Tag Archives: Civiltà
Papa Leone XIV agli universitari: custodite lo studio
“Celebriamo oggi l’Eucaristia invocando il dono dello Spirito Santo, affinché l’inizio di un nuovo anno accademico nelle Università Pontificie sia più di una semplice ripresa delle attività di studio e di ricerca. Desideriamo aprire l’intelligenza e le relazioni educative al soffio creatore del Risorto, che dona pace e unità, per assumere ciascuno il proprio compito e rispondere così a Dio che chiama e a un’umanità in attesa. Sia, dunque, questo nuovo inizio un vero momento ecclesiale, in cui l’esserci radunati attorno alla mensa del Signore alimenti la nostra comune missione. Nessuno, allora, insegnerà, studierà, ricercherà solo per sé stesso, ma con gli altri, per gli altri e soprattutto con il Signore e per il Signore”: celebrando nel pomeriggio la messa nella basilica vaticana per l’inaugurazione dell’Anno Accademico delle università pontificie papa Leone XIV ha ricordato la missione delle università pontificie.
Soffermandosi sulle letture il papa ha sottolineato che l’intelligenza è ‘determinante per la fede e la missione’: “Come abbiamo ascoltato dalla Lettera ai Galati, infatti, l’intelligenza è determinante per la fede e la missione. L’apostolo Paolo, preoccupato per le notizie ricevute dalle comunità della Galazia, scrive parole che invitano i destinatari della Lettera a pensare.
Il tono è vibrante, acceso, ma quello che potrebbe apparire un rimprovero è in realtà un appello all’intelligenza, alla memoria, al senso critico. In ogni epoca non mancano falsi maestri che volgono ai propri interessi il sentimento religioso di non pochi credenti, spingendoli spesso a radicalizzare qualche aspetto dell’insegnamento ricevuto a discapito dell’intero, che è Cristo e il suo Vangelo”.
Per questo ha invitato gli studenti a ‘stimare’ lo studio: “Carissimi, stimate lo studio come servizio alla fede e alla verità: per il bene vostro e di tanti fratelli e sorelle per i quali il Signore ha dato la sua vita. Sebbene, infatti, l’incontro con Lui generi gioia ed entusiasmo, mai si tratta di un venire ‘ammaliati’ o ‘incantati’. La ragione, il porsi e porre domande, alla luce della Parola di Dio e della Tradizione della Chiesa sono parte essenziale del cammino di fede alla sequela di Gesù Cristo”.
In tal senso la Chiesa custodisce questo ‘tesoro’: “La Chiesa ha per ciò stesso il desiderio e la responsabilità di custodire integro il tesoro della Rivelazione e di svilupparne nei diversi contesti l’intelligenza orante, la riflessione scientifica, la mediazione culturale, la traduzione pratica. Sono, queste, tutte espressioni di un unico amore, che oggi vi chiama, vi sostiene e vi impegna nella comune ricerca. E’ una missione! Diverse sono le nostre vocazioni, ma unica è la missione”.
Ritornando alla lettera paolina il papa ha ribadito il ‘compito’ dell’intelligenza: “L’intelligenza, quindi, deve fare memoria: non semplicemente accostando dati, come un algoritmo fa ormai più rapidamente di noi, ma ricordando le esperienze vissute, con le risonanze che solo l’animo umano può provare, ed entrando più intensamente in contatto con la loro bontà”.
Da qui l’invito a ritornare al ‘cuore’: “Tutto ciò che è buono inizia ‘nel segno dello Spirito Santo’ ed ha, dunque, un respiro, un dinamismo, un senso di comunione che, una volta sperimentati, si imprimono nel cuore. La routine, le ambizioni, le rivalità e altri fattori negativi possono col tempo distrarre attenzione ed energia, lasciando inariditi e fiacchi, litigiosi e tristi. Occorre allora ritornare al cuore”.
Quindi attraverso l’amicizia ci si ‘radica’ nel popolo: “Carissimi, in università coltivate l’amicizia, dono prezioso, tanto più quando è vissuta nella comune ricerca della verità in Cristo. Mantenetevi radicati nel popolo di Dio, stimatene il sensus fidei, accoglietene le domande. E non dimenticatevi dei poveri, che a volte sono quell’amico importuno, che viene a bussare di notte. Portate la vita nello studio e lo studio nella vita, secondo la logica dell’Incarnazione, fuori dalla quale tace la Rivelazione.
Sì, più ci allontaniamo dalla realtà intera che il Figlio di Dio ha assunto e abitato con infinito amore, meno avremo qualcosa da dire e possibilità di capire. Sorelle, fratelli, ascoltiamo il desiderio di Dio che oggi torna a bussare e portiamolo nella ricerca scientifica. Condividiamo ciò che ci nutre. Sono molti a non avere le stesse opportunità formative che noi abbiamo ricevuto. Apriamo la porta, non chiudiamoci”.
E’ stato un invito a studiare la teologia: “Lo studio della Teologia non è estraneo a queste sfide, ma nel cantiere della “città di Dio” la sua ricerca contribuisce a illuminare il lavoro di tutti, ponendosi come crocevia dei diversi saperi. In particolare, la Comunità ecclesiale che è a Roma, con la sua vocazione a servire l’intera cattolicità, è punto di incontro, di confronto e di reciproco arricchimento fra sensibilità, culture e tradizioni diverse, nelle quali il Vangelo dischiude i suoi inesauribili tesori”.
Insomma l’Università è un incrocio di civiltà: “Qui Pietro ha confessato la sua fede fino al martirio. Qui Paolo, il grande traduttore universale dell’esperienza cristiana per tanti popoli, lingue e culture, ha terminato la sua corsa conservando la fede. In università, guardatevi intorno… Non limitatevi a sedervi accanto: incontratevi, parlatevi, ascoltatevi, raccontatevi le vostre esperienze di Chiesa, pregate insieme, condividete momenti di svago, fate nascere amicizie che vi accompagneranno per tutta la vita”.
(Foto: Santa Sede)
Da L’Aquila una cultura del perdono
“L’ ‘essere stati perdonati’ da Dio è la ragione per perdonare il prossimo: il perdono ricevuto motiva ed esige il perdono dato. Si tratta di un perdono gratuito e incondizionato, perché caratterizzato dal ‘come’ evangelico, che non ha un significato retorico e solo analogico, ma ha una portata ontologica ed esistenziale, resa possibile dalla grazia. Infatti noi non saremmo capaci di perdonare ‘come’ Dio perdona se Dio stesso non perdonasse ‘in’ noi ed ‘attraverso’ noi.. Dalla misericordia offerta dal Signore ha origine la Chiesa: da qui l’identità che la Comunità ecclesiale è chiamata a vivere e la missione che è inviata a compiere…
Il perdono costituisce un bene morale non solo nella prospettiva della fede, ma anche della corretta ragione. Non rappresenta un cedimento di fronte ad un affronto subìto, ma si pone come una reazione coraggiosa e rigenerativa, animata dall’amore, di fronte a una lacerazione prodotta nei rapporti interpersonali.. Di conseguenza il perdono non va confuso con la concessione di ‘impunità’, altrimenti si diventerebbe complici del male, mostrando un atteggiamento omissivo e apatico”.
Con queste parole il card. Giuseppe Petrocchi, arcivescovo emerito dall’arcidiocesi de L’Aquila, ha approfondito il concetto di perdono inteso come via fondamentale di rinascita per la Chiesa e per l’intera società, aprendo il V Convegno storico-pastorale, intitolato ‘Per una cultura del perdono. Celestino V tra storia, pastorale e orizzonti contemporanei’, promosso dall’Arcidiocesi dell’Aquila e dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose ‘Fides et Ratio’.
Fu, infatti, papa Celestino V nel 1294 ad emanare la bolla ‘Inter Sanctorum Solemnia’, che anticipò lo spirito del Giubileo, visto che consentì per la prima volta il conferimento dell’indulgenza plenaria a tutti i fedeli.
