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Rivoluzione famiglia: a dialogo con il presidente del Forum delle Famiglie, Adriano Bordignon
“Per definizione, un ecosistema è l’insieme degli organismi viventi, i componenti biotici, e delle sostanze non viventi, i componenti abiotici, che interagiscono tra loro scambiandosi materiali ed energia, all’interno di un ambiente definito, come un lago, un bosco, un prato. Animali, piante, rocce, acqua, luce, terra, temperatura, batteri, funghi: tutti elementi che, attraverso le loro relazioni, rendono possibile la vita. Gli ecosistemi si basano sull’equilibrio tra tutti questi elementi, pertanto se uno di essi venisse a mancare oppure a modificarsi, automaticamente anche l’intera stabilità dell’ecosistema verrebbe intaccata rendendo necessario cercare di ristabilire un nuovo equilibrio”: con questa definizione il presidente del Forum delle Famiglie, Adriano Bordignon, presenta il suo libro ‘Rivoluzione famiglia: ecosistema per il futuro’.
Uguale logica è applicata alla famiglia: “Allo stesso modo, anche la famiglia (vista come un organismo vivente) è caratterizzata da una sua omeostasi: una tendenza naturale a mantenere quell’equilibrio interno, sia a livello chimico-fisico sia comportamentale, che accomuna tutti gli organismi viventi. Il sistema famiglia cerca costantemente di mantenere il suo equilibrio interno adattandosi alle pressioni esterne, ai cambiamenti sociali, attraverso la modificazione dei ruoli interni e delle pratiche quotidiane al fine di rispondere alle trasformazioni sociali”.
Quindi per capire cosa è ‘famiglia’ oggi gli chiediamo di darci una definizione: “E’ diffusa l’idea che la famiglia sia in crisi, ma chi osserva i fenomeni sociali sa che questo allarme ‘lampeggia’ da diversi decenni e anche che la famiglia, vivendo nel contesto storico, non può astrarsi dalle contraddizioni che coinvolgono questa nostra epoca. Troppi alzano bandiera bianca di fronte alle enormi sfide dell’oggi e la famiglia è vittima di due grandi errori di valutazione, sia politicamente che pastoralmente.
Da un lato, non le si riconosce una ‘soggettività’ sui generis, cioè l’essere qualcosa di diverso dal mero aggregato dei componenti che la costituiscono. Dall’altro, il focus sulla famiglia è sempre in chiave problematica: rileva solo quando è il luogo delle povertà economiche, educative sociali, ma anche pastorali. La famiglia, invece, è il perno strategico dell’educazione, della solidarietà ed anche del civismo e dello sviluppo economico. Se indossiamo gli occhiali giusti, sappiamo avvicinare questa potenziale fonte di bene affinché non si insterilisca o ripieghi su se stessa”.
In cosa consiste questa “Rivoluzione famiglia”?
“La rivoluzione non è fatta di slogan, ma di sguardi nuovi. ‘Rivoluzione famiglia’ nasce dall’urgenza di cambiare prospettiva: non parlare della famiglia, ma a partire dalla famiglia. E’ un invito a considerarla non come un tema settoriale o un problema da gestire, bensì come un organismo vivente, connesso al resto della società. In essa si apprendono la fiducia, la solidarietà, la gratuità: valori fondanti di ogni convivenza civile. In un tempo segnato da individualismo e fragilità relazionali, la famiglia può diventare la forza più rivoluzionaria perché insegna la reciprocità e la cura. È un bene comune, non un affare privato”.
Il sottotitolo parla di “Ecosistema per il futuro”: perché la famiglia è un ecosistema?
“La famiglia vive in equilibrio dinamico con ciò che la circonda: come un ecosistema naturale, respira, cresce, si adatta. Al suo interno tutto è legato, come nel corpo umano o nella Creazione stessa. Se il suolo delle relazioni è fertile di fiducia e dono, la famiglia fiorisce; se il clima sociale o economico è ostile, anche le famiglie più forti fanno fatica. E come ogni ecosistema, anche la famiglia ha bisogno di nutrienti (politiche pubbliche, servizi, lavoro, istruzione) e di luce, quella dimensione spirituale che le permette di riconoscersi parte di un disegno più grande. Guardare la famiglia come ecosistema significa comprendere che la vita è relazione: nessuno cresce da solo”.
Quindi la famiglia non è un’emergenza?
“No, non lo è. Parlare di emergenza rischia di ridurla a un problema da risolvere, mentre la famiglia è una risorsa da valorizzare. Certo, molte famiglie vivono difficoltà reali (economiche, educative, relazionali) ma la via d’uscita non è trattarle come pazienti da curare, bensì come soggetti attivi di cambiamento. Ogni giorno, nelle case e nei territori, le famiglie generano solidarietà, si prendono cura dei fragili, educano alla responsabilità. Sono il primo laboratorio di democrazia e di speranza. Non chiedono assistenza, ma fiducia e condizioni per poter fare ciò che già sanno fare: generare vita e futuro”.
Perché è necessario guardare la società con gli occhi della famiglia?
“Significa indossare ‘gli occhiali della famiglia’, cioè adottare uno sguardo generativo e relazionale su ogni ambito: economia, ambiente, scuola, politica. È necessario chiedersi, prima di ogni scelta pubblica o privata: questa decisione rafforza o indebolisce le relazioni? Favorisce la solidarietà tra generazioni? Rende possibile la cura reciproca? Guardare con gli occhi della famiglia è un atto politico e spirituale insieme: rimette al centro l’umano, fa emergere la verità che ci lega gli uni agli altri. Come ricorda la filosofia africana dell’ubuntu, ‘io sono perché noi siamo’: la persona si realizza nella relazione, non nella solitudine”.
Attraverso quali riforme economiche e sociali è possibile valorizzare la risorsa famiglia?
“Servono riforme che riconoscano la famiglia come motore di sviluppo umano ed economico: una fiscalità equa che tenga conto dei carichi familiari, un welfare che sostenga la genitorialità, politiche abitative e lavorative che permettano di conciliare tempi di vita e di cura. Ma non bastano le leggi: occorre un cambiamento culturale. In un Paese che invecchia e fatica a generare futuro, investire sulla famiglia è la prima e più concreta politica industriale. La ‘Rivoluzione famiglia’ è, in fondo, un atto di speranza: credere che ricostruendo le relazioni possiamo ricostruire anche la società”.
A proposito di famiglia la vicenda di quella di Palmoli ha rimesso in discussione parole come affido ed adozione: perché il Forum delle Famiglie ha ’lanciato’ il progetto ‘Casa’?
