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Papa Leone XIV: san Newman esempio di studioso
“Nel vostro pellegrinaggio a Roma, sulle orme di san Giovanni Enrico Newman, per commemorare il 700° anniversario della concessione della carta reale dell’Oriel College, sono lieto di dare il benvenuto in Vaticano il Prevosto, insieme a Fellows e altri membri del Collegio. Oriel ha sicuramente una lunga e illustre storia, che naturalmente, per un periodo di tempo così esteso, ha assistito e sperimentato molti cambiamenti, eventi e persino sconvolgimenti. Eppure il Collegio è rimasto fermo nella sua identità cristiana”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto una delegazione dell’Oriel College dell’Università di Oxford fondata 700 anni fa e di cui è stato studente e docente John Henry Newman, sottolineando l’esempio del santo londinese.
Ed ha esortato a non perdere questa identità: “Il vostro anniversario è quindi un’occasione per celebrare le sue origini cattoliche come ‘Il Consiglio della Beata Vergine Maria’. In effetti, questa identità è la chiave di ciò che ha fatto e può continuare a rendere Oriel non solo un’istituzione accademica, ma una vera comunità di fede e di studio nel suo significato più profondo. Il Collegio può così guardare con fiducia ai suoi contributi passati come una base sicura e guidare per i suoi sforzi futuri”.
Per questo ha indicato il santo londinese come modello di studio, che non deve essere scollegato dalla preghiera: “A questo proposito, San Giovanni Enrico Newman si pone come un brillante esempio di studioso che non solo ha mostrato l’inseparabilità della fede e della ragione nelle sue opere, ma ancora più mirabilmente nella sua vita. C’era una grande concretezza per le sue idee, dal momento che le sue convinzioni religiose erano radicate nel suo rapporto personale con Dio, mentre la sua borsa di studio era sia sublime che eminentemente pratica.
Le profondità profonde di entrambe le dimensioni della sua vita sono state riconosciute nella sua Dichiarazione come Dottore della Chiesa universale e co-patrono della missione di educazione della Chiesa. E’ sicuramente provvidenziale che il vostro pellegrinaggio di anniversario avvenga in prossimità di un evento di tale significato sia per voi che per l’intera Chiesa cattolica”.
Infine ha evidenziato la sua attualità: “Inoltre, nel contesto delle sfide odierne, il pensiero di Newman sull’educazione è particolarmente rilevante, poiché propone una formazione cristiana che abbraccia l’intera persona e misura il valore dell’educazione secondo la dignità umana, la giustizia e la capacità di servire il bene comune. Nei vostri sforzi accademici personali, vi incoraggio allo stesso modo a cercare la verità con coraggio e a promuovere questa visione antropologica integrale”.
Ecco la necessità di un incontro ‘cuore a cuore’: “Di conseguenza, il vostro lavoro può veramente facilitare un incontro ‘cuore a cuore’ con i vostri fratelli, e specialmente con il Signore nostro Gesù Cristo, che è la via, la verità e la vita.
Infine, nel suo famoso inno ‘Lead, Kindly Light’, Newman ha mostrato la sua grande fiducia che Dio lo avrebbe guidato nonostante le incertezze della vita. Vi esorto, dunque, ad affidare voi stessi e il futuro del Collegio alla Luce inesaurita del mondo, affinché anche voi, come la Madonna, possiate riflettere la sua gloria al mondo”.
Inoltre il papa ha ricevuto il Presidente della Repubblica di Lettonia, Edgars Rinkēvičs, ‘il quale si è successivamente incontrato con S.Em.za il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, accompagnato da SE Mons. Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali’, così ha sottolineato il comunicato della Sala Stampa vaticana, che ha parlato di colloqui cordiali:
“Nel prosieguo dei colloqui, ci si è soffermati su questioni di comune interesse, in ambito sia internazionale che regionale, con particolare riferimento al conflitto in corso in Ucraina, ribadendo la necessità di un maggiore impegno della Comunità internazionale nel realizzare soluzioni pacifiche”.