A distanza di tempo a don Daniele Pinton, direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose ‘Fides et Ratio’ dell’arcidiocesi aquilana, abbiamo chiesto una riflessione sull’importanza di una
cultura del perdono: “Parlare di una cultura del perdono significa andare oltre il singolo gesto personale e fare del perdono un criterio capace di orientare le relazioni. Il cardinale Petrocchi ha ricordato che il cristiano perdona perché per primo è stato perdonato da Dio. Perdonare non significa dimenticare il male o rinunciare alla giustizia, ma impedire che l’offesa generi altro male. In una società segnata da conflitti e rancori, il perdono spezza la logica della vendetta e apre alla riconciliazione. Per L’Aquila, custode della Perdonanza, questa è anche una responsabilità: trasformare un’eredità secolare in servizio alla pace”.
Quali furono le ‘ragioni’ di papa Celestino V per dare inizio alla Perdonanza?
“Le ragioni della Perdonanza vanno cercate nell’esperienza spirituale di Pietro del Morrone. La prof.ssa Bartolomei Romagnoli ha mostrato come la sua vita eremitica, segnata da ascesi, povertà e ricerca di Dio, fosse legata alla conversione e alla guarigione interiore. Le persone raggiungevano Pietro per essere guarite, ma il risanamento non era soltanto fisico: passava attraverso la riconciliazione con Dio. Divenuto papa Celestino V, egli tradusse questa esperienza nella Perdonanza, offrendo una forma particolarmente ampia di remissione. E’ significativo il ‘pellegrinaggio inerme’: non un cammino contro un nemico, ma un itinerario penitenziale verso la misericordia”.
Quali sono state le origini di questa cultura del perdono?
“Le origini della cultura del perdono sono anzitutto evangeliche. Celestino non inventa il perdono, ma dà una forma storica originale a ciò che appartiene al cuore del Vangelo. Il perdono ricevuto da Dio diventa perdono donato; il male non viene vinto riproducendolo, ma attraverso la forza dell’amore. Nell’esperienza di Pietro questa radice evangelica incontra la tradizione eremitica, la penitenza e la conversione. Il convegno ha mostrato anche come tale eredità sia divenuta nei secoli memoria religiosa e civile del L’Aquila: immagini, culto, processioni e celebrazioni hanno trasmesso la figura di papa Celestino V ed il significato della Perdonanza. Una memoria viva non conserva soltanto il passato: interroga il presente”.
In quale modo il perdono può contribuire alla costruzione di una civiltà dell’amore?
“Il perdono contribuisce alla costruzione di una civiltà dell’amore perché interrompe la catena per cui al male si risponde con altro male. Non elimina la giustizia e non produce impunità, ma impedisce che la giustizia degeneri in vendetta. Il card. Petrocchi ha sottolineato che la capacità di perdono è alla base di una società più giusta e solidale: può nascere così una ‘politica del perdono’, nella quale dignità della persona, fraternità, solidarietà e pace diventino criteri della convivenza. Il perdono non cancella il passato, ma gli impedisce di condannare il futuro. Dal perdono nasce la riconciliazione e dalla riconciliazione la pace”.
Quale pastorale è necessaria per dar vita ad una cultura del perdono?
“Per parlare di una cultura del perdono, occorre una pastorale che non si limiti a parlare del perdono, ma permetta di sperimentarlo. La Chiesa, secondo l’espressione del card. Petrocchi, deve diventare ‘Casa e Scuola del Perdono’: casa che accoglie nella misericordia e scuola nella quale si impara a perdonare. La Perdonanza ricorda che pellegrinaggio, Parola di Dio, riconciliazione, Eucaristia ed indulgenza appartengono a un unico cammino di conversione. Questa esperienza deve raggiungere le ferite delle persone, delle famiglie e delle comunità, educando all’ascolto, alla ricomposizione dei rapporti e alla pace. Non basta custodire la Perdonanza: bisogna lasciarsi formare dalla Perdonanza, perché la Chiesa sia una comunità dalle braccia spalancate, capace di generare testimoni dell’amore che perdona e artigiani di pace”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV invita a prendere esempio da Robert Schuman
Ultimo giorno della visita papale in Francia a Metz, dove è nato uno dei fondatori dell’Europa, Robert Schuman, con un incontro per ritrovare le radici dell’Europa: “Il titolo proposto si ispira senza dubbio alla figura del Venerabile Robert Schuman, cui oggi vogliamo rendere un omaggio particolare, in questo centro che porta il suo nome, e soprattutto qui, nella Mosella, regione dove lungamente ha vissuto, dove riposa e della quale è stato per molti anni rappresentante all’Assemblea Nazionale. E’ da questa regione, con le sue vicissitudini nel XIX e nel XX secolo, che ha tratto ispirazione per contribuire a plasmare l’Europa di oggi e di domani attraverso la sua celeberrima Dichiarazione del 9 maggio 1950. Questo testo segna allo stesso tempo il punto di partenza e di arrivo del suo impegno per la riconciliazione e l’unità del continente europeo, che ha segnato tutta la sua vita”.
E’ stato un invito a riscoprire le sue ‘radici’ culturali e storiche: “L’Europa va intesa, quindi, come una realtà culturale e storica ancor prima d’essere una realtà geografica. Nel corso dei secoli, ha assunto nuovi confini e nuove definizioni, attraversando periodi di crescita, profonde crisi e nuove rinascite. Una costante che si può notare nel suo lungo e turbolento percorso storico risiede nel fatto che l’Europa si è sviluppata ed è progredita quando è stata capace di elaborare gli aspetti positivi del suo passato, e riproponendoli in forme nuove e creative grazie all’incontro con l’altro. La civiltà europea è infatti anche frutto di incontri secolari, anche se non sempre facili. Basta pensare alla presenza della cultura araba nella penisola iberica, o alla proiezione del ‘Vecchio Continente’ nel ‘Nuovo Mondo’, che ha generato, talvolta dolorosamente, nuove sintesi sul continente americano”.
Da qui l’invito a riscoprire san Benedetto di Norcia: “Per capire questa lunga storia, tuttavia, non si può tacere di un altro Padre dell’Europa: san Benedetto, che il santo papa Paolo VI proclamò patrono d’Europa nel 1964, definendolo ‘messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà’. L’aiuto ai poveri, ai malati, agli anziani; l’educazione dei bambini e le università; gli ospedali e la medicina; l’architettura e l’ingegneria; lo sviluppo delle scienze; il diritto e l’organizzazione delle città e degli stessi Stati: tanti ambiti, in Europa, sono stati profondamente influenzati da san Benedetto e dai suoi monaci!
Senza questa coltivazione monastica, la civiltà europea così come la conosciamo non esisterebbe. Qui, a Metz, grazie all’opera, tra gli altri, di san Crodegango, si respirava uno spirito benedettino di fraternità, comunione e condivisione. E’ da qui che il canto gregoriano si è diffuso nei territori carolingi, portando armonia e bellezza in tutto il continente”.
E richiamando Alcide De Gasperi il papa ha precisato che il cristianesimo ha sottolineato che il ‘trascendente’ è costitutivo dell’umano: “Anziché essere un criterio confessionale esclusivo, il riferimento al debito della cultura europea verso il cristianesimo permette di comprendere meglio quanto l’apertura al trascendente sia sempre una dimensione costitutiva della persona umana e una fonte viva di civilizzazione.
A questo proposito, l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea riveste grande importanza. Incoraggia ‘un dialogo aperto, trasparente e regolare’ con le Chiese, sempre nel rispetto e senza pregiudicare ‘lo status del quale godono’ negli Stati membri. La laicità che regola la vita degli Stati non implica solo il carattere non confessionale delle istituzioni civili, ma presuppone una vera collaborazione tra le parti, così come il rispetto, da parte delle autorità statali e comunitarie, dell’autonomia delle Chiese e la promozione della loro libertà di organizzazione, di espressione e di culto”.
Ed ecco il richiamo all’integrazione ed all’accoglienza: “L’Europa contemporanea, infatti, si trova di fronte a una nuova tappa della sua lunga storia di incontri, con l’arrivo sul continente di tanti uomini e donne in fuga da teatri di guerra e persecuzione, o in cerca di una vita migliore lontano dalla povertà e dalla miseria…
Tutto questo non sarebbe però ancora sufficiente: accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia, offrendole la possibilità di sviluppare i suoi talenti, le sue capacità e sensibilità, ma anche di entrare nello spirito della casa che la accoglie. Bisogna cogliere la portata storica di ciò che sta accadendo, vale a dire un incontro senza precedenti tra popoli e culture che chiama a una riscoperta creativa delle nostre radici e, allo stesso tempo, a un ascolto attento dell’altro”.