“Con il progetto ‘Casa’, cioè Comunità, alleanze, solidarietà, accoglienza, che il Forum delle Famiglie sta realizzando in tutta Italia, ci rendiamo conto di quanto poco si conoscano le differenze tra affidamento familiare e adozione. Vale la pena rispiegarle: la dichiarazione di adottabilità segna la cessazione della responsabilità genitoriale dei genitori e quindi implica la necessità di una famiglia che accolga il bambino per sempre. Il ricorso all’affido, o comunque ad una struttura residenziale, avviene quando la responsabilità genitoriale è al massimo sospesa, spesso solo limitata, proprio perché si intravede una necessità di verifica e una possibilità di rientro in famiglia d’origine del bambino”.
Cosa rivela questa vicenda sul rapporto tra famiglie e istituzioni?
“Sulla vicenda specifica non ritengo di avere le informazioni sufficienti per esprimerci. Tuttavia come Forum delle Famiglie siamo persuasi che non esiste famiglia che possa vivere al di fuori da un contesto sociale ed istituzionale, soprattutto nel far fronte alle difficoltà. Sarebbe opportuno riuscire a rinforzare l’alleanza tra le famiglie (anche in reti associative) e le istituzioni. Alleanza che si basa sulla responsabilità, sulla comunicazione, sulla solidarietà. Una postura alternativa allontana, spaventa, inaridisce le comunità. Con ‘Casa’ stiamo lavorando anche su questo: dare fiducia, speranza alle famiglie perché accompagnate dalle associazioni e dalle istituzioni possano essere rigenerate per un’altra famiglia e per se stesse”.
(Tratto da Aci Stampa)
L’educazione non è copiatura
“I recenti fatti di cronaca, tra cui la grave aggressione avvenuta in una scuola italiana, dove una docente è stata accoltellata da un proprio studente, hanno scosso profondamente il mondo della scuola e l’opinione pubblica. Si tratta di episodi che generano turbamento, preoccupazione e un senso di vulnerabilità diffuso tra chi ogni giorno abita la scuola come luogo educativo. Questo turbamento è comprensibile e legittimo. Allo stesso tempo, è importante che non si trasformi in demoralizzazione o in una percezione di impotenza”: questo è l’inizio di una lettera ‘aperta’ scritta dal Centro Psico-Pedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, fondato dal prof. Daniele Novara, all’indomani dell’accoltellamento della prof.ssa Chiara Mocchi da parte di uno studente di 13 anni nei corridoi di una scuola a Trescore.
La lettera è un invito a leggere attentamente la realtà in cui i ragazzi crescono senza sottovalutare le responsabilità individuali: “Sempre più frequentemente, infatti, ci si trova di fronte a ragazzi e ragazze che faticano a stare dentro le contraddizioni dell’esperienza umana: faticano a tollerare la frustrazione, a gestire il limite, a riconoscere ed attraversare il conflitto senza esserne travolti. Eppure, è proprio nella capacità di stare dentro queste tensioni, nelle inevitabili conflittualità e contraddittorietà della vita, che si costruisce una competenza fondamentale per la crescita.
In questo senso, il compito educativo della scuola si conferma oggi più che mai centrale: non solo trasmettere conoscenze, ma offrire strumenti per imparare a gestire il conflitto, riconoscerlo e attraversarlo in modo costruttivo”.
Per il pedagogista Daniele Novara, docente del master in Formazione interculturale all’Università Cattolica di Milano ed autore dei libri ‘Non sarò la tua copia’ ed ‘Il papà peluche non serve a nulla’, è importante esplorare il ‘copione educativo’, consistente in un’impronta che è stata lasciata dai genitori e che segna la ‘forma’ che avremo da grandi, diventando un modo di vivere e di rapportarci alla vita..
Ma chi sono questi ‘padri peluche’?
“Siamo di fronte a una progressiva contrazione delle funzioni paterne come se questa figura non trovasse più una propria collocazione e una propria modalità. I nuovi padri, frutto dell’epoca narcisistica in cui siamo inderogabilmente immersi, sembrano dover espiare le colpe dei progenitori maschi, in una sorta di condanna senza fine che spesso li costringe in una posizione di marginalità rispetto ai figli e alle figlie. Dopo il periodo del ‘padre padrone’ ora non riescono a trovare una loro collocazione. Nel frattempo le madri non si fidano dei padri dei loro figli e quindi permangono anche nella fase dell’adolescenza quando dovrebbero essere i papà in prima linea”.
Perché si tende a ‘copiare’ nell’educazione dei figli?
“Il passaggio dall’essere figli a diventare genitori ci costringe in qualche modo a vedere la realtà da un altro punto di vista. Non siamo più quelli che ricevono l’educazione, ma coloro che la impartiscono. Un progetto non privo di insidie. Uno dei rischi principali è rappresentato dal ripetere l’educazione ricevuta oppure dal voler fare a tutti i costi l’opposto dei propri genitori.
I copioni educativi che ci vengono cuciti addosso sono rielaborati prevalentemente in tre modi: ‘passivo’, con un atteggiamento fatalistico e ripetitivo; ‘speculare’, facendo il contrario dell’educazione ricevuta; ‘consapevole’, l’educazione ricevuta viene utilizzata al meglio attuando cambiamenti dove necessario. Diventare genitori rappresenta un’occasione straordinaria per occuparsi non solo dei figli ma anche di sé stessi e attivare processi di crescita personale che altrimenti sarebbe difficile mettere in campo”.
Come è possibile superare l’educazione ricevuta?
“L’educazione ricevuta è una pelle che abitiamo, che ci capita addosso senza che ce ne accorgiamo veramente. Un tessuto senza forma che ci viene consegnato per la nostra crescita. Sta a ciascuno di noi decidere cosa fare con quel tessuto e quindi superare l’educazione ricevuta. Occorre individuare l’impalcatura della nostra crescita educativa, quali sono i ponteggi che la tengono in piedi e la rendono quella che è. Solo in questo modo si può affrancarsi dalla dipendenza infantile e smettere di esserne ostaggio”.
Nel testo scrive che ‘il riconoscimento da parte delle madri della figura del padre è una responsabilità anche delle mamme, nel non riconoscere la figura del papà’: è vero nella realtà?
“E’ giustificabile l’atteggiamento delle mamme, ma si potrebbe anche dire che i figli non possono pagare le colpe dei padri. Prendiamo gli ultimi casi di cronaca sui ragazzi con i coltelli: il padre è fondamentale in adolescenza per riuscire a gestire il senso del limite in maniera educativa. Molti di questi giovani che vanno in giro con un’arma bianca neanche lo vedono il padre: non c’è. Sono in casa con le mamme, punto e basta. Penso anche all’autolesionismo che dal punto di vista dei numeri è ben più significativo che non la violenza sugli altri”.
