Tag Archives: cuore

Papa Leone XIV richiama alla responsabilità della cura

“Vi ringrazio per la vostra visita che è durante questo Giubileo della Speranza, un anno in cui tutta la Chiesa alza gli occhi al Signore che rinnova la forza, riaccende il coraggio e ci insegna a sperare anche in mezzo alla fragilità umana. Il vostro lavoro si trova al crocevia della scienza, della compassione e della responsabilità etica. La Chiesa afferma costantemente la vocazione dell’indagine scientifica, che apre la persona umana alla verità e ad un servizio più profondo del bene comune. Incarniate questo spirito ogni volta che cercate di guarire il cuore, sia fisicamente che metaforicamente, portando sollievo a coloro che soffrono e portando speranza alle loro famiglie”: dopo il viaggio apostolico in Turchia ed in Libano oggi papa Leone XIV ha ripreso le udienze, ricevendo una delegazione di cardiologi del Paris Course on Revascularization,

In tale udienza ha ricordato che la medicina è al servizio della vita: “Infatti, il ‘servizio di vita’ è fondamentale per ogni atto medico autentico, perché riflette la tenerezza con cui Cristo stesso si è avvicinato agli ammalati e ai vulnerabili. Il suo amore costante ispira la dedizione che si mostra attraverso la ricerca, la formazione e gli interventi delicati che preservano la vita”.

Per questo ha sollecitato affinchè la cura sia per tutti:  “Ogni battito del cuore affidato alla vostra cura è un promemoria che la vita è un dono, sempre un mistero da riverire. Vi incoraggio, quindi, a continuare a promuovere uno spirito di collaborazione globale, a condividere generosamente la conoscenza e a garantire che i progressi nel trattamento rimangano accessibili a tutti, specialmente ai poveri e agli emarginati”.

Mentre ai partecipanti alla conferenza ‘Artificial Intelligence and Care of Our Common Home, organizzata da Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice e dal SACRU, il papa ha sottolineato l’importanza dell’Intelligenza Artificiale: “L’’avvento dell’intelligenza artificiale è accompagnato da rapidi e profondi cambiamenti nella società, che incidono su dimensioni essenziali della persona umana, come il pensiero critico, il discernimento, l’apprendimento e le relazioni interpersonali”.

Il papa, quindi ha ricordato l’importanza della Dottrina Sociale della Chiesa: “Gli esseri umani sono chiamati a essere collaboratori nell’opera della creazione, non semplici consumatori passivi di contenuti generati dalla tecnologia artificiale. La nostra dignità risiede nella capacità di riflettere, scegliere liberamente, amare incondizionatamente ed entrare in relazioni autentiche con gli altri.

 L’intelligenza artificiale ha certamente aperto nuovi orizzonti alla creatività, ma solleva anche serie preoccupazioni circa le sue possibili ripercussioni sull’apertura dell’umanità alla verità e alla bellezza, e sulla sua capacità di meraviglia e contemplazione. Riconoscere e salvaguardare ciò che caratterizza la persona umana e ne garantisce la crescita equilibrata è essenziale per stabilire un quadro adeguato per gestire le conseguenze dell’intelligenza artificiale”.

In particolare il papa ha riflettuto sulla libertà in correlazione alla vita ‘interiore’: “A questo proposito, dobbiamo soffermarci a riflettere con particolare attenzione sulla libertà e sulla vita interiore dei nostri bambini e ragazzi, e sul possibile impatto della tecnologia sul loro sviluppo intellettuale e neurologico. Le nuove generazioni devono essere aiutate, non ostacolate, nel loro cammino verso la maturità e la responsabilità”.

La riflessione del papa si è soffermata sulla necessità di far crescere i talenti dei giovani: “Il benessere della società dipende dalla loro capacità di sviluppare i propri talenti e di rispondere alle richieste dei tempi e ai bisogni degli altri, con generosità e libertà di pensiero. La capacità di accedere a grandi quantità di dati e informazioni non deve essere confusa con la capacità di trarne significato e valore. Quest’ultima richiede la disponibilità ad affrontare il mistero e le domande centrali della nostra esistenza, anche quando queste realtà sono spesso emarginate o ridicolizzate dai modelli culturali ed economici prevalenti”.

Perciò è importante l’educazione: “Sarà quindi essenziale educare i giovani a utilizzare questi strumenti con la propria intelligenza, assicurandosi che si aprano alla ricerca della verità, a una vita spirituale e fraterna, ampliando i propri sogni e gli orizzonti delle proprie decisioni. Sosteniamo il loro desiderio di essere diversi e migliori, perché mai come ora è stato così chiaro che è necessaria una profonda inversione di rotta nella nostra idea di maturazione”.

Per questo ha chiesto di dare fiducia ai giovani:“Per costruire insieme ai nostri giovani un futuro che realizzi il bene comune e sfrutti le potenzialità dell’intelligenza artificiale, è necessario ripristinare e rafforzare la loro fiducia nella capacità umana di guidare lo sviluppo di queste tecnologie. Una fiducia che oggi è sempre più erosa dall’idea paralizzante che il suo sviluppo segua un percorso inevitabile”.

Tutto ciò richiede cooperazione: “Ciò richiede un’azione coordinata e concertata che coinvolga politica, istituzioni, imprese, finanza, istruzione, comunicazione, cittadini e comunità religiose. Gli attori di questi ambiti sono chiamati a un impegno comune, assumendosi questa responsabilità comune. Questo impegno viene prima di qualsiasi interesse di parte o profitto, sempre più concentrato nelle mani di pochi. Solo attraverso una partecipazione diffusa che dia a tutti la possibilità di essere ascoltati con rispetto, anche ai più umili, sarà possibile raggiungere questi ambiziosi obiettivi”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: l’educazione illumini la vita

“Sorelle e fratelli, il mistero della comunione dei santi, che oggi respiriamo ‘a pieni polmoni’, ci ricorda qual è il destino finale dell’umanità: una grande festa in cui si gioisce insieme dell’amore di Dio, presente tutto in tutti, riconoscendo e ammirando la bellezza multiforme dei volti, tutti diversi e tutti somiglianti al Volto di Cristo. Mentre pregustiamo questa realtà futura, sentiamo ancora più forte e doloroso il contrasto con i drammi che la famiglia umana sta soffrendo a causa delle ingiustizie e delle guerre. E tanto più impellente sentiamo il dovere di essere costruttori di fraternità. Affidiamo la nostra preghiera e il nostro impegno all’intercessione della Vergine Maria e di tutti i Santi!”: al termine della recita dell’Angelus,dopo la celebrazione eucaristica in cui è stato proclamato Dottore della Chiesa san John Henry Newman, papa Leone XIV ha ringraziato la delegazione ufficiale della Chiesa d’Inghilterra per la presenza.

Infatti nell’omelia della celebrazione eucaristica per il giubileo del mondo educativo il papa ha indicato l’eredità culturale e spirituale del nuovo dottore della Chiesa: “In questa Solennità di Tutti i Santi, è una grande gioia inscrivere san John Henry Newman fra i Dottori della Chiesa e, al tempo stesso, in occasione del Giubileo del Mondo Educativo, nominarlo co-patrono, insieme a san Tommaso d’Aquino, di tutti i soggetti che partecipano al processo educativo. L’imponente statura culturale e spirituale di Newman servirà d’ispirazione a nuove generazioni dal cuore assetato d’infinito, disponibili per realizzare, tramite la ricerca e la conoscenza, quel viaggio che, come dicevano gli antichi, ci fa passare per aspera ad astra, cioè attraverso le difficoltà fino alle stelle”.

Per questo ha indicato loro le Beatitudini: “Questo è anche il senso del Vangelo delle Beatitudini oggi proclamato. Le Beatitudini portano in sé una nuova interpretazione della realtà. Sono il cammino e il messaggio di Gesù educatore. A una prima impressione, pare impossibile dichiarare beati i poveri, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i perseguitati o gli operatori di pace. Ma quello che sembra inconcepibile nella grammatica del mondo, si riempie di senso e di luce nella vicinanza del Regno di Dio”.

