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Aldo Gastaldi: un partigiano anomalo
Ci si potrebbe chiedere perché la Chiesa abbia deciso di aprire una causa di beatificazione per un partigiano, anche se si tratta del primo partigiano d’Italia. Come è anche strano che, anni fa, in una scuola cattolica, insegnassero a suonare e cantare, tra gli altri innumerevoli pezzi , il brano Fischia il vento durante le lezioni di musica. Eppure delle ragioni ci sono. La Chiesa condanna la guerra e l’uso delle armi, ma la resistenza per portare alla libertà e alla pace, può essere svolta in molti modi, anche senza armi e un canto si può accorciare in modo che sia semplicemente un simbolo di libertà al di là di ogni ideologia. Anche quest’uomo considerava più importanti la pace e la libertà in senso più spirituale e umano che politico e più avanti scopriremo perché.
Da una intervista al regista di uno dei film dedicati a Gastaldi, scopriamo che era considerato un ragazzo piuttosto silenzioso,ma le sue lettere mostrano la personalità di un uomo dal pensiero profondo e dalla grande fede. Per lui, i fascisti e i comunisti erano innanzitutto persone. Cercava sempre di “abbracciare tutti, evitando inutili stragi”. Inoltre, le lettere raccontano la sua fede semplice e dolce. Nelle missive, Bisagno alias di Gastaldi, partiva da quel che viveva per porsi domande importanti sul senso della vita e su Dio, risultando un uomo certo in un periodo dove le certezze erano traballanti. Giampaolo Pansa, a sua volta, si informò su Gastaldi per scrivere un libro circa la vita di questa figura.
Secondo il giornalista e scrittore il partigiano era ‘un personaggio anomalo, da favola, una sorta di re Artù. Un ragazzo bellissimo, molto religioso, primo di cinque figli. Era un apolitico’. Lo definì anche ‘un monaco atletico, un Gesù Cristo con il fucile a tracolla, il ragazzo dell’oratorio diventato capo ribelle’. Sempre da questa fonte, scopriamo che Gastaldi impose ai suoi compagni un regolamento che includeva: non bestemmiare, non molestare le ragazze, non importunare i contadini. Cose che, durante la guerra, venivano fatte da entrambe le parti.
Ma conosciamo di più la storia di questo ragazzo con tanti fratelli. In breve: Aldo Gastaldi nacque a Genova il 17 settembre 1921 in una famiglia cattolica. Studiò presso il Liceo Classico Cristoforo Colombo di Genova e successivamente si iscrisse alla Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Genova. Nel 1941 fu chiamato alle armi e nel 1942 prese servizio come sottotenente nel 15° Reggimento Genio a Chiavari. Dopo l’8 settembre 1943, Gastaldi decise di unirsi alla Resistenza e divenne uno dei leader della Divisione Cichero, una delle più importanti e attive formazioni partigiane della Liguria. Si distinse per il suo coraggio, e la sua capacità di guidare i suoi uomini con fermezza e comprensione.
Gastaldi morì il 21 maggio 1945 a Desenzano del Garda, neppure un mese dopo la Liberazione. La versione ufficiale della sua morte è che cadde da un camion su cui stava viaggiando ma molti, tra cui Pansa, sospettano ancora oggi che sia stato assassinato. Vediamo ora perché è stato pensato di aprire un processo di beatificazione. La causa di beatificazione di Aldo Gastaldi è stata autorizzata dal cardinale Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova, nel 2019. La decisione nasce dal riconoscimento da parte della Chiesa della fama di santità e della testimonianza di fede e di valori umani di Bisagno.
I motivi della decisione, oltre alla sua testimonianza di fede esplicita, sono: il riconoscimento dei Gastaldi come un esempio di vita cristiana autentica, la sua attività partigiana e la sua leadership nella Resistenza attuate in modo da essere un esempio di servizio e di sacrificio per il bene comune. L’amore per la sua gente e la sua terra è dimostrato anche dal ‘nome di battaglia’ scelto: il Bisagno è un torrente della Liguria (23 km, bacino di 93 kmq). La sorgente è situata a 650 m, presso il Passo della Scoffera. Dopo un corso abbastanza accidentato, attraversa ‘abitato di Genova e sfocia nel Golfo di Genova. Dove era nato Gastaldi? Eh già, proprio a Genova.
Fonti:Tempi.it, Meta ai, Traccani.it
Don Giovanni Fornasini: medaglia d’oro per la difesa della popolazione
Giovanni Fornasini (Pianaccio, 23 novembre 1915 – San Martino di Caprara, 13 ottobre 1944) presbitero antifascista e partigiano, medaglia d’oro al valor militare alla memoria, fu ordinato sacerdote il 28 giugno 1942 dal cardinale Giovanni Battista Nasalli Rocca di Corneliano. Venne nominato vicario della parrocchia di Sperticano e il 21 agosto 1942 diviene parroco.
Il 25 luglio 1943 fece suonare a festa le campane, quando venne a conoscenza della destituzione di Mussolini, fu attivo nella resistenza e vicino alla brigata partigiana ‘Stella Rossa’. Difese come poté dalle angherie dei nazisti la popolazione riuscendo a salvare diversi parrocchiani.
Nonostante non avesse combattuto sui monti per la libertà della Patria, don Giovanni combatté con le armi della cristiana carità, difendendo vecchi, madri, spose, bambini innocenti, facendogli scudo con la propria persona contro efferati massacri condotti dalle SS tedesche.
Incoraggiò combattenti e famiglie ad eroica resistenza. Per tutto ciò fu arrestato e, miracolosamente, sfuggî alla morte per riprendere subito il suo posto di pastore e di soldato, prima tra le rovine e le stragi della sua Sperticano distrutta, poi a San Martino di Caprara, dove fu ucciso.
Venne ucciso a bruciapelo a Casaglia di Caprara da un ufficiale tedesco, che lui aveva accusato apertamente dei delitti compiuti a Marzabotto. Il suo corpo decapitato venne ritrovato alla fine dell’inverno.
Il 18 ottobre 1998, a Marzabotto, il cardinale Giacomo Biffi, diede inizio al processo canonico di beatificazione di don Giovanni e di altri due sacerdoti (Ferdinando Casagrande e Ubaldo Marchioni) considerati ‘martiri di Monte Sole’.
A don Giovanni furono intitolate la scuola elementare di Porretta Terme e una via di Bologna. Un cippo lo ricorda nel cimitero di San Martino di Caprara, insieme ad altri quattro parroci (a loro volta assassinati dalle SS).
81° anniversario della morte di padre Cortese: a Padova la commemorazione del francescano che salvò i perseguitati dal nazifascismo
A 81 anni dal martirio del Venerabile padre Placido Cortese (1907 – 1944) – frate del Santo e direttore del «Messaggero di sant’Antonio», che dopo l’occupazione dei tedeschi seguito all’Armistizio di Cassibile in segreto aiutava a fuggire ebrei, perseguitati politici, soldati alleati e internati jugoslavi al campo di concentramento di Chiesanuova – domenica 9 novembre, alle ore 11.00, nella Basilica di Sant’Antonio di Padova si terrà la commemorazione del ‘Martire della carità’.
La solenne celebrazione sarà presieduta dal card. Marcello Semeraro, Prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi. A seguire ci sarà un momento di preghiera al Memoriale di padre Placido, ovvero il confessionale da dove in segreto coordinava la cosiddetta ‘catena di salvezza’, con la collaborazione di molti giovani, studenti e in particolare donne.
Il giorno precedente, sabato 8 novembre alle ore 16.00, sempre il cardinale Semeraro, sarà in Sala dello Studio teologico del Santo per presentare Il mio san Francesco (Edizioni Messaggero Padova), libro postumo di papa Francesco di cui è curatore, in dialogo con il rettore padre Antonio Ramina.
