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Per far ‘fiorire’ l’educazione, un bosco all’interno del parco ‘Melvin Jones’ di Argenta

Don Giovanni Minzoni, don Pino Puglisi, Vittorio Pranzini, san Giovanni Bosco, don Peppe Diana, don Lorenzo Milani, Alberto Manzi, don Oreste Benzi, Maria Montessori e don Tonino Bello hanno dedicato la vita all’educazione, all’inclusione, alla legalità, all’accoglienza; ed i loro nomi, insieme a quelli di quindici altri riformatori sociali (Mariele Ventre, Piero Bartolini, Sergio Neri, Armida Barelli, Enrico Capo, Rosa e Carolina Agazzi, Nicolò Garaventa, don Mario Picchi, Antonietta Giacomelli, Andrea Canevaro, Mario Mazza, Mario Lodi, Giulio Cesare Ugellini-Kellly, Aldo Capitini, don Giorgio Basadonna), sono legati a 25 alberi piantati nel ‘Bosco dell’Educazione’ all’interno del parco ‘Melvin Jones’ di Argenta, in provincia di Ferrara, promosso dal M.A.S.C.I. insieme al Movimento ‘Laudato sì’, chiudendo le celebrazioni per il 70^ anniversario del Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani, durante le quali è stata anche donata una culla termica a Lampedusa ed avviata una falegnameria nello Zambia.

La presidente nazionale del movimento scoutistico, Vilma Marchino, ha spiegato che il bosco è stato un dono ai bambini ‘perché possano giocare in un ambiente bello’, ma anche un luogo di riflessione per i grandi che “leggendo le targhette, si interroghino su chi siano queste persone e che cosa abbiano fatto di bello nel mondo dell’educazione”.

Inoltre ha annunciato che le prossime attività del Movimento saranno articolate su quattro ‘sguardi’, quali la speranza ‘per non farsi abbattere dalle difficoltà’; l’unitarietà della persona ‘contro la frammentazione della società’; l’attenzione verso l’altro per ‘costruire relazioni’; la libertà e la responsabilità: “E’ una scelta di servizio diversa dal volontariato. E’ una dimensione più profonda, è l’attitudine a servire chi ha bisogno. Dobbiamo ricordarlo continuamente, altrimenti si rischia di fare tante cose belle dimenticando lo spirito giusto per farle”.

Per quale motivo un bosco dedicato all’educazione?

“L’occasione fornita dalla celebrazione dei 70 anni dalla fondazione del MASCI ha dato vita ad un progetto nazionale che unisce memoria, impegno e futuro. L’idea nasce dal desiderio di lasciare un segno concreto e duraturo, non una semplice celebrazione simbolica. Il bosco rappresenta la natura come luogo educativo, centrale nel metodo scout; la cura del creato e l’attenzione all’ambiente, la responsabilità civile degli adulti scout verso il territorio; un dono alle nuove generazioni, che potranno vivere il bosco come spazio di crescita, attività e riflessione. Il progetto coinvolge comunità MASCI, scuole, enti locali e cittadini, trasformando il bosco in un vero laboratorio di educazione ambientale, civica e spirituale. In questo modo il settantesimo diventa non solo un anniversario da ricordare, ma un’occasione per piantare futuro”.

Secondo quale criterio sono scelti i testimoni dell’educazione?

“Gli educatori scelti per il bosco di Argenta rispondono ai criteri di rilevanza educativa nazionale, di coerenza con i valori scout (libertà di educare, servizio, responsabilità, impegno civile, cura dei più fragili), testimonianza di vita esemplare, impatto duraturo sulla società, riconoscibilità pubblica”.

Ed il ‘primo’ albero è dedicato a don Giovanni Minzoni: per quale motivo puntava sull’educazione civile con i giovani?

“Don Giovanni Minzoni puntava sull’educazione civile dei giovani, perché la considerava l’unico antidoto reale contro la violenza, l’autoritarismo e l’omologazione culturale. Don Giovanni riteneva che solo giovani liberi, responsabili e capaci di pensiero critico potessero costruire una società giusta. Per questo difese lo scautismo e la libertà educativa anche quando ciò gli costò minacce e, nel 1923, la vita per mano di un manipolo di fascisti.

Il Bosco dell’Educazione nasce proprio ad Argenta, luogo simbolo della vita e del martirio di don Minzoni, Il primo albero è intitolato proprio a lui, riconosciuto come colui che ‘rivendicò la libertà di educare attraverso i valori dello scautismo’. In altre parole, il Bosco dell’Educazione è la continuazione vivente del suo progetto educativo: un luogo dove i valori che Minzoni difese fino al sacrificio diventano spazio, natura, memoria e futuro”.

In quale modo l’educazione può ‘disegnare nuove mappe di speranza’?

“Viviamo in un tempo in cui le trasformazioni rapide, le crisi sociali e le incertezze del futuro rendono difficile trovare punti di riferimento. Per questo educare e educarsi oggi significa disegnare nuove mappe di speranza il cui punto di partenza, la prima mappa, è riconoscere il valore dell’altro, riconoscere che l’altro esiste e ha un suo posto nel mondo. Le mappe di speranza non si costruiscono da soli, sono il frutto di una responsabilità condivisa: famiglie, scuole, comunità, istituzioni, associazioni e movimenti.

Una società che educa insieme genera futuro. Una società che delega o si ritrae, invece, lascia vuoti che diventano ferite. Infine, educare e educarsi significa costruire ponti. In un mondo che tende a dividere, l’educazione unisce: mette in dialogo generazioni, culture, saperi. Aiuta a trasformare le difficoltà in possibilità, i limiti in risorse, le differenze in ricchezza. Le nuove mappe di speranza nascono così: da relazioni che aprono, da comunità che sostengono, da adulti che testimoniano fiducia. L’educazione non cambia il mondo da sola, ma cambia le persone che cambieranno il mondo. E questo, oggi, è il gesto più concreto di speranza che possiamo offrire”.

Come si diventa artigiani della democrazia?

“Artigiani di democrazia significa diventare persone che costruiscono attivamente la democrazia, con cura, responsabilità e partecipazione quotidiana. Non è uno slogan astratto: è un invito molto concreto che ricorre sia nel discorso civile sia in quello religioso. Essere artigiani implica manualità, pazienza, creatività, precisione. Applicato alla democrazia, significa che questa non è un meccanismo automatico, ma un’opera collettiva.

Diventare artigiani di democrazia significa prendersi cura della vita pubblica come un artigiano si prende cura della sua opera: con responsabilità, creatività e dedizione quotidiana. Non è un ruolo riservato ai politici, ma un compito di tutti. Papa Francesco, ad esempio, invitava ad essere ‘artigiani di democrazia’, perché l’indifferenza è un cancro della democrazia e la partecipazione ‘va allenata’ con solidarietà e sussidiarietà”.

(Tratto da Aci Stampa)         

YouTopic Fest: a Rondine il conflitto si trasforma in conoscenza, relazione e impatto

Che cosa significa abitare l’inquietudine senza esserne travolti? E come può il conflitto, nelle sue forme personali, sociali, geopolitiche e tecnologiche, diventare occasione di cambiamento? Da queste domande si è sviluppata una delle giornate centrali di YouTopic Fest, il festival promosso da Rondine Cittadella della Pace, che ha attraversato linguaggi, generazioni e prospettive diverse: dall’intelligenza artificiale alla giustizia riparativa, dal racconto giornalistico della guerra alle imprese, dalla diplomazia alla spiritualità francescana, fino ai percorsi dei giovani della World House e del Quarto Anno Rondine.

Il filo conduttore è stato quello dell’inquietudine non come ostacolo, ma come energia da orientare. Non una parola astratta, dunque, ma una condizione concreta del nostro tempo: inquietudine davanti alle tecnologie che cambiano il modo di conoscere, davanti alle guerre che sembrano moltiplicarsi, davanti alla fragilità della democrazia internazionale, davanti alla difficoltà di educare, riparare, comprendere.

La riflessione sull’intelligenza artificiale ha aperto uno dei fronti più urgenti del presente: non solo che cosa la tecnologia può fare, ma che cosa noi decidiamo di farne. A partire da una domanda provocatoria (millantare la conoscenza o organizzare la conoscenza?) Mafe de Baggis, docente, scrittrice e Digital Media Strategist, ha richiamato il rischio di mancare ancora una volta un’occasione storica.

