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Chi è malato guarisce solo se qualcuno lo abbraccia’, la Giornata per i Malati di Lebbra
Domenica si celebra la 73^ edizione della Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra, simboleggiata da un abbraccio che unisce e guarisce (‘Chi è malato guarisce solo se qualcuno lo abbraccia’) ed è un momento fondamentale per sensibilizzare l’opinione pubblica sul diritto alla salute di miliardi di persone, sulla lebbra e le altre malattie tropicali neglette. La Giornata Mondiale dei malati di Lebbra e, dopo qualche giorno di distanza, la Giornata internazionale delle malattie tropicali neglette, ricordano che queste patologie riguardano tutti, in quanto il diritto alla salute diventa concreto solo se tutte le persone possono ricevere cure e attenzioni.
Due elementi che contraddistinguono la campagna: l’abbraccio e una sola salute pongono l’attenzione sulla centralità della persona e non della malattia, sottolineando l’importanza dell’inclusione, della cura e del sostegno per chi è malato, a partire dalle persone colpite dalla lebbra e per tutti coloro che vivono ai margini della società.
Una sola salute è il concetto che ha ispirato la scelta dei prodotti solidali che verranno distribuiti nei banchetti delle città italiane: nei progetti di cooperazione internazionale AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau Ets che da oltre 60 anni è in prima linea nel mondo per la lotta alla lebbra e per garantire il diritto alla cura e all’inclusione per tutti) lavora con un approccio ‘One Health-una sola salute’, che riconosce l’interdipendenza tra salute umana, animale e ambientale. In quest’ottica, anche la scelta dei prodotti solidali della campagna di quest’anno assume un significato simbolico.
Infatti il miele, frutto della collaborazione tra ecosistemi e lavoro umano, è protagonista grazie alla collaborazione con l’Osservatorio Nazionale del Miele. L’azienda apistica ‘Luca Finocchio’ fornirà il Millefiori della campagna, mentre la bolognese ‘BeeBo’ realizzerà i saponi al miele e lavanda. La cooperativa CIM confezionerà grazie al lavoro di persone in fragilità i sacchetti di semi melliferi a sostegno della biodiversità ed Equo Mercato fornirà caramelle al miele, rafforzando il legame tra i valori dell’associazione quelli del commercio equo e solidale.
A Federica Dona, coordinatrice dell’Ufficio Raccolta Fondi e Comunicazione di AIFO, chiediamo di spiegarci il motivo per cui chi è malato guarisce con un abbraccio: “La guarigione non è solo un fatto clinico. Come ricorda lo slogan della Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra (‘Chi è malato guarisce solo se qualcuno lo abbraccia’) la cura passa anche dal riconoscimento della persona, dalla vicinanza, dal sentirsi accolti e non ridotti alla propria malattia. L’abbraccio è il simbolo di una relazione che restituisce dignità, combatte l’isolamento e rimette la persona al centro, non la patologia”.
E’ ancora difficile abbracciare un malato di lebbra?
‘Sì, spesso lo è. Non tanto per motivi sanitari. L’abbraccio va letto come un segno potente e universale. Non è solo un gesto fisico, ma un atto simbolico che dice: ‘tu conti, tu fai parte del mio mondo, la tua vita ha valore’. Quando ci prendiamo cura di chi è ai margini, non stiamo facendo un gesto ‘per qualcuno’, ma stiamo riaffermando un’idea di umanità che non esclude, che non scarta, che non ha paura della fragilità”.
Esiste una relazione tra abbraccio e cura?
“Esiste una relazione profonda. La cura efficace della lebbra richiede farmaci, diagnosi precoce e servizi sanitari di qualità, ma senza inclusione e sostegno umano il percorso resta incompleto. L’abbraccio rappresenta quella dimensione relazionale che permette alla cura di funzionare davvero, perché favorisce l’accesso ai servizi, riduce l’abbandono terapeutico e restituisce fiducia alla persona malata”.
Quanto è importante l’inclusione del malato di lebbra nella società?
“E’ fondamentale. AIFO ribadisce che l’inclusione è un elemento imprescindibile per superare stigma ed esclusione sociale. Senza inclusione non si raggiunge l’obiettivo ‘zero discriminazione’, uno dei tre pilastri del cammino verso un mondo senza lebbra, insieme a zero trasmissione e zero disabilità”.
In quale modo l’inclusione può dare libertà al malato?
“L’inclusione libera dalla paura, dalla vergogna e dall’isolamento. Permette alla persona di curarsi senza nascondersi, di mantenere relazioni familiari e sociali, di lavorare e partecipare alla vita della comunità. In questo senso l’inclusione non è solo un valore etico, ma una condizione concreta per prevenire disabilità, povertà e marginalizzazione”.
A san Francesco l’incontro con il lebbroso cambiò la vita: anche oggi è possibile?
“Sì, è possibile anche oggi dal momento in cui ci mettiamo in discussione, abbandoniamo il nostro egoismo occidentale. Abbracciare chi è malato di lebbra significa abbracciare l’umanità ferita, quella che spesso preferiamo non vedere. Significa riconoscere che la dignità non si perde con la malattia, con la disabilità o con la povertà. Anzi, è proprio lì che va difesa con più forza. L’abbraccio rompe il muro dell’isolamento, restituisce identità, ricuce legami spezzati dallo stigma e dalla discriminazione.
In questo senso, prendersi cura è un atto profondamente politico e umano insieme: vuol dire scegliere da che parte stare. Vuol dire costruire una società in cui nessuno è definito solo dalla propria malattia e in cui la guarigione non è solo l’assenza di un batterio, ma la possibilità di vivere pienamente, con diritti, relazioni e futuro.
E’ questo il cuore del messaggio di AIFO e della Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra: senza abbraccio non c’è cura completa, senza inclusione non c’è vera guarigione. Ed ogni volta che scegliamo di ‘abbracciare’, stiamo contribuendo a quella ‘Civiltà dell’Amore’ che non è un’utopia del passato, ma una responsabilità molto concreta del presente”.
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Allora è ancora attuale la ‘Civiltà dell’Amore’ di Raoul Follereau?
“E’ più che mai attuale. La ‘Civiltà dell’Amore’ si fonda sulla solidarietà, sulla dignità di ogni persona e sull’inclusione degli ultimi. Gli obiettivi che AIFO porta avanti da 65 anni (diritto alla cura, inclusione, lotta alla discriminazione) sono la traduzione concreta e contemporanea di quella visione, oggi necessaria quanto ieri. In queste settimane saremo nelle piazze e nelle parrocchie d’Italia con i prodotti solidali AIFO, le donazioni contribuiranno al sostegno dei progetti sociosanitari nel mondo. E’ anche possibile ordinare i prodotti online per chi non può recarsi ai banchetti (www.aifo.it/kit-salute)”.
(Tratto da Aci Stampa)
Al Meeting di Rimini il racconto del perdono
“Per questa 46^ edizione è stato scelto il titolo: ‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’. Una citazione che è anche una sfida, come tradizione per le giornate di Rimini. Abbiamo bisogno di costruttori di comunità. Costruttori di convivenza, di pace, di partecipazione, di solidarietà. Costruttori di una società capace di governare i mutamenti restando umana nelle fondamenta e nella civiltà. Non possiamo dare per scontate le conquiste che le precedenti generazioni ci hanno trasmesso. Libertà, democrazia, pace, modello sociale, vanno continuamente rigenerati nella fedeltà ai loro presupposti valoriali. Rigenerati e condivisi”.
