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Papa Leone XIV: la speranza di Dio si realizza con i ‘piccoli’
“La liturgia dei primi Vespri della Madre di Dio è di una ricchezza singolare, che le deriva sia dal vertiginoso mistero che celebra, sia dalla collocazione proprio alla fine dell’anno solare. Le antifone dei salmi e del Magnificat insistono sull’evento paradossale di un Dio che nasce da una vergine, o, detto a rovescio, della maternità divina di Maria. Ed al tempo stesso questa solennità, che conclude l’Ottava del Natale, ricopre il passaggio da un anno all’altro e stende su di esso la benedizione di Colui ‘che era, che è e che viene’. Per di più, oggi la celebriamo sul finire del Giubileo, nel cuore di Roma, presso la Tomba di Pietro, e allora il Te Deum che risuonerà tra poco in questa Basilica vorrà come dilatarsi per dar voce a tutti i cuori e i volti che sono passati sotto queste volte e per le strade di questa città”; con queste parole papa Leone XIV ha presieduto nella basilica di san Pietro la liturgia dei primi Vespri della Madre di Dio.
Riprendendo le parole della lettera ai Galati dell’apostolo Paolo il papa ha parlato di un ‘disegno’ della ‘pienezza dei tempi’: “Questo modo di presentare il mistero di Cristo fa pensare a un disegno, un disegno grande sulla storia umana. Un disegno misterioso ma con un centro chiaro, come un alto monte illuminato dal sole in mezzo a una fitta foresta: questo centro è la ‘pienezza del tempo’…
Sorelle, fratelli, in questo nostro tempo sentiamo il bisogno di un disegno sapiente, benevolo, misericordioso. Che sia un progetto libero e liberante, pacifico, fedele, come quello che la Vergine Maria proclamò nel suo cantico di lode: ‘Di generazione in generazione la sua misericordia / si stende su quelli che lo temono’.
Altri disegni, però, oggi come ieri, avvolgono il mondo. Sono piuttosto strategie, che mirano a conquistare mercati, territori, zone di influenza. Strategie armate, ammantate di discorsi ipocriti, di proclami ideologici, di falsi motivi religiosi”.
Per questo in Maria si realizza il disegno di Dio: “Ma la Santa Madre di Dio, la più piccola e la più alta tra le creature, vede le cose con lo sguardo di Dio: vede che con la potenza del suo braccio l’Altissimo disperde le trame dei superbi, rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, riempie di beni le mani degli affamati e svuota quelle dei ricchi.
La Madre di Gesù è la donna con la quale Dio, nella pienezza del tempo, ha scritto la Parola che rivela il mistero. Non l’ha imposta: l’ha proposta prima al suo cuore e, ricevuto il suo ‘sì’, l’ha scritta con ineffabile amore nella sua carne. Così la speranza di Dio si è intrecciata con la speranza di Maria, discendente di Abramo secondo la carne e soprattutto secondo la fede”.
Questo è il modo di sperare di Dio: “Dio ama sperare con il cuore dei piccoli, e lo fa coinvolgendoli nel suo disegno di salvezza. Quanto più bello è il disegno, tanto più grande è la speranza. Ed in effetti il mondo va avanti così, spinto dalla speranza di tante persone semplici, sconosciute ma non a Dio, che malgrado tutto credono in un domani migliore, perché sanno che il futuro è nelle mani di Colui che gli offre la speranza più grande”.
Questa speranza di Dio si riverbera nell’apostolo Pietro: “Una di queste persone era Simone, un pescatore di Galilea, che Gesù ha chiamato Pietro. Dio Padre gli ha donato una fede così schietta e generosa che il Signore ha potuto costruirci sopra la sua comunità. E noi siamo ancora oggi qui a pregare presso la sua tomba, dove pellegrini di ogni parte del mondo vengono a rinnovare la loro fede in Gesù Cristo Figlio di Dio. Ciò è accaduto in modo speciale durante l’Anno Santo che sta per concludersi”.
Ed il giubileo rimanda a Roma: “Il Giubileo è un grande segno di un mondo nuovo, rinnovato e riconciliato secondo il disegno di Dio. E in questo disegno la Provvidenza ha riservato un posto particolare a questa città di Roma. Non per le sue glorie, non per la sua potenza, ma perché qui hanno versato il loro sangue per Cristo Pietro e Paolo e tanti altri Martiri. Per questo Roma è la città del Giubileo”.
Da qui un augurio particolare alla città: “Cosa possiamo augurare a Roma? Di essere all’altezza dei suoi piccoli. Dei bambini, degli anziani soli e fragili, delle famiglie che fanno più fatica ad andare avanti, di uomini e donne venuti da lontano sperando in una vita dignitosa”.
Ed un ringraziamento: “Oggi, carissimi, ringraziamo Dio per il dono del Giubileo, che è stato un grande segno del suo disegno di speranza sull’uomo e sul mondo. E ringraziamo tutti coloro che nei mesi e nei giorni del 2025 hanno lavorato al servizio dei pellegrini e per rendere Roma più accogliente. Questo era stato, un anno fa, l’auspicio dell’amato papa Francesco. Vorrei che lo fosse ancora, e direi ancora di più dopo questo tempo di grazia. Che questa città, animata dalla speranza cristiana, possa essere al servizio del disegno d’amore di Dio sulla famiglia umana. Ce l’ottenga l’intercessione della Santa Madre di Dio, Salus Populi Romani”.
Dopo la recita dei Primi Vespri nella solennità di Maria Madre di Dio e il canto del Te Deum papa Leone XIV si è recato in piazza san Pietro per una visita al presepe realizzato nello stile classico del ‘700 napoletano dal maestro Federico Iaccarino di Meta di Sorrento.
(Foto: Santa Sede)
Dall’Azione Cattolica Italiana un invito a tenere ‘alta’ l’attenzione sul Venezuela
‘Avvoltoi vestiti da prete’: così il ministro dell’Interno venezuelano Diosdado Cabello alcuni mesi aveva attaccato i vescovi del Venezuela, colpevoli di aver chiesto la liberazione dei detenuti politici in vista delle canonizzazioni di madre Carmen Rendiles e il dottor José Gregorio Hernández. Ma dietro l’insulto si nasconde una verità scomoda: in Venezuela, la Chiesa cattolica è diventata l’ultimo baluardo di resistenza contro un regime che non tollera più neppure la preghiera. Infatti, mentre il mondo celebra María Corina Machado, premio Nobel per la Pace 2025, i vescovi venezuelani pagano il prezzo della loro scelta di campo: stare dalla parte degli ultimi, dei perseguitati, di chi chiede giustizia.
In Venezuela, la Conferenza episcopale non ha mai nascosto la sua posizione: il Paese è in mano a un’autocrazia che getta i cittadini nella paura, tra arresti arbitrari, crisi economica e declino democratico. I vescovi, da anni, denunciano le violazioni dei diritti umani, le elezioni truccate, la persecuzione dei dissidenti. La Chiesa cattolica venezuelana non è nuova a questo ruolo. Già sotto Hugo Chávez, i vescovi avevano denunciato la deriva autoritaria.
Nel frattempo al card. Baltazar Enrique Porras Cardozo, arcivescovo emerito di Caracas e presidente della ‘Fondazione Azione Cattolica Scuola di Santità Pio XI’, in viaggio dall’aeroporto internazionale di Maiquetía verso Madrid per adempiere ad alcuni impegni ecclesiastici, è stato ritirato il documento di viaggio ed è stato costretto a tornare a Caracas. I vescovi venezuelani, ribadendo al cardinale la solidarietà di tutta la Chiesa locale, hanno chiesto alle autorità di aprire un’indagine approfondita per far luce sull’accaduto.
In una lettera aperta indirizzata proprio a tutto l’episcopato venezuelano con la quale è stata raccontata la vicenda, il cardinale ha voluto esprimere il suo dolore ed il suo rincrescimento ma anche ricordare la speranza del Natale: “La forza risiede nella vulnerabilità del presepe, nella fragilità della verità che si costruisce nella pace, senza violenza e senza soprusi. La speranza nasce dal lavoro continuo per il bene di tutti, soprattutto degli esclusi”.
