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“L’Argentina di Francesco”, un viaggio nel tempo per conoscere meglio Jorge Mario Bergoglio

«Con particolare affetto, alla luce del Risorto ricordiamo oggi Papa Francesco, che proprio il Lunedì dell’Angelo dello scorso anno ha consegnato la vita al Signore. Mentre facciamo memoria della sua grande testimonianza di fede e di amore, preghiamo insieme la vergine Maria, Sede della sapienza, perché possiamo diventare annunciatori sempre più luminosi della verità».

Con questo essenziale ma evocativo ricordo Papa Leone XIX ha voluto celebrare, il 6 aprile scorso in occasione della recita del «Regina caeli» dalla finestra dello Studio privato del Palazzo apostolico vaticano, il suo predecessore Francesco, morto proprio il Lunedì dell’Angelo di un anno fa all’età di 88 anni.  

Mercoledì 8 è stato quindi proiettato nella Filmoteca Vaticana, sempre in onore di Jorge Mario Bergoglio, il documentario “L’Argentina di Francesco”, che racconta il suo legame con Asti, terra di origine della famiglia di Papa Francesco, il Vaticano e Lampedusa, ripercorrendo le radici del Papa e il suo sguardo verso il futuro della Chiesa.

Nel pomeriggio dello stesso giorno il filmato è stato presentato ufficialmente ad Asti, nel cinema Pastrone dedicato appunto al primo regista italiano, l’astigiano Giovanni Pastrone (1882-1959), autore del primo Colossal nazionale, “Cabiria”, del 1914, alla presenza dei parenti di Bergoglio che, come noto, ha origini piemontesi.

Il documentario è stato proiettato anche a Lampedusa, isola approdo di migranti che sarà meta il 4 luglio prossimo della Visita Pastorale di Leone XIV sulle orme di quella celebre di Papa Francesco all’inizio del suo pontificato (8 luglio 2013).

Il parroco della chiesa di San Gerlando a Lampedusa, don Carmelo Rizzo, alla vigilia di tali importanti eventi ha ribadito il legame speciale della sua comunità con Papa Bergoglio: «Dobbiamo molto a Francesco, anche nel modo di guardare e di vivere la missione della Chiesa. E il documentario rappresenta non solo l’occasione per un abbraccio collettivo ad un Papa che ha saputo farsi prossimo, ma anche l’opportunità di rievocare il suo messaggio di speranza e di accoglienza» (cit. in Sulle orme di Bergoglio. Un documentario di Eugenio Bonanata, L’Osservatore Romano, 8 aprile 2026, p. 7).

Il documentario “L’Argentina di Francesco”, girato a Buenos Aires nel 2024 da Eugenio Bonanata, si è avvalso della consulenza scientifica di Orsola Appendino, autrice assieme a Giancarlo Libert del volume Nonna Rosa. “La roccia delle Langhe” da Cortemilia all’Argentina. La persona più importante nella vita di Papa Francesco (Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2019).

«Voleva tanto bene a tutti noi astigiani – ha affermato la studiosa -. L’ultima volta lo incontrai il 12 dicembre 2024 nella basilica di San Pietro al termine della celebrazione per la Madonna di Guadalupe. Anche in quella occasione mi venne incontro e mi salutò in piemontese dicendomi forte e chiaro: “cerea! [è il saluto tradizionale piemontese che, in dialetto astigiano, significa “buongiorno” o “arrivederci”]».

Fra le varie interviste incluse nel lungometraggio, la cui produzione è a cura dall’emittente cattolica Telepace in collaborazione con il portale ufficiale vaticano Vatican News, vi sono quella a Miguel Ángel Durando, ex allievo del Colegio de la Inmaculada Concepción di Santa Fe, dove l’allora padre gesuita Jorge Mario Bergoglio è stato professore, e quella a padre Pepe di Paola, uno dei più noti “preti di periferia” (curas villeros), attivo da oltre vent’anni nelle baraccopoli di Buenos Aires.

Papa Leone XIV preghiera per la pace quale argine al delirio umano

“Un saluto molto fraterno, molto grande a tutti voi. Grazie per la vostra presenza, per aver voluto rispondere a questa chiamata, a questo invito a unirci tutti con la nostra voce, con i nostri cuori, con la nostra vita a pregare per la pace. La pace ce l’abbiamo tutti nei nostri cuori. Che la pace davvero regni in tutto il mondo e che siamo noi portatori di questo messaggio. Dio ci ascolta, Dio ci accompagna! Gesù ci ha detto che dove due o tre sono riuniti nel suo nome, Lui è presente con loro. In questi giorni dell’Ottava di Pasqua noi crediamo profondamente nella presenza di Gesù risorto fra noi”: prima di iniziare la veglia di preghiera per la pace papa Leone XIV ha salutato i fedeli riuniti in piazza san Pietro con la richiesta di pregare per la pace, in quanto essa sia esaudita da Gesù.