“L’inquietudine vera che nasce dall’arrivo delle intelligenze artificiali è quella di sprecare una nuova opportunità di migliorare il mondo dove viviamo, cosa che per esempio è già successa con l’avvento di internet. Dobbiamo imparare a utilizzarla per immaginare un mondo diverso, perché quello dove viviamo è un po’ andato a male. Il controllo però resta nelle nostre mani, il tempo liberato grazie all’utilizzo della AI deve essere restituito a noi stessi e al nostro benessere”.

La tecnologia, dunque, non come destino, ma come scelta. E’ su questo stesso terreno che si è inserito Federico Taddia, giornalista, autore televisivo e radiofonico, scrittore specializzato nella divulgazione scientifica e culturale per ragazzi. Taddia ha raccontato di aver cambiato completamente il contenuto del proprio intervento durante il tragitto dalla stazione di Arezzo alla Cittadella della Pace, dopo un dialogo con una ex studentessa del Quarto Anno Rondine:

“Ero in auto con Anna e mi ha raccontato come per lei, che ha problemi di dislessia, la AI riesca a mettere ordine negli appunti aiutandola a comprendere meglio le cose e a ricavarsi più tempo per se stessa. La vera sfida per ciascuno di noi è dunque riuscire a trasformare questo tempo liberato in bene comune”.

La riflessione si è poi spostata sull’errore, sulla sua rimozione e sulla sua potenza educativa. Irene Funghi, giornalista di Avvenire, ha ricordato che proprio ciò che l’intelligenza artificiale tende a correggere o cancellare può diventare, nella vita reale, un principio di trasformazione: “L’errore ha una grande valenza generativa, può essere il punto di partenza per qualcosa di nuovo e positivo, come avviene a Rondine, dove i giovani cercano di dare una possibilità alle ferite che si ritrovano addosso e ritrovano speranza. Indica una strada nella quale ognuno si deve mettere in gioco”.

Diletta Huyskes, ricercatrice ed esperta di etica delle tecnologie e impatto sociale dell’IA, ha infine riportato il discorso alla concretezza dei sistemi. Ha sfatato alcuni miti sull’intelligenza artificiale, ricordando che si tratta di una infrastruttura complessa e costosa, realizzata principalmente da aziende private, e che “non potrà mai avere delle emozioni vere come alcuni temono”.

La AI, ha spiegato, è ‘uno specchio di noi stessi’: ha aumentato gli standard di performance e ha reso più evidenti crisi già aperte, dalla scuola all’insegnamento, dai criteri di assegnazione dei compiti alle modalità di valutazione, fino alla selezione del personale nel mondo del lavoro.

Dalla conoscenza organizzata dalle macchine alla conoscenza custodita dalle storie, il passaggio è stato naturale. Il workshop ‘Raccontare l’inquietudine con Gabriella Simoni’ ha proposto un percorso sul valore del racconto, soprattutto quando la realtà da raccontare è ferita dalla guerra, dal dolore e dalla distruzione. Gabriella Simoni, professionista del giornalismo che ha attraversato contesti segnati da conflitti profondi, si è soffermata su un aspetto spesso sottovalutato: gli strascichi della guerra.

Ha richiamato i Balcani, Gaza, l’Irlanda del Nord, cioè luoghi in cui la violenza non finisce quando tacciono le armi, ma continua a lavorare nelle famiglie, nelle memorie, nei linguaggi, nelle comunità: “L’angoscia degli ultimi anni è la consapevolezza che pur essendoci più informazioni su ciò che accade nel mondo, la comprensione della gente di questi fatti è precipitata. Per questo urge tornare a un rapporto serio con la realtà. Dove arrivano semplificazione e strumentalizzazione politica, abbiamo finito di capire”.

E’ stato uno dei passaggi centrali della giornata di sabato scorso: in un tempo saturo di informazioni, la vera emergenza non è solo sapere di più, ma comprendere meglio. Rondine ha posto così il tema del racconto come responsabilità pubblica: non addomesticare il conflitto, non usarlo come materiale retorico, non ridurlo a slogan, ma restituirgli complessità e umanità.

La riflessione sulla pace come responsabilità concreta è arrivata al cuore dell’esperienza di Rondine con l’Angolo del Conflitto di Franco Vaccari. Spesso Rondine viene considerata ininfluente rispetto alle grandi dinamiche globali di guerra e pace. Proprio da questa obiezione è partita l’intervista condotta da Lina Palmerini, che ha portato il Metodo Rondine dentro l’arena delle domande più scomode.

Vaccari ha richiamato anzitutto il valore educativo dell’esperienza di Rondine: “L’educazione funziona su tempi lunghi, mentre l’oggi è dominato dalla velocità. Ma se non fosse più possibile pensare nel lungo periodo, allora tanto varrebbe chiudere le scuole”.

Il presidente e fondatore di Rondine ha insistito sulla necessità di andare controcorrente ‘ostinatamente’, senza assecondare la cultura del disprezzo. Anche quando si parla di identità, ha ricordato, si dimentica spesso che essa è frutto di infinite relazioni con l’altro. Rondine scommette sul passo possibile verso la pace: riconoscere il ‘nemico’ come persona, senza paura di fallire e anzi riconoscendo il valore generativo dei fallimenti:

“A noi piace la figura di san Francesco perché ha parlato con il lupo. Se non ci parliamo, lo facciamo diventare sempre più ‘lupo’. A me piace dire che un lupo sonnecchia in ognuno di noi. Per questo l’antidoto alla paura è la fiducia e non si compra al supermercato, ma nasce nelle relazioni. Nasciamo con una dotazione di base che poi viene rafforzata dall’andare avanti nei ‘nonostante’. Se si resta nelle aspettative disattese e nelle disillusioni, allora si costruisce la fiducia. Non abbiamo alcuna pretesa di salvare il mondo, ma solo di dare un piccolo contributo di valore”.

Questa stessa prospettiva è emersa nel workshop ‘La Tavola inquieta per la Pace. La ricerca del Laboratorio internazionale sul Metodo Rondine’, coordinato da Benedetta Sonaglia. Al centro, le testimonianze di Anna e Mariam, due Rondini d’Oro (russa la prima, armena la seconda) che hanno raccontato l’inquietudine che le ha spinte a scegliere Rondine e a incontrare il proprio rispettivo nemico.

Le loro testimonianze hanno attraversato tre tempi: l’inquietudine che le ha portate alla Cittadella della Pace, quella vissuta durante il percorso e quella con cui oggi lasciano Rondine per rientrare nei Paesi d’origine. Molti docenti presenti hanno riletto queste esperienze attraverso le proprie categorie disciplinari, soffermandosi in particolare sui concetti di vulnerabilità e giustizia.

Aldo Piccone, esperto e docente di Diritto Internazionale, Claudia Mazzucato, docente di diritto penale all’Università Cattolica di Milano ed esperta di giustizia riparativa, insieme a Fabrizio Lobasso, hanno ricordato la centralità di Rondine nella costruzione di un modo diverso di intendere la diplomazia: non solo trattativa tra Stati, ma lavoro profondo sulle persone, sulle memorie, sulle relazioni e sulle ferite che alimentano i conflitti.

Nel suo insieme, la giornata di YouTopic Fest ha mostrato la cifra più profonda di Rondine: non un luogo separato dal mondo, ma un laboratorio immerso nelle sue fratture. Le intelligenze artificiali, le guerre, la crisi dell’ordine internazionale, la giustizia, l’impresa, l’educazione, la spiritualità e le storie dei giovani non sono stati temi accostati tra loro, ma parti di un’unica domanda: come si resta umani dentro un tempo inquieto?

La risposta emersa da Rondine non è una formula, ma un metodo. Ascoltare prima di giudicare. Comprendere prima di semplificare. Riconoscere il nemico come persona. Trasformare il dolore in responsabilità. Fare dell’errore una possibilità. Del tempo liberato un bene comune. Della memoria non una prigione, ma una radice.

E’ così che l’inquietudine, alla Cittadella della Pace, smette di essere soltanto paura. Diventa movimento. Diventa parola. Diventa relazione. Diventa impatto. Diventa, soprattutto, una forma concreta di pace.