Questo principio aveva ispirato Scuman: “L’universalità dei valori fondanti dell’Europa ci assicura che questo dialogo è possibile e che potrà dare una base solida alle nostre società, permettendo di operare in modo più efficace per la pace e per un mondo riconciliato.
E’ proprio questa lucidità che ha ispirato uomini come Schuman a superare l’opposizione tra le identità culturali e a dare vita alle istituzioni europee, al termine della terribile tragedia della Seconda Guerra Mondiale, che ha mostrato quanto grande sia il male compiuto dall’uomo quando pensa di non incontrare ostacoli nell’esercizio del suo potere”.
Ecco l’invito del papa per adoperarsi per la pace: “Certamente la ricerca della pace in Europa, così come nel resto del mondo, non deve essere confusa con un ingenuo irenismo… Favorire la pace è un’opera attiva. Oggi bisogna chiedersi se stiamo realmente facendo ‘sforzi creativi’ per promuovere la pace mondiale, o se stiamo semplicemente cercando di ‘arginare l’emorragia della guerra’ e prepararci meglio a quelle che presumiamo debbano ancora venire. L’Europa secondo Schuman è un continente dove si preferisce dialogare piuttosto che affrontarsi con le armi…
L’Europa secondo Schuman si basa sul rispetto del diritto internazionale che, a differenza dei diritti nazionali, non può essere imposto con la forza da uno Stato, ma si fonda sul principio universalmente riconosciuto secondo cui pacta sunt servanda. Questo principio è gelosamente conservato dalla legislazione particolare di questa regione, che copre anche i rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica sulla base del Concordato del 1801 tra la Santa Sede e la Francia, ancora in vigore”.
Quindi ha concluso il discorso con un invito ai giovani: “Non bisogna mai perdere fiducia nella nostra capacità di progredire, anche se i passi compiuti sono a volte piccoli e quasi impercettibili. La pretesa moderna di ‘avere tutto, subito’ non corrisponde alla storia e alla cultura europee che, al contrario, insegnano il valore del tempo e della pazienza. E’ con piccoli passi che si può dare vita a questa solidarietà concreta, che implica che nessuno si senta abbandonato o dimenticato…
Ai giovani dico: abbiate il coraggio di vivere in modo responsabile la missione di costruire la pace, nel vostro cuore, nelle vostre relazioni, nella vostra famiglia, nelle scuole e nelle università, nella vita delle vostre città, dei vostri paesi e di tutta l’Europa. Non sottomettetevi alla logica della violenza e dell’oppressione. Amate la vita in ogni momento e non abbiate paura del futuro!
Non abbiate paura di formare una famiglia, di generare figli, di difendere la dignità di ogni persona, dal primo istante nel seno della madre fino all’ultimo respiro. Non abbiate paura di lavorare instancabilmente al servizio del bene delle vostre comunità, anche attraverso l’impegno politico. Siate costruttori di comunità! E con voi, l’Europa, saldamente radicata, continuerà a fiorire e a ispirare il mondo intero. Che Dio vi sostenga in queste decisioni e che benedica e protegga tutta l’Europa!”
Ma prima il papa aveva incontrato i leader religiosi proponendo l’invito a seguire l’esempio di Robert Schuman, co-fondatore dell’Unione europea, promuovendo unità e pace. “E’ con profonda gioia, ma anche con vivo senso di responsabilità spirituale, che mi trovo oggi tra voi a Metz, città di frontiere e di passaggi, presso il Centro Congressi che porta il nome di Robert Schuman, uno dei padri fondatori dell’Unione Europea. Quest’uomo di fede e di convinzioni seppe trasformare le vecchie linee di frattura in ponti di speranza per tutta l’Europa, diventando un vero ambasciatore dell’unità nella diversità. Seguendo il suo esempio, la nostra responsabilità comune di donne e uomini religiosi, è quella di testimoniare che, al di là dei confini, è sempre possibile incontrarsi, stringere amicizia e costruire la pace”.
Infatti il dialogo interreligioso non mina la propria identità, riprendendo le parole di papa san Giovanni Paolo II e di papa Francesco: “Dialogare non sminuisce la nostra identità, ma la esprime con semplicità e verità aprendosi alla diversità dell’altro… Secondo Paul Ricœur, è la via attraverso la quale riconosciamo l’alterità come una promessa e non come una minaccia; è un’arte dell’incontro di cui il nostro mondo ha grande bisogno, agli antipodi dell’aggressività e della violenza.
Infatti, invocare il nome di Dio per legittimare la violenza o l’oppressione costituisce una profanazione di questo nome. Nulla di ciò che deturpa la dignità umana può rivendicare un’autentica ispirazione divina. Il discorso religioso deve esortare costantemente a disarmare i cuori e le parole. Ciò comporta la responsabilità diretta di ciascuno di noi, in quanto custodi delle nostre rispettive tradizioni”.
Per questo la ‘fecondità’ della fede si vede dalla difesa della vita: “La grandezza di una civiltà non si misura dai suoi successi materiali, ma dal modo in cui circonda, protegge ed eleva la persona umana. Le religioni sono custodi della vita: esse ne affermano il valore sacro. La loro fecondità si manifesta nella presenza amorevole accanto alle persone più vulnerabili e più fragili. Servire la vita significa circondarla di cure, presenza e tenerezza, soprattutto nella prova, fino alla fine. A noi che siamo aperti alla trascendenza, spetta la missione di offrire punti di riferimento solidi, in particolare ai giovani, per costruire una comunione che rispetti e valorizzi la dignità di ogni persona umana”.
(Foto: Santa Sede)
A L’Aquila la Perdonanza è frutto dell’amore
“La celebrazione della ‘grande Perdonanza’, come la definì Papa Francesco, è un momento solenne per la comunità aquilana. Quest’anno è la 732^ volta che il dono dell’indulgenza, istituita da Papa San Celestino V nel 1294, si rinnova come evento di grazia. L’intuizione profetica di Pietro del Morrone ha inciso profondamente nella storia del nostro territorio e, nell’anno in cui L’Aquila è stata riconosciuta ‘Capitale italiana della cultura’, la Perdonanza acquisisce un significato ancora più profondo”: sabato scorso è stata chiusa dall’arcivescovo de L’Aquila, mons. Antonio D’Angelo, la Porta Santa della basilica di Santa Maria di Collemaggio.
Nell’omelia l’arcivescovo ha sottolineato che il perdono è frutto dell’amore: “Spesso leghiamo la Perdonanza al tema della pace. Questo è vero, il perdono genera la pace, e la pace non è un atto di volontà ma d’amore, infatti solo chi ama costruisce la pace che è frutto di quell’equilibrio interiore che il cuore umano trova solo se si sente amato e così riesce a donare amore. La Perdonanza ha inciso fortemente nella storia e cultura aquilana, sia una lampada sempre accesa, affinché, come Comunità, possiamo risplendere ed essere capaci di illuminare anche gli altri e costruire la pace vera fondata sull’amore che viene da Dio”.
Mentre aprendo la Porta Santa della basilica il card. José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, aveva evidenziato in cosa consista il perdono: “Esiste un filo esplicito che lega ogni civiltà degna di questo nome: la capacità di trasformare il conflitto in riconciliazione, la colpa in redenzione, la frattura in comunità ricostruita.
Non è un caso che tutte le grandi epoche umane (anche la nostra) abbiano dovuto misurarsi, prima o poi, con la domanda più difficile: che cosa facciamo del male che ci siamo fatti gli uni gli altri? La risposta a questa domanda è, in fondo, la misura stessa di una cultura. Una civiltà che non sa perdonare è una civiltà condannata a ripetere all’infinito le proprie ferite; una civiltà che sa perdonare è una civiltà che sa continuare a esistere insieme, e a far ripartire la speranza”.
Quindi il ‘gesto’ di papa Celestino è stato ‘rivoluzionario’: “Quello di papa Celestino V fu un gesto rivoluzionario per il suo tempo e per tutti i tempi: il perdono non riservato a pochi, ma offerto universalmente, a chiunque varcasse la soglia della misericordia di Dio con cuore sincero. Non stupisce che questo evento sia riconosciuto come precursore del Giubileo universale della Chiesa cattolica…
E questa è una tradizione cultuale e culturale che ha attraversato guerre, terremoti, epidemie e mutamenti, sempre riproponendo la stessa feconda verità: il perdono è possibile, la speranza della ripartenza è necessaria e questo tesoro va celebrato pubblicamente perché la comunità possa rigenerarsi”.
