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A Reggio Calabria la festa dei Popoli

Una mano sul cuore, lo sguardo lontano, il corpo irrigidito dall’emozione, al momento dell’inno nazionale: era un incanto vederli tutti così, grandi e piccoli, sul palco. Infatti, con l’alternarsi dei differenti gruppi di danza, scorreva l’inno dell’Ucraina, poi della Georgia, del Marocco, dell’Egitto, della Romania, dell’Italia o delle Filippine… Sì, sempre un forte impatto emotivo per questi migranti da tempo radicati a Reggio Calabria. La centrale piazza di sant’Agostino si trasformava, come per magia, in un pezzo di mondo. Era il pomeriggio di domenica 10 maggio.

La ‘Festa dei Popoli’ di quest’anno voleva essere un’oasi, in mezzo al grave clima conflittuale dei nostri tempi, un segno controcorrente. Un simbolo di resistenza degli animi e dei popoli. Una vera boccata di ossigeno, in fondo, sapendo che violenza e guerre non fanno che soffocare la vita, le relazioni tra i popoli, spezzare tradizioni e valori, seminare odio per generazioni. Il tema quest’anno era: la ‘cultura dell’incontro’.

Le comunità presenti sul territorio, dalla Romania alle Filippine, dall’Ucraina al Marocco, scendevano in campo proprio per questo a Reggio Calabria. Per manifestare, attraverso la musica, il canto e le danze, il desiderio profondo di ogni uomo: coltivare la pace, l’incontro con l’altro, colui che proviene da altre terre o da altri orizzonti. Il mondo vuole essere una casa comune, non una casa che brucia per un conflitto permanente. Polizia, carabinieri e vigili urbani presenti ne rimanevano pure loro conquistati. Come pure gli operatori di TV locali.

In una decina di gazebo di ogni Paese venivano esposti e distribuiti cibi tradizionali, prodotti tipici, informazioni, in un’atmosfera sorprendente di condivisione e di fratellanza: “Solo attraverso l’incontro, il rispetto reciproco e la collaborazione – afferma convinta Natividad, filippina – possiamo costruire una comunità più forte, inclusiva e ricca di umanità”.

Incontrare l’altro è un’arte esigente. Domanda di uscire di casa, uscire dalla propria mentalità, tradizione e abitudini. Valorizza la diversità come arricchimento reciproco per il bene comune. Si oppone alla ‘cultura dello scarto’ od alla ‘cultura dello scontro’ così praticate ai nostri giorni. Ma allarga l’orizzonte, amplia le prospettive, andando oltre il gruppo di appartenenza. Promuove, così, un mondo più fraterno e più umano.

In questo contesto si è fatto memoria, pure, delle centinaia di migliaia di calabresi nel mondo: vivono la stessa avventura migratoria in Argentina, Francia, Germania… Lo stesso coraggio. La stessa resilienza. La stessa passione.

Come ogni migrante hanno un cuore più grande del normale, amando con uguale amore la terra di origine e quella di accoglienza. Sanno mettere insieme valori, lingue, gusti differenti: sono diventati uomini e donne di sintesi. Hanno sposato il mondo. Come oggi, per davvero, questa piazza. Voilà, la cultura dell’incontro!

Per le diocesi il lavoro è principio di dignità

Uno strumento di politica attiva del lavoro che si avvia a tagliare il traguardo dei dieci anni di funzionamento. E che, stando ai numeri, ma anche alle storie di vita e professionali che ha consentito di rimettere in moto, può essere definito un’esperienza di successo. Nonché un’opportunità interessante, di cui sempre più aziende si avvalgono, per reperire personale formato e motivato.

Il Fondo Diamo Lavoro (www.fondofamiglialavoro.it, promosso per conto della diocesi di Milano da Caritas Ambrosiana e gestito attraverso il servizio Siloe e la Fondazione San Carlo) avviò la sua operatività nel luglio 2016, evoluzione dei Fondi Famiglia e Lavoro (fase 1 e 2) che la Chiesa milanese aveva lanciato per aiutare persone e nuclei colpiti da licenziamenti e disoccupazione dopo le gravi crisi finanziarie globali del 2008 e 2012. Il nuovo strumento intendeva superare la logica delle erogazioni monetarie emergenziali, puntando sulla qualificazione di persone fragili e inoccupate, in modo da attivarle e prepararle all’ingresso, o reingresso, nel mercato del lavoro.

Dal 1° gennaio 2017 (data di avvio dei primi tirocini) al 31 dicembre 2025, nelle sette Zone pastorali della diocesi ambrosiana il FDL ha ascoltato e orientato oltre 4.500 persone in cerca di lavoro, avviandone a tirocinio 1.932. I percorsi conclusi, alla fine dell’anno scorso, erano 1.839, e in ben 829 casi (il 45,08% del totale) i tirocinanti avevano trovato lavoro (722 nelle imprese in cui avevano compiuto il percorso formativo, e addirittura 107 per via di assunzione diretta pre-tirocinio).

Negli altri casi, molte persone hanno trovato occupazione in altre aziende, potendo mettere a frutto le competenze acquisite grazie ai tirocini e all’accompagnamento sociale, oltre che formativo, che il FDL assicura, e che consente di affrontare le fragilità (sociali, relazionali, educative) di cui è sovente portatore chi viene segnalato o si rivolge al Fondo.

Rilevante è anche il numero (oltre 2.200) delle aziende che hanno aderito al Fondo, mettendosi a disposizione per ospitare tirocini o vagliare possibilità di assunzione. L’elenco è in costante aggiornamento, anche grazie alla collaborazione che con il FDL hanno stretto ben 18 associazioni di categoria (dei settori commercio, artigianato, industria e servizi).

Dopo 10 anni, pur in un contesto economico, sociale e occupazionale trasformato, la funzione del Fondo, che opera in stretta connessione con i servizi diocesani e i centri d’ascolto territoriali Caritas, continua a manifestare la sua rilevanza, come ha ribadito mons. Mario Delpini, in occasione della Veglia diocesana del lavoro: “Ci sono problemi e ci sono persone: il Fondo Diamo Lavoro si prende cura delle persone, una per una, e ritiene il loro inserimento nel lavoro una vittoria e un motivo di gratitudine per chi dà una mano con il suo dono.

In un contesto segnato dall’individualismo, il FDL opera per costruire attenzione alle persone fragili e alleanze tra la formazione, l’apprendistato, la solidarietà della comunità cristiana, la disponibilità di aziende e di categorie di operatori, la prossimità a ciascuno. In un contesto accusato di indifferenza, il Fondo testimonia la presenza di tante persone disposte a impegnare tempo, risorse e competenze per farsi carico della storia e della speranza delle persone. In un tempo disastrato per l’enorme e assurdo sperpero di risorse per fare guerre e rovinare il mondo, la comunità cristiana intende investire per costruire futuro a favore di chi chiede un aiuto per produrre pace con il lavoro”.

Quindi si può sostenere il Fondo Diamo Lavoro con carta di credito online www.caritasambrosiana.it; in posta C.C.P. n. 000013576228 intestato a Caritas Ambrosiana Onlus – Via S. Bernardino 4, 20122 Milano; con bonifico C/C presso il Banco BPM Milano, intestato a Caritas Ambrosiana Onlus IBAN: IT82Q0503401647000000064700 con causale: Fondo Diamo Lavoro. Le offerte sono detraibili fiscalmente.

Mentre da Torino il card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, riflette sulla realizzazione di forniture militari da parte delle aziende del territorio, che si propongono come ‘motore di rilancio dell’occupazione’: “Anche la Festa del Lavoro, che i cristiani vivono guardando all’esempio mite di san Giuseppe Artigiano, contiene quest’anno motivi di inquietudine: desidero condividervi il mio turbamento al pensiero che le guerre seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione”.