(Foto: Rondine – Cittadella della Pace)

Torino, quasi 1.000.000 di euro per la prossimità che diventa relazione

Il Bilancio Sociale 2025 della ODV Società di San Vincenzo De Paoli Consiglio Centrale di Torino non è una semplice rendicontazione di cifre, ma il racconto di una missione che si fa vicinanza, accoglienza e speranza. Tra le pieghe del documento emergono storie di vita vissuta, di vicinanza e di difficoltà superate. Con un investimento di € 962.425 trasformati in gesti concreti e 6.756 persone incontrate, l’Associazione testimonia che la prossimità non è un’erogazione di servizi, ma un incontro.

«Il Consiglio Centrale di Torino offre un esempio concreto di ciò che significa coniugare identità vincenziana, prossimità e capacità di leggere i bisogni reali delle persone», afferma Paola Da Ros, Presidente della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV.

«Un impegno che descrive – come sottolinea il Presidente del Consiglio Centrale di Torino Rodrigo Sardi – Una comunità che non si arrende e che continua a credere nella forza della carità», puntando su relazione, accompagnamento e prevenzione.  Secondo Federico Violo, Coordinatore Interregionale Piemonte e Valle d’Aosta, la sfida oggi è: «Intercettare e prevenire le nuove forme di disagio».

Mentre il mondo dell’assistenza attende spesso che sia il povero a bussare, i volontari della Società di San Vincenzo De Paoli scelgono di invertire la rotta: scelgono di farsi prossimi, di uscire, di entrare nelle case. La Visita al domicilio, pratica identitaria fin dalla fondazione dell’Associazione nel 1833, resta il cuore pulsante di questa missione.

Varcare quella soglia significa innanzitutto offrire un dono di sé: non si portano solo risposte materiali, ma ascolto, consiglio e quel calore morale che spesso manca più del pane. Attraverso appuntamenti costanti — settimanali o quindicinali — la visita trasforma un “utente” in una persona e il bisogno in una relazione di fiducia. È solo dentro questo legame profondo che l’aiuto materiale (il pagamento di un affitto, la bolletta, il pacco viveri) smette di essere un fine e diventa un mezzo: una mano tesa per innescare una scintilla di cambiamento e autonomia.

Come ricorda il consigliere spirituale Padre Erminio Antonello (Congregazione della Missione): «La carità deve nutrirsi di vita nello Spirito per riconoscere negli altri non solo un bisogno, ma un volto, una storia, un fratello».

Il percorso verso il riscatto sociale passa attraverso l’istruzione. Per questo la Società di San Vincenzo De Paoli ha intensificato gli sforzi per sostenere il futuro dei più giovani. Nel 2025, grazie a 727 ore di doposcuola e alla distribuzione di corredo scolastico per 300 bambini, si è cercato di spezzare il circolo vizioso dell’emarginazione. Una gioia grande arriva anche dall’Università: il sostegno a 23 studenti meritevoli ha portato a 4 nuove lauree in discipline come Ingegneria e Legge. Sostenere lo studio significa credere che le fragilità di oggi non debbano diventare l’esclusione di domani.

Allo stesso modo, la Commissione Lavoro, nata nel Consiglio Centrale di Torino, agisce per restituire la dignità che solo l’occupazione può dare. Nel 2025 sono stati seguiti 29 percorsi personalizzati, portando a 8 assunzioni e 3 tirocini, curando non solo il curriculum, ma la ferita dell’autostima che spesso colpisce chi, superati i 50 anni, si sente rifiutato dal mondo produttivo.

Nell’emporio solidale ‘Abito’, la prossimità si fa accoglienza premurosa. Non una distribuzione passiva, ma un vero negozio dove le persone possono scegliere i propri vestiti tra relle e manichini, preservando la propria dignità. Qui sono stati donati 45.000 capi e, attraverso la campagna ‘Non lasciateci in mutande’, oltre 7.300 capi nuovi di biancheria intima. Ma Abito è anche un luogo di educazione: qui 5 studenti hanno trasformato sanzioni scolastiche in percorsi di crescita, scoprendo il valore del servizio agli altri.

Accanto a loro, la nuova Conferenza ‘Sant’Omobono’, nata nel dicembre 2025 proprio dentro l’emporio. La nuova realtà nasce per dare una forma strutturata all’aiuto, permettendo ai volontari di prendersi cura della persona a 360 gradi, integrando il servizio di vestiario con un supporto umano costante.

Un impegno innovativo del 2025 è stato il contrasto alla povertà energetica. Grazie alla collaborazione con la Fondazione Banco dell’Energia, la Società di San Vincenzo De Paoli non si è limitata a pagare le bollette, ma ha attuato un vero efficientamento domestico. Ciò ha significato analizzare i consumi delle famiglie e sostituire 126 elettrodomestici vecchi ed ‘energivori’ (come frigoriferi e lavatrici obsoleti) con modelli moderni a basso consumo. Questo intervento riduce stabilmente il costo delle bollette e insegna un uso consapevole delle risorse, trasformando un aiuto d’emergenza in un risparmio che dura nel tempo.

Dalla lotta alla povertà energetica, alla gestione di Casa Arietti a Candiolo, dove il social housing diventa condivisione, la Società di San Vincenzo De Paoli non lascia nessuno indietro. La missione dell’Associazione raggiunge persino il silenzio dei 58 monasteri di clausura sostenuti in tutta Italia dalla Conferenza San Pio X: un legame di preghiera e aiuto che unisce il trambusto della città alla pace delle grate.

Con 906 volontari e una storia iniziata nel 1850, il Consiglio Centrale di Torino continua a camminare accanto all’uomo attraverso una prossimità che non si arrende, cercando di rimuovere le cause della povertà per restituire a ogni persona la sua piena dignità.

Il Professor Domenico Simeone: ‘L’educazione cura’

“So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura, ma solo e unicamente con coraggio. Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché.

Come non lo sapranno i suoi genitori. Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande”.

Abbiamo selezionato questa parte della lettera scritta dalla prof.ssa Chiara Mocchi, dopo essere stata accoltellata da uno studente di 13 anni nei corridoi di una scuola a Trescore, per comprendere meglio il valore dell’educazione e lo facciamo con il prof. Domenico Simeone, preside della facoltà di Scienze della Formazione, docente di Pedagogia generale e sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e direttore dell’Osservatorio per l’educazione e la cooperazione internazionale: “Di fronte alle sfide del futuro l’educazione si presenta come il dono più prezioso che le generazioni che sono più avanti negli anni possono offrire alle giovani generazioni, mettendo a loro disposizione sia le mappe per muoversi in un mondo complesso sia gli strumenti per orientarsi e per trovare nuovi itinerari e per aprire nuovi percorsi.

Ci troviamo per la prima volta di fronte alla compresenza di tre, a volte di quattro, generazioni nello stesso nucleo familiare, ma se nella famiglia patriarcale le generazioni più anziane godevano di una considerazione particolare, che derivava dal riconoscimento della loro funzione di depositarie dell’esperienza e della tradizione culturale. Nella società odierna tale riconoscimento è perlomeno ambiguo. Gli anziani sembrano spiazzati in una società in rapido mutamento e che richiede nuove competenze. Il rischio è che aumenti l’incomunicabilità intergenerazionale. Così facendo si perde un immenso patrimonio di sapere sulla vita”.

Per quale motivo l’educazione è una relazione verso l’altro che porta in alto?

“Attraverso l’educazione possiamo trasformarci e trasformare. Possiamo affinare la nostra umanità ed un’umanità piena che va alla radice della sua essenza non può essere che un’umanità rivolta verso l’altro e verso l’alto”.

Quindi l’educazione è curativa: in quale modo prendersi cura dell’altro?

“Per prendersi cura dell’altro è necessario essere fedeli a quella promessa che nasce dall’incontro con l’altro, perché quando incontriamo un’altra persona ci rendiamo conto dei suoi bisogni e possiamo decidere di spenderci a favore dell’altro, mettendo le nostre competenze al servizio dell’altro. La relazione educativa è sempre reciproca; quindi mentre ci prendiamo cura dell’altro abbiamo la possibilità anche di conoscerci meglio e di prenderci cura anche di noi stessi”.

Perciò potere ed autonomia non sono in contrapposizione?

“Assolutamente no, se mettiamo il potere che abbiamo al servizio della crescita dell’altro; se lo mettiamo nella relazione, perché l’altro se ne avvantaggi e possa diventare sempre più autonomo e meno dipendente da noi. Credo che alla fine il compito fondamentale di ogni educatore sia quello di lasciare il posto all’altro”.

Quali punti di forza ritiene importanti per un’alleanza efficace tra scuola e famiglia?

