità di chi ha fruito dei servizi: Italia (35,2%), Marocco (12,8%), Romania (8,7%), Albania (6,6%), Nigeria (5,4%). Le donne sono leggermente prevalenti (53,4%). Il 23,8% dei richiedenti ha più di 60 anni, spesso con difficoltà economiche e problemi sanitari o di solitudine. Il 33,1% ha figli minori a carico: 1.211 minori sostenuti indirettamente, ai quali si aggiungono 608 figli maggiorenni, per un totale di 1.819.

Invece queste sono le condizioni abitative di chi si è rivolto alla Caritas: Affitto: 58,3%; Edilizia popolare: 8,3%; Abitazione propria: 8,3%; Struttura di accoglienza/CAS: 7,6%; Ospitalità presso amici/familiari: 6,4%; Senza alloggio: 4,3%; Altre situazioni (datore di lavoro, baracca, auto, camper, tenda…): 6,8%.

Invece questa è la loro condizione lavorativa: disoccupati/inoccupati: 62,3%; occupati (inclusa cassa integrazione): 20%; pensionati: 7,5%; altre condizioni (invalidità, inabilità, assenza permesso lavoro): 10,2%; mentre le problematiche segnalate sono state 2.889, pari a una media di 1,4 per persona. Problematiche così ripartite: problemi economici: 67,2%; lavoro: 8,5%; salute: 7,1%; problemi familiari: 5,4%; casa: 3,9%; migrazione: 3,1%; istruzione: 1,7%; disabilità: 1,2%; dipendenze: 1%; altro: 0,6%; detenzione/giustizia: 0,3%.

Inoltre nel Centro di Ascolto diocesano (Via Fonte Veneziana) sono state accolte 470 persone/famiglie (42,3% italiani; 57,7% stranieri) con 8173 contatti front office; nell’ambulatorio medico sono state compiute 399 visite per un totale di 121 persone seguite, di cui il 13,2% sono italiani.

Inoltre sono stati erogati 263 buoni spesa (+40 per ospiti delle strutture) e 251 persone registrate nelle mense per 23.401 pasti erogati; mentre i prodotti alimentari ritirati da collette sono ammontati a 17.567 kg freschi/caldi + 9.805 kg a lunga conservazione. Infine queste sono state le accoglienze: Casa San Vincenzo: 39 persone; Casa Santa Luisa: 15 adulti e 9 minori; Dormitorio invernale: 30 persone (nov. 2024 – apr. 2025); Accoglienza profughi: 70 persone (19 nuovi ingressi).

(Foto: Diocesi di Arezzo – Cortona – SanSepolcro)

Ospitalità Religiosa: Giubileo motore per Roma, Italia a +9%

Il settore dell’ospitalità a matrice religiosa e non-profit –che in Italia conta circa 3.000 strutture ricettive per un totale di 200.000 posti letto– tira le somme di questo 2025, anno segnato dall’afflusso straordinario dovuto al Giubileo e da un contesto economico ancora complesso.

Secondo i dati raccolti dall’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana, Roma e provincia registrano un incremento del 14% delle presenze rispetto al 2024. Un risultato importante, che conferma la capacità di accoglienza del territorio in occasione dei grandi eventi religiosi. Allo stesso tempo, si tratta di una leggera flessione rispetto alle stime iniziali dei gestori, che ipotizzavano per l’Anno Santo una crescita attorno al 24%.

Ampliando lo sguardo all’intero Paese, il quadro restituisce comunque un segnale di fiducia. Il comparto della ricettività non-profit chiude il 2025 con un aumento medio delle presenze pari al 9% rispetto all’anno precedente. L’area del Centro Italia è quella che beneficia maggiormente dell’ ‘effetto Giubileo’, registrando un +11%, mentre Nord e Sud attestano entrambi l’incremente ad un +7%. Un andamento che conferma la funzione delle strutture religiose e sociali come rete diffusa di accoglienza, non solo nelle grandi città, ma anche nei piccoli centri e lungo i cammini di pellegrinaggio.