Per questo è un patrimonio dell’umanità: “Ciò che rende la Perdonanza un patrimonio di rilevanza universale (e non solo un’eredità aquilana o abruzzese) è proprio questa dimensione pubblica e collettiva del perdono. Nelle culture umane, il perdono privato è già un atto di grande valore morale; ma il perdono rappresentato, celebrato, ritualizzato davanti a un’intera comunità ha una funzione ulteriore: educa, tramanda, costruisce identità condivisa. Insegna alle generazioni che si succedono che la riconciliazione non è debolezza, ma la forma più alta di forza civile…
E dopo il terremoto del 2009, che ferì L’Aquila nel corpo e nell’anima, la Perdonanza ha assunto un significato ulteriore: quello della rinascita. Una città che si rialza celebrando il perdono è una città che sceglie – anche se con tante fatiche – di non restare prigioniera del proprio dolore”.
Però la Perdonanza riguarda il presente: “La Perdonanza è una proposta culturale rivolta al presente. Dice che la riconciliazione può ancora essere una categoria collettiva, non solo un affare delle coscienze; che le comunità ferite possono scegliere di raccontarsi attraverso il perdono anziché attraverso il rancore o la stanchezza; che una porta, aperta una volta all’anno, può continuare a rappresentare simbolicamente ciò che ogni civiltà dovrebbe custodire: la possibilità di ricominciare insieme. Di ricominciare sempre”.
Il perdono è un ‘varco’: “Il perdono, nella Sacra Scrittura, ha la forma di un varco: è sterilità che si spacca per lasciar passare il fiume della misericordia di Dio; è ostacolo che diventa soglia per azione della Grazia; è ciò che eravamo che si affaccia su ciò che possiamo ancora diventare, com’è accaduto per esempio al figliol prodigo. Il Vangelo di Giovanni lo afferma oggi con un’immagine che disarma ogni fatalismo: ‘Io sono la porta’. Allora, per ogni essere umano c’è una porta, che è Cristo, non soltanto una infinità di ostacoli e di muri”.
Quindi la porta crea ‘movimento’: “Dettaglio decisivo: la porta è un movimento di nuova creazione. Il perdono autentico non incatena il perdonato a un debito perenne: lo restituisce alla libertà di camminare, di ‘uscire e trovare pascolo’. E, infine, il perdono non si esaurisce nell’istante dell’assoluzione. Cristo, la vera porta, non promette solo ‘vita’, promette vita ‘in abbondanza’. Genera più vita di prima, relazioni più mature, comunità più larghe, cuori civili più dilatati”.
Ed ecco il riferimento a papa Leone XIV: “Nella sua prima parola da Pontefice, Leone XIV ha scelto di ripetere per tre volte l’annuncio pasquale… Non un augurio di circostanza, ma una pace che trae la sua forza proprio dalla mitezza di chi rinuncia a minacciare. Gesù ci insegna ad amare fino in fondo”.
Quindi è una ‘chiamata’ all’azione: “Ecco allora la parola conclusiva: in relazione alla pace che dobbiamo abbracciare e costruire, questo è ‘il momento favorevole’, questo è ‘il giorno della salvezza’. Non domani. Non quando ci sentiremo forti. Oggi. Così come siamo, feriti, fragili, divisi. Oggi la Porta Santa è aperta, e nessuno, può richiuderla. Non stiamo solo ripetendo un rito antico. Stiamo rinnovando un patto. Chi ha orecchi, varchi la soglia”.
(Foto: Arcidiocesi de L’Aquila)
Papa Leone XIV al Meeting. Cronaca di una giornata memorabile
“Questa è la Cattedrale di Rimini, e qui voi siete a casa! Sì, perché il Signore Gesù, quando incontrava persone malate, o con disabilità, o povere, le accoglieva e le metteva al centro, per guarirle, per restituire loro una vita secondo la loro dignità. Così mostrava a tutti i segni dell’amore di Dio, della sua infinita misericordia. E poi queste persone, guarite e risollevate da Gesù, spesso lo seguivano ed entravano a far parte della comunità dei discepoli. Così dobbiamo fare anche noi: lasciarci guarire da Gesù, lasciarci perdonare, convertire, e poi camminare insieme nella sua Chiesa, la comunità che Lui ha formato per portare a tutti il Vangelo della sua vittoria sul peccato e sulla morte”.
Dopo essere stato accolto da circa 60.000 persone alla Fiera di Rimini per gioire del ritorno dopo 44 anni di un papa al Meeting dell’Amicizia tra i popoli, papa Leone XIV si è recato nella Cattedrale, dove era atteso da circa 500 ammalati, disabili, carcerati, donne liberate dalla tratta, giovani in recupero da dipendenze patologiche e poveri assistiti dalla Caritas diocesana e da altre realtà di accoglienza della città per fare festa insieme.
Contattato, Luca Luccitelli, addetto stampa della Comunità ‘Papa Giovanni XXIII’, così ci ha raccontato questa ora di ‘festa’ pomeridiana con il papa: “Nei giorni precedenti l’incontro, i ragazzi con disturbi dello spettro autistico che hanno partecipato all’appuntamento sono stati accompagnati in visita al Duomo, per familiarizzare in anticipo con l’ambiente in cui si è svolta la cerimonia. Tra i presenti, cinque storie raccontano il lavoro quotidiano delle realtà di accoglienza del territorio
riminese. Luca è stato seguito nella comunità terapeutica di Sant’Aquilina della Comunità ‘Papa Giovanni XXIII’, sotto la guida di don Nevio Faitanini, storico collaboratore di don Oreste Benzi. Dopo un percorso segnato da dipendenze legate all’uso di sostanze allucinogene, ha concluso il cammino terapeutico e si è laureato. Ha scelto di restare in comunità, dove oggi lavora come operatore”.
Mentre Cristina è ospite della Comunità di San Patrignano dal 1990: “Originaria della Bergamasca, ha iniziato a fare uso di eroina a 15 anni; dopo un periodo di sosta ai cancelli della comunità insieme al marito, è stata accolta da Vincenzo Muccioli il 23 aprile 1990. Oggi ha 61 anni, è nonna ed è volontaria nella casa alloggio della comunità, dove si occupa dell’organizzazione di attività e momenti ricreativi per gli ospiti”.
Karim, nome di fantasia scelto per tutelarne la privacy, è arrivato in Italia dal Marocco nel 2000, dopo un passaggio dalla Francia: “Dopo anni di lavoro come cameriere ed in una lavanderia industriale nel riminese, ha iniziato a frequentare la Caritas di Rimini prima come ospite, poi come volontario, fino a diventare operatore stabile dal 2017. Nel corso di questo percorso ha maturato la scelta di ricevere il Battesimo, al termine di un cammino di approfondimento durato circa tre anni”.
A queste testimonianze si aggiunge quella di Valerio, volontario del progetto ‘Girononni’ della Caritas di Rimini: “Il servizio, attivo tutti i giorni dell’anno, raggiunge quotidianamente una ottantina di persone anziane e sole in cinque zone della città, attraverso la consegna a domicilio di pasti caldi ed, insieme ad essi, di compagnia e ascolto per chi vive situazioni di solitudine”.
Questa festa si collega a quella dell’accoglienza riservata al papa dai giovani nei padiglioni della Fiera riminese, accolto dal tifo da stadio lungo il percorso con striscioni e bans, anche se a dire la verità l’accoglienza più bella è stata offerta dai bambini (molte volte il papa si è fermato lungo il percorso per baciarli, abbracciarli, benedirli), al Villaggio dei bambini, che gli hanno cantato ‘Ho un amico grande grande’ di Claudio Chieffo, con qualche adattamento ‘strofico’ dedicato al papa, che ha apprezzato con un saluto.
Ed il sapore della festa è stato percepito fin dal mattino, con giovani e famiglie, composti da nonni/e, che avevano accolto alla ‘vecchia’ Fiera di Rimini papa san Giovanni Paolo II, con figli/e, nipoti in fila per entrare, come ci racconta Elisabetta, studentessa a Milano: “E’ un giorno fantastico e sono contenta di esserci con i miei amici. Il papa ci vuole bene. Ci sprona a testimoniare Gesù attraverso la nostra vita, in modo che chi ci guarda possa capire il grande dono di Gesù, che ci dona la comunione”.
