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Papa Leone XIV: la Biblioteca Vaticana per nuovi ‘varchi’ di riconciliazione
“Prima di salutarvi formalmente con un breve discorso che ho preparato, vorrei solo dire che Dio nella sua Provvidenza, e qualche volta con un certo umorismo, ci fa ricordare sempre che Lui è con noi. Molti di voi forse non sapete che mia madre era bibliotecaria, e oggi mi trovo qui per il compleanno proprio per salutare tutti voi… Per la prima volta da Pontefice visito la Biblioteca Vaticana, sulla scia dei miei Predecessori. Questo vorrebbe essere un segno della vicinanza e dell’apprezzamento del Papa per la missione dell’Archivio Apostolico e della Biblioteca Apostolica, al servizio dello sviluppo e della divulgazione della cultura, a favore della Chiesa e dell’umanità intera”: nel giorno del compleanno papa Leone XVI ha inaugurato la mostra ‘AQVA’ che apre il ciclo ‘Catastrofe e meraviglia’, incontrando il personale dell’Archivio Apostolico e della Biblioteca Apostolica.
E subito ha descritto la prima immagine di una biblioteca con un pensiero di sant’Agostino: “Pensando ad una biblioteca, la si immagina un ambiente pacato, tranquillo. Infatti, i libri sono silenziosi e chiedono silenzio. In realtà, se da una parte un libro pacifica, dall’altra accende inquietudine, alimenta il desiderio e il coraggio della ricerca… Si spense il dubbio, ma non il desiderio che anzi divenne più forte, spingendolo a percorrere tutta l’estensione e la profondità delle Sacre Scritture.
Egli stesso ne parla più volte, quando dice di aver studiato attentamente, piegato come un punto di domanda, manoscritti diversi dei libri biblici per ricavarne il testo migliore. Il libro delle Scritture che raggiunse Agostino è il medesimo che gli spalancò lo spirito. Carissimi, tutti voi, custodendo, studiando e mettendo a disposizione degli studiosi i libri del successore di Pietro, aiutate la Chiesa e l’umanità a stare all’altezza della profondità del desiderio. Senza di esso, tutto si allontana dal Dio vivente, sorgente della verità e dell’amore”.
Quindi la descrizione della biblioteca del papa: “Ricorro a una metafora: la Biblioteca Apostolica è un cuore. Il palpito del cuore è il simbolo della vita, e risulta da due movimenti contrari, la sistole e la diastole: una concentrazione e una distensione, un moto verso il centro e uno verso la periferia. Anche la Biblioteca Apostolica rimane viva nella misura in cui assicura la propria sistole e la propria diastole”.
Ed un’avvertenza: “L’interiorità della Biblioteca Apostolica dipende anche dall’unico, inestimabile tesoro che conserva. Se da una parte è doveroso facilitarne lo studio, anche attraverso la digitalizzazione e la condivisione offerta dall’ambiente digitale, dall’altra è necessario mantenere e incoraggiare l’antico gesto di muoversi fisicamente verso la Biblioteca. Essa infatti non è solo un serbatoio di libri a cui attingere comodamente dal computer di casa, ma un’atmosfera composta di legami, confronto, scambi di idee”.
Ma è necessaria anche la diastole nel ricordo di papa Leone XIII: “Ci troviamo nella Sala Leonina, dedicata a papa Leone XIII. Egli fu pastore capace di cogliere le questioni più drammatiche dell’epoca, come i cambiamenti dovuti alla rivoluzione industriale. Fu anche il Pontefice di grandi passaggi culturali, come l’apertura dell’Archivio Vaticano agli studiosi di tutto il mondo e l’incremento dell’accesso alla Biblioteca, tanto che trasformò un antico deposito d’armi in questa bella sala di consultazione.
L’apertura, la larghezza d’animo di questa Biblioteca è evidente fin dalla sua origine umanistica: non solo opere di teologia, ma anche di letteratura, filosofia, astronomia, fisica, matematica, geografia, botanica, zoologia, medicina, storia, diritto, arte, economia. Non solo libri europei e cristiani, ma anche volumi scritti in altri contesti religiosi, provenienti da ogni angolo del mondo. E ciò molti secoli prima che questo diventasse una sensibilità universalmente condivisa”.
Dalla biblioteca si capisce l’apertura della Chiesa: “Con questo stile la Biblioteca Apostolica testimonia l’antica e nuova apertura culturale della Chiesa. Anche il ciclo di mostre iniziato oggi lo conferma. Segno di questa cordialità culturale è pure la gentile diplomazia che trova tra i documenti e i libri dell’Archivio e della Biblioteca Vaticani una via aperta, uno dei ‘varchi di riconciliazione’ di cui parla l’enciclica ‘Magnifica humanitas’. Ed allora, avanti! Fedeli al passato e fedeli al futuro, con i linguaggi e i mezzi che vi sono propri, trovate nuovi varchi di riconciliazione”.
Prima di salutare ha annunciato di aver dato disposizioni per allestire nuovi spazi, conoscendo l’urgenza che accomuna la Biblioteca Apostolica e l’Archivio Apostolico e disponendo che “venga destinata all’Archivio Apostolico Vaticano e alla Biblioteca Apostolica Vaticana l’area della cosiddetta ‘Fontana dell’Autoparco’ con le sue adiacenze, secondo le delimitazioni indicate nella planimetria allegata, e che si proceda secondo i più moderni principi architettonici e tecnologici, nel rispetto della normativa vigente, alla costruzione di un nuovo edificio da destinare principalmente alle esigenze dell’Archivio Apostolico Vaticano e della Biblioteca Apostolica Vaticana, distribuendo gli spazi in maniera equa tra le due Istituzioni, riservandone una parte ad altri servizi dello Stato della Città del Vaticano”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: la Chiesa è nel mondo
“Alcuni di quelli che hanno lavorato nell’organizzazione sono qui e li ringrazio, avendo conosciuto un po’ ciò che significa organizzare questo programma. Avete vissuto un’esperienza singolare di fraternità: insieme avete ascoltato, pregato, celebrato l’Eucaristia e condiviso le speranze e i sogni che portate nel cuore per le Chiese che il Signore ha appena affidato alla vostra cura di pastori. Tutto questo vi aiuterà a ricordare una cosa molto semplice e preziosa: nessun Vescovo cammina da solo”: con questo ringraziamento papa Leone XIV ha ricevuto i vescovi di recente nomina che hanno partecipato al corso di formazione in Vaticano.
Ed ha assicurato loro la sua preghiera: “Carissimi, sappiate che siete nella mia preghiera, e con voi le vostre Chiese: i sacerdoti, i diaconi, i consacrati e le consacrate, i seminaristi, le famiglie, i giovani, gli anziani, i poveri, quanti soffrono e quanti ancora attendono di incontrare la gioia del Vangelo. Tutti devono trovare un posto nel cuore del Vescovo, perché tutti hanno già un posto nel cuore di Cristo”.
La raccomandazione papale è stata quella dell’unione con Cristo: “Prima di tutto, rimanere con Gesù. Tra le molte cose che sarete chiamati a fare come Vescovi, questa è la più importante. Siamo Vescovi, ma siamo anzitutto discepoli. Per parlare di Lui, abbiamo bisogno di stare con Lui; per guidare il suo popolo, dobbiamo lasciarci ogni giorno, ogni giorno, guidare da Lui”.
Infatti Gesù ha chiesto agli apostoli di rimanere con lui: “E’ questo l’ordine del Vangelo: stare con Lui e, da Lui, essere mandati. Non dimentichiamolo mai. Abbiate perciò sempre a cuore il vostro tempo con il Signore: l’Eucaristia, la Parola di Dio, la preghiera e quei momenti nei quali potete stare alla sua presenza con il cuore semplice del discepolo che si lascia amare dal suo Signore. Il nostro ministero nasce da lì. E quando il cuore rimane vicino a Lui, anche il servizio diventa più sereno, più libero, più fecondo”.
Eppoi l’invito ad avere il ‘cuore di Gesù’: “…avere il cuore di Gesù buon Pastore, un cuore completamente rivolto al Padre e, proprio per questo, totalmente donato ai fratelli. Gesù dice: ‘Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore’. Ecco il nostro modello. Il Vescovo è un uomo che impara ogni giorno di più ad amare il suo popolo: a conoscere le gioie e i dolori della sua gente, a condividerne i sogni, a rallegrarsi nel vedere crescere le comunità”.