Sono i santi che indicano la strada verso il Regno di Dio: “ Nei santi noi vediamo questo regno approssimarsi e rendersi attuale fra noi. San Matteo, giustamente, presenta le Beatitudini come un insegnamento, raffigurando Gesù come Maestro che trasmette una visione nuova delle cose e la cui prospettiva coincide col suo cammino. Le Beatitudini, però, non sono un insegnamento in più: sono l’insegnamento per eccellenza.

Allo stesso modo, il Signore Gesù non è uno dei tanti maestri, è il Maestro per eccellenza. Di più, è l’Educatore per eccellenza. Noi, suoi discepoli, siamo alla sua scuola, imparando a scoprire nella sua vita, cioè nella via da Lui percorsa, un orizzonte di senso capace d’illuminare tutte le forme di conoscenza. Possano le nostre scuole e università essere sempre luoghi di ascolto e di pratica del Vangelo!”

Insomma è stato un invito a non scoraggiarsi: “Le sfide attuali, a volte, possono sembrare superiori alle nostre possibilità, ma non è così. Non permettiamo al pessimismo di sconfiggerci! Ricordo quanto ha sottolineato il mio amato predecessore, papa Francesco, nel suo  discorso alla Prima Assemblea Plenaria del Dicastero per la Cultura e l’Educazione: che cioè dobbiamo lavorare insieme per liberare l’umanità dall’oscurità del nichilismo che la circonda, che è forse la malattia più pericolosa della cultura contemporanea, poiché minaccia di ‘cancellare’ la speranza. Il riferimento all’oscurità che ci circonda ci richiama uno dei testi più noti di san John Henry, l’inno Lead, kindly light (‘Guidami, luce gentile’). In quella bellissima preghiera, ci accorgiamo di essere lontani da casa, di avere i piedi vacillanti, di non riuscire a decifrare con chiarezza l’orizzonte”.

Ma ciò è compito dell’educazione: “E’ compito dell’educazione offrire questa Luce Gentile a coloro che altrimenti potrebbero rimanere imprigionati dalle ombre particolarmente insidiose del pessimismo e della paura. Per questo vorrei dirvi: disarmiamo le false ragioni della rassegnazione e dell’impotenza, e facciamo circolare nel mondo contemporaneo le grandi ragioni della speranza. Contempliamo e indichiamo costellazioni che trasmettano luce e orientamento in questo presente oscurato da tante ingiustizie e incertezze. Perciò vi incoraggio a fare delle scuole, delle università e di ogni realtà educativa, anche informale e di strada, come le soglie di una civiltà di dialogo e di pace”.

Infine, riprendendo un pensiero di san Newman, il papa ha ribadito che l’educazione illumina la vita delle persone:  “La vita si illumina non perché siamo ricchi o belli o potenti. Si illumina quando uno scopre dentro di sé questa verità: sono chiamato da Dio, ho una vocazione, ho una missione, la mia vita serve a qualcosa più grande di me stesso! Ogni singola creatura ha un ruolo da svolgere. Il contributo che ciascuno ha da offrire è di valore unico, e il compito delle comunità educative è quello di incoraggiare e valorizzare tale contributo.

Non dimentichiamolo: al centro dei percorsi educativi devono esserci non individui astratti, ma le persone in carne ed ossa, specialmente coloro che sembrano non rendere, secondo i parametri di un’economia che esclude e uccide. Siamo chiamati a formare persone, perché brillino come stelle nella loro piena dignità”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: parlare al cuore degli studenti

“Come sappiamo, la Chiesa è Madre e Maestra, e voi contribuite a incarnarne il volto per tanti alunni e studenti alla cui educazione vi dedicate. Grazie infatti alla luminosa costellazione di carismi, metodologie, pedagogie ed esperienze che rappresentate, e grazie al vostro impegno ‘polifonico’ nella Chiesa, nelle Diocesi, in Congregazioni, Istituti religiosi, associazioni e movimenti, voi garantite a milioni di giovani una formazione adeguata, tenendo sempre al centro, nella trasmissione del sapere umanistico e scientifico, il bene della persona”: questa mattina papa Leone XIV ha incontrato insegnanti e studenti  per il Giubileo del mondo educativo, esortando i maestri ad entrare in contatto con ‘l’interiorità’ degli studenti.

Nel discorso è partito dall’essere stato insegnante: “Anch’io sono stato insegnante nelle Istituzioni educative dell’Ordine di Sant’Agostino e vorrei perciò condividere con voi la mia esperienza, riprendendo quattro aspetti della dottrina del Doctor Gratiae che considero fondamentali per l’educazione cristiana: l’interiorità, l’unità, l’amore e la gioia. Sono principi che vorrei diventassero i cardini di un cammino da fare insieme, facendo di questo incontro l’inizio di un percorso comune di crescita e arricchimento reciproco”.

E’ stato un invito a scoprire il ‘vero maestro’: “Circa l’interiorità, sant’Agostino dice che ‘il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma il vero maestro sta dentro’, ed aggiunge: ‘Quelli che lo Spirito non istruisce internamente, se ne vanno via senza aver nulla appreso’. Ci ricorda, così, che è un errore pensare che per insegnare bastino belle parole o buone aule scolastiche, laboratori e biblioteche. Questi sono solo mezzi e spazi fisici, certamente utili, ma il Maestro è dentro. La verità non circola attraverso suoni, muri e corridoi, ma nell’incontro profondo delle persone, senza il quale qualsiasi proposta educativa è destinata a fallire”.

Quindi il maestro è colui che parla al cuore dei ragazzi: “Noi viviamo in un mondo dominato da schermi e filtri tecnologici spesso superficiali, in cui gli studenti, per entrare in contatto con la propria interiorità, hanno bisogno di aiuto. E non solo loro. Anche per gli educatori, infatti, frequentemente stanchi e sovraccarichi di compiti burocratici, è reale il rischio di dimenticare ciò che san John Henry Newman sintetizzava con l’espressione: cor ad cor loquitur (‘il cuore parla al cuore’) e che sant’Agostino raccomandava, dicendo: ‘Non guardare fuori. Ritorna a te stesso. La verità risiede dentro di te’.

Sono espressioni che invitano a guardare alla formazione come a una via su cui insegnanti e discepoli camminano insieme, consapevoli di non cercare invano ma, al tempo stesso, di dover cercare ancora, dopo aver trovato. Solo questo sforzo umile e condiviso, che nei contesti scolastici si configura come progetto educativo,  può portare alunni e docenti ad avvicinarsi alla verità”.

Perciò è necessaria l’unità, parola che ha scelto come motto papale, decidendo di continuare il progetto del Patto Educativo Globale: “Questa dimensione del ‘con’, costantemente presente negli scritti di Sant’Agostino, è fondamentale nei contesti educativi, come sfida a ‘decentrarsi’ e come stimolo a crescere…  E se ciò è vero in senso generale, lo è a maggior ragione nella reciprocità tipica dei processi educativi, in cui la condivisione del sapere non può che configurarsi come un grande atto d’amore”.

Quindi per portare avanti l’educazione è necessario l’amore: “In campo formativo, allora, ciascuno potrebbe chiedersi quale sia l’impegno posto per intercettare le necessità più urgenti, quale lo sforzo per costruire ponti di dialogo e di pace, anche all’interno delle comunità docenti, quale la capacità di superare preconcetti o visioni limitate, quale l’apertura nei processi di co-apprendimento, quale lo sforzo di venire incontro e rispondere alle necessità dei più fragili, poveri ed esclusi. Condividere la conoscenza non è sufficiente per insegnare: serve amore”.

E’ con amore che si valorizza lo studente: “Solo così essa sarà proficua per chi la riceve, in sé stessa e anche e soprattutto per la carità che veicola. L’insegnamento non può mai essere separato dall’amore, ed una difficoltà attuale delle nostre società è quella di non saper più valorizzare a sufficienza il grande contributo che insegnanti ed educatori danno, in merito, alla comunità. Ma facciamo attenzione: danneggiare il ruolo sociale e culturale dei formatori è ipotecare il proprio futuro, e una crisi della trasmissione del sapere porta con sé una crisi della speranza”.

Ma tutto ciò deve essere fatto con gioia: “Oggi, nei nostri contesti educativi, preoccupa veder crescere i sintomi di una fragilità interiore diffusa, a tutte le età. Non possiamo chiudere gli occhi davanti a questi silenziosi appelli di aiuto, anzi dobbiamo sforzarci di individuarne le ragioni profonde. L’intelligenza artificiale, in particolare, con la sua conoscenza tecnica, fredda e standardizzata, può isolare ulteriormente studenti già isolati, dando loro l’illusione di non aver bisogno degli altri o, peggio ancora, la sensazione di non esserne degni”.

