Tag Archives: Matrimonio

‘Una Caro’: il matrimonio è promessa di infinito

“Questo è un testo per la Chiesa universale, che può tuttavia essere preso in giusta considerazione in ogni luogo di fronte alle sfide culturali locali. Il documento, infatti, prende sul serio l’attuale contesto globale di sviluppo del potere tecnologico, nel quale l’essere umano è tentato di pensare a sé stesso come ad una creatura senza limiti, che può ottenere tutto ciò che immagina. In questo modo, viene facilmente offuscato il valore di un amore esclusivo, riservato a una sola persona, cosa che di per sé implica la rinuncia libera a molte altre possibilità”: così si legge nell’introduzione, firmata dal prefetto del Dicastero della Dottrina per la fede, card. Víctor Manuel Fernández, alla Nota dottrinale ‘Una Caro. Elogio della monogamia – Nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca’, che approfondisce il valore del matrimonio come ‘unione esclusiva e appartenenza reciproca’.

Nella presentazione il prefetto ha specificato il motivo fondamentale della Nota, che vuole essere ‘propositivo’: “In verità, l’intenzione di questa Nota è fondamentalmente propositiva: estrarre dalle Sacre Scritture, dalla storia del pensiero cristiano, dalla filosofia e persino dalla poesia, ragioni e motivazioni che spingano a scegliere un’unione d’amore unica ed esclusiva, un’appartenenza reciproca ricca e totalizzante. Si tratta di uno sforzo che permetterà di arricchire la riflessione e l’insegnamento sul matrimonio con un aspetto finora non molto sviluppato. Allo stesso tempo, potrà costituire per i movimenti e gruppi matrimoniali un materiale vario e utile per lo studio e il dialogo”.

 L’introduzione, quindi, specifica il valore del matrimonio nella Bibbia: “Una sola carne è il modo in cui la Bibbia esprime l’unità matrimoniale. Nel linguaggio comune, invece, ‘noi due’ è un’espressione che compare quando in un matrimonio c’è un forte sentimento di reciprocità, ovvero la percezione della bellezza di un amore esclusivo, di un’alleanza tra due che condividono la vita nella sua interezza, con tutte le sue lotte e le sue speranze. ‘Noi due’ lo dice una persona quando si riferisce ai desideri, alle sofferenze, alle idee e ai sogni condivisi: in una parola, quando si riferisce alle storie che solo i coniugi hanno vissuto. Questa è una manifestazione verbale di qualcosa di più profondo: una convinzione e una decisione di appartenersi mutuamente, di essere ‘una sola carne’, di percorrere insieme il cammino della vita”.

Infatti ‘una sola carne’ è l’invito di Gesù: “Questa dichiarazione di Gesù riguardo al matrimonio traduce la bellezza dell’amore, un cemento che ‘dà solidità a questa comunità di vita, e lo slancio che la trascina verso una pienezza sempre più perfetta’. Istituito ‘al principio’ già al momento della Creazione, il matrimonio appare come un patto coniugale voluto da Dio, quale ‘sacramento del Creatore dell’universo, iscritto quindi proprio nell’essere umano stesso, che è orientato verso questo cammino, nel quale l’uomo abbandona i genitori e si unisce alla sua donna per formare una sola carne, perché i due diventino un’unica esistenza’… D’altra parte, se dal punto di vista fattuale e normativo la monogamia non ha solide basi nell’Antico Testamento, invece i suoi fondamenti teologici si sviluppano in profondità, e questa è la via feconda che verrà percorsa nelle seguenti riflessioni”.

Suddiviso in sette capitoli, più le conclusioni, il testo ribadisce che la monogamia non è una limitazione, ma la possibilità di un amore che si apre all’eterno, facendo esplicito riferimento all’educazione: “La risposta si trova nell’educazione. Non basta denunciare i fallimenti; partendo dai valori che l’immaginario popolare ancora conserva, occorre preparare le generazioni ad accogliere l’esperienza amorosa come mistero antropologico. L’universo dei social network, dove il pudore svanisce e proliferano le violenze simboliche e sessuali, mostra l’urgenza di una nuova pedagogia”.

Quindi la monogamia può essere considerata una ‘profezia’: “L’amore non può ridursi a pulsione: esso convoca sempre la responsabilità e la capacità di speranza di tutta la persona. Il fidanzamento, inteso nel suo senso tradizionale, incarna questo tempo di prova e di maturazione, in cui l’altro viene accolto come promessa d’infinito. Così, l’educazione alla monogamia non costituisce una costrizione morale, ma un’iniziazione alla grandezza di un amore che trascende l’immediatezza. Essa orienta l’energia erotica verso una saggezza della durata e verso un’apertura al divino. La monogamia non è arcaismo, ma profezia: essa rivela che l’amore umano, vissuto nella sua pienezza, anticipa in qualche modo il mistero stesso di Dio”.

In questo senso l’amore monogamico è anelito verso l’eternità: “Allora l’amore dei coniugi diventa epifania della destinazione trascendente ed eterna della persona umana. Perché solo un amore che sia in grado di trascendere l’amore umano, un Amore eterno ed infinito, può rispondere a quel desiderio di amore ‘per sempre’ e ‘senza fine’ che suscita l’amore coniugale. Ed ecco perché l’esperienza di quella particolare e acuta prossimità, offerta dal legame coniugale, è ultimamente destinata a dischiudere al cuore di ogni uomo e ogni donna il desiderio di quella ineguagliabile prossimità che solo Dio può offrire in modo pieno e definitivo. E Dio stesso, facendosi uomo, inizia a rispondere a tale desiderio, anche conferendo alla prossimità che nasce dal legame matrimoniale il sigillo dell’unicità, che è precisamente segno e caparra della comunione di Dio con ciascuno di noi in un’alleanza d’amore senza fine”.

Per questo il matrimonio è un’unità non chiusa in se stessa, ma relazionale: “In definitiva, sebbene ciascuna unione sponsale sia una realtà unica, incarnata nei limiti umani, ogni matrimonio autentico è un’unità composta da due singoli, che richiede una relazione così intima e totalizzante da non poter essere condivisa con altri. Allo stesso tempo, poiché è un’unione tra due persone che hanno esattamente la stessa dignità e gli stessi diritti, essa esige quell’esclusività che impedisce all’altro di essere relativizzato nel suo valore unico e di essere usato solo come mezzo tra gli altri per soddisfare dei bisogni.

Questa è la verità della monogamia che la Chiesa legge nella Scrittura, quando afferma che da due diventano ‘una sola carne’. E’ la prima caratteristica essenziale e inalienabile di quell’amicizia così peculiare che è il matrimonio, e che richiede come manifestazione esistenziale una relazione totalizzante (spirituale e corporea) che matura e cresce sempre più verso un’unione che rifletta la bellezza della comunione trinitaria e dell’unione tra Cristo e il suo amato Popolo”.

Famiglia: unirsi nella santità

La famiglia, di questi tempi, è molto in difficoltà a Palermo. Come in molte città del sud, circa il 50% per cento delle famiglie si è separato. Nell’Italia nel nord si parla di numeri ancora più alti e quasi più nessuno si sposa in chiesa. A Siroki­ Brijeg, in Bosnia­Erzegovina, una cittadina con 26.000 abitanti, non si registrano separazioni. Questo perché gli sposi portano con sé un crocifisso e fanno la loro promessa sponsale sulla croce. Poi, i due, baciano la croce. Se uno abbandona l’altro, abbandona Cristo sulla croce. In questo caso, chi perde è Gesù. Dopo la cerimonia, i neosposi attraversano la porta di casa per collocare il crocifisso in un posto d’onore. Diventa il punto di riferimento della loro vita e il luogo di preghiera della famiglia. La giovane coppia crede fermamente che la famiglia nasca dalla croce.