Ed in Italia è stata l’Azione Cattolica Italiana ad esprimere solidarietà al card. Baltazar Enrique Porras Cardozo, per quanto accaduto nei giorni scorsi in Venezuela; al porporato è stato infatti impedito dalle autorità del governo Maduro di lasciare il Paese per recarsi in Spagna e partecipare ad alcuni impegni ecclesiali già programmati, con rientro previsto per il 21 dicembre. Un viaggio ordinario, legato al suo servizio pastorale e alle responsabilità che svolge da anni nella Chiesa venezuelana e universale:
“Il fermo del passaporto, avvenuto senza una motivazione giuridicamente chiara, è stato giustificato con presunti ‘problemi’ nel documento. Una spiegazione di carattere burocratico che, nei fatti, si traduce in una limitazione della libertà di movimento e in una violazione di diritti fondamentali riconosciuti dal diritto internazionale.
‘Qualcosa che fa male – ha dichiarato lo stesso cardinale Porras – perché viola i diritti che abbiamo come cittadini’. Un fatto avvenuto peraltro il 10 dicembre, Giornata internazionale dei diritti umani. In una lettera aperta ai vescovi del Venezuela, il cardinale ha ricordato come senza uguaglianza di diritti e senza accesso all’informazione non possano esistere giustizia ed equità. Parole misurate ma nette, che richiamano l’attenzione sulle difficoltà di chi vive in contesti in cui la legalità è spesso negata e il dissenso viene vietato”.
Per questo la presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana ha ritenuto il fermo del passaporto al card. Porras Cardozo un fatto grave “quanto accaduto a un pastore stimato e riconosciuto per il suo impegno nel dialogo e nella riconciliazione. Un episodio che colpisce non solo una persona, ma l’intera comunità ecclesiale venezuelana e quanti operano a favore della giustizia, della pace e della promozione umana”.
Inoltre la presidenza ha evidenziato anche la situazione in cui si trova Alberto Trentini: “Non possiamo inoltre non richiamare la situazione dolorosa di Alberto Trentini, nostro connazionale detenuto ingiustamente in Venezuela. La sua vicenda rappresenta una ferita aperta, un’altra testimonianza della drammatica condizione di un paese in cui il potere politico sembra aver smarrito ogni briciolo di senso del diritto, del limite e della responsabilità. Ricordare Alberto e chiedere che la sua situazione venga finalmente chiarita e risolta è un dovere di coscienza, oltre che un impegno di umanità”.
Dopo questi evento l’Azione Cattolica Italiana ha invitato la comunità internazionale “a mantenere alta l’attenzione su quanto accade in Venezuela. Ogni atto di prevaricazione, ogni violazione della libertà personale o religiosa, ogni intimidazione nei confronti di cittadini, pastori o operatori sociali rappresenta un passo ulteriore verso l’isolamento e l’ingiustizia, e allontana la possibilità di un futuro di pace e democrazia per milioni di venezuelani costretti a vivere in condizioni sempre più difficili. Nel rinnovare al cardinale Porras la nostra vicinanza e il nostro sostegno, ci uniamo alla Chiesa del Venezuela e a tutti coloro che continuano ad essere testimoni di speranza verità e libertà”.
(Foto: Instagram)
Papa Leone XIV alle corali: il canto esprime la lode a Dio
“Ho appreso con immensa tristezza le notizie dei rapimenti di sacerdoti, fedeli e studenti nella Nigeria e nel Camerun. Sento forte il dolore soprattutto per i tanti ragazzi e ragazze sequestrati e per le loro famiglie angosciate. Rivolgo un accorato appello affinché vengano subito liberati gli ostaggi ed esorto le Autorità competenti a prendere decisioni adeguate e tempestive per assicurarne il rilascio. Preghiamo per questi nostri fratelli e sorelle, e perché sempre e ovunque le chiese e le scuole restino luoghi di sicurezza e di speranza”: a conclusione dell’Angelus nella solennità di Cristo Re dell’universo, che ha concluso l’anno liturgico, papa Leone XIV ha rivolto un appello affinché siano liberati studenti e sacerdoti sequestrati nei giorni scorsi in Camerun ed in Nigeria. Mentre prima della recita dell’Angelus, il papa ha salutato anche i ‘fedeli provenienti da alcune diocesi dell’Ucraina’, raccomandando loro di ‘portare in patria l’abbraccio e la preghiera di questa piazza’.
Mentre nell’omelia della messa per la Solennità di Cristo Re, in occasione del Giubileo dei Cori e delle Corali e della ricorrenza diocesana della XL Giornata Mondiale della Gioventù, papa Leone XIV, riprendendo la Costituzione conciliare ‘Sacrosanctum Concilium’, il papa ha ricordato il ‘compito’ delle corali durante le celebrazioni eucaristiche: “Il vostro compito è quello di coinvolgerli nella lode a Dio e di renderli maggiormente partecipi dell’azione liturgica attraverso il canto. Oggi esprimete appieno il vostro ‘iubilum’, la vostra esultanza, che nasce dal cuore inondato dalla gioia della grazia”.
Nelle civiltà il canto è stato sempre molto importante: “Le grandi civiltà ci hanno fatto dono della musica affinché possiamo dire ciò che portiamo nel profondo del nostro cuore e che non sempre le parole possono esprimere. Tutto l’insieme dei sentimenti e delle emozioni che nascono nel nostro intimo da un rapporto vivo con la realtà possono trovare voce nella musica. Il canto, in modo particolare, rappresenta un’espressione naturale e completa dell’essere umano: la mente, i sentimenti, il corpo e l’anima qui si uniscono insieme per comunicare le cose grandi della vita”.
E sant’Agostino ha scritto che il ‘canto è proprio di chi ama’, perché: “colui che canta esprime l’amore, ma anche il dolore, la tenerezza e il desiderio che albergano nel suo cuore e, nello stesso tempo, ama colui a cui rivolge il suo canto”.
Quindi il canto e la musica liturgica sono ‘strumenti’ indispensabili per la lode a Dio; “Per il Popolo di Dio il canto esprime l’invocazione e la lode, è il ‘cantico nuovo’ che Cristo Risorto innalza al Padre, rendendone partecipi tutti i battezzati, come un unico corpo animato dalla Vita nuova dello Spirito. In Cristo diveniamo cantori della grazia, figli della Chiesa che trovano nel Risorto la causa della loro lode. La musica liturgica diviene così uno strumento preziosissimo mediante il quale svolgiamo il servizio di lode a Dio ed esprimiamo la gioia della Vita nuova in Cristo”.
Per questo sant’Agostino esorta a camminare con il canto: “Far parte di un coro significa, quindi, avanzare insieme prendendo per mano i fratelli, aiutandoli a camminare con noi e cantando con loro la lode di Dio, consolandoli nelle sofferenze, esortandoli quando sembrano cedere alla stanchezza, dando loro entusiasmo quando la fatica sembra prevalere. Cantare ci ricorda che siamo Chiesa in cammino, autentica realtà sinodale, capace di condividere con tutti la vocazione alla lode e alla gioia, in un pellegrinaggio d’amore e di speranza”.
E, rivolgendosi alle corali, il papa ha sottolineato il loro indispensabile servizio: “Il vostro è un vero ministero che esige preparazione, fedeltà, reciproca intesa e, soprattutto, una vita spirituale profonda, che, se voi cantando pregate, aiutate tutti a pregare. E’ un ministero che richiede disciplina e spirito di servizio, soprattutto quando bisogna preparare una liturgia solenne o qualche evento importante per le vostre comunità. Il coro è una piccola famiglia di persone diverse unite dall’amore per la musica e dal servizio offerto”.
Per questo ha ricordato che le corali hanno il ‘compito’ di accompagnare i fedeli con il canto: “Ricordate, però, che la comunità è la vostra grande famiglia: non le state davanti, ma ne siete parte, impegnati a rendetela più unita ispirandola e coinvolgendola. Come in tutte le famiglie, possono sorgere tensioni o piccole incomprensioni, cose normali quando si lavora insieme e si fatica per raggiungere un risultato.
Possiamo dire che il coro è un po’ un simbolo della Chiesa che, protesa verso la sua meta, cammina nella storia lodando Dio. Anche se a volte questo cammino è irto di difficoltà e di prove, e ai momenti gioiosi se ne alternano altri più faticosi, il canto rende più leggero il viaggio e reca sollievo e consolazione”.