Questo è stato il messaggio del presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, letto dal presidente della Fondazione del Meeting per l’Amicizia tra i Popoli, Bernhard Scholz, in apertura della kermesse riminese nel giorno in cui papa Leone XIV lo ha indetto per il digiuno e la preghiera. Ed anche se non tutti ha fatto digiuno la giornata è stata dedicata al dialogo ed al perdono con la testimonianza delle ‘Madri per la pace’, che hanno messo al centro il conflitto in Medio Oriente con il dialogo tra Layla al-Sheik, madre musulmana di Betlemme che ha perso un figlio piccolo, Qusay, nella Seconda Intifada; Elana Kaminka, israeliana, madre di Yannai, soldato ucciso il 7 ottobre 2023 e suor Azezet Habtezghi Kidane, religiosa comboniana eritrea, conosciuta anche come suor Aziza, che opera da anni in Israele e nei Territori Palestinesi, dopo esser stata missionaria in Sudan e in Eritrea.
Hanno raccontato un cammino lento e faticoso ma portatore di una speranza invincibile, in nome del futuro delle giovani generazioni israeliane e palestinesi: “Quando perdi un figlio, contestualmente, perdi anche la paura. Non temi più nulla”, ha detto Layla al-Sheikh, a cui ha fatto risonanza l’israeliana Elana Kaminka: “Bisogna immedesimarsi con l’avversario, cosa sei disposto a fare se raggiungi il culmine della disperazione? Che tipo di adulto puoi diventare se vivi soprusi continui, come succede ai bambini palestinesi? Ecco perché nessuno deve permettersi di uccidere nel nome di mio figlio”.
Elana (colpita negli affetti più cari, in un attacco ad opera di Hamas, ma non accecata per questo da odio etnico) è un’attivista impegnata nella promozione della pace e nella costruzione di ponti tra le comunità israeliane e palestinesi. E’ membro attivo di ‘Tag Me’ir’, organizzazione che offre supporto alle vittime di violenza razzista in Israele e volontaria con ‘Humans Without Borders’, collabora a un’opera assistenza umanitaria a bambini palestinesi malati, aiutandoli a raggiungere ospedali israeliani per cure mediche urgenti.
Ugualmente nelo stesso lavoro è impegnata a fare Layla, sul fronte mussulmano, perché la pace, oltre ad auspicarla e a pregare per essa, va costruita, coltivando il metodo del dialogo, della comprensione della solidarietà fra vittime sui diversi fronti. In questo lavoro di mediazione è impegnata la terza testimone dell’incontro, suor Aziza Kidane, da 12 anni in Terrasanta al servizio dei più poveri, infaticabile costruttrice di ponti tra israeliani e palestinesi.
Elana Kaminka, madre di quattro figli, ha perso il primogenito Yanai, giovane ufficiale di 21 anni, ucciso il 7 ottobre 2023 durante l’attacco di Hamas. Prima di morire, il figlio aveva salvato numerosi commilitoni e civili, come ha raccontato questa madre: “Yannai era mio figlio, ma anche un maestro. Credeva che il primo compito di un leader fosse amare le persone affidate alla sua responsabilità”. Dopo la tragedia, Elana ha scelto di unirsi al Parent Circle, associazione che riunisce genitori israeliani e palestinesi.
Anche Laila Al Shaikh, madre di cinque figli, ha raccontato la perdita del piccolo Qusay, morto a soli sei mesi durante la seconda intifada a causa di un ritardo imposto da un check point: “Per anni non ho parlato con i miei figli di quella ferita. Non volevo che crescessero con il desiderio di vendetta”. Dopo 16 anni ha avuto il coraggio di unirsi al Parent Circle: “La prima volta che ho visto israeliani e palestinesi ridere insieme, ho capito che l’altro non è un nemico, ma un essere umano”.
Ha fare da raccordo tra le due donne è stata la testimonianza di suor Aziza, che ha portato lo sguardo sulle comunità più vulnerabili: i beduini della Cisgiordania, i profughi, i più poveri dei poveri: “Abbiamo imparato che l’incontro con l’altro nasce dall’ascolto e dal riconoscimento della sua dignità… Quando si vede il volto dell’altro, si vede il volto di Dio. Solo così è possibile il perdono”.
In questo modo le tre protagoniste hanno testimoniato come il perdono non sia un atto immediato né scontato, ma un cammino personale e comunitario, come ha raccontato Laila Al Shaikh attraverso l’incontro con un ex soldato israeliano che anni prima le aveva impedito di raggiungere l’ospedale: “Per me è stato come rivivere la morte di mio figlio. Ma il suo coraggio nel confessare la verità mi ha spinta a perdonarlo”. Ed ha condannato Hamas, affermando che per alcuni anni ha dubitato anche dell’esistenza di Dio:
“Ho condannato Hamas perché quello non è l’Islam in cui credo. Credo che Dio parli sempre di pace. Nell’Islam la prima cosa che si dice quando si incontra qualcuno è ‘Salaam alekum’, che significa ‘La pace sia con te’. Anche in ebraico si dice ‘Shalom’, che vuol dire ‘pace a te’, e quindi Dio è amore e amore e pace. Non si parla di omicidi, di uccisione. Purtroppo alcune persone spiegano le regole come vogliono e le interpretano a modo loro. E giustificano quello che fanno. Anche nell’ebraismo e nel cristianesimo fanno la stessa cosa. Ma questo non è l’Islam, l’Islam parla di amore”.
Per questo Elana Kaminka ha sottolineato che ‘non possiamo vivere di generalizzazioni’, raccontando la scelta del secondo figlio di servire nell’esercito, che è obbligatorio, come paramedico: “Ha deciso che il suo compito sarà salvare vite, non toglierle. E’ questo l’esempio che vogliamo dare”. Però non ha risparmiato le critiche al governo israeliano: “Non ha rispetto per la vita, né per quella dei palestinesi, né per quella degli ostaggi, non permettendo la loro liberazione. Per l’ebraismo la vita è il valore più importante, ma la gente al potere oggi, si vede che non conosce i valori della nostra religione”.
La prima giornata è stata chiusa dalla presentazione della mostra ‘Un’esplosione di vita. San Francesco’, a cui hanno partecipato Maria Pia Alberzoni, già professoressa di Storia medievale, Università Cattolica del Sacro Cuore; Davide Rondoni, poeta e presidente Comitato nazionale per l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi; Marco Villani, vicesegretario generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri; fra Francesco Piloni, ministro della Provincia dei Frati Minori dell’Umbria: “Nel Cantico delle Creature, quando aggiunge la strofa: Laudato si, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, san Francesco colloca il perdono al centro di quella rete di relazioni che costituisce il tessuto della vita. Quanto è attuale questa parola oggi!”
‘Premio Campione’ a Simone Feder per vincere l’indifferenza
“Per me, essere qui oggi significa soprattutto: dare voce a chi voce non ha. Da oltre 8 anni siamo presenti al ‘Bosco’ di Rogoredo, insieme a tanti volontari e associazioni, in quella che è a tutti gli effetti una frontiera esistenziale. Un luogo/non-luogo dove l’emblema è la disperazione, dove le storie sembrano consumarsi nel silenzio, e dove ogni giorno si combatte una battaglia silenziosa contro l’indifferenza”: ha esordito con queste parole lo psicologo Simone Feder, educatore alla ‘Casa del Giovane’ di Pavia, che alcuni giorni fa a Milano ha ricevuto il ‘Premio Campione’ istituito dai City Angels e dal loro fondatore Mario Furlan, destinato ai ‘campioni’ di solidarietà, di legalità e di civismo, giunto alla 24^ edizione.