Da qui nasce la scoperta della bellezza del popolo di Dio: “Ordinerete sacerdoti e diaconi, incontrerete giovani pieni di entusiasmo, vedrete la generosità silenziosa di tanti religiosi, religiose, missionari, catechisti e famiglie, e scoprirete sempre più quanto è bello il Popolo di Dio. Amate la gente che il Signore vi ha affidato. Imparate i loro nomi, ascoltate le loro storie, entrate, quando potete, nelle loro case, pregate con loro.
Specialmente nelle giovani Chiese, tante volte la presenza del Vescovo dice moltissimo, prima ancora delle sue parole. Una visita, una benedizione, il tempo dato a un sacerdote, l’ascolto di una famiglia, il dialogo con un giovane: questi sono piccoli gesti, ma possono rimanere nell’animo di una persona per tutta la vita”.
Un’altra caratteristica del vescovo è quella della sollecitudine pastorale: “Non significa semplicemente avere molte responsabilità. E’ qualcosa di più profondo: è portare il proprio popolo nel cuore. San Paolo chiamava suo ‘assillo quotidiano’ la preoccupazione per tutte le Chiese. Così la Chiesa alla quale siete stati inviati diventa sempre più parte della vostra vita, quasi parte di voi stessi. Questo è proprio della paternità episcopale: avere un animo grande, abbastanza grande da fare spazio a tutti, portando in sé i propri figli e presentandoli ogni giorno al Signore nella preghiera”.
Insomma il papa ha chiesto ai vescovi ‘vicinanza’ al popolo: “Papa Francesco ricordava che ‘la vicinanza è uno dei tratti di Dio con il suo popolo’. E proprio parlando ai Vescovi del Corso di formazione, il 12 settembre 2019, diceva: ‘Noi esistiamo per rendere palpabile questa vicinanza’. Che parole preziose per noi! Che la gente possa sentire, attraverso la nostra presenza, qualcosa della tenerezza e della paternità di Dio! E questo vale in modo speciale per i sacerdoti”.
Da qui ha chiesto l’amore per i sacerdoti: “In proposito, cari fratelli, vi raccomando di amare i vostri sacerdoti. Trovino in ognuno di voi un padre e un fratello. Ascoltateli, incoraggiateli, pregate per loro, gioite del bene che fanno e accompagnateli con fiducia nel loro ministero. Abbiate un’attenzione particolare per quelli anziani e ammalati. Fate sentire loro che sono preziosi, che la Chiesa è loro grata e che il Vescovo non li dimentica. A volte basta una telefonata, una visita, una parola affettuosa da parte vostra”.
Insomma, il compito dei vescovi è un ‘servizio d’amore’: “Viviamo in un’epoca di cambiamenti rapidi. Gli sviluppi delle tecnologie della comunicazione e dell’intelligenza artificiale hanno aperto possibilità che, fino a pochi anni fa, non avremmo neppure immaginato. Ma certamente non possono liberare l’umanità dal peccato e dalle sue conseguenze: lo dimostrano tragicamente le crisi che sta attraversando. In uno scenario complesso e, per certi versi, inquietante come l’attuale, la Chiesa ha celebrato lo scorso anno il Giubileo della speranza. Forse perché vive fuori dal mondo?”
L’invito è essere nel mondo per una civiltà dell’amore: “Al contrario, perché da Cristo morto e risorto è inviata ad annunciare a tutti il Vangelo della salvezza. E noi Vescovi siamo i primi destinatari di questo mandato. Con l’Enciclica Magnifica humanitas ritengo di aver offerto, in primis ai Pastori delle Chiese, una visione e un metodo per affrontare la grande sfida della custodia dell’umano nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Vi incoraggio a promuovere nelle vostre diocesi percorsi di riflessione e dialogo, per formare e sostenere quanti vogliono impegnarsi al servizio della civiltà dell’amore”.
In conclusione ha chiesto che il vescovo sia missionario: “Molti di voi vengono da Chiese giovani. Conoscete la bellezza e anche la fatica della missione, di una Chiesa che forse possiede poco, ma che è ricca di una fede grande. Per questo vi invito a conservare un cuore missionario. E’ un dono prezioso che il Signore ha posto nelle vostre mani e che può diventare ancora più grande nel vostro ministero episcopale.
Il Vescovo missionario ha un cuore aperto a tutti: non soltanto a coloro che frequentano le nostre parrocchie, ma anche ai cristiani di altre confessioni, ai credenti di altre religioni, alle persone che non professano una fede, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Tutti ascolta e rispetta, a tutti si fa vicino e sa riconoscere il bene presente nel cuore di ogni persona… Camminiamo con il nostro popolo: preghiamo con loro, ascoltiamo con loro la Parola, celebriamo con loro l’Eucaristia. Cerchiamo con loro ogni giorno il volto del Signore”.
(Foto: Santa Sede)
La Sagrada Familia, una foresta che cresce: presentata la Torre di Gesù al Meeting di Rimini
Nel centenario della morte dell’architetto Antoni Gaudi i protagonisti della costruzione della Torre di Gesù Cristo, la torre più alta (172,5 metri) della Sagrada Família hanno raccontato al Meeting di Rimini la fase di ideazione e di progettazione di questa torre benedetta da papa Leone XIV durante il viaggio apostolico in Spagna, attraverso una rete di relazioni personali (era il metodo dell’architetto catalano), in cui architetti, artigiani, artisti e scienziati hanno disegnato e costruito, nelle forme della torre, una sintesi della storia della salvezza insieme alla storia del cosmo, alla luce delle più recenti acquisizioni scientifiche.
L’incontro ‘La Sagrada Familia: pietra viva nel tempo’ ha riunito Marco Bersanelli, docente di Fisica e Astrofisica all’Università degli Studi di Milano; Chiara Curti, architetto esperto della Sagrada Família e docente alla facoltà ‘Antoni Gaudí’ di Barcellona; Andrea Mastrovito, autore dell’Agnus Dei per la Torre di Gesù Cristo e Jordi Faulí, architetto capo della basilica catalana, che ha illustrato la genesi del progetto della torre di Gesù Cristo, inquadrandola nella struttura della Basilica. presentando la torre collocata al centro della chiesa, sopra il transetto, circondata dalle quattro torri degli evangelisti e inserita nel sistema delle diciotto torri progettate per la basilica:
“La Torre di Gesù Cristo è al centro perché desideriamo, come Gaudí, che Gesù sia il centro delle nostre vite. Il tutto ci invita a guardare in alto, ci solleva il cuore”. La struttura raggiunge 172 metri e mezzo di altezza e nasce dalla trasformazione parametrica della cupola della Sacrestia lasciata da Gaudí come modello. Dodici paraboloidi convergono verso il vertice; sulle loro superfici si aprono 396 finestre triangolari con bordi in porfido rosso, richiamo della Passione di Cristo.
Per attribuire alla pietra una funzione strutturale senza gravare eccessivamente sulle fondazioni, architetti e ingegneri hanno sviluppato pannelli di pietra precompressi mediante barre d’acciaio, integrati con cemento armato negli angoli. Questa soluzione consente alla torre di resistere al vento e al sisma e lascia all’interno un unico spazio verticale di circa sessanta metri. Il corpo principale, il terminale e la croce compongono un percorso ascendente nel quale geometria e simbolo coincidono: alla sommità risuonano le lodi ‘Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, Tu solus Altissimus’, mentre la croce a quattro braccia estende verso la città l’abbraccio di Cristo dalla croce.
Nella parte più alta dello spazio interno, l’incontro delle dodici sezioni paraboliche rappresenta la prima luce attraverso il bianco, il rosso e il viola; scendendo verso il basso della torre, ovvero verso il presente della creazione, compaiono tonalità di blu sempre più intense e i colori delle galassie. L’orientamento cromatico dialoga con l’intero edificio: il verde guarda verso la facciata della Natività, le tonalità luminose verso la Gloria, quelle rossastre verso la Passione, mentre una stella d’oro è rivolta alla torre della Vergine Maria. Macchie dorate disposte secondo un movimento elicoidale testimoniano la presenza dello Spirito Santo nel mondo.