Ed ha domandato se così può andare bene, badando bene a non danneggiare operai e disoccupati: “Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro? Lo domando a me prima che ad altri perché siamo corresponsabili, le nostre azioni e i nostri stili di vita sono intrecciati: la città siamo noi, tutti insieme. Sappiamo che decenni di crisi industriale hanno lasciato sacche di disoccupazione da risolvere. Nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena. Però dobbiamo fermarci e riflettere, se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi”.

Infatti per l’arcivescovo di Torino pace e lavoro non possono essere disgiunte: “Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?.. La guerra ha radici nell’odio e nelle ingiustizie del mondo, ma è anche un grande business economico e sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia”.

E’ uno stimolo alla riflessione: “Allora fermiamoci, cari amici, e ragioniamo tutti insieme (istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie) domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi? La Chiesa locale, con la sua Pastorale del Lavoro, è pronta a offrirsi come luogo di incontro, confronto e approfondimento”.

Da Napoli il card. Mimmo Battaglia ha definito le morti sul lavoro come ‘sacrifici’ del profitto: “Iniziamo dai nomi. Non chiamiamoli ‘incidenti sul lavoro’. Chiamiamoli col loro nome: sono sacrifici umani sull’altare del profitto. Ogni volta che un operaio cade da un’impalcatura, ogni volta che un bracciante muore di fatica sotto il sole, ogni volta che un giovane non torna a casa dopo il turno di notte, è Cristo che viene crocifisso di nuovo”.

Quando si muore sul lavoro la civiltà fallisce: Non possiamo abituarci ai numeri. La morte sul lavoro è il fallimento di una civiltà. Quando la sicurezza diventa un ‘costo da tagliare’ e non un diritto sacro, abbiamo già perso la nostra anima.

Una società che non protegge chi lavora è una società che ha smesso di amare. Non sono ‘morti bianche’ (non c’è niente di bianco o di pulito in queste morti) sono morti che gridano vendetta al cospetto di Dio perché sono nate dall’indifferenza, dalla fretta, dalla logica spietata del ‘fare di più con meno’. E’ un fallimento della Costituzione e un tradimento del Vangelo. Un lavoro che uccide non è lavoro, è idolatria del profitto”.

Ed ha ricordato che la Costituzione italiana riconosce la dignità del lavoro: “E non c’è dignità se un giovane deve mendicare un diritto chiamandolo favore, o se un padre deve abbassare lo sguardo davanti ai figli perché il ‘pane quotidiano’ è diventato un miraggio o un ricatto.

Una democrazia ‘fondata sul lavoro’ non può reggersi sulle sabbie mobili del precariato selvaggio, dove la vita è appesa a un contratto di un mese, togliendo ai nostri giovani la possibilità di sognare, di amare, di mettere su famiglia”.

Eppoi la disoccupazione lede la dignità: “E poi c’è l’altra morte, quella lenta, silenziosa: la disoccupazione. Quanti giovani vedo nelle nostre strade con lo sguardo spento, non perché manchino di sogni, ma perché gli è stata rubata la possibilità di realizzarli. La mancanza di lavoro non è solo mancanza di reddito; è mancanza di dignità.

Un uomo senza lavoro è un uomo ferito nella sua identità. Un padre che non può portare il pane a casa non ha solo le tasche vuote, ha il cuore spezzato. E noi, come Chiesa, come comunità, non possiamo restare a guardare. La disoccupazione è un peccato sociale. Dobbiamo avere il coraggio di denunciare un sistema economico che scarta le persone come se fossero pezzi di ricambio di un ingranaggio che deve correre sempre più veloce”.

Il messaggio è un invito alla Chiesa ad essere ‘casa del pane’: “La Chiesa deve essere una ‘casa del pane’, dove il pane è frutto di terra e di lavoro dell’uomo, ma di un lavoro pulito, giusto, sicuro. Non c’è eucaristia senza giustizia sociale. Se spezziamo il Pane sull’altare ma poi giriamo lo sguardo dall’altra parte davanti allo sfruttamento, quel Pane non ci nutre, ci giudica.

Fratelli, sorelle, non lasciamoci rubare la speranza, ma non trasformiamo la speranza in un’attesa passiva. La speranza è un cammino che si fa insieme. Sogniamo una terra dove il lavoro sia lo strumento per fiorire, non una catena per schiavizzare o un rischio per morire”.

Papa Leone XIV non è a favore della guerra

Papa Leone XIV è ritornato a Roma a conclusione del viaggio apostolico in Africa e nel colloquio con i giornalisti ha ribadito che la sua prima missione è l’annuncio del Vangelo, e con una battuta ‘scherzosa’ li ha invitati ad essere preparati per un prossimo viaggio: “Buongiorno a tutti, spero che stiate bene, che siete pronti per un altro viaggio. Già con le batterie cariche!”.

Però prima di rispondere alle domande dei giornalisti ha chiarito che il suo punto di vista è quello da papa, che annuncia il Vangelo: “Quando faccio un viaggio, parlo per me stesso, però oggi come papa, vescovo di Roma, è soprattutto un viaggio apostolico pastorale per trovare, accompagnare e conoscere il popolo di Dio. Molte volte l’interesse è piuttosto politico: ‘Cosa dice il Papa sul tema o su un altro tema? Perché non giudica il governo in un Paese o in un altro?’.

E ci sono tante cose da dire certamente. Ho parlato di giustizia e ci sono temi lì. Ma quella non è la prima parola: il viaggio è da interpretare soprattutto come l’espressione di voler annunciare il Vangelo, di proclamare il messaggio di Gesù Cristo, che allora è un modo per avvicinarsi al popolo nella sua felicità, nella profondità della sua fede, ma anche nella sua sofferenza. Lì, certo, molte volte è necessario fare dei commenti o cercare come incoraggiare lo stesso popolo ad assumere responsabilità nella sua vita”.

Inoltre ha sottolineato il suo ‘dovere’ di parlare con tutti: “E’ importante parlare anche con i capi di Stato, per incoraggiare un cambiamento di mentalità o un’apertura maggiore a pensare il bene del popolo, una possibilità di vedere questioni come la distribuzione dei beni di un Paese. Nei colloqui che abbiamo avuto abbiamo fatto un po’ di tutto, però soprattutto vedere, incontrare il popolo con questo entusiasmo.

Sono molto contento di tutto il viaggio, ma vivere, accompagnare, camminare con il popolo della Guinea Equatoriale è stata veramente una benedizione con l’acqua… Loro contenti con le piogge l’altro giorno, ma soprattutto questo segno di condividere con una Chiesa universale quello che celebriamo nella nostra fede”.

La prima domanda al papa è stata rivolta dal vaticanista del Tg1 sulla pace in un mondo in guerra: “Vorrei cominciare a dire che bisogna promuovere un nuovo atteggiamento e una cultura per la pace. Tante volte, quando valutiamo certe situazioni, subito la risposta è che bisogna entrare con la violenza, con la guerra, attaccando. Quello che abbiamo visto è che tanti innocenti sono morti.

Ho appena visto la lettera di alcune famiglie dei bambini che sono morti nel primo giorno dell’attacco. E loro parlano del fatto che ormai hanno perso i loro figli, le figlie, i bambini che sono morti in quello (attacco). La questione non è se cambia il regime, non cambia il regime, la questione è come promuovere i valori in cui crediamo senza la morte di tanti innocenti”.

Ha ribadito la complessità della guerra in Medio Oriente: “La questione dell’Iran è evidentemente molto complessa. Le stesse trattative che stanno facendo, un giorno l’Iran dice sì e gli Stati Uniti dicono di no e viceversa, e non sappiamo dove si va. Si è creata questa situazione caotica, critica per l’economia mondiale, ma poi anche c’è tutta una popolazione in Iran di persone innocenti che stanno soffrendo per questa guerra.