Però l’unico modo di essere esaudita è la recita del Rosario: “Adesso, uniti nella preghiera del Santo Rosario, chiedendo l’intercessione della nostra Madre Maria, vogliamo dire a tutto il mondo che è possibile costruire la pace, una pace nuova; che è possibile vivere insieme con tutti i popoli di tutte le religioni, di tutte le razze; che noi vogliamo essere discepoli di Gesù Cristo uniti come fratelli e sorelle, uniti tutti in un mondo di pace. Pregate con noi! Grazie per la vostra presenza! Che Dio accompagni voi e i vostri cari oggi e sempre”.

E dopo la recita del Rosario nella basilica petrina il papa ha sottolineato che la preghiera è espressione di una fede che muove le ‘montagne’: “La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia”.

E’ stata una sottolineatura precisa: “La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. E’ invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione”.

La  preghiera è un invito a non scoraggiarsi: “Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà”.

Riprendendo gli appelli per la pace dei papi, papa Leone XIV ha sottolineato che la preghiera è azione: “La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. Pensieri, parole e opere infrangono, allora, la demoniaca catena del male e si mettono a servizio del Regno di Dio: un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono”.

Ed il perdono è ‘argine’ al delirio di onnipotenza umana: “Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo. Gli equilibri nella famiglia umana sono gravemente destabilizzati. Viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita. Scompare allora un mondo di fratelli e sorelle con un solo Padre nei cieli e, come in un incubo notturno, la realtà si popola di nemici. Ovunque si avvertono minacce, invece di chiamate all’ascolto e all’incontro”.

Non è tenero con coloro che sostengono l’uso della forza: “Fratelli e sorelle, chi prega ha coscienza del proprio limite, non uccide e non minaccia la morte. Invece, alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo, cui sacrificare ogni valore e pretendere che il mondo intero pieghi il ginocchio”.

E’ chiara la voce per dire un preciso ‘no’ alla guerra: “Uniamo, dunque, le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!”

La veglia di preghiera è stata un preciso atto di accusa contro i governanti, che alimentano la guerra: “Cari fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! E’ il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole”.

Al contempo è invito ad un impegno serio per la pace: “La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!”

Quindi ecco la necessità della recita del Rosario: “Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio. Abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite”.

Ed ha ripreso l’invito del messaggio per la pace con la richiesta che ogni chiesa diventi ‘casa della pace’: “Cari fratelli e sorelle, torniamo a casa con questo impegno di pregare sempre, senza stancarci, e di profonda conversione del cuore. La Chiesa è un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensione e disprezzo. Essa annuncia il Vangelo della pace ed educa a obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, specie quando si tratta dell’infinita dignità di altri esseri umani, messa a repentaglio dalle continue violazioni del diritto internazionale”.

La veglia è chiusa dalla supplica conclusiva: “Signore Gesù, tu hai vinto la morte senza armi né violenza: hai dissolto il suo potere con la forza della pace. Donaci la tua pace, come alle donne incerte nel mattino di Pasqua, come ai discepoli nascosti e spaventati. Manda il tuo Spirito, respiro che dà vita, che riconcilia, che rende fratelli e sorelle gli avversari e i nemici. Ispiraci la fiducia di Maria, tua madre, che col cuore straziato stava sotto la tua croce, salda nella fede che saresti risorto. La follia della guerra abbia termine e la Terra sia curata e coltivata da chi ancora sa generare, sa custodire, sa amare la vita. Ascoltaci, Signore della vita!”

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: Pasqua annuncio di vita nuova

“La pace che Gesù ci consegna non è quella che si limita a fare tacere delle armi, ma quella che tocca e cambia il cuore di ciascuno di noi! Convertiamoci alla pace di Cristo! Facciamo udire il grido di pace che sgorga dal cuore! Per questo, invito tutti a unirsi a me nella veglia di preghiera per la pace che celebreremo qui nella Basilica di san Pietro il prossimo sabato, 11 aprile”: dalla Loggia centrale della Basilica di san Pietro papa Leone XIV ha pronunciato il messaggio di Pasqua alla Città e al mondo, implorando Dio per la ‘conversione’ alla pace con l’invito a partecipare ad un momento di preghiera nella Basilica vaticana sabato 11 aprile.

Davanti a circa 60.000 persone il papa ha invitato a non abituarsi alla violenza: “In questo giorno di festa, abbandoniamo ogni volontà di contesa, di dominio e di potere, e imploriamo il Signore che doni la sua pace al mondo funestato dalle guerre e segnato dall’odio e dall’indifferenza che ci fanno sentire impotenti di fronte al male. Al Signore raccomandiamo tutti i cuori che soffrono e attendono la vera pace che solo Lui può dare. Affidiamoci a Lui e apriamogli il nostro cuore! Solo Lui fa nuove tutte le cose!”