Mentre Marco Bersanelli, dopo una breve introduzione sui risultati della ‘Missione Planck’ (satellite dell’Agenzia spaziale europea lanciato nel 2009, dedicato a studiare la luce primordiale rilasciata 13.800.000.000 anni fa, quando l’universo era nella sua prima infanzia), ha raccontato il suo contributo nell’identificare la forma del paraboloide come rappresentativa delle più recenti acquisizioni scientifiche sull’espansione dell’universo: proprio questa forma geometria è alla base del disegno della torre:
“La Sagrada Familia nasce dalla genialità di Gaudí e rappresenta contemporaneamente tradizione e modernità. E’ un incrocio unico e preziosissimo: da una parte, la memoria del passato, concepita nella sua profondità; dall’altra, un linguaggio architettonico, simbolico e artistico che appartiene a una visione moderna. Questa fusione mi ha sempre affascinato”.
Ma cosa c’entra l’astrofisica con la costruzione di una cattedrale?
“La tradizione chiede che la cattedrale sia un segno del senso di tutto. Per questo ha una dimensione cosmica per sua natura. Fin dall’inizio l’architettura ha desiderato esprimere la relazione con la totalità che è l’universo. La simbologia cosmica è quindi un elemento profondo della tradizione: molte chiese medievali rappresentano in maniera esplicita la creazione. La cupola o la volta che sovrasta molti edifici sacri (basti pensare al cielo stellato di Galla Placidia od al Duomo di Siena) raffigura il cosmo secondo il modello greco-medievale, quando l’universo era concepito come geocentrico: la Terra immobile al centro e la sfera stellata del firmamento che le ruota intorno. Nella Sagrada Família si vuole mantenere questa tradizione: la cattedrale rappresenta la creazione. Ma la geometria dell’edificio non ha cupole: ha torri slanciate”.
La simbologia cosmica era presente nell’idea originaria di Gaudí?
“Certo. La facciata della Natività, per esempio, è accompagnata da un cielo stellato che riproduce le costellazioni nel momento della nascita di Gesù, mentre una grande cometa ne indica il luogo. Gaudí voleva esprimere che tutta la creazione partecipa al mistero di Cristo, concepiva la realtà come unitaria”.
Chiara Curti ha posto al centro il tempo ed il divenire della Sagrada Família, richiamando le parole pronunciate da papa Leone XIV a Barcellona, perché la basilica è “un unico edificio composto di molte pietre, una casa che cresce con costanza negli anni secondo un identico progetto”. L’incompiutezza non deriva soltanto dalla morte accidentale di Gaudí, ma dalla scelta consapevole di affidare l’opera a molte generazioni:
“Contrariamente all’immagine dell’artista isolato, Gaudí visse dentro una rete di amici, poeti e collaboratori. Si presentava come ‘un collaboratore del Creatore’, riconoscendo che la propria genialità non era un possesso, ma un dono da mettere al servizio. La frase ‘essere originali significa tornare all’origine’ riassume il suo metodo: osservare la natura, cercare la sorgente delle forme e partecipare liberamente a una storia iniziata prima di lui”.
Quindi per la docente, Gaudí sarebbe contento della nuova torre proprio perché custodiva un progetto che sapeva ispirato e non temeva che altri lo portassero avanti: “La sua originalità non coincide con l’eccentricità, ma con la capacità di generare un’opera che continua a vivere e lascia liberi coloro che vengono dopo. La Sagrada Família resta così un cantiere del presente, nel quale il tempo non divide l’idea dalla realizzazione, ma permette alla storia di farsi”.
Infine lo scultore Andrea Mastrovito ha mostrato le fasi della realizzazione della sua originale opera, ‘Agnus Dei’, in cui artisti ed artigiani hanno sviluppato una ceramica smaltata simile all’acquarello, applicando con spugne e acqua i colori su grandi superfici paraboliche composte da tessere triangolari. Nel parte terminale della torre, una scala trasparente in acciaio e vetro conduce alla croce. La croce, costruita secondo la doppia rotazione elicoidale già impiegata da Gaudí nelle colonne, durante il giorno riflette il sole e di notte proietta luce sulla città.
Al centro della croce si trova l’Agnus Dei di Andrea Mastrovito, che evoca elementi dell’Estasi di Santa Teresa del Bernini, il triangolo dorato dedicato a Dio Padre nella basilica stessa, il baldacchino dell’altare e condensa alcune suggestioni provenienti dalla cultura popolare. I maestri vetrai e doratori dello studio Reduzzi hanno trasformato il disegno in un agnello rivestito di migliaia di frammenti di vetro di Murano, plasmati a mano: “Io cerco sempre di partire dall’umano per arrivare al sacro. I numerosi frammenti di vetro che costituiscono l’opera rappresentano così plasticamente il dolore di Cristo nella Passione ed, insieme, la frammentazione della vita dell’uomo moderno”.
Quindi cosa rappresenta ‘Agnus Dei’?
“L’Agnello di Dio rappresenta l’unione tra Dio e l’uomo. In questa costruzione di Gaudì possiamo trovare tanti riferimenti della cultura cristiana e della cultura mondana. La cosa più importante riguarda la formazione originaria, che va dall’alto al basso della chiesa, che è concepita dall’alto, cioè dall’elevazione di Gesù sulla croce, l’Agnello di Dio, realizzato con migliaia di pezzi di vetro splendenti,che rappresentano le ferite dell’umanità (tutti i mali del mondo) che Cristo su se stesso attraverso la croce. Con l’assunzione su sé di tutti i peccati Gesù salva tutti”.
Quale è stata la sensazione nel prendere parte a quest’opera di Gaudì?
“Io sono una piccola parte di questa monumentale opera sempre in crescita, che è la Sagrada Familia, che è una foresta che cresce e da ristoro. Io sono solo un piccolo ‘pezzo’di questa monumentale opera del genio cristiano”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: san Newman esempio di studioso
“Nel vostro pellegrinaggio a Roma, sulle orme di san Giovanni Enrico Newman, per commemorare il 700° anniversario della concessione della carta reale dell’Oriel College, sono lieto di dare il benvenuto in Vaticano il Prevosto, insieme a Fellows e altri membri del Collegio. Oriel ha sicuramente una lunga e illustre storia, che naturalmente, per un periodo di tempo così esteso, ha assistito e sperimentato molti cambiamenti, eventi e persino sconvolgimenti. Eppure il Collegio è rimasto fermo nella sua identità cristiana”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto una delegazione dell’Oriel College dell’Università di Oxford fondata 700 anni fa e di cui è stato studente e docente John Henry Newman, sottolineando l’esempio del santo londinese.
Ed ha esortato a non perdere questa identità: “Il vostro anniversario è quindi un’occasione per celebrare le sue origini cattoliche come ‘Il Consiglio della Beata Vergine Maria’. In effetti, questa identità è la chiave di ciò che ha fatto e può continuare a rendere Oriel non solo un’istituzione accademica, ma una vera comunità di fede e di studio nel suo significato più profondo. Il Collegio può così guardare con fiducia ai suoi contributi passati come una base sicura e guidare per i suoi sforzi futuri”.
Per questo ha indicato il santo londinese come modello di studio, che non deve essere scollegato dalla preghiera: “A questo proposito, San Giovanni Enrico Newman si pone come un brillante esempio di studioso che non solo ha mostrato l’inseparabilità della fede e della ragione nelle sue opere, ma ancora più mirabilmente nella sua vita. C’era una grande concretezza per le sue idee, dal momento che le sue convinzioni religiose erano radicate nel suo rapporto personale con Dio, mentre la sua borsa di studio era sia sublime che eminentemente pratica.
Le profondità profonde di entrambe le dimensioni della sua vita sono state riconosciute nella sua Dichiarazione come Dottore della Chiesa universale e co-patrono della missione di educazione della Chiesa. E’ sicuramente provvidenziale che il vostro pellegrinaggio di anniversario avvenga in prossimità di un evento di tale significato sia per voi che per l’intera Chiesa cattolica”.