Per quale motivo gli adulti sono ‘influenzati’ dall’educazione ricevuta?
“L’educazione ricevuta fa parte di noi, è qualcosa con cui siamo stati cresciuti. Può essere intenzionale o esplicita, come quella scolastica o religiosa, oppure subliminale o implicita, un sistema inconscio di comunicazioni educative che agisce nelle relazioni intergenerazionali. Risulta inevitabile che influenzi la nostra vita adulta. Ricordiamo che l’educazione ricevuta avviene nel momento dell’infanzia, quel periodo in cui la dipendenza dall’adulto, in particolare dai genitori, è totale. Difficile sottrarsi”.
L’educazione dei ragazzi è tutta ‘colpa’ della famiglia?
“Direi solo in parte. Il ruolo principale è certamente affidato alla famiglia, ma sono convinto della necessità di creare una ‘comunità educante’ formata da tutte le persone che vivono in un territorio e che hanno il compito di accompagnare nella crescita le generazioni più giovani. Tutti coloro che si relazionano con bambini e ragazzi, futuri protagonisti della società, ne sono potenziali attori. I soggetti della comunità educante presentano precise competenze: sapersi ascoltare reciprocamente, cogliere i bisogni di coloro che sono più deboli, imparare a sostenere percorsi per favorire la condivisione, il confronto, la progettualità, la sicurezza e la vita in comune”.
E’ possibile gestire il conflitto?
“Assolutamente, il conflitto può essere gestito bene oppure male. Anni fa condussi con i miei collaboratori una ricerca sulla carenza e competenza conflittuale. La prima rappresenta l’incapacità di stare nella tensione relazionale vissuta più come una minaccia che una risorsa nei processi di convivenza. Il ‘carente conflittuale’ non è un litigioso, ma un intollerante al litigio, totalmente incapace di gestirlo. Il ‘competente conflittuale’ possiede invece la capacità di stare nella tensione relazionale affrontandola come una situazione che può essere gestita”.
Per quale motivo in una coppia è pericoloso ignorare l’infanzia uno dell’altro?
“E’ un attentato alla coppia, prima ancora che all’alleanza educativa dei due genitori. Tanti genitori mi dicono ‘preferisco educarlo io mio figlio, perché lui/lei ha avuto dei genitori pessimi’. Ma ti accorgi solo adesso che lui/lei ha avuto genitori pessimi e che la sua educazione per te ora pesa al punto che non gli consenti di toccare i tuoi figli, che sono anche suoi? Questo è un problema basilare di cui non si parla mai: se si decide di mettere al mondo figli, l’alleanza la si fa nella coppia.
Purtroppo tanti genitori mantengono l’alleanza originaria coi propri genitori invece che con il proprio partner e questo crea delle discussioni enormi. Quando si diventa genitori si passa da una dimensione di cura della propria infanzia nella coppia ad una dimensione di cura dei figli che vivono l’infanzia: quando questo avviene è un processo meraviglioso ed anche creativo, perché offriamo ai figli una possibilità in parte già liberata dalle catene più o meno negative che ci portiamo dietro”.
Quale copione educativo pesa di più: quello della madre o del padre?
“Pesa maggiormente il copione della madre: in assoluto non c’è partita. Ho parlato molte volte della profonda crisi dei maschi, oggi, in educazione. I padri devono essere sostenuti e incoraggiati. E’ un compito comune quello di liberarci dal patriarcato, ma non ci si libera del patriarcato trasformando il padre dei tuoi figli in un papà peluche”.
Un’altra componente educativa è la scuola, che sta diventando sempre più competizione: però se ‘la scuola non è una gara’, cos’è?
“La scuola appare ancora oggi fortemente dominata dalla dimensione del controllo e del giudizio con modalità di valutazione basate prevalentemente sui voti numerici; una scuola fatta di metodi frontali che implicano un ascolto sostanzialmente passivo da parte degli alunni. Occorre uscire dall’equivoco della scuola come una competizione tra chi arriva primo e chi arriva secondo e cominciare a considerarla il luogo eletto dell’apprendimento, dove gli studenti sono protagonisti e non antagonisti, dove imparano gli uni dagli altri e dove l’errore e i tentativi compiuti hanno una valenza evolutiva”.
Allora in questo processo di cambiamento la scuola può essere utile?
“Oggi non ci sono le condizioni. Gli insegnanti non vengono selezionati sulla base di una competenza professionale pedagogica. Inoltre, soprattutto all’infanzia ed alla primaria continua a prevalere la figura femminile: i bambini sono immersi in un mondo totalmente maternale con una riduzione anche della tensione a fare da soli, a vivere avventure, esperienze e quant’altro. Siamo arrivati a proporre i metal detector agli ingressi degli istituti: è il tracollo della scuola come ambiente dove anzitutto si impara a vivere”.
(Tratto da Aci Stampa)
La fragilità delle famiglie di oggi in uno studio del Centro Internazionale Studi Famiglia
Il tema del ‘CISF Family Report 2025’ ha come focus il benessere psicologico e relazionale delle persone e nasce dall’esigenza di chiarire come questo possa essere salvaguardato e protetto nella dialettica tra famiglie e società, ‘Il fragile domani. La famiglia alla prova della contemporaneità’, in presentazione nelle città italiane. L’ipotesi verificata in questa ricerca è che il benessere generale (salute) e psico-relazionale (equilibrio, serenità) di ogni individuo dipende dall’interazione dello stesso (con i suoi punti di forza e debolezze personali) con il contesto familiare e con quello sociale.
Tra le cause di ansia e di stress ci sono la salute in famiglia (45,2%), le difficoltà economiche (34,7%) e i problemi lavorativi (32,2%); infatti secondo il report il benessere personale, gestione della casa e la salute sono le prime tre voci di spesa a cui le famiglie hanno dovuto rinunciare. Intanto, le case sono sempre più digitali: il 58% dei nuclei con figli fa uso di ChatGPT quotidianamente.
La ricerca, intervistando un campione di 1.600 persone, ha evidenziato che nel 2024 le famiglie hanno tagliato molte spese, principalmente quelle per il benessere personale o il tempo libero (nel 32,5% dei casi), per la casa (32,4%), le cure sanitarie (18,5%), o le vacanze già preventivate (16,9%), ma hanno fatto di tutto per non comprimere quelle necessarie alle attività ricreative-educative dei figli (4,1%), oppure non rispettare la rata del mutuo o dell’affitto (il 2,9%, però, ha dovuto cedere). Dal punto di vista della salute, emerge una diffusa ‘vulnerabilità psicologica’: mentre oltre un terzo della popolazione (35,2%) segnala almeno un problema di salute, il 60% dichiara di soffrire di ansia e stress (24,9% ‘spesso’; 37,3% ‘a volte’).
