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‘VIRGO FIDELIS’ ovvero l’evento misterioso ed unico dell’apostolato di Maria Santissima accolto da san Paolo e seguito anche dalle coppie cristiane presenti presso Basilica/Santuario Madonna della Milicia
Preliminarmente desidero offrire la storica, mistica ricostruzione iconica della Madonna della Milicia con cui ha esordito il nostro Parroco Domenica 14 Giugno 2026 alla conclusione dell’anno pastorale in questa Basilica ( cfr. https://www.tuttitaly.com/post/santuario-madonna-della-milicia-altavilla-milicia-pa-sicilia “ La storia del Santuario e del Quadro miracoloso della Madonna della Milicia è circondata da mistero e leggenda. Si racconta che la tela fu portata nel Seicento da pirati naufragati in una tempesta, attribuita al dipinto che caricavano. Gettato in mare, il quadro fu inaspettatamente ritrovato da contadini e trasportato fino al luogo in cui i buoi si erano fermati. Qui venne eretta una cappella in onore della Vergine Maria….”.
Ha proseguito evidenziando che ognuno ha il proprio ruolo da svolgere e lo adempie per volontà di Dio. San Paolo ( mio altro nome oltre a Pietro, mio onomastico e compleanno fra 4 giorni, il 29 Giugno) aveva un ruolo da svolgere nel piano di Dio per raggiungere il mondo per Gesù Cristo, e quel ruolo era di apostolo ( questo ha sottolineato il nostro parroco/rettore Mons. Giosuè Lo Bue, insieme nella foto, nostra attuale guida, nella catechesi per il nostro gruppo di pastorale familiare presso l’oratorio della Basilica/Santuario della Madonna di Altavilla Milicia, in provincia di Palermo, affidandoci, altresì, la coniugazione evangelica di alcuni verbi destinati a ‘Noi’ coppie, prima della celebrazione della Santa Messa (cfr. il mio video https://www.facebook.com/groups/1793231040908299/?multi_permalinks=4600496216848420&hoisted_section_header_type=recently_seen&__tn__=%2CO ).
Era un ambasciatore unico da parte di Dio per il mondo, non per propria ambizione o per decisione umana. 2Timoteo non è solo l’ultima lettera lasciataci da Paolo, ma c’è anche una nota di urgenza e passione che ci saremmo potuti aspettare da un uomo consapevole che presto sarebbe stato giustiziato. Paolo è da ammirare per aver voluto fare per Gesù il massimo che poteva ovunque si trovasse. Se non poteva predicare, allora pregava. Durante il suo secondo viaggio missionario, Paolo tornò a Listra, dove incontrò un giovane che aveva conosciuto Gesù e si era dedicato al servizio al Signore (Atti 16:1-5).
Questo giovane era Timoteo, descritto come il figlio di una donna giudea credente, ma di padre greco.
Ricordare la fede di uomini fedeli come Timoteo, che amava e serviva Gesù e il Suo popolo, rese Paolo profondamente felice (ripieno di gioia), sua madre e sua nonna lo condussero a Gesù o, comunque, gli insegnarono i fondamenti della fede. Dio vuole usare i genitori e i nonni per trasmettere un’eredità eterna ai loro figli e ai loro nipoti ( questa fu la preghiera che mia moglie Marcella formulò durante la messa, ai fini della loro conversione, preceduta da quelle delle altre coppie di sposi e di fidanzati che spesso svolgono le funzioni di lettori, cfr. https://iusinitinere.it/ministeri-laicali-e-sacerdozio-comune-riflessioni-a-margine-del-motu-proprio-di-papa-francesco-circa-laccesso-delle-donne-ai-ministeri-del-lettorato-e-dellaccolitato/ ).
Il nostro Sacerdote ha menzionato i nomi degli apostoli per insegnarci l’importanza delle loro funzioni, i cui successori sono i Vescovi (cfr. https://www.holyart.it/blog/santi-e-beati/chi-erano-i-12-apostoli-e-scopri-la-differenza-tra-apostoli-e-discepoli/#Differenza_tra_apostoli_e_discepoli , noi tutti siamo discepoli, le nostre guide pastorali sono anche i Sacerdoti).
A Milano presentata la quarta edizione del bilancio di missione dell’arcidiocesi
Nei giorni scorsi è stato presentato il Bilancio di Missione della Diocesi di Milano; giunta alla quarta edizione, la pubblicazione offre una rendicontazione trasparente delle attività realizzate di anno in anno dalla Chiesa ambrosiana, nelle sue diverse articolazioni, evidenziandone gli effetti in ambito pastorale e sociale e le principali implicazioni economiche.
Alla conferenza stampa sono intervenuti mons. Bruno Marinoni, Vicario episcopale per gli Affari economici, Antonio Antidormi, Economo della Diocesi, don Massimo Pavanello, responsabile del Servizio per la pastorale del turismo e dei pellegrinaggi, mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano, che ha firmato anche la prefazione al Bilancio.
Il volume, oltre a presentare i dati relativi alla Curia, agli enti centrali ed alle 1.105 parrocchie della Diocesi, dedica quest’anno un focus a un particolare ambito dell’attività pastorale: i pellegrinaggi e il turismo religioso, attività affidata a Duomo Viaggi & Turismo, l’agenzia viaggi della diocesi.
Nel suo intervento mons. Delpini ha sottolineato che “il Bilancio di missione non è soltanto un rendiconto e una documentazione di come le risorse sono state ben impegnate per le finalità della Diocesi, ma vorrebbe essere anche uno strumento educativo, per far evolvere l’atteggiamento di chi si accosta alla comunità cristiana da quello di chi si considera un ‘utente’ a chi vuole essere un collaboratore, una persona corresponsabile. La comunità è composta da tutti noi: non c’è un erogatore di servizi e un fruitore; esiste una comunità in cui è necessaria la condivisione dei beni”.
In leggera crescita, rispetto al 2024, gli abitanti della Diocesi, che passano da 5.566.667 a 5.584.702, mentre sono 1.105 le parrocchie (una in meno rispetto all’anno scorso), il che dice che ogni parrocchia della Diocesi ha in media 5.054 abitanti (5.037 nel 2024). I presbiteri diocesani sono 1.568, con una riduzione di 31 unità rispetto al 2024 e un invecchiamento complessivo che è in atto da tempo: i sacerdoti tra i 26 e i 35 anni sono 90, quelli con oltre 75 anni sono 482.
Per rappresentare in modo chiaro il flusso delle risorse economiche, è stata effettuata un’analisi congiunta dei bilanci della Curia arcivescovile, degli enti centrali e delle società di servizi diocesane (un ‘perimetro’ che coinvolge 204 lavoratori dipendenti laici, oltre a diversi sacerdoti e religiosi/e). I dati sono stati successivamente riclassificati in base alle finalità di impiego delle risorse, così da evidenziare il contributo alle tre principali aree di intervento della Diocesi: la ‘cura pastorale’ (indirizzo, coordinamento, formazione), la ‘cura amministrativa’ (vigilanza canonica, consulenza amministrativa, servizi), il sostegno di attività e progetti sul territorio (la gestione diretta di opere e l’erogazione di contributi per finalità specifiche, fondi diocesani e 8xmille).
Queste risorse sono state pari, nel periodo esaminato, ad € 69.603.953 (l’anno scorso erano € 66.532.848), destinate per il 38,6% ad attività di vigilanza canonica, consulenza amministrativa e servizi, per il 38,2% al sostegno di attività e progetti sul territorio tramite la gestione diretta di opere e l’erogazione di contributi per finalità specifiche, per il 17,5% ad attività di indirizzo pastorale, coordinamento e formazione.
Per quanto riguarda in particolare il sostegno ad attività e progetti sul territorio, si confermano prevalenti gli ambiti di spesa legati alla carità ed assistenza (oltre € 16.800.000 il 63,4% del totale dei contributi al territorio), il sostegno delle parrocchie (quasi € 4.000.000) ed i contributi per le missioni (oltre € 2.000.000).