Infine ecco l’impegno per le corali: “Impegnatevi, dunque, nel trasformare sempre più i vostri cori in un prodigio di armonia e di bellezza, siate sempre più immagine luminosa della Chiesa che loda il suo Signore. Studiate attentamente il Magistero, che indica nei documenti conciliari le norme per svolgere al meglio il vostro servizio. Soprattutto, siate capaci di rendere sempre partecipe il popolo di Dio, senza cedere alla tentazione dell’esibizione che esclude la partecipazione attiva al canto di tutta l’assemblea liturgica.
Siate, in questo, segno eloquente della preghiera della Chiesa, che attraverso la bellezza della musica esprime il suo amore a Dio. Vigilate affinché la vostra vita spirituale sia sempre all’altezza del servizio che svolgete, così che esso possa esprimere autenticamente la grazia della Liturgia”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: la spiritualità mariana è essenziale per la vita cristiana
“Negli ultimi giorni, l’accordo sull’inizio del processo di pace ha regalato una scintilla di speranza in Terra Santa. Incoraggio le parti coinvolte a proseguire con coraggio il percorso tracciato, verso una pace giusta, duratura e rispettosa delle legittime aspirazioni del popolo israeliano e del popolo palestinese. Due anni di conflitto hanno lasciato ovunque morte e macerie, soprattutto nel cuore di chi ha perso brutalmente i figli, i genitori, gli amici, ogni cosa. Con tutta la Chiesa sono vicino al vostro immenso dolore… A Dio, unica Pace dell’umanità, chiediamo di guarire tutte le ferite e di aiutare con la sua grazia a compiere ciò che umanamente ora sembra impossibile: riscoprire che l’altro non è un nemico, ma un fratello a cui guardare, perdonare, offrire la speranza della riconciliazione”: prima di concludere la messa per il Giubileo della spiritualità mariana, papa Leone XIV ha recitato in piazza San Pietro la preghiera mariana dell’Angelus con un pensiero per la Terra Santa.
Poi ha rivolto un pensiero anche contro gli attacchi all’Ucraina: “Con dolore invece seguo le notizie dei nuovi, violenti attacchi che hanno colpito diverse città e infrastrutture civili in Ucraina, provocando la morte di persone innocenti, tra cui bambini, e lasciando moltissime famiglie senza elettricità e riscaldamento. Il mio cuore si unisce alla sofferenza della popolazione, che da anni vive nell’angoscia e nella privazione. Rinnovo l’appello a mettere fine alla violenza, a fermare la distruzione, ad aprirsi al dialogo e alla pace!”
Infine un pensiero per la situazione in Perù: “Sono vicino al caro popolo peruviano in questo momento di transizione politica. Prego affinché il Perù possa continuare nella via della riconciliazione, del dialogo e dell’unità nazionale”.
Nella celebrazione eucaristica il papa ha ripreso le letture odierne, sottolineando la fedeltà di Dio: “Gesù è la fedeltà di Dio, la fedeltà di Dio a sé stesso. Bisogna dunque che la domenica ci renda cristiani, riempia cioè della memoria incandescente di Gesù il sentire e il pensare, modificando il nostro vivere insieme, il nostro abitare la terra. Ogni spiritualità cristiana si sviluppa da questo fuoco e contribuisce a renderlo più vivo”.
In questo giubileo della spiritualità mariana ha sottolineato il tema della guarigione: “La Lettura dal Secondo Libro dei Re ci ha ricordato la guarigione di Naamàn, il Siro. Gesù stesso commentò questo brano nella sinagoga di Nazaret e l’effetto della sua interpretazione sulla gente del paese fu sconcertante. Dire che Dio aveva salvato quello straniero malato di lebbra piuttosto che quelli che c’erano in Israele scatenò una reazione generale”.
Riprendendo un pensiero di papa Francesco il papa ha evidenziato la liberazione dalla malattia della presunzione: “Da questo pericolo ci libera Gesù, Lui che non porta armature, ma nasce e muore nudo; Lui che offre il suo dono senza costringere i lebbrosi guariti a riconoscerlo: soltanto un samaritano, nel Vangelo, sembra rendersi conto di essere stato salvato. Forse, meno titoli si possono vantare, più è chiaro che l’amore è gratuito. Dio è puro dono, sola grazia, ma quante voci e convinzioni possono separarci anche oggi da questa nuda e dirompente verità!”
E la spiritualità mariana è essenziale per la vita cristiana: “Fratelli e sorelle, la spiritualità mariana è a servizio del Vangelo: ne svela la semplicità. L’affetto per Maria di Nazaret ci rende con lei discepoli di Gesù, ci educa a tornare a Lui, a meditare e collegare i fatti della vita nei quali il Risorto ancora ci visita e ci chiama. La spiritualità mariana ci immerge nella storia su cui il cielo si è aperto, ci aiuta a vedere i superbi dispersi nei pensieri del loro cuore, i potenti rovesciati dai troni, i ricchi rimandati a mani vuote. Ci impegna a ricolmare di beni gli affamati, a innalzare gli umili, a ricordarci la misericordia di Dio e a confidare nella potenza del suo braccio. Il suo Regno, infatti, viene coinvolgendoci, proprio come a Maria ha chiesto il ‘sì’, pronunciato una volta e poi rinnovato di giorno in giorno”.
Ma Gesù si concentra sul ringraziamento, in quanto la grazia di Dio è per tutti: “I lebbrosi che nel Vangelo non tornano a ringraziare, infatti, ci ricordano che la grazia di Dio può anche raggiungerci e non trovare risposta, può guarirci e non coinvolgerci. Guardiamoci, dunque, da quel salire al tempio che non ci mette alla sequela di Gesù. Esistono forme di culto che non ci legano agli altri e ci anestetizzano il cuore. Allora non viviamo veri incontri con coloro che Dio pone sul nostro cammino; non partecipiamo, come ha fatto Maria, al cambiamento del mondo e alla gioia del Magnificat. Guardiamoci da ogni strumentalizzazione della fede, che rischia di trasformare i diversi, spesso i poveri, in nemici, in ‘lebbrosi’ da evitare e respingere”.
Citando l’esortazione evangelica ‘Evangelii Gaudium’ papa Leone XIV sollecita a mantenere viva la spiritualità cristiana: “Carissimi, in questo mondo assetato di giustizia e di pace, teniamo viva la spiritualità cristiana, la devozione popolare a quei fatti e a quei luoghi che, benedetti da Dio, hanno cambiato per sempre la faccia della terra. Facciamone un motore di rinnovamento e di trasformazione, come chiede il Giubileo, tempo di conversione e di restituzione, di ripensamento e di liberazione. Interceda per noi Maria Santissima, nostra speranza, e ancora e per sempre ci orienti a Gesù, il crocifisso Signore. In lui c’è salvezza per tutti”.
(Foto: Santa Sede)
Meroni racconta il contributo dei missionari nella Resistenza
“Missionari nella Resistenza mi ha permesso di scoprire la storia di alcuni confratelli coinvolti nella Resistenza durante la Seconda guerra mondiale. Vi ho trovato nomi noti e altri che mi erano meno conosciuti, tutti uomini liberi che hanno lottato per la libertà. Un libro bellissimo, appassionante e stimolante, che narra con stile coinvolgente pagine di storia del PIME ancora poco conosciute. Alcune di queste mi hanno commosso, lasciandomi un sentimento di profonda stima e ammirazione per questi confratelli i quali, sempre accanto ai più deboli ed ai più indifesi, hanno lottato in nome della giustizia.
Il libro di Ezio Meroni si legge tutto d’un fiato. Grazie alla narrazione semplice, che coinvolge il lettore in un’avventura pur lontana dai nostri giorni, è da considerarsi attuale per la testimonianza chiara di valori tipicamente cristiani e missionari che non hanno età”: così scrive p. Ferruccio Brambillasca, superiore generale del PIME, nella prefazione al libro del prof. Ezio Meroni, ‘Missionari nella Resistenza. Il contributo del PIME alla Liberazione 1943 – 1945’.