Tale invito conclusivo ha ripreso la riflessone iniziale della vittoria della vita: “La Pasqua è una vittoria: della vita sulla morte, della luce sulle tenebre, dell’amore sull’odio. Una vittoria a carissimo prezzo: il Cristo, il Figlio del Dio vivente ha dovuto morire, e morire su una croce, dopo aver subito un’ingiusta condanna, essere stato schernito e torturato, e aver versato tutto il suo sangue. Come vero Agnello immolato, ha preso su di sé il peccato del mondo e così ci ha liberati tutti, e con noi anche il creato, dal dominio del male”.

Gesù ha vinto la morte in modo nonviolento: “La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta. E’ simile a quella di un chicco di grano che, marcito nella terra, cresce, si apre un varco tra le zolle, germoglia e diventa una spiga dorata. E’ ancora più simile a quella di un cuore umano che, ferito da un’offesa, respinge l’istinto di vendetta e, pieno di pietà, prega per chi lo ha offeso”.

Respingere la vendetta è forza di pace: “Fratelli e sorelle, questa è la vera forza che porta la pace all’umanità, perché genera relazioni rispettose a tutti i livelli: tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, le nazioni. Non mira all’interesse particolare, ma al bene comune; non vuole imporre il proprio piano, ma contribuire a progettarlo e a realizzarlo insieme agli altri”.

E’ stato un chiaro invito a scegliere la pace: “Nella luce della Pasqua, lasciamoci stupire da Cristo! Lasciamoci cambiare il cuore dal suo immenso amore per noi! Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo!”

Ed a non scegliere l’indifferenza: “Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti. Indifferenti alla morte di migliaia di persone. Indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano. Indifferenti alle conseguenze economiche e sociali che essi producono e che pure tutti avvertiamo. C’è una sempre più marcata ‘globalizzazione dell’indifferenza’, per richiamare un’espressione cara a papa Francesco, che un anno fa da questa loggia rivolgeva al mondo le sue ultime parole”.

Mentre, presiedendo la celebrazione eucaristica di Pasqua in piazza san Pietro davanti a 60.000 persone il papa ha descritto una creazione splendente: “La creazione intera risplende oggi di nuova luce, dalla terra si leva un canto di lode, esulta di gioia il nostro cuore: Cristo è risorto dalla morte e, con Lui, anche noi risorgiamo a vita nuova!”

Il creato splende perché c’è vita: “Questo annuncio pasquale abbraccia il mistero della nostra vita e il destino della storia e ci raggiunge fin dentro gli abissi della morte, da cui ci sentiamo minacciati e a volte sopraffatti. Esso ci apre alla speranza che non viene meno, alla luce che non tramonta, a quella pienezza di gioia che niente può cancellare: la morte è stata vinta per sempre, la morte non ha più potere su di noi! E’ questo un messaggio non sempre facile da accogliere, una promessa che facciamo fatica ad accogliere, perché il potere della morte ci minaccia sempre, dentro e fuori”.

Proprio quando c’è delusione la Pasqua è un invito ad ‘alzare lo sguardo’: “In questa realtà, la Pasqua del Signore ci invita ad alzare lo sguardo e ad allargare il cuore. Essa continua ad alimentare nel nostro spirito e nel cammino della storia il seme della vittoria promessa. Ci mette in movimento come Maria di Magdala e come gli Apostoli, per farci scoprire che il sepolcro di Gesù è vuoto, e perciò in ogni morte che sperimentiamo c’è anche spazio per una nuova vita che sorge”.

La resurrezione è un invito a non perdere la speranza: “Il Signore è vivo e rimane con noi. Attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità, Egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della morte non è il destino ultimo della nostra vita. Siamo orientati una volta per sempre verso la pienezza, perché in Cristo risorto anche noi siamo risorti”.

Riprendendo l’esortazione apostolica di papa Francesco, ‘Evangelii Gaudium’, l’invito del papa è quello di vivere una vita nuova: “Fratelli e sorelle, la Pasqua del Signore ci dona questa speranza, ricordandoci che nel Cristo risorto una nuova creazione è possibile ogni giorno… Il giorno della risurrezione di Cristo ci rimanda così alla creazione, a quel primo giorno in cui Dio creò il mondo, e ci annuncia, nello stesso tempo, che una vita nuova, più forte della morte, adesso sta spuntando per l’umanità. La Pasqua è la nuova creazione operata dal Signore Risorto, è un nuovo inizio, è la vita finalmente resa eterna dalla vittoria di Dio sull’antico Avversario”.