Quindi quattro parole che devono diventare ‘punti cardine’: “Perciò, carissimi, vi invito a fare di questi valori (interiorità, unità, amore e gioia) dei ‘punti cardine’ della vostra missione verso i vostri allievi”.

Anche nell’incontro con i membri  dell’ ‘Organización de Universidades Católicas de América Latina y el Caribe’ papa Leone XIV aveva evidenziato la necessità dell’istruzione cattolica: “Oggi, l’università cattolica, come ha affermato papa Francesco, rimane uno dei migliori strumenti che la Chiesa offre al nostro tempo, ed è espressione di quell’amore che anima ogni azione della Chiesa, ovvero l’amore di Dio per la persona umana”.

Da qui l’importanza delle Università cattoliche in America Latina: “Fin dalle origini della vita universitaria in America Latina, la Chiesa è stata una forza trainante nell’educazione. Le prime università del continente, come quelle di Santo Domingo, San Marcos a Lima, in Messico, e molte altre, sono nate dall’iniziativa di vescovi, religiosi e missionari convinti che annunciare Gesù Cristo, ‘Via, Verità e Vita’, ‘sia parte integrante del messaggio cristiano di salvezza’… Siete ben consapevoli delle sfide che l’educazione deve affrontare oggi. Con creatività, e sapendo che la grazia vi sostiene, proseguite nella missione che la Chiesa vi affida”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita a custodire il cuore attraverso l’educazione

Papa Leone XIV firma Lettera apostolica

“Disegnare nuove mappe di speranza. Il 28 ottobre 2025 ricorre il 60° anniversario della Dichiarazione conciliare ‘Gravissimum Educationis’ sull’estrema importanza e attualità dell’educazione nella vita della persona umana. Con quel testo, il Concilio Vaticano II ha ricordato alla Chiesa che l’educazione non è attività accessoria, ma forma la trama stessa dell’evangelizzazione: è il modo concreto con cui il Vangelo diventa gesto educativo, relazione, cultura. Oggi, davanti a mutamenti rapidi e ad incertezze che disorientano, quell’eredità mostra una tenuta sorprendente”: così inizia la lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’, diffusa oggi, in occasione dei 60 anni dalla Dichiarazione conciliare ‘Gravissimum Educationis’, integrandola con le sfide attuali.

La lettera sottolinea l’importanza di essere guidati dalla Parola di Dio: “Laddove le comunità educative si lasciano guidare dalla Parola di Cristo, non si ritirano, ma si rilanciano; non alzano muri, ma costruiscono ponti. Reagiscono con creatività, aprendo possibilità nuove alla trasmissione della conoscenza e del senso nella scuola, nell’università, nella formazione professionale e civile, nella pastorale scolastica e giovanile, e nella ricerca, poiché il Vangelo non invecchia ma fa ‘nuove tutte le cose’. Ogni generazione lo ascolta come novità che rigenera. Ogni generazione è responsabile del Vangelo e della scoperta del suo potere seminale e moltiplicatore”.

Quindi, nonostante gli anni trascorsi, tale Dichiarazione è ancora attuale: “La Dichiarazione ‘Gravissimum Educationis’ non ha perso mordente. Dalla sua ricezione è nato un firmamento di opere e carismi che ancora oggi orienta il cammino: scuole e università, movimenti e istituti, associazioni laicali, congregazioni religiose e reti nazionali e internazionali. Insieme, questi corpi vivi hanno consolidato un patrimonio spirituale e pedagogico capace di attraversare il XXI secolo, e rispondere alle sfide più pressanti”.

Ed è ancora una ‘bussola’: “Questo patrimonio non è ingessato: è una bussola che continua a indicare la direzione e a parlare della bellezza del viaggio. Le aspettative, oggi, non sono minori delle tante con le quali la Chiesa ebbe a confrontarsi sessant’anni orsono. Anzi si sono ampliate e complessificate. Davanti ai tanti milioni di bambini nel mondo che non hanno ancora accesso alla scolarizzazione primaria, come possiamo non agire?

Davanti alle drammatiche situazioni di emergenza educativa provocata dalle guerre, dalle migrazioni, dalle diseguaglianze e dalle diverse forme di povertà, come non sentire l’urgenza di rinnovare il nostro impegno? L’educazione (come ho ricordato nella mia Esortazione Apostolica ‘Dilexi te) ‘è una delle espressioni più alte della carità cristiana’. Il mondo ha bisogno di questa forma di speranza”.

Quindi l’educazione cattolica è dinamica: “La storia dell’educazione cattolica è storia dello Spirito all’opera. Chiesa ‘madre e maestra’ non per supremazia, ma per servizio: genera alla fede e accompagna nella crescita della libertà, assumendo la missione del Divin Maestro affinché tutti ‘abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza’. Gli stili educativi che si sono succeduti mostrano una visione dell’uomo come immagine di Dio, chiamata alla verità e al bene, e un pluralismo di metodi al servizio di questa chiamata. I carismi educativi non sono formule rigide: sono risposte originali ai bisogni di ogni epoca”.

Si basa su una tradizione viva, in quanto comunità: “L’educazione cristiana è opera corale: nessuno educa da solo. La comunità educante è un ‘noi’ dove il docente, lo studente, la famiglia, il personale amministrativo e di servizio, i pastori e la società civile convergono per generare vita. Questo ‘noi’ impedisce che l’acqua ristagni nella palude del ‘si è sempre fatto così’ e la costringe a scorrere, a nutrire, a irrigare. Il fondamento resta lo stesso: la persona, immagine di Dio, capace di verità e relazione”.

Ricordando le parole di san Newman il papa ricorda che il rapporto tra fede e ragione non è un’opzione: “Occorre uscire dalle secche col recuperare una visione empatica e aperta a capire sempre meglio come l’uomo si comprende oggi per sviluppare e approfondire il proprio insegnamento. Per questo non si devono separare il desiderio e il cuore dalla conoscenza: significherebbe spezzare la persona. L’università e la scuola cattolica sono luoghi dove le domande non vengono tacitate, e il dubbio non è bandito ma accompagnato. Il cuore, lì, dialoga col cuore, e il metodo è quello dell’ascolto che riconosce l’altro come bene, non come minaccia”.

L’educazione cristiana mette al centro la persona: “Mettere al centro la persona significa educare allo sguardo lungo di Abramo: far scoprire il senso della vita, la dignità inalienabile, la responsabilità verso gli altri. L’educazione non è solo trasmissione di contenuti, ma apprendistato di virtù. Si formano cittadini capaci di servire e credenti capaci di testimoniare, uomini e donne più liberi, non più soli. E la formazione non si improvvisa”.

E’ un invito a non disgiungere fede, cultura e vita: “Nella condivisione della comune missione educativa è necessario anche un cammino di formazione comune, ‘iniziale e permanente, capace di cogliere le sfide educative del momento presente e di fornire strumenti più efficaci per poterle affrontare’. E non bastano aggiornamenti tecnici: occorre custodire un cuore che ascolta, uno sguardo che incoraggia, una intelligenza che discerne”.

Inoltre l’educazione cristiana invita a contemplare il creato: “L’antropologia cristiana è alla base di uno stile educativo che promuove il rispetto, l’accompagnamento personalizzato, il discernimento e lo sviluppo di tutte le dimensioni umane. Tra esse non è secondario un afflato spirituale, che si realizza e si rafforza anche attraverso la contemplazione del Creato. Questo aspetto non è nuovo nella tradizione filosofica e teologica cristiana dove lo studio della natura aveva anche come proposito la dimostrazione delle tracce di Dio (vestigia Dei) nel nostro mondo”.

Per questo è necessaria anche una responsabilità educativa: “La responsabilità ecologica non si esaurisce in dati tecnici. Essi sono necessari, ma non bastano. Occorre un’educazione che coinvolga la mente, il cuore e le mani; abitudini nuove, stili comunitari, pratiche virtuose. La pace non è assenza di conflitto: è forza mite che rifiuta la violenza. Un’educazione alla pace ‘disarmata e disarmante’ insegna a deporre le armi della parola aggressiva e dello sguardo che giudica, per imparare il linguaggio della misericordia e della giustizia riconciliata”.

