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Adriano Bordignon nuovo direttore del Centro della Famiglia e don Silvano Filippetto assistente ecclesiastico
Il vescovo di Treviso, mons. Michele Tomasi, ha nominato Adriano Bordignon nuovo direttore del Centro della Famiglia di via San Nicolò, affiancato da don Silvano Filippetto nel ruolo di assistente cclesiastico. Primo laico a ricoprire l’’incarico di direttore nella storia dell’ente, Adriano Bordignon, 50 anni, sposato con Margherita e padre di tre figli, collabora con la Fondazione Centro della Famiglia dal 2004, e dal 2018 ne dirige il Consultorio socio-sanitario. È stato amministratore unico della società strumentale della Fondazione dal 2016 al 2024, oltre a essere stato componente della Commissione diocesana di pastorale sociale e del lavoro, dal 2015 al 2020.
Ha conseguito un master in ‘Scienze del matrimonio e della famiglia’ al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II di Roma ed è stato presidente del Forum delle Associazioni Familiari del Veneto dal 2021 al 2023 (contribuendo attivamente all’approvazione della prima legge regionale su famiglia e natalità e alla sperimentazione del Fattore Famiglia e della Valutazione d’Impatto Familiare) prima di diventare presidente nazionale del Forum delle Associazioni Familiari, realtà che rappresenta oggi oltre 500 associazioni e circa 4,5 milioni di famiglie in Italia.
In questi anni ha promosso interventi pubblici sulla crisi demografica italiana ed europea, richiamando dati ISTAT su natalità e squilibri generazionali, e sollecitando misure mirate di sostegno alle famiglie. Ha preso parte come relatore al Summit internazionale sui diritti dei bambini presso la Sala Clementina in Vaticano, organizzato dal Pontificio Comitato per la Giornata mondiale dei bambini, ribadendo la centralità della tutela dei minori nel contesto familiare e sociale. In occasione del Giubileo delle Famiglie 2025 ha sottolineato l’importanza di un’alleanza sociale e culturale a sostegno della famiglia quale nucleo fondamentale della società.
Inoltre, Bordignon vanta esperienze di rilievo nel mondo associativo avendo ricoperto ruoli apicali quali presidentedi Volontarinsieme, associazione di rappresentanza del volontariato trevigiano, e del CSV – Centro Servizi Volontariato Treviso, ma anche presidente di Ebicom e Ebi.T.Treviso, ente bilaterale del commercio, servizi e turismo della provincia di Treviso dal 2020 al 2026, e quale componente di giunta per Ascom Treviso dal 2019 al 2023 e del consiglio dal 2018 ad oggi.
Attraversando i diversi ruoli e incarichi ha sempre posto al centro dell’azione associativa ed istituzionale il rafforzamento delle reti territoriali tra associazioni, istituzioni e cittadinanza e soprattutto il rafforzamento delle politiche familiari, intervenendo anche su temi quali la rimodulazione dell’ISEE, la tutela dei servizi per la prima infanzia, il sostegno economico alla natalità, la promozione di un’alleanza educativa tra scuola e famiglia, fino ad arrivare al tema dell’educazione digitale e della protezione dall’azzardo.
“Quella del Centro della Famiglia è una storia che attraversa per oltre mezzo secolo la vita di questo territorio: accompagnando migliaia di giovani verso i loro progetti di vita di coppia, formando le famiglie ai loro compiti educativi e civili, sostenendo persone coppie e famiglie nei momenti cruciali di crisi nella vita. Lo fa come espressione della Chiesa trevigiana che collabora vivacemente con le forze della società civile, le amministrazioni locali, il mondo accademico e le stesse famiglie che desiderano farsi protagoniste e responsabili per il Bene Comune. Sono onorato di raccogliere il testimone da don Francesco Pesce e don Mario Cusinato che hanno saputo essere segno luminoso e stimolante di cura e promozione delle relazioni fondamentali”, ha dichiarato il nuovo direttore del Centro della Famiglia di Treviso, Adriano Bordignon.
Don Silvano Filippetto (classe 1960), di origini venete, nasce in Canada e cresce negli Stati Uniti. Ha compiuto gli studi teologici a Treviso e a Chicago, dove è stato ordinato presbitero nel 1986. Trasferitosi alla Diocesi di Treviso nel 1992 e incardinato nel 1995 dal vescovo mons. Paolo Magnani, ha svolto il ministero in diverse parrocchie della Diocesi e, dal 2012, nella Collaborazione Pastorale di Marcon, Gaggio e San Liberale, ha posto particolare attenzione all’evangelizzazione degli adulti. Dal 2025 frequenta il percorso di dottorato in Teologia Pastorale presso la Facoltà Teologica del Triveneto. Da diversi anni partecipa alle settimane residenziali formative della Scuola di Formazione Familiare del Centro della Famiglia.
“Ho avuto modo in questi anni di apprezzare e collaborare con la formazione offerta dal Centro della Famiglia riscontrando l’attenta analisi dei mutamenti socio-culturali che mette in atto per adeguare i suoi strumenti alle nuove sfide pastorali che caratterizzano questi tempi. Accolgo con fiducia e gioia la richiesta del vescovo Michele Tomasi di prestare servizio come assistente ecclesiastico con le famiglie del Centro e in stretta collaborazione con il nuovo direttore Adriano Bordignon”, ha affermato don Silvano Filippetto, oggi Assistente ecclesiastico del Centro della Famiglia di Treviso.
Il passaggio di testimone segue la conclusione dell’incarico di don Francesco Pesce, direttore per sette anni, che lo scorso anno ha lasciato il Centro della Famiglia per assumere la cattedra di Antropologia teologica presso il Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II di Roma.
“La dimensione pastorale e formativa del Centro della Famiglia può essere assunta da un laico e ringrazio Adriano Bordignon per avere accettato questo nuovo incarico, portando in questo nuovo servizio la sua esperienza e il suo amore per il Centro della famiglia. Nei colloqui di questo periodo con le diverse componenti del Centro, mi sono reso conto che anche la presenza stabile e strutturata del presbitero può fare bene, come ha fatto bene finora, alla vita del Centro della Famiglia. Per questo ho nominato don Silvano Filippetto assistente ecclesiastico del Centro.
Vivendo la dimensione della collaborazione riscopriamo una Chiesa fraterna, che valorizza le specificità dei ministeri e il comune radicamento in Cristo di ogni realtà ecclesiale, e che favorisce uno sviluppo della vita del Centro della Famiglia che porterà, ne sono certo, armonia e comunione”, ha dichiarato mons. Michele Tomasi, vescovo di Treviso, che nei giorni scorsi ha voluto presentare personalmente al Consiglio di Amministrazione i nuovi incarichi. Insieme al vescovo anche il vicario generale, mons. Mauro Motterlini, che è presidente della Fondazione, e l’economo della diocesi, Sergio Criveller.
“Mi ha colpito molto l’idea, così ben portata avanti e coerentemente sviluppata da don Francesco Pesce, che il Centro della Famiglia sia nella realtà il ‘Centro delle Famiglie’: luogo di soggettività ecclesiale delle famiglie, dove questa condivisione possa essere sempre più accolta, valorizzata e anche strutturata. Esorto a procedere su questa strada”.
Il Consiglio di Amministrazione del Centro della Famiglia è composto da Andrea Campagnolo, Roberto Miotto (vicepresidente), Paola Rossi, Nicola Poloniato, Silvia Prearo e Mariella Salvadori.
Il Centro della Famiglia di Treviso è l’Istituto diocesano di cultura e pastorale familiare,fondato a metà degli anni ’70 da don Mario Cusinato ed è civilmente riconosciuto. Opera secondo un approccio interdisciplinare in tre ambiti principali: nella formazione per il matrimonio religioso e civile, ma anche con una Scuola di Formazione Familiare e i gruppi sposi; nella cura, tramite il Consultorio Familiare socio-sanitario e nella formazione alle relazioni familiari ed educative; e nella promozione della cultura della famiglia, anche attraverso la relazione politica di analisi e proposta con la Regione del Veneto e le amministrazioni locali, con l’ULSS 2 Marca Trevigiana e con le forze del terzo settore, nonché del mondo produttivo.
A 10 anni da Amoris laetitia: annunciare il Vangelo con le famiglie oggi
Il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e la Segreteria Generale del Sinodo pubblicano il Percorso tematico, strumento di preparazione e animazione dell’Incontro che il Santo Padre Leone XIV ha convocato in Vaticano dal 7 al 14 ottobre 2026 con i Capi delle Chiese Orientali Cattoliche e i Presidenti delle Conferenze Episcopali.