Quest’anno sono stati 10 i vincitori scelti da una giuria composta dai direttori di prestigiose realtà dell’informazione italiana e milanese (Affaritaliani.it, Ansa, Avvenire, Corriere della Sera, Famiglia Cristiana, Fanpage, La Gazzetta dello Sport, Il Giornale, Il Giorno, Leggo, Libero, Mediaset news, Milano Today, Mi-Tomorrow, Nuovo, Rai Lombardia, Radio Lombardia, La Repubblica, Wikimedia, Wikimilano), a cui si è aggiunto anche un undicesimo vincitore, il ‘Campione della gente’, scelto online da oltre 50.000 clienti e follower di Coop Lombardia tra una rosa di 10 nomi.
I dieci vincitori della 24^ edizione del Premio Campione sono Luca Biganzoli, general manager di Progetto Urania; Volontariato Federica Sharon Biazzi; Cooperativa sociale il Granello; Alessandro Tappa, presidente e fondatore di Sport Senza Frontiere; Ezio Indiani, direttore dell’Hotel Principe di Savoia di Milano; Federica Guglielmini, scrittrice ed educatrice, e don Luigi Scarlino, parroco di Sant’Angelo di Rozzano; Ilaria Sottotetti, avvocata; Simone Feder, educatore e psicologo; Stefania Cimbanassi, medico e professoressa associata di Chirurgia Generale presso l’Università degli Studi di Milano; Cristina Cattaneo, docente di medicina legale, antropologa forense, fondatrice del Labanof (Laboratorio di antropologia e odontologia forense dell’Università degli studi di Milano).
Mentre il vincitore del premio ‘Campione della gente’ è stato Davide Acito, fondatore di ‘Action Project Animal’ ed il Premio Campioncino è stato vinto dall’Istituto Comprensivo ‘Giuseppe Calasanzio’, che fa parte del plesso scolastico ‘G.L. Radice’.
Nel ringraziamento per il premio Simone Feder ha sottolineato l’importanza della presenza: “Esserci’ per noi non è solo una scelta: è un atto di responsabilità, di umanità, di amore. Significa arrivare prima che la speranza si spenga, prima che ogni scintilla si perda. Esserci significa saper guardare negli occhi la sofferenza senza distogliere lo sguardo, lasciarci toccare, interrogare, ferire anche… perché è solo attraversando il dolore dell’altro che possiamo davvero accompagnarlo verso un percorso di cura, di dignità, di vita”.
Ed ecco il racconto delle vite dei giovani incontrati in questo ‘bosco’ con la speranza di ricostruire ponti: “Abbiamo incontrato tanti giovani in questi anni, tanti volti, tante storie spezzate. Molti di loro sono riusciti a varcare la soglia delle comunità, ad avviare un cammino. Molte famiglie, disperate e isolate, hanno potuto sentire un soffio di speranza grazie a una nostra chiamata, a un messaggio, al semplice sapere che c’era ancora qualcuno che ascoltava i loro figli, qualcuno che era diventato un punto di riferimento. Spesso l’unico. Quel ponte fragile tra loro e il mondo che sembrava averli dimenticati, lo abbiamo costruito insieme, giorno dopo giorno, con presenza, ascolto, fatica e tanta umiltà”.
Questo premio è un riconoscimento per i giovani che vivono nel ‘bosco’ e vogliono ritornare a vivere: “Ricevere questo riconoscimento oggi lo sento come un segno prezioso di attenzione verso chi vive ai margini, verso chi troppo spesso viene escluso anche dal pensiero collettivo. Lo accolgo a nome di tutte le persone che non si voltano dall’altra parte, che ogni giorno scelgono di ‘esserci’, nel silenzio, nella notte, nella fatica. Lo dedico a chi ancora è là, al Bosco, in attesa di essere visto. E a chi, con coraggio, ha scelto di tornare alla vita”.
(Foto: Comune di Milano)
Matteo Ricci, il dialogo tra le culture e il dialogo con il mondo di oggi
Matteo Ricci (Macerata 1552 – Pechino 1610), esperto nelle scienze, come nelle lettere, sinologo, cartografo e matematico, dopo essere stato ordinato sacerdote nella Compagnia di Gesù in India, nel 1582 parte per una missione verso Macao. Uomo onnisciente e profondo conoscitore del Rinascimento europeo, favorisce la relazione tra le due civiltà più importanti della storia del tempo: l’Europa cristiana, impregnata di Umanesimo e di Rinascimento, e la Cina, sotto la dinastia dei Ming. Porta avanti con tenacia questo incontro di culture, che si estende, in particolare, a temi di astronomia, costumi, governo, principi etici e verità rivelata.
Questa è l’essenza del libro ‘La forza del dialogo. Matteo Ricci ponte tra Europa e Cina’, scritto dalla prof.ssa Luciana Salvucci, con saggi di Andrea Fazzini, Frediano Salvucci, Francesco Solitario, Antonio Spadaro, Antonio De Caro, con la postfazione di Dario Grandoni e la prefazione di Luigi Lacchè, che scrive: “Maestro d’Europa, ma anche, secondo un altro titolo onorifico, ‘Studioso confuciano del grande Occidente’, Ricci compì uno sforzo inedito per avvicinarsi all’antropologia culturale cinese mettendo da parte, per quanto possibile, ogni pregiudizio e sentimento di pretesa superiorità”.
Queste pagine ricostruiscono l’esperienza storica di Matteo Ricci ed il primo significativo incontro tra il sapere occidentale e quello cinese, avvenuto negli anni che vanno dagli ultimi decenni del 1500 ai primi del 1600. L’obiettivo è quello di riproporre, come esempio, l’operato di Ricci, la sua tensione verso una conciliazione, attraverso argomentazioni razionali, tra una società basata su tradizioni millenarie con dottrine etiche non facilmente compatibili e la visione della vita derivante dal Vangelo e dalla teologia cristiana.
Per quale motivo un libro su p. Matteo Ricci?
“Mi interessano l’ingegno umano, l’idea del bene e ritengo importante il dialogo costruttivo tra persone e popoli. Padre Matteo Ricci rappresenta questo per tre motivi: è missionario in Oriente, scienziato, scrittore, sinologo, cartografo, matematico; contribuisce al confronto tra fede e scienza, teorizza il dialogo e l’amicizia tra popoli e persone. L’opera travalica i generi classici di scrittura (per esempio poema, teatro), esplora nuove forme espressive basate su un interscambio tra nuovo linguaggio e rimandi alla classicità. La precede un saggio di Andrea Fazzini: ‘La dimensione teatrale dell’opera’. Autore della postfazione è Dario Grandoni, presidente della ‘Fondazione p. Matteo Ricci’, con la quale si è collaborato per la pubblicazione e la presentazione”.
Per quale motivo ha cercato un dialogo con l’Oriente?
“Matteo Ricci, uomo onnisciente e conoscitore del Rinascimento europeo, favorisce la relazione tra le due civiltà più importanti della storia del tempo: l’Europa cristiana, impregnata di Umanesimo e di Rinascimento, e la Cina, sotto la dinastia dei Ming. Porta avanti con tenacia questo incontro di culture, che si estende, in particolare, a temi di astronomia, costumi, governo, principi etici e verità rivelata”.
In quale modo ha cercato di coniugare la sapienza occidentale con la sapienza orientale?