Mentre il prof. Alberto D’Incà, responsabile dell’Ufficio Beni Culturali e dell’Ufficio Storico del PIME, nell’introduzione ha svolto alcune considerazioni storiche sull’integrazione narrativa tra ‘microsstoria’ e ‘macrostoria’: “Questo mondo, apparentemente rinchiuso nella lenta e ritmata vita quotidiana dei membri di un istituto religioso, appare però parte integrante di quella più ampia prospettiva che trascorre all’ambito della ‘macrostoria’, per richiamare una terminologia cara a uno specialista del calibro di Carlo Ginzburg. Che alcuni presbiteri, per di più missionari, abbiano preso parte senza alcuna ambiguità alla Resistenza italiana può forse destare ancora qualche sorpresa tra i non specialisti.
Queste pagine, tuttavia, non danno soltanto lustro a un tratto di storia del PIME, di cui proprio nel 2025 si celebrano i 175 anni di attività. Esse rappresentano, soprattutto, un piccolo ma fondamentale contributo alla conoscenza della storia della Resistenza italiana, cui in molti casi, come in quello qui narrato, i cattolici diedero un apporto determinante. Quella parte rilevante del mondo cattolico (ma non solo) che, insieme ai missionari del PIME, ancora oggi si riconosce erede di questa stagione, avrà cura di conservarne con premura la memoria”.
E’ il 1943: c’è la guerra, le frontiere sono chiuse e i missionari del Pime non possono partire. Quelli che erano fuori, rientrano a Milano. Sotto le bombe, con l’Italia divisa in due, anche i sacerdoti sono chiamati a prendere posizione. Inizia così il romanzo storico di Ezio Meroni, ‘Missionari nella resistenza. Il contributo del PIME alla Liberazione (1943-1945)’, che racconta le vicende di quattro preti che hanno partecipato attivamente alla Liberazione dal nazifascismo: “Giovani, appena ordinati, tutti stravaganti. Vanno in moto con l’abito talare, sparano, vanno in montagna con i partigiani. Il superiore generale benedice e accompagna questi quattro sacerdoti. Non li ostacola. Dice ‘Lasciate fuori l’istituto, ma fate’. E’ il quinto personaggio di questa storia: agisce dietro le quinte, ma è il regista. Arrivava dalla Cina, portava una profonda ferita a un braccio che lo aveva reso inutilizzabile”.
Quindi dall’autore ci facciamo spiegare il motivo per il quale ha scritto un libro sulla Resistenza raccontando dei missionari: “La Resistenza è un fenomeno complesso, a cui hanno contribuito diverse componenti della nostra società che si rifacevano a differenti ideologie e convinzioni politiche: comunisti, socialisti, azionisti, liberali, repubblicani, monarchici. In questo contesto i cattolici, clero e laici, hanno svolto un ruolo determinante. Il loro contributo, inizialmente marginalizzato dalla storiografia resistenziale, è stato sempre più valorizzato a partire dagli anni Ottanta. Ne è una dimostrazione l’opera pubblicata nel 1987 da monsignor Giovanni Barbareschi e intitolata ‘Sacerdoti Ribelli per amore’, che propone l’esperienza nella sola diocesi di Milano di ben 179 sacerdoti impegnati a vario titolo nella Resistenza. Ne sono un’ulteriore prova le vicende che riguardano questi quattro missionari del PIME”.
Quale fu il contributo dei missionari del PIME?
“L’esperienza dei quattro protagonisti esprime compiutamente alcune delle modalità fondamentali poste in atto da chi partecipò a vario titolo alla Resistenza: l’occultamento di prigionieri, ebrei e soldati italiani; la collaborazione con le organizzazioni che si occupavano del loro espatrio in Svizzera; l’inserimento nelle formazioni partigiane; l’impegno alla costituzione del CLN nelle varie realtà locali. Merita di essere evidenziato in questa prospettiva il ruolo di mons. Lorenzo Maria Balconi, il Superiore Generale del PIME, che non proibì ai suoi missionari di partecipare alla Resistenza, ma li incoraggiò, li consigliò e li accompagnò con la preghiera”.
Cosa l’ha ‘colpito’ di queste storie?
“La loro voglia di testimoniare il Vangelo anche in condizioni diverse da quelle che si erano immaginati durante gli studi in seminario: non in terre lontane, ma a casa propria e nel corso di una guerra. Il loro sforzo per incarnare la vocazione in questo contesto drammatico. La loro considerazione dell’uso delle armi solo come estrema necessità per la difesa personale o dei loro compagni. La loro scelta di non odiare il nemico, ma di considerarlo un fratello che stava dalla parte sbagliata. Il ripudio di qualsiasi desiderio di vendetta nei confronti dei nazifascisti. La loro riservatezza al termine del conflitto, evitando di pubblicizzare i loro meriti nella Resistenza”.
Perché i missionari del PIME decidono di partecipare alla Resistenza?
“C’è un dato storico che condiziona la vita e le scelte del PIME e dei suoi missionari a partire dal 1938: l’impossibilità di inviare nelle terre di missione i sacerdoti. Prima per lo scoppio della guerra siono-giapponese, poi per l’invasione della Polonia da parte della Germania e infine per l’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940. Chi è in Italia è costretto a restarvi senza sapere quando finirà questa attesa forzata. Ognuno sente l’esigenza di testimoniare la propria fede nei modi consentiti dalla guerra: qualcuno va a insegnare religione a scuola, in diversi accettano di andare a fare il coadiutore nelle parrocchie della diocesi, altri si impegnano nell’assistenza spirituale dei malati negli ospedali, altri ancora collaborano con le strutture di protezione antiaerea.
Alcuni di loro hanno contatti e relazioni che li avvicinano più direttamente, e anche drammaticamente, alla Resistenza: padre Ferruccio Corti condivide la scelta del fratello, parroco di Giovenzana, che insieme alla sua comunità ospita diversi prigionieri stranieri fuggiti dai campi di internamento. Entrambi ne pagheranno le conseguenze con il carcere e il lavoro forzato nei lager. Padre Lido Mencarini, coadiutore a Cantù, organizza insieme alla CRI locale, l’espatrio in Svizzera di ebrei e prigionieri stranieri.
Padre Mario Limonta e padre Aristide Pirovano collaborano con l’organizzazione che faceva capo al Collegio ‘San Carlo’ per inviare a Varese e poi in Svizzera prigionieri ed ebrei. Sulla scia di questa esperienza padre Mario Limonta decide di andare a fare il cappellano in Valcuvia nel Gruppo ‘Cinque Giornate’, comandato dal colonnello Croce. Padre Aristide Pirovano paga con due mesi di carcere e di torture il suo contributo alla Resistenza. Liberato su intervento del card. Schuster, va a fare il coadiutore a Erba, suo paese natale, dove promuove la costituzione del CLN locale e assume un ruolo determinante nelle trattative di resa dei nazifascisti”.
Quale è stato il ruolo della Chiesa nella lotta resistenziale?
“Il ruolo e l’importanza del clero e dei laici cattolici nella Resistenza furono significativi e si manifestarono in diversi modi: nascondendo, nutrendo e vestendo i nostri soldati, i prigionieri stranieri e gli ebrei, soprattutto dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943; collaborando per il loro invio nelle zone di confine con la Svizzera; mettendo a disposizione dei vari CLN le loro strutture per le riunioni o per nascondere qualche ricercato; offrendosi come garanti nelle trattative con i nazifascisti; unendosi ai partigiani che combattevano nelle brigate di montagna”.
(Foto: Ezio Meroni)
Luigino Bruni: il Giubileo è una ‘faccenda’ economica e sociale
“Il Giubileo biblico era soprattutto una faccenda economica e sociale. L’annuncio di un anno diverso, straordinario, quando si liberavano gli schiavi, si restituiva la terra ai proprietari originari, si rimettevano i debiti. La parola giubileo proviene dalla parola ebraica Jôbel, il suono del corno di montone con cui si aprivano alcune grandi feste. Ma forse vi è anche una eco di un’altra parola ebraica, jabal, che significava ‘restituire, mandar via’, che sottolinea le dimensioni sociali ed economiche. Il Giubileo era infatti un anno sabbatico al quadrato, che avveniva ogni sette anni sabbatici, quindi ogni 49 anni, arrotondati a 50”.
