Papa Leone XIV invita la Chiesa libanese ad aprire strade di rinascita

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“Ringrazio il Superiore Generale per le sue parole e per l’accoglienza in questo bel Monastero di Annaya. Anche la natura che circonda questa casa di preghiera ci attrae con la sua bellezza austera. Rendo grazie a Dio che mi ha concesso di venire pellegrino alla tomba di San Charbel. I miei Predecessori (penso specialmente a san Paolo VI, che lo ha beatificato e canonizzato) l’avrebbero tanto desiderato. Carissimi, che cosa ci insegna oggi San Charbel? Qual è l’eredità di quest’uomo che non scrisse nulla, che visse nascosto e taciturno, ma la cui fama si è diffusa nel mondo intero?”: dopo i saluti istituzionali di ieri, oggi papa Leone XIV ha iniziato il viaggio apostolico in Libano visitando il monastero di san Maroun ad Annaya, dove è sepolto san Charbel Maklūf, canonizzato da papa san Paolo VI, nel 1977.

Il papa parla di questo monaco, al quale si attribuiscono oltre 29.000 miracoli di guarigione, per riflettere sui suoi insegnamenti ancora attuali: “… lo Spirito Santo lo ha plasmato, perché a chi vive senza Dio insegnasse la preghiera, a chi vive nel rumore insegnasse il silenzio, a chi vive per apparire insegnasse la modestia, a chi cerca le ricchezze insegnasse la povertà.

Sono tutti comportamenti contro-corrente, ma proprio per questo ne siamo attratti, come l’acqua fresca e pura per chi cammina in un deserto. In particolare, a noi vescovi e ministri ordinati, san Charbel richiama le esigenze evangeliche della nostra vocazione. Ma la sua coerenza, tanto radicale quanto umile, è un messaggio per tutti i cristiani”.

Pregando sulla sua tomba ha sottolineato la sua continua intercessione a Dio: “San Charbel non ha mai smesso di intercedere per noi presso il Padre Celeste, fonte di ogni bene e di ogni grazia. Già durante la sua vita terrena molti andavano da lui per ricevere dal Signore conforto, perdono, consiglio. Dopo la sua morte tutto questo si è moltiplicato ed è diventato come un fiume di misericordia. Anche per questo, ogni 22 del mese, ci sono migliaia di pellegrini che vengono qui da diversi Paesi per passare una giornata di preghiera e di ristoro dell’anima e del corpo”.

Offrendo la lampada ha chiesto al santo libanese pace e comunione: “Per la Chiesa chiediamo comunione, unità: a partire dalle famiglie, piccole chiese domestiche, e poi nelle comunità parrocchiali e diocesane, fino alla Chiesa universale. Comunione, unità. E per il mondo chiediamo pace. Specialmente la imploriamo per il Libano e per tutto il Levante. Ma sappiamo bene (ed i santi ce lo ricordano) che non c’è pace senza conversione dei cuori. Perciò san Charbel ci aiuti a rivolgerci a Dio e a chiedere il dono della conversione per tutti noi”.

Per questo ha donato una lampada, affinché si possa camminare nella ‘luce del Signore’: “Carissimi, come simbolo della luce che qui Dio ha acceso mediante San Charbel, ho portato in dono una lampada. Offrendo questa lampada affido alla protezione di san Charbel il Libano e il suo popolo, perché cammini sempre nella luce di Cristo. Grazie a Dio per il dono di san Charbel! Grazie a voi, che ne custodite la memoria. Camminate nella luce del Signore!”

Al termine della visita il papa si è recato al Santuario mariano di Harissa, dove ha incontra presuli, clero e consacrati che hanno raccontano storie di solidarietà, guerra, migrazione e di pastorale carceraria, ai quali ha ricordato il motto del viaggio: “Le testimonianze che abbiamo ascoltato (grazie a ciascuno di voi!) ci dicono che queste parole non sono state vane, anzi, che hanno trovato ascolto e risposta, perché qui si continua a costruire comunione nella carità”.

Ringraziando il patriarca il patriarca della Chiesa armena cattolica il papa ha sottolineato il valore della preghiera: “Nelle parole del Patriarca, che ringrazio di cuore, possiamo cogliere la radice di questa tenacia, simboleggiata dalla grotta silenziosa in cui san Charbel pregava davanti all’immagine della Madre di Dio, e dalla presenza di questo Santuario di Harissa, segno di unità per tutto il Popolo libanese.

E’ nello stare con Maria presso la Croce di Gesù che la nostra preghiera, ponte invisibile che unisce i cuori, ci dà la forza per continuare a sperare e a lavorare, anche quando attorno tuona il rumore delle armi e le stesse esigenze della vita quotidiana diventano una sfida”.

Partendo dalle testimonianze il papa ha sottolineato le opere di solidarietà messe in atto da questo popolo: “Solo così non si rimane schiacciati dall’ingiustizia e dal sopruso, anche quando, come abbiamo sentito, si è traditi da persone e organizzazioni che speculano senza scrupoli sulla disperazione di chi non ha alternative. Solo così si può tornare a sperare per il domani, pur nella durezza di un presente difficile da affrontare”.

Per questo ha evidenziato la responsabilità verso i giovani: “In proposito, penso alla responsabilità che tutti abbiamo, in tal senso, nei confronti dei giovani. E’ importante favorire la loro presenza, anche nelle strutture ecclesiali, apprezzandone l’apporto di novità e dando loro spazio. Ed è necessario, pur tra le macerie di un mondo che ha i suoi dolorosi fallimenti, offrire loro prospettive concrete e praticabili di rinascita e di crescita per il futuro”.

E’ una richiesta di ‘non abbandonare il campo’ dell’accoglienza dei profughi: “In quelle stanze, infatti, oltre a dare assistenza e aiuto materiale, si impara e si insegna a condividere ‘pane, paura e speranza’, ad amare in mezzo all’odio, a servire anche nella stanchezza e a credere in un futuro diverso al di là di ogni aspettativa.

La Chiesa in Libano ha sempre curato molto l’istruzione. Incoraggio tutti voi a continuare in quest’opera lodevole, venendo incontro soprattutto a chi è nel bisogno e non ha mezzi, a chi si trova in situazioni estreme, con scelte improntate alla carità più generosa, perché alla formazione della mente sia sempre unita l’educazione del cuore. Ricordiamoci che la nostra prima scuola è la Croce e che l’unico nostro Maestro è il Cristo”.

Ha concluso l’incontro con la consegna della ‘Rosa d’oro’, dono che tradizionalmente i pontefici in vista mariana al Santuario di Harissa portano come dono della loro devozione alla Madonna del Libano: “E’ un gesto antico, che ha tra i suoi significati quello di esortarci ad essere, con la nostra vita, profumo di Cristo. Davanti a questa immagine, mi viene da pensare al profumo che sale dalle tavole libanesi, tipiche per la varietà dei cibi che offrono e per la forte dimensione comunitaria del condividerli.

E’ un profumo fatto di mille profumi, che colpiscono nella loro diversità e talvolta nel loro insieme. E’ così il profumo di Cristo. Non è un prodotto costoso riservato a pochi che se lo possono permettere, ma l’aroma che si sprigiona da una mensa generosa su cui trovano posto tante pietanze diverse e da cui tutti possono attingere insieme. Sia questo lo spirito del rito che ci apprestiamo a compiere, e soprattutto quello con cui ogni giorno ci sforziamo di vivere uniti nell’amore”.

(Foto: Santa Sede)

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