Tra gli esempi di questo tipo di attività si possono citare: € 600.000 erogati a parrocchie in particolari difficoltà economiche, oltre € 1.300.000 stanziati per restauri, interventi straordinari, costruzione di nuovi oratori…, € 500.000 destinati al Fondo Schuster – Case per la gente, nonché i quasi € 13.000.000 spesi da Caritas Ambrosiana attraverso le 18 Aree di bisogno in cui è strutturata.
Le somme destinate dal nucleo centrale al territorio non sono la totalità di quelle messe in campo dalla Diocesi, ma si aggiungono alle risorse destinate anzitutto dalle parrocchie (tema del capitolo successivo) e da altri soggetti (ad esempio la Fondazione San Carlo); in questo senso rappresentano una sorta di ‘leva’ che permette di moltiplicare le risorse che vengono complessivamente riversate sul territorio a beneficio della collettività.
Analizzando i dati dal punto di vista della provenienza delle risorse, i contributi dell’8×1000 (ovvero i fondi complessivamente giunti dalla CEI per culto e pastorale, interventi caritativi e bandi per finalità specifiche) ammontano a quasi € 18.000.000, pari al 25,5% del totale delle entrate. Più consistenti – circa € 28.000.000, il 40% del totale – sono i proventi che arrivano da attività e servizi, mentre sono oltre € 18.000.000 (26% del totale) i contributi da parrocchie, enti e privati.
Le analisi sui dati delle parrocchie sono il frutto dell’elaborazione di 1.082 rendiconti di gestione per l’anno 2024, ovvero la quasi totalità delle 1.105 parrocchie presenti in Diocesi. Le entrate complessive sono state pari ad € 267.760.675 (erano state € 270.277.626 nel 2023), destinate per il 68,9% (oltre 184 milioni) ad attività pastorali ordinarie, ovvero l’ambito tipico della vita delle parrocchie e della loro missione: in particolare l’ambito educativo-formativo e quello celebrativo sacramentale. Il 20,9% delle risorse è stato invece destinato a manutenzioni straordinarie e ristrutturazioni (quasi € 56.000.000), il 5,5% ad altri oneri straordinari, l’1,2% a manutenzioni ordinarie su immobili non istituzionali e lo 0,8 % ad oneri finanziari.
Le risorse provengono in massima parte (70,3%) da offerte e collette per attività pastorali ordinarie: oltre € 188.000.000 (in aumento di oltre € 6.000.000 rispetto al 2023), il che significa che in media ogni abitante della Diocesi offre in un anno € 33,7 (in crescita rispetto ai due anni precedenti in cui si registravano offerte per € 32,6 ed € 28,9). La Zona pastorale III di Lecco si conferma quella con l’offerta media per abitante più alta – pari ad € 53,30 – mentre è la Zona I di Milano quella con l’offerta media più bassa (€ 25,32).
Le uscite delle parrocchie sono aumentate: da € 245.899.575 del 2023 ad € 260.433.378 del 2024. Un aumento che è da attribuirsi all’incremento delle spese per le attività tipiche delle parrocchie in tutti gli ambiti della pastorale (oltre € 184.000.000, una voce di spesa in crescita di oltre quasi € 7.000.000 rispetto all’anno precedente e di € 18.000.000 rispetto al 2022); la parte restante è riferibile principalmente a maggiori manutenzioni straordinarie e ristrutturazioni (in crescita di oltre € 6.000.000). Resta comunque positivo il saldo tra entrate e uscite delle parrocchie della Diocesi, pari ad € 7.327.297 (l’anno scorso il saldo era stato di € 24.378.051).
I debiti contratti dalle parrocchie hanno origini e motivazioni diverse: perlopiù si tratta della quota residua di indebitamenti resosi necessari, anni prima, per la costruzione delle chiese o di debiti contratti per interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria.
Come nelle precedenti edizioni del Bilancio di missione, sono stati raccolti i dati delle iniziative formative e pastorali promosse dagli Uffici e Servizi di Curia, divisi per Vicariato, nell’anno pastorale preso in esame. Escludendo Fom (Fondazione oratori milanesi) e Caritas Ambrosiana (che hanno dimensioni non paragonabili agli altri uffici diocesani), sono 161 i convegni organizzati nell’anno 2024-2025, con la presenza di oltre 19.000 persone, mentre i corsi e i seminari di formazione sono stati 141, con oltre 22.000 persone coinvolte. Quasi 1.000 i relatori scelti per questi incontri formativi e pastorali. I sussidi realizzati sono stati 124 con una tiratura di oltre 126.000 copie.
L’Obolo di san Pietro sostiene la carità del Papa
L’Obolo di san Pietro, da cui trae origine il nome dell’omonimo fondo, accoglie le donazioni devolute al Santo Padre, come successore di Pietro, destinate a sostenere la sua missione per la Chiesa universale e a supportare numerose iniziative in favore dei più bisognosi.
Nel 2025 le entrate del Fondo Obolo sono ammontate ad € 57.600.000, mentre le uscite sono risultate pari ad € 59.800.000. Il risultato negativo è ascrivibile all’oscillazione dei tassi di cambio su valute estere.
Le donazioni giungono all’Obolo in tre principali forme, quali colletta raccolta presso le parrocchie di tutto il mondo in occasione della solennità dei Santi Pietro e Paolo e trasmessa alla Santa Sede dalle diocesi avvalendosi delle Rappresentanze Pontificie, ad eccezione di quelle italiane che le inviano direttamente; offerte dirette inviate mediante bonifici su conti correnti bancari e postali, assegni o tramite sito web (https://www.obolodisanpietro.va/it/dona.html) con carte di credito e PayPal; lasciti ereditari devoluti tramite testamento in cui l’offerente esprime una precisa volontà di destinare beni, somme di denaro o diritti patrimoniali all’Obolo di San Pietro o direttamente al papa.
Nello scorso anno il Fondo Obolo di San Pietro ha erogato contributi per € 54.500.000, dei quali € 41.200.000 per supportare le attività condotte dalla Santa Sede a servizio della missione apostolica del papa ed € 13.300.000 per sostenere i progetti di assistenza diretta ai più bisognosi. Tali contributi sono stati corrisposti grazie alle offerte ricevute, per un ammontare complessivo di € 54.500.000. Tali progetti afferiscono a tre diverse aree di attività, distinte in relazione agli scopi perseguiti.
Le risorse, di cui gli Stati Uniti sono come principale donatore (26,1% dell’ammontare delle donazioni), hanno finanziato 252 progetti in 74 Paesi. Stati Uniti, Italia e Brasile sono i Paesi da cui arrivano più proventi, seguiti dalla Repubblica di Corea, Germania, Francia e Spagna. Tra i vari aiuti sono da ricordare quelli all’Ucraina ed a Gaza, progetti di evangelizzazione in Africa e Asia, e il sostegno alla missione apostolica della Santa Sede.
Papa Leone XI: il Concistoro è servizio alla missione
“Prima di entrare nella riflessione conclusiva, desidero esprimere la nostra vicinanza, mia e di tutto il Collegio Cardinalizio, alla popolazione del Venezuela, duramente colpita dal violento terremoto di questi giorni. Assicuriamo la nostra preghiera per le vittime, per le loro famiglie e per quanti soffrono le conseguenze di questa tragedia. Affidiamo al Signore anche tutti coloro che sono impegnati nei soccorsi e chiediamo che non venga meno la solidarietà delle comunità internazionali verso quella cara Nazione”: concludendo il Concistoro questa sera papa Leone XIV ha chiesto una preghiera per la popolazione del Venezuela, colpita dal terremoto.
Nella premessa il papa ha ringraziato i cardinali, sottolineando la necessità dell’ascolto: “Cari Fratelli Cardinali, giungiamo adesso al termine di questi giorni con un sentimento di profonda gratitudine. Vi ringrazio per la libertà, la fraternità e il senso ecclesiale con cui avete preso parte ai nostri lavori. Porto con me non soltanto il contenuto delle vostre riflessioni, ma anche l’esperienza che le ha rese possibili.