Infine ha evidenziato la sua attualità: “Inoltre, nel contesto delle sfide odierne, il pensiero di Newman sull’educazione è particolarmente rilevante, poiché propone una formazione cristiana che abbraccia l’intera persona e misura il valore dell’educazione secondo la dignità umana, la giustizia e la capacità di servire il bene comune. Nei vostri sforzi accademici personali, vi incoraggio allo stesso modo a cercare la verità con coraggio e a promuovere questa visione antropologica integrale”.
Ecco la necessità di un incontro ‘cuore a cuore’: “Di conseguenza, il vostro lavoro può veramente facilitare un incontro ‘cuore a cuore’ con i vostri fratelli, e specialmente con il Signore nostro Gesù Cristo, che è la via, la verità e la vita.
Infine, nel suo famoso inno ‘Lead, Kindly Light’, Newman ha mostrato la sua grande fiducia che Dio lo avrebbe guidato nonostante le incertezze della vita. Vi esorto, dunque, ad affidare voi stessi e il futuro del Collegio alla Luce inesaurita del mondo, affinché anche voi, come la Madonna, possiate riflettere la sua gloria al mondo”.
Inoltre il papa ha ricevuto il Presidente della Repubblica di Lettonia, Edgars Rinkēvičs, ‘il quale si è successivamente incontrato con S.Em.za il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, accompagnato da SE Mons. Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali’, così ha sottolineato il comunicato della Sala Stampa vaticana, che ha parlato di colloqui cordiali:
“Nel prosieguo dei colloqui, ci si è soffermati su questioni di comune interesse, in ambito sia internazionale che regionale, con particolare riferimento al conflitto in corso in Ucraina, ribadendo la necessità di un maggiore impegno della Comunità internazionale nel realizzare soluzioni pacifiche”.
(Foto: Santa Sede)
XX domenica del Tempo Ordinario: il cuore di madre e… il cuore di Dio
Gesù si era appena accostato ai confini di Israele quando viene avvicinato da una donna (una madre) che lo supplica in favore della figlia gravemente provata. La donna non fa parte del popolo ebreo, era una cananea, ed invoca Gesù chiamandolo ‘Figlio di David’ e dicendo ‘Kirie, eleison! Signore, abbi pietà di me!’ Davanti all’apparente indifferenza di Gesù, i discepoli intervengono ed intercedono (anche per togliersi un fastidio d’attorno). La donna si avvicina, si prostra e dimostra una grande fede, un grande fervore, una grande pietà: (soffre ed intercede per la figlia); ha una grande umiltà (si prostra ai piedi di Gesù; ha una grande costanza (non si ritira al primo insuccesso); soprattutto nutre fede e speranza: spera contro ogni speranza e proprio questa Fede strappa il miracolo.
Gesù le aveva detto: non sei una donna ebrea, i miracoli sono riservati ai figli e non ai cani. Fragile ma indomita, il cuore della madre non si arrende: come vera madre pensa solo alla sua bambina. La donna non disprezza le parole di Gesù; sa bene di non poter accampare pretese, tuttavia riconosce la grandezza del cuore di Dio e con fede profonda: ‘è vero, dice la donna cananea, che il pane dei figli non va gettato ai cani, però i cani hanno il diritto di nutrirsi con le briciole che cadono sotto il tavolo del padrone’. E’ la svolta decisiva dell’episodio. La donna confessa di essere venuta non per cercare ‘il pane dei figli’, ma solo briciole, avanzi, il pane perduto e destinato ai cagnolini. La donna è fermamente convinta che davanti a Dio non ci sono figli e non-figli, uomini e cagnolini, ma uomini da saziare, malati da guarire, gente che soffre di qualsiasi estrazione sociale e religiosa.
Gesù rimane come folgorato dalla fede viva di questa donna, si commuove davanti alle lacrime di una mamma che supplica per la sua figlia, e dice subito: ‘Donna, grande è la tua fede, ti sia fatto quello che desideri!’ Ieri, come oggi, amici carissimi, c’è molta fede sulla terra, dentro e fuori della Chiesa, sotto il cielo della Palestina come in Italia e nel mondo intero; c’è fede anche in mezzo a tanti che vivono solo ai margini della Chiesa.
Grande è il numero delle mamme che magari non conoscono il Credo o il catechismo, ma sanno bene che Dio ha un cuore di madre, per questo Gesù si è fatto uomo ed è morto sulla croce, per questo Gesù morendo sulla croce ci ha lasciato Maria, sua madre, come madre nostra. Dall’alto della croce Gesù morente si rivolge a Maria e le dice: ‘Donna, ecco tuo figlio’, i tuoi figli sono, d’oggi innanzi, Giovanni, gli Apostoli, la gente che soffre ed ha bisogno, i bimbi che piangono e nessuno li consola, i giovani alle prese con la droga e l’alcool, i papà o le mamme disperati, la gente che soffre e non sa a chi rivolgersi, i popoli vittime delle guerre e quanti ti invocano ‘rivolgi a noi, Madre, gli occhi tuoi misericordiosi’.
Gesù si rivolge a Giovanni: ‘Giovanni, ecco tua madre’: quando hai bisogno, quando ti senti solo, incompreso, alle prese con qualsiasi problema di sorta: mia madre è tua madre. Abbiamo celebrato la solennità della Madonna assunta in cielo anima e corpo, rivolgiamo a Lei, supplici, la nostra preghiera: ‘Santa Maria, madre di Dio e nostra, prega per noi, siamo peccatori ma figli tuoi’. Ciò che conta davanti a Dio, oggi, non sono tanto le prescrizioni legali quanto la nostra conversione, la nostra fede viva in Cristo Gesù che ha dato vita alla nuova Alleanza; la fede in Cristo Gesù, che ha rotto la barriere tradizionali facendo di tutti gli uomini un nuovo Regno: ebrei e pagani, uomini e donne, ricchi e poveri, bianchi e uomini di colore, liberi e schiavi.
Un Regno dove siamo chiamati ad essere figli e pregare: ‘Padre nostro che sei nei cieli’. Davanti a Dio c’è l’uomo creato da Dio a sua immagine e somiglianza. Con la Nuova Alleanza Gesù, istituendo la Chiesa, dice ai suoi Apostoli: ‘Andate in tutto il mondo … come il Padre ha mandato me, così io mando voi … fate miei discepoli tutte le genti’. Il miracolo apparentemente procrastinato da Gesù nei riguardi della donna cananea volle essere solo un richiamo per il popolo ebreo: ‘Non ho trovato tanta fede quanto in questa donna che è una cananea, una pagana’. Invochiamo, amici carissimi, la Madonna, madre di Gesù e madre della Chiesa perché oggi su tutti rivolga i suoi occhi materni, occhi misericordiosi e ci porti a Cristo Gesù, frutto benedetto del suo seno.
‘VIRGO FIDELIS’ ovvero l’evento misterioso ed unico dell’apostolato di Maria Santissima accolto da san Paolo e seguito anche dalle coppie cristiane presenti presso Basilica/Santuario Madonna della Milicia
Proseguendo l’approfondimento sulla figura di San Paolo, a cui è stato dedicato in particolare il nostro meeting, evidenzio che quando lasciò Listra, prese con sé Timoteo (Atti 16:3-4), dando inizio ad una relazione mentore-allievo che ha toccato il mondo intero. Timoteo aveva già un tenero cuore di pastore per le pecore; Paolo voleva sviluppare in lui la franchezza necessaria per guidare e proteggere realmente il gregge (populus dei). Timoteo non poteva essere passivo e lasciare che accadesse tutto da sé; aveva bisogno di essere coraggioso e di ‘ravvivare’ il dono (termine menzionato nel questionario consegnatoci, sul quale le coppie hanno meditato reciprocamente) di Dio che è in te. Alcuni hanno dei doni da parte di Dio, ma li trascurano. Questi doni hanno bisogno di essere ravvivati e di essere messi all’opera.
Questo ci ricorda che Dio non usa i Suoi doni attraverso di noi come se fossimo dei robot. Anche quando dona dei doni a un uomo o ad una donna, aggiunge un elemento che richiede la cooperazione della loro volontà, del loro desiderio e della loro determinazione per realizzare lo scopo dei Suoi doni (in famiglia e nel contesto sociale). Alcuni aspettano passivamente che Dio usi di loro, ma Dio, dal canto Suo, aspetta che questi ravvivino i doni che sono dentro di loro. Altri aspettano un’unzione nuova e visibile da Dio, ma Dio aspetta che questi ravvivino ciò che Egli ha già elargito.