“Ritengo importante: avere obiettivi educativi condivisi tra scuola e famiglia per aiutare i ragazzi a crescere e sviluppare le competenze proprie dell’età, ed avere la consapevolezza della propria interdipendenza: per costruire una comunità che educa. La scuola ha bisogno della famiglia e la famiglia ha bisogno della scuola”.

In quale modo il ruolo del docente può accompagnare la famiglia nella sua responsabilità genitoriale?

“Il docente, per il ruolo che ricopre e per le competenze che ha, ma anche per il punto di osservazione di cui beneficia, può aiutare i genitori a prendere consapevolezza del proprio ruolo educativo e può fare in modo che ogni genitore metta in gioco le proprie competenze e le proprie capacità. Nei momenti di difficoltà può essere d’aiuto sostenendo i genitori e accompagnandoli, creando un’alleanza tra adulti che condividono una corresponsabilità educativa”.

Quindi il Patto educativo della Chiesa va in questa direzione?

“Il Patto educativo globale lanciato da papa Francesco e ripreso da papa Leone XIV va nella direzione di mettere a disposizione le migliori risorse ed energie per mettere al centro la persona, in modo che possa sviluppare al meglio i propri talenti, perché anche questi possano essere al sevizio della comunità”.

Papa Leone XIV ha scritto la lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’:quale rapporto l’educazione può avere un rapporto con questi nuovi mezzi di comunicazione?

“Papa Leone XIV parla della necessità di umanizzare il mondo della tecnologia. Credo che non dobbiamo avere paura del nuovo che sta emergendo; quindi non dobbiamo essere tecnofobi, ma non dobbiamo essere nemmeno dei tecnofili. Dobbiamo stare in mezzo a questo spazio fra chi ha paura e chi invece vede nella tecnologia una soluzione a tutti i problemi. Noi dobbiamo abitare questo mondo contemporaneo con intelligenza e sapere usare i new media correttamente ed al servizio della piena umanizzazione della persona e non per strumentalizzare l’altro”.   

(Tratto da Aci Stampa)

La relazione che trasforma

“Siamo sempre in cerca del nostro tesoro nascosto, di ciò che è in grado di ridonare significato alla nostra vita, anche quando non ne siamo pienamente consapevoli… La parabola del tesoro nascosto riassume molto ben lo stato in cui si trova l’essere umano. Spiega come è insito nel cuore un desiderio vitale, comune a tutti. Questo desiderio profondo è spesso celato da desideri effimeri, che non appagano: l’uomo è alla ricerca spasmodica di senso”: così scrive nell’introduzione del suo libro ‘Una relazione che trasforma. Testimonianza e realtà nel cammino con Dio’, l’autrice Maria Chiara Ursino, educatrice professionale con un master in ‘Criminologia applicata’ e ‘Psicologia giuridica’ ed un corso di formazione in ‘Abilità di counseling’.

Infatti nella prefazione mons. Carmelo Pellegrino, docente alla Pontificia Università Gregoriana, ha scritto: “Nessuno sa dove conduce la propria Via Crucis. Bisogna fidarsi e accettarla; ma quando l’accetti, la croce ti parla. Nell’ebraico biblico, ‘parola’ e ‘fatto’ si esprimono con lo stesso termine: dabar. Per chi è credente, ogni fatto può esprimere la parola di Dio. Attraverso i nostri misteri dolorosi, Gesù ci parla di Vita. E’ necessario lasciarlo parlare, come fanno quei personaggi singolari e così simili a noi che sono proprio i santi…

La nostra Autrice vive un’esperienza analoga. A causa di un parto difficile grazie al quale riesce a vedere la luce, rischia comunque di morire o di rimanere un vegetale. Invece è viva e profondamente umana, pur destinata a osservare il mondo da seduta. Dall’alto del Calvario o dal basso di una sedia a rotelle, la vita appare diversa… Con il Crocifisso, il suo limite diventa opportunità: questa ragazza in gamba ha gambe stanche, ma cammina col cuore, come diceva san Giovanni Paolo II”.

A lei chiediamo di spiegarci il titolo di questo suo libro:“Per rispondere a questa domanda lo faccio prendendo spunto dalla prefazione di mons. Carmelo Pellegrino. ‘Questa seconda pubblicazione di Maria Chiara Ursino è in continuità con la prima. Dopo averci donato la propria storia di salvezza, ora l’Autrice ci accompagna nella sapienza della croce’. Dunque il titolo spiega il contenuto del libro stesso”.

Quale è la relazione che trasforma?

“L’essere umano è un animale sociale, il che vuol dire che è nato per essere in relazione con il mondo circostante. Oggi però è sempre più difficile instaurare relazioni autentiche  poiché sono molti i meccanismi che ne influenzano l’inizio e il proseguimento. Questo accade perché in ogni rapporto affettivo è necessaria la conoscenza. la conoscenza di Dio cambia lo sguardo sul mondo. L’uomo è stato creato da Dio per avere una conoscenza piena di Lui. La conoscenza di Dio avviene accogliendo Gesù Cristo e Cristo Crocifisso nella vita di fede e nella vita di tutti i giorni.  La vicinanza di Gesù nella vita di ogni uomo si percepisce solo entrando in relazione con Lui. Uno strumento per iniziare a farlo è la preghiera. Essa è la forma concreta per essere in relazione con Lui”.

Perchè ‘Il vero dramma… non è la disabilità in sé e per sé, ma il fantasma che tale condizione genera nel vissuto e nella mente di chi disabile non è’?

“Il vero ostacolo per le persone con disabilità non è la loro condizione fisica, ma l’impatto psicologico che essa produce sugli altri. La sfida più complessa non è superare un limite funzionale, ma abbattere quella barriera culturale che impedisce alla collettività di guardare oltre l’apparenza e riconoscere la persona nella sua interezza”.

In quale modo la disabilità può diventare opportunità?

“Oltre la disabilità batte il cuore di una persona, la cui unicità è un dono per il mondo. Quando impariamo ad accettare questa condizione come un modo diverso, ma non limitante, di abitare la vita, trasformiamo la fragilità in una straordinaria occasione di crescita e condivisione”.

E’ possibile sperimentare la resurrezione?

“Certo, la resurrezione si può sperimentare nella nostra quotidianità nella misura in cui non ci facciamo schiacciare delle prove che la vita ci riserva ma per Grazia di Dio e per la fede ci lasciamo interrogare da ciò che viviamo avendo consapevolezza che Dio ci parla anche attraverso gli eventi negativi che permette nella nostra vita, In quest’ottica nessun pezzo della nostra esistenza va cancellato ma accolto come dono e come occasione di cambiamento. Con Dio nulla è perso e tutto ha un senso. Il Signore è la Luce del mondo che illumina anche la notte più buia”.

(Tratto da Aci Stampa)

Primo maggio, il lavoro chiama la pace

“In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova. L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa. In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere con nuovi prodotti e servizi la biodiversità civile ed economica della Terra”: così inizia il messaggio dei vescovi italiani in occasione della festa del lavoro, intitolato ‘Il lavoro e l’edificazione della pace’.

Nell’analisi del messaggio i vescovi sottolineano che oggi il lavoro è usato per ‘distruggere’ l’umanità: “Il lavoro in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa ‘grammatica della società’, soffre di problemi che si aggiungono ad altri: preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, e su quello delle aziende. Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. Non è una novità nella storia dell’umanità. Ancora oggi, l’intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di pace”.

Partendo da queste constatazioni dei vescovi italiani abbiamo chiesto al presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia, di raccontarci in quale modo il lavoro chiama la pace: “Il lavoro chiama la pace perché è il primo luogo in cui si misura la dignità delle persone. Non è un tema teorico: è la vita quotidiana di milioni di uomini e donne. Sono convinto che non ci sia pace senza lavoro, né lavoro senza pace.

Quando il lavoro è dignitoso, stabile, giusto, costruisce relazioni, crea fiducia, tiene insieme la società. Quando invece è povero, precario, insufficiente, genera frustrazione e conflitto. La pace non è solo l’assenza della guerra: è giustizia sociale, è possibilità per tutti di vivere del proprio lavoro, è non dover scegliere tra lavorare e restare poveri. È lì che si gioca davvero la pace”.