Quindi sul cambio di regime sì o no: non è chiaro quale regime ci sia in questo momento, dopo i primi giorni degli attacchi di Israele e Stati Uniti all’Iran. Piuttosto vorrei incoraggiare la continuazione del dialogo per la pace, che le parti cerchino di mettere tutti gli sforzi per promuovere la pace, allontanare la minaccia della guerra e che si rispetti il diritto internazionale”.

Ritornando con il pensiero al viaggio in Libano il papa ha sottolineato l’importanza di ‘proteggere’ gli innocenti, incoraggiando i governanti alla pace: “E’ molto importante che gli innocenti siano protetti, come non è avvenuto in diversi luoghi. Io porto con me una foto di un bambino musulmano che nella visita in Libano stava lì aspettando con un cartello dicendo ‘Benvenuto Papa Leone’, poi in questa ultima parte della guerra è stato ucciso.

Sono tante le situazioni umane e penso che dobbiamo avere la capacità di pensare in questa forma. Come Chiesa,(lo dico di nuovo) come pastore, non posso essere a favore della guerra. E vorrei incoraggiare tutti a fare gli sforzi per cercare risposte che vengono da una cultura di pace e non di odio e divisione”.

In vista del prossimo viaggio apostolico in Spagna ancora una domanda sull’immigrazione: “Il tema dell’immigrazione è molto complesso e colpisce molti Paesi, non solo Spagna, non solo Europa, Stati Uniti, è un fenomeno mondiale! Quindi una risposta mia inizia con una domanda: cosa fa il Nord del mondo per aiutare il Sud del mondo o quei Paesi dove i giovani oggi non trovano un futuro e quindi vivono questo sogno di voler andare verso il Nord? Tutti vogliono andare verso il Nord, ma tante volte il Nord non ha risposte su come offrire loro delle possibilità. Molti soffrono… Il tema del traffico di esseri umani, il ‘trafficking’, fa parte anche della migrazione. Personalmente credo che uno Stato ha il diritto di porre regole alle sue frontiere”.

Anche se è consapevole che anche nel flusso migratorio c’è bisogno di ‘ordine’ il papa ha chiamato i Paesi più ricchi alla responsabilità: “Non dico che tutti debbano entrare senza un ordine, creando a volte nei luoghi dove vanno situazioni più ingiuste rispetto a quelle che hanno lasciato. Però, detto questo, mi chiedo: cosa facciamo nei Paesi più ricchi per cambiare la situazione nei Paesi più poveri? Perché non possiamo cercare, sia con aiuti di Stato sia con gli investimenti delle grandi imprese ricche, delle multinazionali, di cambiare la situazione nei Paesi come quelli che abbiamo visitato in questo viaggio?”

Ed uno dei modi per diminuire l’emigrazione è garantire i diritti: “L’Africa per molte persone è considerata un luogo dove si può andare a prendere i minerali, prendere le sue ricchezze per la ricchezza di altri, in altri Paesi. Forse a livello mondiale dovremmo lavorare di più per promuovere maggiore giustizia, uguaglianza e lo sviluppo di questi Paesi dell’Africa perché non abbiano la necessità di emigrare in altri Paesi, in Spagna…

E l’altro punto che vorrei affrontare è che, in ogni caso, sono esseri umani e dobbiamo trattare gli esseri umani in modo umano, non trattarli molte volte peggio degli animali. C’è una sfida molto grande: un Paese può dire di non poter ricevere più di questo, però quando arrivano le persone, sono esseri umani e meritano il rispetto che spetta a ogni essere umano per la sua dignità”.

Infine l’ultima domanda è ritornata sul regime iraniano: “Io condanno tutte le azioni ingiuste. Condanno l’uccisione di persone. Condanno la pena di morte. Credo che la vita umana debba essere rispettata e che la vita di tutte le persone (dal concepimento alla morte naturale) debba essere rispettata e protetta. Quindi quando un regime, quando un Paese prende decisioni che tolgono ingiustamente la vita ad altre persone, è evidentemente qualcosa che va condannato”.

(Foto: Vatican Media)

Papa in Angola invita a non avere paura di costruire la speranza

“Cari fratelli e sorelle, ci uniamo ora nella preghiera a Maria Regina Caeli, Regina del Cielo, per condividere con lei, nostra Madre e compagna di cammino, la gioia della Risurrezione. Con questo canto gioioso non vogliamo cancellare né soffocare il grido di chi soffre, ma piuttosto abbracciarlo e unirlo alla nostra voce, in un’armonia nuova, perché anche nel dolore resti viva la luce della fede, e con essa la speranza in un mondo migliore”: anche dopo la recita del Regina Coeli a Kilamba papa Leone XIV non ha smesso di far risuonare il suo grido per la pace e la sua condanna per la guerra.

Il suo pensiero è rivolto particolarmente ai conflitti in Libano ed in Ucraina, dove i bombardamenti sono ripresi con più intensità: “Mi addolora profondamente il recente intensificarsi degli attacchi contro l’Ucraina, che continuano a colpire anche i civili. Esprimo la mia vicinanza a quanti soffrono e assicuro la mia preghiera per tutto il popolo ucraino. Rinnovo l’appello perché tacciano le armi e si persegua la via del dialogo”.

Mentre la tregua in terra libanese è un germoglio di pace: “E’ motivo di speranza, invece, la tregua annunciata in Libano, che rappresenta un germoglio di sollievo per il popolo libanese e per il Levante. Incoraggio coloro che si stanno adoperando per una soluzione diplomatica a proseguire i dialoghi di pace, per rendere permanente la cessazione delle ostilità in tutto il Medio Oriente”.

Infine alle 100.000 persone che hanno assistito alla celebrazione eucaristica ha rivolto l’invito a far aumentare i ‘frutti di Pasqua’: “Cristo ha vinto la morte, ed è con questa certezza che tutti noi, uniti a Lui e in Lui come un solo corpo, oggi e ogni giorno ci impegniamo a far crescere attorno a noi i frutti della Pasqua, che sono amore, giustizia vera e pace, al di là di ogni ostacolo e difficoltà”.

Mentre nella celebrazione eucaristica il papa ha esortato i 100.000 fedeli a non chiudersi alla speranza: “Due discepoli del Signore, con il cuore ferito e triste, partono da Gerusalemme per ritornare nel loro villaggio di Emmaus. Hanno visto morire quel Gesù in cui avevano confidato e che avevano seguito e, adesso, delusi e sconfitti, ritornano alle loro case.

Per la strada ‘conversavano tra di loro di tutto quello che era accaduto’. Hanno bisogno di parlarne, di raccontarsi ancora ciò che hanno visto, di condividere quanto hanno vissuto, col rischio però di restare imprigionati nel dolore, chiusi alla speranza”.

Il racconto dei discepoli di Emmaus è la storia dell’Angola: “Fratelli e sorelle, in questa scena iniziale del Vangelo vedo rispecchiata la storia dell’Angola, di questo Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità. Infatti, il conversare lungo la via dei due discepoli, che ripensano con sconforto a quanto è accaduto al loro Maestro, riporta alla memoria il dolore da cui questo vostro Paese è stato segnato: una lunga guerra civile con il suo strascico di inimicizie e divisioni, di risorse sperperate e di povertà”.

L’omelia del papa è stato un invito a non restare fermi: “Quando per lungo tempo si è immersi in una storia così marchiata dal dolore, si corre il rischio dei due discepoli di Emmaus: perdere la speranza e rimanere paralizzati dallo scoraggiamento. Essi infatti camminano, eppure sono ancora fermi ai fatti avvenuti tre giorni prima quando hanno visto morire Gesù; conversano tra di loro, ma senza sperare in una via di uscita; parlano ancora di quello che è accaduto, con la fatica di chi non sa come ricominciare, né se sia possibile farlo”.