“E’ un grande merito del gesuita aver fatto conoscere alla Cina la cultura europea, coinvolgendo importanti ‘literati’ e funzionari cinesi a lui contemporanei e contribuendo ad abbattere il muro di reciproco sospetto. Egli riesce a conquistare rispetto e ammirazione attraverso la conoscenza del pensiero cinese e mettendo a disposizione il sapere occidentale, in particolare l’arte della memoria, la matematica, la geografia e l’astronomia. Ricci rileva delle somiglianze tra la cultura confuciana e le filosofie greca e latina. Al tempo stesso, il tema dell’amicizia è fondamentale anche nel confucianesimo, in cui i rapporti con gli uomini e i familiari sono la base, secondo Confucio, su cui si costruisce uno Stato solido e duraturo”.
E’ possibile una ‘conciliazione’ tra culture?
“E’ possibile attraverso il dialogo. Nella scena ‘Dialogo sulla dottrina del Signore del Cielo’, si riporta il dialogo tra il pensiero di un letterato cinese e quello di un letterato occidentale, in parte tratto dall’opera di Matteo Ricci ‘Il vero significato del Signore del Cielo’. E’ anche possibile attraverso l’unità di armonia, sapienza e bellezza. Nell’Epilogo le parole finali della Madre del Cielo cercano di descrivere lo stato di bellezza, gioia, sapienza e amore, di un aldilà, che ricorda la vita nella terra secondo virtù. E’ proprio partendo dai principi di unità, sapienza e armonia che la cultura cinese e quella europea possono trovare un punto di incontro. E’ partendo dalla diversità come risorsa e dalla combinazione di diverse arti, che con amicizia e armonia, le due società possono dialogare sui diversi piani culturale, antropologico, teleologico e scientifico”.
Negli anni scorsi ha pubblicato anche un oratorio sacro su p. Ricci (‘Alla corte del signore del cielo’): quanto è importante il gesuita maceratese per il dialogo interreligioso?
“Padre Matteo Ricci è consapevole che il dialogo con la Cina sia importante per la convivenza pacifica tra i popoli e per la diffusione del cristianesimo nel mondo, per questo non crea dei cortocircuiti né sminuisce la grande cultura di quel popolo, imponendo una visione occidentale. Capisce che in Cina deve confrontarsi con una civiltà grande al pari di quella europea. E’ consapevole della sfida e l’accetta, utilizzando, oltre la Bibbia, la mediazione del pensiero confuciano, del pensiero umanistico e in particolare del pensiero scientifico”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco invita il Movimento per la Vita a difendere la dignità della maternità
“Conosco il valore del servizio che rendete alla Chiesa e alla società. Insieme alla solidarietà concreta, vissuta con lo stile della vicinanza e della prossimità alle mamme in difficoltà per una gravidanza difficile o inattesa, voi promuovete la cultura della vita in senso ampio. E cercate di farlo con franchezza, amore e tenacia, tenendo strettamente unita la verità alla carità verso tutti. Vi guidano in questo gli esempi e gli insegnamenti di Carlo Casini, che aveva fatto del servizio alla vita il centro del suo apostolato laicale e del suo impegno politico”: dal Policlinico ‘Gemelli’ papa Francesco ha inviato un messaggio, letto dal segretario di Stato, card. Pietro Parolin, in occasione del 50^ anniversario di fondazione del Movimento per la Vita, 50°, esortando a continuare il servizio alla vita umana più fragile ed emarginata.
Ed ha ripercorso questa storia di tutela della maternità: “L’occasione che vi ha radunati a Roma è importante: il cinquantesimo anniversario del Movimento per la Vita, il cui primo germoglio è stato il Centro di Aiuto alla Vita nato a Firenze nel 1975. Da allora, in tutta Italia, i Centri di Aiuto alla Vita si sono moltiplicati. E ad essi si sono aggiunti le Case di Accoglienza, i servizi SOS Vita, il Progetto Gemma e le Culle per la vita. Innumerevoli iniziative sono state intraprese per promuovere a tutti i livelli della società la cultura dell’accoglienza e dei diritti dell’uomo. Perciò vi incoraggio a portare avanti la tutela sociale della maternità e l’accoglienza della vita umana in ogni sua fase”.
Nel messaggio papa Francesco ha ribadito la necessità di ‘combattere’ la cultura dello scarto: “In questo mezzo secolo, mentre sono diminuiti alcuni pregiudizi ideologici ed è cresciuta tra i giovani la sensibilità per la cura del creato, purtroppo si è diffusa la cultura dello scarto. Pertanto, c’è ancora e più che mai bisogno di persone di ogni età che si spendano concretamente al servizio della vita umana, soprattutto quando è più fragile e vulnerabile; perché essa è sacra, creata da Dio per un destino grande e bello; e perché una società giusta non si costruisce eliminando i nascituri indesiderati, gli anziani non più autonomi o i malati incurabili”.
Per questo ha ricordato l’importanza della civiltà dell’amore: “Care sorelle e cari fratelli, siete venuti da tante parti d’Italia per rinnovare ancora una volta il vostro ‘sì’ alla civiltà dell’amore, consapevoli che liberare le donne dai condizionamenti che le spingono a non dare alla luce il proprio figlio è un principio di rinnovamento della società civile. E’ sotto gli occhi di tutti, infatti, come oggi la società sia strutturata sulle categorie del possedere, del fare, del produrre, dell’apparire”.
E’ stato un ‘elogio’ all’impegno per la dignità della persona: “Il vostro impegno, in armonia con quello di tutta la Chiesa, indica una progettualità diversa, che pone al centro la dignità della persona e privilegia chi è più debole. Il concepito rappresenta, per eccellenza, ogni uomo e donna che non conta, che non ha voce. Mettersi dalla sua parte significa farsi solidali con tutti gli scartati del mondo. E lo sguardo del cuore che lo riconosce come uno o una di noi è la leva che muove questa progettualità”.
Infine ha raccomandato di scommettere sulle donne: “Continuate a scommettere sulle donne, sulla loro capacità di accoglienza, di generosità e di coraggio. Le donne devono poter contare sul sostegno dell’intera comunità civile ed ecclesiale, e i Centri di Aiuto alla Vita possono diventare un punto di riferimento per tutti. Vi ringrazio per le pagine di speranza e di tenerezza che aiutate a scrivere nel libro della storia e che rimangono incancellabili: portano e porteranno tanti frutti”.
Don Raffaele Ponticelli racconta il Cuore di Cristo
“Il suo cuore aperto ci precede e ci aspetta senza condizioni, senza pretendere alcun requisito previo per poterci amare e per offrirci la sua amicizia: Egli ci ha amati per primo (1 Gv 4,10). Grazie a Gesù ‘abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi’ (1 Gv 4,16). Per esprimere l’amore di Gesù si usa spesso il simbolo del cuore. Alcuni si domandano se esso abbia un significato tuttora valido. Ma quando siamo tentati di navigare in superficie, di vivere di corsa senza sapere alla fine perché, di diventare consumisti insaziabili e schiavi degli ingranaggi di un mercato a cui non interessa il senso della nostra esistenza, abbiamo bisogno di recuperare l’importanza del cuore”: scrive papa Francesco ad inizio dell’enciclica ‘Dilexit nos’.