Perché il lavoro è la ‘grammatica’ della società?
“Perché è il modo con cui una comunità si organizza e si racconta. Dentro il lavoro ci sono i diritti, i doveri, le opportunità, le disuguaglianze. E’ il linguaggio che tiene insieme tutto il resto. Se questa grammatica si rompe, si rompe anche la società. Oggi vediamo che il lavoro pesa meno rispetto alle rendite e alla finanza, e questo crea diseguaglianze profonde. Quando chi lavora non riesce a vivere dignitosamente, non è solo un problema economico: è un problema di democrazia. Per questo dico che il lavoro non è una voce tra le altre: è il fondamento su cui si regge la convivenza”.

Sempre nel messaggio i vescovi sottolineano: ‘Constatiamo inoltre che il lavoro che è al servizio di obiettivi bellici investe ingenti risorse economiche sottraendole ad altre finalità, come ha sottolineato papa Leone XIV nel Messaggio per Giornata mondiale della pace del 2026, ricordando che le spese militari hanno raggiunto il 2,5% del PIL mondiale’, con un richiamo alla nota ‘Educare ad una pace disarmata e disarmante’. In quale modo cambiare un’economia di guerra?

“Cambiare un’economia di guerra significa cambiare le priorità. Non possiamo pensare di costruire sicurezza investendo sempre di più sulle armi. La vera sicurezza sta nel lavoro, nel welfare, nella coesione sociale. Dobbiamo rimettere al centro la giustizia sociale: una fiscalità più equa, che colpisca le rendite speculative e non il lavoro; investimenti pubblici su sanità, istruzione, occupazione; salari dignitosi. Serve anche un’assunzione di responsabilità collettiva: imprese, sindacati, istituzioni devono sedersi insieme e affrontare le questioni strutturali del Paese . Un’economia di pace è un’economia che riduce le disuguaglianze e costruisce futuro”.

Pace, lavoro e dignità sono messe a dura prova dal peso delle disuguaglianze con un aumento del divario tra ricchi e poveri, tutelati e precari. In quale modo le ACLI orientano il lavoro alla pace?
“Partendo dalla vita concreta delle persone. Non facciamo discorsi astratti: stiamo nei territori, nei luoghi del lavoro, nelle comunità. La Carovana della Pace, che si è conclusa a dicembre al Parlamento Europeo di Strasburgo dopo tre mesi di viaggio attraverso l’Italia, non è stata un gesto simbolico, ma una scelta culturale e politica: portare i temi della pace, della dignità e del lavoro dentro la quotidianità.

Abbiamo percorso 78 tappe, ascoltato testimoni,  istituzioni civiche e religiose, abbiamo raccolto la testimonianza di una rete di persone e realtà che non si arrendono alla logica della paura o dell’indifferenza, ma custodiscono e alimentano un futuro possibile. Ogni servizio che facciamo, ogni progetto, ogni proposta è pensata come un segno di pace: cura, attenzione, accompagnamento. Per noi la pace non è uno slogan, è uno stile di azione. Significa costruire relazioni, ridurre le disuguaglianze, dare strumenti alle persone, puntando anche sulla formazione e sull’orientamento. Perché la pace si costruisce dal basso, dentro le condizioni reali di vita e di lavoro”.

(Tratto da Aci Stampa)

Cei: la tutela delle persone passa attraverso la formazione

“Il tema ‘Generare relazioni autentiche’ orienta verso un compito essenziale delle comunità cristiane. Infatti, quando ogni persona viene riconosciuta nella sua dignità e custodita nella sua libertà, le parrocchie, le associazioni, i movimenti sono affidabili, capaci di accompagnare, educare e proteggere; dove invece il rispetto viene meno, la relazione si impoverisce, si deforma e può causare gravi ferite”: con queste parole del messaggio di papa Leone XIV si era aperto nei giorni scorsi e concluso oggi a Roma il secondo incontro nazionale dei referenti territoriali dei Servizi per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, dal titolo ‘Rispetto. Generare relazioni autentiche’.

Nel messaggio il papa ha insistito sul rispetto come forma di carità: “Nella visione cristiana, il rispetto non è soltanto correttezza: è una forma esigente della carità, che si esprime nel custodire l’altro senza appropriarsene, nell’accompagnarlo senza dominarlo, nel servirlo senza umiliarlo. Da questa radice cresce la possibilità di relazioni limpide, mature e sicure”.

Ma il rispetto ha bisogno di formazione: “Per questo, la tutela non può essere intesa solo come un insieme di norme da applicare o di procedure da osservare: essa chiede una sapienza che investe lo stile delle comunità, il modo di esercitare l’autorità, la formazione degli educatori, la vigilanza sui contesti, la trasparenza dei comportamenti.

La presenza dei più piccoli e dei più vulnerabili interpella la coscienza della Chiesa e misura la sua capacità di esprimere una cura autentica, cioè di proteggere, di ascoltare, di prevenire, di non lasciare nessuno solo. Anche per questo l’opera di chi promuove formazione, discernimento, coordinamento e buone prassi rappresenta un contributo prezioso alla maturazione di comunità più accoglienti e consapevoli”.

Rispetto e formazione soprattutto verso chi ha subito abusi: “Un’attenzione speciale va riservata alle persone che hanno subito abusi: le loro ferite domandano prossimità sincera, ascolto umile, perseveranza nel cercare ciò che è giusto e possibile per riparare. Una comunità cristiana vive la conversione evangelica quando non si difende dal dolore di chi ha sofferto, ma se ne lascia interrogare; quando non minimizza il male, ma lo riconosce; quando non si chiude nella paura dello scandalo, ma accetta di percorrere strade esigenti di verità, di giustizia e di guarigione”.

Aprendo i lavori seminariali l’arcivescovo di Cagliari, mons. Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI, nella prolusione ha ripercorso il cammino compiuto dalla Chiesa in Italia, soffermandosi in particolare sulla ‘nuova visione’ e sulle nuove dinamiche introdotte dalle Linee guida, che hanno ridefinito e rilanciato l’impegno della Chiesa nel creare ambienti sicuri e promuovere una cultura della prevenzione e della tutela: “Il valore dei principi guida consiste nell’indicare criteri generali e obiettivi programmatici dotati per loro natura di una forza di espansione, in grado di coinvolgere azioni e persone, e di indicare limiti che non è lecito oltrepassare”.

Per questo la Chiesa ha proposto una direttiva per combattere il fenomeno degli abusi: “In questi anni la volontà della suprema autorità di assumere con decisione e in modo diretto la lotta contro gli abusi sessuali di chierici nei confronti dei minori ha avuto l’effetto di accrescere il peso e lo spazio dell’intervento penale nella Chiesa, sia in termini di procedura che di normativa… Anche l’intervento penale della Chiesa deve sapersi concepire come percorso severo e puntuale di accertamento della verità e di punizione del reo, all’interno di un più ampio cammino penitenziale di rinnovamento e conversione”.

Come indicato dalle Linee guida, la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili riguarda la comunità ecclesiale, iniziando dal ruolo del vescovo, che “deve essere collocato in un quadro più ampio e articolato, nel quale è tutta la comunità dei chierici e dei fedeli laici a dover essere coinvolta nell’impegno a fronteggiare la tale ferita”. In quest’ottica, i Servizi regionali e diocesani, ormai presenti in tutte le Diocesi, “sono chiamati non a sostituire gli Ordinari nelle loro responsabilità, ma a supportarli attraverso competenze e professionalità educative, mediche, psicologiche, canonistiche, giuridiche, pastorali e di comunicazione”, contribuendo, in sinergia con il Servizio Nazionale per la tutela dei minori, “a diffondere una cultura della prevenzione, fornire strumenti di informazione, formazione e protocolli procedurali”.

Per quanto riguarda la cura della relazione la dott.ssa Chiara Griffini, presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori, ha sottolineato che “la competenza relazionale, rappresenta la prima e fondamentale forma di prevenzione rispetto a ogni tipologia di abuso”, sottolineando che “il Safeguarding non può restare un ambito specialistico, separato o delegato a pochi, ma è chiamato a diventare parte dell’ethos quotidiano delle nostre comunità cristiane, una missione comunitaria permanente, dimensione strutturale e ordinaria della vita ecclesiale…

La formazione deve aprire a spazi di tutela permanente, nei quali la verifica continua di quanto attuato consenta un miglioramento progressivo”. Infine, sono fondamentali ‘l’ascolto e la cura’ delle vittime e dei sopravvissuti: “Il mandato affidatoci è quello di essere mani tese, capaci di reggere il peso della sofferenza e di indicare cammini di verità e di giustizia che riaprano il futuro”.