Le celebrazioni in ricordo del Venerabile proseguiranno venerdì 28 novembre, alle ore 12.00, al Quartiere 6 Ovest, zona Brentelle, a Padova, per l’inaugurazione della passerella intitolata alle ‘Sorelle Martini’, collaboratrici di padre Cortese, e venerdì 5 dicembre, alle ore 17.00, in Sala Paladin a Palazzo Moroni, con la presentazione del volume di Antonio Spinelli Il campo di concentramento di Chiesanuova (Cierre Edizioni) sull’internamento degli “slavi” a Padova durante la Seconda guerra mondiale, frutto di approfondite ricerche sul luogo dove padre Placido Cortese operò con instancabile carità.
La Resistenza padovana fu caratterizzata dalla partecipazione fondamentale di donne e ragazze di ogni estrazione sociale, culturale e orientamento politico. Furono molte, ad esempio, le giovani donne che aiutarono padre Cortese, come le sorelle Liliana, Lidia e Teresa Martini, ma anche altre si unirono al movimento partigiano, come Delfina Borgato, Clara Doralice, Franca Decima Proto e Maria Zonta.
A queste è stato recentemente dedicato il docufilm ‘Più forte della paura – Testimonianze e diari di donne nella Resistenza padovana’, realizzato e curato da Maria Teresa Sega e Luisa Bellina, dell’Associazione rEsistenze (memoria e storia delle donne in Veneto), in collaborazione con ANPI, CGIL SPI, Centro Studi Ettore Luccini, Casrec-Università di Padova, Csup (Centro per la storia dell’Università di Padova), per la regia di Manuela Pellarin, riprese video e registrazione letture di Lorenzo Ghidoli.
Il documentario di 53 minuti visibile su Youtube evidenzia la complessità e la drammaticità del contributo di queste donne, oltre alla figura chiave di padre Placido Cortese e della sua collaborazione anche con Armando Romani per soccorrere i prigionieri alleati dopo l’8 settembre.
(Foto: Il Messaggero di Sant’Antonio)
Meroni racconta il contributo dei missionari nella Resistenza
“Missionari nella Resistenza mi ha permesso di scoprire la storia di alcuni confratelli coinvolti nella Resistenza durante la Seconda guerra mondiale. Vi ho trovato nomi noti e altri che mi erano meno conosciuti, tutti uomini liberi che hanno lottato per la libertà. Un libro bellissimo, appassionante e stimolante, che narra con stile coinvolgente pagine di storia del PIME ancora poco conosciute. Alcune di queste mi hanno commosso, lasciandomi un sentimento di profonda stima e ammirazione per questi confratelli i quali, sempre accanto ai più deboli ed ai più indifesi, hanno lottato in nome della giustizia.
Il libro di Ezio Meroni si legge tutto d’un fiato. Grazie alla narrazione semplice, che coinvolge il lettore in un’avventura pur lontana dai nostri giorni, è da considerarsi attuale per la testimonianza chiara di valori tipicamente cristiani e missionari che non hanno età”: così scrive p. Ferruccio Brambillasca, superiore generale del PIME, nella prefazione al libro del prof. Ezio Meroni, ‘Missionari nella Resistenza. Il contributo del PIME alla Liberazione 1943 – 1945’.
Mentre il prof. Alberto D’Incà, responsabile dell’Ufficio Beni Culturali e dell’Ufficio Storico del PIME, nell’introduzione ha svolto alcune considerazioni storiche sull’integrazione narrativa tra ‘microsstoria’ e ‘macrostoria’: “Questo mondo, apparentemente rinchiuso nella lenta e ritmata vita quotidiana dei membri di un istituto religioso, appare però parte integrante di quella più ampia prospettiva che trascorre all’ambito della ‘macrostoria’, per richiamare una terminologia cara a uno specialista del calibro di Carlo Ginzburg. Che alcuni presbiteri, per di più missionari, abbiano preso parte senza alcuna ambiguità alla Resistenza italiana può forse destare ancora qualche sorpresa tra i non specialisti.
Queste pagine, tuttavia, non danno soltanto lustro a un tratto di storia del PIME, di cui proprio nel 2025 si celebrano i 175 anni di attività. Esse rappresentano, soprattutto, un piccolo ma fondamentale contributo alla conoscenza della storia della Resistenza italiana, cui in molti casi, come in quello qui narrato, i cattolici diedero un apporto determinante. Quella parte rilevante del mondo cattolico (ma non solo) che, insieme ai missionari del PIME, ancora oggi si riconosce erede di questa stagione, avrà cura di conservarne con premura la memoria”.
E’ il 1943: c’è la guerra, le frontiere sono chiuse e i missionari del Pime non possono partire. Quelli che erano fuori, rientrano a Milano. Sotto le bombe, con l’Italia divisa in due, anche i sacerdoti sono chiamati a prendere posizione. Inizia così il romanzo storico di Ezio Meroni, ‘Missionari nella resistenza. Il contributo del PIME alla Liberazione (1943-1945)’, che racconta le vicende di quattro preti che hanno partecipato attivamente alla Liberazione dal nazifascismo: “Giovani, appena ordinati, tutti stravaganti. Vanno in moto con l’abito talare, sparano, vanno in montagna con i partigiani. Il superiore generale benedice e accompagna questi quattro sacerdoti. Non li ostacola. Dice ‘Lasciate fuori l’istituto, ma fate’. E’ il quinto personaggio di questa storia: agisce dietro le quinte, ma è il regista. Arrivava dalla Cina, portava una profonda ferita a un braccio che lo aveva reso inutilizzabile”.
Quindi dall’autore ci facciamo spiegare il motivo per il quale ha scritto un libro sulla Resistenza raccontando dei missionari: “La Resistenza è un fenomeno complesso, a cui hanno contribuito diverse componenti della nostra società che si rifacevano a differenti ideologie e convinzioni politiche: comunisti, socialisti, azionisti, liberali, repubblicani, monarchici. In questo contesto i cattolici, clero e laici, hanno svolto un ruolo determinante. Il loro contributo, inizialmente marginalizzato dalla storiografia resistenziale, è stato sempre più valorizzato a partire dagli anni Ottanta. Ne è una dimostrazione l’opera pubblicata nel 1987 da monsignor Giovanni Barbareschi e intitolata ‘Sacerdoti Ribelli per amore’, che propone l’esperienza nella sola diocesi di Milano di ben 179 sacerdoti impegnati a vario titolo nella Resistenza. Ne sono un’ulteriore prova le vicende che riguardano questi quattro missionari del PIME”.
Quale fu il contributo dei missionari del PIME?
“L’esperienza dei quattro protagonisti esprime compiutamente alcune delle modalità fondamentali poste in atto da chi partecipò a vario titolo alla Resistenza: l’occultamento di prigionieri, ebrei e soldati italiani; la collaborazione con le organizzazioni che si occupavano del loro espatrio in Svizzera; l’inserimento nelle formazioni partigiane; l’impegno alla costituzione del CLN nelle varie realtà locali. Merita di essere evidenziato in questa prospettiva il ruolo di mons. Lorenzo Maria Balconi, il Superiore Generale del PIME, che non proibì ai suoi missionari di partecipare alla Resistenza, ma li incoraggiò, li consigliò e li accompagnò con la preghiera”.
Cosa l’ha ‘colpito’ di queste storie?
“La loro voglia di testimoniare il Vangelo anche in condizioni diverse da quelle che si erano immaginati durante gli studi in seminario: non in terre lontane, ma a casa propria e nel corso di una guerra. Il loro sforzo per incarnare la vocazione in questo contesto drammatico. La loro considerazione dell’uso delle armi solo come estrema necessità per la difesa personale o dei loro compagni. La loro scelta di non odiare il nemico, ma di considerarlo un fratello che stava dalla parte sbagliata. Il ripudio di qualsiasi desiderio di vendetta nei confronti dei nazifascisti. La loro riservatezza al termine del conflitto, evitando di pubblicizzare i loro meriti nella Resistenza”.
Perché i missionari del PIME decidono di partecipare alla Resistenza?