“Un po’ di ossigeno per le attività caritatevoli e missionarie finanziate da questi introiti –commenta Fabio Rocchi, presidente dell’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana– ma anche una prospettiva che non si chiude con il Giubileo. Le esperienze di accoglienza vissute quest’anno non potranno che riverberarsi in future occasioni di incontro, ben al di là del semplice soggiorno. Molte persone hanno riscoperto il valore di una Casa che non è solo un letto per dormire, ma un luogo di ascolto, di condivisione, di vicinanza alle fragilità”.

Rocchi sottolinea inoltre come il 2025 abbia rappresentato per molte strutture un banco di prova: “Il Giubileo ha spinto i gestori a riorganizzare gli spazi, a migliorare l’accessibilità, a curare la comunicazione online e la gestione delle prenotazioni. Sono investimenti che resteranno e che permetteranno alle Case di essere pronte ad accogliere, anche nei prossimi anni, pellegrini, turisti responsabili, gruppi e famiglie in cerca di un’ospitalità sobria, sicura e alla portata di tutti”.

L’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana vede in questi numeri non soltanto un segnale congiunturale legato al Giubileo, ma l’indicazione di una tendenza più profonda: la crescente ricerca di esperienze di viaggio che uniscano dimensione spirituale, attenzione alla persona e valorizzazione dei territori. Per questo l’Associazione continuerà a lavorare al fianco dei gestori, offrendo formazione, assistenza e strumenti operativi, perché l’ospitalità religiosa e non-profit possa rimanere un presidio di accoglienza aperta, solidale e sostenibile nel tempo.

Giornata internazionale delle persone con disabilità: ‘possiamo scegliere noi?’

‘Come, possiamo scegliere noi?: questo lo stupore di Marco, Mario, Andrea, Emanuele B. ed Emanuele Z., cinque giovani adulti autistici quando hanno scoperto di poter decidere l’arredamento delle loro camere nella futura casa in co-housing a Bastia Umbra (PG). Si tratta del Dopodinoi: un villino con tecnologie domotiche assistive sostenuto in maniera esclusiva dalla Fondazione Santa Rita da Cascia ETS per regalare loro autonomia, inclusione e soprattutto felicità. Marco ha chiesto un canestro e una poltrona massaggiante, Emanuele B. una camera rossa, Andrea uno spazio per leggere. Emanuele Z. una libreria, Andrea uno spazio per leggere, Mario semplicità. Perché stavolta, finalmente, la scelta è loro.

Questa è la ‘piccola rivoluzione dal grande significato’ che la Fondazione sta realizzando attraverso la ‘co-progettazione mediata’ del Dopodinoi. La struttura, che potrà in futuro accogliere fino a 12 giovani autistici, è al centro della campagna di Natale ‘Quello che ci lega’, lanciata in sostegno dei più fragili, in occasione della Giornata internazionale dei Diritti delle persone con Disabilità del 3 dicembre. La Fondazione sostiene il progetto come partner esclusivo, per un investimento totale di € 400.000, per ANGSA Umbria (Associazione Nazionale Genitori di PerSone con Autismo), con la consulenza scientifica del Politecnico di Torino, come ha spiegato Monica Guarriello, direttrice Generale della Fondazione:

“Vogliamo garantire il diritto alla felicità di questi ragazzi, non solo all’autonomia e alla dignità. La co-progettazione mediata dà voce ai loro desideri, li rende protagonisti, con l’obiettivo di far diventare questo progetto una case history replicabile, anche in altri contesti di fragilità. Allo stesso tempo, vogliamo regalare sollievo ai genitori, loro caregiver, preoccupati per il futuro dei loro figli”.