A causarli, per il 45% del campione sono i problemi di salute personali e familiari, per il 34,7% i problemi economici, per il 32,2% i problemi lavorativi, come ha spiegato il direttore del CISF, Francesco Belletti: “Il fragile domani non è solo questione personale o individuale, ma riguarda la qualità di vita, la coesione sociale e il benessere dell’intera collettività. Per questo abbiamo voluto scattare una fotografia sullo stato di salute della società tra solitudini, difficoltà economiche e sfide educative”.
Quindi per il direttore del CISF dal punto di vista delle relazioni familiari “non si può dimenticare che le famiglie vivono oggi nel contesto culturale della società post-familiare, che sempre meno ne valorizza il ruolo sociale ed istituzionale. Dalle relazioni familiari è quindi legittimo aspettarsi protezione, promozione, libertà e appartenenza (e ciò è responsabilità diretta di ciascuna famiglia), ma questo non può più essere dato per scontato, e implica un gigantesco compito sociale, sia educativo verso le famiglie che di accompagnamento e sostegno nelle diverse fasi e passaggi critici della vita familiare, senza dimenticare la disponibilità di un supporto professionale vero e proprio.
Per questo sarà interessante verificare se i Centri per la famiglia previsti su tutto il territorio nazionale dall’ultimo Piano nazionale per la famiglia saranno in grado di promuovere nuove relazioni di cittadinanza attiva, più che offrire nuovi servizi professionali”.
Allora, quanto è importante il benessere psicologico per la famiglia?
“Più che di benessere psicologico parlerei di benessere psico-relazionale, perché il benessere di ogni persona è costruito e protetto prima di tutto dalle sue relazioni più corte, più ‘calde’, dalla presenza di persone significative con cui costruire i propri progetti di vita. Un posto dove sentirsi ‘a casa’, protetti e sostenuti. In caso contrario, solitudine, isolamento sociale e senso di impotenza possono crescere a dismisura, generando ansia, paura del futuro e incapacità di affrontare in modo positivo la realtà”.
Perché un report sul benessere psicologico delle persone nella famiglia?
“Nel dibattito attuale sulla famiglia in genere i riflettori vengono accessi sui problemi strutturali: povertà economica, politiche fiscali e di sostegno ancora insufficienti, conciliazione tra tempi lavorativi e di cura familiare, difficoltà per i giovani di trovare lavoro (e soprattutto lavoro ‘decente’), costi dell’abitare… La lista è lunga, e verrebbe l’illusione di poter dire: ‘Se risolvessimo tutti questi nodi, se avessimo sufficienti risorse economiche, le famiglie non avrebbero più problemi’. Ma la concreta esperienza quotidiana delle famiglie ci dice che non è così: ci sono aspetti psico-relazionali che fanno la differenza: quando le relazioni familiari sono fragili o ‘cattive’, non bastano certo le risorse economiche per garantire il benessere delle persone e delle famiglie”.
La famiglia è fragile?
“Se si pensa alle circa 90.000 separazioni di coppia che avvengono ogni anno, difficile non rispondere: ‘Sì, la famiglia è fragile’. Però la fragilità (o vulnerabilità) è condizione generale della vita, nessuno può pensarsi invulnerabile. In altre parole, la fragilità delle famiglie non è ‘scandalosa’, non è un fallimento, ma va affrontata come un passaggio critico, in cui ricercare un nuovo equilibrio. Ed ogni famiglia (i dati del Report Cisf 2025 sono molto chiari su questo) ha un proprio mix, unico ed irripetibile, di risorse e punti di difficoltà, che generano un percorso di proattività e ‘resilienza’: capacità, cioè, di attraversare le difficoltà senza perdere le proprie qualità. Alcune famiglie falliscono, ma la stragrande maggioranza riesce a tenere insieme i pezzi”.
Per quale motivo la famiglia è stressata?
“Gli elementi di stress sono di varia natura, e spesso sono compresenti, il che ovviamente rende la loro gestione più complessa: in prima battuta i dati segnalano problemi di salute delle persone (per oltre il 50% dei casi); segue il tema della cura (per figli e genitori anziani, per un terzo), e naturalmente le criticità economiche (circa il 20%). Ma (tema che ha poi dato anche titolo al volume) un elemento cruciale è una sorta di generale sfiducia e paura del futuro (guerre, pandemia, ecoansia), elemento che paralizza e genera un senso di impotenza”.
Un ulteriore motivo di conflitto familiare riguarda l’uso delle nuove tecnologie: a quale sfida educativa è chiamata la famiglia?
“Per i genitori il mondo digitale dei propri figli è spesso poco accessibile, a volte incomprensibile, e la rapidità dei mutamenti tecnologici accentua le difficoltà: non abbiamo ancora capito bene come gestire social e smartphone, tra divieti e accompagnamento, che subito diventa indispensabile capire cosa succede con l’intelligenza artificiale. E spesso i genitori si sentono, ancora, ben poco competenti. Eppure è un mondo da abitare, perché ormai tutti viviamo on life, in un mondo in cui il digitale non è ‘altrove’, ma è strettamente connesso con ogni aspetto della vita quotidiana”.
Prendendo spunto dal caso della famiglia di Palmoli: cosa significa oggi esercitare la genitorialità?
“La storia della ‘famiglia nel bosco’ è davvero complicata; se il modello di vita scelto sembra estremo (antidigitale, antitecnologico, con rischio di isolamento sociale, ma anche con altissima condivisione di tempi tra genitori e figli), mi è sembrato estremo anche un intervento così radicale, e prolungato nel tempo, ormai, quale l’allontanamento dei bambini dai loro genitori. In ultima analisi, mi pare che oggi la fatica e la sofferenza dei bambini per un incomprensibile distacco dai genitori sia la grande dimenticata. Ed andrebbe invece affrontata come priorità assoluta”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV ai giovani africani: guardate al futuro
“Chi ha paura della pioggia? Chi vuole la benedizione di Dio? Grazie per essere qui! Continuiamo a far festa! La Chiesa ha bisogno dell’entusiasmo di tutti voi! Cari fratelli e sorelle, con grande gioia vi saluto e ringrazio il Vescovo per le parole che mi ha rivolto. Ringrazio e tutti voi per la calorosa accoglienza e per il vostro entusiasmo che manifesta la gioia della vostra fede”: nel penultimo incontro pubblico in Africa, sotto la pioggia papa Leone XIV ha ascoltato le testimonianze dei giovani nello stadio di Bata, dalla sfida delle donne nel mondo del lavoro a quella posta dal percorso matrimoniale ‘che cresce nella libertà’.