“C’è un dato storico che condiziona la vita e le scelte del PIME e dei suoi missionari a partire dal 1938: l’impossibilità di inviare nelle terre di missione i sacerdoti. Prima per lo scoppio della guerra siono-giapponese, poi per l’invasione della Polonia da parte della Germania e infine per l’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940. Chi è in Italia è costretto a restarvi senza sapere quando finirà questa attesa forzata. Ognuno sente l’esigenza di testimoniare la propria fede nei modi consentiti dalla guerra: qualcuno va a insegnare religione a scuola, in diversi accettano di andare a fare il coadiutore nelle parrocchie della diocesi, altri si impegnano nell’assistenza spirituale dei malati negli ospedali, altri ancora collaborano con le strutture di protezione antiaerea.
Alcuni di loro hanno contatti e relazioni che li avvicinano più direttamente, e anche drammaticamente, alla Resistenza: padre Ferruccio Corti condivide la scelta del fratello, parroco di Giovenzana, che insieme alla sua comunità ospita diversi prigionieri stranieri fuggiti dai campi di internamento. Entrambi ne pagheranno le conseguenze con il carcere e il lavoro forzato nei lager. Padre Lido Mencarini, coadiutore a Cantù, organizza insieme alla CRI locale, l’espatrio in Svizzera di ebrei e prigionieri stranieri.
Padre Mario Limonta e padre Aristide Pirovano collaborano con l’organizzazione che faceva capo al Collegio ‘San Carlo’ per inviare a Varese e poi in Svizzera prigionieri ed ebrei. Sulla scia di questa esperienza padre Mario Limonta decide di andare a fare il cappellano in Valcuvia nel Gruppo ‘Cinque Giornate’, comandato dal colonnello Croce. Padre Aristide Pirovano paga con due mesi di carcere e di torture il suo contributo alla Resistenza. Liberato su intervento del card. Schuster, va a fare il coadiutore a Erba, suo paese natale, dove promuove la costituzione del CLN locale e assume un ruolo determinante nelle trattative di resa dei nazifascisti”.
Quale è stato il ruolo della Chiesa nella lotta resistenziale?
“Il ruolo e l’importanza del clero e dei laici cattolici nella Resistenza furono significativi e si manifestarono in diversi modi: nascondendo, nutrendo e vestendo i nostri soldati, i prigionieri stranieri e gli ebrei, soprattutto dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943; collaborando per il loro invio nelle zone di confine con la Svizzera; mettendo a disposizione dei vari CLN le loro strutture per le riunioni o per nascondere qualche ricercato; offrendosi come garanti nelle trattative con i nazifascisti; unendosi ai partigiani che combattevano nelle brigate di montagna”.
(Foto: Ezio Meroni)
La Chiesa verso COP30 per una giustizia climatica
Oggi è stato presentato un documento sui temi della giustizia climatica, della conversione ecologica e della cura della Casa Comune, che è stato frutto del discernimento collettivo delle Chiese dell’Africa, dell’America Latina e dei Caraibi e dell’Asia in preparazione alla COP30, intitolato ‘Un llamado por la justicia climática y la casa común: conversión ecológica, transformación y resistencia a las falsas soluciones’ e redatto dal Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar (SECAM), dalla Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia (FABC) e dal Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM), coordinate dalla Pontificia Commissione per l’America Latina (PCAL).
Presentando il documento il card. Jaime Spengler, arcivescovo di Porto Alegre, e presidente del CELAM e della CNBB, ha sottolineato che questo documento non è un gesto ‘isolato’, ma trae ispirazione dall’enciclica ‘Laudato sì’: “E’ il frutto di un processo sinodale, di un discernimento spirituale e comunitario tra Chiese sorelle del Sud del mondo: Africa, Asia e America Latina e Caraibi. Contiene i principali punti di difesa, proposte e denunce avanzate dalla Chiesa, in conformità con il Magistero di papa Francesco e papa Leone XIV, in relazione alla crisi climatica e alle questioni in discussione alla COP30”.
Il documento stabilisce un’importante relazione, per cui non esiste giustizia climatica senza conversione ecologica, e non esiste conversione ecologica senza resistenza alle ‘false soluzioni’: “Dal cuore dell’Amazzonia, sentiamo un grido che grida: come possiamo permettere che un mercato senza regole etiche decida il destino degli ecosistemi più vitali del pianeta? Come possiamo accettare che la soluzione climatica sia un affare per pochi e un sacrificio per i popoli indigeni, gli afrodiscendenti e le comunità locali? Abbiamo urgente bisogno di prendere coscienza della necessità di cambiamenti negli stili di vita, nella produzione e nel consumo”.
Il documento è una denuncia degli ‘interessi’ capitalisti: “Denunciamo il mascheramento di interessi dietro nomi come ‘capitalismo verde’ ed ‘economia di transizione’, che perpetuano logiche estrattive e tecnocratiche. Rifiutiamo la finanziarizzazione della natura, i mercati del carbonio, le ‘monocolture energetiche senza previa consultazione’, la recente apertura di nuovi pozzi petroliferi, ancora più grave in Amazzonia, e l’attività mineraria abusiva in nome della sostenibilità”.
L’arcivescovo ha ribadito il valore della conversione ecologica: “Siamo convinti che la conversione ecologica non sia un’opzione per i cristiani, ma un’opzione evangelica, e crediamo, con speranza pasquale, che sia ancora possibile cambiare. Naturalmente. Lo faremo con i piedi per terra e il cuore nel Regno”.
Anche il card. Filipe Neri Ferrão, arcivescovo di Goa e Damão, presidente della FABC indiana, ha sottolineato la valenza pastorale del documento: “E’ un appello alla coscienza di fronte a un sistema che minaccia di divorare il creato, come se il pianeta fosse solo un’altra merce. Il documento che presentiamo è il riflesso di un discernimento collettivo, in prospettiva sinodale e in comunione con le Chiese d’Africa e d’America Latina. Non si tratta solo di cambiare le politiche; si tratta di cambiare i cuori”.
L’intervento si è focalizzato sulla situazione ambientale asiatica: “In Asia, milioni di persone stanno già subendo gli effetti devastanti del cambiamento climatico: tifoni, migrazioni forzate, perdita di isole, inquinamento dei fiumi… E nel frattempo, avanzano false soluzioni: mega infrastrutture, spostamenti per un’energia ‘pulita’ che non rispetta la dignità umana, e attività minerarie senza anima in nome delle batterie verdi”.
Ed ha chiesto maggiore responsabilità agli Stati più ‘sviluppati’: “E’ necessario che i Paesi più sviluppati riconoscano e si assumano il proprio debito sociale ed ecologico, in quanto principali responsabili storici dell’estrazione di risorse naturali e delle emissioni di gas serra. Si stima che questo debito climatico del Nord del mondo raggiungerà i 192 trilioni di dollari entro il 2050. Inoltre, si stima che circa due trilioni di dollari vengano sottratti ogni anno al Sud del mondo, attraverso meccanismi aziendali, bancari e governativi. Chiediamo pertanto finanziamenti per il clima equi e accessibili per le comunità e le organizzazioni locali, comprese le donne, che non generino ulteriore debito, per garantire la resilienza nel Sud del mondo”.
E’ stata anche una richiesta precisa alla Chiesa: “Allo stesso modo, come Chiesa, al di là delle critiche, vogliamo promuovere alternative: programmi educativi, nuovi percorsi economici basati sulla decrescita, economie circolari, spiritualità ecologica, politiche di protezione, accompagnamento di donne e ragazze ((le più colpite) e rafforzamento delle reti interreligiose per la difesa della vita”.
Mentre dall’Africa il card. Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo di Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo e presidente del SECAM, ha ribadito che il documento è un ‘grido di dignità’: “Noi, pastori del Sud del mondo, chiediamo la giustizia climatica come diritto umano e spirituale…. E’ necessaria un’azione urgente per evitare impatti irreversibili sul clima e sui sistemi naturali. Chiediamo pertanto un’economia che non si basi sul sacrificio dei popoli africani per arricchire altri”.