Tale dichiarazione aveva aperto ‘spazi’ da abitare: “Per abitare questi spazi occorre creatività pastorale: rafforzare la formazione dei docenti anche sul piano digitale; valorizzare la didattica attiva; promuovere service-learninge cittadinanza responsabile; evitare ogni tecnofobia. Il nostro atteggiamento nei confronti della tecnologia non può mai essere ostile, perché ‘il progresso tecnologico fa parte del piano di Dio per la creazione’. Ma chiede discernimento sulla progettazione didattica, sulla valutazione, sulle piattaforme, sulla protezione dei dati, sull’accesso equo. In ogni caso, nessun algoritmo potrà sostituire ciò che rende umana l’educazione: poesia, ironia, amore, arte, immaginazione, la gioia della scoperta e perfino, l’educazione all’errore come occasione di crescita”.

Per il papa la discriminate è l’uso della tecnologia: “Il punto decisivo non è la tecnologia, ma l’uso che ne facciamo. L’intelligenza artificiale e gli ambienti digitali vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro; vanno governati con criteri di etica pubblica e partecipazione; vanno accompagnati da una riflessione teologica e filosofica all’altezza. Le università cattoliche hanno un compito decisivo: offrire ‘diaconia della cultura’, meno cattedre e più tavole dove sedersi insieme, senza gerarchie inutili, per toccare le ferite della storia e cercare, nello Spirito, sapienze che nascano dalla vita dei popoli”.

Ed ecco le priorità: “La prima riguarda la vita interiore: i giovani chiedono profondità; servono spazi di silenzio, discernimento, dialogo con la coscienza e con Dio. La seconda riguarda il digitale umano: formiamo all’uso sapiente delle tecnologie e dell’IA, mettendo la persona prima dell’algoritmo e armonizzando intelligenze tecnica, emotiva, sociale, spirituale ed ecologica. La terza riguarda la pace disarmata e disarmante: educhiamo a linguaggi non violenti, riconciliazione, ponti e non muri; ‘Beati gli operatori di pace’ diventi metodo e contenuto dell’apprendere”.

In conclusione ecco le nuove mappe della speranza: “Le costellazioni non si riducono a neutri e appiattiti concatenamenti delle diverse esperienze. Invece di catene, osiamo pensare alle costellazioni, al loro intreccio pieno di meraviglia e risvegli. In esse risiede quella capacità di navigare tra le sfide con speranza ma anche con una coraggiosa revisione, senza perdere la fedeltà al Vangelo… Eppure, proprio qui, l’educazione cattolica può essere faro: non rifugio nostalgico, ma laboratorio di discernimento, innovazione pedagogica e testimonianza profetica. Disegnare nuove mappe di speranza: è questa l’urgenza del mandato.

Chiedo alle comunità educative: disarmate le parole, alzate lo sguardo, custodite il cuore. Disarmate le parole, perché l’educazione non avanza con la polemica, ma con la mitezza che ascolta. Alzate lo sguardo. Come Dio disse ad Abramo, ‘Guarda il cielo e conta le stelle’: sappiate domandarvi dove state andando e perché. Custodite il cuore: la relazione viene prima dell’opinione, la persona prima del programma”.

Papa Leone XIV: i santi sono segni di speranza

“Cari fratelli e sorelle, sono contento di incontrarvi all’indomani della canonizzazione dei sette nuovi Santi ai quali siete, per vari motivi, molto legati. Saluto ciascuno di voi, in particolare i Cardinali, i Vescovi, le Superiore religiose e le Autorità civili qui presenti. L’evento gioioso e solenne che abbiamo celebrato ieri ci ricorda che la comunione della Chiesa coinvolge tutti i fedeli, nello spazio e nel tempo, in ogni lingua e cultura, unendoci come popolo di Dio, corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo”: il giorno successivo della canonizzazione dei nuovi santi papa ha ricevuto i fedeli che sono giunti in Vaticano per l’occasione.

Rivolgendosi ai presenti ha sottolineato che essi sono segni di speranza con un particolare pensiero al santo armeno, che ha fatto una scelta precisa: “Gli uomini e le donne che ieri abbiamo proclamato santi sono per tutti noi segni luminosi di speranza, perché hanno offerto la propria vita nell’amore di Cristo e dei fratelli. Condividiamo tutti la gioia dell’amato popolo armeno, guardando alla santità del vescovo martire Ignazio Maloyan. Fu un pastore secondo il cuore di Cristo e, nei momenti di grande difficoltà, non abbandonò il suo gregge, anzi lo incoraggiò a rafforzarne la fede.

Quando gli fu chiesto di rinunciare alla fede in cambio della libertà, non esitò a scegliere il suo Signore, fino al punto di versare il proprio sangue per Dio. Questo mi fa pensare con affetto al popolo armeno, che scolpisce la croce nella pietra come segno della sua fede salda e incrollabile. Possa l’intercessione del nuovo Santo rinnovare il fervore dei credenti e portare frutti di riconciliazione e pace per tutti”.

Oppure a quello di Papua Nuova Guinea, che ha difeso le verità della fede: “Possiamo vedere la profonda fede del popolo della Papua Nuova Guinea riflessa in san Pietro To Rot, che ci offre un esempio ispiratore di fermezza e forza d’animo nel predicare le verità del Vangelo di fronte a difficoltà e sfide, persino minacce alla nostra vita. Sebbene fosse un semplice catechista, dimostrò uno straordinario coraggio rischiando la vita per svolgere il suo apostolato in segreto, perché il suo lavoro pastorale era proibito dalle forze di occupazione durante la Seconda Guerra Mondiale. Allo stesso tempo, quando queste autorità permisero la pratica della poligamia, San Pietro To Rot difese fermamente la santità del matrimonio e affrontò persino alcuni potenti… Cari fratelli e sorelle, l’esempio di san Pietro To Rot ci incoraggi a difendere le verità della fede, anche a costo di sacrifici personali, e ad affidarci sempre a Dio nelle nostre prove”.

Inoltre un pensiero è rivolto al popolo venezuelano: “Cari fratelli e sorelle, i vescovi del Venezuela hanno pubblicato lo scorso 7 ottobre una lettera in occasione del gioioso avvenimento di vedere elevati agli onori degli altari due figli della loro amata terra, san José Gregorio Hernández e santa Carmen Rendiles, chiedendo al Signore che siano un forte stimolo affinché tutti i venezuelani si riuniscano e sappiano riconoscersi come figli e fratelli di una stessa patria, riflettendo così sul presente e sul futuro, alla luce delle virtù che questi santi vissero in modo eroico”.

Ed ha riflettuto sulle virtù della fede e della speranza: “Bisognerebbe chiedersi: quali sono queste virtù che devono motivarci? Certamente la fede. Dio era presente nella loro vita e la trasformava, facendo della semplice esistenza di una persona comune, come uno qualunque di noi, un lume che nella quotidianità illuminava tutti con una luce nuova.

Poi, senza dubbio, la virtù della speranza: se Dio è la nostra ricompensa eterna, le nostre fatiche e le nostre lotte non possono concludersi in mete che, oltre che indegne e degradanti, sono effimere. Infine, la carità, che nasce dall’accogliere e dal condividere il dono ricevuto, che ci fa scoprire il vero senso di una vita e ci chiede di costruirla per mezzo del servizio ai malati, ai poveri, ai più piccoli”.

Quindi le virtù sono importanti per agire: “Ebbene, come può la riflessione su queste virtù aiutarci nel momento presente? Può farlo se, guardando a queste due grandi figure, vediamo in loro soprattutto persone molto simili a noi, che vissero affrontando problematiche che non ci sono estranee, e che noi stessi possiamo affrontare come fecero loro, seguendone l’esempio.

Ed inoltre considerando che chi vive al mio fianco (come me, come loro) è chiamato alla stessa santità, e che devo dunque vederlo, anzitutto, come un fratello da rispettare e da amare, condividendo il cammino dell’esistenza, sostenendoci nelle difficoltà e costruendo insieme il regno di Dio con gioia“.