Dopo aver ascoltato le testimonianze dei giovani il papa ha ripreso il motto del viaggio apostolico nel Paese africano: “E’ un richiamo al motto di questo viaggio (‘Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza’). Però, trova conferma nella presenza qui di tutti voi! La luce più splendente, qui, è quella dei vostri occhi, dei vostri volti, del vostro sorriso, dei canti, dei balli, in cui tutto è testimonianza che Cristo è gioia, senso, ispirazione e bellezza per la nostra vita”.
Quindi ha invitato i giovani a non far tramontare le tradizioni, ma con uno sguardo al futuro:”Il vostro Paese, la Guinea Equatoriale è un Paese ricco di storia e di tradizioni. Lo abbiamo visto poco fa, nelle danze, nei costumi e nei simboli con cui ciascun gruppo ha espresso la propria identità, rendendo ancora più evidente e toccante il nostro stare insieme.
Avete portato degli oggetti semplici e quotidiani (un bastone, una rete, la riproduzione di un’isola, una barca, uno strumento musicale) che parlano della vostra vita e dei valori antichi e nobili che la animano, come il servizio, l’unità, l’accoglienza, la fiducia, la festa. È l’eredità luminosa e impegnativa di cui voi, cari giovani, siete chiamati a essere, nella fede, il fondamento del futuro vostro e di questa Terra. Il futuro è vostro!”
Rispondendo alle domande il papa ha sottolineato l’importanza della famiglia: “Carissimi, siete venuti a questo incontro con le vostre famiglie. Esse sono il terreno fertile in cui l’albero fresco e fragile della vostra crescita umana e cristiana affonda le sue radici… Molti di voi vi state preparando al sacramento del Matrimonio.
Essere sposi e genitori è una missione entusiasmante, un’alleanza da vivere giorno per giorno, in cui ci si ritrova sempre nuovi l’uno per l’altra, fautori, insieme a Dio, del miracolo della vita e costruttori di felicità, per voi e per i vostri figli. Preparatevi a vivere questa chiamata come un cammino di vero amore, che cresce nella libertà, un cammino di speranza che nasce dalla consapevolezza che Dio non vi abbandona, un cammino di santità che cerca sempre il bene e la felicità dell’altro”.
Infine ha invitato tutti a lasciarsi incantare dalla bellezza: “Carissimi giovani, genitori, e tutti voi, qui presenti, lasciamoci entusiasmare dalla bellezza dell’amore, facciamoci testimoni dell’amore che Gesù ci ha lasciato e insegnato! Testimoniamo ogni giorno che amare è bello, che le gioie più grandi, in tutti gli ambienti, vengono dal saper donare e dal donarsi, specialmente quando ci si china su chi è più bisognoso”.
E la carità trasforma il mondo, come affermava sempre papa Francesco: “La luce della carità, coltivata nelle case e vissuta nella fede, può davvero trasformare il mondo, anche nelle sue strutture e istituzioni, perché ogni persona vi trovi rispetto e nessuno sia dimenticato. Sorelle e fratelli, Facciamo insieme, di questo, un proposito fermo, un impegno gioioso, perché Cristo, Crocifisso e Risorto, luce della Guinea Equatoriale, dell’Africa e del mondo intero, possa guidarci tutti verso un futuro di speranza”.
Prima di questo incontro il papa ha visitato il carcere che ospita uomini e donne che scontano una pena o sono in stato di custodia cautelare: “Oggi sono qui per dirvi qualcosa di molto semplice: nessuno è escluso dall’amore di Dio! Ognuno di noi, con la propria storia, i propri errori e le proprie sofferenze, continua a essere prezioso agli occhi del Signore. Possiamo dirlo con certezza, perché Gesù ci ha rivelato questo in ogni incontro, in ogni gesto e in ogni parola. Persino arrestato, condannato e messo a morte senza alcuna colpa, Lui ci ha amato sino alla fine, mostrando di credere nella possibilità che l’amore cambi anche il cuore più indurito”.
Il discorso del papa è stato un invito alla riconciliazione: “Anche voi fate parte di questo Paese. L’amministrazione della giustizia ha lo scopo di proteggere la società, ma per essere efficace deve sempre investire sulla dignità e sulle potenzialità di ogni persona. Una vera giustizia cerca non tanto di punire, ma soprattutto di aiutare a ricostruire la vita sia delle vittime, sia dei colpevoli, sia delle comunità ferite dal male. Non c’è giustizia senza riconciliazione. E’ un lavoro immenso, di cui una parte può avvenire dentro la prigione e un’altra parte, ancora maggiore, deve coinvolgere tutta la comunità nazionale, per prevenire e riparare le ferite provocate dall’ingiustizia”.
Quindi il carcere può diventare ujn luogo di cambiamento: “Anche se il carcere appare un luogo di solitudine e desolazione, questo tempo (come è stato detto) può diventare un tempo di riflessione, di riconciliazione e di crescita personale. Si faccia di tutto, ad esempio, perché vi sia data in carcere la possibilità di studiare e di lavorare con dignità. La vita non è definita solo dagli errori commessi, esito in genere di circostanze pesanti e complesse: c’è sempre l’opportunità di rialzarsi, di imparare e di diventare una persona nuova”.
Li ha incoraggiati a non disperare: “Fratelli e sorelle, non siete soli. Le vostre famiglie vi amano e vi aspettano, e molti, al di fuori di queste mura, pregano per voi. E se anche qualcuno temesse di essere stato abbandonato da tutti, Dio non vi abbandonerà mai e la Chiesa sarà al vostro fianco. Pensate anche al vostro Paese, ai giovani della Guinea Equatoriale che hanno bisogno di esempi di perseveranza, responsabilità e fede. Ogni sforzo di riconciliazione, ogni gesto di bontà, può diventare una fiammella di speranza per gli altri”.
Infine ha ringraziato coloro che svolgono il loro lavoro nel penitenziario: “Desidero ringraziare anche coloro che lavorano in questo centro penitenziario: il Direttore, gli Agenti e il Cappellano. Il loro servizio è fondamentale quando coniuga sicurezza, rispetto e umanità, garantendo l’ordine necessario ad accompagnare i detenuti in un percorso di reinserimento e di ricostruzione della propria vita.
Cari fratelli e sorelle, Dio non si stanca mai di perdonare. Egli apre sempre una nuova porta a chi riconosce i propri errori e desidera cambiare. Non permettete che il passato vi rubi la speranza nel futuro. Ogni giorno può essere un nuovo inizio”.