Per questo il papa sprona i fedeli a questo annuncio di speranza: “Di questo canto di speranza oggi abbiamo bisogno. E siamo noi, risorti con Cristo, che dobbiamo portarlo per le strade del mondo. Corriamo allora come Maria di Magdala, annunciamolo a tutti, portiamo con la nostra vita la gioia della risurrezione, perché dovunque aleggia ancora lo spettro della morte possa splendere la luce della vita”.

(Foto: Santa Sede)

Alla Via Crucis papa Leone XIV invita a camminare sulle orme di Gesù

“San Francesco ci invita a vivere la nostra vita come un cammino di progressivo coinvolgimento nella relazione di amore che unisce il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo… Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio, concedi a noi miseri di fare, per tuo amore, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che a te piace, affinché, interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo”: è  la ‘Preghiera Omnipotens’ che papa Leone XIV ha elevato nella notte del Venerdì Santo, al termine della Via Crucis presieduta al Colosseo.

Quella composta da san Francesco d’Assisi per chiudere la ‘Lettera a tutto l’Ordine’, che esorta ad imitare Cristo, con la preghiera del papa perché gli uomini conformino la propria volontà a quella di Dio imitando Cristo, per giungere, attraverso la sua grazia, all’incontro con Lui che vive e regna ‘nella Trinità perfetta e nell’Unità’.

Il papa, davanti a 30.000 fedeli, affiancato da due giovani portatori di torce, ha portato la croce per 14 stazioni ‘per dire che Cristo ancora soffre’ e portare le ‘sofferenze’ dell’umanità nelle sue ‘preghiere’, secondo quanto recita l’Introduzione della Via Dolorosa: “Nel percorrere questa Via Crucis, accogliamo l’invito di san Francesco a fare un cammino sulle orme di Gesù che non sia meramente rituale o intellettuale, ma coinvolga tutta la nostra persona e tutta la nostra vita”.

Le meditazioni di fra Patton traggono spunto dagli scritti di san Francesco d’Assisi: “Francesco d’Assisi, che ha semplicemente cercato di seguire le tue orme, ci ricorda che ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto: il potere di giudicare, ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli dalla miseria, il potere di calpestare la dignità umana o di tutelarla, quello di promuovere e difendere la vita oppure di rifiutarla e soffocarla. Anche ognuno di noi è chiamato a rispondere del potere che esercita nella vita di tutti i giorni”.

Nel pomeriggio fra Roberto Pasolini, predicatore della Casa Pontificia, nell’omelia della celebrazione della Passione del Signore, presieduta da papa Leone XIV nella basilica di san Pietro, ha evidenziato come Gesù abbia incarnato la figura del ‘Servo del Signore’ cantata dal profeta Isaia, introducendo nella storia una logica nuova:

“Viviamo in un mondo in cui la voce di Dio non orienta più, come un tempo, il cammino condiviso dell’umanità. Non perché la voce di Dio sia venuta meno, ma perché spesso è diventata una voce tra le tante, coperta da altre parole che promettono sicurezza, progresso, benessere. Sono queste, oggi, le indicazioni che guidano molte scelte e tracciano la direzione del vivere comune. Eppure, il mondo continua a essere un luogo in cui si soffre e si muore, spesso senza colpa e senza ragione. Le guerre non si fermano, le ingiustizie si moltiplicano, i più fragili ne fanno le spese”.

All’inizio dell’omelia il predicatore della Casa Pontificia ha invitato a contemplare la croce portata da Gesù in un percorso di salvezza: “In questo giorno santo la Liturgia ci fa contemplare la Passione, l’abbiamo appena ascoltata. Davanti a questo mistero è naturale per noi raccoglierci in silenzio e preghiera. La croce di Cristo però rischia di rimanere incomprensibile se la guardiamo soltanto come un fatto isolato, come un evento improvviso. In realtà è il punto più alto di un cammino, il compimento di tutta una vita in cui Gesù ha imparato ad ascoltare e ad accogliere la voce del Padre, lasciandosi guidare giorno dopo giorno fino all’amore più grande”,

Però ha sottolineato che non è facile questo percorso: “Gesù è l’uomo dei dolori che ben conosce il patire. Nessuna violenza, nessun ricorso alla forza, nessuna tentazione di distruggere tutto e ricominciare da capo”. “Sappiamo come non sia facile abbracciare una simile missione, siamo tentati di usare l’aggressività e la violenza, pensando che senza questi mezzi le cose non possano risolversi mai. Ma solo la mitezza è l’unica forza per affrontare le tenebre del male”.