È stato inviato ai Capi delle Chiese Cattoliche Orientali sui iuris e ai Presidenti delle Conferenze Episcopali, ed è reso pubblico oggi, il Percorso tematico, il documento che prepara e accompagna i lavori dell’Incontro che il Santo Padre Leone XIV terrà con loro in Vaticano dal 7 al 14 ottobre 2026.
L’Incontro era stato annunciato dal Papa con il Messaggio del 19 marzo 2026, in occasione del decimo anniversario dell’Esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia. Prendendo atto dei cambiamenti che continuano a influenzare le famiglie, il Santo Padre aveva espresso l’intento di ‘procedere, nell’ascolto reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi, alla luce di Amoris laetitia e tenendo conto di quanto si sta realizzando nelle Chiese locali’.
A conclusione del recente Concistoro straordinario, lo scorso 27 giugno, Papa Leone XIV è tornato sul tema della famiglia: “Là dove essa è sostenuta e accompagnata, cresce una scuola di relazioni, di solidarietà e di speranza; là dove è ferita o isolata, tutta la società ne porta le conseguenze”. Nella stessa occasione ha annunciato che all’Incontro parteciperanno anche alcune famiglie, chiamate a condividere la propria esperienza: “La loro presenza è essenziale, però spero che tutti coloro che verranno si preparino ascoltando da vicino e portando l’esperienza delle famiglie delle loro Chiese”.
A Roma, i Vescovi di tutto il mondo saranno invitati a confrontarsi sui temi indicati dal Percorso tematico e ad ascoltarsi l’un l’altro, per poi rilanciare, nelle proprie Chiese locali e insieme alle famiglie, un’azione pastorale condivisa a favore della famiglia, della vita umana e della vocazione al matrimonio.
Infatti, i giorni di lavoro intendono configurarsi come uno spazio reale di incontro, di ascolto e di discernimento: accogliendo le esperienze vive delle famiglie, condividendo racconti concreti di vita, riflettendo sulle iniziative di accompagnamento che la comunità ecclesiale sta mettendo in atto e confrontandosi con esperti. In questo senso, le Conferenze Episcopali e le Chiese Cattoliche Orientali sono invitate a riflettere sui nuclei tematici già nei mesi che precedono l’incontro, valorizzando l’ascolto delle famiglie delle Chiese locali.
E’ un percorso, quindi, eminentemente pastorale, che pone al centro le famiglie non soltanto come destinatarie dell’azione della Chiesa, ma come soggetti della sua missione, attraverso i quali il Vangelo prende forma nelle relazioni quotidiane, nelle scelte, nella fragilità e nella speranza.
L’incontro, pur non essendo un’Assemblea del Sinodo dei Vescovi, si svolgerà in stile sinodale perché, come papa Leone XIV ha indicato a chiusura del Concistoro, condivide lo spirito del percorso di attuazione del Sinodo, fatto di ascolto, preghiera e discernimento.
Cinque i nuclei tematici proposti alla riflessione dei partecipanti, prima e durante l’incontro: le famiglie oggi: realtà, bellezza e sfide — Discernere i segni dei tempi a partire dall’esperienza delle famiglie e dall’impegno della Chiesa oggi. I giovani e la scoperta della vocazione matrimoniale — Ascoltare i giovani e accompagnarli nella scoperta del valore del matrimonio.
La vita matrimoniale. I primi anni di matrimonio: un tempo decisivo — Ascoltare e accompagnare le coppie nei primi anni di vita matrimoniale e in ogni tappa della vita. Nelle difficoltà della vita: accompagnare e sostenere — Camminare con le famiglie in situazioni complesse. Le famiglie cristiane, soggetti della missione della Chiesa — Accogliere l’amore coniugale e familiare come impulso alla missione.
Divagazioni bibliche sotto l’ombrellone: intervista ad Anna Porchetti
«Sposarsi e decidere di unire i propri destini è la sfida più grande e avventurosa che un uomo e una donna possano fare insieme».
Lo ha ricordato e spiegato bene la scrittrice e blogger Anna Porchetti nel suo primo libro Amatevi finché morte non vi separi. Il matrimonio: scelta per uomini coraggiosi e donne veramente libere [Effatà Editrice, Cantalupa -Torino 2022, pp. 144, euro 14], dedicato al rapporto di coppia per sempre e tradotto in spagnolo (per Loyola Press) e in polacco (Edizioni San Paolo).
Ora l’autrice, moglie e madre di tre figlie con tante collaborazioni giornalistiche e radiofoniche e un master in Scienza e fede conseguito all’ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, esce con un nuovo libro, Il cristiano è un lavoro duro ma qualcuno lo deve pur fare. Divagazioni bibliche nel secolo XXI [Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2025, pp. 256, euro 18]. L’abbiamo intervistata mentre ne sta organizzando una presentazione a Roma, della quale vi informeremo tempestivamente sulla nostra testata.
Per tornare un momento al tuo lavoro di debutto, Amatevi finché morte non vi separi, se le statistiche ci dicono che i matrimoni sono sempre più in crisi e aumentano le coppie di fatto, come fai a sostenere che ha ancora senso sposarsi?
Dopo aver pubblicato il libro, sono stata invitata a una serie di corsi per fidanzati. Una delle cose più sorprendenti che ho scoperto è che più della metà delle coppie di questi corsi è costituita da coppie di fatto, conviventi da anni e spesso anche con figli. Sono persone che, in apparenza, hanno già realizzato la loro storia d’amore ma, nella realtà, sentono che manca qualcosa. Il matrimonio sacramentale non è solo una cerimonia più solenne e commovente delle altre, non è solo una tradizione o l’occasione per sfoggiare abiti principeschi ma è il veicolo di una profonda trasformazione.
Con esso i due sposi si appartengono completamente, in modo indissolubile ed eterno. Non si tratta di un incantesimo o di un rito magico, ma della grazia del Sacramento, che Dio ci infonde attraverso lo Spirito Santo. Eternità e indissolubilità sono parole che spaventano solo gli amori piccoli e immaturi. Gli amori grandi sognano di essere davvero indissolubili ed eterni. È per questo che, se ci si ama davvero, prima o poi si comprende che un matrimonio sacramentale non è assolutamente la stessa cosa di una convivenza.
Ed a coloro che sostengono che, comunque, un matrimonio religioso nell’ambito di in una società agnostica e individualista non potrà mai ritornare “di moda” cosa rispondi?
Rispondo che sposarsi non perderà mai di senso e non seguirà mai le mode, perché il Signore ha voluto costruire il matrimonio dotandolo di quello di cui aveva bisogno, ovvero il Sacramento necessario a cementare un amore davvero profondo. Si tratta di un dono immenso e goderne è un privilegio.
Il cristiano è un “lavoro duro”, scrivi, ma che qualcuno deve pur fare. Già, ma come farlo in un Paese nel quale l’appartenenza alla Chiesa è vista come una scelta privatistica che non deve incidere nella società?
Credo che la trappola più insidiosa della modernità stia in questo invito al disimpegno spirituale. La religione viene indicata quasi come fosse un vizio privato, da tenere nascosto, da praticare fra le mura domestiche, nella privacy della propria abitazione. Quasi fosse una droga, una pratica estrema, o un qualcosa a cui non si riesce a rinunciare, ma di cui, sotto sotto, ci si vergogna un po’. E poi, diciamolo, il cristianesimo è davvero una religione controcorrente. Non è una novità, lo diceva già San Paolo, quando scriveva che la croce è scandalo dei giudei e stoltezza dei pagani. Amare il prossimo tuo, dove si è mai sentito? Fare il bene anche di chi ti vuole male, chi altri lo propone? Un cristiano è un personaggio ingombrante e bislacco.