In questi giorni abbiamo cercato insieme la volontà del Signore, nella convinzione che Cristo continua a operare nella sua Chiesa: è Lui che ci precede, ci raduna, parla attraverso i fratelli e ci conduce nella missione. Tutto nasce da Lui e tutto ritorna a Lui. Per questo, vedere Cardinali provenienti da Chiese, culture e situazioni così diverse ascoltarsi reciprocamente e cercare insieme ciò che meglio serve il Vangelo è stato per me motivo di consolazione, di speranza”.
Ed ha richiamato l’immagine del buon Samaritano, con cui è iniziato il Concistoro, a cui è stata aggiunta quella di Emmaus: “Abbiamo iniziato questi giorni lasciandoci guidare dall’immagine del buon Samaritano: un uomo che si ferma davanti al fratello ferito, si lascia commuovere nelle viscere e se ne prende cura. Vorrei ora congedarci con un’altra icona evangelica: quella dei discepoli di Emmaus”.
Ad Emmaus Gesù accende i cuore: “Anche loro camminano segnati dalla tristezza e dalla delusione, ma il Signore si fa loro compagno di strada, ascolta le loro domande, apre le Scritture, fa ardere il loro cuore e trasforma il loro cammino. Mi piace pensare che anche quanto abbiamo vissuto in questi giorni abbia qualcosa di questa esperienza: abbiamo camminato insieme, ci siamo ascoltati reciprocamente e, se abbiamo lasciato spazio al Signore, Egli ha nuovamente acceso nei nostri cuori la speranza e ci rimanda ora alle nostre Chiese per riprendere il cammino con uno sguardo nuovo”.
Da qui la domanda sulla custodia della fede: “Quando questa domanda diventa il centro del nostro discernimento, anche le questioni dell’autorità, della corresponsabilità e delle decisioni trovano il loro giusto posto, illuminate dalla missione e dalla comune fedeltà al Vangelo. Così, desidero affidarvi ancora una volta il cammino di attuazione del Sinodo. Vi chiedo di accompagnarlo con convinzione nelle Chiese che servite, favorendone una comprensione autentica e incoraggiando tutti a prendervi parte: si tratta di aiutare le nostre Chiese a crescere in uno stile sempre più evangelico”.
Quindi la sinodalità è un metodo di lavoro: “Mi raccomando, come abbiamo sentito dal card. Grech, la sinodalità non è un insieme di riunioni, né un metodo di lavoro. E’ uno stile spirituale. Nasce dall’incontro, cresce nell’ascolto e matura nel discernimento. La vera domanda non è quante conversazioni sapremo organizzare, ma quale qualità evangelica avranno i nostri incontri. Quando ci ascoltiamo con umiltà e libertà, lasciando spazio allo Spirito, le nostre conversazioni non rimangono uno scambio di idee, ma diventano un luogo di conversione, nel quale cresciamo insieme nella fedeltà al Signore”.
Ecco l’importanza della famiglia con l’annuncio di un incontro sull’esortazione ‘Amoris Laetitia’: “Molti di voi hanno ricordato anche la famiglia. Là dove essa è sostenuta e accompagnata, cresce una scuola di relazioni, di solidarietà e di speranza; là dove è ferita o isolata, tutta la società ne porta le conseguenze. A ottobre avremo un incontro con i capi delle Chiese orientali e i presidenti delle Conferenze episcopali per valutare i passi fatti dopo ‘Amoris laetitia’. Parteciperanno anche alcune famiglie che condividono le esperienze. La loro presenza è essenziale, però spero che tutti coloro che verranno si preparino ascoltando da vicino e portando l’esperienza delle famiglie delle loro Chiese”.
Un concistoro per ascoltare: “Avete così cercato di ascoltare ciò che le ferite del mondo rivelano del cuore dell’uomo. È proprio lì, nel cuore, che si decide anche la pace. Prima di manifestarsi nella storia, la guerra nasce dentro di noi, quando il sospetto prende il posto della fiducia, la paura della speranza e l’altro viene percepito come una minaccia. Ma è nello stesso cuore che Cristo continua a incontrarci, a parlare e a convertirci. Da un cuore riconciliato possono nascere parole disarmate, relazioni nuove e una pace capace di raggiungere anche i popoli”.
L’altro punto approfondito riguarda la sua enciclica ‘Magnifica humanitas’ con una riflessione sulla guerra: “Nasce molto prima, da una cultura della potenza che attraversa il nostro modo di pensare, di vivere le relazioni, di esercitare il potere, di usare l’economia, la tecnologia e perfino la religione. Se questa è la radice della crisi, la risposta domanda di ricostruire una cultura della cooperazione e del dialogo, capace di dare nuova forza anche al multilateralismo, perché i popoli imparino nuovamente a cercare insieme il bene comune dell’intera famiglia umana”.
Da qui la richiesta di sostegno ai laici che si impegnano nella società: “In questo cammino il contributo dei fedeli laici impegnati nella vita pubblica è essenziale: hanno bisogno della vicinanza e del sostegno della comunità ecclesiale per vivere la ‘carità politica’ che avete ricordato. La stessa cultura della cooperazione cresce attraverso il dialogo ecumenico e interreligioso, che non attenua la nostra identità cristiana, ma la rende capace di servire insieme il bene comune e la pace”.
Non poteva mancare una sottolineatura sulla difesa nonviolenta: “Ho trovato poi particolarmente prezioso il modo con cui alcuni di voi hanno affrontato il tema della risposta nonviolenta di fronte alle molte forme di violenza. Essa è una forma profondamente evangelica di abitare la storia, frutto della contemplazione del modo di agire di Gesù. Non consiste nella rinuncia al conflitto né in un atteggiamento passivo, ma nello scegliere di affrontarlo senza riprodurne la logica.
Essa non rinuncia alla verità né tace il male, ma rifiuta di difenderla con la violenza e di trasformare l’altro in un nemico: comincia disarmando se stessi. Essa rivela così la logica della Pasqua, nella quale l’amore si manifesta più forte dell’odio e il perdono spezza la spirale della vendetta. E’ questa la forza del Crocifisso risorto: una forza che non distrugge il nemico, ma rende possibile ritrovare un fratello.
In questa prospettiva, diversi gruppi hanno sottolineato l’opportunità di proseguire l’approfondimento del tema della legittima difesa alla luce delle profonde trasformazioni intervenute nella natura dei conflitti contemporanei. Questa riflessione merita di essere ulteriormente sviluppata con il necessario rigore teologico e pastorale”.
E’ stato un invito a riscoprire il bene comune e la Dottrina sociale della Chiesa: “Molti di voi hanno osservato che oggi il bene comune non è semplicemente un obiettivo da perseguire: è una realtà da riscoprire insieme. Viviamo un tempo nel quale diventa difficile perfino riconoscere ciò che è veramente bene per tutti. Per questo, radicata in Cristo, la Chiesa è chiamata a custodire luoghi di incontro, di ascolto e di dialogo nei quali possa maturare una rinnovata cultura del bene comune.
Questo domanda anche un paziente lavoro educativo, che aiuti a riconoscere la dignità inviolabile di ogni persona e la responsabilità che ci lega gli uni agli altri. In questo cammino, i poveri non sono soltanto destinatari della nostra cura, ma protagonisti della speranza che Dio continua a suscitare nella storia”.
Ma il papa ha sottolineato che l’adesione a Cristo avviene attraverso la testimonianza: “Da molte delle vostre riflessioni è emersa con forza anche un’altra convinzione. Mentre ci interrogavamo sulle responsabilità della Chiesa nel mondo di oggi, avete richiamato continuamente l’importanza della testimonianza, della prossimità, della formazione delle coscienze e della costruzione di comunità fraterne e credibili.
Questa testimonianza nasce dall’incontro con Cristo, dalla sua Parola e dai Sacramenti, nei quali il Signore sostiene il suo popolo e lo rende capace di servire il mondo con la forza del Vangelo. La Chiesa è chiamata a diventare sempre più ciò che proclama. È su questo fondamento che anche le necessarie riforme delle strutture, delle istituzioni, dei processi possono portare frutto”.