Con queste parole il prof. Luigino Bruni, docente di economia alla LUMSA di Roma e direttore scientifico di ‘The Economy of Francesco’ e presidente della Scuola di Economia civile, ha aperto l’incontro, nelle settimane scorse, sul giubileo ‘La speranza economica del Giubileo biblico tra passato e futuro’, svoltosi nelle scorse settimane nel complesso cistercense dell’Abbadia di Fiastra, nella diocesi di Macerata, invitato da don Rino Ramaccioni, in collaborazione con l’Azione Cattolica Italiana diocesana, il Sermirr di Recanati ed il Sermit di Tolentino, spiegando il significato di esso: “Per capire il Giubileo cristiano occorre dunque guardare al Giubileo biblico, e per comprendere questo occorre partire dall’anno sabbatico e quindi dallo shabbat, dal sabato. Il luogo della Scrittura fondamentale è il capitolo 25 del Levitico. Lì troviamo i tre pilastri del Giubileo: la terra, i debiti, gli schiavi. Nel Giubileo si dovevano compiere, con maggiore radicalità, i gesti di fraternità umana (debiti e schiavi) e cosmica (terra e piante) che si celebrano ogni sette anni nell’anno sabbatico. In quell’anno speciale la terra deve riposare”.
Anche Gesù si rapporta a tale concetto di giubileo: “Gesù aveva ben presente il Giubileo, come ci ricorda Luca, che ci mostra Gesù appena tornato a Nazareth che nella sinagoga legge il capitolo di Isaia relativo proprio all’anno giubilare: ‘Lo Spirito del Signore è sopra di me… e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore’. Un ‘anno di grazia del Signore’, cioè un anno di liberazione: un anno giubilare. Gesù criticava uno shabbat che stava perdendo profezia per dirci che il Regno dei cieli è uno shabbat perenne, un settimo tempo che diventa tutto il tempo nuovo”.
Allora cosa è il giubileo biblico?
“Il giubileo è la profezia della bibbia di un anno diverso ogni sette anni, cioè sabbatico, ed ogni 50 anni un anno sabbatico al quadrato, in cui si liberavano gli schiavi, si rimettevano i debiti e si ridavano i terreni ai possessori originari. E’ un dispositivo anti idolatrico che c’è nella Bibbia per evitare che l’uomo diventi padrone della storia e delle persone. Quindi non lo abbiamo mai seguito e forse non si è mai fatto nella storia; però possiamo approfittare di questo anno giubilare per ricordarci che l’anno santo non riguarda le ‘colpe’ personali, ma è una faccenda economica, sociale e civile da vivere almeno una volta ogni 25 anni”.
Si può parlare di un ‘umanesimo’ giubilare?
“L’umanesimo biblico aveva tradotto questa dimensione di radicale gratuità del tempo e della terra con la grande legge del sabato e del giubileo, con la cultura del maggese, come si legge nel libro dell’Esodo. Non siamo noi i padroni del mondo. Lo abitiamo, ci ama, ci nutre e ci fa vivere, ma siamo suoi ospiti e pellegrini, abitanti e possessori di una terra tutta nostra e tutta straniera, dove ci sentiamo a casa e viandanti. La terra è sempre terra promessa, mèta di fronte a noi e mai raggiunta. E lo è anche la terra su cui abbiamo costruito la nostra casa, quella del nostro quartiere, quella dove cresce il grano del nostro campo”.
E’ un giubileo che comprende anche la natura?
“Alle radici della cultura biblica del maggese non c’è solo una tecnica saggia e sostenibile di coltivazione della terra. Nell’Esodo il maggese lo troviamo assieme al sabato e al giubileo, ed è quindi espressione di una legge più profonda e generale che riguarda la natura, il tempo, gli animali, le relazioni sociali, è profezia radicale di fraternità umana e cosmica. Puoi usare la terra sei giorni, non il settimo; puoi farti servire dal lavoro di altri uomini per sei giorni, non il settimo. Puoi e devi lavorare, ma non sempre, perché sempre lavoravamo quando eravamo schiavi in Egitto. L’animale domestico lavora sei giorni per te, ma il settimo non è per te. Il forestiero non è forestiero tutti i giorni, nel settimo è persona di casa con e come tutti. C’è una parte della tua terra e della tua ‘roba’ che non è tua, e che devi lasciare all’animale selvatico, allo straniero, al povero. Ciò che hai non è tutto e soltanto per te. Appartiene anche all’altro da te, che non è mai così ‘altro’ da uscire dall’orizzonte del ‘noi’. Tutti i veri beni sono beni comuni”.
Giubileo richiama anche il ‘settimo giorno’ cristiano?
“E’ vero; purtroppo ci siamo lasciati rubare il settimo giorno, lo abbiamo barattato con la cultura del week-end (dove i poveri sono ancora più poveri, gli animali ancora più soggiogati, gli stranieri ancora più stranieri). E la notte del settimo giorno sta inesorabilmente abbuiando gli altri sei. La terra non respira più, e a noi manca la sua aria. Abbiamo il dovere di ridonarle e ridonarci respiro, di ridonarlo ai nostri figli che hanno diritto a vivere in un mondo con un giorno diverso in più, a rifare l’esperienza del dono del tempo e della terra. Lo shabbat è allora caparra di un altro tempo, del ‘settimo tempo’ di Gioacchino da Fiore e dei francescani, di un tempo messianico quando tutto e tutti saremo solo e sempre shabbat”.
Quindi il giubileo è annuncio della liberazione degli schiavi?
“Il giubileo è questo, anche se poi nel mondo cattolico è diventata altra cosa. Mi auguro che questo tempo sia un momento propizio per ricordarci il significato di giubileo. Il giubileo non è una faccenda ‘privata’ di passare le porte e di confessarsi. Il giubileo è molto di più”.
Nella storia i francescani nel 1425, che è anche anno giubilare, crearono i Monti di Pietà ed i Monti frumentari: il giubileo è anche un momento comunitario?
“I Monti frumentari cercavano di arginare all’usura e stiamo riscoprendo in tutta Italia queste ‘banche’ del grano ed in questo giubileo è un occasione per riscoprire l’attenzione economica del giubileo. Senza questa dimensione di gratuità e di rispetto del mistero che siamo, alla vita manca quello spazio di libertà e generosità dove vive l’humus spirituale che fa maturare il ‘già’ nel ‘non-ancora’. E’ il luogo intimo e prezioso della generatività più feconda. E’ lì, nella terra libera perché non ‘messa a reddito’ per noi, dove ci raggiungono le grandi sorprese della vita che la cambiano per sempre, dove nasce la creatività vera”.
(Tratto da Aci Stampa)
Il cardinal Makrickas a Tolentino: il pane è necessario per camminare verso il Regno di Dio
I ‘panini benedetti’ sono un segno particolare della devozione a san Nicola da Tolentino, legati ad un episodio della sua vita, in quanto, gravemente malato, ottenne la grazia della guarigione per intervento della Vergine Maria, che, apparsa in visione, gli aveva assicurato: ‘Chiedi in carità, in nome di mio Figlio, un pane. Quando lo avrai ricevuto, tu lo mangerai dopo averlo intinto nell’acqua, e grazie alla mia intercessione riacquisterai la salute’. Il santo non esitò a mangiare il pane ricevuto in carità da una donna di Tolentino, riacquistando così la salute. Da quel giorno san Nicola prese a distribuire il pane benedetto ai malati che visitava, esortandoli a confidare nella protezione della Vergine Maria per ottenere la guarigione dalla malattia e la liberazione dal peccato.
La Chiesa ha approvato l’istituzione e l’uso dei Panini nella quarta domenica di quaresima, prescrivendo un rito speciale per la loro benedizione, analogo a quello della benedizione delle palme, ma riservato all’Ordine Agostiniano. Mentre se ne fa la distribuzione ai fedeli, è cantato un inno che esalta i prodigi compiuti dai ‘panini benedetti’ Il rito si chiude con una preghiera al santo tolentinate nella quale si invoca il suo patrocinio su la Chiesa e su quanti lo pregano.
