La ricerca del vero amore

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Quando avevo circa 6 anni amavo giocare con i soldatini, ma anche con le bambole di Ken, Barbie e Skipper. Giocavo con mio fratello Maurizio, più piccolo di due anni. Immaginavamo la famiglia felice, probabilmente perché non l’avevamo; mio padre era quasi sempre assente e quando tornava ci dava spesso punizioni e botte da orbi. Da adolescente, mi ero fatto una visione molto romantica dell’amore e immaginavo una ragazza con cui stare, ma non avevo ancora una idea chiara.

Crescendo poi pensavo di sposarmi, ma in realtà non ne ero molto convinto e le mie storie erano molto confuse e duravano poco; spesso basate solo sui rapporti fisici, come se il sesso potesse sanare tutte le ferite che mi segnavano: una famiglia separata, mio fratello Maurizio finito nella droga, una fanciullezza molto dolorosa, la depressione che mi ha accompagnato per circa 30 anni fino a prendere psicofarmaci.

In realtà non sanavo nulla, anzi aggiungevo tante incomprensioni, storie fallite, aspettative deluse. Avevo da sempre nel cuore di mettermi al servizio di chi soffre e di cambiare in bene il mondo e dal 1999, quando incontrai la fede cristiana, qualcosa dentro di me cominciò a trasformarsi.

Così, dopo un periodo di grande introspezione, nel 2003 decisi di lasciare Napoli e il mio lavoro di giornalista dei potenti e di trasferirmi nel catanese in Sicilia, in una casa famiglia per aiutare gli altri e per recuperare la mia vita che era a pezzi.

In Sicilia ho avuto solo due storie importanti finite male, ma che ricordo con grande affetto; ero sempre confuso e non capivo se volevo donare tutta la mia vita a Dio e al servizio degli altri o se desideravo formare una famiglia e solo nel mio tempo libero dedicarmi agli altri. Questa mia eterna incertezza faceva inevitabilmente finire ogni storia, perché quando mi si chiedeva di scegliere tra una vita normale con la famiglia e la vita missionaria non davo mai una risposta chiara.

Nel 2014, a 45 anni, man mano che la mia fede cresceva in casa famiglia grazie alle preghiere e alle tante opere di carità, cominciai a fare chiarezza dentro di me e capii che la mia vita di coppia doveva avere Dio alla base, per offrirmi totalmente al prossimo; desideravo che la mia vita con la mia sposa fosse totalmente donata a Dio e al nostro prossimo, perché da solo non ero completo.

Nel 2015 scrissi un articolo, per il giornale ‘La Speranza’, di cui sono direttore, edito dalla ‘Missione di Speranza e Carità’ di Palermo, trattai dei gesti e delle persone che avevano convinto Fratel Biagio a tornare in missione. Infatti in quel periodo fratel Biagio, il missionario fondatore della comunità, scoraggiato dall’indifferenza verso i poveri, si era allontanato.

Vagliai tante testimonianze, una in particolare mi colpì molto, era di una donna volontaria della missione che non conoscevo, la quale scriveva: “Io ogni giorno vado in Missione e dono alcuni alimenti, non tanti, non ho grosse possibilità, ma se ognuno di noi donasse qualcosa ai poveri della Missione, questa potrebbe andare avanti lo stesso; i poveri sono di tutti, non solo di fratel Biagio”. Pur lavorando, in quel momento non veniva pagata regolarmente e per fare questa donazione non mangiava, ma diceva anche ‘mi farà bene così dimagrisco’.

Ebbene questa frase la pubblicai nel giornale, ma in realtà la scrissi anche nel mio cuore e volli conoscere questa donna che si chiamava Barbara. Riuscii ad avere il suo contatto facebook e le chiesi la classica amicizia; quasi da subito Barbara mi coinvolse in una nuova iniziativa, uno spettacolo teatrale il cui ricavato sarebbe stato devoluto alla missione e che aveva bisogno di divulgazione.

Ci siamo sentiti varie volte al telefono e cresceva sempre di più un legame fra noi; dopo circa un mese finalmente ci siamo conosciuti personalmente e ci siamo subito innamorati. Dopo tre mesi di frequentazione, ho chiesto a Barbara di sposarmi, di seguirmi nella vita che facevo in casa famiglia per aiutare i poveri, di lasciare il lavoro e di vivere di sola Provvidenza. Barbara non mi disse nè sì ma neanche no, ma io nei suoi occhi ho letto tutto il suo amore per me e ho visto il suo cuore disposto a dedicarsi agli altri, cosa che lei aveva già maturato da anni, come me.

La Madonna mi venne in soccorso in quel periodo, conobbi la preghiera delle ‘1000 Ave Maria’, un gruppo che ogni giorno dedicava all’Immacolata centinaia di Ave Maria. Cominciai anche io a pregare in continuazione, in ogni dove, durante gli spostamenti da un posto all’altro, pensate che una volta, mentre ero in attesa in un pronto soccorso, sono arrivato a pregare anche oltre 2300 Ave Maria in un solo giorno, pregai dalla sera per tutta la notte fino a quando albeggiò.

La mia vita era diventata al servizio verso i poveri, ma anche una continua preghiera alla Madonna per convincere Barbara a fare questa scelta, perché lei non si convinceva e ogni mese rimandava la decisione di sposarmi.

(Tratto dal sito Matrimonio Cristiano)

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