(Foto: Santa Sede)
XX domenica del Tempo Ordinario: il cuore di madre e… il cuore di Dio
Gesù si era appena accostato ai confini di Israele quando viene avvicinato da una donna (una madre) che lo supplica in favore della figlia gravemente provata. La donna non fa parte del popolo ebreo, era una cananea, ed invoca Gesù chiamandolo ‘Figlio di David’ e dicendo ‘Kirie, eleison! Signore, abbi pietà di me!’ Davanti all’apparente indifferenza di Gesù, i discepoli intervengono ed intercedono (anche per togliersi un fastidio d’attorno). La donna si avvicina, si prostra e dimostra una grande fede, un grande fervore, una grande pietà: (soffre ed intercede per la figlia); ha una grande umiltà (si prostra ai piedi di Gesù; ha una grande costanza (non si ritira al primo insuccesso); soprattutto nutre fede e speranza: spera contro ogni speranza e proprio questa Fede strappa il miracolo.
Gesù le aveva detto: non sei una donna ebrea, i miracoli sono riservati ai figli e non ai cani. Fragile ma indomita, il cuore della madre non si arrende: come vera madre pensa solo alla sua bambina. La donna non disprezza le parole di Gesù; sa bene di non poter accampare pretese, tuttavia riconosce la grandezza del cuore di Dio e con fede profonda: ‘è vero, dice la donna cananea, che il pane dei figli non va gettato ai cani, però i cani hanno il diritto di nutrirsi con le briciole che cadono sotto il tavolo del padrone’. E’ la svolta decisiva dell’episodio. La donna confessa di essere venuta non per cercare ‘il pane dei figli’, ma solo briciole, avanzi, il pane perduto e destinato ai cagnolini. La donna è fermamente convinta che davanti a Dio non ci sono figli e non-figli, uomini e cagnolini, ma uomini da saziare, malati da guarire, gente che soffre di qualsiasi estrazione sociale e religiosa.
Gesù rimane come folgorato dalla fede viva di questa donna, si commuove davanti alle lacrime di una mamma che supplica per la sua figlia, e dice subito: ‘Donna, grande è la tua fede, ti sia fatto quello che desideri!’ Ieri, come oggi, amici carissimi, c’è molta fede sulla terra, dentro e fuori della Chiesa, sotto il cielo della Palestina come in Italia e nel mondo intero; c’è fede anche in mezzo a tanti che vivono solo ai margini della Chiesa.
Grande è il numero delle mamme che magari non conoscono il Credo o il catechismo, ma sanno bene che Dio ha un cuore di madre, per questo Gesù si è fatto uomo ed è morto sulla croce, per questo Gesù morendo sulla croce ci ha lasciato Maria, sua madre, come madre nostra. Dall’alto della croce Gesù morente si rivolge a Maria e le dice: ‘Donna, ecco tuo figlio’, i tuoi figli sono, d’oggi innanzi, Giovanni, gli Apostoli, la gente che soffre ed ha bisogno, i bimbi che piangono e nessuno li consola, i giovani alle prese con la droga e l’alcool, i papà o le mamme disperati, la gente che soffre e non sa a chi rivolgersi, i popoli vittime delle guerre e quanti ti invocano ‘rivolgi a noi, Madre, gli occhi tuoi misericordiosi’.
Gesù si rivolge a Giovanni: ‘Giovanni, ecco tua madre’: quando hai bisogno, quando ti senti solo, incompreso, alle prese con qualsiasi problema di sorta: mia madre è tua madre. Abbiamo celebrato la solennità della Madonna assunta in cielo anima e corpo, rivolgiamo a Lei, supplici, la nostra preghiera: ‘Santa Maria, madre di Dio e nostra, prega per noi, siamo peccatori ma figli tuoi’. Ciò che conta davanti a Dio, oggi, non sono tanto le prescrizioni legali quanto la nostra conversione, la nostra fede viva in Cristo Gesù che ha dato vita alla nuova Alleanza; la fede in Cristo Gesù, che ha rotto la barriere tradizionali facendo di tutti gli uomini un nuovo Regno: ebrei e pagani, uomini e donne, ricchi e poveri, bianchi e uomini di colore, liberi e schiavi.