Alessio ed Anna sono due giovani che vivono nel palermitano. Hanno deciso di formare una nuova famiglia da circa un anno costruendo le fondamenta della loro unione consacrandosi a Dio nel matrimonio, per accrescere la loro fede. Ecco il loro racconto.

Alessio, nel 2018 eri un giovane studente universitario. Hai incontrato Fratel Biagio, che si era abbandonato in digiuno e preghiera in strada e, poco dopo, in una intervista hai detto che volevi diventare santo, stai seguendo questo tuo proponimento? 

«Il termine santo è una traduzione latina del termine ebraico “qadosh” che significa “separato” “diverso”, che calato nel contesto biblico viene inteso come qualcuno che “appartiene a Dio”. Per quelle che sono le mie possibilità ed i miei limiti dunque la risposta è sì, ogni giorno provo con tutto il mio cuore a mettere in pratica gli insegnamenti di Gesù, dedicando me stesso a seguire la sua Parola. “Essere santi” al contrario del sentire comune infatti, non significa avere l’aureola, non commettere mai peccato o essere perfetti; Santo è colui che accetta la chiamata del Signore ad essere un suo figlio/a amato/a (chiamata che riguarda ognuno di noi sulla terra) e che sulla base di questo si sforza di amare Dio, se stesso e gli altri a sua volta».

Oggi sei laureato e, nel frattempo, hai vinto un concorso in Polizia. Come vivi questa scelta di vita?

«Il lavoro che svolgo oggi arriva da un lungo periodo di studio ed impegno ma soprattutto da un profondissimo cammino di discernimento fatto a tu per tu col Signore in preghiera. Prima del concorso dissi a Lui: “se questa è la strada che hai scelto per me, accompagnami e aiutami a vincerlo” e così è stato. Per tale motivo cerco ogni giorno di onorare il dono che mi è stato fatto, dando il meglio che posso e rimanendo sempre grato».

Ti sei da poco sposato con Anna. Hai 29 anni. Cosa significa per un uomo della tua età sposarsi in chiesa per creare una famiglia?

«Il sacramento del matrimonio, al contrario di come spesso viene “interpretato”, oltre ad essere un sigillo sacro d’amore che il Signore appone sulla coppia, rappresenta una vera e propria vocazione ed in quanto tale, non è un cammino per tutti ma va ben ponderato. Per me ed Anna inoltre è diventato anche un mezzo per vivere ancora più intimamente la relazione con Dio mediante il rapporto ed il confronto con la fede dell’altra persona e quindi una maniera per fare ulteriore esperienza della presenza del Signore nella nostra vita. Non solo tradizione dunque ma una scelta di vita concreta consacrata a Dio».

(Tratto da l’altroparlante)

Papa Leone XIV: l’azione della Chiesa si manifesta nell’amore verso gli ‘ultimi’

“E’ per me una gioia salutarvi questa mattina, membri del Consiglio di Rappresentanza di Caritas Internationalis, e in particolare il Presidente di Caritas, il Cardinale Kikuchi, Arcivescovo di Tokyo. Benvenuti! Vi ringrazio per la vostra visita durante questo Anno Giubilare della Speranza e per il servizio costante che la vostra organizzazione continua a offrire a tutta la Chiesa, alle persone in tutto il mondo”: oggi papa Leone XIV ha incontrato i rappresentanti di Caritas Internationalis, in occasione del pellegrinaggio giubilare con l’esortazione da operare sulla base dei ‘pilastri’ che sostengono la Chiesa nel mondo, ispirati dall’amore che ‘apre i nostri occhi alle ferite degli altri’.

Come aveva sottolineato papa Francesco anche papa Leone XIV ha rilanciato l’opzione della Chiesa per i poveri: “Fin dalla sua fondazione, Caritas Internationalis ha incarnato l’annuncio della Chiesa secondo cui ‘la preferenza di Cristo è per i poveri, gli ultimi, gli abbandonati e gli scartati’. Questa visione, infatti, si può cogliere nell’Eucaristia stessa, dove il Signore ‘avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine’. Nella mia Esortazione Apostolica ‘Dilexi Te’, ho riflettuto proprio su questo mistero: che l’amore che riceviamo da Cristo non è mai un tesoro privato, ma sempre una missione affidata alle nostre mani. L’amore ci invia; l’amore ci rende servi; l’amore apre i nostri occhi alle ferite degli altri”.

Per il papa Caritas Internationalis incarna quei tre ‘pilastri’ su cui si basa l’azione della Chiesa: “Caritas Internationalis è da tempo un segno luminoso dell’amore materno della Chiesa, e mi rincuora sapere che siete pronti a camminare con il Successore di Pietro nel servire ogni persona con dignità.

La vostra missione riecheggia la visione che ho condiviso nel mio primo discorso al Corpo Diplomatico, dove ho parlato dei tre pilastri che sostengono l’opera della Chiesa nel mondo: pace, giustizia e verità. Questi pilastri non sono ideali astratti. Sono il vostro lavoro quotidiano, il lavoro quotidiano di Caritas. Ovunque accompagniate una famiglia sfollata, o difendiate i diritti dei poveri, o offrite un cuore in ascolto ai dimenticati, la testimonianza della Chiesa diventa sempre più credibile”.

E quest’azione deve essere di sostegno alle Chiese locali: “In questo spirito, vi incoraggio a continuare ad accompagnare le Chiese locali, rafforzando la formazione dei leader laici e salvaguardando l’unità all’interno della vostra variegata organizzazione. La missione della Chiesa si dispiega solo quando camminiamo insieme come compagni di cammino, lasciando che lo Spirito Santo plasmi le nostre opere di misericordia”.

E nell’udienza ai partecipanti al Corso Internazionale promosso dal Tribunale della Rota Romana ‘A dieci anni dalla riforma del processo matrimoniale canonico’, papa Leone XIV ha invitato a considerare nei procedimenti la dimensione giuridica, ecclesiologica e pastorale: “Mi pare utile considerare la relazione che intercorre tra questi tre approcci.

Non di rado tale rapporto viene dimenticato, poiché si tende a concepire la teologia, il diritto e la pastorale come compartimenti stagni. E’ anzi piuttosto frequente che vengano implicitamente contrapposti tra di loro, come se il più teologico o il più pastorale comportasse il meno giuridico, e viceversa il più giuridico fosse a scapito degli altri due profili. Viene così oscurata l’armonia che, invece, emerge quando le tre dimensioni sono considerate come parti di una medesima realtà”.

Per questo Gesù è giudice ‘mite e misericordioso’: “Possiamo chiederci perché Gesù come Giudice sia stato presentato in questi documenti come mite e misericordioso. Una tale considerazione può apparire a prima vista come contraria alle esigenze inderogabili della giustizia, che non possono venir meno in virtù di una malintesa compassione. È vero che nel giudizio di Dio sulla salvezza è sempre operante il suo perdono del peccatore pentito, ma il giudizio umano sulla nullità matrimoniale non dovrebbe essere, però, manipolato da una falsa misericordia. Va certamente ritenuta ingiusta qualsiasi attività contrastante con il servizio del processo alla verità. Tuttavia, proprio nell’esercizio retto della potestà giudiziaria deve essere esercitata la vera misericordia”.