Questo è il Concistoro: “Credo che, poco alla volta, stiamo riscoprendo il significato più autentico del Concistoro: il radunarsi del Collegio dei Cardinali attorno al Successore di Pietro perché, nell’ascolto reciproco e nel discernimento comune, lo Spirito Santo aiuti il papa a guidare la Chiesa. Non un parlamento, non un congresso nel quale prevalgono opinioni o interessi, ma un’esperienza di comunione al servizio della missione.
Quello che impariamo a vivere in questi giorni non riguarda soltanto il Collegio Cardinalizio. E’ uno stile che siamo chiamati a promuovere in tutta la Chiesa, perché ogni battezzato, secondo la propria vocazione e responsabilità, partecipi alla costruzione della civiltà dell’amore e al servizio del bene comune. Come vi ho già anticipato, desidero proseguire questo appuntamento annuale anche a partire dal prossimo anno. Non ho ancora fissato la data: conto di comunicarvela verso la fine di questo anno”.
Quindi il Concistoro è lo stile della Chiesa: “Questo Concistoro è stato un momento prezioso, ma non deve rimanere un appuntamento isolato. In tutta la Chiesa desideriamo promuovere spazi nei quali il Popolo di Dio possa ascoltarsi, pregare, discernere e camminare insieme. E’ questa l’anima del percorso di attuazione del Sinodo. Sarà questo anche lo spirito del prossimo incontro dedicato ad ‘Amoris laetitia’ e di molte altre iniziative che il Signore ci chiederà di vivere. Ciò che conta non è moltiplicare gli incontri, ma imparare a vivere incontri nei quali, ascoltandoci reciprocamente, impariamo insieme ad ascoltare il Signore”.
Ed infine l’indicazione alla pace: “Anzi, vorrei che lo facessimo insieme, attraverso queste parole. Diciamolo ai nostri confratelli Vescovi, alle Chiese affidate al nostro ministero e a tutti i popoli della terra: Dio desidera la pace per ogni nazione e per ogni popolo. Per questo non dobbiamo rassegnarci alla violenza. La violenza non avrà l’ultima parola. Dio continua ad aprire nella storia cammini di riconciliazione e di pace. Abbiamo la responsabilità di percorrerli con coraggio e di aiutare il mondo a riconoscerli”.
(Foto: Santa Sede)
Don Vittorio Pastori, fondatore di Africa Mission giusto dell’umanità a cento anni dalla nascita
Don Vittorio Pastori per molte persone, soprattutto in Uganda, era conosciuto come ‘don Vittorione’, capace di attraversare guerre, fame e abbandono senza mai arretrare davanti alla sofferenza umana: a 100 anni dalla nascita, avvenuta a Varese il 15 aprile 1926, entra ufficialmente nell’Enciclopedia dei Giusti della Fondazione Gariwo con il riconoscimento di ‘Giusto dell’Umanità’, attribuito a donne e uomini che hanno scelto di difendere la dignità umana nei contesti più drammatici della storia contemporanea.
L’annuncio di riconoscere il fondatore di ‘Africa Mission – Cooperazione e Sviluppo’ come ‘Giusto dell’Umanità’ è stato dato nelle settimane scorse a Piacenza dal presidente di ‘Africa Mission’, don Maurizio Noberini. Prima della scelta dell’Africa la vita del ‘ristoratore’ varesino si incontra nel 1966 con mons. Enrico Manfredini, vescovo di Piacenza ed arcivescovo di Bologna, che gli affida incarichi di responsabilità nella diocesi: amministratore della Basilica, della tipografia diocesana e delle opere parrocchiali.
Quando nel 1969 mons. Manfredini è nominato vescovo di Piacenza, Pastori decide di seguirlo, lasciando definitivamente il mondo dell’impresa. Diventa segretario amministrativo della mensa vescovile, economo del Seminario e direttore di una casa di esercizi spirituali. Proprio in quegli anni incontra alcuni vescovi africani e compie i primi viaggi in Uganda, Kenya e Tanzania, un’esperienza destinata a segnare la sua vita.
Davanti alle condizioni delle popolazioni del continente africano, Pastori sceglie di trasformare la solidarietà in azione concreta. Comincia a raccogliere fondi, macchinari agricoli, trattori, attrezzature sanitarie e materiali dall’Italia per sostenere le missioni cattoliche locali. Nel 1972 fonda a Piacenza ‘Africa Mission’, avviando quello che lui stesso definiva un ‘pendolarismo della carità’ tra l’Italia e l’Africa. Il suo nome si lega in modo particolare al Karamoja, una delle regioni più povere e fragili dell’Uganda nordorientale, segnata da conflitti, siccità e marginalità cronica, come hanno raccontato i presidenti don Maurizio Noberini e Carlo Antonello: “Per noi di ‘Africa Mission’ questo riconoscimento assume un significato particolarmente profondo: don Vittorione non è soltanto il fondatore dell’organizzazione, ma il riferimento etico e ideale che continua a orientarne le scelte e le attività”.
Infatti è stato un percorso iniziato con la realizzazione di un ‘Giardino dei Giusti’ a Moroto, in Uganda, nel Community Development Centre che porta il suo nome, come ha spiegato il direttore di ‘Africa Mission’, Carlo Ruspantini; “Questo spazio dedicato alla memoria e all’educazione sarà un luogo vivo soprattutto per le nuove generazioni. Per ‘Africa Mission’ il riconoscimento ottenuto da Fondazione Gariwo costituisce anche una nuova importante opportunità di collaborazione con una realtà che lavora per far conoscere e promuovere le storie di chi ha scelto il bene, anche nei momenti più bui della storia; raccontare le vite di uomini e donne che hanno trovato il coraggio di agire per salvare altre vite è un modo per fare memoria del bene come strumento del cambiamento”.
Quindi al direttore di ‘Africa Mission’ abbiamo chiesto di raccontarci il suo insegnamento: “L’insegnamento di don Vittorione è sempre forte anche a tanti anni di distanza dalla sua scomparsa ed è quello che ci richiama a non essere sordi al grido di chi nel mondo è condannato a diventare sempre più povero. Di chi è ultimo nel diritto ad avere una vita dignitosa da guadagnarsi attraverso un lavoro che gli garantisca non un reddito di sussistenza, ma un’esistenza degna. Di chi non ha le stesse opportunità di cura e di tutela della salute per sé e per la sua famiglia. Don Vittorione ci ha insegnato ad ascoltare tutti loro. Ma ci ha insegnato anche che solo il rispetto, la non violenza e la condivisione portano la vita”.
Perché don Vittorione ha scelto l’Uganda?
“Il nostro fondatore, don Vittorio Pastori, ha conosciuto il continente africano in Uganda, in quanto alcuni vescovi ugandesi erano venuti in Italia per chiedere un aiuto e don Vittorione è andato in Uganda per vedere la situazione ed, appena ritornato in Italia, ha creato nel 1972, appena dopo mesi dopo il viaggio, ‘Africa Mission’come risposta a quello che lo aveva toccato nel cuore”.
Per quale motivo nasce l’associazione?
“Africa Mission nasce per supportare l’opera sociale dei missionari in Uganda, portando per 10 anni aiuti di emergenza in situazioni di difficoltà, non solo nel Paese ma anche in altri Stati del continente. Nel 1972 don Vittorio fondò ‘Popolazioni e Sviluppo’ per intraprendere direttamente i percorsi di sviluppo attraverso la perforazione di nuovi pozzi d’acqua, attraverso il sostegno allo studio e lo sviluppo agricolo, cercando di aiutare la popolazione nel mettere a frutto le loro capacità e trovare le risorse per un futuro migliore”.
Allora, è possibile aiutare gli africani a casa loro?