Partiamo da questo incipit dell’enciclica papa per un dialogo sull’importanza del cuore con don Raffaele (Lello) Ponticelli, docente di psicologia nella Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, psicologo-psicoterapeuta, autore del libro ‘Cuore di Cristo Cuore di Uomo’ e membro della Commissione per l’Anno Santo dell’arcidiocesi di Napoli, che ha invitato a riflettere sul magistero pedagogico del papa:
“Riflettendo sul magistero pedagogico di papa Francesco mi è parso di individuare due passi concreti per avanzare in quell’educazione emotivo-affettiva che molti invocano: un passo è quello di percorrere la strada nei sentimenti di Cristo (lo disse al Convegno ecclesiale nazionale di Firenze 2015), l’altro è dato dall’acquisizione dello stile del Samaritano (qui la citazione è dall’enciclica ‘Fratelli tutti’), stile che sintetizza quei sentimenti in un’empatia che si eleva a compassione… Ancora papa Francesco, in un convegno sulla sfida educativa a Roma nel 2017, indicava come necessaria una alfabetizzazione socio-integrata, cioè un’educazione basata sull’intelletto (la testa), gli affetti (il cuore) e l’agire (le mani)”.
Allora, quanto è importante il cuore?
“Quanto la persona stessa e l’intero mondo! Il papa dedica il primo capitolo dell’enciclica ad esplorare quest’importanza, perché nel cuore è simboleggiato tutto il paradosso umano: mistero di limite e d’infinito, di drammatico e di bello, affascinante. Il cuore è simbolo di tutta la persona, del sacrario suo più intimo, luogo di orientamenti e decisioni radicali dove si gioca la partita del tempo e dell’eternità. Gesù nel Vangelo ce lo ricorda (Mc7,14-23) e ci offre la medicina della misericordia e dell’amore di Dio per guarirlo dalla sclerosi (sclerocardia) e renderlo capace di amare alla Sua stessa maniera”.
Qual è la differenza tra il cuore di Cristo e il cuore dell’uomo?
“Cristo ha amato con cuore d’ uomo’, è scritto nella Costituzione pastorale ‘Gaudium et Spes’. Allora verrebbe da dire che non c’è alcuna differenza. Ma il Cuore di Cristo è anche il Cuore di Dio stesso: ama in modo imperituro, senza inquinamenti o riserve. Attraversato umanamente, come il nostro, da lotte (le tentazioni, l’esperienza del Getsemani) non s’è piegato, perché libero e unificato.
Il cuore umano invece soffre in se stesso una divisione, è baratro che può anche esser invaso dal male, dalla chiusura a Dio, agli altri, a se stesso. Perciò il Cuore di Cristo, in quanto Cuore di Dio e Cuore dell’uomo sognato da Dio, è paradigma di com’è chiamato a diventare il nostro cuore, per creazione e per redenzione. Non c’è che una tristezza al mondo: parafrasando Peguy, quella di non avere ancora in noi i sentimenti del Cuore di Cristo”.
Perché ‘solo con il cuore si vede bene’?
“Non con qualsiasi cuore! Anche ‘Il Piccolo Principe’ sarebbe d’accordo. Un cuore inquinato (dall’odio, dall’indifferenza…) potrebbe vedere in modo distorto o non vedere affatto! Si vede bene solo col cuore quando il cuore è nelle sue migliori condizioni, allora vede con l’occhio dell’amore allungando lo sguardo oltre l’apparenza, la superficialità… Le sue ragioni vanno oltre la ragione (Pascal), superandola non per disprezzo, ma per luminosità e compassione, di cui il cuore è pur sempre capace”.
Di quanti cuori racconta nel libro?
“Di quelli che pulsano in ciascuno di noi, più o meno consapevolmente. Ma il libro desidera soprattutto lasciar intravedere il Cuore di Cristo e la ricchezza dei suoi sentimenti, affinché ciascuno possa sentirne l’eco, il fascino, la nostalgia e gioire della loro presenza che, talvolta segreta, ci fa amare come Cristo ama. Non a caso le domande per la riflessione personale e le briciole di meditazioni, poste alla fine d’ogni capitolo, sono un invito a scavare nei desideri del nostro cuore e scalare quelli del Cuore di Cristo, per diventare umile implorazione in una semplice giaculatoria”.
In quale modo è possibile imparare da Gesù la mitezza del cuore?
“Chiedendola nella preghiera e mettendosi continuamente alla scuola del Vangelo e dei Santi, con un discepolato permanente, faticoso e gioioso insieme, nella certezza che Gesù non ce lo avrebbe chiesto (imparate da me che sono mite e umile di cuore) senza darci i mezzi per apprenderne l’arte. Sono mezzi anzitutto quelli della grazia dei Sacramenti: l’Eucaristia, la Riconciliazione. Lo è l’accompagnamento spirituale ed ogni altro aiuto a riconoscere la propria aggressività, a gestirla rieducandosi allo stile di non violenza, amorevolezza, perdono: vero antidoto in una società spesso ostile e rancorosa. La mitezza di Gesù non è dabbenaggine ma occasione per la rivoluzione della tenerezza che disarma il cuore, la parola e le mani”.
Quale cuore occorre per contribuire alla costruzione della civiltà dell’amore?
Solo quello che permette allo Spirito di trapiantare in noi i sentimenti del Cuore di Cristo. E’ stata la consegna di Papa Francesco a Firenze, nel 2015: invitava la Chiesa italiana a contribuire ad un nuovo umanesimo tornando ai sentimenti di Cristo: umiltà, disinteresse, beatitudine”.
Com’è possibile avere un cuore umile?
“C’è da ricordare, anzitutto, che l’umiltà passa per la via dell’umiliazione… Umile lo diventa un cuore che si abbassa e scende con la stessa umiltà di Dio. In Cristo Dio è sceso: da onnipotente ha accettato i limiti e l’onnidebolezza dell’amore, da creatore si è fatto creatura, da Re s’è fatto servo chinandosi ai nostri piedi per lavarli, da innocente s’è fatto peccato. Da Altissimo a Bassissimo. È disceso agli inferi, ora Risorto vive e non disdegna di vivere in noi donandoci la stessa sua umiltà quando accettiamo di seguirne le orme”.
(Tratto da Aci Stampa)
Giornata dei Malati di Lebbra: chi è malato guarisce solo se qualcuno lo abbraccia
Ogni anno, l’ultima domenica di gennaio, si celebra la Giornata Mondiale dei malati di Lebbra ed, a qualche giorno di distanza, la Giornata Internazionale delle malattie tropicali neglette. Sono occasioni per ricordare l’attualità di queste gravi patologie e per ribadire che il diritto alla salute è reale e concreto solo se ogni persona malata riceve le giuste attenzioni e cure. I malati di lebbra sono ancora oggi l’emblema dell’esclusione sociale, di un isolamento che spesso li condanna alla povertà e alla disabilità. Sono milioni gli uomini e le donne invisibili, che non hanno accesso alla sanità di base e non godono di alcun sostegno.
La Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra GML di quest’anno, sotto l’Altro Patronato del Presidente della Repubblica, giunta alla 72^ edizione, rappresenta per AIFO un momento fondamentale per sensibilizzare l’opinione pubblica sul diritto alla salute di miliardi di persone, sulla lebbra e le altre malattie tropicali neglette. Il tema scelto per il 2025 è l’abbraccio come concetto che unisce: ‘Chi è malato guarisce solo se qualcuno lo abbraccia’, pone l’accento sulla centralità della persona e non della malattia e sottolinea l’importanza dell’inclusione, della cura e del sostegno per chi è malato, a partire dalle persone colpite dalla lebbra e per tutti coloro che vivono ai margini della società.