Sì, in effetti, pochi sono disposti a negare che la dimensione spirituale sia parte integrante di ciascuno di noi, della nostra personalità, del nostro modo di intendere la vita…
Vero, e tenere nascosta la nostra fede o vergognarcene sarebbe un modo di nascondere noi stessi, di essere inautentici. Nel mio ultimo libro parlo di Daniele, un personaggio biblico che rappresenta il primo caso documentato di obiezione di coscienza. Lui lavora, si integra in una società aliena e persino ostile all’Ebraismo. Si fa apprezzare ma non nasconde la sua fede, né è disposto a scendere a compromessi col mondo. Nemmeno quando questa fedeltà rischia di costargli cara. Con la cresima diventiamo soldati di Cristo, ma questo non significa prendere in mano armi o nutrire propositi bellicosi, bensì ricordare che la nostra fede prevede anche una chiamata alla militanza, alla lealtà, alla coerenza, alla difesa dell’essenza del nostro credo e alle connesse convinzioni religiose e spirituali.
Con stile ironico ma allo stesso tempo profondo ci riproponi nel tuo ultimo libro gli insegnamenti della Bibbia a partire dal ricchissimo catalogo di storie nelle quali Dio si è messo in dialogo con uomini e donne, nella quotidianità delle loro vite. Leggere quelle storie così lontane culturalmente e nel tempo può davvero ispirarci anche oggi?
Noi moderni nutriamo verso il passato, la Bibbia in particolare, un pregiudizio ingiustificato. Riteniamo di essere assolutamente diversi da ogni precedente generazione e che quello che capita a noi, non si sia mai verificato nella storia dell’umanità. Il fatto è che le storie e i personaggi della Bibbia non sono affatto lontani da noi! Al contrario, sono vicinissimi, perché la natura umana non è mai cambiata. Al massimo sono cambiati gli outfit e le abitudini. Ma gli uomini e le donne sono rimasti tali e quali, con le loro miserie, le loro paure, la difficoltà a fidarsi di Dio.
Anche ai tempi dell’Antico Testamento esistevano uomini con poca autostima, come Gedeone, mogli rompiscatole, come Rachele, gente brontolona e incontentabile, come il popolo dell’Esodo. E che dire di Raab? Una straniera che riesce a realizzare una perfetta e invidiabile integrazione in una cultura diversa dalla sua. E vogliamo parlare della parabola dei talenti, il primo talent show che la storia ricordi? E il vasaio del libro di Geremia non è un produttore di tupperware ante litteram? Rileggere la Bibbia senza preconcetti, ci aiuta a vederne la straordinaria attualità e a riflettere sulla nostra natura.
Puoi sintetizzare per i nostri lettori la storia biblica che hai ironicamente intitolato Eva e il complottismo?
Certamente.Eva non è forse la prima complottista dell’umanità? Lei pensava che Dio volesse negarle il frutto dell’albero al centro dell’Eden, perché aveva qualcosa di losco da nasconderle. Istigata dal serpente, deve aver pensato: “Dio vuole fregarmi! Meno male che io sono una furba, una che si informa, che cerca fonti indipendenti, non allineate con la vulgata mainstream! Invece, io penso con la mia testa, e me ne frego dei divieti!”. Lei è così convinta che ci sia qualcosa sotto, e che Dio la voglia privare di chissà quale privilegio a cui ha diritto, che fa la cosa più sbagliata che potesse fare. Decide di non fidarsi di Dio, che ha a cuore il suo vero bene, e di dar retta al diavolo, che, come suggerisce il suo nome, è maestro nel dividere, nell’allontanare l’uomo (e la donna) da Dio.
In conclusione, come sostieni nel libro, «fare parte della comunità dei cristiani è immensamente vantaggioso, oggi, come nel passato». Puoi darci degli argomenti comunicativamente efficaci per convincere di ciò le tante persone che considerano i cristiani (per dire il meno) dei frustrati se non dei “deprivati”?
Beh, il vantaggio mi sembra piuttosto evidente. Con la fede, non serve costruire imperi sulla terra, c’è un intero Regno dei Cieli, già fatto e finito. Se ti guadagni un posto lì, non dico una nuvola vista mare, ma anche solo uno sgabello, uno scrannetto, uno strapuntino, hai fatto tombola. Hai un posto fisso in un luogo in cui non si litiga nemmeno alle riunioni di condominio. In paradiso, per chi avrà la fortuna di abitarci, si sta benissimo. Il Padrone di casa è un gran Signore, tratta tutti come figli. Non si paga l’affitto, non c’è il rischio di essere sfrattati. E poi, non fa caldo come all’inferno che, per di più, è un posto davvero mal frequentato. Peggio che certi quartieri degradati di Milano, ma non ditelo al sindaco, lui è convinto che il Signore abbia aperto un franchising del suo Regno qui in città…
Papa Leone XIV: con la collaborazione si sconfigge la denatalità
“In quanto rappresentanti dei vostri rispettivi popoli, e in rappresentanza di una pluralità di opinioni politiche all’interno degli Stati membri dell’Unione europea, la vostra attenzione alla questione demografica del continente è certamente opportuna, poiché tale tematica rappresenta una sfida urgente con implicazioni concrete per milioni di persone e le loro famiglie in quello che sta diventando il ‘vecchio continente’, non più per la sua gloriosa storia, ma per l’avanzare dell’età, come ha spesso sottolineato papa Francesco”: ricevendo, prima della presentazione dell’enciclica, i membri dell’Intergruppo sulla demografia del Parlamento europeo, insieme al commissario europeo per il Mediterraneo, al ministro italiano per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità ed al rappresentante speciale dell’OSCE per il cambiamento demografico e la sicurezza, in occasione della Conferenza sulla famiglia e la demografia, papa Leone XIV ha sottolineato che la natalità è una sfida per l’Europa.
Una sfida in quanto la natalità è ostacolata: “I problemi derivanti da una crescita demografica nulla sono molteplici e complessi e includono, non ultimo, la pandemia della solitudine. Inoltre, i dati demografici non sono semplici statistiche, ma parlano di paternità, maternità e figli. Ed i bambini sono il futuro! Eppure, parlare del futuro significa puntare a uno sviluppo integrale e sostenibile, che è seriamente ostacolato dalla mancanza di solidarietà tra le generazioni. Purtroppo, tale solidarietà richiede un equilibrio intergenerazionale che attualmente manca in Europa”.
Per questo papa Francesco aveva delineato che la crescita demografica serviva ad un nuovo pensiero sull’Europa: “Inoltre, negli ultimi decenni, abbiamo constatato che il rifiuto dell’ispirazione cristiana dei padri fondatori delle istituzioni europee ha portato a un periodo di drastica sterilità, non solo perché troppe persone sono state private del diritto di nascere, ma anche perché non è stato possibile trasmettere ai giovani gli strumenti materiali e culturali necessari per affrontare il futuro”.
Da qui papa Leone XIV ha constatato ce molti governi, pur favorevoli alla natalità, ostacolano la maternità: “Di conseguenza, ci troviamo spesso di fronte alle contraddittorie affermazioni di politiche apparentemente favorevoli alla famiglia, che al contempo promuovono la discriminazione nei confronti della maternità, esaltano l’aborto come diritto e minano le fondamenta stesse del desiderio di formare una famiglia. Fortunatamente, oggi esistono meravigliose eccezioni!”
Per questo la demografia deve essere studiata per il ‘bene’ dell’Europa: “Tutte queste problematiche, pertanto, necessitano urgentemente di essere studiate e affrontate in modo coordinato da un’ampia gamma di istituzioni accademiche, politiche e sociali. La sfida demografica rappresenta un momento cruciale per il futuro antropologico, sociale ed economico dell’Europa. Il vostro coinvolgimento, con la sua rappresentanza trasversale ai partiti, può svolgere un ruolo fondamentale ed è un forum ideale per esplorare modalità che generino idee innovative, di cui l’Europa e il mondo hanno disperatamente bisogno. Tale dialogo deve includere non solo le diverse istituzioni e i governi europei, ma anche l’intero tessuto della società civile, di cui i cristiani sono parte integrante”.
Ma alla base di tali ‘sfide’ deve esserci la dignità della persona: “Al centro di queste urgenti sfide, e alla base della ricerca di soluzioni, risiedono la dignità fondamentale di ogni persona e il ruolo della famiglia nella società. Come ci ha ricordato san Giovanni Paolo II, la famiglia è ‘la prima e insostituibile scuola di vita sociale’ e si fonda sul matrimonio tra un uomo e una donna, una realtà che unisce la dimensione personale e quella pubblica. In quest’ottica, le vostre discussioni sono chiamate anche a promuovere la responsabilità condivisa e il ruolo attivo delle famiglie nella vita sociale, politica e culturale. Solo rispettando e valorizzando questo ruolo centrale della famiglia, e applicando il principio di sussidiarietà, è possibile evitare i due estremi dell’eccessivo intervento statale e dell’individualismo”.