(Foto: Santa Sede)
FISH: soddisfazione per l’approvazione al CNEL del ddl per rafforzare le politiche di inclusione lavorativa delle persone con disabilità
La FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) esprime soddisfazione a seguito dell’approvazione da parte dell’Assemblea del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) del disegno di legge che modifica l’articolo 1 del decreto legislativo 151/2015.
La proposta, promossa dal presidente della FISH e consigliere del CNEL Vincenzo Falabella, punta a riformare i processi di inserimento lavorativo, garantendo una continuità reale per i giovani con disabilità al termine del percorso di studi.
Il fulcro della proposta risiede nel potenziamento degli accordi territoriali. Non si tratta solo di coordinare gli uffici per il collocamento mirato con il mondo dell’istruzione, dagli uffici scolastici fino alle università, ma di creare un ponte solido con il tessuto produttivo e sociale.
In questo nuovo ecosistema, le organizzazioni sindacali e datoriali collaborano fianco a fianco con i centri di formazione professionale, le cooperative sociali e, soprattutto, con le associazioni che danno voce alle persone con disabilità e alle loro famiglie. È proprio attraverso questa alleanza tra istituzioni, parti sociali e Terzo Settore che intendiamo garantire una presa in carico globale, capace di trasformare il diritto al lavoro in una realtà concreta e accessibile.
“Il ddl approvato oggi, che modifica l’articolo 1 del decreto legislativo 151/2015, è un altro passo in avanti, dichiara Falabella, per rendere il sistema Paese sempre più rispondente ai bisogni delle cittadine e dei cittadini con disabilità, intervenendo su uno dei nodi più critici: la transizione dalla scuola al lavoro”.
L’intervento legislativo mira a sanare quello che viene definito un vero e proprio ‘baratro inclusivo’. Si tratta di quella fase critica in cui, conclusa la scuola, molti giovani e le loro famiglie si ritrovano privi di strumenti adeguati all’accesso all’occupazione.
Il CNEL conferma così il proprio impegno nel promuovere politiche pubbliche orientate all’inclusione, alla partecipazione e alla piena valorizzazione delle competenze delle persone con disabilità nel mercato del lavoro.
Un ‘Frigorifero solidale’ all’Arsenale della Pace di Torino
E’ un frigorifero da negozio con più comparti e contiene alimenti cucinati freschi e ben conservati nelle vaschette giuste; si chiama ‘Frigorifero solidale’, che è un aiuto per chi non riesce a mettere insieme il pranzo con la cena; si trova a Torino, al Sermig Arsenale della pace. L’iniziativa è frutto del lavoro comune tra pubblico, privato e Terzo Settore, reso possibile dalla collaborazione tra ‘Cuki Save the Food’, il progetto di responsabilità sociale di Cuki, nato nel 2011 con Banco Alimentare, Re-PoPP, il programma torinese dedicato al recupero delle eccedenze alimentari ed il Sermig che ospita il frigorifero nel proprio Emporio Solidale, struttura che offre aiuto alle famiglie in difficoltà.
Infatti Re-PoPP raccoglie la materia prima, recuperandola dal mercato di Porta Palazzo, e si occupa della preparazione di piatti pronti nel pieno rispetto delle norme igienico-sanitarie e del piano Haccp (insieme di procedure, mirate a garantire la salubrità degli alimenti). Cuki offre i contenitori per la sua conservazione nel ‘Frigorifero Solidale’, mentre il Sermig coordina l’accesso e la distribuzione, consentendo di donare 240 piatti pronti, 60 al giorno.
Durante la presentazione Elena Canalis che ha seguito il progetto per il Sermig, ha sottolineato: “Siamo uno degli interlocutori in campo. Il nostro ruolo è stato quello di aprire le porte dell’Emporio Speranza a questa iniziativa che amplia le possibilità di venire incontri ai bisogni delle famiglie”. E Carlo Bertolino, direttore del marketing di ‘Cuki’, ha ricordato che l’iniziativa dura da 14 anni: “Il Frigorifero Solidale posizionato all’interno dell’Emporio della Speranza del Sermig vuole essere il primo passo della diffusione di un nuovo modello che parte dalle eccedenze per dare un piatto pronto a chi ne ha bisogno. L’obiettivo è diffonderlo in altre città italiane, coinvolgendo altri attori locali, offrendo gratuitamente le nostre conoscenze”.
Da Cristiana Capitani, responsabile dell’Emporio della Speranza del Sermig, ci facciamo raccontare il progetto del ‘frigorifero solidale’: “Il progetto del ‘Frigorifero Solidale’ nasce dalla sinergia di tre enti che da tempo si impegnano a fianco dei più poveri: la società ‘Cuki save the food’, il progetto RePoPP ed il Sermig con il suo ‘Emporio Speranza’. L’obiettivo di questa iniziativa è quello di promuovere una cultura del cibo basata sulla responsabilità condivisa capace di diventare un bene comune a vantaggio delle famiglie a rischio di esclusione sociale”.
Come funziona?
“Cuki è l’ideatore e coordinatore del progetto. RePoPP, che dal 2016 a Torino ha messo in atto un sistema di raccolta di prodotti ortofrutticoli ancora valorizzabili e in questo caso li trasforma in cibi cucinati nel rispetto delle regole di igiene Haccp, inscatolati nei contenitori Cuki e mantenuti nel frigo. Il Sermig ha messo a disposizione il proprio ‘Emporio Speranza’, un ‘negozio’ solidale dove accedono circa 700 famiglie in difficoltà dei quartieri di Aurora e Barriera di Milano a Torino”.
Per quale motivo è stato posto all’interno dell’Emporio della Speranza?
“Qui è stato posizionato il frigorifero solidale che dal martedì al venerdì è riempito dagli operatori di RePoPP con le vaschette, circa 240 pasti a settimana che sono distribuiti alle famiglie che normalmente accedono, arricchendo il valore del servizio. Ogni giorno c’è una cucina diversa che cerca di andare incontro alle diverse culture e tradizioni alimentari della comunità multietnica che vive in questi quartieri di Torino”.
In quale modo il frigorifero solidale può condurre ad una pace ‘disarmante’?
“Il frigorifero è un progetto molto importante e contribuisce a disarmare le difficoltà della vita quotidiana, perché mette insieme diversi aspetti nell’ambito di una economia circolare: la riduzione degli sprechi alimentari, dare un valore e dignità a tutte le cose, contribuire a diminuire la povertà di un quartiere in cui il lavoro è una chimera, la casa è difficile da mantenere, il rischio sfratto è sempre alle porte e le famiglie non riescono a far fronte alle spese quotidiane a scapito soprattutto della salute e della formazione dei minori. Questo progetto inoltre dà speranza anche ai tanti anziani soli perché possono avere pasti freschi pronti senza dover cucinare”.