Ed anche se il ‘male’ continua ad esistere fra Pasolini ha invitato ad ascoltare la voce di coloro che non ‘gridano’, ma agiscono per un mondo più giusto: “La voce di Dio non orienta più, non perché sia venuta meno, ma perché è una voce tra le tante, le altre che promettono sicurezza e benessere. Ormai queste tracciano la direzione del luogo comune. Ma il mondo continua ad essere un posto dove si soffre e muore. I più fragili ne fanno le spese. Manca una parola, un canto che sappia orientare i nostri passi verso un mondo più giusto.

Ma se guardiamo con attenzione possiamo scorgere una schiera silenziosa di persone che scelgono una voce diversa: una voce che non grida, che non si impone con forza, un canto discreto e ostinato che invita ad amare e non restituire mai il male ricevuto. Non compiono gesti straordinari, ma ogni giorno provano a fare della loro vita qualcosa che non serve solo loro, ma anche agli altri. Non smettono di cercare il bene, non fanno rumore, ma tengono aperta la possibilità di un mondo diverso, grazie a loro il male non ha l’ultima parola”.

(Foto: Santa Sede)

Da Gerusalemme un appello al mondo per la Pasqua

“Nei giorni scorsi avevamo inviato ai Patriarchi di quella regione una lettera per ribadire la fraternità e la solidarietà delle Chiese in Italia. Le risposte ricevute ci hanno profondamente toccato. Tra le altre, il card. Pierbattista Pizzaballa ha ringraziato per 0’la vicinanza che la Chiesa in Italia continua a esprimere verso le comunità cristiane del Medio Oriente, culla della fede’, aggiungendo parole che evocano con forza il dramma di questo tempo…

Le ferite di quelle terre attraversano il corpo della Chiesa e interrogano la coscienza di tutti. Avremo modo di confermare la nostra solidarietà partecipando alla Colletta per la Terra Santa che tradizionalmente si raccoglie il Venerdì Santo (3 aprile). Auspichiamo che la voce di papa Leone sia ascoltata dai responsabili delle nazioni, si decida il cessate il fuoco perché la guerra non sia una spirale che faccia precipitare tutti in una voragine”: con queste parole il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha aperto i lavori del consiglio episcopale permanente.

Infatti poche ore prima il patriarca di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, aveva annunciato la chiusura dei Luoghi sacri da parte delle autorità israeliane per la sicurezza: “A causa della guerra, quest’anno non ci è stato possibile vivere il tradizionale cammino quaresimale a Gerusalemme, con le solenni celebrazioni al Santo Sepolcro e nei Luoghi Santi della Passione. Se abbiamo potuto pregare e prepararci personalmente, abbiamo sentito la mancanza del cammino comunitario verso la Pasqua. Ora ci troviamo a interrogarci sulle celebrazioni della Settimana Santa, cuore pulsante della nostra fede, a Gerusalemme e presso il Santo Sepolcro”.

A causa della situazione bellica è stata annullata anche la processione della domenica dell palme: “La tradizionale processione della Domenica delle Palme, che dal Monte degli Ulivi sale a Gerusalemme, è cancellata. Sarà sostituita da un momento di preghiera per la città di Gerusalemme, in un luogo da definire. La Messa crismale è rinviata a data da destinarsi, non appena la situazione lo consentirà, possibilmente entro il tempo pasquale. Il Dicastero per il Culto Divino ha già concesso il necessario assenso. Le chiese della diocesi restano aperte. Parroci e sacerdoti, nelle forme e con le modalità possibili, faranno il possibile per favorire la preghiera e la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni pasquali”.

Però ha invitato a non scoraggiarsi: “Alla durezza di questo tempo di guerra, che ci coinvolge tutti, si aggiunge oggi anche quella di non poter celebrare degnamente e insieme la Pasqua. E’ una ferita che si aggiunge a tante altre inferte dal conflitto. Ma non dobbiamo lasciarci scoraggiare. Se non possiamo riunirci come vorremmo, non rinunciamo alla preghiera”.

E’ stato un invito a ‘pregare sempre, senza stancarsi mai’: “Desideriamo quindi supplire a queste limitazioni con momenti di preghiera in famiglia e nelle nostre comunità religiose. So che già ovunque si prega, e mi consola vedere l’impegno per mantenere viva la tensione spirituale. Tuttavia, sento il bisogno di proporre una giornata particolare in cui, pur rimanendo ciascuno nei propri luoghi, ci si senta idealmente uniti nella preghiera per trovare conforto. Desideriamo la pace, innanzitutto per i nostri cuori turbati. Solo la preghiera può donarla”.

L’invito è fissato sabato prossimo: “Vi invito pertanto a unirvi in preghiera sabato prossimo, 28 marzo, recitando il Rosario per implorare il dono della pace e della serenità, specialmente per quanti soffrono a causa del conflitto. Lo faremo con cuore umile, certi che la nostra preghiera, anche se fisicamente distanti, è capace di attingere alla forza dell’amore di Dio, che ci unisce in spirito di speranza e di fiducia”.