Però, al contempo il papa ha invitato a non ‘tornare’ al passato: “Infine, questo approccio non significa tornare ai modelli sociali del passato, ma fornire agli uomini e alle donne del nostro tempo i principi immutabili che possano certamente guidarli nel rispondere alle domande fondamentali che ogni epoca si pone: qual è il significato e il valore della vita umana; cos’è un’autentica società umana; e che tipo di mondo vogliamo lasciare in eredità alle generazioni future. A questo proposito, le politiche nazionali ed europee devono essere sviluppate e formulate in collaborazione con la società civile”.
E’ stato un invito alla collaborazione con altri organismi della società civile: “Vorrei sottolineare che la cooperazione dell’Intergruppo con la Federazione delle Associazioni Familiari Cattoliche in Europa (FAFCE) e con la Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE) offre un eccellente esempio di come diverse entità (ciascuna con la propria area di competenza) possano lavorare insieme per garantire un cambiamento efficace che migliori la qualità della vita di tutti.
Questo è l’impulso che i cristiani apportano al progetto europeo, affinché le politiche guardino alla persona umana nella sua interezza e promuovano sempre la dignità dell’essere umano. In questo modo, si può aprire una strada autenticamente umana per risolvere la crisi demografica, orientata al bene comune e al benessere delle generazioni future. Solo una nuova primavera per la famiglia può trasformare il gelo invernale delle nostre popolazioni che invecchiano!”
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV ai giovani africani: guardate al futuro
“Chi ha paura della pioggia? Chi vuole la benedizione di Dio? Grazie per essere qui! Continuiamo a far festa! La Chiesa ha bisogno dell’entusiasmo di tutti voi! Cari fratelli e sorelle, con grande gioia vi saluto e ringrazio il Vescovo per le parole che mi ha rivolto. Ringrazio e tutti voi per la calorosa accoglienza e per il vostro entusiasmo che manifesta la gioia della vostra fede”: nel penultimo incontro pubblico in Africa, sotto la pioggia papa Leone XIV ha ascoltato le testimonianze dei giovani nello stadio di Bata, dalla sfida delle donne nel mondo del lavoro a quella posta dal percorso matrimoniale ‘che cresce nella libertà’.
Dopo aver ascoltato le testimonianze dei giovani il papa ha ripreso il motto del viaggio apostolico nel Paese africano: “E’ un richiamo al motto di questo viaggio (‘Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza’). Però, trova conferma nella presenza qui di tutti voi! La luce più splendente, qui, è quella dei vostri occhi, dei vostri volti, del vostro sorriso, dei canti, dei balli, in cui tutto è testimonianza che Cristo è gioia, senso, ispirazione e bellezza per la nostra vita”.
Quindi ha invitato i giovani a non far tramontare le tradizioni, ma con uno sguardo al futuro:”Il vostro Paese, la Guinea Equatoriale è un Paese ricco di storia e di tradizioni. Lo abbiamo visto poco fa, nelle danze, nei costumi e nei simboli con cui ciascun gruppo ha espresso la propria identità, rendendo ancora più evidente e toccante il nostro stare insieme.
Avete portato degli oggetti semplici e quotidiani (un bastone, una rete, la riproduzione di un’isola, una barca, uno strumento musicale) che parlano della vostra vita e dei valori antichi e nobili che la animano, come il servizio, l’unità, l’accoglienza, la fiducia, la festa. È l’eredità luminosa e impegnativa di cui voi, cari giovani, siete chiamati a essere, nella fede, il fondamento del futuro vostro e di questa Terra. Il futuro è vostro!”
Rispondendo alle domande il papa ha sottolineato l’importanza della famiglia: “Carissimi, siete venuti a questo incontro con le vostre famiglie. Esse sono il terreno fertile in cui l’albero fresco e fragile della vostra crescita umana e cristiana affonda le sue radici… Molti di voi vi state preparando al sacramento del Matrimonio.
Essere sposi e genitori è una missione entusiasmante, un’alleanza da vivere giorno per giorno, in cui ci si ritrova sempre nuovi l’uno per l’altra, fautori, insieme a Dio, del miracolo della vita e costruttori di felicità, per voi e per i vostri figli. Preparatevi a vivere questa chiamata come un cammino di vero amore, che cresce nella libertà, un cammino di speranza che nasce dalla consapevolezza che Dio non vi abbandona, un cammino di santità che cerca sempre il bene e la felicità dell’altro”.
Infine ha invitato tutti a lasciarsi incantare dalla bellezza: “Carissimi giovani, genitori, e tutti voi, qui presenti, lasciamoci entusiasmare dalla bellezza dell’amore, facciamoci testimoni dell’amore che Gesù ci ha lasciato e insegnato! Testimoniamo ogni giorno che amare è bello, che le gioie più grandi, in tutti gli ambienti, vengono dal saper donare e dal donarsi, specialmente quando ci si china su chi è più bisognoso”.
E la carità trasforma il mondo, come affermava sempre papa Francesco: “La luce della carità, coltivata nelle case e vissuta nella fede, può davvero trasformare il mondo, anche nelle sue strutture e istituzioni, perché ogni persona vi trovi rispetto e nessuno sia dimenticato. Sorelle e fratelli, Facciamo insieme, di questo, un proposito fermo, un impegno gioioso, perché Cristo, Crocifisso e Risorto, luce della Guinea Equatoriale, dell’Africa e del mondo intero, possa guidarci tutti verso un futuro di speranza”.
Prima di questo incontro il papa ha visitato il carcere che ospita uomini e donne che scontano una pena o sono in stato di custodia cautelare: “Oggi sono qui per dirvi qualcosa di molto semplice: nessuno è escluso dall’amore di Dio! Ognuno di noi, con la propria storia, i propri errori e le proprie sofferenze, continua a essere prezioso agli occhi del Signore. Possiamo dirlo con certezza, perché Gesù ci ha rivelato questo in ogni incontro, in ogni gesto e in ogni parola. Persino arrestato, condannato e messo a morte senza alcuna colpa, Lui ci ha amato sino alla fine, mostrando di credere nella possibilità che l’amore cambi anche il cuore più indurito”.
Il discorso del papa è stato un invito alla riconciliazione: “Anche voi fate parte di questo Paese. L’amministrazione della giustizia ha lo scopo di proteggere la società, ma per essere efficace deve sempre investire sulla dignità e sulle potenzialità di ogni persona. Una vera giustizia cerca non tanto di punire, ma soprattutto di aiutare a ricostruire la vita sia delle vittime, sia dei colpevoli, sia delle comunità ferite dal male. Non c’è giustizia senza riconciliazione. E’ un lavoro immenso, di cui una parte può avvenire dentro la prigione e un’altra parte, ancora maggiore, deve coinvolgere tutta la comunità nazionale, per prevenire e riparare le ferite provocate dall’ingiustizia”.
Quindi il carcere può diventare ujn luogo di cambiamento: “Anche se il carcere appare un luogo di solitudine e desolazione, questo tempo (come è stato detto) può diventare un tempo di riflessione, di riconciliazione e di crescita personale. Si faccia di tutto, ad esempio, perché vi sia data in carcere la possibilità di studiare e di lavorare con dignità. La vita non è definita solo dagli errori commessi, esito in genere di circostanze pesanti e complesse: c’è sempre l’opportunità di rialzarsi, di imparare e di diventare una persona nuova”.
Li ha incoraggiati a non disperare: “Fratelli e sorelle, non siete soli. Le vostre famiglie vi amano e vi aspettano, e molti, al di fuori di queste mura, pregano per voi. E se anche qualcuno temesse di essere stato abbandonato da tutti, Dio non vi abbandonerà mai e la Chiesa sarà al vostro fianco. Pensate anche al vostro Paese, ai giovani della Guinea Equatoriale che hanno bisogno di esempi di perseveranza, responsabilità e fede. Ogni sforzo di riconciliazione, ogni gesto di bontà, può diventare una fiammella di speranza per gli altri”.
Infine ha ringraziato coloro che svolgono il loro lavoro nel penitenziario: “Desidero ringraziare anche coloro che lavorano in questo centro penitenziario: il Direttore, gli Agenti e il Cappellano. Il loro servizio è fondamentale quando coniuga sicurezza, rispetto e umanità, garantendo l’ordine necessario ad accompagnare i detenuti in un percorso di reinserimento e di ricostruzione della propria vita.
