Parma ha festeggiato sant’Ilario di Poitiers attraverso l’educazione del cuore

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“Ogni anno la festa di Sant’Ilario mi muove a rivolgere alcune parole alla città. Le metto, come sempre, alla benevolenza di chi le leggerà, premettendo alcune convinzioni: sabato scorso Parma ha celebrato il suo patrono, sant’Ilario di Poitiers con un messaggio alla città di mons. Enrico Solmi dal titolo ‘Educare il cuore’, che è stata un’occasione per attingere alla propria storia, ma anche per guardare avanti, con un vigore che sa cogliere dalle sfide lo stimolo per un futuro nuovo, che va costruito insieme.

Nella lettera consegnata al termine della celebrazione eucaristica al popolo parmense mons. Solmi ha sottolineato due convinzioni dell’amore degli abitanti: “La prima: la stima e, lasciatemelo dire, l’amore verso Parma, chi la abita e, in forma particolarissima e non escludente, la sua Chiesa. La seconda risiede nella fede, che non discrimina, ma include.

L’evento celebrato nel Natale, ‘il Verbo di Dio si è fatto carne’, ammanta di universalità quanto Gesù di Nazareth vive da uomo. Le parole di Pilato: ‘Ecco l’uomo’ rimarcano un tratto essenziale della verità sul Cristo e indicano chiaramente il valore universale del suo messaggio: ecco l’uomo vero, pienamente realizzato, capace di amore e di dono fino alla morte”.

La fede è fonte di speranza: “Le mie parole sgorgano da questa fonte e vanno verso questa foce e vorrebbero essere come un rivolo d’acqua condiviso e, spero, salutare per tutti. Come una fontana alla quale tutti possono attingere, dove tutti ritrovarci, perché l’acqua è essenziale per l’esistenza.

Siamo passati di crisi in crisi e, su queste, il mostro della guerra è uscito dalle voragini più nere della storia e si è assestato sulle rovine della pandemia provocando altri cumuli di macerie: odio, violenza, morti, e la fine dei sogni di pace e di vita di intere generazioni”.

Nel messaggio alla città mons. Solmi ha sottolineato le crisi provocate dalle guerre, le cui conseguenze sono visibili anche a Parma: “L’uso di armi sempre più sofisticate ne alimenta il mercato e immani risorse vengono stanziate per uccidere, mentre potrebbero nutrire popolazioni intere e creare condizioni di sviluppo per donne e uomini, costretti invece ad emigrare.

Ne abbiamo ampi segni anche nella nostra ricca Parma. Basti pensare al flusso dei profughi e dei rifugiati, al punto di non trovare più luoghi per ospitarli, ma anche alle nuove forme di povertà e ai sempre più crescenti bisogni alimentari che hanno portato la mensa della Caritas a sfiorare i 90.000 pasti offerti in un anno, a cui si aggiunge il prezioso contributo della mensa di padre Lino”.

Alle povertà economiche si aggiungono povertà relazionali: “In questo contesto vanno aumentando criticità sociali e relazionali caratterizzate dall’aggressività come linguaggio ordinario, fino ad arrivare a situazioni spesso drammatiche, prime fra tutte i femminicidi. L’ampia risonanza data al rapimento di Giulia Cecchettin e alla sua uccisione, le parole del padre e la commozione dell’intero Paese hanno sollecitato fortemente la volontà di promuovere una vera e propria educazione delle relazioni da introdurre nelle scuole”.

Una povertà relazionale che deve essere affrontata con preparazione culturale: “Pur consapevoli che tanto è il bene che ci circonda, non si può sminuire o addirittura negare l’atrocità di questi delitti e, proprio per la posta in gioco, non possiamo non fermarci a riflettere sul valore e sulla necessità di educare i sentimenti e le emozioni. Urgenza che non deve tuttavia essere dettata solo dall’emotività o dall’indignazione per il fatto di cronaca, ma che richiede un’attenta e scrupolosa preparazione e

progettazione sul piano culturale, prima ancora che su quello specificatamente socio-psicopedagogico. Necessita, inoltre, del tempo del confronto, oggi sempre più raro, in modo da essere attentamente considerata nelle sue diverse componenti perché possa rispondere, nel rispetto delle diverse sensibilità culturali, alla crescita dell’intera persona umana”.