Ancora più complessa è la situazione quando si parla di vulnerabilità delle persone con disabilità, come ha sottolineato suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale delle persone disabili: “Mi sono trovata in tribunale con persone disabili intellettive che avevano subito abusi – ha detto– ma chi crede che una persona disabile, che magari non può parlare, abbia subito un abuso?”.

Suor Donatello ha ripetuto molte volte la parola ‘rispetto’, che è legata all’ ‘ascolto’ profondo, ed alla ‘formazione di caregiver, operatori e familiari» che devono saper «cogliere i segnali non verbali’. Sempre più importante è anche formare ad una ‘affettività e sessualità sana’, che aiuta a prevenire situazioni di vulnerabilità.

Inoltre don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, ha specificato il compito delle diocesi: “E’ compito delle diocesi fare di tutto per reintegrare nella società chi esce dal carcere. Molti si ritrovano fuori da un tessuto sociale, e ricadono nelle stesse situazioni di vulnerabilità”.

Mons. Luis Manuel Alí Herrera, segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha sottolineato che il rispetto è un atto di giustizia: ““Il rispetto della vulnerabilità non è un’operazione di classificazione giuridica né un esercizio accademico. È un atto di giustizia e, insieme, di profonda umanità”. Lo ha ricordato Mons. Luis Manuel Alí Herrera, Segretario della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, intervenendo al 2° Incontro nazionale dei referenti dei Servizi territoriali per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili in corso a Roma sul tema “Rispetto. Generare relazioni autentiche”.

“Non si tratta soltanto di applicare norme o di individuare categorie da proteggere, ma di riconoscere che la tutela è essa stessa annuncio del Vangelo. Ogni persona ferita sul ciglio della strada ci interpella, e la nostra risposta come Chiesa definisce chi siamo… Non è una sfumatura retorica. E’ un cambiamento di prospettiva: il focus si sposta dalla persona (chi è vulnerabile) alla situazione (quando e come qualcuno diventa vulnerabile)”.

(Foto: Cei)

Uno sguardo nuovo sulla disabilità anche grazie alle parrocchie

“Il progetto di vita è un cambiamento culturale che non è ancora ‘passato’, resta una sfida. E per costruirlo, significa che c’è qualcuno accanto a te”: don Gianluca Marchetti, sottosegretario della Conferenza episcopale italiana (Cei), ha riassunto così la svolta che la riforma delle politiche sulla disabilità vuole promuovere, nella giornata conclusiva del 5° convegno nazionale ‘Noi: comunità e progetto di vita’ svoltosi a Bergamo fino a sabato 21 marzo ed organizzato dal Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità della Cei, la cui responsabile, suor Veronica Amata Donatello, ha ricordato la necessità che ‘società civile e mondo ecclesiale lavorino insieme per costruire un noi’.

Il meeting di Bergamo era iniziato a Sotto il Monte, nei luoghi di papa san Giovanni XXIII ed ha unito rappresentanti della Chiesa, della società civile, delle istituzioni sotto la bandiera del ‘Noi’, non in contrapposizione a loro o al voi, ma tutti, come un’unica famiglia che cammina insieme e di cui insieme siamo responsabili, come ha detto nell’introduzione al convegno, suor Veronica Donatello: “Quindi il nostro obiettivo è fare rete, creare una cultura, una mentalità e soprattutto uno stile ed una postura che abbiano il senso del noi. Quando tu appartieni alla comunità, non è solo perché risiedi in un luogo e condividi quel luogo, ma è perché ne fai parte, lo abiti come persona e vieni riconosciuto in quanto persona, a prescindere dai limiti o dalle disabilità acquisite oppure congenite. Inoltre vogliamo ribadire che ogni persona con disabilità può essere artefice del proprio presente e del proprio futuro”.

Dopo la visita ai luoghi di papa san Giovanni XXIII, ‘uomo coraggioso, uomo di pace e di speranza e grande visionario’, il convegno si è aperto con un momento di spiritualità a cui hanno partecipato testimoni di altre religioni e l’Ufficio CEI per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso: “Il tema dell’inclusione è un tema che è nell’agenda di tutte le religioni, un tema che si vive sul piano dell’ecumenismo, come la pace, come la cura per il creato e che vede un impegno comune ma questa è la prima volta che noi viviamo un confronto anche con rappresentanti di altre fedi per aiutarci a cambiare punto di vista, percezione, incontrare gli altri, senza paura e senza barriere. Pensiamo che l’apporto dell’ecumenismo sia fondamentale per capire la disabilità”.

Mentre  nella ‘lectio magistralis’ il biblista Luciano Manicardi, monaco della Comunità di Bose, ha esortato ad un cambio di prospettiva: “Un cambiamento di sguardo è forse necessario anche sul piano pastorale nell’accostamento alle persone con disabilità. Spesso il discorso circa la sofferenza

umana, e la disabilità in particolare, necessita, anche nei più generosi ambienti cristiani, di essere evangelizzato… Si tratta di accettare di vedere, ascoltare e incontrare il volto della persona con disabilità (penso in particolare a chi ha disabilità psichiche) rivelandogli il suo valore, la sua importanza, la sua dignità. Per i cristiani occorre liberarsi dallo sguardo mondano e intriso di pregiudizi che a volte ancora li abita, ed assumere lo sguardo di Dio su questi suoi figli e sue creature. Lo sguardo che è stato quello di Gesù come espresso nelle narrazioni evangeliche di incontri con sofferenti”.

Per suor Veronica Donatello la sfida che attende la Chiesa è quella della disabilità: “Ormai l’Italia ha tanti volti ed è necessario pensare la sfida dell’evangelizzazione non per le persone con disabilità, ma con loro. Ci sono tante famiglie che hanno a che fare con anziani o bambini disabili e che nei nostri contesti potrebbero essere luogo di grande testimonianza ed evangelizzazione. La cosa bella del convegno è che abbiamo avuto più di 53 persone con disabilità presenti e moltissimi di loro sono attivi in ambito civile, religioso, politico. Ognuno ha un talento, ognuno ha un dono che può contribuire a costruire comunità. Però solo se guardiamo loro in un’ottica di progettualità e non solamente del prendersi cura, del mangiare, del bere, del dormire, dell’iniziazione cristiana, si può generare questo processo del ‘noi’, di appartenenza. Con nuove vie di evangelizzazione i nostri contesti di vita potrebbero veramente essere quella profezia di fraternità di cui c’è sete, c’è bisogno, tutti, nessuno escluso!”.

In quale modo ci si può relazionare con le persone disabili che frequentano le parrocchie?

“Sicuramente il primo di relazionarsi con le persone disabili è quello di conoscere la persona oltre la diagnosi, perché ognuno può avere un limite; però nessuno è il suo limite; quindi non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Conoscere Marco, che ha la sindrome di down, oppure Francesco, che ha un disturbo di apprendimento. Sicuramente la conoscenza aiuta ad avere un approccio più ‘empatico’ con il ragazzo o la ragazza, permettendo una migliore inclusione nella vita comunitaria. Secondo occorre superare il pregiudizio religioso specialmente se le disabilità sono complesse a volte nella Chiesa non investiamo nelle loro potenzialità attraverso l’affermazione ‘Va bene, ma cosa capisce! E’ un angelo, non ha fatto nulla’.

Invece dobbiamo capire che tutti siamo uomini e donne in cammino e che desideriamo non solo partecipare, ma appartenere a Qualcuno. Penso che la sfida più grande sia quella di un educatore che appartenga veramente ad una comunità cristiana. Terzo aspetto riguarda la conoscenza della famiglia che ha un disabile, facendosi raccontare il suo vissuto, le sue relazioni con il mondo, perché molte volte le famiglie non possono permettersi di uscire di casa e di partecipare ad incontri od a momenti conviviali, in quanto non c’è nessuno che possa offrire un’accoglienza giusta”.

In parrocchia in quale modo è possibile approcciarsi all’altro?

“Innanzitutto è necessario conoscere l’altro e capire da lui le sue esigenze ed i suoi desideri; contemporaneamente preparare la comunità all’accoglienza attraverso anche la creazione di un setting corretto per lui con strumenti compensativi in sinergia: da un lato ci sono Francesco, Marco, Lucia e dall’altro lato ci sono il parroco, i catechisti, l’Azione Cattolica, in modo che compiuto il cammino possa partecipare alla messa domenicale. Però non dobbiamo fissarci solo sullo strumento, che è una possibilità dataci; ma c’è anche il contesto della risorsa ‘compagni’ e ‘comunità’, che sono molto più grandi dello strumento”.