Cari fratelli e sorelle, Dio non si stanca mai di perdonare. Egli apre sempre una nuova porta a chi riconosce i propri errori e desidera cambiare. Non permettete che il passato vi rubi la speranza nel futuro. Ogni giorno può essere un nuovo inizio”.
(Foto: Santa Sede)
Sinodo: la sfida pastorale della poligamia e l’ascolto del grido dei poveri e della terra
Nei giorni scorsi la Segreteria Generale del Sinodo ha pubblicato il Rapporto finale del Gruppo di Studio n.2 su ‘Ascoltare il grido dei poveri e della terra’ e quello della Commissione SCEAM (Simposio delle Conferenze Episcopali d’Africa e Madagascar) su ‘La sfida pastorale della poligamia’.
Il Rapporto finale del Gruppo di Studio 2 si sviluppa in più sezioni: preceduto da una riflessione del Cardinale Michael Czerny, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il Rapporto intende rispondere alle cinque domande fondamentali affidate al Gruppo sul come la Chiesa possa ascoltare meglio il grido dei poveri e della terra.
Il documento prende le mosse dalla convinzione teologica che ascoltare i poveri e la terra non sia un’opzione pastorale, ma un atto di fede costitutivo della missione ecclesiale, radicato nel duplice comandamento dell’amore e nell’esempio del Buon Samaritano.
Come ha ricordato il card. Czerny nella sua prefazione, il termine ‘ascolto’ designa un processo integrale che comprende l’incontro, la comprensione del problema, l’azione, la valutazione e il sostegno spirituale, e che riguarda ogni cristiano, anche chi si sente povero. La domanda guida dell’intero lavoro del Gruppo diventa pertanto: come può la Chiesa ascoltare meglio questi due gridi interconnessi, consapevole che rispondere al grido dei poveri significa anche rispondere al grido della terra, e viceversa?
Successivamente, dopo aver delineato le modalità di lavoro, i limiti riscontrati e le lezioni apprese, il Rapporto individua gli strumenti già disponibili nella Chiesa (parrocchie, comunità di base, movimenti, organismi Caritas, reti ecumeniche e internazionali) e ne valorizza la ricchezza, invitando al contempo a superare la tentazione di una delega illegittima verso strutture specializzate, richiamando ogni battezzato alla corresponsabilità.
Tra le proposte concrete figura la creazione di un ‘Osservatorio Ecclesiale sulla Disabilità’, suggerito da un sottogruppo composto in maggioranza da persone con disabilità, quale modello replicabile a scala locale e regionale per dare voce a tutti i gruppi marginalizzati. Sul piano teologico, il Rapporto richiama la necessità di una teologia che nasca dall’ascolto dei poveri e della terra come luoghi teologici autentici (loci theologici), e chiede che teologi provenienti dalle comunità più fragili siano coinvolti attivamente nell’elaborazione dei documenti magisteriali.
Forte attenzione è riservata alla formazione: i programmi formativi per laici, religiosi e seminaristi devono integrare l’incontro diretto con le periferie esistenziali, la competenza all’ascolto come disciplina spirituale (non solo come tecnica) e l’analisi sociale. Il documento si conclude con una visione di Chiesa sinodale capace di diventare essa stessa strumento di ascolto, non limitandosi ad avere strutture per ascoltare, ma trasformando ogni suo membro in presenza missionaria accanto ai più vulnerabili.
I messaggi chiave sono stati che il ministero sociale non può essere delegato — tutti i cristiani hanno la responsabilità di ascoltare e rispondere — e che la comunicazione bidirezionale tra parrocchie, ministeri, vescovi e organismi è essenziale per la missione condivisa. L’Appendice C sottolinea che rispondere ai gridi dei poveri e della terra è parte integrante della missione dell’intera comunità cristiana, e non solo di quella degli specialisti.
Le 20 raccomandazioni del Rapporto riguardanti il cruciale ambito della formazione includono: privilegiare gli incontri diretti con le persone impoverite e vulnerabili, garantendo che si ascoltino voci diverse, quali quelle di donne, bambini, comunità indigene e del creato stesso; riconoscere le persone impoverite come soggetti attivi dell’evangelizzazione, e non semplici destinatari di servizi; insegnare l’ascolto come parte integrante della Dottrina Sociale della Chiesa, dell’advocacy e del discernimento spirituale; integrare le preoccupazioni ecologiche e sociali; garantire l’accesso alla formazione per coloro che vivono ai margini, in particolare i Popoli Originari, le donne e le persone con disabilità; fornire risorse per l’ascolto, la competenza interculturale, l’analisi di genere e culturale, e la capacità di risposta al grido della terra.
Mentre il Simposio delle Conferenze Episcopali dell’Africa e del Madagascar (SCEAM) ha elaborato una riflessione organica sulla sfida pastorale della poligamia, radicata nel contesto culturale, antropologico e teologico del continente africano. Il Rapporto prende avvio dal riconoscimento del valore sacro della famiglia africana, fondata sull’alleanza tra i gruppi umani, con gli antenati e con Dio, in cui il figlio è considerato benedizione divina e il desiderio di numerosa discendenza parte integrante dell’identità comunitaria.
E’ in questo orizzonte che si colloca storicamente l’esistenza della poligamia, fenomeno non esclusivo dell’Africa ma ivi particolarmente radicato e pastoralmente urgente. L’’analisi biblica ne ha rivelato l’ambivalenza: tollerata nell’Antico Testamento, essa è progressivamente superata dalla rivelazione neotestamentaria, nella quale Gesù (richiamandosi al disegno originario del Creatore) afferma con chiarezza l’unità e l’indissolubilità del matrimonio.
Il documento ribadisce con fermezza la dottrina della Chiesa: il matrimonio cristiano è monogamico per natura teologica e non per imposizione culturale. Sul piano pastorale, il SCEAM esclude ogni forma di riconoscimento della poligamia e raccomanda che i catecumeni poligami non siano ammessi al battesimo prima di aver liberamente abbracciato l’impegno verso il matrimonio monogamico.
Non si tratta di esclusione o stigmatizzazione, bensì di un accompagnamento paziente e rispettoso, ispirato alla misericordia di Cristo. La dignità della donna è posta al centro di questa pastorale, con Maria, Madre di Gesù, offerta come modello di un’evangelizzazione incarnata nella cultura. La conclusione apre verso una ‘pastorale di prossimità’ capace di aprire le porte della Chiesa a quanti vivono nelle periferie spirituali ed esistenziali, riconoscendo in ogni persona un figlio di Dio chiamato all’amore fedele e all’Alleanza.
Entrambi i Rapporti, nelle loro diversità tematiche, testimoniano il cammino sinodale della Chiesa: una Chiesa che ascolta, che discerne, che accompagna e che, radicata nel Vangelo, non cessa di farsi prossima a ogni uomo e donna rispondendo alle sfide del nostro tempo.
10 anni dopo Mitis Iudex Dominus Iesus: colloquio con Emanuele Tupputi e Rosario Vitale
Martedì 24 febbraio si svolgerà presso la Pontificia Università Antonianum, la Giornata di studio Giuridico-Pastorale organizzata dalla Facoltà di diritto canonico della stessa Facoltà, dal titolo: ‘Discernere e accompagnare nella verità, la fragilità matrimoniale tra procedura giuridica e cura pastorale’. La Giornata si svolgerà in due modalità: in presenza o online per la sessione mattutina e solo in presenza per la sessione pomeridiana, ove sono previsti due laboratori da scegliere al momento dell’iscrizione all’indirizzo antdiritto@gmail.com inserendo come oggetto ‘24 febbraio 2026 – PUA’, specificando non solo la modalità di partecipazione, ma possibilmente anche la propria provenienza e attività ecclesiale che si svolge (religioso, sacerdote, operatore pastorale, avvocato, giudice).
Nel frattempo è stato pubblicato il volume ‘La riforma del processo matrimoniale canonico a dieci anni dal motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus dimensione giuridica e pastorale tra bilanci e prospettive’, curato dall’avv. Rosario Vitale, membro dell’Associazione Canonistica Italiana (ASCAI) e direttore di ‘Vox Canonica, periodico online di scienze canonistiche, e don Emanuele Tupputi, dottore in Diritto Canonico, vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Diocesano di Trani-Barletta-Bisceglie, responsabile del Servizio Diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati, membro del Servizio Diocesano per la Tutela dei minori e delle persone vulnerabili, giudice al Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano Pugliese e membro di ASCAI.