E la cura è un impegno della Chiesa africana: “Come Chiesa in Africa, ci impegniamo a rafforzare la spiritualità della cura, a formare le nuove generazioni a un’etica ecologica e a costruire un’alleanza intercontinentale del Sud del mondo per dire con una sola voce: ‘Il tempo dell’indifferenza è finito’. L’Africa vuole vivere. L’Africa vuole respirare. L’Africa vuole contribuire a un futuro di giustizia e pace per tutta l’umanità. E lo farà con la sua fede, la sua speranza e la sua invincibile dignità”.
Infine la dott.ssa Emilce Cuda, segretaria della Pontificia Commissione per l’America Latina, ha ripercorso le tappe del cammino: “Le Chiese del sud del mondo, consapevoli che ‘non si salva da sole’, come ci ha insegnato il nostro caro papa Francesco, hanno iniziato a costruire ponti come espressione della cattolicità che le costituisce. Frutto di questo lavoro comunitario, questo è il documento congiunto che è presentato oggi al papa ed alla stampa, come anticipazione di quanto verrà presentato tra cinque mesi a Belém. Esso costituisce di per sé un esempio concreto di questa pratica di costruzione di ponti, tipica della virtuosa capacità di organizzazione comunitaria che contraddistingue le Chiese cattoliche del Sud del mondo, capace di superare: la parte, il conflitto, lo spazio e l’ideologia”.
Riprendendo le parole di papa Leone XIV, la segretaria ha sottolineato il motivo per cui la Chiesa è presente alla prossima COP: “Come apostoli missionari di una Chiesa sinodale, andremo alla COP30 per costruire quella pace in mezzo a questa guerra a pezzi contro il creato, dove molti moriranno e moriranno ancora di più se non agiamo, come consigliano gli scienziati delle Nazioni Unite. Lo facciamo perché, come dice papa Leone XIV, la Chiesa ‘cerca sempre di essere vicina soprattutto a coloro che soffrono’. E la nostra gente soffre perché, nel Sud del mondo, la vita dipende da una collina”.
(Foto: Osservatore Romano)
Cecilia Brighi: nel Myanmar guerra contro l’umanità
Da alcuni mesi nel Myanmar la giunta militare ha intensificato gli attacchi aerei contro i civili, cercando di distruggere i centri abitati che non può controllare, poiché in questi 4 anni dal colpo di stato, decine di migliaia sono i soldati morti, feriti, che si sono arresi o che hanno disertato a favore delle forze della resistenza democratica, rendendo possibile la perdita di controllo di molte basi militari e della maggior parte del territorio, a favore delle forze di opposizione che, nonostante la totale assenza di sostegni internazionali, continuano a lottare per far vincere la ‘Rivoluzione di Primavera’ e costruire uno stato democratico e federale.
Con la strategia ‘brucia tutto, uccidi tutti’, oltre 100.000 abitazioni sono state distrutte dai raid della giunta, provocando 3.600.000 persone sfollate interne, 18.000.000 persone necessitano di assistenza umanitaria e 13.300.000 persone hanno gravi livelli di insicurezza alimentare; oltre 27.694 dissidenti sono stati arrestati, oltre 50.000 sono i morti, di cui oltre 8000 civili, secondo l’Acled che ha affermato come il panorama del conflitto in Myanmar sia ‘diventato il più frammentato al mondo con oltre 2600 nuovi attori non statali, che dal 2021 partecipano al conflitto rappresentando il 21% del totale dei gruppi armati non statali attivi in tutto il mondo’.
Inoltre nell’anno scolastico, iniziato in questo mese, molti bambini non potranno frequentare le lezioni, perché l’aiuto internazionale è inadeguato, come ha dichiarato Abdurahman Sharif, direttore umanitario senior di Save the Children International: “Nonostante l’enorme portata della crisi in Myanmar la risposta della comunità internazionale è stata tristemente inadeguata. In una crisi come quella che sta vivendo il Paese, i bambini hanno bisogno di aiuti salvavita e tra questi di istruzione, che è davvero un intervento salvavita”.
Per capire meglio la situazione nel Myanmar abbiamo chiesto delucidazioni alla segretaria generale dell’associazione ‘Italia-Birmania. Insieme’, Cecilia Brighi: “Dal 1^ febbraio 2021, la giunta militare birmana, tiene sotto assedio il paese. Il suo capo, Generale Min Aung Hlaing è accusato dalla Corte Penale Internazionale di crimini di guerra e contro l’umanità, mentre alla Corte Internazionale di Giustizia è pendente una richiesta di accusa per genocidio nei confronti della popolazione Rohingya. Il presidente Win Myint, la consigliera di Stato, Aung San Suu Kyi, i membri del governo precedente e decine di migliaia di democratici sono tutt’ora in carcere in condizioni di estrema precarietà, spesso vittime di torture e maltrattamenti.
La giunta militare ha così posto fine a un decennio di governo semi-democratico. Oltre 3.600.000 sono sfollati interni. L’’UNOCHA ha dichiarato che il numero di persone bisognose in Myanmar arriverà a oltre 20.000.000 entro l’anno. Ovvero più di un terzo della popolazione del Paese. Tra loro 6.300.000 bambini e 7.100.000 donne, che stanno pagando un prezzo straordinario visto che sono spesso vittime di stupri e violenze, usate come arma di guerra. Secondo l’UNDP quasi la metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà rispetto al 27% nel 2017. La giunta militare in realtà controlla solo un terzo del Paese, con le principali città: Yangon, Mandalay e la capitale, Naypyidaw. Nonostante questo, la giunta, non vuole cedere il proprio strapotere, e per potersi legittimare a livello internazionale, ha deciso di organizzare a fine 2025 elezioni politiche illegali, che potranno tenersi solo in alcune città ancora sotto il controllo militare”.
A ciò anche il terremoto non ha risparmiato la popolazione?
“Il devastante terremoto che ha colpito il cuore del paese ha causato 4.345 morti, 7,890 feriti e 210 dispersi. Oltre 300.000 edifici sono stati distrutti come pure quasi 5.000 km di strade e oltre 1.800 scuole, che hanno subito vari gradi di danni strutturali. Ma non basta. La giunta, anziché interrompere la sua brutalità di fronte a tanto immane dolore e disastro, ha continuato a bombardare i villaggi dell’area del sisma e nel resto del paese. . Centinaia di monasteri, pagode e moschee si sono letteralmente sbriciolati o gravemente danneggiati, come pure monumenti storici e culturali. Molti di questi monumenti sono sopravvissuti per centinaia di anni, ma nonostante le richieste, come per le moschee di Mandalay, nel corso degli anni non è stato fatto nessun intervento di messa in sicurezza sismica.
Il Paese non ha un sistema avanzato di allarme e di pianificazione sismica. Pochissimi sono gli strumenti scientifici operativi, tanto che le stime iniziali dello slittamento della faglia sono state calcolate utilizzando solo letture di sismografi lontani. La corruzione endemica ha poi autorizzato uno sviluppo urbanistico di cartone, concausa del crollo generalizzato di palazzi e case, compresa la nuova scintillante capitale, crollata come se fosse di burro, perchè pur essendo stata inaugurata nel 2005 è stata costruita senza rispettare alcuna misura antisismica pur sapendo che era al centro di una faglia importantissima. Non solo la giunta bombarda ma vi sono evidenze certe di distrazione degli aiuti umanitari. La corruzione che domina nell’esercito ha fatto il resto”.
Per quale motivo la situazione del Myanmar è invisibile in Occidente?
“Il paese è al centro di straordinari interessi geopolitici da parte di Cina e Russia che intendono controllare il Mar delle Andamane garantendo la sicurezza dei loro traffici commerciali e il controllo militare con un occhio all’Oceano Pacifico che è dietro l’angolo. L’invasione dell’Ucraina da parte di Putin e il conflitto mediorientale ha distolto l’attenzione globale e se si guarda all’Europa si è ritenuto di non voler disturbare la Cina, nei confronti della quale ci sono enormi interessi commerciali.