La parte conclusiva è dedicata ai santi italiani: “Lodiamo inoltre il Signore per suor Maria Troncatti, santa salesiana che ha dedicato la vita al servizio delle popolazioni indigene dell’Ecuador. Coniugando competenza medica e passione per Cristo, questa generosa missionaria ha curato le membra e i cuori di quanti assisteva con l’amore e la forza che attingeva dalla fede e dalla preghiera. La sua opera, davvero instancabile, è per noi esempio di una carità che non si arrende nelle difficoltà, trasformandole piuttosto in occasioni per un dono gratuito e totale di sé.

Nella sua provvidenza, Dio ha donato alla Chiesa suor Vincenza Maria Poloni, fondatrice delle Suore della Misericordia. Il suo carisma testimonia la compassione di Gesù verso gli ammalati e gli emarginati. Nutrendo l’impegno sociale con una profonda spiritualità eucaristica e con la devozione mariana, santa Vincenza ci incoraggia a perseverare nel servizio quotidiano ai più fragili: è proprio lì che fiorisce la santità di vita!

Questa trasformazione, che la grazia di Dio opera nel cuore, trova in Bartolo Longo un esempio di particolare intensità. Convertitosi da una vita lontana da Dio, egli dedicò ogni energia a opere di misericordia corporale e spirituale, promuovendo la fede in Cristo e l’affetto per Maria mediante la carità verso gli orfani, i poveri, i disperati.

Riconoscente al suo fondatore, il Santuario di Pompei custodisca e diffonda il fervore di san Bartolo, apostolo del Rosario: di cuore raccomando questa preghiera a tutti, ai sacerdoti, ai religiosi, alle famiglie, ai giovani. Contemplando i misteri di Cristo con lo sguardo di Maria, giorno per giorno assimiliamo il Vangelo e impariamo a praticarlo”.

In precedenza il papa aveva ricevuto la comunità del Pontificio Collegio Portoghese, fondato a Roma da papa Leone XIII: “Puntando sempre alla missione, la Chiesa, chiamata oggi a rafforzare il suo stile sinodale, con gioia fa tesoro di queste esperienze ecclesiali e, nel custodirle come eredità spirituale, trova in esse una spinta per far crescere la comunione.

Quando, per la promozione umana e per la gloria di Dio, ci mettiamo in ascolto gli uni degli altri e rispettiamo quello che lo Spirito Santo suscita in ogni fedele, noi distinguiamo con maggiore chiarezza e fiducia i segni dei tempi, lavorando uniti nella costruzione del Regno di Cristo. E il fatto di essere a Roma per approfondire lo studio della teologia o delle scienze umane e sociali, implica di allenarsi ogni volta di più nell’arte dell’ascolto, così importante per l’unità tra di noi, discepoli del Signore”.

E’ stato un invito a ‘costruire’ una casa, dove ‘sostare’, ricordando le parole di san Paolo VI: “Cari fratelli e care sorelle, mentre siete a Roma, costruitevi anche una ‘casa’, ovvero un ambiente casalingo dove, rientrando dai vostri impegni accademici, possiate sentirvi in famiglia… Dunque, edificate una casa collegiale, che sia anche accogliente, come dev’essere la Chiesa. Lo troviamo scritto nella storia del Collegio, che ha ricevuto il titolo di ‘Casa di Vita’, a causa dell’accoglienza degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Questo titolo è allo stesso tempo un’eredità e una responsabilità nella vostra quotidiana costruzione della fraternità”.

(Foto: Santa Sede)

A colloquio con Eraldo Affinati: educare con testa, cuore e mani

“Quando il mio pensiero si rivolge alla letteratura, mi viene in mente ciò che il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges diceva ai suoi studenti: la cosa più importante è leggere, entrare in contatto diretto con la letteratura, immergersi nel testo vivo che ci sta davanti, più che fissarsi sulle idee ed i commenti critici. E Borges spiegava questa idea ai suoi studenti dicendo loro che forse all’inizio avrebbero capito poco di ciò che stavano leggendo, ma che in ogni caso essi avrebbero ascoltato ‘la voce di qualcuno’.

Ecco una definizione di letteratura che mi piace molto:ascoltare la voce di qualcuno. E non si dimentichi quanto sia pericoloso smettere di ascoltare la voce dell’altro che ci interpella! Si cade subito nell’autoisolamento, si accede ad una sorta di sordità ‘spirituale’, la quale incide negativamente pure sul rapporto con noi stessi e sul rapporto con Dio, a prescindere da quanta teologia o psicologia abbiamo potuto studiare”.

Partendo dalla lettera di papa Francesco, scritta nell’agosto dello scorso anno. sul ruolo della letteratura nella formazione, iniziamo un colloquio con lo scrittore Eraldo Affinati, autore del libro ‘Testa, cuore e mani. Grandi educatori a Roma’, in cui racconta molte figure che hanno ispirato il mondo dell’educazione; donne e uomini la cui storia si è intrecciata con quella della capitale italiana. Il suo saggio narrativo attraversa il tempo, a partire da grandi santi (Pietro e Paolo, Agostino, Ignazio di Loyola, Francesca Romana, Filippo Neri, Giuseppe Calasanzio), arrivando a grandi educatori quali Maria Montessori, Luigia Tincani, fino ad Alberto Manzi, Albino Bernardini e mons. John Patrick Carroll Abbing, il fondatore della Città dei Ragazzi, commissionato dal card. José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione:

“Viviamo un rischio fortissimo: quello di considerare le nostre parole libere, cioè sganciate dalla necessità del riscontro. I giovani spesso hanno l’illusione di poter dire, sognare, fare qualsiasi cosa. L’educatore, invece, deve riuscire a far capire ai ragazzi che non possiamo permetterci di essere tutto e il contrario di tutto. C’è il momento in cui bisogna scegliere di fronte alle opzioni che si hanno di fronte. Questa scelta non può essere sempre in uno stato di sospensione. E, riprendendo il pensiero di papa Francesco, la letteratura ti aiuta a discernere.

I grandi scrittori ti chiamano a prendere posizione. Prendere posizione significa rinunciare. E questo non è facile. Rinunciare è doloroso, significa mettere da parte una cosa in cui si crede per scegliere una cosa in cui si crede di più. La letteratura insegna che la libertà non è delirio e superamento del limite. La libertà è accettare il limite, un percorso di educazione sentimentale che oggi i giovani faticano a fare. La rivoluzione digitale li illude, li seduce, ne droga il desiderio”.   

Da dove nasce il libro ‘Testa, cuore e mani. Grandi educatori a Roma’?

“Questo libro mi è stato chiesto dal cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto per l’educazione e la cultura vaticana, con l’obiettivo di raccontare ai ragazzi presenti a Roma per il Giubileo, ma anche ad un pubblico più vasto, l’operato dei grandi educatori, cristiani e non, che hanno agito nella Città Eterna nel corso dei secoli. Ho accettato di buon grado pur sapendo di non essere un esperto. Mi sono immerso in luoghi caratteristici, stratificati nel tempo, facendo risuonare il carisma dei fondatori”.

Allora, diciamo subito quali sono questi grandi educatori a Roma?

“Dai capostipiti della cultura occidentale, come san Paolo, uomo in movimento e scrittore epistolare, a sant’Agostino, profeta del maestro interiore, da sant’Ignazio di Loyola, il cavaliere convertito che ci aiuta a scegliere in modo consapevole, a santa Francesca Romana, che, pur essendo madre e sposa, si mise al servizio di tutti, da san Giuseppe Calasanzio, inventore a Trastevere della prima scuola gratuita d’Europa, a san Filippo Neri, teso a restare sul posto, e Giovanni Borgi, affettuosamente soprannominato Tata Giovanni, senza dimenticare ciò che fece a Roma don Giovanni Bosco, fino a certe figure femminili meno note ma ugualmente importanti, come Lucia Filippini e Luigia Tincani, per arrivare agli educatori più recenti coi quali mi sono confrontato: don Luigi Orione, Alberto Manzi, Maria Montessori, Albino Bernardini, don Emilio Grasso, don Roberto Sardelli e mon. Carroll-Abbing”.

Per quale motivo per educare occorre la sinergia tra testa, cuore e mani?