L’ imperativo “Ravviva”, in greco anazopureo significa ‘accendere nuovamente’ o ‘mantenere a fiamma viva’, questo indica l’atto di ravvivare un ‘fuoco’ (cfr. nella mia foto quello acceso durante la Santa Messa https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net/v/t39.30808-6/724148670_27589921650696875_5796544793778407635_n.jpg?stp=dst-jpg_tt6&cstp=mx1536x2048&ctp=s1536x2048&_nc_cat=103&ccb=1-7&_nc_sid=aa7b47&_nc_ohc=C3VB4sZN8NsQ7kNvwHesA2A&_nc_oc=AdrMfoSEfQABsxzyrwUrnNtSLNcXQh1WHBfv5WAQVhkw_4mQwe1C-rkWIhPBlVAq0KE&_nc_zt=23&_nc_ht=scontent-mxp1-1.xx&_nc_gid=m5rKCBx7yBy6sgkEDNNVSA&_nc_ss=7b2a8&oh=00_Af-OI7qUEfDGJ6ppEd0VL39tZAyaRXoiYgeoK59ZsInGjg&oe=6A3B0053 ).
Questo è il vocabolo introduttivo del citato questionario collegato ad uno dei verbi evidenziati domenica 14 Giugno 2026, ripeto, dal nostro attuale pastore Mons. Giosuè Lo Bue durante la stupenda catechesi, integrata dall’ omelia durante la messa (cfr. il mio video https://www.facebook.com/groups/1793231040908299/?multi_permalinks=4600496216848420&hoisted_section_header_type=recently_seen&__tn__=%2CO ) in cui è stato rimarcato l’ambizioso conseguimento del “Noi Chiesa, Noi coppia benedetta da Dio” costituente la ratio di noi cristiani, che ho avuto la gioia di approfondire con un membro che non conoscevo, Giuseppe Tortorici, esponente dell’Arma dei Carabinieri insieme a sua moglie ed a mia moglie Marcella nel corso della successiva cena comunitaria in loco, organizzata/partecipata dal menzionato sacerdote, con la collaborazione dei coordinatori, Carmela, Rosy, Rosanna, Marcello ed altri bravi fedeli) per mantenerlo acceso, luminoso e forte; un fuoco (che non deve essere coperto dalla cenere della routine..).
Se il fuoco è lasciato a sé stesso finirà sempre per estinguersi, ma Dio desidera che continuiamo a far ardere intensamente i nostri doni per Lui (la liturgia ha in merito anche la sua rilevanza, ringraziamo il nostro Arcivescovo S.E.R. Mons. Corrado Lorefice, formulando i nostri complimenti al Teologo, mio amico Prof. Giuseppe Costa, cfr. https://www.facebook.com/share/1EXH4EUQVf/ ).
XVII Domenica del Tempo Ordinario: il tesoro nascosto: il Regno di Dio
Il brano del Vangelo ci presenta in questa domenica tre parabole di Cristo Gesù; la settimana scorsa le parabole riguardavano la natura del regno di Dio; quelle di oggi evidenziano l’atteggiamento dell’uomo riguardo al Regno di Dio, vero Tesoro per l’uomo redento da Cristo. Nella scelta di un tesoro non ci si può ingannare; Gesù stesso ci mette in guardia: ‘Non accumulate tesori sulla terra che la ruggine consuma e i ladri rubano, ma accumulate tesori nel cielo anche perché dove c’è il tuo tesoro, là c’è il tuo cuore’. Il tesoro vero, di cui parla Gesù, è il Regno dei cieli, la condizione nuova in cui entra chi accoglie il programma delle beatitudini.
Chi scopre questo tesoro è necessario che punti tutto pur di conseguirlo. Da qui le tre parabole: a) il contadino, che scopre un tesero nel campo, vende tutto per acquistare il campo e il relativo tesoro; b) un mercante di pietre preziose se trova una perla più preziosa, vende tutto per acquistarla. c) Il regno di Dio è come una rete buttata nel mare, prende ogni sorta di pesce; il pescatore poi individua il pesce buono da quello meno buono. Acquistare il Regno di Dio è il vero tesoro, la perla veramente preziosa perché assicura la vita eterna, la vita beata per tutta l’eternità. Purtroppo tanti, che pur si dicono cristiani, vivono un cristianesimo rassegnato, vivacchiante, annacquato, non è certamente il cristianesimo di Cristo Gesù.
Il mondo sensibile spesso ipnotizza; la vita mondana, che è solo esteriorità, spesso seduce l’uomo. Gli spettacoli, le danze, gli svaghi sono cose buone, ma sono passeggere, provvisorie; cose alla fine ti lasciano il vuoto nel cuore e l’amaro in bocca. L’uomo vero non solo questo corpo che oggi è bello, domani invecchia e muore. L’uomo ha in sé valori eterni, infiniti. La presenza di Dio in te è ciò che ti rende grande davanti a Dio, rende felice e serena la tua esistenza; ti fa guardare avanti con gioia e serenità. Il tuo vero Io è quello che non muore con il corpo e ti accompagna, dopo la morte terrena, davanti a Dio.
Oggi è difficile trovare un uomo, come Salomone che, divenuto re ancora giovanissimo, chiede a Dio attraverso il Profeta di avere la ‘sapienza’ per meglio guidare il popolo di Dio. eppure, cari amici, il regno di Dio è il vero grande tesoro, è l’irruzione di Dio in noi nella persona di Cristo Gesù, è vita divina, è comunione con Dio. E’ un tesoro, anzi è l’unico grande tesoro e chi lo possiede ha veramente tutto. Dirà Gesù: ‘Che giova all’uomo guadagnare tutto il mondo se poi perde l’anima?’
Questa vita terrena presto o tardi finirà; il denaro accumulato lo lascerai; i beni materiali sono soggetti alla ruggine e ai ladri. I valori veri sono quelli eterni, che riguardano Dio e il nostro rapporto con Dio, che è amore ed è Padre misericordioso; e Gesù ci ricorda: ‘Meglio andare in cielo con un occhio, con un braccio che nel fuoco con due’. Unico vero tesoro è il regno dei cieli, dove Gesù ci ha preparato un posto nel rispetto della nostra libertà: Gesù vuole tutti salvi, ma si salva chi si vuole effettivamente salvare, chi sceglie questo incomparabile tesoro.
E’ un tesoro che non abbaglia come l’oro; non promette prestigio o posti di comando, né potenza economica: il suo valore è tutto nel cuore. A chi possiede questo tesoro sono richiesti rinunce e sacrifici: ‘Chi vuole essere mio discepolo, dice Gesù, prenda la croce e mi segua’. E’ necessario seguire Cristo nei misteri della gioia come nei misteri del dolore; solo a queste condizioni viviamo nella fondata speranza di ascoltare le parole di Gesù: ‘Venite benedetti dal Padre mio!, prendete possesso del Regno’.
La caratteristica del possesso vero di questo tesoro è la gioia che scaturisce nel cuore; una gioia piena che nasce dalla consapevolezza che non siamo mai soli e di avere trovato il vero tesoro. Una gioia che ti aiuta a compiere anche decisioni coraggiose che costano sacrifici. Il Regno di Dio è il cristianesimo della gioia; non esistono Santi tristi o musoni! Il vero cristianesimo, la vita cristiana è bellezza, è gioia, è passione; purtroppo tante volte dall’uomo viene ridotto a pratiche da adempiere, itinerari da percorrere, doveri da compiere. Quando nella preghiera diciamo: ‘Venga il tuo regno…’ cosa effettivamente chiediamo?
Invochiamo di potere incontrare un samaritano capace di fermarsi a curare le nostre ferite; chiediamo l’arte di lavare i piedi l’uno all’altro; chiediamo che uomini e donne siano sempre disposte a fare del discorso della montagna il loro vero stile di vita; chiediamo di poter vivere l’amore come Cristo Gesù ci ha amati. Credere, avere fede fa bene perché la realtà vera non è solo quella che si vede: ciò che si vede spesso è solo apparenza, cosa superficiale; il regno di Dio è realtà sostanziale.