“Assolutamente sì, perché chi fugge dalla propria nazione cerca qualche opportunità per vivere dignitosamente. Nessuno fugge perché vuole abbandonare la propria terra; chi lascia la propria terra è perché ci sono situazioni che non consentono di poter valorizzare la propria vita. Quindi aiutare a valorizzare le proprie capacità è l’elemento fondamentale per poter dare una prospettiva di crescita. Quindi aiutarli è necessario, perché le risorse dell’Africa sono grandissime. Purtroppo, per molti anni, c’è stato un atteggiamento predatorio di chi è andato ad aiutare piuttosto che un atteggiamento di supportare lo sviluppo”.
Come rilanciare la cooperazione internazionale?
“Ci vuole gente che creda che occorre valorizzare l’esperienza e la cultura dell’altro per trovare quei punti in cui si può lavorare insieme per portare avanti quei progetti nella ricerca di ciò che unisce invece di ciò che divide e vedere in quale modo queste popolazioni possano svilupparsi, in quanto la loro crescita è legata alla nostra sopravvivenza. Quindi per rilanciare la cooperazione bisogna rilanciare uno spirito realmente di condivisione e non di profitto. Dobbiamo rilanciare la condivisione: questo è l’unico modo per rilanciare la cooperazione”.
Quale è la mission dell’associazione?
“Vogliamo sostenere e promuovere lo sviluppo umano nei Paesi più poveri del mondo attraverso la promozione della dignità della persona umana in tutti i suoi aspetti, realizzando interventi di emergenza, di supporto a realtà locali, in particolare della chiesa locale e dei missionari cattolici, e programmi di sviluppo in vari settori della vita sociale, sulla base dei principi dell’umanesimo cristiano e nel pieno rispetto della libertà di pensiero e di religione degli altri. Sostenere e promuovere uno stile di vita basato sui valori di solidarietà universale e realizzare un’opera di sensibilizzazione delle comunità italiane ai problemi dei paesi poveri.
Quindi i fondamenti del nostro percorso non sono mutati da quelli che ci ha insegnato don Vittorione: andare per esserci, andare per incontrare, andare per ascoltare, andare per condividere, andare per sostenere, andare per evangelizzare, accoglienza presso le nostre sedi, ascolto dei poveri, rispetto dell’uomo e della vita, attenzione alla povertà e alle sue cause, concretezza negli interventi, dono del proprio tempo, delle proprie capacità e risorse, di sé stessi. In questo senso il nostro stile vuole rispecchiare le qualità che sentiamo essenziali nell’impegno umanitario: umiltà, povertà, spirito di servizio. Lo stile del grembiule”.
Ma chi era don Vittorione?
“Don Vittorione era un cristiano laico, che faceva il ristoratore; ad un certo punto si sente interrogato a realizzare in pieno il comandamento dell’amore cristiano e diventa sacerdote, in quanto intraprende un cammino di fede, ma soprattutto da imprenditore laico ha un approccio concreto ad aiutare le persone a migliorare le capacità professionali come lui si era realizzato professionalmente nella vita”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV invita la Chiesa a contemplare il mondo
“Nel Concistoro dello scorso gennaio avevo espresso un desiderio semplice: che questi incontri ci aiutassero a imparare sempre più a ‘lavorare insieme nel servizio della Chiesa’ e a proseguire ‘una conversazione che mi aiuti nel servizio della missione di tutta la Chiesa’. Non erano soltanto parole introduttive. Continuo a pensare che questa sia una delle responsabilità più importanti affidate al Collegio Cardinalizio. Anche noi, come tutta la Chiesa, impariamo camminando. La comunione non è mai un risultato acquisito una volta per tutte: rimane una conversione quotidiana, che prende forma nella preghiera, e attraverso atteggiamenti concreti, relazioni di fiducia e disponibilità ad ascoltarci reciprocamente”: con questo intervento papa Leone XIV ha aperto il primo giorno di lavori del Concistoro coi porporati di tutto il mondo, con l’invito ad essere ‘costruttori di comunione’.
Ed ha enunciato i quattro temi sui quali riflettere in questi giorni, invitando innanzitutto a contemplare il mondo: “Anzitutto siamo invitati a contemplare il mondo nel quale la Chiesa è chiamata ad annunciare il Vangelo. Prima di domandarci che cosa fare, occorre sostare davanti alla realtà, guardandola con gli occhi della fede e lasciandoci interrogare dall’ascolto dei fratelli… Ed anche oggi il Signore continua a precederci nella storia, e la Chiesa è chiamata anzitutto a riconoscere la sua presenza”.
Una riflessione sulle due civiltà, quella della potenza e quella dell’amore: “Successivamente rifletteremo insieme sulla cultura della potenza e sulla civiltà dell’amore. Molti di voi provengono da terre segnate dalla guerra, dalla violenza, dalla polarizzazione sociale o religiosa. Ma nessuno di noi è estraneo alle molte forme di conflitto, di sopraffazione e di frattura che attraversano oggi le nostre società. Per questo il discernimento che siamo chiamati a compiere riguarda tutti e interpella la missione della Chiesa in ogni contesto”.
Insomma è un invito ad approfondire la recente enciclica: “L’Enciclica ‘Magnifica humanitas’ ci offre alcune chiavi preziose per leggere questo tempo. Mi interessa soprattutto ascoltare come queste pagine risuonano nelle vostre Chiese, quali interrogativi suscitano, quali prospettive aprono, quali passi suggeriscono. Una enciclica continua infatti il suo cammino quando viene accolta, interpretata e incarnata nella vita concreta delle Chiese”.
Un’enciclica che offre ‘dignità’ alla Dottrina Sociale della Chiesa, definita ‘scuola di comunione’ al punto 86: “La terza sessione approfondirà ancora la Magnifica humanitas, interrogandosi sul contributo che la Chiesa può offrire alla costruzione del bene comune. Viviamo in un tempo nel quale cresce la tentazione della frammentazione e prevalgono facilmente interessi particolari. La Dottrina sociale della Chiesa ci ricorda che il bene comune non nasce spontaneamente, ma domanda responsabilità condivise.
Per la Chiesa questo assume una forma ben precisa: uno stile sinodale al servizio della missione del Regno. Lo ricorda l’Enciclica ‘Magnifica humanitas’, aggiungendo che questo richiede attenzione al modo in cui si prendono le decisioni e si esercitano le responsabilità, nella trasparenza, nella valutazione e nella corresponsabilità”.
Infine una riflessione sul cammino sinodale: “Questa ultima sessione non apre un tema nuovo, ma raccoglie e mette in relazione quanto avremo condiviso nelle sessioni precedenti. Di fronte alle ferite del mondo, alla costruzione del bene comune e alla missione della Chiesa, la sinodalità indica un modo di procedere: ascoltare, discernere e assumere insieme la responsabilità delle scelte che il Signore ci affida.
La sinodalità non è anzitutto un insieme di procedure; come ho avuto modo di dire più volte, la sinodalità è un atteggiamento, un’apertura, una disponibilità a comprendere. Talvolta essa è stata interpretata come una diminuzione dell’autorità. In realtà essa ci aiuta a comprendere più profondamente il significato dell’autorità stessa, che esiste per custodire la comunione, favorire la partecipazione di tutti e orientare il cammino comune della Chiesa”.
Tutti temi che convergono nella missione: “La missione non è uno dei molti compiti della Chiesa. E’ la sua ragione di esistere e, proprio per questo, diventa anche il criterio che orienta il nostro discernimento. Quando impariamo ad ascoltarci, a portare insieme le responsabilità, a riconoscere l’azione dello Spirito nelle diverse Chiese, non stiamo soltanto migliorando il nostro modo di lavorare: stiamo diventando una Chiesa più capace di incontrare gli uomini e le donne del nostro tempo e di testimoniare loro la gioia del Vangelo”.