Un Regno dove siamo chiamati ad essere figli e pregare: ‘Padre nostro che sei nei cieli’. Davanti a Dio c’è l’uomo creato da Dio a sua immagine e somiglianza. Con la Nuova Alleanza Gesù, istituendo la Chiesa, dice ai suoi Apostoli: ‘Andate in tutto il mondo … come il Padre ha mandato me, così io mando voi … fate miei discepoli tutte le genti’. Il miracolo apparentemente procrastinato da Gesù nei riguardi della donna cananea volle essere solo un richiamo per il popolo ebreo: ‘Non ho trovato tanta fede quanto in questa donna che è una cananea, una pagana’. Invochiamo, amici carissimi, la Madonna, madre di Gesù e madre della Chiesa perché oggi su tutti rivolga i suoi occhi materni, occhi misericordiosi e ci porti a Cristo Gesù, frutto benedetto del suo seno.
La ‘Preghiera semplice’, tanto famosa quanto inautentica
“Immagino vi sia cara la preghiera a lui spesso attribuita, un testo del secolo scorso: Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace: dove è l’odio, che io porti l’amore, dove è l’offesa, che io porti il perdono, dove è la discordia, che io porti l’unione, dove è l’errore, che io porti la verità, dove è il dubbio, che io porti la fede, dove è la disperazione, che io porti la speranza, dove sono le tenebre, che io porti la luce, dove è la tristezza, che io porti la gioia.
Ecco ‘dove’ andare! Go! Ma ecco specialmente ‘come’ andare: Signore, fa che io non cerchi tanto di essere consolato, quanto di consolare, di essere compreso, quanto di comprendere, di essere amato, quanto di amare. Poiché è nel donare che si riceve, nel dimenticare sé stessi che si ritrova sé stessi, nel perdonare che si è perdonati, nel morire che si risuscita a vita eterna.
Cari amici, possano questi giorni ad Assisi imprimersi nella vostra memoria e il ritorno a casa, ai diversi Paesi d’Europa verso cui viaggerete, sia come la discesa di Pietro, Giacomo e Giovanni dal monte alto della trasfigurazione. Un ritorno pensoso, aperto al futuro, impegnato con Gesù Cristo. Lui si fida di voi, conta su di voi, rimane sempre con voi”.
All’omelia pronunciata durante la Messa alla Porziuncola giovedì 6 agosto 2026 il Papa riferendosi a san Francesco ha detto ai giovani presenti: ‘Immagino vi sia cara la preghiera a lui spesso attribuita, un testo del secolo scorso’. Per apprezzare il testo penso sia importante conoscerne l’origine.
La vicenda storica di frate Francesco d’Assisi termina sabato 3 ottobre 1226 sera e già con la sua morte comincia quel processo di costruzione della memoria che avrà un passaggio importante con la canonizzazione, ossia il riconoscimento canonico della santità, da parte di papa Gregorio IX nel 1228. Come evidenziato in un magistrale libro da André Vauchez, con il passare del tempo vi fu una crescita non solo dell’aspetto soprannaturale (visioni, profezie, allocuzioni e quant’altro) nelle agiografie ma anche della sua fama.
Di conseguenza, come già accadde nel passato ad esempio con sant’Agostino, per accreditare scritti, idee e opinioni varie vennero attribuite a san Francesco dando origine a tutta una serie di apocrifi. E questo avvenne non solo nel Medioevo ma anche nei secoli successivi e persino ai giorni d’oggi: così negli ultimi anni hanno cominciato a circolare espressioni virgolettate (come se fossero vere e proprie citazioni testuali di scritti di frate Francesco) quali ‘Predicate sempre il Vangelo e, se fosse necessario, anche con le parole!’ e ‘Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. Ed all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile’.
Ma il falso più famoso attribuito all’Assisiate è la preghiera per la pace, meglio conosciuta, almeno per il pubblico italiano, come ‘Preghiera semplice’; un testo tanto diffuso quanto non autentico. Giustamente sorge la domanda da dove abbia avuto origine e a questa cerca di rispondere lo studio di Christian Renoux, La preghiera per la pace attribuita a san Francesco, un enigma da risolvere (Padova 2003).