Molti credono che la lebbra e le malattie tropicali neglette siano ormai debellate o sopravvivano solo in pochi e sperduti luoghi. Queste patologie colpiscono ogni anno 1.700.000.000 persone nel mondo, tra cui molti bambini (il 50% delle persone malate ha meno di 14 anni), causando disabilità ed emarginazione. Inoltre, il tema delle malattie tropicali neglette si intreccia con altre grandi questioni del presente, come le migrazioni, i cambiamenti climatici, la globalizzazione, l’intensificarsi dei flussi turistici.
Alla coordinatrice della comunicazione e della raccolta fondi di AIFO, Federica Dona, chiediamo di spiegarci il motivo per cui un malato guarisce solo con un abbraccio: “Con lo slogan ‘Un malato guarisce solo se qualcuno lo abbraccia’ si intende sottolineare che la guarigione non riguarda solo il trattamento medico, ma anche l’impegno collettivo e la solidarietà verso le persone colpite da malattie dimenticate, come la lebbra. Questo abbraccio simbolico rappresenta la volontà di farsi carico delle necessità di chi troppo spesso è emarginato, sensibilizzando la società e garantendo un sostegno che va oltre la cura fisica. Solo così è possibile restituire dignità, speranza e inclusione ai malati”.
Nella malattia quanto è importante l’inclusione?
“L’inclusione sociale è fondamentale nel trattamento della lebbra. L’emarginazione e la discriminazione aggravano le sofferenze dei malati, mentre l’accoglienza ed il supporto della comunità favoriscono la guarigione fisica e mentale. Un semplice gesto come un abbraccio può avere un impatto psicologico positivo, aiutando a combattere l’isolamento e promuovendo il benessere complessivo dell’individuo”.
Perché stare bene è un diritto?
“Il diritto alla salute è un principio fondamentale riconosciuto a livello internazionale. Non si limita alla semplice assenza di malattia, ma comprende una serie di fattori determinanti per il benessere individuale e collettivo. Secondo AIFO, il diritto alla salute include non solo l’accesso ai servizi sanitari, ma anche ad altri elementi essenziali come un’istruzione, una lavoro, una rete sociale di appartenenza. Garantire questi diritti significa promuovere l’inclusione sociale, l’uguaglianza e la dignità per ogni individuo, assicurando che nessuno venga lasciato ai margini della società e quindi della salute nel suo senso più pieno ed olistico”.
Per quale motivo oggi la lebbra ancora esiste?
“Nonostante la diminuzione dei casi dagli anni in cui s è scoperta la cura ad oggi, la lebbra continua a essere presente in oltre 120 paesi, soprattutto in Africa, Asia e America Latina a causa di condizioni socioeconomiche precarie: la povertà estrema limita l’accesso a servizi sanitari adeguati e favorisce la diffusione della malattia. Mancanza di igiene e alimentazione insufficiente: questi fattori indeboliscono il sistema immunitario, aumentando la vulnerabilità all’infezione.
Sistemi sanitari deboli: in molte regioni, le infrastrutture sanitarie sono insufficienti per garantire diagnosi precoci e trattamenti tempestivi. Stigma e discriminazione: il pregiudizio associato alla lebbra porta spesso all’emarginazione dei malati, impedendo loro di cercare e ricevere cure appropriate.
Per eliminare definitivamente la lebbra, è fondamentale affrontare questi problemi attraverso interventi integrati che migliorino le condizioni di vita, rafforzino i sistemi sanitari e promuovano l’inclusione sociale. Questa la strategia che AIFO persegue per arrivare a zero disabilità, zero trasmissione, zero discriminazione”.
‘a carità è la proiezione del volto di Cristo sul viso del povero, del sofferente, del perseguitato’: diceva in un discorso del 1955. In quale modo è possibile rendere concreta la ‘Civiltà dell’Amore’, quest’appello di Raoul Follereau?
“La ‘Civiltà dell’Amore’ auspicata da Raoul Follereau è possibile solo se scegliamo di vedere nell’amore e nella solidarietà la chiave per trasformare il mondo. È un richiamo a superare l’indifferenza e a mettere in pratica un amore che diventa azione, che cura le ferite, abbatte le barriere e costruisce un futuro più umano per tutti. E’ quindi necessario che ciascun individuo faccia la propria parte per promuovere la solidarietà, l’inclusione e il rispetto dei diritti umani, combattendo le disuguaglianze e garantendo a tutti l’accesso alle cure e a una vita dignitosa”.
Brevemente, chi è Aifo?
“La nostra storia ha inizio nel 1961, a Bologna, quando un gruppo di missionari comboniani e di volontari decide di fondare un’associazione espressamente ispirata ai valori di amore e giustizia diffusi da Raoul Follereau. A muoverli è il desiderio di lavorare al fianco degli ultimi della terra, gli esclusi, i più fragili, per favorire la loro partecipazione alla vita sociale, per riscattare la loro dignità e per difendere i loro diritti. Il primo impegno concreto che AIFO assume, in linea con l’azione di Follereau, è il contrasto alla lebbra. Il malato di lebbra, infatti, era (e molto spesso è ancora) il simbolo stesso dell’emarginazione: privato di cure, di lavoro, di relazioni. Con il tempo, l’impegno contro la lebbra è diventato l’impegno contro tutte le lebbre, cioè le ferite più profonde della società: emarginazione, ingiustizia, povertà, egoismo”.
Papa Francesco ad Ajaccio con l’invito a riscoprire la pietà popolare
“Le terre bagnate dal mar Mediterraneo sono entrate nella storia e sono state la culla di molte civiltà che hanno raggiunto un notevole sviluppo. Ricordiamo, in particolare, quella greco-romana e quella giudeo-cristiana, che attestano la rilevanza culturale, religiosa, storica di questo grande ‘lago’ in mezzo a tre continenti, di questo mare unico al mondo che è il Mediterraneo”: questa mattina papa Francesco ad Ajaccio ha partecipato alla sessione conclusiva del convegno ‘La Religiosité Populaire en Mediterranée’ sulla pietà popolare e della spiritualità nel Mediterraneo.
Quindi ha sottolineato che nel Mediterraneo sono sorte le culture che hanno dato origine al pensiero greco e latino: “Non possiamo dimenticare che nella letteratura classica, quella greca e quella latina, spesso il Mediterraneo è stato lo scenario ideale per la nascita di miti, racconti e leggende. Come pure il fatto che il pensiero filosofico e le arti, insieme con le tecniche di navigazione, permisero alle civiltà del Mare nostrum di sviluppare una cultura elevata, di aprire vie di comunicazione, di costruire infrastrutture e acquedotti e, ancor più, sistemi giuridici e istituzioni di notevole complessità, i cui principi di base sono ancora oggi validi e attuali”.
Da questi luoghi è sorta anche l’esperienza religiosa: “Tra il Mediterraneo e il vicino Oriente, ha avuto origine una esperienza religiosa del tutto particolare, legata al Dio di Israele, che si rivela all’umanità e inizia un incessante dialogo con il suo popolo, culminando nella presenza singolare di Gesù, il Figlio di Dio. È Lui che ha fatto conoscere in modo definitivo il volto del Padre, Padre suo e nostro, e che ha portato a compimento l’Alleanza tra Dio e l’umanità”.