Una preghiera per ricordare che la Pasqua alimenta la speranza: “La Pasqua, che celebriamo nel segno della passione, morte e risurrezione di Cristo, ci ricorda che nessuna oscurità, nemmeno quella della guerra, può avere l’ultima parola. Il sepolcro vuoto è il sigillo della vittoria della vita sull’odio, della misericordia sul peccato. Lasciamo che questa certezza illumini i nostri passi e sostenga la nostra speranza”.

Queste parole sono state anticipate da quelle dell’Amministratore Delegato, Sami El-Yousef: “La guerra è iniziata sabato, circa dodici giorni fa, e si è distinta per la rapidità con cui la situazione si è sviluppata. All’improvviso sono risuonate le sirene, c’è stata grande confusione e ci è stato chiesto di recarci nei rifugi. Razzi e aerei sorvolavano le nostre teste e la situazione è diventata estremamente drammatica in pochissimo tempo.

E’ tuttavia importante sottolineare che già mercoledì metà dei dipendenti era tornata al lavoro qui nella sede centrale, nel centro storico di Gerusalemme. Entro venerdì, tutto il nostro personale era tornato al lavoro, nonostante fosse stato dichiarato lo stato di emergenza e alla popolazione fosse stato praticamente chiesto di restare a casa per la maggior parte del tempo ed evitare di uscire all’aperto”.

E’ una testimonianza importante: “Questa è per tutti noi del Patriarcato Latino qui a Gerusalemme una testimonianza importante: siamo qui per servire e siamo qui per restare. La guerra non ci impedirà di continuare a offrire questi servizi alle migliaia di persone che ne dipendono. Continueremo a essere presenti per garantire la continuità del nostro lavoro e fare in modo che non venga interrotto, soprattutto in tempo di guerra, quando così tante persone soffrono”.

Significa che la Chiesa è sempre presente: “La Chiesa, dunque, si erge con orgoglio anche nei momenti di crisi, come ha fatto in tutte le crisi precedenti. Siamo orgogliosi di tutto il personale che presta servizio qui a Gerusalemme e in tutte le diocesi dei diversi Paesi in cui operiamo… Siamo qui per servire e continueremo a farlo”.

Musica e spiritualità a Specchia: il coro ‘Ala di Riserva’ presenta ‘E’ giunta l’ora’

La Parrocchia ‘Presentazione Vergine Maria’ di Specchia e l’Associazione Ala di Riserva di Alessano comunicano che sabato 21 marzo alle ore 19.30, presso la Chiesa Madre, in Via Umberto I, sarà possibile assistere a ‘E’ giunta l’ora’, una serata di meditazioni e canti sulla Passione di Gesù Cristo, per un momento di raccoglimento e riflessione attraverso musica e parole, che permetterà di vivere un momento di alta intensità culturale e religiosa, a cura del Coro ‘Ala di Riserva’, diretto dal Maestro Sergio Filippo.

Il programma proposto dal gruppo corale, curato dal Maestro Sergio Filippo, accompagnerà il pubblico in un percorso spirituale dedicato ai momenti più significativi del mistero pasquale. L’obiettivo dell’iniziativa è trasformare il linguaggio artistico in uno strumento di preghiera e contemplazione, creando un’esperienza di ascolto profondo e interiorità nel cuore della comunità di Specchia.

Il coro ‘Ala di Riserva (dal titolo della preghiera di mons. Tonino Bello), composto da circa cinquanta elementi è nato nel 2013 ad Alessano, terra natale del vescovo di Molfetta, rappresenta oggi una realtà d’eccellenza. Il gruppo corale riflette un autentico spaccato della società civile, unendo voci di artigiani, professionisti, casalinghe e pensionati in un unico, armonioso strumento musicale. Con un repertorio che spazia dalla musica sacra alla profana dal XVI al XX secolo, il complesso di voci vanta una storia ricca di prestigiosi traguardi nazionali e internazionali.

Nella memoria dei componenti del coro, restano impressi i momenti vissuti nel 2018, anno in cui la formazione ha accompagnato il 20 aprile la visita apostolica di papa Francesco ad Alessano sulla tomba di mons. Tonino Bello e il 1° dicembre ha partecipato all’udienza speciale in Aula Paolo VI di ringraziamento, trasmessa in diretta su TV2000, dove il coro ha ricevuto il plauso personale del pontefice.

Il 3 gennaio 2024, rendendo omaggio al frate poverello e al venerabile mons. Tonino Bello, cantando la speranza e la pace, la formazione corale si è esibita nella Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi, confermando il proprio impegno nel coniugare l’arte canora con la testimonianza dei valori civili e spirituali.