Tale preghiera appare per la prima volta in Francia con il titolo ‘Belle prière à faire pendant la Messe’ nel 1912 su La Clochette, rivista di una pia associazione avente come finalità la diffusione della partecipazione alla Messa, soprattutto domenicale, tra i cattolici. Tra coloro che ebbero modo di conoscerla vi fu il canonico Louis Boissey (1859-1932) che la ripubblicò nel bollettino ‘Annales de Notre-Dame de la Paix’ e così giunse tra le mani di Stanislas de la Rochethulon et Grente che, vantando legami con il Vaticano, ritenne bene inviarla quale preghiera per implorare la pace al Segretario di Stato vaticano, il cardinal Pietro Gasparri.
Questi da parte sua ringraziò sottolineando l’interesse di papa Benedetto XV e il 20 gennaio 1916 L’Osservatore Romano pubblicò tale scritto, con una traduzione italiana, preceduta dal titolo Le preghiere del ‘Souvenir Normand’ per la pace, nella quale vennero introdotte altre varianti rispetto all’originale del 1912. In questo modo la nostra preghiera ottiene una grande diffusione e viene ripresa da La Croix che la pubblica il 28 gennaio 1916 definendola ‘une prière très ancienne’.
Sempre nel periodo della Prima guerra mondiale il cappuccino Étienne Benôit da Parigi pubblicò la preghiera dietro a una immaginetta raffigurante san Francesco intitolandola ‘Prière pour la paix’ e spiegando che riassume meravigliosamente la fisionomia del vero seguace del Santo d’Assisi. A questo punto vi prestarono attenzione anche i protestanti che non solo avevano superato l’avversione di Martin Lutero all’Assisiate ma vedevano nel francescanesimo persino un precursore della loro riforma. Il pastore Rambaud, in un lavoro di riconciliazione tra riformati francesi e tedeschi scopre la nostra preghiera e la diffonde con la menzione ‘Attribuée a St. François d’Assise’ in migliaia di esemplari in diversi Paesi d’Europa, soprattutto in Svizzera e in Belgio.
Ormai tutto è pronto perché si diffonda capillarmente grazie anche alla traduzione nelle varie lingue. Se è vero che il 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II, durante la giornata di preghiera, pellegrinaggio e digiuno per la pace con tutti rappresentanti delle religioni, citò tale orazione, è pure vero che la scelta di Assisi per quel raduno fu determinato in parte pure alla attribuzione a san Francesco di questa preghiera.
Anche nell’incontro di invocazione per la pace svoltosi nei Giardini Vaticani domenica 8 giugno 2014 alla presenza di papa Francesco, dei presidenti Shimon Peres e Abu Mazen, con la partecipazione del patriarca Bartolomeo, i cristiani hanno recitato la ‘Preghiera semplice’.
Ma allora non c’è nessun rapporto di questa prece con il Santo d’Assisi? Sinceramente si deve prendere atto di no, anche per la ripetizione del pronome ‘io’, modalità molto distante dallo stile, pensiero e spiritualità di frate Francesco. Tuttavia se nulla accomuna il suddetto testo conosciuto come ‘Preghiera semplice’ si deve ammettere che in esso vi sono reminiscenze dei Detti del beato Egidio d’Assisi, uno dei primi unitisi alla fraternità minoritica. Infatti frate Egidio afferma:
‘Beato chi ama e non desidera solo essere amato; beato chi teme e non desidera solo essere temuto; beato chi serve e non desidera solo essere servito; beato chi agisce bene verso gli altri e non desidera che gli altri agiscano bene verso di lui’ (Egidio d’Assisi, Detti, in Fonti agiografiche dell’ordine francescano, Editrici Francescane, Padova 2014, p. 487).
Nel 1901 in ‘Durenda. Revue catholique d’art et de littérature’ apparve una traduzione francese di questo brano: ‘Mais bienheureux est celui qui aime vraiment, et ne désire pas être aimé’. Come detto sopra, undici anni dopo, ossia nel 1912, su ‘La Clochett’ed apparve il testo che dopo vari passaggi sarà conosciuto come la ‘preghiera semplice’ del Santo d’Assisi, la cui seconda parte afferma: ‘Ô Maître, que je ne cherche pas tant à être consolé qu’à consoler, à être compris qu’à comprendre, à être aimé qu’à aimer’.