Questa è la buona notizia, Gesù è vivo: “Carissimi, la Buona Notizia del Signore, anche oggi per noi, è proprio questa: Egli è vivo, è risorto e cammina al nostro fianco mentre percorriamo la strada della sofferenza e dell’amarezza, aprendo i nostri occhi perché possiamo riconoscere la sua opera e donandoci la grazia di ripartire e di ricostruire il futuro”.

Gesù cammina insieme e non abbandona nessuno: “Il Signore si affianca ai due discepoli delusi e a corto di speranza e, facendosi loro compagno di strada, li aiuta a rimettere insieme i pezzi di quella storia, a guardare oltre il dolore, a scoprire che non sono da soli nel cammino e che un futuro, abitato ancora dal Dio dell’amore, li attende.

E quando Egli si ferma a cena con loro, si siede a tavola e spezza il pane, allora ‘si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero’. Ecco tracciata anche per noi, per voi, cari fratelli e sorelle angolani, la strada per ricominciare: da una parte la certezza che il Signore ci accompagna e ha compassione di noi, dall’altra l’impegno che Egli ci chiede”.

E tale compagnia si sperimenta nella preghiera: “La compagnia del Signore la sperimentiamo soprattutto nella relazione con Lui, nella preghiera, nell’ascolto della sua Parola che fa ardere il nostro cuore come quello dei due discepoli, e soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia. E’ qui che noi incontriamo Dio”.

Però al contempo è un invito alla vigilanza ed alla fedeltà: “Perciò, occorre sempre vigilare su quelle forme di religiosità tradizionale, che certamente appartengono alle radici della vostra cultura, ma al contempo rischiano di confondere e di mescolare elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale.

Restate fedeli a quanto insegna la Chiesa, fidatevi dei vostri Pastori e tenete fisso lo sguardo su Gesù, che si rivela in particolare nella Parola e nell’Eucaristia. In entrambe sperimentiamo che il Signore Risorto cammina accanto a noi e, uniti a Lui, anche noi vinciamo le morti che ci assediano e viviamo da risorti”.

E’ stato un invito a riconoscerLo soprattutto nello spezzare il pane: “A questa certezza di non essere soli lungo il cammino si unisce anche un impegno generoso che possa lenire le ferite e riaccendere la speranza. Infatti, se i due di Emmaus riconoscono Gesù quando spezza il pane per loro, ciò significa che anche noi dobbiamo riconoscerlo così: non soltanto nell’Eucaristia, ma ovunque c’è una vita che diventa pane spezzato, ovunque qualcuno si fa dono di compassione come Lui”.

Quindi compito della Chiesa è non far perdere speranza: “La storia del vostro Paese, le conseguenze ancora difficili che sopportate, le problematiche sociali ed economiche e le diverse forme di povertà invocano la presenza di una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli. Una Chiesa che, con la luce della Parola e il nutrimento dell’Eucaristia, sa rianimare la speranza perduta”.

Una Chiesa che sappia dare la vita: “Una Chiesa fatta di persone come voi che si donano così come Gesù spezza il pane per i due discepoli di Emmaus. L’Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri, di impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno”.

Quindi un pane che incarna la realtà: “Con la grazia di Cristo Risorto possiamo diventare questo pane spezzato che trasforma la realtà. E come l’Eucaristia ci ricorda che siamo un solo corpo e un solo spirito, uniti all’unico Signore, anche noi possiamo e vogliamo costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione. Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l’hanno perduta”.

Concludendo l’omelia è arrivato l’invito a non avere paura della speranza: “Fratelli e sorelle, oggi c’è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro. Non abbiate paura di farlo! Gesù Risorto, che percorre la strada con voi e per voi si spezza come pane, vi incoraggia a essere testimoni della sua risurrezione e protagonisti di una nuova umanità e di una nuova società”.

(Foto: Santa Sede)

Diciamo NO alla guerra! Domenica 19 aprile a Bologna insieme per la pace ‘disarmata e disarmante’

L’iniziativa è promossa dai Missionari del Preziosissimo Sangue nell’ambito della Missione popolare presso la parrocchia Maria Regina Mundi. Domenica 19 aprile 2026, alle ore 19:00, si terrà a Bologna la Marcia per la Pace. Il ritrovo è previsto in via Malvasia (angolo via Casarini), con arrivo a Porta Lame:

“L’iniziativa nasce come alternativa, convinti che il dialogo può prevalere sui conflitti e che la comunione può prevalere sulla divisione. E’ inaccettabile nel 2026 assistere a questi disastri umanitari. In un tempo segnato da tensioni e conflitti noi gridiamo NO alla guerra!”, afferma don Flavio Calicchia, coordinatore nazionale dell’Area Evangelizzazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue.

Quest’ iniziativa si inserisce nel solco degli appelli alla pace che attraversano oggi la Chiesa e la società civile. In particolare, risuonano le parole di papa Leone XIV: “Convertiamoci alla pace! Facciamo udire il grido di pace che sgorga dal cuore… Tutti abbiamo paura della morte e per paura ci voltiamo dall’altra parte, preferiamo non guardare. Non possiamo continuare a essere indifferenti! E non possiamo rassegnarci al male!

La Marcia per la Pace vuole essere un segno concreto di unità e di speranza, aperta a tutti. E’ possibile camminare insieme a prescindere dalla propria appartenenza sociale, culturale e religiosa. La comunione è il messaggio più eloquente e profetico per esprimere il desiderio di pace in un contesto sempre più segnato da divisioni, conflitti e individualismo. Partecipare alla marcia significa non restare indifferenti, ma scegliere di testimoniare insieme il valore della pace, affidando alla preghiera e all’impegno comune il desiderio di un mondo riconciliato”.

Papa Leone XIV invita ad essere operatori di pace

“E’ una gioia per me stare con voi in questa regione che ha sofferto così tanto. Come le vostre testimonianze hanno appena dimostrato, l’esperienza vissuta della sofferenza da parte della vostra comunità ha solo reso più forte la vostra convinzione che Dio non ci ha mai abbandonati! In Dio, nella sua pace, possiamo sempre ricominciare da capo!”: nella cattedrale di san Giuseppe papa Leone XIV ha ascoltato il dolore di profughi e operatori di pace nell’incontro per la pace con le testimonianze del Capo Tradizionale Supremo di Mankon, Fon Fru Asaah Angwafor IV, del Moderatore Emerito della Chiesa Presbiteriana, Fonki Samuel Forba, dell’Imam della Moschea Centrale di Buea, Mohammad Abubakar.

Partendo dalla profezia di Isaia che annuncia la pace il papa ha esortato a non scoraggiarsi nell’annuncio: “Mi ha accolto con queste parole, e ora vorrei rispondere: quanto sono belli anche i tuoi piedi, polverosi da questa terra macchiata di sangue ma fertile che è stata maltrattata, eppure è ricca di vegetazione e frutta. I tuoi piedi ti hanno portato fino a qui, e nonostante le difficoltà e gli ostacoli, sono rimasti sulla strada della bontà. Che tutti noi continuiamo sulla via della bontà che conduce alla pace.

Sono grato per le vostre parole di benvenuto, perché è vero: sono qui per proclamare la pace. Eppure trovo che tu stia proclamando la pace a me e al mondo intero. Come uno di voi ha osservato, la crisi che ha avuto un impatto su queste regioni del Camerun ha avvicinato le comunità cristiane e musulmane che mai. In effetti, i vostri leader religiosi si sono riuniti per stabilire un Movimento per la Pace, attraverso il quale cercano di mediare tra le parti opposte”.