Richiamando ‘De Civitate Dei’ papa Leone XIV ha richiamato lo scopo della riforma, che non può derogare alla giustizia ed alla verità: “In questa luce, il processo di nullità matrimoniale può essere visto come un contributo degli operatori del diritto per soddisfare il bisogno di giustizia che è così profondo nella coscienza dei fedeli, e realizzare così un’opera giusta mossa da vera misericordia. Lo scopo della riforma, tendente all’accessibilità e alla celerità nei processi, tuttavia mai a scapito della verità, appare così quale manifestazione di giustizia e di misericordia”.

E’ stato un richiamo nel trovare accordi: “E’ vero che specialmente nella Chiesa, come peraltro nella società civile, bisogna adoperarsi per trovare accordi che, garantendo la giustizia, risolvano i litigi per via di mediazione e di conciliazione. Molto importante in tale senso è lo sforzo per favorire la riconciliazione tra i coniugi, anche ricorrendo, quando è possibile, alla convalidazione del matrimonio. Tuttavia, vi sono casi in cui è necessario ricorrere al processo, perché la materia non è disponibile per le parti”.

Questo avviene nella dichiarazione della nullità del matrimonio: “Esso è espressione del servizio della potestà dei pastori alla verità del vincolo coniugale indissolubile, fondamento della famiglia che è Chiesa domestica. Dietro la tecnica processuale, con l’applicazione fedele della normativa vigente, sono dunque in gioco i presupposti ecclesiologici del processo matrimoniale: la ricerca della verità e la stessa salus animarum. La deontologia forense, incentrata sulla verità di ciò che è giusto, deve ispirare tutti gli operatori del diritto, ciascuno nel proprio ruolo, a partecipare in quell’opera di giustizia e di vera pace alla quale è finalizzato il processo”.

Da qui deriva la dimensione pastorale: “La dimensione ecclesiologica e quella giuridica, se realmente vissute, fanno scoprire la dimensione pastorale. Anzitutto, è cresciuta negli ultimi tempi la consapevolezza circa l’inserimento dell’attività giudiziaria della Chiesa in ambito matrimoniale nell’insieme della pastorale familiare. Questa pastorale non può ignorare o sottovalutare il lavoro dei tribunali ecclesiastici, e questi ultimi non devono dimenticare che il loro specifico contributo di giustizia è un tassello nell’opera di promozione del bene delle famiglie, con particolare riferimento a quelle in difficoltà”.

(Foto: Santa Sede)

Il vino era finito, hanno ritrovato gioia in Cristo come a Cana. Storia di due sposi

C’è un brano che, sicuramente, se siamo cristiani e lettori della Bibbia, avremo letto e ascoltato tante volte: quello delle Nozze di Cana. I significati e i risvolti contenuti in questo testo sono, tuttavia, molteplici. Tanto ha da dire agli sposi di oggi questo passaggio del Vangelo di Giovanni. Lo testimoniano due coniugi che avevano finito il vino, ma hanno ritrovato in Cristo la gioia di stare insieme e amarsi ogni giorno più del precedente.

Dal Vangelo secondo Giovanni (2,1-11): Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: ‘Non hanno più vino’. E Gesù rispose: ‘Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora’. La madre dice ai servi: ‘Fate quello che vi dirà’. Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili.

E Gesù disse loro: ‘Riempite d’acqua le giare’ e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: ‘Ora attingete e portatene al maestro di tavola’. Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: ‘Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono’. Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Il brano sopra riportato suscita negli sposi alcune domande. Perché Gesù compie proprio questo miracolo? Cosa rappresenta il vino? Perché l’evangelista mette l’accento sul vino buono che viene servito alla fine e non all’inizio?E poi: cosa significa per noi oggi? D’altronde, a nessun matrimonio abbiamo visto fisicamente Gesù trasformare l’acqua in vino.

Una prima riflessione che possiamo fare è che Gesù non è una sorta di mago. Questo brano ci parla di un’azione di grazia che Egli continua a compiere in ogni matrimonio, se gli permettiamo di prendere realmente parte della nostra vita coniugale, soprattutto quando ‘finisce il vino’ (la gioia di stare insieme, la capacità di perdono, la capacità di comprendersi, l’impegno di amarsi…).

Noi diamo l’acqua (la nostra parte dobbiamo farla: la grazia non è magia, appunto!), ma lui ci aiuta, col Suo amore. noi riempiamo le giare finché non sono colme. Mettiamo tutto: volontà, impegno, lavoro su noi stessi, preghiera, confronto con altre coppie, cammino in una comunità. E Gesù sana le nostre ferite, supplice alle nostre mancanze, ci dona pace ed entusiasmo quando vengono a mancare, trasforma la sofferenza in gioia. Per rendere concrete queste parole, prendiamo una coppia che aveva finito il vino (come a Cana) e lo ha ritrovato grazie a Gesù. Sono Alfonso ed Elisabetta, separati e poi ricongiunti.

Si sono sposati entusiasti e innamorati, dopo tre anni di relazione. Il matrimonio in Chiesa era bello, ai loro occhi, ma non ne avevano colto il significato. Lo hanno fatto più per tradizione che per fede.

I figli hanno portato gioie, ma anche fatiche e la necessità di trovare un nuovo modo per stare insieme, ma non sono riusciti a trovarlo. E così, hanno iniziato a vivere due vite separate, dedicandosi al lavoro, allo sport, al culto del corpo. Dopo ventitré anni di matrimonio e una serie problemi mai affrontati, sono stati costretti a guardare in faccia la crisi. ‘Betti, mi ami più?’, ‘No’.

Dopo quella risposta, data con assoluta freddezza, inizia l’iter per il divorzio. Nove mesi dopo, il giorno della sentenza, si accorgono che qualcosa è cambiato. Ciascuno, infatti, in quel tempo di solitudine, aveva gridato a Dio e ripreso un cammino di fede personale, accanto a degli amici. Persone speciali che hanno preso per mano lui e lei, in luoghi diversi, ma con un unico sguardo rivolto a Gesù. Sono stati un po’ come quei servi delle nozze a Cana, che hanno fatto ciò che Gesù comandava loro.

Il giorno della sentenza di divorzio, Elisabetta e Alfonso, hanno deciso di riprovarci, ma col Signore. Era il 2009. Da allora, il rapporto ha preso tutta un’altra luce. Testimoniano appena ne hanno occasione la potenza del sacramento del matrimonio e la bontà di Dio. Oggi il loro obiettivo è amarsi ogni giorno più del precedente, restando nella grazia del Signore. Hanno scoperto il valore del Sacramento del matrimonio, che rinnova ogni volta l’amore e trasforma la loro acqua in vino buono. 

Il video con la testimonianza: La storia di Betti e Alfonso, prima separati e poi ricongiunti

Papa Leone XIV invita ad essere sulla frontiera

“…desidero dare a tutti voi il benvenuto in Vaticano questa mattina, e ringraziarvi della vostra presenza. Ringrazio in modo particolare il vostro Superiore Generale per le sue gentili parole. Prego perché il vostro incontro sia fecondo e perché, attraverso di esso, lo Spirito Santo vi confermi nella vostra vocazione ed aiuti i membri della Compagnia di Gesù a discernere nuovi modi per vivere la vostra missione nel mondo attuale”: ricevendo in udienza i superiori maggiori della Compagnia di Gesù papa Leone XIV li ha incoraggiato, secondo lo spirito di Sant’Ignazio, a discernere e innovare.