Nel confronto tra i due testi si deve ammettere che se non vi sia una intertestualità, ossia vera e propria citazione dei Detti del beato Egidio, vi è però certamente una interdiscorsività o, detto più semplicemente, reminiscenza visto che alcuni termini ed espressioni ‘fanno sistema’. Pertanto se è falso definire la ‘preghiera semplice’ una preghiera di frate Francesco corrisponde in parte al vero definirla del beato Egidio d’Assisi.
Da ‘Non di san Francesco ma del beato Egidio. Origini di una preghiera tanto famosa quanto inautentica’, in ‘San Bonaventura informa’, VI, n. 61 (marzo 2018), pp. 11-13.
Fra Fusarelli: santa Chiara è donna di pace e di preghiera
“Il Signore vi benedica e vi custodisca. Mostri a voi la sua faccia e abbia misericordia di voi. Rivolga il suo volto verso di voi e dia pace a voi, sorelle e figlie mie, e a tutte le altre che verranno e rimarranno in questa nostra comunità e a tutte quelle, sia presenti che future, che persevereranno sino alla fine in tutti gli altri monasteri di signore povere… Il Signore sia sempre con voi, e ora voi siate sempre con lui. Amen”: con queste parole di benedizione di santa Chiara, il ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori, p. Massimo Fusarelli, conclude la lettera in occasione della festa di santa Chiara.
Chiara nasce ad Assisi, nel 1193, dalla nobile famiglia di Favarone degli Offreducci. E’ ancora bambina quando in città scoppia una guerra civile tra i nobili e la nascente borghesia e Chiara deve rifugiarsi, con la sua famiglia, a Perugia, dove rimane fino alla giovinezza. Tornata ad Assisi, con il desiderio di appartenere solo a Cristo e attratta dall’esempio di san Francesco, la notte della Domenica delle Palme 1212 abbandona la casa paterna ed, alla Porziuncola, abbraccia la ‘Forma di Vita evangelica sulle orme del Signore e della sua santissima Madre’.
La sua vita si consuma nel piccolo chiostro del monastero di san Damiano, in una gioiosa sequela di Cristo povero e crocifisso. All’età di 30 anni per Chiara inizia una lunga malattia che la renderà inferma. Malgrado ciò continua ad essere per le sue sorelle una madre premurosa, una guida sapiente e un esempio di vita veramente evangelica. A San Damiano, l’11 agosto 1253 compie il suo transito al cielo.
Nella lettera il ministro generale la chiama ‘donna di pace’: “La memoria annuale di Santa Chiara, ‘ancella di Cristo e delle sorelle povere e pianticella del padre santo’, ritorna come profezia luminosa: donna di unità e di pace, generatrice di riconciliazione in tempi di conflitto. Chiara, custode dell’eredità di Francesco, l’ha narrata con la propria vita, testimoniandola quotidianamente. Metterci quest’anno all’ascolto di Chiara ci sostiene in quella speranza che la vita e la morte del Poverello continuano ad ispirare e di cui il nostro tempo ha grande bisogno. Poco prima della sua morte, Francesco consegna a Chiara e alle sue sorelle la sua Ultima Volontà”.
Da qui deriva la ‘propensione’ ad essere un’operatrice di pace per riparare il cuore: “La chiamata ad essere operatori di pace è dunque insita nella vocazione cristiana. San Francesco nel Testamento ricorda che ‘il Signore mi rivelò che dicessimo: Il Signore vi dia pace!’: dono e responsabilità per adempiere il mandato di ‘riparare’ quel tempio e casa del Signore, che è il cuore umano e insieme la Chiesa, la creazione, il mondo intero. Chiara ‘tanto bene guardò el monasterio et l’Ordine et se medesima da tucte le contagioni deli peccati’. La custodia vigilante è il primo passo dell’amore: proteggere il cuore di ciascuna e la comunità dal peccato che provoca in noi quella divisione da cui scaturiscono risentimenti, rancori, avidità, brama di possedere, e ultimamente violenza”.
Una pace attuata quotidianamente nella città: “Anche Chiara, che per lunghi anni ha vissuto nella contemplazione di quel Cristo inchiodato e vivente, custode con le sue sorelle di quella parola della e dalla croce, vi ascolta l’eco di quella chiamata che viene da Cristo Povero e Crocifisso, che è la nostra pace e che Lei ama restando sui suoi passi.