Quindi educare è ‘questione di cuore’, che va, a sua volta, educato: “Su questo possiamo e dobbiamo iniziare tutti insieme un percorso di riflessione e di cooperazione, puntando a trovare, scoprire e far scoprire, emergere e brillare in ogni cuore quel punto accessibile al bene, al bello, al buono che, sempre san Giovanni Bosco, diceva essere in ogni persona… ‘Cuore’, secondo l’accezione più comune, fa riferimento al mondo dei sentimenti, delle emozioni, delle passioni, ma anche alle relazioni e in particolare a quelle affettive e d’amore o, per dirla più compiutamente, a tutta quella gamma di fasi e sfumature che vanno dalla simpatia all’innamoramento, all’amore oblativo e al loro intrecciarsi e crescere”.

Ma il cuore è uno ‘scrigno’: “Il cuore è anche la sede interiore e dinamica delle nostre motivazioni. Un deposito, quasi uno scrigno, che contiene i valori e i principi del vivere e scegliere nostro e anche della nostra città. Il cuore contiene quanto per noi è insostituibile, quanto non potremmo mai rinunciare senza venire meno a noi stessi. In forma analogica possiamo chiederci quale sia il cuore di Parma, dove ha il cuore e cosa ha a cuore la nostra città”.

Quindi occorre educare anche il cuore: “Educare il cuore, in questo senso, è educare alla vita buona per sé e per gli altri. Educare alle relazioni, dalla sfera più intima a quella che si affaccia sulla società civile. Educare il cuore parte dalla percezione di essere al mondo in un corpo e dall’unità profonda del proprio essere. Così, il corpo mio e il corpo dell’altro non è mai una ‘cosa’ estranea alla persona, non può mai ridursi ad essere oggetto di mero possesso, ma è la forma del proprio essere che entra nel mondo e si mette in relazione con esso”.

Educare significa attivare uno spirito critico: “Educare il cuore e attivare un conseguente spirito critico per una ‘vita buona’ deve fare i conti anche all’interno della persona stessa, dove si trovano punti di forza e di debolezza da riconoscere, da rafforzare o da emendare”.

Perciò è necessaria una comunità che educa: “Una sfida, questa, che richiede una risposta corale. La comunità educa se i cerchi concentrici dei genitori, papà e mamma, di tutti coloro che hanno responsabilità formative, e delle agenzie educative, scuola in primis, parrocchie, oratori, società sportive … sono pronte ad allearsi con un comune obiettivo: la crescita della persona umana”.

Per questo è necessaria una città: “Se la città ha a cuore questa dinamica educativa favorisce un clima e un contesto essenziale, anche nella cordiale accoglienza e rispettosa sinergia dei molteplici e diversi soggetti che ne fanno parte, come ad esempio le tante e preziose forme aggregative che compongono il Terzo settore. Educare sembra un muro a secco. Di quelli che si incontrano in montagna e sostengono un terreno. Sbrecciati a volte, poco manutentati spesso, mostrano invece, accanto alle pietre più squadrate in facciata, un insieme di sassi e agglomerati che li formano all’interno e che, di fatto, li rendono solidi e validi”.

Però occorre rivedere il modo di concepire la città: “Porre al centro la persona e il suo essere sociale significa rivedere modi e forme di intendere l’economia, la politica, la crescita, il progresso e lo sguardo sul mondo. La persona è infatti in necessaria relazione al contesto sociale e mondiale. Consapevoli di questa connessione continua, nella quale si fa perno proprio sulla centralità della persona, risulta quanto mai necessario prospettare un percorso di ecologia integrale”.

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