Le tre parabole sono molto concrete; di esse la terza: la rete in mare ci ricorda quella della zizzania; ci ricorda che il bene e il male spesso si trovano a convivere: tutto ciò non deve farci perdere la gioia di vivere. Nostro compito è sapere convivere anche con i cattivi e i malvagi, con i simpatici e gli antipatici; aiutare il fratello, se ha bisogno, perché si converta e viva. Mai essere giudici inesorabili di nessuno ma operatori di giustizia e di pace. In fine sarà il Signore a dividere i pesci buoni da quelli cattivi.
Dal patriarca di Venezia un affidamento al Redentore
“Cari fratelli e sorelle, celebriamo quest’anno il 450° anniversario della Festa del Redentore che vede ancora oggi (a distanza di quattro secoli e mezzo) il popolo veneziano adempiere il voto fatto dal Senato della Repubblica, nell’anno 1575/6, per ringraziare della liberazione dal flagello della peste. Il nome dell’amore nel tempo è la fedeltà. Il pellegrinaggio al tempio costruito in onore del Santissimo Redentore dice perpetua gratitudine a Colui che perdona chi guarda a Lui”: domenica 19 luglio Venezia ha celebrato la solennità del Santissimo Redentore, festa legata alla storia della città, nata per commemorare la fine della peste del 1575-1577.
Nell’omelia il patriarca Francesco Moraglia ha sottolineato questo affidamento della città al Redentore: “Cambiano i tempi, cambiano le epoche, ma Venezia continua ad affidarsi al Santissimo Redentore per essere liberata dai suoi mali e così il Patriarca, le autorità, il popolo si recano ancora in pellegrinaggio, qui, alla Giudecca, per celebrare l’Eucaristia e affidare la città al Santissimo Redentore”.
Il pensiero del Patriarca corre al primo anno della peste: “Riflettiamo su quante situazioni geopolitiche, economiche e culturali si sono susseguite da quel 1576: la prima rivoluzione industriale, la scoperta dell’energia elettrica, la rivoluzione tecnologica e telematica che hanno cambiato la cultura della società”.
Ed al paragone di oggi: “Oggi, in cui viviamo l’era dell’intelligenza artificiale, questo pellegrinaggio continua ad esprimere l’animo del nostro popolo. L’uomo è legato al tempo ma non si identifica con il tempo, nonostante molti ‘identifichino’ l’uomo con la sua dimensione storica. L’essere, infatti, è connesso al tempo ma non si identifica con esso. Il Santissimo Redentore è Dio che entra nella storia, l’accarezza, la redime, la salva”.
Oggi come ieri il mondo è invaso da un flagello: “Il flagello della peste ha ceduto oggi il passo al flagello della guerra, anzi, alle guerre del nostro tempo; è un flagello che uccide innanzitutto le anime ed è un dramma che deflagra a tutti i livelli e lacera l’umanità dall’interno, lasciando una profonda striscia di odio che rimane anche dopo la loro conclusione”.
Davanti a tale flagello c’è bisogno di conversione: “Per il cristiano il desiderio di conversione e perdono è il frutto dell’incontro con Gesù, il Santissimo Redentore. Solo Lui può donare la pace ed è in grado di trasformare il cuore dell’uomo. In tale contesto, la Parola di Dio appena ascoltata si pone come l’unica soluzione che possa risolvere alla radice questo problema che accompagna da sempre l’umanità”.
Ecco il motivo per cui il profeta Ezechiele sottolinea che Dio ‘abita’ nel popolo: “Ezechiele ci ricorda che Dio non è un sovrano che abita lontano, un giudice distaccato, ma Colui che si china sulle ferite degli uomini e va in cerca della pecora smarrita. E’ Colui che ne fascia le ferite e cura la malata. Dio è il Pastore che conosce le sue pecore una ad una. E le ama di un amore premuroso, concreto e disponibile che mai viene meno…
Dio non ci abbandona nel deserto dei nostri peccati e delle nostre vendette. Sempre è vicino e porge la mano, qualunque cosa abbiamo fatto. Chiede solo di fidarci della sua Parola e di lasciarsi condurre (‘Non temo alcun male, perché tu sei con me’) in un cammino di vera conversione”.
Da qui l’invito a guardare le guerre con una nuova visione: “Se la preghiera è lasciar parlare Dio nella nostra vita, allora anche le guerre vengono meno perché le guerre hanno delle premesse e quella più ripetitiva (e monotona), che sta a capo di ogni guerra in ogni tempo e latitudine, è: io e i miei diritti, che poi diventano le mie pretese.
La fede ci impone di guardare alle guerre che affliggono il mondo con uno sguardo nuovo, lo sguardo di Gesù. Papa Leone ci ha ricordato più volte che ‘Dio non benedice mai la violenza’. Spesso ci sentiamo impotenti di fronte a ciò che accade nel mondo, ma sappiamo di avere un’arma potente, seppure disarmata: la preghiera e il desiderio d’incontrare l’altro”.
Una pace costruita sulla giustizia, perché nasce dal cuore: “Lo stesso Santo Padre ci ha insegnato che la vera pace è la ‘pace disarmata e disarmante’, ossia una pace non costruita sulla paura e sull’oppressione, ma sulla giustizia e sulla verità.
Qual è la fonte, il luogo originario, dove questa pace nasce e si rigenera? E’ nel cuore dell’uomo. Non ci potrà essere pace tra i popoli e non ci potrà essere tregua tra le nazioni se prima non ci sarà pace nei cuori. La guerra comincia sempre dall’egoismo, dalle chiusure, dal rancore verso il prossimo. Qui trae origine il male”.
Ma la pace inizia dalle relazioni quotidiane: “Cristo Redentore oggi ci chiede di deporre le armi dell’orgoglio. E di riscoprire il sacramento della riconciliazione. Accostandoci al perdono di Dio, lasciamo che Lui guarisca le nostre ferite interiori trasformando i nostri cuori e rendendoli capaci di accogliere, di perdonare, di amare. Attraversando il ponte votivo non possiamo portare sull’altra sponda solo una tradizione, ma l’impegno d’essere costruttori di pace nella preghiera e nel dialogo. Dove? Nel nostro ambiente di vita”.
Ed ecco che la riconciliazione diventa ‘ponte’: “Chiediamo al Santissimo Redentore la grazia delle grazie: guarire il nostro cuore e fare di noi stessi gli strumenti della sua pace perché da un cuore riconciliato con Dio si possa davvero irradiare la pace in noi, nelle nostre famiglie, nella nostra città, nel mondo.
Accostiamoci, in occasione della festa del Redentore, al sacramento della riconciliazione e riscopriamolo come vero ‘ponte’ salvifico di Gesù che entra nella nostra vita, si china sulle nostre ferite e perdonando ci trasforma in comunità riconciliata”.
E’ stato un richiamo a san Francesco d’Assisi: “Com’è noto, stiamo vivendo lo speciale Anno Giubilare Francescano in occasione degli 800 anni dalla morte di san Francesco e proprio il Santo d’Assisi ci ricorda che la pace non nasce dall’equilibrio delle forze né da un semplice desiderio umano…
Francesco guarda sempre e solo a Cristo. Ogni sua scelta, rinuncia o gesto di fraternità nasce dalla contemplazione del Crocifisso. Egli comprende che il Redentore non salva il mondo con la forza, ma con l’amore fino alla fine. Per questo diventa un uomo libero, povero e gioioso: ha scoperto che il vero tesoro è lasciarsi amare e trasformare dal Signore”.
Quindi la pace nasce dalla conversione del cuore: “Così Francesco continua ad indicarci la radice della pace: un cuore convertito a Dio. Solo chi riconosce Dio come Padre può riconoscere ogni uomo come fratello. Ecco perché il suo messaggio continua a parlare anche al nostro tempo. Il Santissimo Redentore ci ricorda che la speranza non nasce dalle nostre capacità o risorse, ma dall’amore di Cristo che redime il mondo. Francesco ci insegna a tenere lo sguardo fisso sul Signore per lasciarsi trasformare dal suo amore e diventare strumenti della sua pace”.