Oltre alle solenni celebrazioni liturgiche, il Coro ‘Ala di Riserva’ ha saputo conquistare il grande pubblico televisivo, come avvenuto durante la partecipazione al programma ‘Linea Verde’ su RAI 1, esibendosi insieme a Lorella Cuccarini presso la cascata monumentale di Leuca.

Papa Leone XIV: il popolo di Dio partecipa alla missione di Cristo

“Saluto i fedeli di lingua araba, in particolare quelli provenienti dal Medio Oriente. Il cristiano è chiamato ad essere strumento di pace, amore e riconciliazione, affinché la vera pace possa prevalere tra tutti i popoli. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male!”: al termine dell’udienza generale in lingua araba papa Leone XIV ha rinnovato l’appello perché la pace possa prevalere tra tutti i popoli, rivolgendosi in particolare ai fedeli provenienti dal Medio Oriente li ha incoraggiati ad essere strumenti di riconciliazione.

Nella catechesi ha proseguito la riflessione sul documento del Concilio Vaticano II ‘Lumen gentium’, riflettendo sulla comunità ecclesiale quale ‘popolo sacerdotale e profetico’: “Il popolo messianico riceve da Cristo la partecipazione all’opera sacerdotale, profetica e regale in cui si attua la sua missione salvifica. I Padri conciliari insegnano che il Signore Gesù ha istituito mediante la nuova ed eterna Alleanza un regno di sacerdoti, costituendo i suoi discepoli in un sacerdozio regale”.

Quindi è un sacerdozio a cui tutti sono chiamati attraverso il Battesimo: “Questo sacerdozio comune dei fedeli viene donato con il Battesimo, che ci abilita a rendere culto a Dio in spirito e verità ed a ‘professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa’. Inoltre, attraverso il sacramento della Confermazione o Cresima, tutti i battezzati ‘vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l’opera, come veri testimoni di Cristo’. Questa consacrazione sta alla radice della comune missione che unisce i ministri ordinati e i fedeli laici”.

Quindi il sacerdozio è esercitato in molti modi: “L’esercizio del sacerdozio regale avviene in molti modi, tutti tesi alla nostra santificazione, anzitutto partecipando all’offerta dell’Eucaristia. Mediante la preghiera, l’ascesi e la carità operosa testimoniamo così una vita rinnovata dalla grazia di Dio”.

E chi partecipa a tale sacerdozio partecipa anche alla missione di Gesù: “I Padri conciliari insegnano poi che il popolo santo di Dio partecipa anche della missione profetica di Cristo. In questo contesto introduce il tema importante del senso della fede e del consenso dei fedeli… Il senso della fede appartiene dunque ai singoli fedeli non a titolo proprio, ma quali membra del popolo di Dio nel suo insieme”.

Tale aspetto è messo in luce dal documento conciliare: “La totalità dei fedeli, che hanno ricevuto l’unzione dal Santo non può sbagliarsi nel credere e manifesta questa sua proprietà particolare mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici esprime l’universale suo consenso in materia di fede e di morale”.

Per questo la Chiesa non erra nella fede: “La Chiesa, dunque, come comunione dei fedeli che include ovviamente i pastori, non può errare nella fede: l’organo di questa sua proprietà, fondato sull’unzione dello Spirito Santo, è il soprannaturale senso della fede di tutto il popolo di Dio, che si manifesta nel consenso dei fedeli. Da questa unità, che il Magistero ecclesiale custodisce, consegue che ciascun battezzato è soggetto attivo di evangelizzazione, chiamato a dare coerente testimonianza di Cristo secondo il dono profetico che il Signore infonde a tutta la sua Chiesa”.

E’ questa la vitalità carismatica, a cui il papa invita: “Una dimostrazione peculiare di tale vitalità carismatica è offerta dalla vita consacrata, che continuamente germoglia e fiorisce per opera della grazia. Anche le forme associative ecclesiali sono esempio luminoso della varietà e della fecondità dei frutti spirituali per l’edificazione del Popolo di Dio. Carissimi, risvegliamo in noi la consapevolezza e la gratitudine di aver ricevuto il dono di far parte del popolo di Dio; e anche la responsabilità che questo comporta”.

In precedenza ricevendo i partecipanti al convegno ‘Oggi chi è il mio prossimo?’, il papa ha chiesto cure accessibili per tutti: “In molte Nazioni le diseguaglianze in campo sanitario stanno crescendo: meno persone possono curarsi con i servizi offerti. Uno sguardo urgente va posto anche sulla salute mentale delle persone, in particolare dei giovani, perché le ferite invisibili della psiche non sono meno pesanti di quelle visibili”.