Ed ha ribadito che è un grave errore contrapporre cultura cristiana e cultura laica: “Sono passati più di duemila anni dall’Incarnazione del Figlio di Dio e tante sono state le epoche e le culture che si sono succedute. In alcuni momenti della storia la fede cristiana ha informato la vita dei popoli e le sue stesse istituzioni politiche, mentre oggi, specialmente nei Paesi europei, la domanda su Dio sembra affievolirsi e ci si scopre sempre più indifferenti nei confronti della presenza e della sua Parola. Tuttavia, bisogna essere cauti nell’analisi di questo scenario, per non lasciarsi andare in considerazioni frettolose e giudizi ideologici che, talvolta ancora oggi, contrappongono cultura cristiana e cultura laica. Questo è uno sbaglio!”
Infatti occorre una reciproca ‘apertura’ per cercare valori fondamentali: “Al contrario, è importante riconoscere una reciproca apertura tra questi due orizzonti: i credenti si aprono con sempre maggiore serenità alla possibilità di vivere la propria fede senza imporla, viverla come lievito nella pasta del mondo e degli ambienti in cui si trovano; e i non credenti o quanti si sono allontanati dalla pratica religiosa non sono estranei alla ricerca della verità, della giustizia e della solidarietà, e spesso, pur non appartenendo ad alcuna religione, portano nel cuore una sete più grande, una domanda di senso che li conduce a interrogare il mistero della vita e a cercare valori fondamentali per il bene comune”.
Per realizzare tale connubio è importante riscoprire la pietà popolare: “La pietà popolare, esprimendo la fede con gesti semplici e linguaggi simbolici radicati nella cultura del popolo, rivela la presenza di Dio nella carne viva della storia, irrobustisce la relazione con la Chiesa e spesso diventa occasione di incontro, di scambio culturale e di festa (è curioso: una pietà che non sia festosa non ha ‘un buon odore’, non è una pietà che viene dal popolo, è troppo ‘distillata’). In questo senso, le sue pratiche danno corpo alla relazione con il Signore e ai contenuti della fede… I piccoli passi che ti portano avanti. La pietà popolare è una pietà che viene coinvolta con la cultura, ma non confusa con la cultura. E fa dei piccoli passi”.
Però ha messo in guardia a non strumentalizzare la pietà popolare: “Quando la pietà popolare riesce a comunicare la fede cristiana e i valori culturali di un popolo, unendo i cuori e amalgamando una comunità, allora ne nasce un frutto importante che ricade sull’intera società, e anche sulle relazioni tra le istituzioni politiche, sociali e civili e la Chiesa. La fede non rimane un fatto privato (dobbiamo stare attenti a questo sviluppo, direi, eretico della privatizzazione della fede; i cuori si amalgamano e vanno avanti…), un fatto che si esaurisce nel sacrario della coscienza, ma (se intende essere pienamente fedele a sé stessa) comporta un impegno e una testimonianza verso tutti, per la crescita umana, il progresso sociale e la cura del creato, nel segno della carità”.
E’ un invito a riscoprire le opere derivanti dalla pietà popolare: “Proprio per questo, dalla professione della fede cristiana e dalla vita comunitaria animata dal Vangelo e dai Sacramenti, lungo i secoli sono nate innumerevoli opere di solidarietà e istituzioni come ospedali, scuole, centri di assistenza (in Francia sono molte!), in cui i credenti si sono impegnati a favore dei bisognosi e hanno contribuito alla crescita del bene comune. La pietà popolare, le processioni e le rogazioni, le attività caritative delle confraternite, la preghiera comunitaria del santo Rosario e altre forme di devozione possono alimentare questa (mi permetto di qualificarla così) ‘cittadinanza costruttiva’ dei cristiani. La pietà popolare ti dà una cittadinanza costruttiva!”
Riprendendo il pensiero di papa Benedetto XVI il papa ha concluso il discorso, sottolineando la necessità anche di una ‘sana’ laicità: “Ne deriva la necessità che si sviluppi un concetto di laicità non statico e ingessato, ma evolutivo, dinamico, capace di adattarsi a situazioni diverse o impreviste, e di promuovere una costante collaborazione tra autorità civili ed ecclesiastiche per il bene dell’intera collettività, rimanendo ciascuno nei limiti delle proprie competenze e del proprio spazio… Così Benedetto XVI: una sana laicità, ma accanto una religiosità. Si rispettano i campi”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco invita a riscoprire il genio femminile
Questa mattina papa Francesco ha ricevuto i membri del comitato permanente di ‘Manos Unidas – Comité Católico de la Campaña contra el Hambre en el Mundo’ (Mani Unite – Comitato Cattolico della Campagna contro la Fame nel Mondo), associazione nata nel 1959 come risposta delle donne dell’Acción Católica de España all’appello della FAO che denunciava la ‘fame di pane, fame di cultura e fame di Dio di cui soffre gran parte dell’umanità’, ripercorrendo la sua storia:
“La signora McCain, che porta avanti la campagna contro la fame, è stata qui un paio di mesi fa e mi ha detto che con l’intera campagna riescono a malapena a coprire il 15% della fame nel mondo. E’ molto difficile, molto difficile. Pensando all’opera che, con la sensibilità e la forza del genio femminile, portate avanti nello sradicamento di quei mali che continuano a colpire tante nazioni, vorrei fare riferimento alla figura della Madre di Dio, che celebriamo nella sua Immacolata Concezione. Perché la Vergine Maria è la Donna per eccellenza”.
Durante l’incontro il papa ha rimarcato la prevalenza di una cultura maschilista: “Siamo abituati a questa cultura maschilista, ad avere la donna, non dico come il cane o il gatto di casa, ma come un essere umano di seconda classe e dimentichiamo che chi governa il mondo sono donne e – alcune diciamo: sono loro le responsabili. Ma stanno bene. Ma la donna che guida una famiglia, che guida città, che si avvicina al bisogno, quella ricca sensibilità della donna”.
Poi il papa ha proposto come ‘modello’ la Madre di Dio: “Maria, con il cuore radicato in Dio, continua ad essere attenta ai bisogni dei suoi figli, desiderosa di andare loro incontro e portare loro la consolazione del Signore. Ella è il modello pienamente realizzato della nostra umanità, attraverso il quale, per la grazia di Dio, tutti possiamo contribuire a migliorare il nostro mondo. Ed è ciò che cercate di agire grazie alla vostra caratteristica e al vostro intuito e realtà di madri, figlie e mogli e suocere”.
E questo è genio femminile: “Le donne hanno quel genio, il genio femminile. E così, con la compassione e la tenacia che caratterizzano lo spirito femminile, ‘Manos Unidas’, Associazione pubblica di fedeli della Chiesa cattolica in Spagna, porta avanti la sua missione specifica: lottare contro la fame, il sottosviluppo e la mancanza di istruzione; impegnandosi anche a lavorare per sradicare le cause strutturali che producono queste cose. Questo compito diventa possibile solo con una visione cristiana dell’essere umano, che si fonda sul Vangelo e sulla Dottrina Sociale della Chiesa”.
E’ stato un incoraggiamento a proseguire in tale missione: “Sorelle e fratelli, vi incoraggio a proseguire nella vostra bella missione di volontariato, di assistenza, di camminare insieme. E ora che si avvicina il Giubileo, vi invito ad essere pellegrini della speranza e a riorientare la vostra vita verso Gesù, anche attraverso il vostro contributo al miglioramento materiale, al progresso morale e allo sviluppo spirituale dei più fragili e bisognosi, per aiutarli a raggiungere un vita che risponde alla dignità di figli di Dio”.