Il volume vuole celebrare il decimo anniversario della pubblicazione del Motu Proprio di papa Francesco, ‘Mitis Iudex Dominus Iesus’, e raccoglie tutti i contributi che Vox Canonica (la rivista on line specializzata in diritto canonico, ha pubblicato sul tema. La collettanea, nell’intento degli Autori, nasce dall’intento di offrire una riflessione organica e multidisciplinare sul significato, sull’impatto e sulle prospettive aperte dalla riforma voluta da papa Francesco.
Agli autori,don Emanuele Tupputi e Rosario Vitale, abbiamo chiesto di raccontare l’intento di questa collettanea: “Il volume intende festeggiare i 10 anni dalla promulgazione del MIDI e raccoglie tutti i contributi che Vox Canonica ha pubblicato in questi primi 5 anni di attività sull’argomento. È stato un lavoro poderoso e di squadra, che contribuisce a far conoscere sempre più e sempre meglio la riforma di papa Francesco. Lo stesso report sui Tribunali ecclesiastici italiani ha contribuito a dare uno spaccato e far comprendere meglio ‘a quale punto siamo’ con la riforma e cosa ancora si deve fare. Mi auguro che questo piccolo contributo, che voglio sottolinearlo, è frutto di una grande squadra che è la famiglia di Vox Canonica, possa aiutare tutti i fedeli ad accostarsi con sempre maggiore consapevolezza al sacramento del matrimonio”.
Quali sono i punti fondamentali del Motu Proprio?
“Tra i punti fondamentali del MIDI si può serenamente riconoscere che esso ha contribuito molto a rendere la giustizia e l’accertamento della verità più efficace e più vicino alla realtà dei fedeli.
Leggendo il MIDI con attenzione si evince chiaramente come il Legislatore ribadisca che deve esserci sempre sinergia tra diritto e azione pastorale nella Chiesa, cosi come l’importanza di recuperare uno stile di prossimità e di reciprocità che ponga al centro la persona e la sua salus nella condizione umana che la vede come creatura.
L’accompagnamento, l’ascolto e il discernimento sono la cifra emblematica della riforma voluta da papa Francesco ma richiede una sempre maggiore attuazione onde fugare pastoralismi sterili a discapito della verità. Un altro punto di forza del MIDI è aver avviato dei processi di conversione delle strutture giudiziarie, anche se non sono mancate e non mancano delle resistenza da superare, come, ad esempio, una maggiore attenzione ad avere più operatori del diritto che siano preparati e quindi di investire anche e soprattutto sui laici affinché possano contribuire nell’amministrazione della giustizia a vari livelli.
E’ difficile per un vescovo di una diocesi dove vi è carenza di sacerdoti, affidare il ruolo di vicario giudiziale ad esempio ad un prete e che questi possa dedicarsi esclusivamente a quello. Questo accade poiché nell’immaginario ecclesiale, certi uffici sembrano essere meno importanti di altri o si pensa che possano occupare meno tempo di altri”.
Cosa è ‘cambiato’ in questo decennio nel processo matrimoniale canonico?
“In questo decennio il processo matrimoniale canonico è stato sicuramente più valorizzato nel suo valore ecclesiale, giuridico e pastorale, ma mai a discapito della verità. Tuttavia, non sono mancate, e ancora persistono, difficoltà di natura culturale, organizzativa o formativa.
Infatti, da una piccola ricerca sui tribunali ecclesiastici in Italia a 10 anni dal MIDI e annesso report compiuto (pubblicati sul sito di Vox Canonica lo scorso 7 gennaio) si è rilevato che il processo matrimoniale canonico è cambiato a macchia di leopardo, nel senso che da un lato si è rilevata la positività della normativa per aver apportato significativi benefici in termini di economia processuale per l’abolizione dell’obbligatorietà della doppia decisione conforme, come requisito per l’esecutività della sentenza, dall’altro lato diversi Tribunali ecclesiastici (la maggioranza) hanno cercato di accogliere la riforma favorendo un’applicazione ponderata e ragionevole tenendo in debito conto le varie conformazioni territoriali e le competenze.
Nel report, inoltre, alla positività del MIDI sono seguite alcune criticità da superare tra alcune si evidenzia una che è la scomparsa degli appelli contro sentenze affermative che induce a una legittima e saggia riflessione sul se e sul come la difesa del vincolo sia in realtà assicurata e su come la figura del Difensore del vincolo debba essere sostenuta e apprezzata nel serio svolgimento del proprio ruolo processuale in difesa del vincolo”.
Quale pastorale della vicinanza è possibile?
“La prima pastorale della vicinanza è quella di un cambio di mentalità per un autentico servizio alle famiglie che coinvolge direttamente la pastorale giudiziale. Favorire servizi ecclesiali in cui la dimensione giuridica e quella pastorale entrino veramente in dialogo, cosi come previsto, ad esempio, dall’istituto canonico dell’indagine pregiudiziale o pastorale (cfr. RP art. 1-5 del MIDI) che in molte diocesi è ancora disatteso. E questo vale sia per quelle che fanno parte di un tribunale interdiocesano sia per quelle che hanno deciso di istituite un tribunale diocesano.
In un contesto culturale ed antropologico in continua evoluzione anche per la famiglia ed in special modo per le sue fragilità urge andare più incontro ai fedeli feriti aiutandoli a ‘conoscere’ la possibilità della dichiarazione di nullità, e ove possibile invitandoli a percorrerla o in caso contrario accompagnarli pastoralmente per un maggiore integrazione nella comunità ecclesiale e far riscoprire i desiderio di famiglia. Urge una maggiore sinergia tra tribunali ecclesiastici e ambito pastorale della famiglia, della catechesi, dei giovani e della formazione del clero.
Questo al fine di saper leggere le singole situazioni dei fedeli e aprire un più articolato discernimento che favorisca una pastorale unitaria affinché le dinamiche, pastorali prima e processuali poi, corrispondano ad un impegno ecclesiale, in primis dei Vescovi, verso un attenzione concreta delle crisi matrimoniali nella via di alcune parole chiavi: prossimità, accompagnamento, discernimento ed integrazione”.
Papa Leone XIV ha sottolineato la natura pastorale del Diritto Canonico: quali sono le prospettive?
“Le prospettive sono alquanto positive in quanto papa Leone essendo un canonista di formazione e avendo un senso altrettanto spiccato della pastorale sarà capace di far avanzare le finalità del diritto canonico per il bene delle anime. A tal riguardo lo scorso novembre ha ribadito come ‘Nella potestà giudiziaria opera un aspetto fondamentale del servizio pastorale: la diaconia della verità. Ogni fedele, ogni famiglia, ogni comunità ha bisogno di verità circa la propria situazione ecclesiale, in ordine a compiere bene il cammino di fede e di carità. In questa cornice si situa la verità sui diritti personali e comunitari: la verità giuridica dichiarata nei processi ecclesiastici è un aspetto della verità esistenziale nell’ambito della Chiesa’.
Recentemente il 26 gennaio, parlando ai prelati della Rota Romana dopo averli esortati ad essere cooperatori della verità ed operatori di pace ha ribadito l’importanza di coniugare nell’azione giuridica la verità della giustizia e la virtù della carità fugando che una malintesa compassione offuschi la verità. In questi primi discorsi del papa canonista, dunque, si evince il suo desiderio e la sua volontà di far comprendere che il diritto canonico è al servizio della Chiesa e della salus animarum. La sua missione non è un uso positivistico dei canoni per cercare soluzioni di comodo ai problemi giuridici o tentare certi ‘equilibrismi’, ma quella di applicarlo nelle situazioni concrete della pastorale coniugando misericordia e giustizia”.
‘Una Caro’: il matrimonio è promessa di infinito
“Questo è un testo per la Chiesa universale, che può tuttavia essere preso in giusta considerazione in ogni luogo di fronte alle sfide culturali locali. Il documento, infatti, prende sul serio l’attuale contesto globale di sviluppo del potere tecnologico, nel quale l’essere umano è tentato di pensare a sé stesso come ad una creatura senza limiti, che può ottenere tutto ciò che immagina. In questo modo, viene facilmente offuscato il valore di un amore esclusivo, riservato a una sola persona, cosa che di per sé implica la rinuncia libera a molte altre possibilità”: così si legge nell’introduzione, firmata dal prefetto del Dicastero della Dottrina per la fede, card. Víctor Manuel Fernández, alla Nota dottrinale ‘Una Caro. Elogio della monogamia – Nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca’, che approfondisce il valore del matrimonio come ‘unione esclusiva e appartenenza reciproca’.