I ‘panini benedetti’ di san Nicola sono confezionati presso il Santuario con farina di grano ed acqua, senza lievito, cotti al forno. Sono un segno sacramentale della Chiesa, come lo è per esempio l’acqua santa, ed operano grazie nella vita in misura della fede nel Signore. Per tale occasione, invitato dagli agostiniani e dall’Unione Montana dei Monti Azzurri, il card. Rolandas Makrickas, arciprete coadiutore della basilica di Santa Maria Maggiore, ha concelebrato la santa Messa, al termine della quale abbiamo chiesto di spiegarci quanto sono importanti i ‘panini’ di san Nicola per la Chiesa:
“Sono venuto a conoscenza di questa storia dei panini di san Nicola, quando ho ricevuto dai padri agostiniani l’invito a venire a Tolentino per celebrare la quarta domenica di quaresima. La simbologia del pane è sempre molto suggestiva, in quanto esso è il nostro cibo quotidiano, ma anche un segno per pensare al cibo per la nostra anima. Il miracolo di san Nicola da Tolentino invita a pensare a questo significato di cercare, noi cristiani, a cercare il pane che sazia non solo il nostro corpo, ma soprattutto il pane ‘celeste’, che nutre la nostra anima per essere più vicini a Dio”.
Nella stessa domenica si è svolto anche il Giubileo dei Missionari della Misericordia: quanto è importante la misericordia di Dio?
“Nella Chiesa ci sono due pilastri principali: il sacramento della riconciliazione ed il sacramento dell’eucarestia. Per questo è importante ricordare la misericordia di Dio, che purifica la nostra anima per vivere meglio la vita cristiana. E’ molto importante ricordare queste persone, che a nome di Gesù, portano il perdono ai fedeli. I sacerdoti che si dedicano al sacramento della confessione sono i missionari della misericordia; per questo celebrare questa domenica e ricordare non soltanto il sacramento, ma anche le persone che celebrano questo sacramento avvicinandoci a Cristo attraverso il sacramento”.
Come vivere questo periodo verso la Pasqua nella misericordia?
“Questo periodo quaresimale ci ricorda che siamo in cammino continuo di conversione. Siamo chiamati durante la Quaresima a camminare attraverso un pellegrinaggio di conversione, sperimentando la misericordia di Dio e vivendola in modo pieno con la consapevolezza che c’è un Padre misericordioso che accoglie tutti”.
Per quale motivo anche in Lituania è venerato san Nicola da Tolentino?
“Da noi san Nicola da Tolentino è venerato soprattutto per la sua profonda spiritualità di pregare per le anime dei defunti, perché la vita umana continua nell’eternità. Da noi è molto sentita la preghiera a favore dei defunti, affinchè possano vedere il volto di Dio. Questa spiritualità di san Nicola da Tolentino era spesso ricordata nella mia famiglia”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV ai giornalisti: intraprendete una comunicazione di pace
“Buongiorno e grazie per questa bellissima accoglienza! Dicono che quando si applaude all’inizio non vale granché! Se alla fine sarete ancora svegli e vorrete ancora applaudire, grazie mille!”: ha esordito in inglese papa Leone XIV nell’udienza con gli operatori della comunicazione nell’Aula Paolo VI, esortando a ‘non cedere mai alla mediocrità’ ed a promuovere una comunicazione di ‘farci uscire dalla confusione di linguaggi senza amore’, ricevendo in dono una sciarpa in alpaca delle Ande peruviane ed una reliquia di papa Luciani.
Ringraziando i giornalisti per il loro lavoro papa Leone XIV ha proposto la beatitudine di Gesù nel ‘discorso della montagna’: “Nel ‘Discorso della montagna’ Gesù ha proclamato: ‘Beati gli operatori di pace’. Si tratta di una Beatitudine che ci sfida tutti e che vi riguarda da vicino, chiamando ciascuno all’impegno di portare avanti una comunicazione diversa, che non ricerca il consenso a tutti i costi, non si riveste di parole aggressive, non sposa il modello della competizione, non separa mai la ricerca della verità dall’amore con cui umilmente dobbiamo cercarla”.
Quindi è un chiaro segnale che la pace inizia attraverso un accurato utilizzo delle parole: “La pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri; e, in questo senso, il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire ‘no’ alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra”.
Per questo subito ha chiesto la liberazione dei giornalisti, che rischiano la vita per raccontare la realtà: “Permettetemi allora di ribadire oggi la solidarietà della Chiesa ai giornalisti incarcerati per aver cercato di raccontare la verità, e con queste parole anche chiederne la liberazione di questi giornalisti incarcerati.
La Chiesa riconosce in questi testimoni (penso a coloro che raccontano la guerra anche a costo della vita) il coraggio di chi difende la dignità, la giustizia e il diritto dei popoli a essere informati, perché solo i popoli informati possono fare scelte libere. La sofferenza di questi giornalisti imprigionati interpella la coscienza delle Nazioni e della comunità internazionale, richiamando tutti noi a custodire il bene prezioso della libertà di espressione e di stampa”.
Il giornalismo è un servizio alla verità: “Voi siete stati a Roma in queste settimane per raccontare la Chiesa, la sua varietà e, insieme, la sua unità. Avete accompagnato i riti della Settimana Santa; avete poi raccontato il dolore per la morte di papa Francesco, avvenuta però nella luce della Pasqua. Quella stessa fede pasquale ci ha introdotti nello spirito del Conclave, che vi ha visti particolarmente impegnati in giornate faticose; e, anche in questa occasione, siete riusciti a narrare la bellezza dell’amore di Cristo che ci unisce tutti e ci fa essere un unico popolo, guidato dal Buon Pastore”.
Ma per raccontare la verità occorre non ‘cedere’ alla mediocrità, citando un discorso di sant’Agostino: “Viviamo tempi difficili da percorrere e da raccontare, che rappresentano una sfida per tutti noi e che non dobbiamo fuggire. Al contrario, essi chiedono a ciascuno, nei nostri diversi ruoli e servizi, di non cedere mai alla mediocrità. La Chiesa deve accettare la sfida del tempo e, allo stesso modo, non possono esistere una comunicazione e un giornalismo fuori dal tempo e dalla storia.
Come ci ricorda sant’Agostino, che diceva: ‘Viviamo bene e i tempi saranno buoni’. Noi siamo i tempi. Grazie, dunque, di quanto avete fatto per uscire dagli stereotipi e dai luoghi comuni, attraverso i quali leggiamo spesso la vita cristiana e la stessa vita della Chiesa. Grazie, perché siete riusciti a cogliere l’essenziale di quel che siamo, e a trasmetterlo con ogni mezzo al mondo intero”.
Papa Leone XIV ha invitato ad usare bene le parole: “Oggi, una delle sfide più importanti è quella di promuovere una comunicazione capace di farci uscire dalla ‘torre di Babele’ in cui talvolta ci troviamo, dalla confusione di linguaggi senza amore, spesso ideologici o faziosi. Perciò, il vostro servizio, con le parole che usate e lo stile che adottate, è importante”.
Infatti anche la comunicazione crea cultura: “La comunicazione, infatti, non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura, di ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto. E guardando all’evoluzione tecnologica, questa missione diventa ancora più necessaria. Penso, in particolare, all’intelligenza artificiale col suo potenziale immenso, che richiede, però, responsabilità e discernimento per orientare gli strumenti al bene di tutti, così che possano produrre benefici per l’umanità. E questa responsabilità riguarda tutti, in proporzione all’età e ai ruoli sociali”.
Per questo ha ripreso le parole di papa Francesco a ‘disarmare le parole’, come ha scritto nel messaggio per la prossima giornata delle Comunicazioni Sociali: “Per questo ripeto a voi oggi l’invito fatto da papa Francesco nel suo ultimo messaggio per la prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali: disarmiamo la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo e odio; purifichiamola dall’aggressività. Non serve una comunicazione fragorosa, muscolare, ma piuttosto una comunicazione capace di ascolto, di raccogliere la voce dei deboli che non hanno voce”.
Ed ha concluso il discorso invitando i giornalisti ad intraprendere una ‘comunicazione di pace’: “Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra. Una comunicazione disarmata e disarmante ci permette di condividere uno sguardo diverso sul mondo e di agire in modo coerente con la nostra dignità umana. Voi siete in prima linea nel narrare i conflitti e le speranze di pace, le situazioni di ingiustizia e di povertà, e il lavoro silenzioso di tanti per un mondo migliore. Per questo vi chiedo di scegliere con consapevolezza e coraggio la strada di una comunicazione di pace”.