“Questa espressione, rilanciata da papa Francesco, da cui abbiamo ricavato il titolo del libro, vuole indicare l’integralità dell’azione educativa. L’insegnante non può limitarsi a spiegare il programma e mettere i voto. Deve avere la testa, vale a dire il pensiero, il cuore, cioè la passione, e le mani, mostrandosi sempre pronto a verificare sul campo le proprie idee pedagogiche, le quali non possono restare allo stato teorico, ma hanno bisogno di essere messe alla prova dalla persona che abbiamo di fronte. Ed è questa qualità della relazione umana, a ben riflettere, l’essenza del cristianesimo”.

Allora, per quale motivo mons. John Patrick Carroll Abbing ha fondato la Città dei Ragazzi?

“Come molti educatori del passato, anche mons. Carroll-Abbing, sacerdote irlandese presente a Roma sin dagli anni Trenta del secolo scorso, era destinato a scalare i vertici della gerarchia ecclesiastica, ma quando, durante la Seconda guerra mondiale, vide lo scempio bellico, con tanti orfani abbandonati, decise di organizzare per loro una casa comune: non un semplice orfanotrofio, ma una città dove essi potessero diventare protagonisti, grazie al sistema dell’autogoverno, eleggendo un sindaco, battendo una moneta locale, essendo responsabili delle proprie azioni”.

Per questo nei mesi scorsi ha compiuto con alcuni ragazzi un cammino di pace lungo la via Francigena: come è stata questa esperienza?

“Abbiamo fatto un viaggio da Milano a Roma per consegnare a papa Leone XIV una lettera di pace composta con le parole dei migranti che frequentano le scuole Penny Wirton presenti lungo il percorso. Si tratta di associazioni, che agiscono in 65 località del territorio nazionale, nelle quali insegniamo gratuitamente la nostra lingua in un rapporto uno ad uno, senza classi e senza burocrazie. Il Santo Padre ci ha risposto con una lettera ufficiale. Una testimonianza di questa esperienza, in cui sono stato affiancato da Piero Arganini, responsabile della Penny Wirton di Parma, è stato il documentario ‘Nessun altra frontiera’, scritto da me e Gabriele Santoro, visibile sull’applicazione di Tv 2000: Play2000. Io ho pubblicato su ‘Avvenire’ un reportage in 8 puntate, nel quale racconto gli incontri avuti durante il tragitto”.

Cosa significa oggi educare?

“Secondo me vuol dire scommettere sulle nuove generazioni. Consegnare il testimone a chi verrà dopo di noi. Proprio su questo concetto si fonda il mio nuovo libro, gemello di ‘Testa, cuore e mani’, che verrà pubblicato i primi di ottobre nelle edizioni San Paolo, intitolato ‘Per amore del futuro. Educare oggi’”.

(Tratto da Aci Stampa)

Quando ci stai dentro: da un programma di beneficenza al tuo sogno

E chi lo sapeva, quell’anno scolastico 2006-2007 che ci sarei entrata anche io? Volevo guardare un programma della Carrà che parlava di bambini e adozioni, una trasmissione seria, non il solito film per rilassarsi, ma se ti piacciono i bambini non è strano. Immagina di non aver potuto avere fratelli per varie circostanze contrarie al tuo desiderio. Immagina di essere grande, ma abbastanza infantile da desiderare ancora fortemente di averne uno e di cercare di convincere il genitore reticente, con l’aiuto dell’altro, ad aiutarti a realizzare il desiderio.

Ed ecco la telefonata, ancora con il fisso e i complimenti rivolti al genitore reticente che li destina a te e il volontario del centralino, il quale è fiero del gesto di una bambina così piccola e generosa. Generosa? Eppure  io volevo solo una sorella, ma piuttosto che niente pure un fratello andava bene.  Non mi sembrava di essere stata così generosa(ahah).

Dopo quell’anno, il programma TV è sparito, ma la Fondazione no. A differenza di tanti nomi blasonati (credo che li sappiano tutti, non serve scriverli) l’ente non solo proseguiva, ma continuava ad avere progetti e a cambiarmi sorelle. Maledizione, uno vorrebbe una sorella per la vita e poi te la tolgono perché… “è uscita dal progetto”; in pratica non ha più bisogno di te. E allora?

Devi aprire il tuo cuore a qualcun’altra fino al 2017, quando lo dai al tuo primo fratello. Dal 2006 non ho mai cambiato struttura, sono rimasta fedele a questo ente che mi ha dato assistenza adeguata e dei fratelli  quali – mi scuso se non li ricordo tutti e indicherò quelli che sono rimasti di più con me – Siluva, Maria Elena e  Prem.

Aiutare i bambini si è trasformata in Mission bambini. Il cambiamento di nome eccetera mi aveva preoccupata. I cambiamenti non sono sempre positivi nei gruppi che si occupano di beneficenza, ma mi è stato dimostrato che potevo fidarmi. Ecco la storia dell’ente. Il 18 gennaio 2025,Mission Bambini ha raggiunto i 25 anni di attività dedicati a migliorare la vita dei bambini in Italia e nel mondo. Il 18 gennaio 2000, nacque la Fondazione con il nome di aiutare i bambini, grazie  all’ingegnere Goffredo  Modena e a sua moglie Maria Paola Villa. Da quel momento, il sogno si realizzò grazie all’impegno di tante persone che  condividevano una visione comune a loro.

Il primo progetto fu quello in Brasile: costruire un asilo per 100 bambini. Nel 2002, il primo volontario di Mission Bambini(all’epoca aiutare i bambini) parti per il Madagascar dove visitò la scuola del villaggio di Sarodroa. Tre anni dopo l’apertura del primo progetto, la Fondazione si dedico al  sostegno a distanza, per appoggiare  continuativamente attività educativi all’estero.

Il progetto Cuore di bimbi, invece, iniziò nel 2005. Questo aveva l’obiettivo di salvare la vita dei bambini gravemente cardiopatici che nascevano nei Paesi più poveri del mondo. Nel 2006, iniziarono i primi progetti educativi in Italia, dedicati alla prima infanzia e, negli anni successivi, alle scuole primarie e secondarie di primo grado. I progetti si svolgevano principalmente nelle zone più difficili del territorio nazionale. La Fondazione aiutò a migliorare le condizioni di vita delle persone colpite da  emergenze quali il terremoto in Abruzzo (2009), quello ad Haiti (2010) e quello nel  Centro Italia (2013).

Nel 2014, la Fondazione aiutare i bambini  prese il nome di Mission Bambini e cambiò anche il suo logo: la mano, che un tempo si limitava a proteggere il bambino, ora si aprì per indicare che voleva  sostenerlo nel suo cammino. Nel 2016  nacque Borse Rosa, per incentivare  l’istruzione secondaria femminile. Nel 2020, durante la pandemia, l’ente supportò i  bambini senza accesso a beni essenziali e possibilità  di proseguire la loro educazione. Successivamente, fornì aiuti all’ Ucraina,in ginocchio a causa della guerra.

Nel 2023, iniziò il grande sogno di Mission Bambini:  l’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano collaborerà con la Fondazione per la realizzare Casa Cuore di bimbi all’interno dell’ospedale stesso. Qui verranno trasferiti bambini gravemente malati che hanno bisogno di cure per salvare il loro cuore. In questi anni, la Fondazione ha aiutato oltre 1 milione e 400mila piccoli  in tutto il mondo.  I progetti continueranno, ma potranno farlo solo con l’aiuto di persone desiderose di aiutare i progetti della Fondazione. Per saperne di più : https://missionbambini.org/chi-siamo/  

Papa Leone XIV: trasmettere ciò che si è ricevuto

“Come sapete, oggi nella Chiesa universale si celebra la memoria liturgica del martirio di san Giovanni Battista. La sua figura può aiutarci molto a riflettere sulla missione degli evangelizzatori oggi nella Chiesa e nel mondo attuali… Se rileggiamo con attenzioni i primi capitoli del quarto Vangelo possiamo scoprire qual è la chiave di ogni scuola di evangelizzazione: rendere testimonianza di ciò che si è contemplato, dell’incontro che si è avuto con il Dio della vita… Questa è la missione della Chiesa, questa è la missione di ogni cristiano”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i membri della ‘Scuola di Evangelizzazione Sant’Andrea’, indicando come modelli san Giovanni Battista e l’evangelista Giovanni.