Nella presentazione il prefetto ha specificato il motivo fondamentale della Nota, che vuole essere ‘propositivo’: “In verità, l’intenzione di questa Nota è fondamentalmente propositiva: estrarre dalle Sacre Scritture, dalla storia del pensiero cristiano, dalla filosofia e persino dalla poesia, ragioni e motivazioni che spingano a scegliere un’unione d’amore unica ed esclusiva, un’appartenenza reciproca ricca e totalizzante. Si tratta di uno sforzo che permetterà di arricchire la riflessione e l’insegnamento sul matrimonio con un aspetto finora non molto sviluppato. Allo stesso tempo, potrà costituire per i movimenti e gruppi matrimoniali un materiale vario e utile per lo studio e il dialogo”.
L’introduzione, quindi, specifica il valore del matrimonio nella Bibbia: “Una sola carne è il modo in cui la Bibbia esprime l’unità matrimoniale. Nel linguaggio comune, invece, ‘noi due’ è un’espressione che compare quando in un matrimonio c’è un forte sentimento di reciprocità, ovvero la percezione della bellezza di un amore esclusivo, di un’alleanza tra due che condividono la vita nella sua interezza, con tutte le sue lotte e le sue speranze. ‘Noi due’ lo dice una persona quando si riferisce ai desideri, alle sofferenze, alle idee e ai sogni condivisi: in una parola, quando si riferisce alle storie che solo i coniugi hanno vissuto. Questa è una manifestazione verbale di qualcosa di più profondo: una convinzione e una decisione di appartenersi mutuamente, di essere ‘una sola carne’, di percorrere insieme il cammino della vita”.
Infatti ‘una sola carne’ è l’invito di Gesù: “Questa dichiarazione di Gesù riguardo al matrimonio traduce la bellezza dell’amore, un cemento che ‘dà solidità a questa comunità di vita, e lo slancio che la trascina verso una pienezza sempre più perfetta’. Istituito ‘al principio’ già al momento della Creazione, il matrimonio appare come un patto coniugale voluto da Dio, quale ‘sacramento del Creatore dell’universo, iscritto quindi proprio nell’essere umano stesso, che è orientato verso questo cammino, nel quale l’uomo abbandona i genitori e si unisce alla sua donna per formare una sola carne, perché i due diventino un’unica esistenza’… D’altra parte, se dal punto di vista fattuale e normativo la monogamia non ha solide basi nell’Antico Testamento, invece i suoi fondamenti teologici si sviluppano in profondità, e questa è la via feconda che verrà percorsa nelle seguenti riflessioni”.
Suddiviso in sette capitoli, più le conclusioni, il testo ribadisce che la monogamia non è una limitazione, ma la possibilità di un amore che si apre all’eterno, facendo esplicito riferimento all’educazione: “La risposta si trova nell’educazione. Non basta denunciare i fallimenti; partendo dai valori che l’immaginario popolare ancora conserva, occorre preparare le generazioni ad accogliere l’esperienza amorosa come mistero antropologico. L’universo dei social network, dove il pudore svanisce e proliferano le violenze simboliche e sessuali, mostra l’urgenza di una nuova pedagogia”.
Quindi la monogamia può essere considerata una ‘profezia’: “L’amore non può ridursi a pulsione: esso convoca sempre la responsabilità e la capacità di speranza di tutta la persona. Il fidanzamento, inteso nel suo senso tradizionale, incarna questo tempo di prova e di maturazione, in cui l’altro viene accolto come promessa d’infinito. Così, l’educazione alla monogamia non costituisce una costrizione morale, ma un’iniziazione alla grandezza di un amore che trascende l’immediatezza. Essa orienta l’energia erotica verso una saggezza della durata e verso un’apertura al divino. La monogamia non è arcaismo, ma profezia: essa rivela che l’amore umano, vissuto nella sua pienezza, anticipa in qualche modo il mistero stesso di Dio”.
In questo senso l’amore monogamico è anelito verso l’eternità: “Allora l’amore dei coniugi diventa epifania della destinazione trascendente ed eterna della persona umana. Perché solo un amore che sia in grado di trascendere l’amore umano, un Amore eterno ed infinito, può rispondere a quel desiderio di amore ‘per sempre’ e ‘senza fine’ che suscita l’amore coniugale. Ed ecco perché l’esperienza di quella particolare e acuta prossimità, offerta dal legame coniugale, è ultimamente destinata a dischiudere al cuore di ogni uomo e ogni donna il desiderio di quella ineguagliabile prossimità che solo Dio può offrire in modo pieno e definitivo. E Dio stesso, facendosi uomo, inizia a rispondere a tale desiderio, anche conferendo alla prossimità che nasce dal legame matrimoniale il sigillo dell’unicità, che è precisamente segno e caparra della comunione di Dio con ciascuno di noi in un’alleanza d’amore senza fine”.
Per questo il matrimonio è un’unità non chiusa in se stessa, ma relazionale: “In definitiva, sebbene ciascuna unione sponsale sia una realtà unica, incarnata nei limiti umani, ogni matrimonio autentico è un’unità composta da due singoli, che richiede una relazione così intima e totalizzante da non poter essere condivisa con altri. Allo stesso tempo, poiché è un’unione tra due persone che hanno esattamente la stessa dignità e gli stessi diritti, essa esige quell’esclusività che impedisce all’altro di essere relativizzato nel suo valore unico e di essere usato solo come mezzo tra gli altri per soddisfare dei bisogni.
Questa è la verità della monogamia che la Chiesa legge nella Scrittura, quando afferma che da due diventano ‘una sola carne’. E’ la prima caratteristica essenziale e inalienabile di quell’amicizia così peculiare che è il matrimonio, e che richiede come manifestazione esistenziale una relazione totalizzante (spirituale e corporea) che matura e cresce sempre più verso un’unione che rifletta la bellezza della comunione trinitaria e dell’unione tra Cristo e il suo amato Popolo”.
Famiglia: unirsi nella santità
La famiglia, di questi tempi, è molto in difficoltà a Palermo. Come in molte città del sud, circa il 50% per cento delle famiglie si è separato. Nell’Italia nel nord si parla di numeri ancora più alti e quasi più nessuno si sposa in chiesa. A Siroki Brijeg, in BosniaErzegovina, una cittadina con 26.000 abitanti, non si registrano separazioni. Questo perché gli sposi portano con sé un crocifisso e fanno la loro promessa sponsale sulla croce. Poi, i due, baciano la croce. Se uno abbandona l’altro, abbandona Cristo sulla croce. In questo caso, chi perde è Gesù. Dopo la cerimonia, i neosposi attraversano la porta di casa per collocare il crocifisso in un posto d’onore. Diventa il punto di riferimento della loro vita e il luogo di preghiera della famiglia. La giovane coppia crede fermamente che la famiglia nasca dalla croce.
Alessio ed Anna sono due giovani che vivono nel palermitano. Hanno deciso di formare una nuova famiglia da circa un anno costruendo le fondamenta della loro unione consacrandosi a Dio nel matrimonio, per accrescere la loro fede. Ecco il loro racconto.
Alessio, nel 2018 eri un giovane studente universitario. Hai incontrato Fratel Biagio, che si era abbandonato in digiuno e preghiera in strada e, poco dopo, in una intervista hai detto che volevi diventare santo, stai seguendo questo tuo proponimento?
«Il termine santo è una traduzione latina del termine ebraico “qadosh” che significa “separato” “diverso”, che calato nel contesto biblico viene inteso come qualcuno che “appartiene a Dio”. Per quelle che sono le mie possibilità ed i miei limiti dunque la risposta è sì, ogni giorno provo con tutto il mio cuore a mettere in pratica gli insegnamenti di Gesù, dedicando me stesso a seguire la sua Parola. “Essere santi” al contrario del sentire comune infatti, non significa avere l’aureola, non commettere mai peccato o essere perfetti; Santo è colui che accetta la chiamata del Signore ad essere un suo figlio/a amato/a (chiamata che riguarda ognuno di noi sulla terra) e che sulla base di questo si sforza di amare Dio, se stesso e gli altri a sua volta».