E’ stato un elogio al loro ‘lavoro’ per la pace: “Vorrei che questo accadesse in tanti altri luoghi del mondo. Il vostro testimone, il vostro lavoro per la pace può essere un modello per il mondo intero! Gesù ci ha detto: Beati gli operatori di pace! Ma guai a coloro che manipolano la religione e il nome stesso di Dio per il proprio guadagno militare, economico o politico, trascinando ciò che è sacro nelle tenebre e nelle porcherie”.

Da questa città, infatti, si può irradiare la ‘luce’ con l’invito a non perdere sapore: “Sì, mie care sorelle e fratelli, voi che avete fame e sete di giustizia, che siete poveri, misericordiosi, mansueti e puri di cuore, voi che avete pianto – siete la luce del mondo! Bamenda, oggi sei la città sulla collina, splendente agli occhi di tutti! Sorelle e fratelli, siate il sale che continuamente dà sapore a questa terra.

Non perdere il sapore, anche negli anni a venire! Amare tutti i momenti condivisi che vi hanno unito in questi tempi di dolore. Cerchiamo a tutti questo giorno di cuore quando ci siamo riuniti per lavorare per la pace! Siate come olio versato sulle ferite dei vostri fratelli e sorelle”.

Quindi ha ringraziato le donne, che hanno cura di chi ha subito violenza: “E’ un compito enorme che passa invisibile giorno dopo giorno, e come ci ha ricordato suor Carine, è anche pericoloso. I padroni di guerra fingono di non sapere che ci vuole solo un momento per distruggere, eppure una vita spesso non è sufficiente per ricostruire.

Chiudono un occhio sul fatto che miliardi di dollari vengono spesi per uccidere e devastare, ma le risorse necessarie per la guarigione, l’istruzione e il restauro non sono da nessuna parte. Coloro che derubano la vostra terra delle sue risorse generalmente investono gran parte del profitto nelle armi, perpetuando così un ciclo infinito di destabilizzazione e morte”.

Quindi ha ‘accusato’ coloro i quali alimentano le guerre: “E’ un mondo stravolto, uno sfruttamento della creazione di Dio che deve essere denunciato e rifiutato da ogni coscienza onesta. Dobbiamo fare un cambiamento decisivo, una vera conversione, che ci condurrà nella direzione opposta, su un percorso sostenibile ricco di fraternità umana. Il mondo è devastato da una manciata di tiranni, eppure è tenuto insieme da una moltitudine di fratelli e sorelle di supporto! Sono i discendenti di Abramo, numerosi come le stelle nel cielo e i granelli di sabbia sulla riva del mare”.

E’ stato un invito ad accettare il prossimo con un abbraccio di pace: “Guardiamo gli occhi degli altri: siamo queste persone immense! La pace non è qualcosa che dobbiamo inventare: è qualcosa che dobbiamo abbracciare accettando il nostro prossimo come nostro fratello e come nostra sorella. Non scegliamo i nostri fratelli e sorelle: dobbiamo semplicemente accettarci a vicenda! Siamo una famiglia, che abita la stessa casa: questo meraviglioso pianeta che le culture antiche hanno curato attraverso millenni”.

Ha concluso l’incontro con un pensiero di papa Francesco: “Così, il mio amato predecessore ci ha esortato a camminare insieme, ognuno di noi secondo la propria vocazione, estendendo i confini delle nostre comunità, a cominciare da sforzi concreti a livello locale, per amare il prossimo, chiunque e ovunque lui o lei sia. Voi siete testimoni di questa rivoluzione silenziosa!

Come ha detto l’Imam, ringraziamo Dio che questa crisi non è degenerata in una guerra religiosa, e che tutti stiamo ancora cercando di amarci l’un l’altro! Andiamo avanti con coraggio, senza perderci d’animo, e soprattutto, insieme, sempre insieme! Camminiamo insieme, innamorati, cerchiamo sempre la pace”.

E fuori dalla Cattedrale il papa ha invitato tutti ad essere operatori di pace: “Miei cari fratelli e sorelle, oggi il Signore ha scelto tutti noi per essere operai che portano la pace in questa terra! Diciamo tutti una preghiera al Signore, che la pace regnerà veramente in mezzo a noi, che mentre liberiamo queste colombe bianche, simbolo di pace, che la pace di Dio sarà su tutti noi, su questa terra, e ci terrà tutti uniti nella sua pace. Lodate il Signore!”

Prima che il papa prendesse la parola si sono alternate le testimonianza, come quella del Capo Tradizionale Supremo di Mankon, Fon Angwafor III: “Cogliamo questa opportunità per ringraziare il Papa per la grande opera di evangelizzazione svolta dalla Chiesa negli anni passati e ancora oggi, nonché per i servizi sociali che la Chiesa ha offerto alla nostra gente. La maggior parte delle migliori scuole e dei migliori istituti superiori è gestita dalla Chiesa cattolica, così come ospedali, orfanotrofi e, oggi, anche università. Speriamo che la Chiesa continui a migliorare la vita delle persone attraverso questi servizi.

Uno dei frutti positivi di questa crisi che ha scosso le nostre regioni del Camerun è che essa ha avvicinato come non mai le Chiese cristiane e la religione musulmana. La persecuzione e la sofferenza non conoscono né fede né razza, né lingua né colore. La persona che soffre ha bisogno di conforto, e l’essere umano che è in guerra ha bisogno di pace, qualunque sia il suo credo”.

Mentre l’imam Mohamad Abubakar ha raccontato alcuni episodi di violenza contro i fedeli: “La comunità islamica è lieta della sua presenza qui in qualità di rappresentante di Dio, che è l’artefice di tutto ciò che è buono, che è portatore di Pace e che ama l’intera umanità. Il 14 novembre 2025 alcuni uomini armati durante la preghiera hanno assaltato la moschea di Sagba, a circa 20 chilometri da Bamende, uccidendo tre persone e ferendone altre nove. Il 14 gennaio 2025 diversi uomini armati hanno aperto il fuoco su degli allevatori di bestiame della comunità etnica Mbororo, uccidendo almeno quindici persone, tra cui otto bambini.

La comunità islamica ha sofferto in molte città e in molti villaggi anglofoni, e ci sono state vittime musulmane in quello che è ormai noto come il massacro di Ngabur, nel quale nel 2020 sono stati uccisi 23 civili. Ringraziamo Dio perché questa crisi non è degenerata in una guerra religiosa e continuiamo a cercare di amarci gli uni gli altri nonostante le nostre religioni diverse. Santo Padre ci aiuti ad avere la pace”.

Ed anche suor Carine Tangiri Mangu ha raccontato il loro rapimento: “Da quando è iniziata questa crisi, svolgiamo il nostro lavoro con tanta paura e grande insicurezza. Il 14 novembre, mentre tornavamo da Bamenda a Elak-Oku, dove insegniamo nella scuola primaria, suor Mediatrix ed io siamo state rapite da alcuni uomini armati nei pressi di Baba 1 e portate nella boscaglia, dove siamo state tenute in ostaggio per tre giorni e tre notti.

Per tutti quei giorni e quelle notti non abbiamo dormito né mangiato. Siamo state spostate in moto da un posto all’altro, a volte all’una di notte per evitare di essere localizzati. Abbiamo iniziato uno sciopero della fame e abbiamo spiegato ai nostri rapitori che stavamo semplicemente svolgendo il nostro lavoro per i poveri e che non avevamo niente a che vedere con la politica.

Hanno preteso che dessimo loro dei numeri di telefono per poter richiedere un riscatto. E’ stato un momento difficile per noi, perché, oltre a essere sballottate da un posto all’altro non potevamo né lavarci, né mangiare o bere acqua a nostro piacimento o addirittura dormire. A mantenere viva la nostra speranza è stato il Rosario, che abbiamo recitato in continuazione per tutti quei giorni”.