‘Quello che ci lega’ rappresenta il senso più profondo della campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi natalizia, destinata a tutti i progetti per i fragili in Italia e nel mondo, con focus sulla disabilità intellettiva e sul ‘Dopodinoi’: il filo dell’amore e della compassione che unisce Fondazione, beneficiari e donatori, per costruire una relazione reciproca e circolare, in cui ciascuno possa esprimere il proprio punto di vista e sentirsi protagonista dei progetti realizzati.

Il dono pensato per chi sosterrà la campagna, con un contributo minimo di € 18, è l’Agenda 2026, che diventa più di un semplice gadget: un’agenda settimanale di 112 pagine ricca di storie e informazioni, ispirate ogni mese a un valore cristiano, su cui riflettere per poi condividere i propri pensieri, scrivendo alla Fondazione.  Per saperne di più e poter donare fondazionesantarita.org

Intanto, grazie ad altre campagne di raccolta fondi, i lavori per il ‘Dopodinoi’ procedono spediti, con un investimento che tocca già gli oltre € 111.000, dopo € 90.000 erogati per contribuire al suo acquisto,  in direzione della sostenibilità ambientale e acustica.

In Italia circa 600.000 persone vivono con disturbi dello spettro autistico. Dopo i 18 anni, come avviene in tutti i casi di disabilità, spesso “scompaiono” dai radar istituzionali. Nonostante la Legge 112/2016 ‘Dopo di Noi’ e la Carta di Solfagnano, siglata dai ministri dei Paesi coinvolti al termine del G7 Inclusione e Disabilità del 2024 in Umbria, ribadendo il diritto a una vita autonoma e di qualità delle persone con disabilità, la realtà di vita indipendente resta spesso sulla carta. Con grande preoccupazione dei genitori, che in genere sono i loro caregiver: un ruolo molto logorante, per cui è stato finalmente depositato un disegno di legge nazionale.

Per questo Tina Baglioni, insegnante in pensione, mamma di Mario, uno dei futuri ospiti della casa, un giovane uomo di 45 anni con la sindrome di Asperger, una memoria impressionante e tanta voglia di organizzare feste, ha raccontato: “Il Dopodinoi una cosa bella, addirittura inaspettata per la mamma di un ragazzo con difficoltà, che guarda al futuro con preoccupazione. Trovare una Fondazione che investe su questo progetto è stata una sorpresa grandiosa! Non sai dove sbattere la testa, e invece si presenta una soluzione inaspettata”.

A tali parole la prof.ssa Daniela Bosia, responsabile scientifico del Turin Accessibility Lab del Politecnico di Torino, ha sottolineato la validità del progetto: “E’ un onore poter lavorare su un progetto come questo, il primo di questo tipo per noi. Le persone autistiche, sempre più numerose, nella minore età vengono seguite molto, da adulte bisogna invece trovare modi per sostenerle nella vita autonoma. Questo progetto rappresenta un modo per aiutarli a vivere in autonomia, supportati dagli educatori, in modo sicuro. Pur essendo difficile separarsi dai propri figli, il progetto aiuterà le stesse famiglie a vivere più serenamente, senza più preoccuparsi per il loro futuro”.

Il progetto ‘Dopodinoi’ è anche una storia di protagonismo femminile, che si ispira alla figura di Santa Rita e delle monache agostiniane del Monastero di Cascia che ne portano avanti l’eredità, anche attraverso la Fondazione: Monica Guarriello, Jessica Barbanera, Daniela Bosia, le mamme come Tina. Infine madre Cossu, badessa del monastero e presidente della Fondazione, ha concluso con la sottolineatura della carità generativa: “Ogni volta che una donna porta nel mondo un’idea nuova di cura, nasce una speranza capace di cambiare la realtà. Questo progetto ne è la prova: unisce intelligenza, fede e concretezza per trasformare la fragilità in forza, la solitudine in casa, l’aiuto in relazione. E’ il segno di una carità femminile che non si limita a donare, ma genera futuro”.

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