Ciò che indica san Giovanni Battista è il cammino del cristiano: “Cari fratelli e sorelle, questa è la nostra vocazione come battezzati, pertanto dobbiamo trasmettere ciò che a nostra volta abbiamo ricevuto, affinché tutti diveniamo uno in Cristo. In questi giorni di pellegrinaggio, vi invito in modo particolare a contemplare le vite dei santi che, come san Giovanni Battista, sono stati fedeli seguaci di Gesù Cristo, manifestandolo in parole e in opere di bene”.

Inoltre oggi è stato reso pubblico un video messaggio di papa Leone XIV alla provincia agostiniana di Villanova, negli USA, registrato nel periodo di riposo a Castel Gandolfo; “Mentre registro questo messaggio sono lontano dal caldo di Roma e sto trascorrendo un po’ di tempo a Castel Gandolfo per pregare, riflettere e riposare un po’. Vi farà piacere sapere che la chiesa parrocchiale di questa cittadina fuori Roma è dedicata a san Tommaso da Villanova, conosciuto come padre dei poveri, un frate e vescovo agostiniano straordinariamente dotato che ha dedicato la propria vita al servizio dei poveri”.

Per il papa è importante essere partecipe dell’Ordine di sant’Agostino: “Come agostiniani cerchiamo ogni giorno di essere all’altezza dell’esempio del nostro padre spirituale, sant’Agostino. Essere riconosciuto come agostiniano è un onore molto sentito. Devo tanto di ciò che sono allo spirito e agli insegnamenti di sant’Agostino, e sono grato a tutti voi per i molti modi in cui le vostre vite mostrano un profondo impegno verso i valori di veritas, unitas, caritas”.

Ed ha tracciato un breve ritratto: “Sant’Agostino, come sapete, è stato uno dei grandi fondatori del monachesimo, vescovo, teologo, predicatore, scrittore e dottore della Chiesa. Ma questo non è avvenuto dalla sera alla mattina. La sua vita è stata piena di tentativi ed errori, proprio come le nostre”.

Però la sua conversione è dovuta alla madre: “Tuttavia, attraverso la grazia di Dio, attraverso le preghiere di sua madre, Monica, e della comunità di brave persone intorno a lui, Agostino è riuscito a trovare la via della pace per il suo cuore inquieto. La vita di sant’Agostino e la sua vocazione a guidare servendo, ricordano a tutti noi che possediamo doti e talenti donati da Dio e che il nostro scopo, la nostra realizzazione e la nostra gioia derivano dal restituirli nell’amorevole servizio a Dio e al nostro prossimo”.

Inoltre ha ricordato gli agostiniani missionari in America: “Siamo sostenuti dall’esempio di frati agostiniani come padre Matthew Carr e padre John Rossiter, il cui spirito missionario li ha spinti, alla fine del Settecento, ad andare a portare la buona novella del Vangelo nel servizio degli immigrati irlandesi e tedeschi, in cerca di una vita migliore e di tolleranza religiosa”.

E’ un’eredità che non va dispersa: “Ancora oggi siamo chiamati a portare avanti questa eredità di servizio amorevole verso tutto il popolo di Dio. Nel Vangelo Gesù ci ricorda di amare il prossimo, e questo ci sfida, ora più che mai, a ricordarci di vedere oggi il prossimo con gli occhi di Cristo, che tutti noi siamo creati a immagine e somiglianza di Dio, attraverso l’amicizia, le relazioni, il dialogo e il rispetto reciproco. Possiamo vedere oltre le nostre differenze e scoprire la nostra vera identità di fratelli e sorelle in Cristo”.

Quindi è  un invito ad essere costruttori di pace: “Sant’Agostino ci ricorda che prima di parlare dobbiamo ascoltare, e come Chiesa sinodale siamo incoraggiati a impegnarci nuovamente nell’arte di ascoltare attraverso la preghiera, il silenzio, il discernimento e la riflessione. Abbiamo l’opportunità e la responsabilità di ascoltare lo Spirito Santo; di ascoltarci gli uni gli altri; di ascoltare le voci dei poveri e delle persone ai margini, le cui voci hanno bisogno di essere udite. Sant’Agostino ci esorta a prestare attenzione e ad ascoltare il Maestro interiore, la voce che parla da dentro ognuno di noi. E’ nei nostri cuori che Dio ci parla”.

Per questo ha chiesto di ascoltare con l’attenzione del cuore: “Il mondo è pieno di rumore, e le nostre menti e i nostri cuori possono essere sommersi da diversi tipi di messaggi. Questi messaggi possono alimentare la nostra irrequietezza e rubare la nostra gioia. Come comunità di fede, cercando di costruire una relazione con il Signore, possiamo noi cercare di filtrare il rumore, le voci divisive nelle nostre menti e nei nostri cuori, e aprirci agli inviti quotidiani a imparare a conoscere meglio Dio e il suo amore. Quando sentiamo la voce amorevole e rassicurante del Signore, la possiamo condividere con il mondo mentre cerchiamo di diventare una cosa sola in Lui”.

(Foto: Santa Sede)

Vittoria, “Partita della Solidarietà” donate biciclette a chi ne ha bisogno

 A tre mesi dalla “Partita della Solidarietà”, promossa dalla Società di San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale di Vittoria, il bilancio è più che positivo: grazie ai fondi raccolti sono state donate biciclette a lavoratori in difficoltà, padri di famiglia che finora si recavano a piedi al lavoro, affrontando ogni giorno lunghi tragitti.

Tra i beneficiari c’è Ndiaye, 57 anni, originario di Thies (Senegal), in Italia dal 2009. Operaio agricolo, percorreva quotidianamente chilometri a piedi per raggiungere l’azienda in cui lavora.

«Non è stato semplice — racconta — ma lo facevo per amore dei miei figli e di mia moglie, che vivono in Senegal. Ora, grazie alla bici, posso affrontare il tragitto con più serenità. Voglio ringraziare la Società di San Vincenzo De Paoli per il gesto, e per non avermi mai lasciato solo».

L’iniziativa rientra nel progetto “Una bici per andare al lavoro”, realizzato in collaborazione con il Coordinamento Regionale siciliano dell’Associazione e con il patrocinio dell’Assessorato allo Sport del Comune di Vittoria.

«Un cuore che batte per il bene dell’altro è la nostra vera vittoria», afferma Rosario Macca, Presidente del Consiglio Centrale di Vittoria. «Ogni gesto concreto è il frutto di un lavoro collettivo, volto a riconoscere il volto dell’altro e a sostenerlo nel bisogno, senza distinzione di colore della pelle o credo religioso, come ci ricordava Papa Francesco».

Oltre a Vittoria, biciclette sono state consegnate anche ai Consigli Centrali di Caltagirone e Ragusa, rafforzando una rete regionale di solidarietà attiva.

«Siamo pronti a donare un piccolo mezzo di trasporto a chi ne ha necessità — dichiara Mario Sortino, Coordinatore regionale della Società di San Vincenzo De Paoli —. Questa iniziativa ha dimostrato quanto sia importante “fare rete” per costruire una comunità più inclusiva e fraterna. Insieme possiamo fare grandi cose».

La Società di San Vincenzo De Paoli in Sicilia è attiva ogni giorno nel contrasto alla povertà, attraverso una rete di volontari che collabora con istituzioni, enti del terzo settore e comunità locali: “Davanti all’aumento della povertà e delle migrazioni, continuiamo ad accogliere storie cariche di dolore e speranza — conclude Sortino —. Offriamo non solo aiuto materiale, ma soprattutto ascolto e presenza, per costruire un’autentica cultura dell’incontro.

Un impegno costante che a Vittoria si traduce in numeri concreti: 10 Conferenze, 140 soci, una decina di volontari e 480 famiglie assistite con distribuzione di beni di prima necessità, visite domiciliari, supporto sanitario, burocratico e relazionale. Un segno tangibile di una solidarietà che incontra volti, storie e gesti concreti.

(Foto: Società San Vincenzo De’ Paoli)

The Sun: con la musica far innamorare di Dio i giovani

Dopo il successo al giubileo delle famiglie, dei bambini, dei nonni e degli anziani il complesso musicale ‘The Sun’ sarà protagonista anche a Castel Sant’Angelo a Roma martedì 29 luglio con un concerto per il Giubileo dei missionari digitali e, dopo alcuni giorni, sabato 2 agosto, al Giubileo dei giovani, mentre è uscito ‘Coraggio’, il singolo che anticipa il nuovo album che sarà presentato a novembre all’Alcatraz di Milano con l’etichetta ‘La Gloria’, co-fondata anche da Francesco Lorenzi.