Quindi il cibo diventa uno ‘strumento’ di conoscenza?
“Il cibo, necessario per supportare situazioni critiche, diventa uno strumento per conoscere la famiglia e costruire un progetto individualizzato più efficace. Negli ultimi mesi, sono stati offerti corsi di orientamento, per la sicurezza sul lavoro, corsi di pasticceria e sartoria, ‘estate ragazzi’ per i bambini, scuola di musica, sport, baby parking per dare la possibilità alle mamme di frequentare i corsi, visite mediche e percorsi di supporto psicologico, sportello CAF. In collaborazioni con alcune fondazioni benefiche,alcune famiglie sono state inserite in corsi di digitalizzazione ed alcune mamme in un progetto di formazione per mamme e neonati.
Insomma il cibo, così importante in questi anni in cui si passa da una crisi economica all’altra, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, oltre che sfamare le pance, si arricchisce di valore, sfamando i cuori, le menti e diventando un punto di riferimento, sempre aperto, pronto ad accogliere, ascoltare, incoraggiare, a volte spronare per il bene di tutti, perché se tutti stiamo meglio la società migliora”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV convoca le Conferenze episcopali per la pastorale della famiglia
“Il 19 marzo 2016, Papa Francesco ha offerto alla Chiesa universale un luminoso messaggio di speranza riguardo all’amore coniugale e famigliare: l’Esortazione apostolica Amoris laetitia, frutto di tre anni di discernimento sinodale sostenuti dall’Anno Santo della Misericordia. In questo decimo anniversario, vogliamo rendere grazie al Signore per l’impulso dato allo studio e alla conversione pastorale della Chiesa e chiedergli il coraggio di proseguire il cammino, accogliendo sempre nuovamente il Vangelo, nella gioia di poterlo annunciare a tutti”: attraverso una lettera in occasione del decimo anniversario dell’esortazione apostolica post-sinodale di papa Francesco, ‘Amoris Laetitia’, papa Leone XIV convoca per il prossimo ottobre i presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo per un evento di ‘ascolto reciproco’ e ‘discernimento sinodale’.
Nella lettera il papa ciò che il Concilio Vaticano II ha trasmesso in merito alla famiglia: “Come insegna il Concilio Vaticano II, la famiglia è ‘il fondamento della società’, dono di Dio e ‘scuola di arricchimento umano’. Mediante il Sacramento del matrimonio, gli sposi cristiani costituiscono una sorta di ‘Chiesa domestica’, il cui ruolo è essenziale per l’educazione e la trasmissione della fede. Sulla scia dell’impulso conciliare, le due Esortazioni apostoliche ‘Familiaris consortio’, data da san Giovanni Paolo II nel 1981, ed ‘Amoris laetitia’ hanno entrambe stimolato l’impegno dottrinale e pastorale della Chiesa al servizio dei giovani, dei coniugi e delle famiglie”.
Con tale esortazione apostolica papa Francesco ha dato un preciso impegno alla Chiesa in questo cammino sinodale: “Il suo discorso del 17 ottobre 2015, pronunciato durante la XIV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia, invita a un ‘ascolto reciproco’ all’interno del popolo di Dio… E precisa che non è ‘possibile parlare della famiglia senza interpellare le famiglie, ascoltando le loro gioie e le loro speranze, i loro dolori e le loro angosce’.
Raccogliendo i frutti del discernimento sinodale, ‘Amoris laetitia’ offre un insegnamento prezioso che dobbiamo continuare ad approfondire oggi: la speranza biblica della presenza amorevole e misericordiosa di Dio, che permette di vivere ‘storie di amore’ anche quando si attraversano ‘crisi familiari’; l’invito ad adottare ‘lo sguardo di Gesù’ ed a stimolare senza stancarci ‘la crescita, il consolidamento e l’approfondimento dell’amore coniugale e familiare’: l’appello a scoprire che l’amore nel matrimonio ‘dà sempre vita’ e che esso è ‘reale’ proprio nel suo modo ‘limitato e terreno’, come ci insegna il mistero dell’Incarnazione”.
Come detto ai giovani nel giubileo a Tor Vergata il papa ha evidenziato la necessità di vivere la bellezza della famiglia: “Per servire la missione di annunciare il Vangelo della famiglia alle giovani generazioni, dobbiamo imparare a evocare la bellezza della vocazione al matrimonio proprio nel riconoscimento della fragilità, in modo da risvegliare ‘la fiducia nella grazia’ ed il desiderio cristiano di santità. Dobbiamo anche sostenere le famiglie, in particolare quelle che soffrono tante forme di povertà e di violenza presenti nella società contemporanea”.
Proprio per questa vitalità della famiglia il papa ha chiesto attenzione per la pastorale: “Il nostro tempo è segnato da rapide trasformazioni che, ancor più di dieci anni fa, rendono necessaria una particolare attenzione pastorale alle famiglie, alle quali il Signore affida il compito di partecipare alla missione della Chiesa di annunciare e testimoniare il Vangelo.
Vi sono, infatti, luoghi e circostanze in cui la Chiesa ‘non può diventare sale della terra’ se non per mezzo dei fedeli laici e, in particolar modo, delle famiglie. Perciò l’impegno della Chiesa in questo ambito va rinnovato e approfondito, affinché coloro che il Signore chiama al matrimonio e alla famiglia possano vivere il loro amore coniugale in Cristo e i giovani si sentano attratti dall’intensità della vocazione matrimoniale nella Chiesa”.
Ed ecco la convocazione delle Conferenze Episcopali per un confronto su questa esortazione apostolica di papa Francesco: “Prendendo atto dei cambiamenti che continuano a influenzare le famiglie, ho deciso di convocare nell’ottobre 2026 i Presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo, al fine di procedere, nell’ascolto reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi, alla luce di Amoris laetitia e tenendo conto di quanto si sta realizzando nelle Chiese locali”.
Ddl Caregiver: FISH esprime apprezzamento ma chiede correttivi urgenti
La Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con disabilità e Famiglie (FISH) e le associazioni aderenti esprimono vivo apprezzamento per il disegno di legge sul riconoscimento del caregiver familiare, un intervento atteso da decenni che segna un passo fondamentale verso il pieno riconoscimento di chi quotidianamente assiste e sostiene persone con disabilità, garantendo inclusione e dignità.
Pur valutando positivamente l’impianto della legge, la memoria depositata e la discussione odierna in audizione, presso la XII Commissione Affari sociali della Camera dei Deputati, evidenzia la necessità di correttivi volti a rafforzare l’efficacia della norma. Tra le proposte principali figurano la libertà di scelta della persona con disabilità, la revisione del monte ore richiesto per la qualifica di caregiver (art 2), che verrebbe ridotta a 70 ore per i conviventi e a 18 ore per i non conviventi.