Nell’analisi i l papa ha evidenziato il periodo in cui si sta vivendo: “Viviamo in quello che molti definiscono un cambiamento epocale, un tempo caratterizzato da rapidi cambiamenti nella cultura, nell’economia, nella tecnologia e nella politica. In particolare, l’intelligenza artificiale e altre innovazioni stanno rimodellando la nostra comprensione del lavoro e delle relazioni e addirittura sollevando domande sull’identità umana. Il degrado ecologico minaccia la nostra casa comune. I sistemi politici spesso non rispondono al grido dei poveri. Populismo e polarizzazione ideologica rendono più profonde le divisioni tra nazioni. Molti sono affetti da consumismo, individualismo e indifferenza”.

Però non ci si deve scoraggiare con l’invito alla testimonianza: “Tuttavia, in questo mondo Cristo continua a mandare i suoi discepoli. La Compagnia di Gesù da lungo tempo è presente dove i bisogni dell’umanità incontrano l’amore salvifico di Dio: attraverso la guida spirituale, la formazione intellettuale, il servizio tra i poveri e la testimonianza cristiana alle frontiere culturali. Sant’Ignazio di Loyola e i suoi compagni non temevano l’incertezza o la difficoltà; andavano ai margini, dove fede e ragione si intersecavano con nuove culture e grandi sfide”.

Ripetendo le parole dei precedenti pontefici il papa ha ribadito il loro impegno nella Chiesa: “Oggi io ripeto: la Chiesa ha bisogno di voi sulle frontiere, siano esse geografiche, culturali, intellettuali o spirituali. Sono luoghi rischiosi, dove le mappe conosciute non bastano più. Lì, come Ignazio e i martiri gesuiti che lo hanno seguito, siete chiamati a discernere, innovare e confidare in Cristo, con ‘attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace’. Quando lo Spirito conduce il corpo apostolico altrove per un bene più grande, ciò può richiedere che si abbandonino strutture o ruoli a lungo cari, un esercizio di ‘santa indifferenza’ ignaziana”.

Una frontiera è la sinodalità: Una delle principali frontiere oggi è il cammino di sinodalità nella Chiesa. Il percorso sinodale chiama ognuno di noi ad ascoltare più profondamente lo Spirito Santo e l’altro, di modo che le nostre strutture e i nostri ministeri possano essere più agili, più trasparenti e più reattivi al Vangelo. Vi ringrazio per i vostri contributi al processo sinodale, specialmente nell’aiutare le comunità ecclesiali a discernere come camminare insieme nella speranza”.

L’altra frontiera riguarda la cultura della riconciliazione: “Un’altra frontiera essenziale sta nella riconciliazione e nella giustizia, specialmente in un mondo lacerato da conflitto, disuguaglianza e abuso. Oggi molti subiscono l’esclusione e molte ferite rimangono aperte tra generazioni e popoli. Come ho osservato di recente ricordando la visita del mio venerabile predecessore a Lampedusa, dobbiamo contrastare la ‘globalizzazione dell’impotenza’ con una cultura di riconciliazione, incontrandoci gli uni gli altri in verità, perdono e guarigione; dobbiamo diventare esperti di riconciliazione, fiduciosi che il bene è più forte del male”.

Un’ulteriore frontiera è la tecnologia: “La tecnologia, specialmente l’intelligenza artificiale, è un’altra frontiera importante. Ha il potenziale per la prosperità umana, ma comporta anche rischi di isolamento, perdita di lavoro e nuove forme di manipolazione. La Chiesa deve aiutare a guidare questi sviluppi eticamente, difendendo la dignità umana e promuovendo il bene comune. Dobbiamo discernere come utilizzare le piattaforme digitali per evangelizzare, per formare comunità e per sfidare i falsi dei del consumismo, del potere e dell’autosufficienza”.

Infatti è un incoraggiamento ad essere irrequieti: “Vi incoraggio a incontrare persone in quella irrequietezza: nelle case di ritiro spirituale, nelle università, nei social media, nelle parrocchie e nei luoghi informali dove si riuniscono coloro che sono alla ricerca. Comunicate la gioia del Vangelo con umiltà e con convinzione. Restate contemplativi in azione, radicati nell’intimità quotidiana con Cristo, poiché solo chi è vicino a lui può condurre altri a lui”.

Poi ha ribadito la preferenza per i poveri: “La vostra seconda preferenza vi chiama a camminare con i poveri, gli esclusi del mondo e quanti sono stati feriti nella dignità. Molti, oggi, sono vittima di un sistema economico guidato dal profitto, posto al di sopra della dignità della persona.,, Questo squilibrio globale spinge innumerevoli persone a migrare alla ricerca della sopravvivenza. Abbandonano la casa, la cultura e la famiglia, affrontando spesso rifiuto e ostilità. Il vero discepolato esige sia la denuncia dell’ingiustizia sia la proposta di nuovi modelli radicati nella solidarietà e nel bene comune”.

E’ un invito a non cadere nel fatalismo: “A tale riguardo, le vostre università, i vostri centri sociali, le vostre pubblicazioni e le vostre istituzioni, come il Jesuit Refugee Service, possono essere canali potenti per promuovere il cambiamento sistemico. Malgrado gli ostacoli o i fallimenti che talvolta incontriamo svolgendo questo servizio, dobbiamo evitare di cedere al risentimento o di cadere in una ‘stanchezza da compassione’ o nel fatalismo. Dobbiamo invece confidare nel potere trasformatore dell’amore di Dio, come il seme di senape che diventa un grande albero”.

La terza preferenza riguarda i giovani: “La vostra terza preferenza (accompagnare i giovani verso un futuro di speranza) è urgente. I giovani d’oggi sono diversi: studenti, migranti, attivisti, imprenditori, religiosi e quelli ai margini. Malgrado la loro diversità condividono una sete di autenticità e di trasformazione. Sono ‘in movimento’, alla ricerca di significato e di giustizia.

La Chiesa deve trovare e parlare il loro linguaggio, attraverso azioni e presenza oltre che con le parole. Pertanto, è importante creare spazi dove possano incontrare Cristo, scoprire la loro vocazione e lavorare per il Regno. La prossima Giornata Mondiale della Gioventù in Corea sarà un momento chiave per questa missione”.

Inoltre non può mancare la cura per la ‘casa comune’, riprendendo l’enciclica ‘Laudato Sì’: “La vostra quarta preferenza, la cura della nostra casa comune, risponde a un grido che è sia umano sia divino… La conversione ecologica è profondamente spirituale; riguarda il rinnovamento della nostra relazione con Dio, degli uni con gli altri e con il creato. In questo sforzo, l’umile collaborazione è essenziale, riconoscendo che nessuna istituzione singola può affrontare questa sfida da sola. Lasciate che le vostre comunità siano esempi di sostenibilità ecologica, semplicità e gratitudine per i doni di Dio”.