Se si aggiunge il fatto che Cina e Russia da sempre hanno bloccato l’adozione di misure vincolanti al Consiglio di Sicurezza Onu, il risultato è una paralisi e una indifferenza molto pericolosa, soprattutto perché ormai i tempi stringono e se la giunta come ha dichiarato intende indire le elezioni per il prossimo dicembre, pur in una parte residuale del paese, il risultato sarà che i paesi ASEAN e Cina, Russia e India le ratificheranno, garantendo una nuova legittimità ad una giunta in abiti civili. Oggi e non chi sa quando, l’Europa e i paesi democratici dovrebbero svegliarsi e sostenere con risorse economiche robuste l’opposizione democratica di quel paese.
Già da gennaio 2026 sarà troppo tardi. In Italia ricordiamo sempre la lotta della resistenza al nazifascismo, e il coraggio dei nostri partigiani. In Myanmar oggi vi è una situazione simile, una lotta non violenta del Movimento di Disobbedienza Civile e una resistenza armata non solo degli eserciti degli stati etnici ma anche degli oltre 100.000 giovani e ragazze che fanno parte delle People Defence Forces, coordinati dal Governo di Unità Nazionale che, senza aiuti internazionali, sta cercando di sconfiggere la giunta e costruire un paese democratico e federale, nel rispetto delle differenze etniche, religiose e con un ruolo forte delle donne”.
Quali problemi sta causando alla popolazione il congelamento degli aiuti imposto dal presidente statunitense?
“Se per esempio si guarda alla Birmania, nel 2024 USAID aveva destinato al paese sotto una delle più violente dittature al mondo circa 238.000.000 di dollari. Il 47% per aiuti umanitari. Immediati sono stati gli impatti negativi. Gli ospedali che servivano oltre 100.000 persone nei campi profughi in Thailandia hanno sospeso a tempo indeterminato il lavoro. Joe Freeman, ricercatore di Amnesty International per la Birmania ha dichiarato: ‘La decisione ha bruscamente chiuso gli ospedali nei campi profughi, ha messo a rischio di deportazione i difensori dei diritti umani in fuga e ha messo a repentaglio i programmi che aiutano le persone a prevenire le atrocità della giunta, a sopravvivere nelle zone di conflitto e a ricostruire le proprie vite in mezzo alle continue ondate di violenza’.
Il blocco dei fondi a sostegno dei progetti per la promozione della democrazia, pari a 39 milioni ha immediatamente prodotto danni spesso irrecuperabili. Moltissime piccole associazioni locali che beneficiavano dei contributi USA per e la tutela dei dissidenti, il sostegno ai rifugiati interni, l’assistenza sanitaria dei rifugiati interni, sono state costrette a chiudere. I media e le agenzie di stampa indipendenti birmane (dal colpo di stato ad oggi oltre 200 giornalisti sono stati arrestati) sono a rischio di sopravvivenza. Molti media democratici che si erano organizzati al confine tra Thailandia e Birmania sono stati costretti a tagliare personale e stipendi. Ko Nyan Lin Htet, caporedattore della Mekong News Agency, ha affermato che la macchina della propaganda del regime e i media statali cinesi ne trarranno vantaggio; la Cina è sempre in osservazione. Se i media indipendenti si restringono, la propaganda sostenuta dalla Cina si espanderà.
Allora per quale motivo la Cina appoggia la dittatura del Myanmar?
“Come ho accennato prima, la Cina ha straordinari interessi geopolitici, economici e commerciali. Il controllo del Mar delle Andamane, di fronte all’india è un primo motivo. La possibilità di trasportare le merci e il gas verso la provincia dello Yunnan che non ha sbocco al mare è un secondo motivo per il quale ha costruito un gasdotto e oleodotto che attraversa la Birmania. Ora sta realizzando una ferrovia una mega zona industriale e un porto profondo nello Stato Rakhine che dovrebbe avere la possibilità di dual use. Moltissimi sono gli investimenti infrastrutturali e industriali in corso.
Se si guarda alle terre rare, la Birmania è uno dei più grandi produttori di alcune terre rare pesanti la cui estrazione nel nord del paese è stata fino ad oggi in mano alla Cina. Ovviamente il primo problema per Pechino è garantire la stabilità del paese che è alle sue porte. Per questo sta attuando la politica dei due forni. Da una parte, quella prevalente, sostiene la giunta, ma aiuta anche alcuni gruppi etnici che vivono alla sua frontiera e oggi sostiene le elezioni illegali per rafforzare la giunta, visto che i paesi democratici sono deboli, divisi e scarsamente interessati ad avere una Birmania democratica”.
Quale spazio occupa la questione dei diritti umani nel Myanmar in Occidente?
“La questione dei diritti umani in generale gode di una attenzione altalenante e spesso legata ad approcci ideologici e vecchi come un vecchio approccio antimperialista legato agli USA che oggi bisogna ammettere con Trump alla Casa Bianca ha motivo per ritornare sulla cresta dell’onda, mentre poco si guarda alle aggressive politiche predatorie di Cina e Russia soprattutto in Africa, ma non solo”.
E’ possibile assicurare alla giustizia i responsabili dei crimini contro l’umanità?
“Come si è visto recentemente anche chi è accusato di genocidio o di crimini di guerra ottiene spesso un salvacondotto per viaggiare indisturbato, anzi viene rispedito a casa tranquillamente. Bisognerebbe lavorare per una revisione e rafforzamento del sistema multilaterale e per un maggiore riconoscimento internazionale e un migliore funzionamento della Corte penale internazionale e della Corte internazionale di giustizia. Stiamo invece scivolando verso quello che Cina e Russia vogliono: Un sistema multipolare, dominato dalle autocrazie e da paesi vassalli, che ha l’obiettivo di sgretolare le regole internazionali, soprattutto quelle legate ai diritti umani.
Ci dovremmo tutti svegliare prima che sia troppo tardi.
I diritti conquistati non sono inviolabili e soprattutto non sono garantiti per sempre. Quindi bisognerebbe mettere al centro delle politiche europee la dimensione sociale, dei diritti umani e dello sviluppo sostenibile. Maggiore coesione europea, voto a maggioranza, saranno centrali, senza dimenticare però che serve anche una politica di sicurezza e difesa comune. Comune e non moltiplicata per 27. Solo una Europa più forte e coesa sarà in grado di tutelare quanto abbiamo conquistato sino ad oggi sul terreno dei diritti umani”.
(Tratto da Aci Stampa)
A Genova la democrazia nasce dalla Resistenza
“E’ per me un’occasione importante poter essere qui con tutti voi per celebrare oggi, qui a Genova, l’ottantesimo anniversario della liberazione dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista. Una regione, la Liguria, che, ricca di virtù patriottiche, tanto ha contribuito alla conquista della libertà del nostro popolo. Rendiamo onore alle popolazioni che seppero essere protagoniste nel sostenere e affiancare i partigiani delle montagne e delle città”.
Per celebrare 80 anni della Liberazione il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha scelto Genova, che è il simbolo di un contributo decisivo della Resistenza italiana alle sorti del conflitto, in quanto a seguito dell’insurrezione avvenuta tra la sera del 23 e il 26 aprile 1945 rappresenta l’unico caso europeo in cui un intero dispositivo militare tedesco si arrende alle forze della Resistenza senza alcun intervento bellico da parte degli Alleati che sono sopraggiunti il giorno successivo.