Per questo il papa ha convocato il concistoro, per un aiuto ed un consiglio: “Per questo desidero chiedervi un aiuto particolare. Il ministero che il Signore mi ha affidato non può essere vissuto da solo. Esso ha bisogno della vostra esperienza, della vostra sapienza pastorale, della vostra conoscenza delle Chiese e dei popoli che vi sono affidati. Conto su di voi perché mi aiutiate a discernere ciò che lo Spirito dice oggi alla Chiesa. Ho bisogno del vostro appoggio: forte, esplicito e pubblico. Ho bisogno di sentirmi sostenuto da voi come da fratelli”.
Essere Chiesa è un aiuto fondamentale: “Vi chiedo così di accompagnarmi non soltanto in questi giorni di lavoro, ma anche nel servizio quotidiano alla comunione della Chiesa universale. Aiutatemi ad ascoltare ciò che emerge nelle Chiese, a riconoscere i segni di speranza che spesso crescono nel silenzio, ma anche a non ignorare le fatiche, le incomprensioni e le resistenze che possono rallentare il cammino. Ho bisogno della vostra libertà, della vostra franchezza e della vostra lealtà. Un consiglio sincero è sempre un atto di comunione.
Vi chiedo inoltre di sostenere, ciascuno nella propria Chiesa e nel proprio ministero, questo stile di discernimento ecclesiale. So che esso richiede pazienza e talvolta suscita interrogativi. Tuttavia sono convinto che il Signore ci stia insegnando una maniera più evangelica di vivere insieme la responsabilità che ci ha affidato. Anche da questo dipende la credibilità della nostra testimonianza e la fecondità della nostra missione”.
Infine è arrivato l’incoraggiamento a partecipare ai lavori di gruppo: “So bene che, per molti di noi, non è il modo abituale di svolgere un Concistoro. Eppure anche questo fa parte del cammino lungo il quale il Signore ci sta conducendo. Naturalmente rimarrà spazio anche per gli interventi personali e, come sempre, ciascuno potrà farmi pervenire liberamente osservazioni o riflessioni riservate. Ma vi chiedo di entrare con fiducia in questo esercizio ecclesiale. Anche noi impariamo la sinodalità praticandola, impariamo insieme a crescere nella comunione”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: autorevole è colui che ascolta
“Ci siamo radunati attorno all’altare del Signore, presso la tomba di San Pietro, per iniziare il Concistoro. Veniamo a celebrare questa Eucaristia provenendo da ogni parte del mondo: insieme alla nostra vita, offriamo dunque a Dio le comunità e i popoli che portiamo nel cuore, così come i progetti e le esperienze pastorali, liete e faticose. Questa varietà di affetti e di pensieri ora si concentra: trova cioè quel centro luminoso, che è Cristo. Egli stesso, in persona, si rivolge a noi dicendo: ‘Io sono la vite vera’. Mediante Gesù, la grazia e la verità fluiscono nella nostra vita, rinnovandoci intimamente: questi doni divini sono la linfa feconda anche del Concistoro che oggi inauguriamo”: nella messa di apertura del Concistoro presieduta nella Basilica di san Pietro, papa Leone XIV ha affidato ai cardinali tre criteri di discernimento: condividere nella fede la vera libertà, accogliere il dono della pace nell’unità e vivere la concordia nell’obbedienza.
Per questo ha sottolineato la data in cui esso si svolge: “Mentre dunque chiediamo a Dio di concederci forza e sapienza, è significativo che il nostro Concistoro avvenga alla vigilia della solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo. Sostiamo insieme in questa memoria, che ricorda le colonne della Chiesa cattolica e romana, i due missionari martiri la cui predicazione fece tutt’uno con la loro vita, al punto da diventare parte delle Sacre Scritture.
Ascoltando oggi le parole di san Paolo ai Corinzi, possiamo notare la felice consonanza con quelle del Vangelo. I diversi carismi, infatti, i ministeri e le attività ecclesiali sono come i tralci dell’unica vite, cioè del solo Signore che infonde lo Spirito Santo nella sua Chiesa. A questa organica unità corrisponde il criterio che fa buoni e gustosi tutti quei servizi ecclesiali: il criterio del bene comune”.
Ed ecco l’incoraggiamento alla missione dell’annuncio: “In primo luogo, l’esempio dei santi Pietro e Paolo ci incoraggia a condividere nella fede la vera libertà. Difatti, proprio la relazione con il Signore Gesù ci libera dal peccato e dalla paura: mentre chiama a seguirlo, Egli stesso ci invia nel mondo come successori degli Apostoli. Annunciare il Vangelo, celebrare i Sacramenti e dedicarci al gregge del Signore si attua e porta frutto nella misura del nostro credere in Lui, Pastore buono”.
Per il papa la fede si matura solo in Cristo: “La fede è quella virtù, mai scontata, che dà vita alla Chiesa, perché corrisponde alla grazia che nutre i tralci dell’unica vite. La Chiesa viva è la Chiesa che crede, per il dono dello Spirito Santo riversato nei nostri cuori: questa Chiesa porta molto frutto. Come dunque la grazia divina precede la libertà umana, così la fede della Chiesa precede la nostra e chiede di essere testimoniata con ardore”.
La seconda richiesta è la pace nell’unità: “Mentre invitiamo tutti i popoli alla fede, nella quale siamo davvero liberi, tensioni internazionali e conflitti feriscono gravemente la famiglia umana. Tuttavia, non mancano, anzi, si moltiplicano nella Chiesa e nel mondo iniziative ed esperienze che richiamano al rispetto della dignità umana, della giustizia, del diritto, semplicemente dell’umano. Questo è motivo di speranza, perché attesta la bellezza dell’opera di Dio, il quale ci ha creati a sua immagine e somiglianza, come segno della sua gloria nel mondo”.
E’ stato un invito a non rompere l’unità tra i popoli: “Quando questo segno viene ferito, tutti siamo feriti. Quando è corrotto, tutti ne soffriamo. Quando è ucciso, tutti ci sentiamo lacerati. Perciò la guerra non è mai degna dell’uomo, e non è mai benedetta da Dio, perché il Creatore ci ha dotati di intelligenza e volontà per risolvere i conflitti da esseri umani e non da bestie, magari dotate di armi iper-tecnologiche. L’unità della famiglia umana precede i singoli popoli e Stati. Non si tratta solo di un dato biologico: è un principio etico. La pace è un dovere di giustizia perché siamo un’unica famiglia umana, una magnifica humanitas che trova in Cristo il proprio Capo e Redentore”.
Ciò si ottiene con l’obbedienza nella concordia: “In terzo luogo, gustiamo oggi e sempre la concordia nell’obbedienza, cioè nell’ascolto che riconosce il dono del Verbo, fatto carne per noi. Attraverso questo esercizio, lo Spirito Santo ci orienta, indicando Egli stesso problemi e opportunità pastorali, purificando le intenzioni e correggendo ciò che devia dal cammino comune.
L’attuazione del Sinodo, per la quale ci stiamo impegnando, invita tutti a procedere nell’unità della fede, nella promozione della pace, nell’obbedienza alla Parola vivente, che è Gesù… L’unico Verbo, fatto uomo, si esprime difatti in tutte le lingue: il Cristo morto e risorto è la vite vera, che porta frutto mediante tutte le culture che i cristiani trasformano dall’interno. Così, mentre appassiscono le ideologie del mondo, lo Spirito Santo fa fiorire nella Chiesa l’intesa fraterna, la carità, lo slancio missionario”.
Da questi passaggi ecco il nuovo significato di autorità: “Lavorando insieme, la nostra collegialità fa sintesi della sinodalità alla quale tutti i battezzati partecipano, nell’unità del popolo di Dio. Sinodalità e collegialità sono infatti forme della fraternità cristiana, che ci lega come battezzati e come vescovi. Perciò l’aiuto che potrete darmi, nell’esercizio del ministero petrino, trova in me chi chiede, non chi comanda. L’autorità del primato, infatti, è propria di chi ascolta e solo perciò guida, di chi apprende e solo perciò insegna, sempre alla sequela dell’unico Maestro”.