Senza contare che la band vicentina (Francesco LorenziRiccardo Rossi, Matteo Reghelin, Gianluca Menegozzo ed Andrea Cerato) è stata selezionata tra i finalisti dei Catholic Music Awards 2025, considerati il corrispettivo dei Grammy Awards nel contesto della Chiesa cattolica,  ricevendo 7 nomination in 6 diverse categorie: miglior artista/band; miglior album, miglior canzone italiana, miglior video musicale (2 nomination), miglior canzone rock e miglior canzone pop, con una premiazione a Roma domenica 27 luglio; mentre prima hanno animato il pellegrinaggio da loro organizzato lungo il Cammino di Santiago.

Nonostante questi impegni Francesco Lorenzi ha trovato anche un po’ di tempo per rispondere ad alcune domande. Iniziamo dal giubileo dei missionari digitali e da quello dei giovani, in programma a Roma tra l’ultima settimana di luglio e la prima settimana di agosto: cosa significa comunicare il Vangelo oggi?

“Comunicare il Vangelo significa viverlo. Solo chi vive il Vangelo veramente nella quotidianità e nelle proprie scelte davvero ce l’ha nel cuore ed allora lo comunica. Rifletto spesso sulle parole di san Francesco: ‘Annunciate il Vangelo e se è necessario fatelo anche con le parole’, perché prima di ogni parola arriva il nostro atteggiamento e la nostra energia. Lo percepisci quando stai accanto ad una persona che ha nel cuore il Vangelo. Questo è il primo fondamentale ingrediente, senza il quale il resto della comunicazione è vacuo.

Da qui il passaggio alle varie forme di condivisione e comunicazione del Vangelo. Abbiamo anzitutto bisogno di radicarci nel rapporto con la Parola di Dio e, attraverso questo continuo relazionarci con Gesù, saremo capaci di sviluppare quella concretezza e quello sguardo che ci permettono di essere veri propagatori del Vangelo e quindi anche di comunicare quello che facciamo attraverso la musica”.

‘Io vi conosco, vi ho visto alcune volte, recentemente, in televisione’: vi ha detto papa Leone XIV, quando lo avete incontrato ad inizio giugno. Quale effetto ha provocato in voi incontrare un papa agostiniano?

“In tutto ciò che facciamo c’è un respiro agostiniano, anche se non sempre è esplicitato – come nel singolo ‘Coraggio’, dove c’è un rimando chiaro alle ‘Confessioni’ di sant’Agostino. Il nostro cammino è permeato da questo carisma incontrato nel 2013 nel corso della nostra tournée. Dal 2014, il direttore spirituale dei The Sun è un frate agostiniano ed, anno dopo anno, abbiamo scoperto quanto questo carisma parli a noi e alla nostra storia.

In questa prospettiva, aver incontrato papa Leone XIV ad appena tre settimane dalla sua elezione, è stato un dono e un segno al contempo: dopo il concerto per il Giubileo delle Famiglie, siamo stati invitati ad andare in udienza dal Papa. Senza saperlo, siamo stati i primi musicisti ad avere avuto questo grande onore, fatto che ha reso ancor più significativo quell’avvenimento, confermando quanto l’amore di Dio raggiunga le nostre piccole storie.

Quindi puoi capire come esserci trovati al cospetto di papa Leone XIV sia stato per noi un motivo di immensa gratitudine nei confronti del Signore. I The Sun sono un ‘piccolo granello di sabbia’ nel mondo discografico mondiale, ma l’essere i primi ad incontrarlo senza nemmeno averlo chiesto, rappresenta un segno che abbiamo accolto con commozione e gratitudine. Una conferma dal cielo per il particolare cammino dei The Sun, in quanto non è per nulla facile essere testimoni di una musica libera a servizio del bene e della verità nel mondo discografico attuale, ma è bellissimo ed è ciò che rende unica l’esperienza dei The Sun.

Allora, quanto è stato importante per voi aver scoperto sant’Agostino?

“E’ stato fondamentale. Dodici anni fa abbiamo incontrato la comunità agostiniana di san Nicola da Tolentino e da lì è iniziato un sodalizio, ormai più che decennale, con un confratello, che ci guida e cammina insieme, p. Gabriele Pedicino. Attraverso lui ed altri suoi confratelli abbiamo imparato a conoscere lo spirito agostiniano dal loro atteggiamento. Come nella prima risposta, sant’Agostino si può comunicare vivendo secondo l’esempio che ci ha lasciato.

P. Gabriele ci aiuta a vivere ciò che questo padre della Chiesa ha trasmesso. Poi per chiunque cerca la verità e cerca in sé uno sguardo sempre autentico e rinnovato, l’incontro con le opere di sant’Agostino è di fondamentale importanza: egli è riuscito a descrivere cosa c’è nel cuore dell’uomo in ricerca, in un modo straordinariamente dettagliato: leggendo le sue opere, impariamo a leggere noi stessi”.

Quale è il vostro messaggio per i giovani?        

“Il nostro messaggio riguarda la vita, che è il dono più grande. Ognuno di noi è nato per una ragione unica, personale e collettiva insieme. Questa ragione è scritta nel nostro cuore ed è uno spartito unico ed irripetibile che soltanto noi possiamo scoprire attraverso l’aiuto di Dio. Nel momento in cui davvero torneremo a relazionarci con Lui con autenticità, scopriremo con autenticità le profonde bellezze e la straordinarietà di cui siamo costituiti, perché siamo parte di una grande sinfonia. Siamo strumenti di luce che chiedono solo di essere accordati, armonizzati e suonati non da altri, ma da noi stessi con Dio, per vivere nell’Amore e nella consapevolezza di questo dono straordinario, che è destinato all’eternità”.            

Infine nel mese di giugno è uscito anche il primo libro per bambini, intitolato ‘La musica del bosco’ per ‘Effatà Editrice’, che è una favola moderna che celebra la forza dell’amicizia, della musica e della diversità, attraverso un viaggio incantato nel cuore del bosco, dove i protagonisti John, un lupo bianco dai misteriosi occhi color muschio, e Ippo, un simpatico ippopotamo con il ritmo nel sangue guidano i lettori alla scoperta di un mondo, dove le particolarità di ognuno diventano armonia e la musica parla direttamente al cuore. Perché hai scritto anche questo libro per bambini?

“Da molti anni noto che nei nostri concerti c’è sempre una maggiore presenza di bambini, e non soltanto una presenza che cresce nel numero, ma soprattutto nella partecipazione attiva negli eventi. Bambini che cantano e vivono le nostre canzoni ed i valori che esse trasmettono con tantissima convinzione e con quell’adesione tipica dei ‘cuori puri’. Questa circostanza mi ha fatto riflettere sull’importanza che ha la musica nella loro crescita e mi interroga su come possiamo offrire strumenti ai bambini ed alle loro famiglie per farli crescere sviluppando una visione ampia e profonda della realtà e della vita, per poter crescere nella libertà autentica del cuore.

Così ho iniziato a sentire il desiderio di scrivere un libro per bambini che potesse essere uno strumento valido ed efficace per le famiglie e per gli educatori, da affiancare alle canzoni, un libro con dentro numerosi elementi di utilità pratica e quotidiana, soprattutto nel tempo in cui si lotta sempre più con gli schermi dei telefonini e dei play pad.

‘La musica nel bosco’ è il mio terzo libro e non è stato facile scrivere un libro per bambini dopo due best seller internazionali, che hanno caratteristiche molto diverse, perché ‘La strada del Sole’è un libro autobiografico, mentre il libro ‘I segreti della luce’ è un saggio sul combattimento spirituale. In qualche modo questo terzo libro racchiude elementi del primo e del secondo rielaborati, affinchè possano parlare contemporaneamente al cuore dei più piccoli e dei loro genitori. E’ un libro che avrei desiderato leggere da bambino e che senza dubbio mi sarebbe stato molto utile”.

(Tratto da Aci Stampa)

151.11.48.50