E’un invito ad annunciare con urgenza il Vangelo: “La vostra missione, cari fratelli, è di aiutare il mondo a percepire questa novità, di seminare speranza dove sembra dominare la disperazione, di portare luce dove regna il buio. Per farlo, vi incoraggio a rimanere vicini a Gesù… Rimanete con lui attraverso la preghiera personale, la celebrazione dei Sacramenti, la devozione al suo Sacro Cuore e l’adorazione del Santissimo Sacramento. In modo diverso e tuttavia potente, rimanete con lui riconoscendo la sua presenza nella vita comunitaria”.

Dalla vicinanza con Gesù nasce il coraggio dell’annuncio: “Da questo radicamento trarrete il coraggio per andare ovunque: per dire la verità, riconciliare, guarire, operare per la giustizia, liberare i prigionieri. Nessuna frontiera sarà fuori dalla vostra portata se camminerete con Cristo. La mia speranza per la Compagnia di Gesù è che possiate leggere i segni dei tempi con profondità spirituale; che abbracciate ciò che promuove la dignità umana e rifiutiate ciò che la sminuisce; che siate agili, creativi, discernenti e sempre in missione”,

Mentre ha invitato i docenti e studenti del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia a sostenere la famiglia: “Nei diversi contesti sociali, economici e culturali, differenti sono le sfide che ci interpellano: ovunque e sempre, però, siamo chiamati a sostenere, difendere e promuovere la famiglia, anzitutto mediante uno stile di vita coerente col Vangelo. Le sue fragilità e il suo valore, considerati nella luce della fede e della sana ragione, impegnano i vostri studi, che coltivate per il bene dei fidanzati che diventano sposi, degli sposi che diventano genitori, e dei loro figli, che sono per tutti promessa di un’umanità rinnovata dall’amore”.

Per questo ha chiesto di approfondire la Dottrina Sociale della Chiesa: “Tra questi vorrei richiamare, come ulteriore impegno, quello di approfondire il legame tra famiglia e dottrina sociale della Chiesa. Il percorso potrebbe svolgersi in due direzioni complementari: quella di inserire lo studio sulla famiglia come capitolo imprescindibile del patrimonio di sapienza che la Chiesa propone sulla vita sociale e, reciprocamente, quella di arricchire tale patrimonio con i vissuti e le dinamiche familiari, per meglio comprendere gli stessi principi dell’insegnamento sociale della Chiesa.

Questa attenzione permetterebbe di sviluppare l’intuizione, richiamata dal Concilio Vaticano II e più volte ribadita dai miei Predecessori, di vedere nella famiglia la prima cellula della società in quanto originaria e fondamentale scuola di umanità”.

Inoltre ha chiesto di porre attenzione all’accompagnamento al matrimonio: “Nell’ambito pastorale, poi, non possiamo ignorare le tendenze, in tante regioni del mondo, a non apprezzare, o addirittura a rifiutare il matrimonio. Vorrei invitarvi ad essere attenti, nella vostra riflessione sulla preparazione al sacramento del Matrimonio, all’azione della grazia di Dio nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. Anche quando i giovani fanno scelte che non corrispondono alle vie proposte dalla Chiesa secondo l’insegnamento di Gesù, il Signore continua a bussare alla porta del loro cuore, preparandoli a ricevere una nuova chiamata interiore”.

(Foto: Santa Sede)

Re Baldovino raccontato dal giornalista Fulvi

“Il re è stato coraggioso perché, davanti a una legge di morte, lui non ha firmato e si è dimesso. Ci vuole coraggio! Ci vuole un politico ‘con pantaloni’ per fare questo, ci vuole coraggio. Questa è una situazione speciale e lui con questo ha dato anche un messaggio. E lui lo ha fatto anche perché era un santo. Quell’uomo è santo e il processo di beatificazione andrà avanti, perché mi ha dato prova di questo”: in questo modo papa Francesco aveva risposto ai giornalisti sul re Baldovino nel viaggio di ritorno in Lussemburgo ed in Belgio nello scorso settembre con l’auspicio che la sua causa di beatificazione continui.

Ed al funerale reale, avvenuto il 7 agosto 1993, il primate del Belgio, card. Godfried Danneels aveva tratteggiato nell’omelia  il suo ‘profilo’: “Non si limitano a regnare, amano, fino a dare la propria vita. Tale è stato Re Baldovino. Egli amava. La sua intelligenza politica affondava le proprie radici profonde nel cuore, il suo savoir-faire gli derivava dalla sua forza d’amare. Il segreto del suo regno era il suo cuore. E’ stato un Re secondo il cuore degli uomini. Ci amava, noi l’amavamo. Quest’uomo discreto, silenzioso, sempre sorridente, infinitamente delicato, aveva un cuore largo come le spiagge lungo il mare. Vi nascondeva tutte le gioie e tutte le sofferenze del suo Paese e del suo popolo. Quest’uomo portava in sé un calore, una capacità di ascolto ed empatia difficilmente immaginabili”.

Prendendo spunto da queste ‘testimonianze’ il giornalista di Avvenire, Fulvio Fulvi, gli ha dedicato una biografia, ‘Baldovino, il re del gran rifiuto’, ripercorrendo le pagine salienti di una vita: il racconto dell’infanzia infelice, con la perdita della madre in un incidente stradale, la prigionia e la deportazione con la famiglia reale durante il nazismo, gli anni del collegio svizzero. Salito al trono poco più che ventenne, il re dovette affrontare la grave crisi in cui versava la sua nazione dopo la Seconda guerra mondiale e cercò di rimediare agli esiti nefasti del colonialismo nel Congo, voluto dallo zio Leopoldo II. In seguito, si adoperò con convinzione e da protagonista per l’ingresso del Belgio nell’Ue e nell’Alleanza Atlantica.

 Figura indelebile della vita di re Baldovino è quella della regina Fabiola. Compagna inseparabile di vita e di fede e sua prima confidente, ebbe un ruolo di primo piano anche nello snodo più drammatico del regno, quando, nel 1990, il re decise di sospendere il suo incarico piuttosto che firmare la legge favorevole all’aborto votata dal Governo.

Perché un libro sul re Baldovino?

“Baldovino ha segnato la storia del suo Paese e ha contribuito al processo di unificazione dell’Europa. Oggi c’è bisogno di fare memoria anche di questo. Ma le ragioni principali del libro sono due: innanzitutto il forte richiamo di papa Francesco, durante la sua visita pastorale a Bruxelles nel settembre del 2024, a considerare la figura del re del Belgio come un politico e un capo di Stato coraggioso ‘che scelse di lasciare il suo posto da Re per non firmare una legge omicida’, quella che introduceva l’interruzione della gravidanza fino a 12 settimane di gestazione.

Fu un richiamo forte, quello di Bergoglio, davanti alla tomba del sovrano, ripetuto nella conferenza stampa sull’aereo al rientro in Vaticano.

La seconda motivazione sta nelle rivelazioni che mi fece un ex sindacalista maceratese, Giovanni Santachiara, nipote di un frate cappuccino marchigiano che è stato rettore della Basilica di Loreto: due mesi prima del ‘gran rifiuto’ di Baldovino, lo zio incontrò il Re in visita segreta alla Santa Casa con l’amata regina Fabiola per celebrare il loro anniversario di matrimonio. Fu, probabilmente, un incontro decisivo, anche se non si sa esattamente cosa i due si siano detti. Ma vista la caratura teologica e culturale del religioso e la grande sensibilità del sovrano cattolico, qualcosa di sicuro successe. Nel libro, un capitolo ricostruisce la vicenda”. 