(Foto: Santa Sede)
A Genova la democrazia nasce dalla Resistenza
“E’ per me un’occasione importante poter essere qui con tutti voi per celebrare oggi, qui a Genova, l’ottantesimo anniversario della liberazione dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista. Una regione, la Liguria, che, ricca di virtù patriottiche, tanto ha contribuito alla conquista della libertà del nostro popolo. Rendiamo onore alle popolazioni che seppero essere protagoniste nel sostenere e affiancare i partigiani delle montagne e delle città”.
Per celebrare 80 anni della Liberazione il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha scelto Genova, che è il simbolo di un contributo decisivo della Resistenza italiana alle sorti del conflitto, in quanto a seguito dell’insurrezione avvenuta tra la sera del 23 e il 26 aprile 1945 rappresenta l’unico caso europeo in cui un intero dispositivo militare tedesco si arrende alle forze della Resistenza senza alcun intervento bellico da parte degli Alleati che sono sopraggiunti il giorno successivo.
Ed ha raccontato la ‘lezione morale’ della Liguria, in cui molte città sono state insignite al valore civile: “Dalla città di Genova, Medaglia d’oro al valor militare per la lotta di Liberazione che (recita la motivazione) ‘piegata la tracotanza nemica otteneva la resa del forte presidio tedesco, salvando così il porto, le industrie e l’onore’, alla città di Savona, Medaglia d’oro, insignita per ‘l’ostinazione a non subire la vergogna della tirannide’, alle Province di Imperia e di La Spezia, anch’esse Medaglie d’oro. Così come alle Città di La Spezia e di Albenga, alla Provincia di Genova, insignite di Medaglia d’oro al valor civile per la Resistenza. Alle Croci di guerra assegnate, con la stessa motivazione, ai Comuni di Rossiglione, San Colombano Certenoli in val Cichero, Zignago, Albenga.
Dalla Liguria è venuta allora una forte lezione sulla moralità della Resistenza, sulle ragioni di fondo che si opponevano al dominio dell’uomo sull’uomo, si opponevano a un conflitto nato non per difendere la propria comunità ma come aggressione alla libertà di altri popoli”.
Una resistenza, quella ligure, imperniata sulla fraternità nel ricordo di Aldo Gastaldi: “Un’esperienza che ha tratto ispirazione da una figura, quella di Aldo Gastaldi, il partigiano ‘Bisagno’, comandante della Divisione Garibaldi-Cichero, protagonista di un impegno per la Patria, la giustizia, la libertà, considerato come servizio d’amore, oltre che esercizio di responsabilità. Morto drammaticamente un mese dopo la Liberazione, Medaglia d’oro al valor militare, la Chiesa di Genova ha determinato di dare avvio al processo canonico di beatificazione di questo Servo di Dio”.
Insomma una città che insieme si ribellò alla dittatura nazi-fascista: “E la fabbrica, le fabbriche, si manifestarono, una volta di più, luoghi di solidarietà, scuole di democrazia, con la crescita di coscienza sindacale, e la costituzione delle squadre di difesa operaia. Con gli scioperi nel Savonese e nello Spezzino alla fine del 1943 e nel 1944, che conferirono una forte spinta all’allargamento del consenso verso il movimento partigiano. Gli scioperi a Genova del 1943 sino al giugno del 1944, sino allo sciopero insurrezionale del 1945. Il crollo del fronte interno del regime si manifestava giorno dopo giorno”.
Molti scelsero la Resistenza perché volevano la pace: “Il Bando Graziani per l’arruolamento nei reparti fascisti aveva dato un involontario contributo ai partigiani: posti di fronte al dilemma o repubblichini o in fuga, molti giovani sceglievano la strada della montagna, superando ogni attendismo. I partigiani facevano terra bruciata dei tentativi repubblichini di organizzazione amministrativa: bruciare i registri anagrafici della Rsi impediva, di fatto, sia le requisizioni dei beni dei cittadini, sia i tentativi di coscrizione obbligatoria… L’aspirazione profonda del popolo italiano, dopo le guerre del fascismo, era la pace”.
E dalla Resistenza nacque l’Europa: “La Resistenza cresceva in tutti i Paesi europei sotto dominazione nazista. Si faceva strada, dalla causa comune, la solidarietà, in grado di superare le eredità delle recenti vicende belliche. Anche dalle diverse Resistenze nacque l’idea dell’Europa dei popoli, oggi incarnata dalla sovranità popolare espressa dal Parlamento di Strasburgo. Furono esponenti antifascisti coloro che elaborarono l’idea d’Europa unita, contro la tragedia dei nazionalismi che avevano scatenato le guerre civili europee”.
Dalle Resistenze nacque l’Europa dei popoli: “Difendere la libertà dei popoli europei è compito condiviso. Ora, l’eguaglianza, l’affermazione dello Stato di diritto, la cooperazione, la stessa libertà e la stessa democrazia, sono divenuti beni comuni dei popoli europei da tutelare da parte di tutti i contraenti del patto dell’Unione Europea.
La libertà delle diverse Patrie è divenuta la liberazione dell’Europa da chi pretendeva di sottometterla. E fu una lotta così vera da coinvolgere anche persone che i nazisti pretendevano opporre ai partigiani”.
Ed ha ricordato in quale modo Genova si liberò: “Da questi principi fondativi viene un appello: non possiamo arrenderci all’assenteismo dei cittadini dalla cosa pubblica, all’astensionismo degli elettori, a una democrazia a bassa intensità. Anche per rispettare i sacrifici che il nostro popolo ha dovuto sopportare per tornare a essere cittadini, titolari di diritti di libertà.
Il rovinio del posticcio regime di Salò, la progressiva sconfitta del nazismo apparivano ormai irreversibili e a Genova, importante bastione industriale, si posero le condizioni dell’insurrezione e, come abbiamo ascoltato, un esercito agguerrito si arrendeva al popolo. Ridurre le forze tedesche a trattare con i partigiani non fu facile”.
Alla liberazione della città ci fu la partecipazione della Chiesa: “Preziosa fu la mediazione dell’arcivescovo di Genova, il Cardinale Pietro Boetto (dichiarato ‘giusto fra le nazioni’ per il soccorso prestato agli ebrei) per giungere a siglare la resa del comando tedesco nella sua residenza di Villa Migone, tra il generale Meinhold e il presidente del CLN Remo Scappini (‘Giovanni’). Sarebbe toccato al partigiano Pittaluga (Paolo Emilio Taviani) annunciare la mattina seguente: Genova è libera”.
A questo punto il presidente della Repubblica ha ricordato che la pace nasce dalla resistenza di tutti, consegnandoci la lezione di papa Francesco: “Non ci può essere pace soltanto per alcuni. Benessere per pochi, lasciando miseria, fame, sottosviluppo, guerre, agli altri. E’ la grande lezione che ci ha consegnato papa Francesco… Ecco perché è sempre tempo di Resistenza, ecco perché sono sempre attuali i valori che l’hanno ispirata”.
Infine ha ricordato anche la resistenza della città contro la barbarie delle Brigate Rosse per difendere la democrazia:: “A Genova si espresse e si affermò il respiro della libertà. Un’anima che non sarebbe mai stata tradita. Un patto, un impegno, che non sarebbero venuti meno neppure quando, negli anni ‘70, il terrorismo tentò di aggredire le basi della nostra convivenza democratica.
E dalle fabbriche venne una risposta coraggiosa, esigente, che si riassume nel nome di Guido Rossa. La sua testimonianza appartiene a quei valori di integrità e coraggio delle persone che, anche qui, edificarono la Repubblica. Viva la Liguria partigiana, viva la libertà, viva la Repubblica”.
(Foto: Quirinale)
Papa Francesco: nella malattia Dio non ci lascia soli
“Il Vangelo di questa quinta domenica di Quaresima ci presenta l’episodio della donna colta in adulterio. Mentre gli scribi e i farisei vogliono lapidarla, Gesù restituisce a questa donna la bellezza perduta: lei è caduta nella polvere; Gesù su quella polvere passa il suo dito e scrive per lei una storia nuova: è il ‘dito di Dio’, che salva i suoi figli e li libera dal male”: mentre mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del dicastero per l’Evangelizzazione, sezione per le Questioni Fondamentali dell’Evangelizzazione nel Mondo, leggeva le prime parole dell’Angelus scritte da papa Francesco, egli è apparso in piazza san Pietro salutando i presenti al giubileo dei malati e della sanità, ringraziando per le preghiere.