 (Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV non è intimorito da Trump: continuo ad alzare la voce contro la guerra

Papa Leone XIV

“Questo viaggio, che è molto speciale per diverse ragioni, doveva essere il primo viaggio del pontificato. Già l’anno scorso nel mese di maggio avevo detto: come primo viaggio vorrei fare un viaggio in Africa. Altri subito hanno suggerito l’Algeria per sant’Agostino, come sapete, e infatti sono molto contento di visitare di nuovo la terra di sant’Agostino. Sant’Agostino poi offre un ponte molto importante nel dialogo interreligioso.

E’ molto amato nella sua terra, come vedremo. E allora l’opportunità di visitare i luoghi della vita di sant’Agostino, dove lui era vescovo nella città di Ippona (Annaba oggi) è veramente una benedizione anche per me personalmente, ma credo anche per la Chiesa e per il mondo, perché dobbiamo cercare sempre ponti per costruire la pace e la riconciliazione. Ed allora questo viaggio rappresenta davvero un’opportunità preziosissima per continuare con la stessa voce, con lo stesso messaggio, che vogliamo fare, promuovere la pace, la riconciliazione, il rispetto, la considerazione per tutti i popoli”.

Nel viaggio aereo con queste parole papa Leone XIV ha spiegato ai giornalisti le ragioni di questo viaggio apostolico in Africa, iniziando dai luoghi in cui visse il fondatore dell’ordine agostiniano, precisando che il papa non è un politico: “Penso che le persone che leggono potranno trarre le proprie conclusioni: io non sono un politico, non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui. Piuttosto cerchiamo sempre la pace e smettiamola con le guerre. Non ho paura della amministrazione Trump. Io parlo del Vangelo, non sono un politico”.

Ed ha ribadito chiaramente il ruolo della Chiesa, che annuncia il Vangelo delle beatitudini: “Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato nel modo in cui alcune persone stanno facendo. Io continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra, a cercare di promuovere la pace, il dialogo multilaterale tra gli stati per cercare la giusta soluzione ai problemi. Il messaggio della Chiesa è il messaggio del Vangelo, beati i costruttori di pace: io non guardo al mio ruolo come un politico, non voglio entrare in un dibattito con lui. Troppa gente sta soffrendo nel mondo”.

Questa è stata la risposta razionale all’attacco irrazionale, pubblicato su Truth, del presidente statunitense Donald Trump contro il papa, che ha auspicato la pace, accusandolo di aver osato ‘criticarlo’: “Papa Leone è debole in materia di criminalità e pessimo in politica estera. Parla della ‘paura’ dell’amministrazione Trump, ma non menziona la paura che la Chiesa cattolica, e tutte le altre organizzazioni cristiane, hanno provato durante il covid quando arrestavano sacerdoti, pastori e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose, anche all’aperto e mantenendo una distanza di tre o addirittura sei metri”.

Ed ha fatto un paragone davvero disgustoso ed infamante nei confronti di un papa: “Mi piace molto di più suo fratello Luigi che lui, perché Luigi è tutto maga. Lui capisce, e Leone no! Non voglio un Papa che pensi che sia ok che l’Iran abbia un’arma nucleare. Non voglio un Papa che pensi che sia terribile che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che inviava enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, peggio ancora, svuotava le proprie prigioni, liberando assassini, spacciatori e omicidi, nel nostro Paese”.

Ed ha concluso che è diventato papa perché Trump era già presidente degli USA: “E non voglio un Papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti perché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, con una vittoria schiacciante, ovvero portare i dati sulla criminalità ai minimi storici e creare il miglior mercato azionario della storia.

Leo dovrebbe essere grato perché, come tutti sanno, è stata una sorpresa scioccante. Non era su nessuna lista per diventare Papa, ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e pensavano che sarebbe stato il modo migliore per trattare con il Presidente Donald J. Trump. Se non fossi alla Casa Bianca, Leo non sarebbe in Vaticano”.

 Dopo tale dichiarazione il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha inviato un messaggio di solidarietà e di buon auspicio per il viaggio al papa con l’augurio che i suoi messaggi possano essere ascoltati: “Il forte richiamo alla pace, così urgente in tempi tanto tribolati, al pari dell’invito all’unità e alla fraternità, contribuirà ad alimentare la consapevolezza dell’indispensabile contributo che ogni individuo e ogni collettività sono chiamati a fornire per superare le divisioni e salvaguardare la dignità dell’uomo. Sono certo che nessuno potrà rimanere indifferente rispetto a questi solenni appelli, rivolti soprattutto alle ultime generazioni, chiamate ad assumere la responsabilità e vivere la gioia del divenire fecondo seme di progresso sociale ed economico per i rispettivi Paesi e comunità”.

Anche i vescovi italiani hanno espresso ‘sdegno’ per le parole ‘rabbiose’ del presidente americano: “Unendosi a quanto affermato dal Presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, Mons. Paul S. Coakley, ricorda che il papa non è una controparte politica, ma il Successore di Pietro, chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace.

In un tempo segnato da conflitti e tensioni internazionali, la sua voce rappresenta un richiamo esigente alla dignità della persona, al dialogo e alla responsabilità. Le Chiese che sono in Italia rinnovano al Santo Padre vicinanza, affetto e preghiera, auspicando da parte di tutti rispetto per la sua persona e per il suo ministero”.

Anche L’Azione Cattolica Italiana, la Federazione Universitaria Cattolica Italiana, il Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale e il Movimento di Impegno Educativo di Azione Cattolica hanno espresso la loro ‘vicinanza’ al papa per le triviali parole del presidente Trump: “Le parole rivolte al Santo Padre dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nelle scorse ore, appaiono infatti inadeguate, alquanto volgari e non rispettose della natura e della missione del ministero petrino. Esse rischiano di alimentare una lettura impropria del ruolo del Papa, riducendolo a interlocutore politico tra gli altri, inserito nelle dinamiche della contrapposizione e del confronto tra parti”.

Ed hanno sottolineato il prezioso ruolo del papa: “Riteniamo invece necessario ribadire con chiarezza che il Papa non è una controparte politica. Egli è il Successore di Pietro, chiamato a confermare nella fede il popolo di Dio e a servire, senza alcun interesse di parte, il Vangelo, la verità e la pace sempre, ovunque e comunque. Il suo ministero si colloca su un piano radicalmente diverso da quello della competizione politica: è un servizio universale, rivolto a tutte le donne e a tutti gli uomini, credenti e non credenti, senza distinzioni. Per questo motivo, chiediamo con rispetto ma con fermezza che venga riconosciuta e custodita la dignità della persona di papa Leone XIV e del suo ministero”.

E’ stato un ‘attacco’ in quanto oggi solo il papa difende la pace tra i popoli e la dignità della persona: “Il confronto tra istituzioni e responsabilità pubbliche, anche quando è franco e articolato, non può mai degenerare in forme che mettano in discussione il rispetto dovuto a chi, come il Pontefice, rappresenta un punto di riferimento morale e spirituale a livello globale. In un tempo attraversato da guerre, tensioni internazionali, crisi umanitarie, lutti e sofferenze diffuse, la voce del Papa continua a levarsi come un richiamo esigente alla dignità inviolabile di ogni persona, alla centralità del dialogo, alla ricerca instancabile della pace e alla responsabilità condivisa delle nazioni e dei popoli.

E’ una voce che interpella le coscienze e invita tutti, a partire da chi esercita ruoli di governo, a scelte lungimiranti e orientate al bene comune. Come associazioni laicali impegnate nella vita ecclesiale e civile del Paese, in piena sintonia con i nostri vescovi, avvertiamo il dovere di sostenere con convinzione questo magistero, che non si presta a strumentalizzazioni, ma chiede ascolto, discernimento e responsabilità”.