Oggi sei laureato e, nel frattempo, hai vinto un concorso in Polizia. Come vivi questa scelta di vita?
«Il lavoro che svolgo oggi arriva da un lungo periodo di studio ed impegno ma soprattutto da un profondissimo cammino di discernimento fatto a tu per tu col Signore in preghiera. Prima del concorso dissi a Lui: “se questa è la strada che hai scelto per me, accompagnami e aiutami a vincerlo” e così è stato. Per tale motivo cerco ogni giorno di onorare il dono che mi è stato fatto, dando il meglio che posso e rimanendo sempre grato».
Ti sei da poco sposato con Anna. Hai 29 anni. Cosa significa per un uomo della tua età sposarsi in chiesa per creare una famiglia?
«Il sacramento del matrimonio, al contrario di come spesso viene “interpretato”, oltre ad essere un sigillo sacro d’amore che il Signore appone sulla coppia, rappresenta una vera e propria vocazione ed in quanto tale, non è un cammino per tutti ma va ben ponderato. Per me ed Anna inoltre è diventato anche un mezzo per vivere ancora più intimamente la relazione con Dio mediante il rapporto ed il confronto con la fede dell’altra persona e quindi una maniera per fare ulteriore esperienza della presenza del Signore nella nostra vita. Non solo tradizione dunque ma una scelta di vita concreta consacrata a Dio».
(Tratto da l’altroparlante)
Papa Leone XIV: l’azione della Chiesa si manifesta nell’amore verso gli ‘ultimi’
“E’ per me una gioia salutarvi questa mattina, membri del Consiglio di Rappresentanza di Caritas Internationalis, e in particolare il Presidente di Caritas, il Cardinale Kikuchi, Arcivescovo di Tokyo. Benvenuti! Vi ringrazio per la vostra visita durante questo Anno Giubilare della Speranza e per il servizio costante che la vostra organizzazione continua a offrire a tutta la Chiesa, alle persone in tutto il mondo”: oggi papa Leone XIV ha incontrato i rappresentanti di Caritas Internationalis, in occasione del pellegrinaggio giubilare con l’esortazione da operare sulla base dei ‘pilastri’ che sostengono la Chiesa nel mondo, ispirati dall’amore che ‘apre i nostri occhi alle ferite degli altri’.
Come aveva sottolineato papa Francesco anche papa Leone XIV ha rilanciato l’opzione della Chiesa per i poveri: “Fin dalla sua fondazione, Caritas Internationalis ha incarnato l’annuncio della Chiesa secondo cui ‘la preferenza di Cristo è per i poveri, gli ultimi, gli abbandonati e gli scartati’. Questa visione, infatti, si può cogliere nell’Eucaristia stessa, dove il Signore ‘avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine’. Nella mia Esortazione Apostolica ‘Dilexi Te’, ho riflettuto proprio su questo mistero: che l’amore che riceviamo da Cristo non è mai un tesoro privato, ma sempre una missione affidata alle nostre mani. L’amore ci invia; l’amore ci rende servi; l’amore apre i nostri occhi alle ferite degli altri”.
Per il papa Caritas Internationalis incarna quei tre ‘pilastri’ su cui si basa l’azione della Chiesa: “Caritas Internationalis è da tempo un segno luminoso dell’amore materno della Chiesa, e mi rincuora sapere che siete pronti a camminare con il Successore di Pietro nel servire ogni persona con dignità.
La vostra missione riecheggia la visione che ho condiviso nel mio primo discorso al Corpo Diplomatico, dove ho parlato dei tre pilastri che sostengono l’opera della Chiesa nel mondo: pace, giustizia e verità. Questi pilastri non sono ideali astratti. Sono il vostro lavoro quotidiano, il lavoro quotidiano di Caritas. Ovunque accompagniate una famiglia sfollata, o difendiate i diritti dei poveri, o offrite un cuore in ascolto ai dimenticati, la testimonianza della Chiesa diventa sempre più credibile”.
E quest’azione deve essere di sostegno alle Chiese locali: “In questo spirito, vi incoraggio a continuare ad accompagnare le Chiese locali, rafforzando la formazione dei leader laici e salvaguardando l’unità all’interno della vostra variegata organizzazione. La missione della Chiesa si dispiega solo quando camminiamo insieme come compagni di cammino, lasciando che lo Spirito Santo plasmi le nostre opere di misericordia”.
E nell’udienza ai partecipanti al Corso Internazionale promosso dal Tribunale della Rota Romana ‘A dieci anni dalla riforma del processo matrimoniale canonico’, papa Leone XIV ha invitato a considerare nei procedimenti la dimensione giuridica, ecclesiologica e pastorale: “Mi pare utile considerare la relazione che intercorre tra questi tre approcci.
Non di rado tale rapporto viene dimenticato, poiché si tende a concepire la teologia, il diritto e la pastorale come compartimenti stagni. E’ anzi piuttosto frequente che vengano implicitamente contrapposti tra di loro, come se il più teologico o il più pastorale comportasse il meno giuridico, e viceversa il più giuridico fosse a scapito degli altri due profili. Viene così oscurata l’armonia che, invece, emerge quando le tre dimensioni sono considerate come parti di una medesima realtà”.
Per questo Gesù è giudice ‘mite e misericordioso’: “Possiamo chiederci perché Gesù come Giudice sia stato presentato in questi documenti come mite e misericordioso. Una tale considerazione può apparire a prima vista come contraria alle esigenze inderogabili della giustizia, che non possono venir meno in virtù di una malintesa compassione. È vero che nel giudizio di Dio sulla salvezza è sempre operante il suo perdono del peccatore pentito, ma il giudizio umano sulla nullità matrimoniale non dovrebbe essere, però, manipolato da una falsa misericordia. Va certamente ritenuta ingiusta qualsiasi attività contrastante con il servizio del processo alla verità. Tuttavia, proprio nell’esercizio retto della potestà giudiziaria deve essere esercitata la vera misericordia”.
Richiamando ‘De Civitate Dei’ papa Leone XIV ha richiamato lo scopo della riforma, che non può derogare alla giustizia ed alla verità: “In questa luce, il processo di nullità matrimoniale può essere visto come un contributo degli operatori del diritto per soddisfare il bisogno di giustizia che è così profondo nella coscienza dei fedeli, e realizzare così un’opera giusta mossa da vera misericordia. Lo scopo della riforma, tendente all’accessibilità e alla celerità nei processi, tuttavia mai a scapito della verità, appare così quale manifestazione di giustizia e di misericordia”.
E’ stato un richiamo nel trovare accordi: “E’ vero che specialmente nella Chiesa, come peraltro nella società civile, bisogna adoperarsi per trovare accordi che, garantendo la giustizia, risolvano i litigi per via di mediazione e di conciliazione. Molto importante in tale senso è lo sforzo per favorire la riconciliazione tra i coniugi, anche ricorrendo, quando è possibile, alla convalidazione del matrimonio. Tuttavia, vi sono casi in cui è necessario ricorrere al processo, perché la materia non è disponibile per le parti”.
Questo avviene nella dichiarazione della nullità del matrimonio: “Esso è espressione del servizio della potestà dei pastori alla verità del vincolo coniugale indissolubile, fondamento della famiglia che è Chiesa domestica. Dietro la tecnica processuale, con l’applicazione fedele della normativa vigente, sono dunque in gioco i presupposti ecclesiologici del processo matrimoniale: la ricerca della verità e la stessa salus animarum. La deontologia forense, incentrata sulla verità di ciò che è giusto, deve ispirare tutti gli operatori del diritto, ciascuno nel proprio ruolo, a partecipare in quell’opera di giustizia e di vera pace alla quale è finalizzato il processo”.
Da qui deriva la dimensione pastorale: “La dimensione ecclesiologica e quella giuridica, se realmente vissute, fanno scoprire la dimensione pastorale. Anzitutto, è cresciuta negli ultimi tempi la consapevolezza circa l’inserimento dell’attività giudiziaria della Chiesa in ambito matrimoniale nell’insieme della pastorale familiare. Questa pastorale non può ignorare o sottovalutare il lavoro dei tribunali ecclesiastici, e questi ultimi non devono dimenticare che il loro specifico contributo di giustizia è un tassello nell’opera di promozione del bene delle famiglie, con particolare riferimento a quelle in difficoltà”.
(Foto: Santa Sede)

