(Foto: Santa Sede)
La missione educativa della scuola cattolica
In un tempo segnato da crisi demografica, fragilità educative e trasformazioni sociali profonde, la scuola cattolica rivendica il proprio ruolo come presidio di futuro: è stato questo il messaggio emerso dall’81^ Assemblea Nazionale della FIDAE sul tema ‘Educare come atto di speranza’, aperta dalla presidente nazionale FIDAE, Virginia Kaladich, che nella sua relazione aveva ‘fotografato’ la situazione attuale: “E’ ormai evidente che ogni giorno le nostre scuole affrontano sfide che sembrano soffocare il loro respiro: la carenza di personale religioso, la lentezza con cui gli enti locali erogano i contributi, la difficoltà di reperire docenti qualificati e l’inverno demografico che sta riducendo progressivamente l’utenza del sistema scolastico”.
Nonostante le difficoltà, la FIDAE aveva rivendicato una missione chiara: “Crediamo fermamente che la nostra missione sia quella di supportare, orientare e formare, per garantire alle nuove generazioni scuole che continuano a ispirare con la dedizione e l’amore che mettono nel loro lavoro… La progettualità pedagogica deve essere sempre più all’avanguardia, accompagnando ogni alunno in un percorso che sviluppi non solo competenze, ma anche valori umani… La scuola ha il compito di non rassegnarsi, ma di stimolare nelle nuove generazioni il desiderio di un cambiamento profondo”.
Alla presidente della FIDAE chiediamo per quale motivo l’educazione è un atto di speranza: “Educare è uno dei più grandi atti di speranza, perché significa credere nei giovani, nei loro talenti e nel loro futuro. Vuol dire accompagnare ogni ragazzo in una crescita completa, umana e spirituale, aiutandolo a scoprire il senso della propria vita e il valore del proprio contributo alla società. Viviamo un tempo complesso, segnato da profondi cambiamenti sociali e culturali, che rischiano di generare sfiducia. Ma educare significa continuare a seminare fiducia, responsabilità e desiderio di bene. Come ricordava papa san Giovanni Paolo II, ‘il futuro comincia oggi’, e comincia dai nostri ragazzi. Come FIDAE crediamo in una scuola che faccia respirare futuro, attraverso relazioni autentiche, attenzione alla persona e passione educativa”.
In quale modo la scuola può stimolare al cambiamento?
“La scuola stimola al cambiamento quando non si limita a trasmettere conoscenze, ma accende nei giovani domande profonde, senso critico e desiderio di costruire il bene. Il vero cambiamento nasce infatti da una visione della persona nella sua interezza: culturale, relazionale, etica e spirituale. È qui che la dimensione antropologica cristiana offre un contributo decisivo, perché rimette al centro la dignità di ogni essere umano, il valore della fraternità e la responsabilità verso gli altri e verso il creato. Una scuola autenticamente educativa non forma soltanto studenti competenti, ma persone capaci di amare, di prendersi cura del bene comune e di affrontare il presente con speranza e coraggio.
Le competenze, da sole, non bastano se non diventano strumenti per generare ciò che è buono, giusto e bello. Come FIDAE crediamo in una scuola che sappia costruire comunità inclusive, dove ciascuno si senta accolto e valorizzato. La scuola cattolica, in particolare, non può adattarsi passivamente al mondo così com’è, ma deve contribuire a renderlo più umano, indicando ai giovani la strada della solidarietà, della pace e della speranza”.
Quindi la formazione educativa deve essere integrale?
“Certamente. La formazione educativa deve essere integrale, perché la persona non è fatta soltanto di competenze o risultati scolastici, ma di relazioni, emozioni, desideri e senso della vita. Educare significa accompagnare i ragazzi nella loro crescita umana, culturale e interiore, aiutandoli a scoprire i propri talenti e a costruire con fiducia il proprio progetto di vita. Per questo oggi è fondamentale investire non solo nella qualità della didattica, ma soprattutto nella qualità delle relazioni educative. I giovani hanno bisogno di adulti significativi: insegnanti, educatori e famiglie capaci di ascoltare, incoraggiare e testimoniare con autenticità valori credibili.
Sono le relazioni generative a lasciare il segno, perché fanno sentire ogni ragazzo accolto, riconosciuto e valorizzato. La scuola cattolica è chiamata a formare persone libere, responsabili e capaci di abitare il mondo con competenza e umanità. Anche la pace nasce qui, tra i banchi di scuola: nelle parole che scegliamo, nel rispetto reciproco, nella capacità di trasformare il conflitto in dialogo. Educare alla pace significa insegnare ai giovani a disinnescare la violenza, anche quella verbale, per costruire una società più giusta, fraterna e umana”.
Allora per quale motivo l’educazione è opera corale?
“Nessuno educa da solo, proprio per quello che abbiamo appena detto: è a scuola che ci giochiamo il futuro delle nostre comunità e di tutta la società, per questo è chiaro che ci vuole l’apporto e l’impegno di tutti. La crescita di un ragazzo nasce dall’incontro e dalla collaborazione tra scuola, famiglia, docenti, territorio e comunità educante. Senza tralasciare poi il ruolo, fondamentale, delle istituzioni pubbliche.
Quando queste realtà dialogano e condividono un orizzonte comune, i giovani percepiscono coerenza, fiducia e sostegno. La scuola cattolica, in particolare, crede molto nel valore delle alleanze educative: soltanto facendo rete possiamo affrontare le fragilità e le sfide di questo tempo. Educare significa costruire relazioni, e le relazioni richiedono ascolto, corresponsabilità e presenza. È proprio questa dimensione comunitaria che rende l’educazione un’esperienza viva e generativa di futuro”.
Qual è il ‘compito’ della scuola cattolica?
“La scuola cattolica ha un compito grande e prezioso: essere ogni giorno un presidio di futuro, di speranza e di umanità. Non si tratta soltanto di offrire un servizio scolastico, ma di vivere una vera missione educativa fondata sulla cura della persona e sulla carità educativa, quella capacità di prendersi a cuore ogni ragazzo, nessuno escluso.
Educare significa accompagnare, ascoltare, incoraggiare e sostenere i giovani nel loro cammino di crescita umana, culturale e spirituale. In un tempo segnato da fragilità, solitudini e incertezze, la scuola cattolica è chiamata a essere una comunità accogliente, capace di far sentire ogni studente riconosciuto, valorizzato e amato.
Anche davanti alle difficoltà che attraversano oggi il mondo della scuola (dalla crisi demografica alle sfide economiche) continuiamo a credere con forza che educare significhi formare uomini e donne capaci di costruire il bene comune. E’ questa la più autentica carità educativa: prendersi cura del futuro attraverso i giovani, accompagnandoli verso l’età adulta con responsabilità, speranza e fiducia nella vita”.
Nei giorni scorsi è stato pubblicata la prima enciclica di papa Leone XIV, ‘Magnifica Humanitas’, in cui ha sottolineato il compito educativo della scuola nell’era dell’Intelligenza Artificiale’: “In un tempo segnato da trasformazioni rapidissime, papa Leone XIV invita a non cedere alla sindrome di Babele, cioè alla tentazione di costruire un futuro dominato dalla tecnica, dal profitto e dall’omologazione, dimenticando la centralità della persona. Al contrario, propone la via di Neemia: ricostruire legami, comunità e responsabilità condivise. La tecnologia può educare, connettere e aprire opportunità straordinarie, ma non può sostituire la relazione educativa, l’ascolto e la crescita integrale della persona.
Nessun algoritmo potrà mai prendere il posto di uno sguardo educativo autentico. Nella scuola cattolica l’intelligenza artificiale deve essere accompagnata da un chiaro riferimento antropologico cristiano, che metta sempre al centro la persona, la relazione educativa e il discernimento etico. L’Intelligenza Artificiale è uno strumento utile, ma non può sostituire il ruolo educativo del docente e della comunità scolastica”.