Papa Leone XIV: Gesù è il Principe della pace

“Cari fratelli e sorelle, all’inizio della Settimana Santa, siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi”: oggi, prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato che in Medio Oriente non saranno celebrati tradizionalmente i Riti della Settimana Santa, esprimendo vicinanza e preghiera per quanti soffrono.

Infatti a causa della guerra in Terra Santa i cattolici ancora oggi soffrono gravi conseguenze a causa della loro fede: “Proprio mentre la Chiesa contempla il mistero della Passione del Signore, non possiamo dimenticare quanti oggi partecipano in modo reale alla sua sofferenza. La loro prova interpella la coscienza di tutti. Eleviamo la nostra supplica al Principe della pace, affinché sostenga i popoli feriti dalla guerra e apra cammini concreti di riconciliazione e di pace”.

Inoltre la preghiera del papa non ha dimenticato le vittime della guerra, in particolare i marittimi ed i migranti: “Desidero anche affidare al Signore i marittimi che sono vittime della guerra: prego per i defunti, per i feriti e per i loro familiari. Terra, cielo e mare sono creati per la vita e per la pace! E preghiamo per tutti i migranti morti in mare, in particolare per quelli che hanno perso la vita nei giorni scorsi al largo dell’isola di Creta”.

Anche nell’omelia della domenica delle Palme, celebrata in piazza san Pietro, il papa ha messo in evidenza la mitezza di Gesù che si contrappone alla brutalità e ai soprusi degli uomini: “Guardiamo a Gesù, che si presenta come Re della pace, mentre attorno a Lui si sta preparando la guerra. Lui, che rimane fermo nella mitezza, mentre gli altri si agitano nella violenza.

Lui, che si offre come una carezza per l’umanità, mentre altri impugnano spade e bastoni. Lui, che è la luce del mondo, mentre le tenebre stanno per ricoprire la terra. Lui, che è venuto a portare la vita, mentre si compie il piano per condannarlo a morte”.

Gesù  è il re della pace, perché compie alcune azioni concrete: “Come Re della pace, Gesù vuole riconciliare il mondo nell’abbraccio del Padre e abbattere ogni muro che ci separa da Dio e dal prossimo, perché ‘Egli è la nostra pace’. Come Re della pace, entra in Gerusalemme in groppa a un asino, non a un cavallo, realizzando l’antica profezia che invitava a esultare per l’arrivo del Messia”.

Gesù, re della pace, non ha risposto alla violenza in pari modo: “Come Re della pace, quando uno dei suoi discepoli estrae la spada per difenderlo e colpisce il servo del sommo sacerdote, Egli subito lo ferma dicendo: ‘Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno’.

Come Re della pace, mentre veniva caricato delle nostre sofferenze e trafitto per le nostre colpe, Egli ‘non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori’. Non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto nessuna guerra.

Ha manifestato il volto mite di Dio, che sempre rifiuta la violenza, e invece di salvare sé stesso si è lasciato inchiodare alla croce, per abbracciare tutte le croci piantate in ogni tempo e luogo nella storia dell’umanità”.

Gesù è il re della pace: “Fratelli, sorelle, questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: ‘Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue’. Guardando a Lui, che è stato crocifisso per noi, vediamo i crocifissi dell’umanità”.

In Gesù crocifisso il papa ha invitato a saper vedere l’umanità sofferente: “Nelle sue piaghe vediamo le ferite di tante donne e uomini di oggi. Nel suo ultimo grido rivolto al Padre sentiamo il pianto di chi è abbattuto, di chi è senza speranza, di chi è malato, di chi è solo. E soprattutto sentiamo il gemito di dolore di tutti coloro che sono oppressi dalla violenza e di tutte le vittime della guerra”.

Ha concluso l’omelia con l’invito a mettere da parte le armi, perché come diceva mons. Tonino Bello, siamo fratelli: “Cristo, Re della pace, grida ancora dalla sua croce: Dio è amore! Abbiate pietà! Deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli! Con le parole del Servo di Dio, il vescovo Tonino Bello, vorrei affidare questo grido a Maria Santissima, che sta sotto la croce del Figlio, e piange anche ai piedi dei crocifissi di oggi:

Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati. Che i bagliori delle guerre si stanno riducendo a luci crepuscolari. Che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli… E che, finalmente, le lacrime di tutte le vittime delle violenze e del dolore saranno presto prosciugate, come la brina dal sole della primavera”.

(Foto: Santa Sede)

Azione contro la fame intensifica la risposta all’emergenza umanitaria in Libano

Azione Contro la Fame lancia l’allarme sulle gravi conseguenze umanitarie in corso, tra cui la carenza di beni di prima necessità, i danni alle infrastrutture idriche ed energetiche e il rischio di sfollamenti su larga scala, sia all’interno sia all’esterno del Paese. L’organizzazione sta intensificando la risposta umanitaria in Libano, rafforzando il sostegno ai rifugi di comunità e ampliando la distribuzione di aiuti essenziali alle famiglie sfollate. Azione Contro la Fame è attiva anche in diversi Paesi della regione, tra cui Iraq, Afghanistan e Pakistan, oltre che nelle aree limitrofe come i Territori Palestinesi Occupati, Giordania, Libano, Siria e Yemen.

L’escalation del conflitto nella regione mediorientale sta aggravando emergenze umanitarie già significative, interrompendo i servizi essenziali, aumentando il livello di sfollamento della popolazione ed esponendo civili e operatori umanitari a rischi considerevoli. Comunità che già vivevano in condizioni difficili si trovano ora ad affrontare un livello di incertezza ancora maggiore.

In Libano, i continui attacchi aerei, gli ordini di sfollamento di massa, le incursioni terrestri e l’aumento rapido degli sfollati interni hanno innescato una crisi umanitaria su larga scala. L’Unità di gestione dei rischi di catastrofi, guidata dal Consiglio dei ministri libanese, stima che fino a un milione di persone potrebbero essere costrette a lasciare le proprie case se le ostilità persistono.

In risposta, Azione Contro la Fame sta intensificando il proprio intervento in tutto il Paese, rafforzando il sostegno ai rifugi di comunità e la distribuzione di aiuti essenziali alle famiglie sfollate.

“Le famiglie, già provate da anni di difficoltà, sono nuovamente in movimento, con migliaia di persone costrette a dormire in auto o in spazi pubblici”, afferma la direttrice regionale Suzanne Takkenberg. “Serve urgentemente il sostegno internazionale per garantire una risposta proporzionata a questa crisi”.

Da quando il conflitto ha raggiunto il Libano lo scorso 2 marzo, Azione Contro la Fame ha attivato meccanismi di emergenza e condotto valutazioni rapide per identificare i bisogni più urgenti, coordinandosi con autorità e agenzie umanitarie per evitare duplicazioni. Ad oggi, l’organizzazione ha sostenuto 32 rifugi di comunità, tra cui 6 nel distretto di Baalbek, 8 nella Bekaa occidentale, 4 a Zahle e 11 nel distretto di Aley (Monte Libano). Le squadre distribuiscono cibo, acqua in bottiglia e kit igienici e forniscono servizi di emergenza per la nutrizione dei bambini e il supporto ai caregiver.

I principali interventi finora messi in atto riguardano:     323 kit per l’igiene familiare e 136 kit per l’igiene dei neonati distribuiti; 9.168 litri di acqua in bottiglia consegnati; 800 pacchi alimentari pronti al consumo, sufficienti a coprire una settimana di cibo per circa 1.800 persone; supporto a tre ospedali (due a Zahle e uno a Tiro) per gravidanze ad alto rischio; oltre 150 bambini hanno ricevuto integratori o biscotti ad alto contenuto energetico per prevenire la malnutrizione.