 Quindi è necessario un approccio generativo?

“Certo! Rimane la sfida di una generatività di una comunità cristiana: una comunità cristiana si deve preparare ad accogliere tutti. Però quando accogli un figlio in famiglia devi fare spazio ad altro. Devi convertirti, cioè cambiare prospettiva. La sfida è culturale: non dobbiamo modificare solo lo scivolo od abbattere solo fisicamente la barriera architettonica, ma ripensare ad un nuovo modo di relazione”.

Allora in quale modo relazionarsi con l’altro?

“Imparare a conoscere l’altro come si conosce una persona comprendendo il suo linguaggio, il suo stile ed i suoi desideri di conoscere, attraverso domande, dicendo che non si conoscono tutti gli strumenti necessari. In questo modo impariamo a scoprire anche i nostri limiti e l’altro ci può aiutare”.

A questo punto è necessario un cambio di prospettiva?

“E’ necessario, sennò rischiamo di avere un approccio ‘vecchio’, fuori dal mondo. E’ chiaro che siamo in un’epoca nuova e le persone con disabilità hanno una visione diversa dalla nostra”.

Come potrebbe aiutare l’Intelligenza Artificiale?

“L’Intelligenza Artificiale aiuta molto, ma non supplisce la relazione. Dobbiamo renderci conto che l’Intelligenza Artificiale è uno strumento, come lo sono tanti strumenti, che facilitano la partecipazione, ma non sostituisce la relazione e la bellezza di vivere in una comunità”.

Come ‘creare’ una parrocchia ‘accessibile’?

“La Chiesa in Italia già lavora da 30 anni sul tema della partecipazione delle persone con disabilità alla vita liturgica, alla vita sacramentale. E’ una sfida perché, mi viene da dire, a volte è ancora lasciata alla sensibilità individuale. Però devo riconoscere che negli ultimi anni, grazie anche alla coscienza che le stesse persone con disabilità hanno di essere battezzate, sono loro stesse ormai che anche dentro le chiese, dentro le diocesi chiedono non solo diritti, ma l’appartenenza, che è una parola più bella, più piena, più vera. Allora, si cresce perché dall’io al noi si passa attraverso un tu.

Aggiungo che anche il cammino sinodale per molte diocesi è stata una sfida per conoscere il tu dell’altro, oltre alla propria ‘diagnosi’, oltre alla propria realtà. Stiamo lavorando su questo: qualche realtà ha già fatto tanti passi in avanti, ha già messo in atto tantissimi progetti. Ecco, stiamo realizzando piccoli passi possibili. Altre diocesi hanno colto la possibilità del Giubileo … Quando si passa al noi, quando ci si permette di conoscere l’altro, perché altrimenti si fanno solo piani di accessibilità, e non è il criterio del Vangelo.

Per il Vangelo il criterio è l’appartenenza, cioè il ‘fare parte di’. E, come dico sempre, questo sarà vero quando ad una messa ci accorgeremo degli altri, diremo: ‘Ma come mai Marco non viene?’ per dire di uno ragazzo con lo spettro autistico. Oppure ‘come mai Giorgio, che aveva avuto un incidente grave, non è venuto a Messa?’ Ecco, questo è l’appartenere: quando ti rendi conto che a tavola non sono seduti tutti assieme a te”.

(Foto: Santa Sede)

Commissione Teologica: la relazione è il futuro dell’umanità

“La recente accelerazione dello sviluppo tecnologico e i progressi della scienza hanno riattivato lo stupore di fronte alle grandi potenzialità dell’umanità e la percezione della sua grandezza. Eppure, non diminuisce lo sconcerto di fronte alla sua fragilità, soggetta alla morte e alla malattia, come ha dimostrato la pandemia del Covid-19, ma anche tentata dalla rassegnazione al male, che sembra inevitabile, delle guerre e dei conflitti, delle diseguaglianze e dell’indifferenza. Permane, dunque, l’ambivalenza di grandezza e fragilità, che non può essere negata”: così inizia il documento della Commissione Teologica Internazionale, ‘Quo vadis, humanitas?’, che riflette sulla ‘sfida epocale’ dell’antropologia cristiana nell’era dell’Intelligenza Artificiale, approvato da papa Leone XIV..

Il documento è un invito a leggere la complessità della contemporaneità senza ridurre alla semplificazione la realtà: “Occorre evitare ogni tentativo di semplificare questa ambivalenza, scegliendo una delle due parti: non si può censurare la fragilità e il limite naturali, esaltando solo la grandezza e la forza, magari affidandosi ciecamente ai risultati della ricerca tecnologica e delle scoperte scientifiche; ma non ci si deve neppure rassegnare a tutti i limiti e fragilità della vita, dimenticando le potenzialità inscritte nella nostra natura intelligente e spirituale. Proprio il compito, affidato a ciascuno, di plasmare con responsabilità la propria identità esige di non semplificare l’umano”.

Quindi l’essere umano è un dono, che si rinnova: “Essere una persona umana, con una dignità infinita, non è qualcosa che noi abbiamo costruito o acquistato, ma è frutto di un regalo gratuito che ci precede. E non è un dono che semplicemente si è ricevuto in passato, ma qualcosa che sussiste come dono in ogni circostanza della nostra esistenza, per sempre, diventando un compito intrasferibile.poveri,Appropriarsi di questo dono, dando forma alla propria identità, è l’avventura della vita, un compito da assumere in libertà e all’interno delle relazioni nelle quali conosciamo noi stessi, gli altri e la realtà e così possiamo dare il nostro contributo originale ed unnico alla storia umana, corrispondendo alla nostra vocazione. Il dono viene accolto all’interno di un ‘noi’, di una comunità a cui ciascuna persona appartiene e in cui si cresce”.

Questa dignità trova il culmine nella Pasqua: “L’esperienza religiosa e in particolare la fede cristiana propongono di abitare, senza semplificazioni, questa ambivalenza tra grandezza e limite dell’umano, leggendola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio… Questo paradosso riceve luce definitiva dal mistero pasquale di Gesù Cristo, ove il limite, la finitezza e la caducità, ma anche il disordine introdotto dal peccato, sono superati dall’opera della grazia col dono della figliolanza divina, che ci rende partecipi della vita del Risorto, secondo il disegno del Padre e grazie al rinnovamento di tutte le cose nello Spirito”.

Il primo dei quattro capitoli del testo è dedicato allo sviluppo, caratterizzato da due poli: il transumanesimo e il postumanesimo. Il primo racchiude la volontà di migliorare concretamente, attraverso la scienza e la tecnologia, le condizioni di vita dei popoli, superando i loro limiti fisici e biologici. Il secondo vive il ‘sogno’ di sostituire addirittura l’umano, enfatizzando il cyborg, ovvero l’ibrido che rende fluido il confine tra l’uomo e la macchina. Tra questi due poli, si pone la fede cristiana che ‘spinge a cercare una sintesi’ delle tensioni umane in Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, morto e risorto.

Dopo un rapido excursus sul rapporto tra sviluppo e tecnologia nel magistero più recente (da papa san Giovanni XXIII a papa Francesco), il documento si sofferma in particolare sulla tecnologia digitale, alla luce delle riflessioni di papa Leone XIV: “Il discernimento magisteriale riguardo allo sviluppo e alle sue ambivalenze riconosce anzitutto il valore positivo delle innovazioni tecnologiche che, ben usate, costituiscono una grande risorsa per l’umanità in tanti aspetti della civiltà e della cultura. Sembra perciò a molti che basterebbe distinguere tra applicazioni buone e positive e applicazioni nocive e pericolose, sul presupposto che la tecnologia non sia altro che uno strumento nelle nostre mani”.

Quindi la tecnologia coinvolge la vita: “Poiché si tratta di strumenti più connessi alla nostra autocomprensione, che vengono utilizzati per esprimere sé stessi nelle varie forme della comunicazione sociale, per plasmare le identità personali o collettive, per coltivare le relazioni con altri, ne deriva una più intima trasformazione. La tecnologia digitale non è più solo uno strumento, ma costituisce un vero e proprio ambiente di vita, con un suo modo di strutturare le attività umane e le relazioni… L’era digitale inaugura un nuovo orizzonte di senso in cui ci pensiamo e comunichiamo. Cambia pure la nozione di ciò che è universale, che rimanda meno all’idea di una natura comune quanto piuttosto a ciò che è condiviso nella connessione globale”.