Ed ha raccontato la ‘lezione morale’ della Liguria, in cui molte città sono state insignite al valore civile: “Dalla città di Genova, Medaglia d’oro al valor militare per la lotta di Liberazione che (recita la motivazione) ‘piegata la tracotanza nemica otteneva la resa del forte presidio tedesco, salvando così il porto, le industrie e l’onore’, alla città di Savona, Medaglia d’oro, insignita per ‘l’ostinazione a non subire la vergogna della tirannide’, alle Province di Imperia e di La Spezia, anch’esse Medaglie d’oro. Così come alle Città di La Spezia e di Albenga, alla Provincia di Genova, insignite di Medaglia d’oro al valor civile per la Resistenza. Alle Croci di guerra assegnate, con la stessa motivazione, ai Comuni di Rossiglione, San Colombano Certenoli in val Cichero, Zignago, Albenga.
Dalla Liguria è venuta allora una forte lezione sulla moralità della Resistenza, sulle ragioni di fondo che si opponevano al dominio dell’uomo sull’uomo, si opponevano a un conflitto nato non per difendere la propria comunità ma come aggressione alla libertà di altri popoli”.
Una resistenza, quella ligure, imperniata sulla fraternità nel ricordo di Aldo Gastaldi: “Un’esperienza che ha tratto ispirazione da una figura, quella di Aldo Gastaldi, il partigiano ‘Bisagno’, comandante della Divisione Garibaldi-Cichero, protagonista di un impegno per la Patria, la giustizia, la libertà, considerato come servizio d’amore, oltre che esercizio di responsabilità. Morto drammaticamente un mese dopo la Liberazione, Medaglia d’oro al valor militare, la Chiesa di Genova ha determinato di dare avvio al processo canonico di beatificazione di questo Servo di Dio”.
Insomma una città che insieme si ribellò alla dittatura nazi-fascista: “E la fabbrica, le fabbriche, si manifestarono, una volta di più, luoghi di solidarietà, scuole di democrazia, con la crescita di coscienza sindacale, e la costituzione delle squadre di difesa operaia. Con gli scioperi nel Savonese e nello Spezzino alla fine del 1943 e nel 1944, che conferirono una forte spinta all’allargamento del consenso verso il movimento partigiano. Gli scioperi a Genova del 1943 sino al giugno del 1944, sino allo sciopero insurrezionale del 1945. Il crollo del fronte interno del regime si manifestava giorno dopo giorno”.
Molti scelsero la Resistenza perché volevano la pace: “Il Bando Graziani per l’arruolamento nei reparti fascisti aveva dato un involontario contributo ai partigiani: posti di fronte al dilemma o repubblichini o in fuga, molti giovani sceglievano la strada della montagna, superando ogni attendismo. I partigiani facevano terra bruciata dei tentativi repubblichini di organizzazione amministrativa: bruciare i registri anagrafici della Rsi impediva, di fatto, sia le requisizioni dei beni dei cittadini, sia i tentativi di coscrizione obbligatoria… L’aspirazione profonda del popolo italiano, dopo le guerre del fascismo, era la pace”.
E dalla Resistenza nacque l’Europa: “La Resistenza cresceva in tutti i Paesi europei sotto dominazione nazista. Si faceva strada, dalla causa comune, la solidarietà, in grado di superare le eredità delle recenti vicende belliche. Anche dalle diverse Resistenze nacque l’idea dell’Europa dei popoli, oggi incarnata dalla sovranità popolare espressa dal Parlamento di Strasburgo. Furono esponenti antifascisti coloro che elaborarono l’idea d’Europa unita, contro la tragedia dei nazionalismi che avevano scatenato le guerre civili europee”.
Dalle Resistenze nacque l’Europa dei popoli: “Difendere la libertà dei popoli europei è compito condiviso. Ora, l’eguaglianza, l’affermazione dello Stato di diritto, la cooperazione, la stessa libertà e la stessa democrazia, sono divenuti beni comuni dei popoli europei da tutelare da parte di tutti i contraenti del patto dell’Unione Europea.
La libertà delle diverse Patrie è divenuta la liberazione dell’Europa da chi pretendeva di sottometterla. E fu una lotta così vera da coinvolgere anche persone che i nazisti pretendevano opporre ai partigiani”.
Ed ha ricordato in quale modo Genova si liberò: “Da questi principi fondativi viene un appello: non possiamo arrenderci all’assenteismo dei cittadini dalla cosa pubblica, all’astensionismo degli elettori, a una democrazia a bassa intensità. Anche per rispettare i sacrifici che il nostro popolo ha dovuto sopportare per tornare a essere cittadini, titolari di diritti di libertà.
Il rovinio del posticcio regime di Salò, la progressiva sconfitta del nazismo apparivano ormai irreversibili e a Genova, importante bastione industriale, si posero le condizioni dell’insurrezione e, come abbiamo ascoltato, un esercito agguerrito si arrendeva al popolo. Ridurre le forze tedesche a trattare con i partigiani non fu facile”.
Alla liberazione della città ci fu la partecipazione della Chiesa: “Preziosa fu la mediazione dell’arcivescovo di Genova, il Cardinale Pietro Boetto (dichiarato ‘giusto fra le nazioni’ per il soccorso prestato agli ebrei) per giungere a siglare la resa del comando tedesco nella sua residenza di Villa Migone, tra il generale Meinhold e il presidente del CLN Remo Scappini (‘Giovanni’). Sarebbe toccato al partigiano Pittaluga (Paolo Emilio Taviani) annunciare la mattina seguente: Genova è libera”.
A questo punto il presidente della Repubblica ha ricordato che la pace nasce dalla resistenza di tutti, consegnandoci la lezione di papa Francesco: “Non ci può essere pace soltanto per alcuni. Benessere per pochi, lasciando miseria, fame, sottosviluppo, guerre, agli altri. E’ la grande lezione che ci ha consegnato papa Francesco… Ecco perché è sempre tempo di Resistenza, ecco perché sono sempre attuali i valori che l’hanno ispirata”.
Infine ha ricordato anche la resistenza della città contro la barbarie delle Brigate Rosse per difendere la democrazia:: “A Genova si espresse e si affermò il respiro della libertà. Un’anima che non sarebbe mai stata tradita. Un patto, un impegno, che non sarebbero venuti meno neppure quando, negli anni ‘70, il terrorismo tentò di aggredire le basi della nostra convivenza democratica.
E dalle fabbriche venne una risposta coraggiosa, esigente, che si riassume nel nome di Guido Rossa. La sua testimonianza appartiene a quei valori di integrità e coraggio delle persone che, anche qui, edificarono la Repubblica. Viva la Liguria partigiana, viva la libertà, viva la Repubblica”.
(Foto: Quirinale)
Anselmo Palini racconta la storia resistenziale di Carlo Bianchi, ‘ribelle per amore’
“Carlo Bianchi fa parte di quella schiera di persone definite ‘partigiani senza fucile’, in quanto si opposero al nazifascismo senza impugnare le armi, ma operando tuttavia attivamente e mettendo a rischio la propria vita, nella stampa clandestina, nell’aiuto prestato per nascondere o far espatriare quanti erano ricercati, nel tenere i collegamenti fra le formazioni attive nella lotta contro il nazifascismo”; così ha scritto il prof. Paolo Trionfini, docente all’Università di Parma e direttore dell’Isacem (Istituto per la storia dell’Azione Cattolica e del movimento cattolico in Italia) ‘Paolo VI’, nella prefazione al libro del prof. Anselmo Palini ‘Carlo Bianchi, Per un domani non di solo pane, ma di giustizia e di libertà’.
‘Tornerà presto il sole’, scriveva Carlo Bianchi ai propri familiari dal carcere milanese di San Vittore: “In realtà, tale speranza per lui non si realizzerà e verrà fucilato a Fossoli il 12 luglio 1944. La sua testimonianza, tuttavia, è rimasta viva e oggi splende più che mai. Cresciuto nell’Azione cattolica e nella Fuci, durante gli anni della Seconda guerra mondiale si attiva per le persone povere e disagiate, per inserirsi poi nell’attività resistenziale con le ‘Fiamme Verdi’ di Teresio Olivelli e con l’Oscar, un’organizzazione creata da alcuni sacerdoti per favorire l’espatrio di quanti erano braccati dai nazifascisti. Consapevole dei rischi che correva, continuò nella propria attività per porre le basi di un mondo migliore. Fino al sacrificio della vita”, scrive ad inizio del libro l’autore, Anselmo Palini.