Questa sequela prende forma nella vita quotidiana: nelle relazioni di ogni giorno, nella gestione dei conflitti, nella custodia reciproca, nell’intercessione per il mondo: ‘Con la vostra preghiera potete guarire le piaghe di tanti fratelli… Così scopriamo che intercedere non ci separa dalla vera contemplazione’. La pace è frutto e manifestazione di una vita alla sequela del Signore”.
Per questo fra Fusarelli ha sottolineato tre parole importanti per la santa di Assisi: “Ecco tre parole chiave: vigilanza, sollecitudine e custodia per camminare insieme e veder crescere in loro e tra loro la pace vera, che rivela la comunione con Dio, manifestata in quella tra le sorelle, che è il vertice a cui tende la forma di vita: ‘E amandovi a vicenda nella carità di Cristo, dimostrate al di fuori con le opere l’amore che avete nell’intimo, in modo che, provocate da questo esempio, le sorelle crescano sempre nell’amore di Dio e nella mutua carità’. Chiara chiama questo cammino l’ ‘onestà del santo vivere insieme’, che consiste proprio in una vita unificata in quella carità e obbedienza reciproca che abitano un cuore pacificato perché affidato, mite e umile”.
Però la pace deriva dalla ‘confidenza’ con Dio: “Questa confidenza filiale verso Dio è la fonte della pace interiore. Questa la radice della santa unità delle sorelle, che non è frutto di strategie e compromessi umani, ma espressione di questo cammino di trasformazione. Ecco allora che il ‘santo vivere insieme’ diventa proposta alternativa in un tempo segnato dalla bramosia di potere, dall’identificazione con i ruoli forti, dalla distrazione che non si accorge dell’altro e dimentica Dio, rendendoci diffidenti e distratti”.
Una pace che non è in antitesi con quella di san Francesco, perché l’obiettivo è sempre Dio: “Se Francesco irradia la pace camminando per le strade del mondo, Chiara la irraggia dal piccolo luogo di San Damiano. Due modalità, un’unica sorgente: restare sulle orme di Cristo povero e crocifisso, amato perdutamente.
Francesco cerca l’incontro con i Saraceni a Damietta; Chiara difende Assisi dai Saraceni con la preghiera eucaristica. Francesco pacifica il lupo di Gubbio, simbolo dell’aggressività degli uomini che ferisce tutta la creazione; Chiara pacifica i cuori attraverso la riconciliazione. Entrambi ci mostrano come la pace evangelica attraversi le situazioni di conflitto e le risani con l’amore che vince l’odio perché lo supera”.
Da questa pace deriva il perdono, che ‘custodisce’ il cuore: “Questa trama paziente dell’unità si misura con una realtà concreta: ci sono degli ostacoli. Chiara parla dei ‘lacci’ che legano il cuore. Francesco riprende questo tema nell’Audite Poverelle, invitando le sorelle a vivere ‘sempre en veritate’, libere per seguire le orme di Cristo Povero. Il perdono è parte della sequela. La riconciliazione comunitaria è un cammino continuo: quando il peccato ferisce gravemente il corpo della fraternità, tutta la comunità ne porta il peso insieme, nessuna sorella è abbandonata a se stessa”.
Per questo santa Chiara lo scrive nella Regola: “La Regola al cap. 10 descrive poi con concretezza anche il caso più frequente: quando parole o gesti creano turbamento tra due sorelle. Chiara chiede che chi ha dato motivo di conflitto faccia il primo passo, subito, perché non c’è preghiera autentica mentre si è in rottura con una sorella. Il gesto è preciso: prostrarsi ai piedi dell’altra chiedendo perdono; e poi, meraviglia: chiederle di intercedere per sé presso il Signore. Chi in quel momento si sente come nemica diventa il tuo intercessore davanti a Dio e nessun’altra è più adatta”.
Ed a conclusione della lettera si citano due importanti episodi in santa Chiara è in preghiera per ottenere la pace: “Questi episodi non sono semplici aneddoti devozionali. Ci mostrano una donna che vive l’armonia come azione concreta: nella riconciliazione in seno a una famiglia; nella ricostruzione dei legami spezzati; nell’assalto dei Saraceni come fiducia che trasforma la violenza; nell’assedio di Vitale la conversione e la preghiera come armi disarmate e disarmanti”.