Cosa ti ha colpito di questo re?

“Il suo senso religioso, coniugato anche all’azione politica, e l’attenzione verso gli altri, i poveri, i bisognosi, i cittadini più fragili. Era sempre presente nei momenti più difficili del suo Paese e non faceva mai mancare la sua personale solidarietà. Anche con opere di beneficenza. E poi l’amore che ha dimostrato verso la moglie, fino all’ultimo giorno della sua vita”.

Come maturò la scelta di non firmare per la legge sull’aborto? 

“Oltre all’incontro con padre Santachiara, Baldovino si consultò con il suo amico cardinale Suenens, con autorevoli medici, teologi e filosofi: voleva rafforzare la sua coscienza di cristiano anche con ragioni scientifiche. Ma fu determinante il fatto che, non avendo potuto avere figli (Fabiola ebbe cinque aborti spontanei) maturò una spiccata sensibilità, anche politica, verso la tutela della vita. E da piccolo fu sconvolto dalla morte della madre in un incidente stradale e perse anche il bimbo che aveva in grembo”.

Però la sua abdicazione era consentito dalla legge: può essere comunque considerato come ‘gran gesto’?

“In realtà, più che di una vera e propria abdicazione (che di per sé significa rinuncia perpetua ade essere re) si trattò di… dimissioni temporanee dalle funzioni di sovrano. Perché il decreto fu firmato dal premier e, 72 ore dopo, Baldivino ritornò ad essere Re. Fu trovato un escamotage costituzionale, d’accordo con il capo del governo Martens e i presidenti dei due rami del Parlamento. Il popolo amava Baldovino e non voleva che lui lasciasse. Inoltre, c’era un diffuso sentimento cattolico nel Paese, e la legge sull’aborto avrebbe creato, in quel momento, una grave spaccatura a livello politico-sociale. Il Belgio era anche fortemente diviso tra fiamminghi che volevano la secessione e valloni che sostenevano l’unità nazionale. Quindi un gran gesto, sì. Che sin rivelò opportuno politicamente”.

Quale ruolo ebbe la regina Fabiola, sua moglie?

“Come detto, Fabiola e Baldovino soffrirono molto per non aver potuto avere figli. E quindi anche eredi diretti al trono. I due consorti erano legatissimi tra loro, come ho potuto constatare studiandone le vite”.

Perché papa Francesco nella visita in Belgio aveva chiesto di proseguire la causa di beatificazione?

“Il primo pontefice a chiedere l’apertura del processo di beatificazione di Baldovino fu san Giovanni Paolo II nel 1995. Ma non accadde nulla. C’erano (e forse ci sono ancora oggi), resistenze nell’ambito della Chiesa belga. Ma un altro elemento ‘deterrente’ potrebbe essere stata la presunta posizione di Baldovino rispetto all’ex colonia del Congo. C’è ancora chi lo rimprovera di non aver mai condannato apertamente il comportamento del prozio Leopoldo II che, quando era il governatore del Paese africano fece massacrare il popolo per ottenere i suoi personali interessi. Però Baldovino, salito al trono, favorì in concreto l’indipendenza del Congo cercando di rimediare, per quanto possibile, alle nefandezze compiute da Leopoldo II con ‘accordi riparatori’”.      

(Tratto da Aci Stampa)

Matrimonio per sempre

Gaetano Guagliardo è un uomo di 49 anni di Misilmeri (Pa), piccolo commerciante, padre di due magnifiche figlie, che vive la sua separazione coniugale come un grande progetto di Dio.

 Caro Gaetano ma tutta questa fede da dove ti arriva?

“La forza me la dà Gesù, che nel libro di libro di Cielo, volume 28, del 12 marzo 1930 (vergato dalla Serva di Dio Luisa Piccarreta) dice: ‘Un sacrificio prolisso e continuo possiede tale attrattiva e forza rapitrice verso l’Ente Supremo, che lo fanno determinare beni grandi’. Per me un sacrificio prolisso è portare avanti la famiglia svolgendo le mansioni sia di padre, sia di madre. Ci sono quei momenti, quelle giornate in cui questo carico diventa pesante e trovo sollievo leggendo la Bibbia e i volumi di Libro di Cielo”.

Come mai non ti cerchi un’altra compagna?

“È pur vero che una compagna mi potrebbe dare un aiuto nel portare avanti la famiglia, ma sicuramente nascerebbero incomprensioni e gelosie con i figli. Io non lo farei mai, perché mi fido di Dio e credo fermamente nel sacramento del matrimonio, perché Gesù ha detto nel Vangelo Mt 19,6: Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”.

 Nella vita di tutti i giorni come ti aiutano questi eccessi di amore di Gesù, contenuti nei volumi di libro di Cielo?

“Mi aiutano tantissimo perché durante l’arco della giornata sono chiamato a fare tantissime cose, fra cui leggere con fede questi libri, organizzare cenacoli di preghiera, il lavoro, la cura delle figlie e tutte le attività di gestire una casa. Tutto questo riesco a svolgerlo, perché in ogni gesto chiamo Gesù e quindi posso compiere tutto con gioia e serenità. Con questi scritti ho scoperto maggiormente l’amore di Dio presente in ogni cosa creata. E già di buon mattino, osservando l’alba, il cielo, gli uccelli che svolazzano e che cantano, mi sento amato da Dio”.

 Gli scritti di Cielo hanno cambiato il tuo rapporto con gli altri?

“Sicuramente mi hanno cambiato in meglio, perché mi hanno portato a guardare gli altri con gli occhi di Gesù. Gli atteggiamenti di quelle persone che ritenevo antipatiche, scorbutiche, comprendo adesso che sono causati da ferite che hanno ricevuto nella loro vita, quindi il mio approccio nei loro confronti è più compassionevole. Certe volte, nel lavoro, servendo i clienti – Gaetano ha un negozio di frutta e verdura – riesco a strappare un sorriso alle persone più cupe. Oppure con i dipendenti, se in alcune giornate sbagliano alcuni servizi, mentre prima mi innervosivo e li rimproveravo, oggi con calma e pazienza cerco di capire se hanno qualche pensiero che li turba e che li distrae dal lavoro. Posso testimoniare che il cambiamento fondamentale sta nell’andare in profondità nelle cose e di non fermarsi alle apparenze”.

 (Tratto da L’Altroparlante)

Perché la comunione è l’essenza del matrimonio anche nelle scelte economiche…

Nel 2026 saranno passati esattamente dieci anni dall’uscita del mio primo libro, ‘Non lo sapevo, ma ti stavo aspettando’ (Mimep Docete, 2106) un romanzo di formazione, una storia d’amore dove si inserisce, però, anche una relazione personale con Gesù come svolta della vita. Il mio sogno nel cassetto diventava realtà, il sogno che avevo dentro già da bambina e che rivelavo ai pranzi di Natale o agli adulti di passaggio che mi chiedevano cosa volessi fare da grande.

Scrivere. Ho sempre risposto questo. Però, un conto è dirlo a dieci anni, altro conto è mettere tutti i tasselli necessari perché la scrittura diventi, effettivamente, la propria strada, il proprio lavoro. Chi ci è passato sa che non è un sogno facile da realizzare. La casa editrice Mimep Docete, conosciuta nei miei anni universitari, a cui avevo sottoposto il libro, mi aveva dato l’ok per la pubblicazione esattamente un mese dopo che dicessi ‘sì’ alla proposta di matrimonio di mio marito. Era l’estate del 2015.