La Federazione richiede, inoltre, il potenziamento del contributo economico, previsto dal 1° gennaio 2027 per chi si registrerà al portale INPS entro ottobre 2026, e la conferma della natura esentasse del beneficio, escludendolo dal calcolo del reddito imponibile e dell’ISEE. La FISH chiede, infatti, l’eliminazione della soglia dei 3000 euro lordi annui per chi non svolge attività lavorativa e la soglia ISEE dei 15000 euro, stabilendo invece come soglia quella prevista per il riconoscimento dell’assegno Unico e Universale (AUU). In caso di co-caregiving, il contributo dovrebbe essere ripartito equamente tra entrambi i genitori (art 13).
La FISH propone anche l’istituzione di un Fondo integrativo volontario presso l’INPS (art 13 – bis) per ampliare le risorse destinate ai caregiver, finanziato esclusivamente da contributi volontari dei lavoratori, professionisti e donazioni pubbliche o private, senza gravare sulle risorse statali obbligatorie.
Altro punto centrale riguarda la previdenza dei caregiver (art. 13-ter): entro dodici mesi dall’entrata in vigore della legge, si auspica un decreto legislativo che garantisca contributi figurativi per l’intero periodo di assistenza, calcolati su base 54 ore settimanali, interamente a carico dello Stato, dal momento del riconoscimento ufficiale del ruolo di caregiver.
Infine, sul tema della qualifica del caregiver, attualmente collegata al numero di ore settimanali, la FISH propone tre alternative per uniformare i criteri su tutto il territorio nazionale: fissare soglie minime nazionali, basarsi sul carico di cura effettivo certificato da strumenti ufficiali (PAI o Progetto di Vita), o definire standard omogenei tramite decreto specifico:
“In questo momento storico, sottolinea la Federazione, è fondamentale che la Commissione e le istituzioni competenti assumano piena responsabilità, rafforzando il provvedimento per trasformarlo in uno strumento concreto di riconoscimento, tutela e sostegno dei caregiver familiari. Migliaia di famiglie attendono da anni questo passo: il Parlamento deve approvare una norma solida, equa e capace di rispondere ai bisogni reali delle persone e delle comunità”.
Monitoraggio Riforma disabilità: la FISH sollecita il confronto nelle Commissioni regionali competenti
Il Decreto Legislativo 62/2024 è entrato nella piena fase sperimentale e, dal 1° marzo, ulteriori 49 province sono coinvolte nell’attuazione della riforma che ridisegna in modo strutturale il sistema di accertamento della disabilità, della valutazione multidimensionale e della progettazione personalizzata. Si tratta di un passaggio cruciale nel percorso di attuazione della legge delega 227/2021 e nel processo di adeguamento dell’ordinamento italiano ai principi della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilita, che pone al centro il modello bio-psico-sociale e il pieno riconoscimento dei diritti delle persone con disabilità.
La FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) continua a seguire con la massima attenzione questa fase, consapevole che i dati e le evidenze che emergeranno nei territori coinvolti saranno determinanti per l’adozione dei decreti correttivi previsti e per garantire la piena applicabilità della riforma a partire dal 2027. Occorre, infatti, verificare con puntualità i tempi effettivi dei procedimenti, l’uniformità applicativa nei diversi territori, l’interoperabilità dei sistemi informativi tra INPS, servizi sanitari ed enti locali, l’adeguatezza delle risorse professionali e la qualità della partecipazione ai processi di definizione del Progetto di vita. Senza un’analisi approfondita delle criticità operative, il rischio è quello di compromettere l’effettiva esigibilità dei diritti e di generare nuove disuguaglianze territoriali.
Per queste ragioni, la Federazione, attraverso le proprie articolazioni regionali, ha richiesto formalmente alle Commissioni consiliari competenti audizioni con l’INPS e con gli Ambiti territoriali sociali, al fine di acquisire informazioni dettagliate sull’andamento della sperimentazione nei territori coinvolti. L’obiettivo è fornire alla politica nazionale un quadro tecnico chiaro e documentato, indispensabile per intervenire tempestivamente e assicurare che, dal 2027, la norma sia realmente applicabile in modo uniforme su tutto il territorio nazionale.
Oltre l’invisibilità: in audizione al Senato la FISH sottolinea il valore democratico del lavoro di cura
In attesa dell’avvio della discussione parlamentare nelle Commissioni competenti sul DDL caregiver, approvato a gennaio dal Consiglio dei Ministri, la FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle persone con disabilità e famiglie) è intervenuta oggi, 5 febbraio, presso la Commissione straordinaria diritti umani del Senato per richiamare l’attenzione sul legame inscindibile tra diritti delle persone con disabilità e diritti dei caregiver familiari, sottolineando come l’assenza di una disciplina organica e strutturale continui a produrre gravi diseguaglianze e violazioni sistemiche.
La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con la legge n. 18 del 2009, afferma con chiarezza che ogni violazione dei diritti delle persone con disabilità costituisce una violazione dei diritti umani. Un principio che trova piena coerenza negli articoli 2, 3, 32 e 38 della Costituzione italiana, che impongono alla Repubblica il dovere di garantire i diritti inviolabili della persona, l’eguaglianza sostanziale, il diritto alla salute e un sistema di assistenza pubblica adeguato.
La solidarietà non può, quindi, tradursi in una delega integrale alle famiglie. Quando il carico assistenziale grava in modo esclusivo e continuativo sui caregiver familiari, senza tutele, riconoscimenti e supporti adeguati, si realizza una distorsione del principio costituzionale di solidarietà e si compromette l’effettività dei diritti delle persone con disabilità.
Il percorso normativo nazionale ed europeo (dalla legge di bilancio 2018 al decreto legislativo n. 29 del 2024, dalla Direttiva (UE) 2019/1158 fino alla recente sentenza n. 38 del 2024 della Corte di giustizia dell’Unione Europea sugli accomodamenti ragionevoli per i lavoratori caregiver) converge verso un dato inequivocabile: senza una disciplina organica sul caregiver familiare, i diritti fondamentali restano sulla carta.
“Riconoscere e tutelare i caregiver familiari non è una concessione, ma un dovere costituzionale: senza una legge organica i diritti delle persone con disabilità e delle loro famiglie restano incompleti e diseguali”, dichiara il presidente della FISH Vincenzo Falabella.
La FISH continuerà a seguire con attenzione l’iter del decreto e auspica che il confronto nelle Commissioni competenti possa portare a scelte coerenti con i principi costituzionali e con gli obblighi internazionali assunti dall’Italia.


