Alcuni, qualche minuto prima dell’atterraggio dell’elicottero papale, hanno pensato bene all’improvviso di allestire una diretta del suo arrivo alla fiera e così in ‘fretta e furia’ sono corsi a recuperare tutti i mezzi tecnologici lasciati in disparte ed alcuni sono corsi fuori dai padiglioni per immortale la discesa dall’elicottero, mentre all’interno della fiera, attraverso i telefonini, altri davano le coordinate per la trasmissione.
Mentre il giorno dopo, di buon mattino, i volontari sono di nuovo ai propri posti di ‘lavoro’, sorridenti nonostante la fatica per tenere a bada chi voleva stringere la mano al papa, che ancora un po’ pesa, come ci dice Giovanni: “In effetti un po’ di stanchezza si sente, ma sono contento che il papa sia venuto a trovarci. E’ stato un incontro bellissimo. Ci ha dato una scossa per impegnarci nella vita quotidiana della città”. E dalla Spagna Marìa, sorridendo, è molto contenta: “Sono contenta di aver visto il papa. Ha detto parole molto belle, come quando è venuto da noi. Parole che non dimenticherò e che conserverò”.
Una festa insieme che ha permesso un ringraziamento al papa da parte del presidente della Fondazione del Meeting dell’Amicizia tra i Popoli, Bernhard Scholz: “Siamo più che grati della visita del Santo Padre che è stata un grande festa piena di entusiasmo, vissuta e partecipata da tutti, dai bambini fino agli anziani con grande gioia. Il messaggio che il Santo Padre ci ha consegnato segnerà la nostra strada. Ma già l’incontro stesso ha aperto immediatamente un orizzonte ampio e affascinante al nostro impegno”.
Infine anche il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, nell’omelia della concelebrazione eucaristica alla fiera di Rimini, ha ripreso alcune parole del papa: “Ringraziamo il Signore per questa domenica, per questi giorni, per l’incontro di ieri dove abbiamo accolto il Successore di Pietro che ci ha slegato da ciò che divide per legarci al Signore, alla grande messe di questo mondo e, quindi, tra noi. Questo legame si chiama comunione che è sempre dinamica e inclusiva… Nel mondo è così facile pensare di essere sicuri e di star bene chiudendosi in enclave! Anzi, il papa ci ha invitato tutti a usare la comunità come ‘un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà’, non per perdercisi ma per combattere l’inimicizia con l’amicizia”.
Per questo ha ricordato la richiesta che papa Francesco ha fatto al movimento di Comunione e Liberazione: “Papa Francesco vi chiese di aiutarlo nella conquista della pace in un mondo sempre più violento, e questo chiede speranza. Chi entra al Meeting esce per amare tutti, a cominciare dai poveri, che richiedono la gratuità dell’amore…
Quante esperienze, quanti fatti rivelano nell’ordinario il mistero che pure è sempre nascosto e ci aiutano a riconoscere nella vita di tutti i giorni questa forza che ‘move’ e sazia la domanda di eterno e di infinito che tutti portiamo scritta nella nostra debolezza e caducità! Quanta gioia nello sperimentare che siamo affidati a questa Chiesa che è Madre, che raduna una famiglia, universale, tanto più preziosa in una stagione dove prevale l’insolente e pericolosa ‘cultura della potenza’, la Babele di ‘io’ arroganti e imprevedibili ma anche di ‘noi’ chiusi e contrapposti ad altri noi! Lì trova tanto spazio il divisore e quindi la violenza”.
E’ stato un invito a vivere nella comunione ecclesiale, come aveva sollecitato sabato scorso papa Leone XIV: “La comunione è liberazione dalla tirannia dell’io, che ha secolarizzato e ridotto la persona a individuo, facendogli credere di star bene affermando se stesso, possedendo, consumando, esaltandosi e finendo per distruggersi”.
E con una citazione di Dante Alighieri ha invitato a guardare il cielo: “Ringraziamo per questa compagnia affidabile, questa carovana che ci fa camminare perché diretta verso la casa del Padre. Possiamo essere tante stelle in un cielo reso troppo buio dal drago, che le stelle le fa cadere e rende deserta di umanità la terra con la cultura della potenza che lega solo alla aiuola che ci fa tanto feroci’ se non guardiamo al cielo”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV a San Marino: con la ‘cura’ dell’altro si promuove la libertà
“La Diocesi di San Marino-Montefeltro è erede di una ricca storia di fede e di coraggio: quella dei Santi Marino e Leone che, diciotto secoli orsono, con l’annuncio cristiano ‘portarono nel contesto di questa realtà[… prospettive e valori nuovi, determinando la nascita di una cultura e di una civiltà incentrate sulla persona umana, immagine di Dio’. Laici e scalpellini (solo in un secondo momento chiamati, in diverso grado, al Ministero ordinato), essi seppero tradurre il messaggio del Vangelo in un modello comunitario e politico nuovo, fortemente caratterizzato dai principi cristiani di libertà, di rispetto reciproco e di comunione, un modello vivo fino ad oggi. Ed è bello constatare come la vostra Comunità diocesana e quella civile cercano di portare avanti il lavoro dei Fondatori con lo stesso entusiasmo e con la stessa fedeltà.”: riprendendo l’omelia di papa Benedetto XIV durante la visita nel 2011 papa Leone XIV le basi della fedeltà alla comunità ecclesiale.
Sempre seguendo le ‘orme’ di papa Benedetto XIV il papa ha rivolto un invito ai giovani di non chiudere la ‘finestra’ del cuore: “Ecco, carissimi giovani: tenete aperta questa finestra! Seguite con lo sguardo dell’anima i sentieri tracciati in voi dai desideri grandi di bellezza, di bontà e di vita che portate nel cuore. Se ne osservate attentamente i percorsi e ne ascoltate la voce, essi vi porteranno in alto, all’incontro con Dio, là dove Lui vi cerca e vi aspetta; e con il suo aiuto i vostri sogni avranno la forza di incidere nella storia e migliorarla”.
E’ stato un invito alla missione nel mondo: “Ecco allora il secondo invito che vi rivolgo: abbracciate con entusiasmo la vostra missione nel mondo! Fatelo, prima di tutto, cercando di capire qual è la chiamata per voi, unica per ciascuno, e di apprezzarne la grandezza. E poi spendetevi in essa, investendo senza risparmio tutta la ricchezza dei doni che Dio vi ha concesso. Non abbiate paura di fare scelte esigenti, come il matrimonio, la consacrazione, il ministero ordinato, la vita professionale, l’impegno sociale e politico; preparatevi nel modo migliore possibile alle responsabilità che vi attendono. Lasciatevi coinvolgere in iniziative e progetti di carità e di giustizia”.
E’ un invito a far conoscere Gesù: “Noi crediamo che il Vangelo è via di libertà per gli uomini e le donne di ogni tempo, e che in Gesù Cristo e nella sua Parola trovano senso e risposta definitiva le gioie, le ferite e le domande più profonde dell’umanità. Perciò siamo convinti che il dono più grande che possiamo fare ai fratelli e alle sorelle che il Signore mette sul nostro cammino è quello di aiutarli a incontrare Lui, il Dio fatto uomo, morto e risorto per noi, e in Lui trovare salvezza. In questa luce esercitiamo la carità in tutte le sue forme, senza risparmio, tenendo però sempre a cuore e ben presente il bene ultimo e integrale delle persone a cui offriamo il nostro sostegno”.
Per l’occasione ha fatto un riferimento al sostegno delle aree interne: “In proposito, desidero sottolineare l’importanza e la valenza profetica di alcune esperienze di sostegno vicendevole e di vicinanza con cui, nelle zone più interne di questo territorio, le piccole comunità affrontano i problemi legati allo spopolamento e alla carenza di servizi, tenendo vivo il senso di famiglia e di comunione. Queste realtà, apparentemente piccole e marginali, sono come fiammelle a cui attingere per riaccendere e rianimare in tutti il fuoco di valori solidi, antichi e sempre attuali.
Tali esperienze testimoniano il calore di quella magnifica humanitas a cui è necessario tendere, per vincere l’individualismo di una certa cultura metropolitana e consumistica, come pure altre forme di campanilismo diffidente e divisivo, e ridonare ossigeno alle nostre speranze di fraternità e di pace”.