Da qui un richiamo per i veneziani: “Celebrare la festa del Redentore è, dunque, credere che Cristo continua a redimere la storia e Francesco dice che questa redenzione diventa credibile quando si traduce in gesti di fraternità, di cura per gli ultimi, di custodia del creato e di ricerca della pace. Il ponte votivo del Redentore diventi il simbolo del cammino interiore che ci riporta a Cristo, l’unico che riconcilia l’uomo con Dio e gli uomini tra loro. E di questo tutti abbiamo bisogno”.
Mentre nella sera precedente aveva benedetto il ponte votivo che collega la riva dello Spirito Santo alle Zattere con l’isola della Giudecca: “Ma non può sfuggirci il significato simbolico che questo gesto ha nel tempo dell’Intelligenza Artificiale e della comunicazione digitale. Oggi l’impegno è costruire ponti di ‘empatia’ fra gli uomini: questa è la priorità per costituire o ripristinare veri rapporti umani…
Qui è in gioco non la Babele dei differenti linguaggi umani, ma un’incomunicabilità più profonda, quella dei cuori. Questa è la vera Babele che potremo superare solo se saremo convinti che la fraternità viene dopo qualcosa che la precede e che è la comune figliolanza, ovvero il riconoscersi tutti figli dell’unico Padre. Se non ci impegneremo ad incontrare il comune Padre, allora non riusciremo mai a chiamarci e, soprattutto, a riconoscerci fratelli”.
(Foto: Patriarcato di Venezia)
Don Gastaldi: l’insegnamento dell’ora di religione è confronto
“Sant’Agostino scriveva: ‘L’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti [o Dio]. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te’… Lui parlava di una ricerca interiore alla quale da sempre sono legate, nell’essere umano, le grandi domande del vivere, il rapporto con Dio, con il creato e con gli altri, per cui la sete di infinito, insita in ciascuna persona, può diventare energia per promuovere pace, per rinnovare la società e per colmarne le contraddizioni”: con una citazione da ‘Le Confessioni’ di sant’Agostino papa Leone XIV aveva accolto, a fine aprile gli insegnanti di religione, che partecipavano al terzo meeting nazionale, svoltosi a fine aprile.
L’evento si era articolato in due momenti con un convegno aperto ai direttori diocesani ed ad una rappresentanza di insegnanti, con la partecipazione di circa 370 persone e l’udienza di papa Leone XIV a circa 6.000 insegnanti di religione cattolica, sul tema ‘Il cuore parla al cuore. L’Irc laboratorio di cultura e dialogo’, che ha ripreso la frase di san John Henry Newman (cor ad cor loquitur), proclamato patrono del mondo educativo.
Il meeting era stato aperto con un confronto tra dibattito tra il prof. Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, collegatosi via web, ed il presidente della CEI, card. Matteo Zuppi: “Il Santo Padre Leone XIV ha ricordato recentemente che possiamo conoscere molto del mondo, ma ignorare la nostra vita interiore, ed in un mondo in cui si afferma sempre di più la presenza dell’intelligenza artificiale e l’isolamento dovuto all’uso di dispositivi come il cellulare, curare la propria dimensione intima appare sempre più urgente. Così come urgente è alimentare quella pace disarmata e disarmante, invocata dal papa, che deve trovare proprio nella scuola il suo primo compimento naturale”.
Uno stimolo alla spiritualità e al rapporto empatico con l’altro che è stato rilanciato dallo stesso ministro Valditara per trasformare la scuola in un “generatore d’incontro con l’altro. In questo senso assume una decisiva importanza il ruolo dei docenti di religione cattolica. Perché la scuola ha bisogno di sapersi confrontare con le ansie, le preoccupazioni, il desiderio di trascendenza che i ragazzi spesso manifestano. Anche per questo occorre dare nuova dignità a chi svolge una funzione fondamentale che deve trovare una sponda salda sia sul versante della famiglia che su quello della società”.
L’invito finale del presidente della CEI è stato quello di “saper raccogliere il ruolo importantissimo, come persone e come docenti, di essere un capitale di relazioni. Insegnando ai ragazzi di usare i mezzi tecnologici attuali, senza esserne usati”.
Ritenendo importante tale meeting per l’educazione di studenti e studentesse abbiamo chiesto a don Alberto Gastaldi, responsabile del Servizio Nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica (IRC) e direttore dell’UNESU (Ufficio Nazionale per l’Educazione della Scuola e l’Università), di spiegarci il motivo per cui l’IRC è un laboratorio di cultura e di dialogo:
“Come sottolineano i vescovi nella recente Nota sull’IRC, è un luogo di confronto, di convivenza e integrazione, in cui le differenze possono dialogare e crescere insieme, alimentando una cultura della pace e della fraternità. In questo senso, può essere definito un laboratorio: è uno spazio di libertà che ha il compito educativo di decostruire i pregiudizi e costruire ponti, dove si impara a riconoscere l’altro non come minaccia, ma come mistero da accogliere”.
In quale modo il cuore può parlare al cuore?
“Il cuore può parlare al cuore quando una persona riesce a comunicare in modo autentico e profondo con l’altro. Nel percorso educativo il riferimento al cuore emerge nel suo significato biblico come centro dell’esistenza umana, non solo quale sede delle emozioni come spesso viene oggi concepito. E’ il nucleo dell’interiorità da cui scaturiscono pensieri, decisioni e sentimenti per orientare la propria vita. E gli insegnanti di religione, ogni giorno, sono impegnati ad andare al cuore delle questioni e a parlare al cuore dei ragazzi”.
Il papa ha detto che educare richiede pazienza ed amore: a scuola ciò è possibile?
“E’ possibile, ed è doveroso, soprattutto in un tempo segnato da conflitti e linguaggi d’odio. Educare con pazienza e amore significa non imporre risposte preconfezionate, ma stare accanto agli studenti e sostenerli nella crescita. I giovani che si incontrano a scuola portano con sé domande di senso frammentate, ma profondissime. E gli insegnanti di religione sono chiamati a vivere la loro missione accompagnandoli con umiltà e competenza, ascoltando queste domande e aiutandoli nella ricerca di senso”.
Per quale motivo molti studenti scelgono l’ora di religione?
“Rispondo con le parole degli studenti, raccolte in un video realizzato in occasione del Meeting degli insegnanti di religione. Per i ragazzi non è solo una materia: ‘è l’unico momento in cui possiamo davvero riflettere su noi stessi’, durante il quale si può parlare ‘senza avere problemi di essere giudicati o discriminati per ciò che si dice’. Gli studenti apprezzano il fatto di poter affrontare tematiche diverse: il rispetto, la pace, la giustizia riparativa oltre che conoscere figure chiave della storia della Chiesa: da Gesù a don Lorenzo Milani”.
Di contro sono poco ‘attratti’ dalla celebrazione eucaristica: da cosa dipende?
“L’insegnamento della religione cattolica è una materia scolastica che riguarda lo sviluppo della persona, aprendola alla dimensione religiosa e promuovendo la riflessione sul loro patrimonio di esperienze, contribuendo a rispondere al bisogno di significato degli studenti. La celebrazione eucaristica riguarda invece il percorso di fede di ogni persona che si alimenta attraverso l’ascolto del Vangelo, la partecipazione ai sacramenti e le opere di carità”.
Cosa è ‘Ora Libera’, la newsletter gratuita, che fornisce una selezione di notizie riguardanti temi d’attualità?
“Ora Libera vuole essere un luogo informale ma serio, di scambio di esperienze e di contatti, rivolto principalmente agli insegnanti di religione, ma dedicato a docenti, educatori, responsabili di associazioni che vedono nell’informazione uno strumento per riflettere e mettere in dialogo le generazioni. Si tratta di una newsletter realizzata da Avvenire in collaborazione con il Servizio nazionale per l’Insegnamento della Religione Cattolica e l’Ufficio per l’educazione, la scuola e l’università della Cei, che ogni due settimane propone un argomento, lo analizza e lo ‘avvicina’ ai ragazzi, proponendo anche storie che spesso passano inosservate ma che hanno tanto da dire. E’ gratuita, per riceverla basta iscriversi: https://mn.avvenire.it/oralibera”.