Per quale motivo un libro su Carlo Bianchi?
“Carlo Bianchi, giovane ingegnere milanese, sposato con Albertina Casiraghi e padre di tre bimbi piccoli, è stato fucilato a Fossoli il 12 luglio 1944 in un eccidio di massa che interessò altre 66 persone. Ci troviamo di fronte ad una splendida figura che si coinvolse nella Resistenza pur sapendo i rischi che correva e i problemi che la sua azione poteva comportare per la sua famiglia. Come ha scritto il prof. Giorgio Vecchio, di Carlo Bianchi ci si è ben presto dimenticati. Ecco allora la necessità di un libro che ne facesse memoria”.
Perché Carlo Bianchi è stato un ‘ribelle per amore’?
“Carlo Bianchi è stato con Teresio Olivelli l’anima della stampa clandestina dopo l’8 settembre 1943 in Lombardia. A loro principalmente si deve la nascita e la stampa del foglio ‘Il Ribelle’, che contestava la narrazione nazifascista ed invitava i giovani a non aderire alla Repubblica di Salò.
Sempre a Carlo Bianchi e a Teresio Olivelli si deve la famosa ‘Preghiera del Ribelle’, che, diffusa in migliaia di copie, rappresentò un grande sostegno per quanti operavano nella clandestinità. Carlo Bianchi poi si attivò, con gli amici don Andrea Ghetti e don Giovanni Barbareschi, del gruppo scout clandestino delle Aquile Randagie, per favorire l’espatrio di coloro che erano ricercati dai nazifascisti”.
A cosa serviva la ‘Carità dell’Arcivescovo’?
“Il 16 febbraio 1943 il card. Schuster in una lettera indirizzata ai milanesi metteva in risalto i gravi disagi causati dai bombardamenti sulla città e li invitava ad attivarsi in aiuto alle popolazioni più colpite. Carlo Bianchi è fortemente colpito dall’intervento dell’arcivescovo e, in accordo con l’amico don Andrea Ghetti, matura l’idea di costituire un centro di assistenza per le persone più povere e per quelle maggiormente colpite dalla guerra in corso. Nasce così l’opera che assume il nome di ‘La Carità dell’Arcivescovo’, una realtà che garantiva assistenza medica, assistenza legale, aiuti economici… alle persone povere e disagiate. In una situazione di sfascio dei servizi pubblici la ‘Carità dell’Arcivescovo’ fu un’iniziativa dal grandissimo valore”.
Quale fu la ‘scintilla’ per cui decise di partecipare alla Resistenza?
“Dopo l’8 settembre 1943, con l’armistizio, ossia con l’uscita dell’Italia dalla guerra, ognuno venne chiamato a scegliere: o unirsi alla Repubblica di Salò, ossia al tentativo di ricostituire uno Stato fascista nel centro-nord Italia; oppure scegliere di opporsi al nazifascismo unendosi alle forze partigiane; o ancora stare alla finestra in attesa dell’evolversi della situazione. Carlo Bianchi, per la formazione ricevuta in Azione Cattolica e nella Fuci, non ebbe dubbi sulla scelta da compiere: opporsi al nazifascismo!”
In quale modo fu un ‘partigiano senza fucile’?
“La partecipazione di Carlo Bianchi alla Resistenza non fu caratterizzata dall’uso delle armi. Si attivò nella stampa clandestina mettendo a disposizione la propria tipografia, fin quando gli fu possibile, e le proprie conoscenze tecniche. In secondo luogo collaborò attivamente con le Aquile Randagie don Andrea Ghetti-Baden e don Giovanni Barbareschi per favorire l’espatrio di quanti erano ricercati dai nazifascisti. Al riguardo venne costituita l’OSCAR, ‘Organizzazione scout collocamento assistenza ricercati’, poi divenuta ‘Organizzazione soccorso collocamento assistenza ricercati’. Fu dunque un ‘partigiano senza fucile’, per usare la felice espressione coniata da Giovanni Bianchi in un suo libro dello stesso titolo”.
Quanto fu importante la presenza dei cattolici nella Resistenza?
“Per molto tempo la narrazione sulla Resistenza ha parlato solamente del coinvolgimento del mondo comunista. Oggi gli studi più approfonditi hanno permesso di far emergere il ruolo avuto da altre componenti, tra cui persone del mondo cattolico. In Lombardia ad esempio le Fiamme Verdi, composte principalmente da cattolici, ebbero un ruolo importante nell’azione resistenziale e così in altre regioni lo ebbero formazioni simili, come si può verificare consultando il sito dell’Associazione nazionale partigiani cristiani (Anpc) o quello della Federazione italiana volontari della libertà (Fivl)”.
I cattolici che fecero la Resistenza
Mi sono sempre chiesta come e perché i giornali cattolici dessero importanza al 25 aprile ed alle figure dei partigiani. La cosa era stata messa da parte perché ho molto a cui pensare, preoccupazioni varie, ma vedendo ‘Fuochi d’artificio’, una serie TV di Rai 1, la questione è tornata. La serie diretta da Susanna Nicchiarelli è tratta dall’ romanzo omonimo di Andrea Bouchard.
Nel 1944, durante la Seconda Guerra Mondiale, sulle Alpi piemontesi, quattro adolescenti (Marta, Davide, Sara e Marco) decidono di aiutare i partigiani proprio per la loro giovane età. Il romanzo ‘Fuochi d’artificio’ di Andrea Bouchard è una storia di fantasia ispirata ad eventi reali avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale.
I personaggi principali sono fittizi, ma la loro storia è ispirata alle esperienze di molti giovani che hanno partecipato alla Resistenza italiana durante la guerra come staffette partigiane. La Chiesa cattolica italiana ha una lunga tradizione di riconoscimento e celebrazione delle figure che hanno lottato per la libertà, la giustizia e la pace, anche durante la Seconda Guerra Mondiale.
Le figure come don Lorenzo Milani, don Primo Mazzolari e san Massimiliano Kolbe sono considerate esempi di fede e di impegno sociale, e la loro attività di resistenza contro il fascismo e il nazismo è vista come un’espressione della loro fede e del loro amore per il prossimo.
La Chiesa cattolica italiana celebra il 25 aprile, anniversario della Liberazione, come una festa importante, e dedica articoli e riflessioni alle figure che hanno contribuito a tale evento. Questo non significa che la Chiesa approvi o promuova la violenza o la lotta armata, ma piuttosto che riconosca il coraggio e la determinazione di coloro che hanno lottato per la libertà e la giustizia.
In particolare, la Chiesa cattolica italiana ha una lunga tradizione di sostegno alla Resistenza italiana, e molti sacerdoti e religiosi hanno partecipato attivamente alla lotta contro il fascismo e il nazismo. La Chiesa ha anche riconosciuto ufficialmente il martirio di alcuni sacerdoti e religiosi che sono stati uccisi durante la guerra, come san Massimiliano Kolbe.
Secondo le ricerche, la Chiesa condivide con queste figure come la libertà, la giustizia e la pace. La Chiesa celebra queste figure come esempi di fede, di impegno sociale e come modelli di comportamento per i credenti. La Chiesa cattolica italiana riconosce l’importanza della Resistenza italiana come un movimento di liberazione che ha contribuito a concludere la guerra riportando la democrazia in Italia. La celebrazione del 25 aprile è quindi anche un modo per riconoscere il contributo di tutti coloro che hanno lottato per la libertà e la giustizia durante la guerra.
La Chiesa, quindi, non condivide l’uso delle armi, ma la determinazione incrollabile nel voler creare un mondo migliore. Ci sono vari modi di fare resistenza. Vediamo alcuni esempi. Durante la guerra, le suore di Loreto si dedicarono all’accoglienza di orfani e bambini abbandonati. Il convento di Entally fu requisito e trasformato in un ospedale militare britannico fino al 1945.
