Concetto Vecchio e Iole Mancini: un amore partigiano

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Partigiana a 20 anni e per sempre, Iole Mancini, ultima sopravvissuta alla prigione di via Tasso (simbolo dell’occupazione nazista a Roma, dove operava le sue torture Erich Priebke) si racconta a 102 anni a Concetto Vecchio in ‘Un amore partigiano’.

A 17 anni Iole Mancini conosce sulla spiaggia di Anzio Ernesto Borghesi, che diventa poi suo marito. Quando scoppia la guerra lui è di leva a Firenze e le manda cartoline illustrate dell’esercito italiano, in una c’è scritto ‘Ernesto ti ama’: “Dall’alto dei suoi 102 anni, dalle cose incredibili che ha vissuto Iole viene fuori una grande saggezza su come bisogna guardare alle vicende della vita.

La resistenza che lei ha fatto non è stata soltanto contro i nazifascisti, ma anche nella sua capacità di fare i conti con i guai che ci capitano. Di sapere che la vita va accettata per come viene e infatti l’amore partigiano è doppio nel senso che è un amore tra due partigiani ma è partigiano per come lei intende l’amore”, ha spiegato l’autore del libro.

Il 7 aprile 1944, dopo il fallimento di un attentato a Vittorio Mussolini, il secondogenito del Duce, Borghesi è arrestato e portato al carcere di Regina Coeli, ma poi riesce a fuggire. La Mancini viene imprigionata a Via Tasso, cella 22, e interrogata a più riprese da Priebke, ma non tradisce il suo amore partigiano.

‘Dove è Ernesto?’, le chiedeva senza sosta, puntandole la luce di una lampada negli occhi, il boia delle Fosse Ardeatine. ‘Priebke ogni tanto mi dava uno spintone. Era metodico, duro, ottuso nel suo interrogare’, racconta nel libro la protagonista.

L’autore racconta la vita ed i sentimenti della partigiana, arrivata a pesare 50 chili durante l’occupazione, della sarta che Valentino omaggiò definendola ‘la principessa delle sottogonne’ e della donna che ha vissuto tutto fino in fondo e ora custodisce numeri e ricordi in un’agendina.

Perché raccontare un amore partigiano?

“Perché è una storia che ci interpella anche oggi. Iole Mancini, romana 102 anni, è l’ultima sopravvissuta della prigione nazista di via Tasso. Fa parte di una generazione che tra un po’ non ci sarà più, purtroppo; e con loro andrà persa anche la memoria di chi ha vissuto la guerra. Quindi le sue parole sono un lascito prezioso.

E perché il libro non è soltanto il racconto di una partigiana che ha saputo tenere testa a Erich Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine, ma è anche l’educazione sentimentale di una ragazza durante il fascismo, e di una donna matura che, dopo il conflitto bellico, fa i conti con le delusioni e i dolori. La sua è una grande lezione di vita”.

Cosa ha significato per Iole Mancini essere partigiana?

“E’ stata una prova di maturazione civile. La lotta per la libertà. Libertà è una parola che ricorre sempre nel racconto di Iole. E’ stato il marito Ernesto Borghesi a fare di lei una staffetta, trasportava vestiti, armi, bigliettini nei 271 giorni dell’occupazione nazifascista. Ha conosciuto la paura, via Tasso, ma tutto era funzionale alla liberazione dell’Italia”.

Come raccontare ai giovani la Resistenza?

“Come si racconta una storia che non è una favola. E’ la fine del fascismo e l’inizio della Repubblica, è un atto fondativo. E’ il frutto del coraggio civile e della fede nel progresso di un gruppo di uomini e donne. E va raccontata come storia corale, con le biografie delle persone”.

Davanti alle guerre in quale modo è possibile sostenere la resistenza?

“Anche con le armi, se necessario. Ma non può essere l’unica via. Servono sforzi straordinari per giungere, attraverso la diplomazia e la fatica della politica, prima possibile alla pace”.

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