(Tratto da Aci Stampa)
Il Pellegrinaggio da Macerata a Loreto per alzare lo sguardo
La Fiaccola della Pace del Pellegrinaggio a piedi Macerata-Loreto è stata benedetta da papa Leone al termine dell’udienza generale di mercoledì scorso: u gesto che accompagna simbolicamente il cammino verso la 48ª edizione del Pellegrinaggio in programma sabato 13 giugno allo stadio ‘Helvia Recina’ del capoluogo della provincia maceratese.
Ad incontrare il papa erano presenti mons. Giancarlo Vecerrica, ideatore del Pellegrinaggio e vescovo emerito della diocesi di Fabriano-Matelica; mons. Nazzareno Marconi, vescovo della diocesi di Macerata e presidente della Conferenza Episcopale delle Marche; un gruppo di 30 atleti provenienti dalle regioni Marche, Umbria, Lazio e dalla Puglia, insieme agli atleti della Società Podistica Atletica Vaticana ed ad una delegazione di volontari del Pellegrinaggio. Al termine dell’udienza il papa, benedicendo la fiaccola, ha accolto con un sorriso le parole di mons. Vecerrica: ‘Lei è il nostro apostolo della pace’.
La Fiaccola ha raggiunto il Duomo di Orvieto, da dove ha iniziato ufficialmente il suo cammino verso Macerata mercoledì 10 giugno; mentre l’arrivo a Macerata, dopo un percorso di 250 chilometri circa, è fissato per sabato 13 giugno allo Stadio ‘Helvia Recina’, dove sarà concelebrata la messa dal card. Baldassarre Reina, vicario generale del papa per la diocesi di Roma e presidente della Conferenza Episcopale Laziale.
Il tema di questa 48^ edizione, ‘Come risorge la speranza e fiorisce la pace’, riprende il tema della conoscenza tracciata da papa Leone XIV nella lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’: “Alzate lo sguardo… Custodite il cuore: la relazione viene prima dell’opinione, la persona prima del programma. Non sprecate il tempo e le opportunità: citando una espressione agostiniana: il nostro presente è una intuizione, un tempo che viviamo e del quale dobbiamo approfittare prima che ci sfugga dalle mani”.
Anche mons. Luigi Giussani nell’opera ‘All’origine della pretesa cristiana’, ha sottolineato lo sguardo di Zaccheo, nato da una domanda rivolta a Gesù: ‘E’ stato semplicemente penetrato e accolto da uno sguardo che lo riconosceva e lo amava così come era. La capacità di cogliere il cuore dell’uomo è il miracolo più grande, più persuasivo”.
Partendo da queste intuizioni, che sono a fondamento del pellegrinaggio di quest’anno, chiediamo a mons. Giancarlo Vecerrica di spiegarci per quale motivo il tema di quest’anno verte sulla conoscenza “Come mi conosci: “Un tema interessante che è dettato dall’esperienza che ci troviamo a vivere ogni anno. Alle prime luci del mattino, quando i più sono a riposare, una folla di persone si raduna a Loreto per poter vedere con i propri occhi un fenomeno sorprendente: decine di migliaia di persone che, dopo aver camminato, pregando e cantando tutta la notte, arrivano con la stanchezza nelle gambe, ma con il sorriso sul volto. In un contesto nel quale il sacrificio è temuto e la fatica evitata, come è possibile che tante persone vengono da città e paesi anche lontani e perfino dall’estero per compiere questo cammino notturno? Come mi conosci?
Il tema che ogni anno proponiamo nasce dal tentativo di comprendere il paradosso che, alla soglia dei 50 anni di storia del pellegrinaggio Macerata-Loreto, continua ad interrogarci, come ha affermato don Luigi Giussani nel libro ‘All’origini della pretesa cristiana’: ‘Il miracolo più grande, da cui i discepoli erano colpiti tutti i giorni, non era quello delle gambe raddrizzate, della pelle mondata, della vista riacquistata. Il miracolo più grande era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre’.
Nel popolo della notte riecheggia, in qualche modo, questa sorpresa del Vangelo: l’esperienza di essere accolti ed amati così come siamo diventa più forte di ogni opinione negativa, più convincente di ogni invito allo scetticismo o alla rabbia. Natanaele chiede a Gesù ‘Come mi conosci?’, perché si sente letto nell’intimo. E’ lo stesso stupore che, nel volto dei pellegrini, rivela Gesù ancora presente e capace di accendere la stessa domanda nel cuore di chi lo incontra. Anche Zaccheo, pubblicano e ricco, non ha più bisogno del potere per entrare in rapporto con gli altri; anzi, la presenza dei più bisognosi diventa in lui sorgente di commozione e iniziativa di carità, ad imitazione di Gesù.
Allo stesso modo l’esperienza dei pellegrini getta un seme di commozione, di speranza e di volontà di pace dentro la terra dell’incertezza dei nostri fratelli uomini. Il cammino di una notte ci aiuta a capire che tutta la vita è un pellegrinaggio alla sequela di quello sguardo di Gesù che ci rivela a noi stessi e ci accompagna dentro ogni circostanza della vita e della storia”.
Cosa vuol dire essere accolto da uno sguardo?
“Vuol dire vivere in pienezza il dono dell’Amore che ci viene donato da Gesù per renderci tutti fratelli e sorelle. L’unità che viviamo nel cammino del pellegrinaggio fiorisce nell’Amore che accogliamo e ci comunichiamo. Il pellegrinaggio è animato dalla certezza di essere amati e guardati dalla Madre di Gesù: la Madonna ci fa amare e guardare Gesù”.
In quale modo, attraverso uno sguardo, può rinascere la speranza?
“La speranza non è un pensiero, un’idea, ma è una presenza. La presenza della Madonna come Madre di Gesù e Madre nostra ci mette insieme per camminare, anche di notte, verso l’aurora del bel giorno. Gesù ci ha detto nel Vangelo di Giovanni apostolo: ‘Rimanete nel mio amore: vi ho detto questo perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena’. Questa è la speranza del pellegrinaggio: ogni giorno ricevere e donare l’amore di Gesù che è gioia, cioè vita bella, piena di speranza.
E’ bello ciò che ha detto papa Leone XIV: ‘La vita cristiana non si vive nell’isolamento, come se fosse un’avventura intellettuale o sentimentale, confinata nella nostra mente e nel nostro cuore. Si vive con gli altri, in un gruppo, in una comunità, perché Cristo risorto si rende presente fra i discepoli riuniti nel suo nome’. Per questo proponiamo ogni anno questo pellegrinaggio”.
In quale modo il pellegrinaggio può aprire alla conoscenza di Gesù?
“L’esempio accaduto qualche anno passato aiuta a rispondere a questa domanda. Ho visto al pellegrinaggio una squadra di pallavolo della Russia. Allora ho domandato ad una ragazza: perché sei venuta a questo pellegrinaggio? La risposta fu: ‘Perché sono atea e sono venuta per vedere Dio nel volto di quelli che ci credono’. Questa è stata una bella testimonianza: noi pellegrini cristiani camminiamo insieme, imparando dalla Madonna, a riconoscere la presenza di Gesù che è in ciascun pellegrino. Quanti pellegrini si sono entusiasmati nell’incontrare Gesù tra di noi e invocando la Madre di Gesù”.
Quindi il pellegrinaggio aiuta ad alzare lo sguardo, come invita il papa nella lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’?
“Sì, con tanti gesti, come la Santa Messa iniziale, la recita del Rosario, l’adorazione della Croce, la fiaccolata, il fare colazione insieme ed il cantare, visitare la Santa Casa dove la Madonna ha accompagnato Gesù per anni. Con tutti questi gesti ringraziamo Gesù che ci accompagna e ci rende felici. Allora il nostro sguardo è più profondo nel riconoscere Gesù attraverso i segni della sua presenza, del suo amore.
Nel pellegrinaggio si realizza l’invito evangelico di Gesù agli apostoli: ‘Chi vede voi, vede me’. Come è accaduto alla ragazza sportiva di Mosca di cui ho raccontato l’esperienza prima. Più continua questo pellegrinaggio e siamo vicini al 50^ anno, più sento l’entusiasmo di invitare soprattutto i giovani con questa proposta: siate pellegrini e non vagabondi!”.
(Tratto da Aci Stampa)




