Ed ha concluso auspicando un rinnovamento per costruire la ‘civiltà dell’amore’: “Auspico che questo tempo di Avvento, nella paziente attesa, pieno di speranza nelle promesse di Dio, aiuti tutti noi a realizzare un rinnovamento spirituale per contribuire alla tanto desiderata costruzione della civiltà dell’amore, in modo tale che ci permetta unire il nostro amore filiale verso Dio con l’amore del prossimo”.
(Foto: Santa Sede)
Monsignor Pighin: il cardinale Costantini antesignano del dialogo tra Santa Sede e Cina
“Di fronte specialmente ai Cinesi, ho creduto opportuno di non dover accreditare in alcun modo il sospetto che la religione cattolica apparisca come messa sotto tutela e, peggio ancora, come strumento politico al servizio delle nazioni europee”: così, nei suoi memoriali, il card. Celso Costantini ricordava un tratto qualificante della sua missione di primo delegato apostolico in Cina dal 1922 al 1933.
Negli ultimi decenni la memoria di questa figura geniale e profetica della Chiesa cattolica del secolo scorso è stata valorizzata da mons. Bruno Fabio Pighin, professore ordinario nella Facoltà di Diritto Canonico S. Pio X di Venezia e delegato episcopale per la causa di canonizzazione del cardinale. Ed un volume curato dal prof. Pighin, intitolato ‘Il Cardinale Celso Costantini e la Cina. Costruttore di un ‘ponte’ tra Oriente e Occidente’, esplora aspetti poco conosciuti del cardinale friulano.
Il segretario di stato vaticano, card. Pietro Parolin, nella prefazione al volume, aggiunge dettagli preziosi: “Quel percorso ha tracciato una direzione, sulla quale la Chiesa prosegue tutt’oggi, come avvenuto con l’Accordo provvisorio tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese riconfermato nel 2022. Tale Accordo, già auspicato da papa Benedetto nel 2007 e firmato sotto il pontificato di papa Francesco nel 2018, riguarda la nomina dei vescovi in Cina, in continuità ideale coi sei primi Vescovi cinesi, consacrati a Roma da Pio XI e dallo stesso Costantini nel 1926”.
Da mons. Pighin ci facciamo spiegare da dove nasce l’idea di pubblicare quest’opera: “L’iniziativa è stata voluta dall’associazione ‘Amici del Cardinale Celso Costantini’, promotrice dell’esposizione permanente dedicata a ‘Celso Costantini e la Cina’, inaugurata nel 2023 nel Museo diocesano di arte sacra di Pordenone, che intende custodire, valorizzare e rendere fruibili, anche per i posteri, i tesori culturali inestimabili legati all’insigne porporato pordenonese, molti dei quali provenienti dalla terra di Confucio”.
Quali sono i contenuti di questa pubblicazione?
“Il testo presenta un originale mosaico letterario, nel quale si evidenziano tre polarità che interagiscono tra loro. Anzitutto emerge la figura geniale di Celso Costantini, oggi riscoperta nei suoi vari profili di vescovo e poi cardinale, di scrittore, scultore, protagonista nell’arte sacra del secolo scorso, di diplomatico e di artefice di carità e di pace. Il secondo filone, intrecciato con il primo, illustra le gesta da lui compiute in Cina, dove rifondò la comunità cattolica con propri vescovi, valorizzò la grande civiltà cinese nella liturgia e nell’arte cristiana e sviluppò il dialogo con le autorità del più grande Stato dell’Asia. La terza dimensione attraversa l’intera pubblicazione con 150 fotografie di valore storico-artistico. In esse viene documentato il patrimonio culturale da lui lasciato e ora esposto permanentemente nel Museo diocesano di Pordenone”.
Per quale motivo il card. Celso Costantini è stato un costruttore di ‘ponte’ tra Oriente ed Occidente?
“Celso Costantini, primo delegato apostolico in Cina, ha creato una svolta ai rapporti della Chiesa cattolica con la terra di Confucio e poi, da segretario di Propaganda Fide, più in generale con l’Estremo Oriente. Ha inaugurato la ‘decolonizzazione’ religiosa trattando la Cina con tutta la dignità che meritava, su un piano di uguaglianza, riconoscendone la sua grande cultura e civiltà con la quale si mise in dialogo. Il suo impegno potrebbe essere definito oggi di carattere ‘transculturale’, nella consapevolezza che il Vangelo si ‘coniuga’ con ogni cultura e funge da veicolo anche per i rapporti socio-culturali a livello mondiale”.
Quale contributo offrì il card. Costantini al Concilio sinense?
“Il Primo Concilio Cinese tenutosi a Shanghai nel 1924 sarebbe stato semplicemente impensabile senza l’opera svolta per esso dal card. Celso Costantini. Anzitutto egli fece compiere una svolta di 180 gradi alla preparazione dell’assise, ponendo le basi della futura opera di evangelizzazione in Cina, mentre in precedenza l’impegno mirava a comporre un compendio delle disposizioni emanate negli ultimi tre secoli. Nella fase della celebrazione conciliare egli fu il grande protagonista nel condurlo a buon fine. Gli atti prodotti sono splendidi, grandiosi e originali nella loro forma e nel loro contenuto, considerati ovviamente nel loro contesto di un secolo fa. Infine il card. Costantini fu l’artefice principale della loro pronta attuazione, prima ancora che i decreti conciliari fossero revisionati dalla Santa Sede e poi pubblicati nel 1929”.
Per il card. Costantini cosa significava ‘evangelizzare’?
“Per il card. Celso Costantini ‘evangelizzare’ voleva dire l’opposto di ‘conquistare’, perché significava far risuonare la bellissima notizia portata da Gesù Cristo all’umanità. Il punto centrale stava nel favorire una relazione diretta delle persone con il Risorto, al fine di sperimentare il suo amore salvifico per ogni essere umano, chiamato alla dignità di diventare figlio di Dio”.
Il dialogo tra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese ha portato all’accordo per la nomina dei vescovi cinesi: si può dire che il card. Costantini fu antesignano di questo dialogo?
“Il card. Celso Costantini fu più di un ‘antesignano’ di questo dialogo. Infatti, i rapporti tra la Repubblica Cinese e la Santa Sede non sono iniziati oggi, ma si collocano in un tracciato storico. Le piene relazioni diplomatiche tra lo Stato più grande dell’Asia e la Sede Apostolica, stabilite nel 1946, ebbero nel card. Costantini il principale protagonista. Esse furono poi congelate con l’avvento della rivoluzione maoista. Oggi si sta verificando un disgelo fra i due soggetti di diritto internazionale, il quale impone di affrontare problemi simili a quelli risolti con l’apporto determinante del card. Costantini. Si noti poi che l’accordo in vigore tra le due parti sovrane sulla nomina dei vescovi cinesi riguarda i presuli con i successori di quelli portati alla dignità episcopale dallo stesso card. Costantini”.
Cosa è stato il ‘metodo’ Costantini?
“Alcuni storici contemporanei hanno individuato nell’opera di Celso Costantini un metodo nuovo e originale a livello politico e diplomatico della Santa Sede. Detto metodo si basa sull’opportunità di muoversi verso una metà ben chiara tramite percorsi parziali ma sanificativi, ampliando gradualmente le aree condivise e utilizzando canali di dialogo non solo diplomatici, ma anche sociali e culturali. Questo è congeniale alla Santa Sede perché, a differenza degli altri soggetti di diritto internazionale territorialmente delimitati, essa gode di dimensioni planetarie nel governo della Chiesa cattolica che è universale”.
(Tratto da Aci Stampa)



