Prima della recita dell’Angelus papa Francesco ha ricordato la cura che si deve agli ammalati: “Carissimi, come durante il ricovero, anche ora nella convalescenza sento il ‘dito di Dio’ e sperimento la sua carezza premurosa. Nel giorno del Giubileo degli ammalati e del mondo della sanità, chiedo al Signore che questo tocco del suo amore raggiunga coloro che soffrono e incoraggi chi si prende cura di loro”.
Inoltre ha chiesto di pregare per tutti coloro che lavorano nella sanità: “E prego per i medici, gli infermieri e gli operatori sanitari, che non sempre sono aiutati a lavorare in condizioni adeguate e, talvolta, sono perfino vittime di aggressioni. La loro missione non è facile e va sostenuta e rispettata. Auspico che si investano le risorse necessarie per le cure e per la ricerca, perché i sistemi sanitari siano inclusivi e attenti ai più fragili e ai più poveri”.
Infine ha pregato per la pace nel mondo: “Continuiamo a pregare per la pace: nella martoriata Ucraina, colpita da attacchi che provocano molte vittime civili, tra cui tanti bambini. E lo stesso accade a Gaza, dove le persone sono ridotte a vivere in condizioni inimmaginabili, senza tetto, senza cibo, senza acqua pulita. Tacciano le armi e si riprenda il dialogo; siano liberati tutti gli ostaggi e si soccorra la popolazione.
Preghiamo per la pace in tutto il Medio Oriente; in Sudan e Sud Sudan; nella Repubblica Democratica del Congo; in Myanmar, duramente provato anche dal terremoto; e ad Haiti, dove infuria la violenza, che alcuni giorni fa ha ucciso due religiose”.
Nella celebrazione eucaristica l’omelia del papa, letta da mons. Fisichella, è stato sottolineato la novità di Dio: “Sono le parole che Dio, attraverso il profeta Isaia, rivolge al popolo d’Israele in esilio a Babilonia. Per gli Israeliti è un momento difficile, sembra che tutto sia andato perduto. Gerusalemme è stata conquistata e devastata dai soldati del re Nabucodonosor II e al popolo, deportato, non è rimasto nulla. L’orizzonte appare chiuso, il futuro oscuro, ogni speranza vanificata. Tutto potrebbe indurre gli esuli a lasciarsi andare, a rassegnarsi amaramente, a sentirsi non più benedetti da Dio”.
In tale situazione c’è l’invito a vedere la novità: “Eppure, proprio in questo contesto, l’invito del Signore è a cogliere qualcosa di nuovo che sta nascendo. Non una cosa che avverrà in futuro, ma che già accade, che sta spuntando come un germoglio. Di che si tratta? Cosa può nascere, anzi cosa può essere già germogliato in un panorama desolato e disperato come questo?”
E’ la nascita di un popolo: “Quello che sta nascendo è un popolo nuovo. Un popolo che, crollate le false sicurezze del passato, ha scoperto ciò che è essenziale: restare uniti e camminare insieme nella luce del Signore. Un popolo che potrà ricostruire Gerusalemme perché, lontano dalla Città santa, con il tempio ormai distrutto, senza più poter celebrare solenni liturgie, ha imparato a incontrare il Signore in un altro modo: nella conversione del cuore, nel praticare il diritto e la giustizia, nel prendersi cura di chi è povero e bisognoso, nelle opere di misericordia”.
Ugualmente avviene nel Vangelo: “Pure qui c’è una persona, una donna, la cui vita è distrutta: non da un esilio geografico, ma da una condanna morale. E’ una peccatrice, e perciò lontana dalla legge e condannata all’ostracismo e alla morte. Anche per lei sembra non ci sia più speranza. Ma Dio non l’abbandona. Anzi, proprio quando già i suoi aguzzini stringono le pietre nelle mani, proprio lì, Gesù entra nella sua vita, la difende e la sottrae alla loro violenza, dandole la possibilità di cominciare un’esistenza nuova”.
Quindi le letture di questa domenica quaresimale indicano la necessità di porre la fiducia in Dio: “Con questi racconti drammatici e commoventi, la liturgia ci invita oggi a rinnovare, nel cammino Quaresimale, la fiducia in Dio, che è sempre presente vicino a noi per salvarci. Non c’è esilio, né violenza, né peccato, né alcun’altra realtà della vita che possa impedirgli di stare alla nostra porta e di bussare, pronto ad entrare non appena glielo permettiamo. Anzi, specialmente quando le prove si fanno più dure, la sua grazia e il suo amore ci stringono ancora più forte per risollevarci”.
Questo è vero anche nei momenti di malattia: “Sorelle e fratelli, noi leggiamo questi testi mentre celebriamo il Giubileo degli ammalati e del mondo della sanità, e certamente la malattia è una delle prove più difficili e dure della vita, in cui tocchiamo con mano quanto siamo fragili. Essa può arrivare a farci sentire come il popolo in esilio, o come la donna del Vangelo: privi di speranza per il futuro.
Ma non è così. Anche in questi momenti, Dio non ci lascia soli e, se ci abbandoniamo a Lui, proprio là dove le nostre forze vengono meno, possiamo sperimentare la consolazione della sua presenza. Egli stesso, fatto uomo, ha voluto condividere in tutto la nostra debolezza e sa bene che cos’è il patire. Perciò a Lui possiamo dire e affidare il nostro dolore, sicuri di trovare compassione, vicinanza e tenerezza”.
E la malattia si può trasformare in un ‘luogo santo’: “Ma non solo. Nel suo amore fiducioso, infatti, Egli ci coinvolge perché possiamo diventare a nostra volta, gli uni per gli altri, ‘angeli’, messaggeri della sua presenza, al punto che spesso, sia per chi soffre sia per chi assiste, il letto di un malato si può trasformare in un ‘luogo santo’ di salvezza e di redenzione”.
Poi si è rivolto ai medici ringraziando per le cure offerte ai malati: “Cari medici, infermieri e membri del personale sanitario, mentre vi prendete cura dei vostri pazienti, specialmente dei più fragili, il Signore vi offre l’opportunità di rinnovare continuamente la vostra vita, nutrendola di gratitudine, di misericordia, di speranza.
Vi chiama a illuminarla con l’umile consapevolezza che nulla è scontato e che tutto è dono di Dio; ad alimentarla con quell’umanità che si sperimenta quando, lasciate cadere le apparenze, resta ciò che conta: i piccoli e grandi gesti dell’amore. Permettete che la presenza dei malati entri come un dono nella vostra esistenza, per guarire il vostro cuore, purificandolo da tutto ciò che non è carità e riscaldandolo con il fuoco ardente e dolce della compassione”.
Un ultimo pensiero è stato rivolto agli ammalati, che possono sperimentare la misericordia di Dio: “Con voi, poi, carissimi fratelli e sorelle malati, in questo momento della mia vita condivido molto: l’esperienza dell’infermità, di sentirci deboli, di dipendere dagli altri in tante cose, di aver bisogno di sostegno. Non è sempre facile, però è una scuola in cui impariamo ogni giorno ad amare e a lasciarci amare, senza pretendere e senza respingere, senza rimpiangere e senza disperare, grati a Dio e ai fratelli per il bene che riceviamo, abbandonati e fiduciosi per quello che ancora deve venire.
La camera dell’ospedale e il letto dell’infermità possono essere luoghi in cui sentire la voce del Signore che dice anche a noi: ‘Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?’ E così rinnovare e rafforzare la fede”.
L’omelia è stata conclusa con un pensiero di papa Benedetto XVI, che ha sperimentato la malattia: “Benedetto XVI (che ci ha dato una bellissima testimonianza di serenità nel tempo della sua malattia) ha scritto che ‘la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza’ e che ‘una società che non riesce ad accettare i sofferenti… è una società crudele e disumana’. E’ vero: affrontare insieme la sofferenza ci rende più umani e condividere il dolore è una tappa importante di ogni cammino di santità”.
(Foto: Vatican Media)





