Nel 2016, poi, è uscito il romanzo a febbraio, a giugno mi sono laureata, a luglio il matrimonio. A settembre ero incinta. Tutto è avvenuto quasi in contemporanea e da quel momento queste sfere della mia vita sono andate avanti di pari passo.

In questi giorni ripensavo a come la vocazione di moglie e madre e quella di scrittrice si siano intrecciate, nella mia vita, al punto da diventare inseparabili. E sento di poter testimoniare che il segreto di un matrimonio realizzato non è assicurarsi in ogni modo una via d’uscita dalla relazione, ma scegliere di non sposarsi finché non si è pronti ad una piena comunione. Nello stesso modo in cui, in una casa, non inseriamo dieci uscite di emergenza, ma cerchiamo di metter su una struttura solida, sicura, prima di andare ad abitarci.

Per me, personalmente, è stato un dono incontrare una persona che sapeva vedermi nella mia unicità e voleva custodire anche i miei desideri. E’ stato un dono saper dire dei ‘no’, per attendere una storia che meritasse davvero il mio ‘sì’, per incontrare una persona che volesse far crescere un ‘noi’, senza che nessuno due perdesse sé stesso, ma, anzi, diventasse “più sé stesso” con l’altro.  

Cercando di attuare la logica del dono, e non del controllo o del sospetto, a casa nostra non c’è mai stata una guerra economica, non è mai stato importante da “chi” dei due venissero i soldi necessari per vivere. Al centro c’era la comunione. Ciascuno fa la sua parte, a suo modo, coi propri mezzi, per il bene della coppia e della famiglia. Senza ricatti, senza prevaricazioni. Se i soldi diventano motivo di rinfacci e mezzo di dominio il problema è a monte, il problema è che manca amore, manca unità, manca il desiderio di vivere davvero un progetto comune.

Prima di affermarmi come scrittrice, era esclusivamente mio marito a provvedere a noi economicamente. Così è stato nei primi anni di matrimonio. Io non facevo nulla? Certo che no. Ho messo al mondo due figli e ho continuato a scrivere, a cercare contesti in cui far sbocciare la mia passione. Se avessi dovuto trovarmi “un lavoro ad ogni costo” solo per principio (perché “Nella coppia non può lavorare solo lui, altrimenti sei solo una mantenuta!”) oggi non potrei tenere tra le mani i tanti libri che sono venuti dopo, non avrei girato l’Italia grazie alle tante presentazioni che sono nate soprattutto grazie a “Sei nato originale, non vivere da fotocopia”, legato a Carlo Acutis e pubblicato nel 2017, stesso anno di nascita del mio primo bambino.

Se avessi dovuto preoccuparmi di trovare un lavoro qualsiasi, non per necessità economica, ma solo per non dare a mio marito la “soddisfazione”, il “potere” su di me (che poi, comunque, un uomo con questi atteggiamenti di fondo non va proprio sposato, nemmeno se si lavora entrambi…), oggi non sarei pienamente me stessa, non starei esattamente dove da sempre desideravo essere.

Conosco tante donne indipendenti economicamente da molto prima del matrimonio che oggi vivono assoggettate emotivamente, o vengono persino raggirate da uomini che non hanno voglia di lavorare.

Le cose vanno sempre analizzate e valutate nel contesto. Aiutare una donna a trovare l’indipendenza economica è senza dubbio importante, anzi, fondamentale, ad esempio, quando viene maltrattata e non vede un’alternativa al rapporto di potere attuato da un uomo-padrone.

Eppure, non possiamo fermarci qui. Non possiamo dire solo questo alle giovani donne. La condizione “sine qua non” si può entrare in un matrimonio non è tanto che in quella casa entrino due, tre, quattro stipendi e che ciascuno abbia il suo, quanto che nella relazione siano stati individuati e sconfitti i nuclei di morte che affliggono tante coppie.

Perché, se la relazione è sana, gli sposi vivono tutto nella comunione e nell’unità: “ciò che è mio è tuo e ciò che tuo è mio”. Se l’amore è vero, non ci approfittiamo, non prevarichiamo: semplicemente, condividiamo tutto. D’altronde, siamo o no una sola carne, pur restando due persone libere e distinte?  

Da Macerata mons. Marconi lancia un grido d’allarme per sostenere la famiglia

“Carissimi, ogni anno l’omelia per San Giuliano è occasione di un discorso del Vescovo alla città ed ai cittadini, non fatta dall’alto di un pulpito, non è più il tempo per fortuna, ma da maceratese ai maceratesi. Mi sono chiesto quale fosse il tema più importante da affrontare insieme, in questo tempo di guerre, di un cambiamento di epoca che si realizza in tanti piccoli cambiamenti, con incertezze e necessità di decidere, ma su problematiche sempre più complesse… Ma accettando questo rischio, vorrei riflettere su un tema che ritengo importante per la nostra vita sia civile che di fede: stanno sparendo le famiglie!”

Così mons. Nazzareno Marconi, vescovo di Macerata, ha iniziato l’omelia per la festa del patrono san Giuliano l’ospitaliere, incentrata sul calo dei matrimoni nelle Marche, che in 20 anni sono scesi al 62%: “Non è una frase ad effetto, ma una triste realtà. Ogni famiglia nasce da un matrimonio, religioso o civile che sia, e i dati ci dicono che nelle Marche dal 2000 a oggi i matrimoni celebrati ogni anno sono calati di circa il 38%. E’ un fatto così visibile a tutti che non può essere negato”.

Tale dato è molto importante anche per l’economia: “E’ un fatto importante per la nostra vita civile, il nostro stile di vita, per ambiti vitali come l’economia, l’educazione, la cura dei malati e dei fragili. Nel rito del matrimonio cristiano si ricorda che la famiglia è: ‘La prima e basilare cellula della società e della Chiesa’. Non serve una grande conoscenza medica per capire che un corpo sociale, se comincia a perdere le sue cellule vitali, si ammala e muore”.

E per confermare tali tesi ha interrogato l’Intelligenza Artificiale: “In questi ultimi tempi si fa un gran parlare di intelligenza artificiale. Io ho più di un dubbio su quanto sia affidabile ciò che dice l’intelligenza artificiale, ma ho voluto provare a fare tre semplici domande. L’intelligenza artificiale non dovrebbe essere iscritta a nessun partito, perciò le sue risposte non dovrebbero essere troppo di parte”.

Ecco le risposte dell’Intelligenza Artificiale alle domande del vescovo: “Prima domanda: Perché la famiglia è importante per la vita e la cultura degli italiani?” A tale domanda ecco la risposta dell’Intelligenza Artificiale: “L’Italia è conosciuta in tutto il mondo come una Nazione familiare, dove la famiglia è il punto di riferimento principale per ogni individuo e la base della vita sociale. La famiglia italiana è generalmente numerosa e composta da molte generazioni. I genitori vivono vicino ai figli ed ai nipoti e c’è un forte legame tra i membri della famiglia.