Azione Contro la Fame esorta la comunità internazionale a cessare immediatamente la violenza nel pieno rispetto del diritto internazionale umanitario, ad assicurare un accesso sicuro e senza ostacoli all’assistenza umanitaria e ad aumentare i finanziamenti umanitari per soddisfare le crescenti esigenze.

Azione Contro la Fame | www.azionecontrolafame.it

Giornata dei Giusti 2026 per la democrazia: storie di coraggio e responsabilità civile

La Giornata dei Giusti dell’Umanità si celebra ogni anno, nel giorno odierno, per promuovere la memoria del bene e onorare coloro che si sono opposti a genocidi, totalitarismi e discriminazioni, salvando vite umane e difendendo la dignità della persona: “Oggi, più che mai, la Giornata dei Giusti dell’Umanità non è solo un’occasione commemorativa: è una chiamata contro l’inaudita escalation di brutalità in corso nel mondo, e in particolare in Medio Oriente”.

Istituita su iniziativa di Fondazione Gariwo dal Parlamento Europeo nel 2012 e riconosciuta come solennità civile in Italia nel 2017, la Giornata dei Giusti nel 2026 si focalizza sul tema della Democrazia non come astrazione, ma come ultima barriera contro il ritorno dei totalitarismi, delle discriminazioni di stato, delle violazioni dei diritti umani: “In un tempo segnato da populismi violenti, da spinte autoritarie e da conflitti che dilaniano il tessuto umano, la democrazia non è più solo una forma di governo: è l’ultima, fragile custode del valore di ogni persona”.

Per l’occasione il presidente di Fondazione Gariwo, Gabriele Nissim, ha dedicato questa giornata a tutti coloro che difendono la democrazia: “Dedichiamo la Giornata dei Giusti di quest’anno a tutti coloro che nel mondo si battono per la democrazia, per la nonviolenza, per il dialogo. Per questo abbiamo scritto una Carta della democrazia, che vorremmo discutere in tutti i comuni coinvolti nei progetti dei Giardini dei Giusti.

Vogliamo che per celebrazioni della Giornata dei Giusti la società civile scelga i Giardini per dimostrare la propria solidarietà a chi subisce le conseguenze delle guerre e delle polarizzazioni, in risposta a chi vuole imporre la prevaricazione e la legge del più forte. Come ha insegnato Hannah Arendt, è la ricchezza della diversità umana che permette il progresso del pianeta e della nostra società. E i nostri giardini sono una grande ricchezza perché attraverso le scelte dei Giusti e gli incontri si realizza un grande momento di crescita civile e di partecipazione democratica.”

In occasione della Giornata dei Giusti 2026, si terranno decine di iniziative su tutto il territorio nazionale, promosse dai molti Giardini attivi in tutta Italia, la cui rete è in costante crescita. A guidare le celebrazioni saranno inoltre i tre appuntamenti promossi da Fondazione Gariwo, dedicati ai Giusti della democrazia, del dialogo e della nonviolenza.

Il primo appuntamento si svolge oggi pomeriggio alla Camera dei Deputati con lo spettacolo ‘Il Memorioso. Breve guida alla memoria del Bene’, scritto da Paola Bigatto e Massimiliano Speziani ed ispirato ai libri di Gabriele Nissim, con il saluto della vicepresidente della Camera Anna Ascani e l’intervento del presidente di Fondazione Gariwo, Gabriele Nissim, che richiama la figura di Dimitar Peshev, vicepresidente del Parlamento bulgaro che nel 1943 si oppose alla deportazione degli ebrei, quale esempio di responsabilità istituzionale a difesa della vita e della democrazia.

Il secondo appuntamento si terrà lunedì 9 marzo al Giardino dei Giusti di Villa Pamphilj, a Roma, dove verranno dedicati due alberi di ulivo a Viktor Emil Frankl, sopravvissuto alla Shoah e fondatore della logoterapia, ed ad Aleksandra Skochilenko, artista e attivista russa incarcerata per il suo dissenso nonviolento contro la guerra in Ucraina.

Il terzo appuntamento si terrà mercoledì 11 marzo al Giardino dei Giusti di Milano, al Monte Stella, dove saranno onorati come nuovi ‘Giusti’ Piero Calamandrei, padre costituente e difensore della Costituzione; Martin Luther King, simbolo della nonviolenza e dei diritti civili; Vivian Silver, attivista israeliana per il dialogo uccisa negli attacchi del 7 ottobre 2023; Reem Al-Hajajreh, attivista palestinese e fondatrice di ‘Women of the Sun’; Aleksandra Skochilenko, artista ed attivista russa perseguitata per il suo dissenso contro la guerra.

A ribadire il valore universale della Giornata è intervenuto anche Chaloka Beyani, Special Adviser del Segretario Generale dell’Onu, sulla prevenzione del genocidio: “La Giornata europea dei Giusti onora i protettori dell’umanità, coloro che si sono opposti alle maree dell’odio e della violenza. Le loro storie sono un promemoria del ruolo della scelta individuale nel proteggere l’altro come nostra bussola morale ultima e salvaguardia contro il flagello del genocidio. Il percorso verso i crimini di atrocità è lastricato dal silenzio di molti, ma può essere deviato attraverso il coraggio dei Giusti. Il mondo di oggi ha bisogno di loro più che mai”.

Inoltre nel sito della Fondazione Gariwo la lettera di Samah Salaime e dell’Ufficio comunicazione e sviluppo di Neve Shalom-Wahat al Salam, dopo gli attacchi di Stati Uniti, Israele e Iran, ricordando che Neve Shalom-Wahat al Salam è un villaggio cooperativo situato ad ovest di Gerusalemme, dove arabi palestinesi ed ebrei israeliani convivono pacificamente. Dal 10 marzo 2015 è presente all’interno del villaggio un Giardino dei Giusti, dove vengono onorate figure esemplari appartenenti ad entrambi i gruppi etnico-religiosi:

“Ancora una volta, siamo intrappolati in una battaglia di ego smisurati, intransigenza e interessi economici, per pochi. Nonostante le parole altisonanti, ci sono dubbi sul fatto che l’operazione in corso porterà beneficio alla popolazione nella nostra regione, od anche ai cittadini iraniani, già provati e colpiti. Per noi, che ci opponiamo alla violenza, è chiaro che sono i civili innocenti a pagare in ultima istanza il prezzo della guerra. La morte di 148 studentesse in Iran, la morte e il ferimento di civili innocenti a Bet Shemesh sono imperdonabili: non possiamo accettare né nuove uccisioni ‘collaterali’ né l’indifferenza del mondo.

Non abbiamo ancora iniziato a riprenderci dallo shock e dal trauma di oltre due anni di guerra a Gaza: decine di migliaia di gazawi uccisi, milioni di persone sfollate e senza alcuna reale speranza di una soluzione alla loro condizione, ebrei israeliani che ancora cercano di elaborare l’orrore del massacro del 7 ottobre e le condizioni in cui gli ostaggi sono stati trattenuti per lunghi giorni e mesi”.

Questo è il motivo per cui questa ‘guerra’ non suscita entusiasmo: “Perciò perdonateci se non siamo entusiasti sostenitori di una nuova operazione militare -un’operazione che sapevamo, prima ancora che il primo missile cadesse, avrebbe costretto a correre per mettersi al riparo chi ha accesso ai rifugi e, chi invece non ne ha, a cercare protezione come meglio può.

Continuando a distogliere la nostra attenzione verso un nuovo–vecchio teatro di guerra, il nostro governo consente ai coloni ebrei dell’estrema destra di proseguire con espropriazioni e atti di terrorismo contro famiglie palestinesi innocenti, e mette da parte i nostri sogni di vera guarigione, rinascita, pace e tra palestinesi ed ebrei. Allo stesso tempo, ignora i bisogni dei propri cittadini, compresi i cittadini palestinesi-israeliani che vengono uccisi ogni giorno con violenza fuori controllo”.

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