Le Suore dell’Ordine di Loreto offrirono aiuto, protezione e assistenza a ebrei, partigiani e altri perseguitati dai nazifascisti, nascondendoli nei loro conventi e istituti. Le suore dell’Ordine di Loreto aiutarono anche i partigiani. Don Lorenzo Milani fu un prete cattolico italiano che lavorò anche con i partigiani e scrisse lettere pastorali contro la guerra e la violenza.
Don Lorenzo Milani (1923-1967) utilizzò la parola come arma nella sua attività di resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale. Il suo impegno sociale e educativo fece parte della resistenza stessa. Si schierò a favore della resistenza partigiana, che considerava una forma di resistenza legittima. Inoltre, don Milani fondò una scuola per i figli dei contadini e degli operai a Barbiana, un piccolo paese in Toscana. Criticò il sistema scolastico italiano, sostenendo l’importanza dell’educazione per tutti. Un aneddoto interessante su Don Milani: ebbe una formazione artistica e dipinse molti quadri anche assieme si suoi studenti di Barbiana.
Don Primo Mazzolari, invece, fu un prete cattolico italiano che aiutò i partigiani. Secondo altre fonti, viene considerato un prete e un partigiano, figura chiave della Resistenza italiana, particolarmente attiva nella bassa mantovana e cremonese. Era un antifascista convinto fin dagli anni ’20 e ’30. Pertanto subì persecuzioni da parte degli squadristi locali. Dopo l’8 settembre 1943, si impegnò per la liberazione.
Incoraggiò i giovani e fondò la Brigata mantovana ‘Fiamme Verdi’ per la propaganda ed il sostegno alle famiglie dei partigiani. Don Primo Mazzolari (1890-1959) fu un sostenitore della dottrina sociale della Chiesa cattolica e lavorò per promuovere la giustizia sociale e la pace. Una curiosità su don Mazzolari è che venne definito ‘La tromba dello Spirito Santo in Val Padana’ da papa Giovanni XXIII.
San Massimiliano Kolbe di cui ho parlato approfonditamente in un articolo esclusivamente su di lui, fu un frate francescano polacco ucciso in un campo di concentramento nazista. Volle salvare un altro prigioniero.
San Massimiliano Kolbe (1894-1941) fu un missionario e lavorò per promuovere la fede cattolica in Polonia e in Giappone. Kolbe fu arrestato dai nazisti nel 1941 e inviato al campo di concentramento di Auschwitz. Anche lì continuò a esercitare il suo ministero sacerdotale e aiutò gli altri prigionieri. Quando uno di loro fuggì, i nazisti selezionarono 10 di internati da uccidere come ‘prezzo da pagare’. Kolbe si offrì di prendere il posto di uno di loro, un uomo sposato con una famiglia.
Kolbe venne canonizzato come martire della fede nel 1982 ed è considerato un simbolo di amore e sacrificio. Alcide De Gasperi fu politico italiano cattolico che svolse un ruolo importante nella Resistenza italiana e nella costruzione della Repubblica Italiana.
Un fatto importante è che, secondo il ricercatore Augusto Sartorelli, De Gasperi, fino alla seconda guerra mondiale, avrebbe assunto diverse posizioni antisemite, che rispecchiavano il tradizionale antisemitismo religioso (distinto dall’antisemitismo biologico caratteristico del nazismo). Nonostante questo si aprì alla resistenza è fu anche arrestato durante il governo fascista.
Alcide De Gasperi (1881-1954) fondò la Democrazia Cristiana, partito politico che dominò la scena politica italiana per molti anni. De Gasperi sostenne l’integrazione europea e lavorò per promuovere la pace e la cooperazione tra i paesi europei. Fu fondamentale per la stesura della Costituzione italiana. Ci sono vari modi di cercare la pace, di fare resistenza non violenta. Ce ne sono per ogni occasione ed oggi celebriamo questi per il 25 aprile. Grazie a tutti quelli che lottarono e lottano ora per la pace.
San Bassiano e la resistenza di essere cattolici
San Bassiano o san Bassano (Siracusa, 319 – Laus Pompeia, 8 febbraio 409) vescovo venerato come santo dalla Chiesa cattolica, è il patrono di Lodi, Bassano del Grappa, Pizzighettone e San Bassano. La biografia del santo si può ricostruire basandosi principalmente sulla iscrizione sepolcrale: «Governò la sua Chiesa per 35 anni e 20 giorni. A 90 anni di età, lasciando alla terra il suo corpo nella gioia salì al cielo quando erano consoli gli augusti Onorio per l’ottava volta e Teodosio per la terza volta.
Secondo l’agiografia ‘Vita Sancti Bassiani’ del vescovo di Lodi Andrea, Bassiano nacque a Siracusa da un alto magistrato pagano,il quale lo fece trasferire a Roma per completare gli studi e avviare la carriera che doveva essere pagana. A Roma, però, il ragazzo si convertì, diventando cristiano e si spostò a Ravenna, lontano dall’influenza paterna. Dal 374 al 409 fu vescovo della città di Laus Pompeia (oggi Lodi Vecchio). Sarà però ricordato come il primo vescovo di Lodi.
La città ospitava da tempo di una fiorente comunità cristiana fin dai tempi delle persecuzioni di Diocleziano e Massimiano Erculeo i quali ,il 12 luglio 303, decapitarono i legionari africani martiri Nabore, Felice e Vittore, fuori Lodi Vecchio per dissuadere la popolazione cristiana a seguire il proprio culto. La scelta di consacrare il primo vescovo di Laus Pompeia, probabilmente, fu la risposta della resistenza cattolica ad Aussenzio, vescovo ariano di Milano, condannato come eretico nel Concilio Romano del 372. Nel 381, al concilio di Aquileia, Bassiano partecipò alla condanna del vescovo ariano Palladio di Ratiaria (l’odierna Archar).
Nel 387, il santo inaugurò fuori dalle mura la prima basilica di Lodi, ovvero quella dei 12 Apostoli, consacrata da Ambrogio, vescovo di Milano, e dal suo coadiutore Felice il quale, dal 386, fu il primo vescovo di Como. L’edificio sopravvisse alla distruzione dei milanesi nel 1158 al tempo delle guerre contro il Barbarossa.
Nel 390, Bassano partecipò al sinodo milanese indetto da Ambrogio, futuro santo, per controbattere alla predicazione dell’eretico Gioviniano (già confutato da San Girolamo). Firmò, insieme ad san Ambrogio, la lettera sinodale (conservata) al papa Siricio (s capo della chiesa dal 384 al 399). Nel 397, come riferisce Paolino di Milano, biografo di san Ambrogio, il Bassano assistette ai funerali del grande vescovo di Milano nel momento della sua morte.
Bassan morì a Laus Pompeia l’8 febbraio 409 e fu sepolto nella basilica da lui fondata. Nel 1158, i milanesi distrussero Lodi e traslarono le reliquie Milano, dove rimasero fino al 1163, quando il Barbarossa, sconfitti i milanesi, le riportò a Lodi. Le reliquie sono custodite ancora oggi nella cripta della cattedrale di Lodi.
In occasione dei 1600 anni della morte del santo, il 18 gennaio 2009, il card. Angelo Bagnasco presiedette una celebrazione eucaristica nella cattedrale di Lodi, concelebrata da mons. Giuseppe Merisi, mons. Rino Fisichella e mons. Bassano Staffieri. Nella stessa occasione fu indetta la peregrinatio delle reliquie di san Bassiano in tutte le parrocchie della diocesi di Lodi.
Ogni anno, in occasione della festività a lui dedicata, il 19 gennaio, nel quadrilatero di piazza della Vittoria, davanti al Duomo, si svolge una antica fiera. Sotto i portici del Broletto, poco distante, praticamente a ridosso della piazza, viene distribuita la tradizionale trippa detta ‘büseca de San Basàn’.





