Mentre nel discorso alle autorità civili il papa ha evidenziato il concetto di libertà, ricordando san Tommaso Moro: “Promuovere la libertà comporta difendere gli spazi della coscienza. E qui il pensiero va ai tanti uomini e donne che, in ogni epoca e in ogni luogo, sono martiri della libertà perché testimoniano proprio il primato della coscienza. Saldamente formati dalla ricerca della verità, essi sono pienamente responsabili delle proprie decisioni e dunque liberi da ogni vincolo che non sia quello, proprio della creatura, che li lega a Dio. Esemplare in questo è san Tommaso Moro, Patrono dei Governanti e dei Politici”.
Perciò libertà e comunione non sono antitetici: “Nella visione cristiana, libertà e comunione stanno o cadono insieme. Molti santi e sante hanno dato inizio a esperienze di vita comunitaria in cui le persone esprimono la propria libertà nell’obbedienza a una regola, basata sul Vangelo. Nel vostro caso è sempre motivo di particolare interesse il fatto che all’origine della vostra comunità ci sono uomini come San Marino e San Leo, che possiamo definire costruttori di città libere e pacifiche. La loro opera si può interpretare secondo l’icona biblica della ricostruzione di Gerusalemme propiziata dal profeta Neemia. E’ l’immagine ‘positiva’, opposta a quella della torre di Babele, che orienta la riflessione dell’Enciclica Magnifica humanitas”.
Per questo è importante interpretare bene la libertà: “Libertas, per voi, vuol dire anche un impegno mai venuto meno di una partecipazione attiva e positiva alla costruzione della pace. Riguardo a questo aspetto, esprimo vivo apprezzamento e trovo una particolare consonanza con l’atteggiamento della Santa Sede. Per questo condividiamo la stima per la diplomazia e per il multilateralismo, quali vie privilegiate per coltivare le relazioni internazionali e promuovere l’intesa tra le Nazioni”.
E la libertà porta alla cura: “Andando ancora più a fondo, l’obiettivo principale a cui tendere in questo ‘laboratorio’ è la cura dell’umano. Una comunità come la vostra, infatti, al tempo stesso ricca di valori tradizionali e al passo con i tempi sul piano tecnologico, può perseguire efficacemente tale obiettivo, mediante una cura che si traduce nella tutela di ogni vita, in ogni sua fase, dal concepimento alla morte naturale”.
Cura che è caratteristica del popolo sammarinese: “Come è stato notato essa si è rivelata nella tradizione di accoglienza, che non è mai venuta meno lungo i secoli nei confronti di chi soffre ed è nella prova. Recentemente, si è mostrata con il sostegno e l’ospitalità al popolo ucraino, specialmente all’inizio del conflitto, come pure nell’impegno in favore del diritto internazionale umanitario in un momento storico in cui esso appare quotidianamente disatteso se non addirittura calpestato”.
(Foto: Santa Sede)
Detenzione domiciliare anche per i tossicodipendenti
Nella scorsa settimana la Camera dei deputati ha approvato in via definitiva (153 i voti favorevoli, 42 i contrari e 82 le astensioni) il disegno di legge che consente ai detenuti tossicodipendenti di accedere alla detenzione domiciliare, prevedendo una modalità differenziata di esecuzione della pena, che meglio si coniuga alle esigenze di cura per chi è dipendente da sostanze.
La a Federazione italiana comunità terapeutiche (Fict Ets), che riunisce oltre 600 servizi attivi in tutta Italia nell’ambito delle dipendenze e dell’inclusione sociale, ha accolto positivamente l’approvazione del disegno di legge, come ha dichiarato Luciano Squillaci, presidente della Fict Ets: “Con questa legge si compie un passo importante nella direzione giusta: riconoscere che la risposta alla dipendenza non può essere il carcere, ma un percorso terapeutico serio, costruito insieme alla rete dei servizi territoriali e alle comunità terapeutiche. All’interno del provvedimento normativo approvato oggi ci sono scelte estremamente coraggiose, frutto di un dialogo che non è mai venuto meno, e che vanno nella direzione di offrire alle persone una concreta possibilità di recupero, ridurre la recidiva e costruire maggiore sicurezza per tutti”.
Attraverso la rete dei propri servizi la Fict Ets mette a disposizione l’esperienza maturata in oltre 30 anni di collaborazione con il Ssn, la magistratura e l’amministrazione penitenziaria: “Questa norma non è una ‘svuota carceri’. Le comunità terapeutiche non sono, non possono e non debbono diventare una mera alternativa al carcere, sono servizi sanitari accreditati nei quali si realizzano percorsi terapeutici individualizzati. Siamo pronti a fare la nostra parte, come abbiamo sempre fatto, purché il percorso mantenga la sua natura terapeutica e riabilitativa e non si riduca a un semplice trasferimento della pena”.
Anche per l’Intercear, sigla del Coordinamento nazionale dei coordinamenti regionali degli enti accreditati per le dipendenze che opera per l’omogeneità dei Lea a livello nazionale, ha fatto un plauso al provvedimento con Biagio Sciortino, presidente nazionale del coordinamento: “L’approvazione definitiva alla Camera delle modifiche al Decreto Carceri, inerenti la legge n. 309/90, rappresenta un passaggio di fondamentale importanza per il sistema di recupero e per il mondo delle dipendenze.
Come Intercear, accogliamo questo provvedimento come un segnale di grande civiltà e di concretezza: consentire alle persone con problematiche di dipendenza di accedere a programmi terapeutici e di comunità anziché scontare la pena in carcere significa restituire centralità alla cura, alla riabilitazione e al reinserimento sociale. Non va visto come uno svuota-carceri, non è questo il senso del provvedimento. Ogni giorno trascorso in cella, invece che in un percorso terapeutico, è un tempo sottratto alla speranza e alla ricostruzione della persona. E’ un risultato che recepisce istanze per cui la rete dei coordinamenti regionali si è battuta a lungo”.
Al gruppo di lavoro con il Governo ha partecipato anche Cnca, che con Sonia Caronni, responsabile nazionale del settore Carcere, ha sottolineato la ricezione di alcuni punti delle associazioni, nonostante alcuni dubbi: “Il tavolo ha avanzato una serie di emendamenti, che sono stati accolti. Il fatto che il Governo li abbia recepiti è per noi assolutamente positivo perché per il momento abbiamo arginato il pericolo delle comunità-carceri. Tuttavia, abbiamo anche una serie di perplessità: c’è già un impianto di attenzione sulle tossicodipendenze che prevede l’affidamento terapeutico sul territorio oppure un collocamento in comunità terapeutiche, e non si riesce a utilizzare appieno queste misure per una serie di criticità che ci sono, sia a livello di magistratura di sorveglianza, sia per gli organici dei funzionari giuridico-pedagogici e del personale Sert”.
Mentre Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, ha incentrato la riflessione sul ruolo delle Comunità di recupero: “C’è poi il dato che riguarda la capacità di un sistema, come quello delle comunità di recupero, a cui vengono inviate già centinaia di persone da parte di altri soggetti (anche dagli uffici dell’Uepe, con 4.400 persone in affidamento terapeutico) che sembra complicato possa farsi carico di numeri così grandi senza essere potenziato», prosegue Gonnella.
Da una ricognizione effettuata dal Dipartimento delle politiche antidroga, i posti disponibili nelle comunità erano infatti 13.276. Difficile pensare, anche al netto degli affidamenti dell’Uepe, che oggi solo 3.000 di questi posti siano realmente occupati. Da questo punto di vista, sarebbe utile sapere se il Governo ha effettuato una ricognizione nazionale delle comunità terapeutiche accreditate per verificare quanti posti siano effettivamente disponibili per l’esecuzione della nuova misura. Se sì, quanti sono i posti complessivi, quanti quelli attualmente occupati e quanti quelli immediatamente utilizzabili per persone provenienti dal carcere?”