(Tratto da Aci Stampa)
Mons. Edoardo Viganò: il cinema missionario è ‘pedagogia visiva’
Nei mesi scorsi a Roma è stato presentato il volume ‘Cinema e missione. Fonti audiovisive e storia delle missioni cattoliche’, realizzato dalla Fondazione MAC, Memorie Audiovisive del Cattolicesimo, curato da Gianluca della Maggiore, Sergio Palagiano, Steven Stergar e Dario Edoardo Viganò, che non è soltanto una raccolta di saggi, ma è il risultato di un progetto culturale e scientifico che ha preso forma nel tempo, attraverso convegni, collaborazioni archivistiche, scavi documentaristici e una riflessione condivisa tra studiosi, archivisti, missionari e operatori culturali.
La Fondazione MAC ha promosso quest’iniziativa nella convinzione che il patrimonio audiovisivo del cattolicesimo non sia un semplice corredo della memoria ecclesiale, ma una vera e propria risorsa epistemologica, capace di aprire nuovi campi di ricerca e di ridefinire le categorie con cui leggiamo la storia della Chiesa, della missione e del rapporto tra fede e modernità.
I saggi raccolti nel volume testimoniano la ricchezza e la varietà del patrimonio del cinema missionario: dalle pellicole dei saveriani e dei salesiani, ai cinegiornali della San Paolo Film, dai fondi fotografici dell’Agenzia Fides alle collezioni delle congregazioni femminili, dai filmati delle missioni in Congo, Guyana, India, Alaska, fino alle esperienze più recenti di digitalizzazione e valorizzazione. Il libro è frutto della collaborazione con la Biblioteca Apostolica Vaticana, con l’Archivio Storico de Propaganda Fide, con il Dicastero per l’Evangelizzazione, e con numerose realtà accademiche e archivistiche.
Quindi il volume offre una mappa preziosa per comprendere come il cinema missionario abbia documentato, interpretato e talvolta anticipato le trasformazioni della Chiesa nel suo rapporto con il mondo. Da queste pagine emerge una Chiesa viva, creativa, capace di parlare con il linguaggio delle immagini e di farsi prossima attraverso gli strumenti della comunicazione di massa. I saggi raccolti parlano di archivi da riscoprire, di film dimenticati che meritano nuova luce, di esperienze pastorali che hanno fatto del mezzo audiovisivo uno strumento di evangelizzazione, educazione e dialogo.
Mons. Samuele Sangalli, segretario aggiunto del Dicastero missionario, nell’intervento di apertura della presentazione aveva sottolineato il patrimonio culturale del cinema missionario: “I missionari che hanno impugnato la cinepresa ci hanno lasciato non solo immagini, ma visioni: visioni di fede, di speranza, di fraternità… Nostro compito oggi è valorizzare questa eredità, renderla accessibile, e metterla al servizio della nuova evangelizzazione. I giovani, i seminaristi, i catechisti, i religiosi e le religiose possono trovare in queste pagine non solo una fonte di conoscenza, ma anche un invito a pensare la missione con creatività, con passione, con uno sguardo aperto al mondo”.
Il volume è stato presentato con gli interventi del card. Luis Antonio Gokim Tagle, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione – Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari, da don Flavio Belluomini, archivista dell’Archivio Storico de Propaganda Fide, dal prof. Gianluca della Maggiore, Università Telematica Internazionale Uninettuno, Sergio Palagiano, Archivum Romanum Societatis Iesu e da mons. Dario Edoardo Viganò, presidente Fondazione Memorie Audiovisive del Cattolicesimo (MAC) al quale abbiamo chiesto di spiegare per quale motivo la missione è stata raccontata dal cinema:
“Perché il cinema, fin dai primi decenni del Novecento, è stato percepito come un linguaggio universale capace di superare barriere linguistiche e culturali. La missione cattolica, che è per sua natura comunicazione e incontro, ha trovato nel cinema uno strumento straordinario per rendere
visibile ciò che altrimenti resterebbe lontano. Già negli anni Venti e Trenta, la Santa Sede intuì il potenziale strategico del cinema missionario, considerandolo non solo mezzo pastorale ma anche leva culturale e geopolitica. In un’epoca segnata dalla propaganda ideologica e dalla competizione tra modelli di civiltà, il cinema delle missioni fu pensato come risposta alla sfida della modernità: un mezzo per raccontare la fede incarnata nelle culture, per formare coscienze, per suscitare vocazioni. Da allora, i missionari hanno usato la cinepresa non solo per documentare, ma per costruire un immaginario globale, traducendo il magistero in immagini e mostrando la Chiesa ‘in uscita’ verso le periferie del mondo”.
Quale è stata l’esigenza dei missionari di raccontare visivamente la missione?
“L’esigenza nasce da una duplice tensione: testimoniare alle comunità d’origine il lavoro svolto e, insieme, educare e sensibilizzare. La cinepresa diventa parte della missione: non è un accessorio, ma uno strumento di apostolato. Raccontare per immagini significa dare corpo alla parola, trasformare la missione in esperienza condivisa. In contesti lontani e complessi, il film diventa anche un ponte culturale, un modo per dialogare con le popolazioni locali e per mostrare la dimensione universale della Chiesa”.
Quale è la funzione dell’Apostolic Cinema?
“L’Apostolic Cinema è una categoria interpretativa che con il mio collega Della Maggiore e il nostro gruppo di ricerca abbiamo voluto mettere in campo per proporre una svolta epistemologica urgente e che riteniamo indispensabile per consolidare un cantiere e di ricerca e per sensibilizzare la comunità scientifica ed ecclesiale. Per troppo tempo la storiografia ha letto il rapporto tra la Chiesa e la produzione cinematografica solo pensando al cinema commerciale: occorre abbandonare questa prospettiva e guardare alle produzioni cattoliche come parte di una storia più ampia, quella dei film ‘non theatrical’ pensati per finalità educative e formative.
L’Apostolic Cinema è uno strumento di analisi che rivela l’importanza di un cinema che non nasce solo per intrattenere, ma per evangelizzare, formare, convocare. Non è industria, non è spettacolo, è pedagogia visiva: un cinema che organizza lo sguardo, plasma l’immaginario e diventa strumento di incontro tra il Vangelo e le culture. In questa prospettiva, il cinema missionario è il cuore pulsante dell’Apostolic Cinema: per la sua profondità storica, la sua estensione geografica, la sua densità culturale. Questa categoria restituisce dignità a un patrimonio che per troppo tempo è stato considerato ‘artigianale’ o ‘amatoriale’, ma che oggi si rivela essenziale per comprendere la storia del cattolicesimo contemporaneo. Oltretutto si tratta di un patrimonio audiovisivo sconfinato e quasi del tutto inesplorato”.
Come conservare tale patrimonio?
“La sfida è enorme: parliamo di pellicole fragili, archivi dispersi, materiali a rischio di degrado. Serve una strategia condivisa: digitalizzazione, catalogazione, creazione di un archivio centrale. La
Digital Library della Fondazione MAC è già un passo decisivo: raccoglie, restaura e rende accessibili cinegiornali, documentari e film, offrendo una piattaforma aperta alla ricerca e alla fruizione pubblica. Ma non basta: occorre consolidare il network già avviato con l’Archivio Storico di Propaganda Fide, l’Agenzia Fides e il Dicastero per l’Evangelizzazione, per definire protocolli comuni e garantire la salvaguardia di un patrimonio che è memoria viva della Chiesa. E’ un lavoro in corso, che richiede risorse, competenze e una visione condivisa”.
Quindi da tale materiale quale spunto per la missione?
“Queste immagini non appartengono solo al passato: sono provocazioni per il presente. Ci chiedono di ripensare la missione come dialogo, come incontro, come narrazione. Ci insegnano che la comunicazione non è un accessorio, ma parte integrante della storia e della vita della Chiesa. E ci ricordano, con Didi-Huberman, che le immagini non sono mai solo ciò che mostrano: sono ciò che ci chiedono. Ed oggi ci chiedono di non lasciarle morire, ma di farne strumenti vivi per una Chiesa che continua ad uscire verso le periferie del mondo”.
(Tratto da Aci Stampa)



