Quindi ha riaffermato il diritto di ciascuno alla salute: “La salute non può essere un lusso per pochi, ma è una condizione essenziale per la pace sociale. Una copertura sanitaria universale non è soltanto un obiettivo tecnico da raggiungere, è prima di tutto un imperativo morale per le società che vogliono definirsi giuste. La tutela e la cura della salute devono essere accessibili ai più vulnerabili, perché ciò è richiesto dalla loro dignità e anche per evitare che un’ingiustizia diventi seme di conflitti”.

Per il cristiano il prossimo è il ‘centro’ delle sue domande: “La domanda che sta al centro del tema di questa giornata, tratta dal Vangelo di Luca, interpella tutti; non per giustificarsi, come fa il dottore della legge, ma per lasciarsi pienamente interrogare. E’ una domanda sempre attuale, che non ha una risposta unica e univoca, ma chiede a ciascuno di rispondere in modo concreto e puntuale. Pertanto, possiamo domandarci: per me, in questo momento della mia vita, chi è il prossimo? Nelle diverse situazioni in cui ci troviamo a vivere, le risposte sono differenti; ciò che non cambia è l’invito ad andare verso l’altro, soprattutto verso chi soffre”.

Infine per il cristiano non è ammessa l’indifferenza: “La distanza, la distrazione, l’assuefazione alla visione della violenza e delle sofferenze altrui ci spingono verso l’indifferenza. Ogni uomo e donna, in particolare il cristiano, è chiamato a fissare lo sguardo su chi soffre, sul dolore delle persone sole, su quanti per vari motivi vengono emarginati e considerati come ‘scarti’, perché senza di loro non potremo costruire società giuste, a misura di persona.

E’ illusorio pensare che, ignorando questi fratelli e queste sorelle, sia più facile raggiungere una condizione di felicità. Soltanto insieme potremo costruire comunità solidali e capaci di prendersi cura di ognuno, nelle quali si sviluppino benessere e pace, a beneficio di tutti. Curare l’umanità altrui aiuta a vivere la propria”.

(Foto: Santa Sede)

Domenica al pozzo di Samaria

Avvolta in abiti orientali, con un viso dolcissimo, avanzava lentamente con la maestà di una principessa. Un’anfora sulle spalle, portata con elegante leggerezza, la definiva subito: era la Samaritana. Blessy, una ragazza filippina aveva accolto volentieri questo impegno. Mentre Son, seminarista vietnamita, l’accompagnava con la musica di un flauto traverso. Il sapore orientale era tutto lì, in quei passi lenti e in quelle note.

‘Mi sembrava di essere proprio in Samaria!’, vi confesserà, poi, Pina, ancora piena di emozione. La Samaritana era sbucata di sorpresa alle spalle dell’’assemblea domenicale di sant’Agostino (Reggio Calabria), per percorrere calmamente tutta la navata centrale e sedersi ai piedi dell’altare, accanto ad un pozzo. Preparato nottetempo, infatti, questo era spuntato come un fungo da terra, tra sassi, decori e piante grasse: ‘Anche i bambini – vi dirà Enza – rimanevano conquistati, incantati dalla magia della scena’.

Mentre scorreva, poi, il racconto del Vangelo… Gesù, Parola viva, iniziava il dialogo con la donna Samaritana, rompendo per primo il silenzio. I loro sguardi si incrociano, i loro cuori entrano in sintonia. La Samaritana si fa ascolto. Sofferenza e umiliazione erano state fin qui sue compagne, ma ora si sente finalmente amata. A lei, donna straniera e di un’altro credo, il Messia dona l’acqua che disseta. Una sorgente, in lei ormai inaridita, ricomincia a sgorgare… si fa speranza e sorprendente energia missionaria.

La celebrazione si conclude, infine, mentre tutta l’assemblea si raccoglie in preghiera ai piedi della statua di Maria, la più umile ed eccelsa tra le donne. Proprio oggi, infatti, domenica 8 marzo, queste festeggiano la loro grande Giornata. Sopraggiunge, poi, la nostra Samaritana. Ed è per offrire un enorme bouquet di mimosa alla Madonna.

Il pensiero corre alle donne del nostro tempo, fragili, maltrattate e vittime di violenza, assetate di rispetto e dignità. Al canto finale, uscendo, ai fedeli sono distribuite frasi del vangelo in bocca a Gesù, preparate dai ragazzi della catechesi. Come a dissetare ad uno ad uno ogni discepolo con un’acqua viva: la Sua parola. Alle donne, evidentemente, anche un rametto di mimosa benedetta dallo sguardo di Maria. Strappa, così, spontaneo il loro sorriso… Sì, l’attesa della Pasqua apre sentieri di speranza davanti ad ognuno.

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