In questo modo “Sorella Chiara è fermento di concordia dal piccolo luogo che ha scelto sulle pendici del monte Subasio. Non è un isolamento o una fuga, ma luogo da cui irradia una forza di pacificazione che raggiunge il mondo”.
A Milano nasce il nuovo Monastero Ambrosiano
Nello scorso maggio all’abbazia di Chiaravalle di Milano è stato presentato il progetto del ‘Monastero ambrosiano’, la modalità con cui la diocesi di Milano sarà presente all’interno di MIND Milano Innovation District, il distretto sorto nell’area dell’Expo 2015 e punto di riferimento per lo sviluppo delle scienze della vita e per la ricerca, proponendosi come uno spazio di spiritualità, confronto e riflessione, per mettere in dialogo fedi, culture e saperi nel XXI secolo.
Il progetto si svilupperà in un’area situata all’incrocio tra il Cardo e il Decumano, all’interno di una zona, quella di MIND, che secondo le previsioni ospiterà entro il 2030 circa 70.000 persone, comprendendo residenti, lavoratori e studenti. Il modello di riferimento è quello del monastero, inteso come forma capace di tenere insieme vita spirituale, sapere e accoglienza. In questa prospettiva il ‘Monastero ambrosiano’ avrà una presenza stabile di pastorale ordinaria, affidata a una piccola comunità che scandisce i ritmi della preghiera e della vita liturgica, con una grande aula ecclesiale al centro del complesso.
Il nuovo Monastero si svilupperà su una superficie di 2.700 m², con 1.100 m² destinati agli spazi aperti: ispirato alla tradizione monastica cristiana, il progetto reinterpreta l’archetipo del chiostro come dispositivo spaziale e simbolico: un luogo introverso ma permeabile, in cui si articolano tre dimensioni fondamentali, quali cura, dialogo e ricerca spirituale, come ha sottolineato l’arcivescovo dell’arcidiocesi ambrosiana, mons. Mario Delpini:
“In MIND si incontrano conoscenza, ricerca, talenti, affari, divertimenti, la natura e la vita, l’Italia e il mondo. Nel cuore della città dell’innovazione si affaccia la domanda sul senso del tutto, sul perché dell’impegno e dell’investimento. La domanda invoca l’incontro tra scienza e sapienza, tra innovazione ed etica, tra tecnologia e umanesimo, tra profitto e solidarietà. Così racconta la storia di Milano: la città vive e cresce sotto la Madonnina, cioè non c’è vita umana senza la trascendenza. Così Milano scrive il suo futuro: non c’è convivenza, né pace, né bene comune senza Dio”.
Nella stessa conferenza stampa il progettista arch. Stefano Boeri ha evidenziato alcune caratteristiche del monastero: “Abbiamo inteso dare forma al nuovo Monastero Ambrosiano con un’architettura unitaria e aperta, che rappresentasse anche nelle sue spazialità l’abbraccio tra la nuova Chiesa, il prisma trasparente della Biblioteca delle Religioni e il chiostro triangolare del Giardino delle Fedi, posto all’incrocio tra il Cardo e il Decumano. Un monastero contemporaneo, pensato per rispondere alle esigenze di una società plurale e per promuovere coesione sociale, dialogo interreligioso e produzione di conoscenza”.
Per comprendere meglio quest’opera architettonica abbiamo chiesto al vicario episcopale per la Cultura, la Carità, la Missione e l’Azione Sociale dell’arcidiocesi di Milano, mons. Luca Bressan, di raccontare il motivo di un monastero in un distretto di sviluppo: “Invitata a pensare una possibile presenza dentro lo spazio di MIND (in quanto il Piano di Governo del Territorio prevedeva la presenza di un luogo di culto cattolico), la Chiesa Ambrosiana ha percepito da subito il valore e la qualità della posta in gioco: condividere la costruzione di pagine nuove della vita umana, affrontando insieme le sfide della trasformazione urbanistica e le domande poste dalla ricerca scientifica.