Papa Leone XIV invita la Chiesa a contemplare il mondo
“Nel Concistoro dello scorso gennaio avevo espresso un desiderio semplice: che questi incontri ci aiutassero a imparare sempre più a ‘lavorare insieme nel servizio della Chiesa’ e a proseguire ‘una conversazione che mi aiuti nel servizio della missione di tutta la Chiesa’. Non erano soltanto parole introduttive. Continuo a pensare che questa sia una delle responsabilità più importanti affidate al Collegio Cardinalizio. Anche noi, come tutta la Chiesa, impariamo camminando. La comunione non è mai un risultato acquisito una volta per tutte: rimane una conversione quotidiana, che prende forma nella preghiera, e attraverso atteggiamenti concreti, relazioni di fiducia e disponibilità ad ascoltarci reciprocamente”: con questo intervento papa Leone XIV ha aperto il primo giorno di lavori del Concistoro coi porporati di tutto il mondo, con l’invito ad essere ‘costruttori di comunione’.
Ed ha enunciato i quattro temi sui quali riflettere in questi giorni, invitando innanzitutto a contemplare il mondo: “Anzitutto siamo invitati a contemplare il mondo nel quale la Chiesa è chiamata ad annunciare il Vangelo. Prima di domandarci che cosa fare, occorre sostare davanti alla realtà, guardandola con gli occhi della fede e lasciandoci interrogare dall’ascolto dei fratelli… Ed anche oggi il Signore continua a precederci nella storia, e la Chiesa è chiamata anzitutto a riconoscere la sua presenza”.
Una riflessione sulle due civiltà, quella della potenza e quella dell’amore: “Successivamente rifletteremo insieme sulla cultura della potenza e sulla civiltà dell’amore. Molti di voi provengono da terre segnate dalla guerra, dalla violenza, dalla polarizzazione sociale o religiosa. Ma nessuno di noi è estraneo alle molte forme di conflitto, di sopraffazione e di frattura che attraversano oggi le nostre società. Per questo il discernimento che siamo chiamati a compiere riguarda tutti e interpella la missione della Chiesa in ogni contesto”.
Insomma è un invito ad approfondire la recente enciclica: “L’Enciclica ‘Magnifica humanitas’ ci offre alcune chiavi preziose per leggere questo tempo. Mi interessa soprattutto ascoltare come queste pagine risuonano nelle vostre Chiese, quali interrogativi suscitano, quali prospettive aprono, quali passi suggeriscono. Una enciclica continua infatti il suo cammino quando viene accolta, interpretata e incarnata nella vita concreta delle Chiese”.
Un’enciclica che offre ‘dignità’ alla Dottrina Sociale della Chiesa, definita ‘scuola di comunione’ al punto 86: “La terza sessione approfondirà ancora la Magnifica humanitas, interrogandosi sul contributo che la Chiesa può offrire alla costruzione del bene comune. Viviamo in un tempo nel quale cresce la tentazione della frammentazione e prevalgono facilmente interessi particolari. La Dottrina sociale della Chiesa ci ricorda che il bene comune non nasce spontaneamente, ma domanda responsabilità condivise.
Per la Chiesa questo assume una forma ben precisa: uno stile sinodale al servizio della missione del Regno. Lo ricorda l’Enciclica ‘Magnifica humanitas’, aggiungendo che questo richiede attenzione al modo in cui si prendono le decisioni e si esercitano le responsabilità, nella trasparenza, nella valutazione e nella corresponsabilità”.
Infine una riflessione sul cammino sinodale: “Questa ultima sessione non apre un tema nuovo, ma raccoglie e mette in relazione quanto avremo condiviso nelle sessioni precedenti. Di fronte alle ferite del mondo, alla costruzione del bene comune e alla missione della Chiesa, la sinodalità indica un modo di procedere: ascoltare, discernere e assumere insieme la responsabilità delle scelte che il Signore ci affida.
La sinodalità non è anzitutto un insieme di procedure; come ho avuto modo di dire più volte, la sinodalità è un atteggiamento, un’apertura, una disponibilità a comprendere. Talvolta essa è stata interpretata come una diminuzione dell’autorità. In realtà essa ci aiuta a comprendere più profondamente il significato dell’autorità stessa, che esiste per custodire la comunione, favorire la partecipazione di tutti e orientare il cammino comune della Chiesa”.
Tutti temi che convergono nella missione: “La missione non è uno dei molti compiti della Chiesa. E’ la sua ragione di esistere e, proprio per questo, diventa anche il criterio che orienta il nostro discernimento. Quando impariamo ad ascoltarci, a portare insieme le responsabilità, a riconoscere l’azione dello Spirito nelle diverse Chiese, non stiamo soltanto migliorando il nostro modo di lavorare: stiamo diventando una Chiesa più capace di incontrare gli uomini e le donne del nostro tempo e di testimoniare loro la gioia del Vangelo”.
Per questo il papa ha convocato il concistoro, per un aiuto ed un consiglio: “Per questo desidero chiedervi un aiuto particolare. Il ministero che il Signore mi ha affidato non può essere vissuto da solo. Esso ha bisogno della vostra esperienza, della vostra sapienza pastorale, della vostra conoscenza delle Chiese e dei popoli che vi sono affidati. Conto su di voi perché mi aiutiate a discernere ciò che lo Spirito dice oggi alla Chiesa. Ho bisogno del vostro appoggio: forte, esplicito e pubblico. Ho bisogno di sentirmi sostenuto da voi come da fratelli”.
Essere Chiesa è un aiuto fondamentale: “Vi chiedo così di accompagnarmi non soltanto in questi giorni di lavoro, ma anche nel servizio quotidiano alla comunione della Chiesa universale. Aiutatemi ad ascoltare ciò che emerge nelle Chiese, a riconoscere i segni di speranza che spesso crescono nel silenzio, ma anche a non ignorare le fatiche, le incomprensioni e le resistenze che possono rallentare il cammino. Ho bisogno della vostra libertà, della vostra franchezza e della vostra lealtà. Un consiglio sincero è sempre un atto di comunione.
Vi chiedo inoltre di sostenere, ciascuno nella propria Chiesa e nel proprio ministero, questo stile di discernimento ecclesiale. So che esso richiede pazienza e talvolta suscita interrogativi. Tuttavia sono convinto che il Signore ci stia insegnando una maniera più evangelica di vivere insieme la responsabilità che ci ha affidato. Anche da questo dipende la credibilità della nostra testimonianza e la fecondità della nostra missione”.
Infine è arrivato l’incoraggiamento a partecipare ai lavori di gruppo: “So bene che, per molti di noi, non è il modo abituale di svolgere un Concistoro. Eppure anche questo fa parte del cammino lungo il quale il Signore ci sta conducendo. Naturalmente rimarrà spazio anche per gli interventi personali e, come sempre, ciascuno potrà farmi pervenire liberamente osservazioni o riflessioni riservate. Ma vi chiedo di entrare con fiducia in questo esercizio ecclesiale. Anche noi impariamo la sinodalità praticandola, impariamo insieme a crescere nella comunione”.
(Foto: Santa Sede)
Dalla Spagna monito di papa Leone XIV contro l’indifferenza della vita
“Occorre, specialmente da parte di chi ha responsabilità economiche, politiche e istituzionali, un salto di qualità, un’inversione di rotta negli investimenti su scuola, università e ricerca, sulle comunità locali e sulla società civile come vivaio di partecipazione e di mediazione culturale. La sicurezza, che troppo spesso ci illudiamo venga dalle armi e dai muri, matura piuttosto nell’imparare a fare strada con l’altro, a crescere insieme, fianco a fianco. Lo testimonia la vostra stessa storia”: partiamo da questo discorso di papa Leone XIV nel viaggio apostolico in Spagna.
In questo primo suo discorso il papa ha messo in evidenza la forza del dialogo che attraverso la mediazione crea cultura: “La presenza dell’Islam nella Penisola iberica, ad esempio, costituì una realtà politica, culturale e religiosa di lunga durata. Durante quel periodo non vi fu soltanto confronto, si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei”.
Una cultura che trasforma il conflitto in sviluppo: “Nella scuola di traduttori di Alfonso X il Saggio, esperti appartenenti alle tre religioni collaborarono alla traduzione del ricco patrimonio arabo, greco ed ebraico, contribuendo alla diffusione di testi come, tra gli altri, quelli dei filosofi Averroè (1126-1198) e Maimonide (1138-1204). In particolare, città come Cordoba e Toledo divennero luoghi di mediazione tra lingue, religioni e saperi. Ma questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza”.