Tale ‘rivoluzione’ informatica cambia anche la conoscenza: “La rivoluzione dell’informazione (‘infosfera’) cambia il modo di esercitare la conoscenza: non si tratta più di elaborare teorie per interpretare i dati e trovare soluzioni ai problemi, quanto piuttosto di stabilire correlazioni tra i dati e calcolare la percentuale di successo. Il rischio è che, in questo modo, si tenda a superare il sapere critico, mentre la delega di alcune operazioni come il calcolo, il ragionamento, la traduzione, potrebbe diminuire l’agilità mentale e la creatività del singolo”.

Per questo il documento mette in guardia dal possibile ‘potere’ dell’Intelligenza Artificiale: “Ma il pericolo maggiore è quello di ridurre l’orizzonte della conoscenza umana, delimitandola a quelle forme di sapere che corrispondono a ciò che l’IA può elaborare, con una forte ricaduta sull’ambiente educativo (nelle scuole e nelle università). Possono essere escluse, come non pertinenti, domande di senso e questioni etiche, ma anche questioni filosofiche (ontologiche) e teologiche. Così l’IA potrebbe decidere di fatto ciò che è consentito di sapere, relegando le altre questioni all’ambito soggettivo o a questioni di gusto”.

Ma è anche un’opportunità per la fede: “Le tecnologie digitali offrono molte opportunità alle religioni che mobilitano le risorse della comunicazione digitale a servizio della loro missione. La rete è oggi un ‘luogo’ dove si possono trovare molte proposte positive di vita religiosa e di vita cristiana, che facilitano conoscenza e informazione in modalità inimmaginabili fino a poco fa”.

Però c’è anche il rischio che la fede diventi slegata dalla realtà e molto emotiva: “Si può anche dubitare del carattere autenticamente ecclesiale di certa comunicazione cristiana nei social network, specie quando impiegata per alimentare polemiche, creare divisioni e persino distruggere la buona fama di altre persone. Inoltre, alcune di queste nuove pratiche spirituali online finiscono col produrre una metamorfosi nel modo di credere, poiché la tecnologia digitale ha una presa molto forte sull’immaginario religioso.

Non di rado, il risultato è un nuovo paradigma che ridefinisce le identità religiose: la tecnologia funge essa stessa anche da guida spirituale e mediatrice del sacro. In effetti, i devoti di varie religioni e i ricercatori spirituali spesso ripongono una fiducia indiscriminata nei motori di ricerca online, rendendo superflue le mediazioni umane del sacro, sostituite dal digitale. I casi estremi arrivano alle richieste di benedizioni e di esorcismi virtuali, allo spiritismo digitale e alle ‘false religioni’ tridimensionali”.

Ed ecco, in conclusione l’affidamento alla Madre di Dio: “Infatti, in Maria la Chiesa contempla ciò che tutti speriamo di essere: l’immagine di un essere umano nella sua pienezza. Nelle circostanze della sua vita, Maria realizza una sintesi che unisce la chiamata d’amore e la risposta libera; la vocazione personale e la missione sociale; l’identità filiale e la comunione fraterna; l’annuncio di Dio e il servizio agli altri esseri umani; l’obbedienza responsabile e il servizio generoso; l’accoglienza del dono e il donarsi gratuitamente; la gioia del canto e la serena meditazione sulla vita, l’appartenenza al proprio popolo e l’apertura a tutte le generazioni; l’accettazione dei propri limiti e la felicità della fede; il ‘sì’ affinché si compia la volontà di Dio e la sollecitudine affinché tutti facciano ciò che Gesù dirà loro. Maria ha accolto la sua vita come vocazione e così ha realizzato la propria identità personale nell’adempimento della missione affidatale, affinché si compisse il disegno d’amore di Dio Trinità per l’intera umanità”.

L’altra conclusione riguarda i poveri: “L’inarrestabile sviluppo tecnologico che prendiamo in considerazione in questo testo e che favorisce soprattutto quelli che hanno già molto potere, sfida a dirigere lo sguardo ai più poveri. Se questo sviluppo, come abbiamo visto, insieme alle ideologie che lo accompagnano, implica seri rischi, questi saranno ancora maggiori per i più deboli e indifesi, cioè per quelli che non contano nulla perché non servono agli ingranaggi dei più potenti.

Essi corrono il rischio di diventare materia di scarto, ‘danni collaterali’, spazzati via senza pietà… Da ciò scaturisce il dovere di stare particolarmente attenti (come umili sentinelle) alle conseguenze che possono avere i nuovi sviluppi della società per la vita degli ultimi. Nondimeno, a reagire con una parola profetica e un generoso coinvolgimento. Si gioca così l’autenticità della nostra fede e il valore umano della nostra vita”.

Un convegno di studio alla Facoltà Auxilium esplora la fratellanza nell’Ebraismo, nel Cristianesimo e nell’Islam

‘Le relazioni sorelle e fratelli in alcune religioni del Libro sacro’ è stato il tema indagato nel Convegno organizzato dalla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium di Roma. L’appuntamento rientra nella 39ª Giornata della Facoltà e si colloca in un momento significativo: alla vigilia dell’8 marzo, Giornata internazionale della donna. L’evento completa un ciclo di riflessione tematica avviato nel marzo 2022, che ha già approfondito, con altrettanti Convegni annuali su ‘Le relazioni donna-uomo’, ‘Le relazioni madre-figlia-figlio’ e ‘Le relazioni padre-figlia-figlio’.

Tre le studiose chiamate ad animare il confronto, ciascuna portatrice di una prospettiva religiosa distinta: Elena Lea Bartolini De Angeli per l’Ebraismo, Marinella Perroni per il Cristianesimo, Meryem Akabouch, per l’Islam, oggi assente per motivi personali.

In un tempo segnato da ‘profondi mutamenti culturali, antropologici e sociali, la riflessione sulle dinamiche relazionali si configura come una priorità ineludibile per la costruzione di una convivenza autenticamente umana e orientata al bene comune’ spiega la preside dell’Auxilium, prof.ssa Piera Ruffinatto, nel saluto iniziale. Il focus di quest’anno – le relazioni tra sorelle e fratelli – rappresenta ‘un ulteriore segmento relazionale di particolare rilevanza antropologica e educativa’, considerata anche l’urgenza del contesto attuale, dove si manifesta una diffusa difficoltà a riconoscere l’altro come fratello e sorella.

‘La relazione fraterna costituisce infatti un contesto di apprendimento esperienziale fondamentale’, osserva la prof.ssa Brigida Angeloni, moderatrice della tavola rotonda. E’ proprio nell’incontro quotidiano con il fratello o la sorella ‘che si impara il rispetto dell’altro, la condivisione, la gestione del conflitto, che si acquisiscono le norme e i valori – giustizia, responsabilità, solidarietà, il prendersi cura – che sono fondamento della vita comunitaria’.

‘Chi è mia sorella? Chi è mio fratello? Si tratta solo di un rapporto di sangue? O anche di adozione o di amicizia?’

Da queste domande parte l’intervento della prof.ssa Elena Lea Bartolini De Angeli, teso a mostrare i diversi modelli di sorellanza e fratellanza nella Bibbia e nella Torah, che infine ‘insistono sull’importanza di una fratellanza autentica – sia di sangue che universale – nel rispetto delle singole identità’.

Sulla fraternità come testimonianza, si inserisce la prospettiva cristiana presentata dalla prof.ssa Marinella Perroni. Nel suo intervento, la studiosa precisa che ‘il rapporto di fratellanza è espresso e rinsaldato da un unico comandamento, la diakonía, il servizio’. Un servizio che può anche diventare una ‘testimonianza contro’, perché per chi ha aderito al messaggio della resurrezione di Gesù, le cose stanno diversamente fin da subito, dopo la sua morte: il servizio è testimonianza evangelica.

Una riflessione intensa, quella proposta nel Convegno all’Auxilium, che avrà bisogno di sedimentarsi in ulteriori tempi di incontro, studio, dialogo, proprio per cogliere la dimensione educativa e pedagogica della relazione fraterna, assegnandole un valore che non è soltanto affettivo o sociale, ma profondamente formativo: quella visione della fraternità come compito, come responsabilità che non si esaurisce nell’ambito familiare, ma interpella la scuola, la comunità e la società nel suo insieme.

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