Questo dona solidità e coesione alla famiglia, che è spesso in grado di affrontare le difficoltà e le sfide della vita insieme, anche perché uno dei valori più importanti nella famiglia italiana è l’affetto, che lega i suoi componenti e li sostiene. La famiglia aiuta i suoi membri più deboli o in difficoltà, come i disoccupati o i malati, con un sostegno umano, economico e materiale”.

Mentre alla domanda ‘perché la famiglia è importante per l’economia italiana?’ l’Intelligenza Artificiale risponde: “La famiglia italiana ha un ruolo importante nella società e nell’economia del paese. Molte aziende italiane sono a conduzione familiare, con un forte senso di continuità e di passione per il lavoro. La famiglia è infatti vista come un elemento di stabilità e di continuità nel mondo degli affari, dove la passione e il senso di appartenenza sono elementi importanti per il successo”.

Ed infine su come è cambiata nel tempo la famiglia italiana: “La famiglia italiana si è evoluta nel corso del tempo, adattandosi alle sfide della modernità. Negli ultimi decenni, la struttura della famiglia italiana è cambiata, diventando sempre più piccola e meno numerosa. Oggi, molte famiglie italiane sono composte da genitori e figli, senza la presenza di nonni o di altri parenti stretti. Tuttavia, nonostante queste trasformazioni, la famiglia italiana mantiene ancora oggi un forte legame con i suoi valori fondamentali, come la solidarietà, la responsabilità reciproca, l’affetto e la condivisione”.

Tali risposte dell’Intelligenza Artificiale confermano che la scomparsa delle famiglie rappresentano un’emergenza sia per la società civile che per la Chiesa: “Vorrei aggiungere solo una notazione: nel Dopoguerra italiano, lo scontro politico tra destra e sinistra era forse ancora più forte che oggi. Ci si attaccava su tutti gli aspetti della vita, dell’economia, dell’assistenza sociale e sanitaria, della cultura e della fede. Eppure, c’era una serena alleanza tra destra e sinistra sul riconoscere il valore della famiglia e nell’incoraggiare e dare sostegno alle nuove famiglie. Lo sviluppo sociale, economico e culturale di quello che fu chiamato allora ‘il miracolo italiano’ venne riconosciuto da tutto il mondo”.

Insomma, quello del vescovo è stato un invito alla collaborazione per una politica a favore delle famiglie: “Io credo che quella convinzione diffusa del valore della famiglia e quell’aria di speranza con cui tutti guardavano alla nascita di nuove famiglie, fosse uno dei motori basilari di quel miracolo. Lavorare insieme, oltre le divisioni e le visioni diverse, per recuperare un’alleanza in favore delle famiglie mi sembra urgente per il bene della vita civile e religiosa”.

(Foto: Diocesi di Macerata)

Dio si specchia in noi: l’arte del matrimonio cristiano. Alcuni libri

Perché i giovani possano essere pronti al matrimonio in Chiesa meritano di sapere che questa promessa, per loro, avviene in Cristo. Meritano di conoscere, magari attraverso testimonianze credibili, quale ruolo gioca la grazia di Dio. È Lui il primo ad essere fedele con noi, con la nostra coppia, se decidiamo di investire su Gesù, di invitarlo alle nostre nozze e lasciarlo agire. Il matrimonio per i cristiani cattolici è un sacramento: da questo deriva l’indissolubilità, che non è un giogo, ma un dono di Dio.

Le vicende e le situazioni cambiano: il miracolo del matrimonio sacramento è che nelle mutevoli circostanze della vita – e anche quando i coniugi stessi cambiano – la coppia riesce sempre a ritrovarsi, a scoprire nuove strade per preservare l’unità. 

Si può cadere. L’amore può morire. Però noi crediamo in un Dio che risorge anche dalla morte. Come afferma una coppia di coniugi separati e che poi, convertiti, sono tornati insieme nel giorno della sentenza del divorzio: “In genere l’incontro con Gesù avviene quando ci si trova con le spalle al muro”. Così è successo a loro. “Lo abbiamo incontrato durante la separazione. In questa situazione drammatica abbiamo chiesto aiuto al cielo, ciascuno personalmente, in due modi diversi, in due città diverse. E Gesù ha risposto. Ora possiamo e vogliamo dire a tutti: confidate nella potenza del sacramento del matrimonio. Usatelo! Avete una Ferrari tra le mani e la guidate a 30Km/h. Che spreco. Che noia”.

Poiché un amore per la vita non si improvvisa, né è frutto del caso, i corsi di preparazione alle nozze dovrebbero aiutare a comprendere la chiamata alta che gli sposi ricevono e offrire gli strumenti per amare come Cristo ama. Inoltre, è bene che gli sposi non camminino da soli, ma siano in contatto con altri sposi, con altre famiglie. Da soli la salita può diventare insopportabile, ma se i pesi sono condivisi con chi si trova sulla stessa strada allora tutto cambia.

In questa sede, vorrei offrire alcuni titoli di libri che possono aiutare le coppie ad approfondire il matrimonio come sacramento:

“La casa sulla roccia”, di Elisabetta Rossi Ricucci

Descrizione:

Crediamo veramente nella potenza del Sacramento del Matrimonio? Abbiamo la certezza che la nostra prima vocazione sia “vivere al massimo?”. Vi proponiamo un cammino di guarigione attraverso il perdono, per vivere la vostra relazione matrimoniale secondo il progetto di Dio. Il matrimonio non è la tomba dell’amore, come il mondo intende farci credere, ma la culla dell’Amore che non finisce mai. Parleremo della grazia di amare “da Dio”, del combattimento spirituale, delle ferite e dei “cerotti” che usiamo per nasconderle. Parleremo di maschere, di stili educativi, di dinamiche relazionali e di altro ancora. Le fonti che hanno ispirato questo libro sono diverse: la Sacra Scrittura, i documenti della Chiesa, gli incontri con santi sacerdoti e consacrati e la nostra esperienza personale di ex separati ed ex non credenti. Il Dio dell’impossibile farà grandi cose per ognuno di voi!

“L’arte di rovinare i matrimoni. La missione di un giovane apprendista diavolo”, di Cecilia Galatolo

Descrizione:

Un romanzo, ambientato a tratti sulla Terra, a tratti all’Inferno, ma con lo sguardo sempre rivolto al Paradiso, non banalizza l’esistenza del demonio, né vuole terrorizzare il lettore. Utilizzando una storia di fantasia, simile ad una favola moderna che segue le orme di Le lettere di Berlicche di C.S. Lewis, vogliamo offrire un piccolo aiuto per ritrovare la fede nell’Onnipotente, anche di fronte alle tentazioni più grandi. Smascherando gli inganni del diavolo e mostrando la superiorità di Dio, vorremmo che il lettore arrivasse a chiedersi, come san Paolo: Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?

“Sposi profeti dell’amore: Dio si specchia in noi”, di Antonio e Luisa De Rosa

Descrizione:

Chi sono i profeti? Cosa significa dire che noi sposi siamo profeti dell’amore di Dio? Siamo profeti quando riusciamo a mostrare nel nostro amore qualcosa dell’amore di Dio. Siamo profeti nel vivere la nostra relazione alla luce della relazione con Dio. Siamo profeti quando attraverso la perseveranza nelle difficoltà e la condivisione delle gioie possiamo. Siamo profeti quando in un mondo assetato di gratuità, di bellezza, di senso, di fedeltà e di amore siamo capaci di essere una piccola goccia d’acqua che insieme a tante altre può dissetare e rigenerare.

151.11.48.50