Ed ha ribadito che in questo processo è fondamentale non escludere la fede: “Penso alle espressioni di fede popolare che, in ogni città e villaggio, rappresentano una vera e propria drammaturgia della salvezza al ritmo dell’anno e nei contesti di vita. Insieme al patrimonio artistico e musicale, alle molteplici confraternite e associazioni di natura caritativa, esse testimoniano il fecondo incontro fra Gesù Cristo e il vostro popolo. E’ un popolo pieno di passione, che ama la vita e lo manifesta!”
Quindi per il papa fondamento dello sviluppo della Nazione è la cultura dell’incontro: “Vengo tra voi a confermare, incoraggiare, ispirare una rinnovata fedeltà dei credenti al Vangelo e una più profonda riconciliazione e cooperazione fra le diverse anime di questa Nazione. Proprio la sua storia, infatti, suggerisce che non la cultura dello scontro, ma quella dell’incontro genera stabilità e prosperità. A ben vedere, il messaggio della pace, che in questi tempi, purtroppo, risuona per alcuni ingenuo, per altri provocatorio, trova accoglienza in chi non si chiude in ideologie preconfezionate ma si apre alla verità”.
Da qui può essere edificata la ‘civiltà dell’amore’, molto ‘cara’ a papa san Paolo VI, con un chiaro riferimento a san Giovanni della Croce ed a santa Teresa d’Avila: “Anche oggi, quanto ci spaventa di più, ciò che in molti provoca il buio della ragione e la violenza delle emozioni, è l’ignoto, di fronte a cui può prevalere la sensazione di non avere più mappe, il disorientamento.
Allora servono, anche nella vita pubblica, uomini e donne che intuiscano nel buio la luce, nella fine un possibile inizio, quasi l’irrompere di una verità come luce che ancora acceca, ma che (se ci fidiamo e troviamo pace) delicatamente ci porterà verso di sé: ‘Notte che mi hai guidato! O notte amabil più dei primi albori! O notte che hai congiunto l’Amato con l’amata, l’amata nell’Amato trasformata!’ Il nostro tempo, che in superficie è sconvolto da terribili squilibri e conflitti, più profondamente chiama alla pace, ad una nuova conoscenza della persona umana e della sua inviolabile dignità, alla civiltà dell’amore”.
Il fondamento per questa ‘civiltà dell’amore’ è il riconoscimento dell’inviolabilità della dignità umana, che viene prima dello Stato, sempre proclamato dal cristianesimo: “Questo discernimento parte da un’affermazione fondamentale: ogni società veramente giusta si fonda sul riconoscimento della dignità inviolabile della persona umana…
Essa appartiene a ogni essere umano per il fatto stesso di esistere, e per questo deve orientare ogni ordinamento giuridico positivo. La fede cristiana la proclama a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo. Quando questa convinzione rimane viva, il diritto diventa tutela di tutti e garanzia contro l’imposizione di interessi e programmi particolari”.
Quindi la vita, dalla nascita alla morte, è un diritto fondamentale, su cui si deve fondare la ‘grandezza’ di ogni nazione: “La difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà. Ogni vita umana deve essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza. Quando questa certezza si offusca, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo: servire e proteggere ogni persona. Per questo, la grandezza morale di una nazione si manifesta, soprattutto, nella sua capacità di accompagnare, proteggere e amare quelle vite segnate da maggiore fragilità”.
Diritto alla vita ripetuto negli ultimi giorni durante gli incontri con i migranti, invitando l’Europa e la Chiesa ad un esame di coscienza, in quanto non riconoscono ad essi la dignità di persona: “Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare. Ma voglio anche dirvi che la vostra vita deve essere protetta. Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia…
Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana ed abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante”.
Da qui il diritto di migrare, ma anche di restare: “La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra. Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera”.
Proprio per questo non si può rimanere indifferenti: “Una coscienza umana, e ancor più una coscienza cristiana, non può rimanere indifferente di fronte alle vittime dei naufragi e alla mancanza di soccorso, di fronte ai cimiteri del mare. Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana. Tuttavia, esiste anche un naufragio silenzioso dopo l’arrivo: ritrovarsi soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità. Integrare significa impedire questo secondo naufragio. Significa aiutare chi è arrivato ferito a non rimanere per sempre bloccato nel proprio dolore, ma a poter rimettersi in piedi, riconoscere i propri doni e offrirli alla comunità”.
Quaresima: il sapore della Parola
La osservo avanzare lentamente, fare un lieve inchino, presentarsi all’ambone. ‘Lettera di san Paolo…’. Maria, emigrata calabrese, a Londra già dagli anni ’60, inizia a leggere, ma solo dopo un lunghissimo respiro. Non legge, proclama. Lentissimamente. Pronuncia una parola dopo l’altra, articolandola come se dovesse raccontare qualcosa a un bambino con un’inflessione, un respiro e un ritmo senza tempo. Sospesi nell’aria. Non c’è assolutamente fretta o voglia di concludere. Ogni parola per un bambino è come una finestra che illumina un avvenimento o un’emozione dentro. Sarà importante, allora, prendere il tempo di affacciarsi…
Per san Paolo ogni parola è un messaggio, come un frutto gonfio di vita, rivolto a una comunità riunita. Maria si ferma ogni tanto con un silenzio interminabile. Benefico. ‘Ogni parola autentica nasce dal silenzio e dal silenzio è custodita’, afferma un autore. Pare quasi di capire che ogni parola dell’Apostolo è scavata nell’abisso della sua anima, nell’esperienza di lotta di un essere itinerante, migrante come lei. Come lui. Ma c’è anche l’amore per la nostra lingua. Nel mare di un’altra che all’estero ti circonda, la lingua materna è una terra di salvezza. Un incontro con quello che eri una volta, la tua origine stessa.
Pare di ascoltare da lei la lettera di un figlio che scrive dal fronte. Ogni parola viene pesata, sollevata, guardata, riguardata, gustata fino in fondo. E’ Paolo di Tarso dal fronte delle prime comunità e dello Spirito che le anima. Comunità raccolte da lui, ma fatte di mille pezzi diversi che Paolo amava come colei che le genera, come una madre.
Ed assomigliano tanto alla nostra comunità di oggi a Londra, fatta di calabresi e di friulani, di gente del sud e del nord messi insieme, con qualcuno del posto. Guardo con stupore questa assemblea composita di emigranti della nostra terra, che proprio qui assaporano la parola ‘unità’ e ‘comunione’ in nome di Dio.
E così penso al disagio che provo, a volte, nel rientrare al mio paese. La Parola di Dio in una celebrazione sembra qualcosa di letto velocemente, come una vecchia poesia che si impara a scuola e si ripete meccanicamente. Sembra quasi una parola che scivola via senza sapore, senza amore. Non vi avverti la fibra dell’Apostolo o il fuoco dello Spirito. Non vedi l’ansia o i mille volti di un popolo di Dio finalmente riunito. Sono i nostri, semplicemente.
Penso, allora, alla Parola di Dio vissuta qualche tempo fa in terra africana. Dopo il canto, i tamburi, le voci, le mani, il loro ritmo con due colpi e due pause, un lunghissimo grido corale si alzava al suo acme e tutto, infine, si spegneva d’incanto. Si piombava subito in un silenzio perfetto, immobile. Una miriade di volti neri ti fissava, allora, dall’assemblea con gli occhi ben aperti.
Lunghi momenti di attesa, mentre una vera emozione ti prende. Poi, la parola esce dalla bocca del lettore. Viene offerta con gesto lento come gustandola prima, ruotandola nel palato, assaporandola. Parola calma, sonora e solenne. Vedi subito dagli occhi e dal silenzio come ognuno la riceve: la attende, la gusta, gli risuona nelle tempie, gli fa brillare lo sguardo, scende nell’anima, in profondità.
Comprendi allora concretamente che cosa vuol dire una ‘civiltà della parola’ come questa, africana. La parola qui è sacra. E sintesi di cuore, di corpo e di mente. E ancor più dell’amore di Dio, fattosi Parola lui stesso. Essa si posa nella vita di ognuno dopo l’ascolto e la penetra per darne forza, bellezza e coraggio. E fa comprendere, in fondo, la dignità della loro stessa esistenza, ‘una storia sacra’ scritta ai nostri giorni. Nelle lacrime, nelle gioie o nelle conquiste di povera gente che lotta, soffre e ama. Personaggi biblici di oggi. Essi hanno incontrato Dio, senza saperlo.





