La situazione di MIND presenta tratti inediti: la scelta di concentrare la ricerca sulla vita umana e la volontà di costruire un modello di città del futuro interrogano da vicino l’esperienza cristiana, anch’essa impegnata nel favorire condizioni di vita che permettano a ogni persona di trovare la felicità che cerca, non dimenticando nessuno, non abbandonando nessuno, mettendo le persone e i popoli come obiettivo del progresso. Ed ultimamente, impegnando tutti alla ricerca del bene, del buono, del bello e quindi del vero. Alla ricerca di Dio, finalmente”.
Quali sono i tratti a cui dovrebbe rispondere la presenza della Chiesa ambrosiana in MIND?
“Questi sono i tratti per la presenza della Chiesa ambrosiana: una presenza stabile, nel solco della tradizione (un luogo per le celebrazioni e la preghiera, degli spazi per l’incontro e le iniziative pastorali, la possibilità di residenza e di condivisione di vita, l’attenzione ai poveri e la carità); spazi e forme di dialogo tra le religioni, dando visibilità alle trasformazioni che Milano sta vivendo e che sono ben rappresentate da MIND (trasformazioni che chiedono alle religioni forme inedite di incontro e di racconto delle proprie tradizioni, forme nuove per dire e dare il proprio contributo alla crescita e allo sviluppo umano); la costituzione di luoghi e forme di confronto e positiva contaminazione tra i saperi che abitano MIND, favorendo i dibattiti che le frontiere della ricerca hanno già aperto, come ben evidenzia l’aggettivo human nella titolazione Human Technopole”.
In quale modo tale monastero può conservare le regole ‘cistercensi’ in una zona abitata?
“Alla ricerca di un concetto che permettesse non soltanto di tenere legati i tre fuochi appena identificati, ma addirittura di armonizzarli e farli interagire, abbiamo pescato dalla nostra tradizione una forma che già in passato ha saputo articolare queste funzioni: il monastero. I quattro lati del chiostro riescono a cucire insieme dimensioni fondamentali dell’esperienza umana: la relazione con Dio, lo studio e il sapere, l’accoglienza dell’ospite e la carità, la fraternità. Milano ha già luoghi che incarnano questa esperienza (i tanti monasteri disseminati nel paesaggio urbano); si tratta ora di far vivere questo loro spirito generativo in un luogo che costruisce il futuro della città come MIND”.
Quali saranno le caratteristiche di questo monastero?
“Un grande ed unico chiostro sarà la forma che assume la presenza della Chiesa Ambrosiana. Un chiostro che con i suoi lati intende richiamare in modo esplicito le dimensioni della cultura umanistica (apertura alla trascendenza, riflessione e ricerca, costruzione di legami di fraternità, accoglienza e carità), rendendole visibili a chiunque attraversi questo spazio.
Al tempo stesso questo spazio sarà tagliato da un asse diagonale, il cui compito è da un lato esplicitare l’intenzione di apertura e di accoglienza di questo spazio, e dall’altro introdurre un carattere di modernità e di contemporaneità: il chiostro viene preso dalla tradizione ma vuole abitare il XXI secolo, il tempo di MIND.
L’asse diagonale organizza in questo modo il chiostro in tre spazi, che identificano le azioni che il Monastero Ambrosiano vuole vivere: una prima azione, quella che accoglie chiunque entri in questo spazio è il Chiostro delle Religioni, con il suo Giardino, e i suoi spazi che ospitano attività di formazione e di dialogo (la Biblioteca); la seconda azione è quella incarnata soprattutto dall’asse diagonale, che ospiterà la comunità di persone che animano il Monastero e sarà il luogo organizzativo di tutte le attività di confronto e dialogo con le istituzioni di ricerca e di formazione che abitano MIND; infine un terzo spazio dedicato alla pastorale che come Chiesa Ambrosiana intendiamo sviluppare in MIND, e dunque una grande aula ecclesiale, una chiesa. Con una nota degna di attenzione: per accedere allo spazio ecclesiale occorre attraversare il chiostro, lasciando che in questo modo il dialogo interreligioso sia una componente essenziale di ogni percorso cristiano.
I tre spazi saranno ben visibili anche in verticale, costruendo un asse ascensionale che riprende da un lato l’idea verticale del monastero, dall’altro il punto che domina il panorama milanese da secoli: il Duomo con la sua Madonnina. Questo legame con la tradizione sarà in più sottolineato dall’impiego, nella decorazione del luogo, di elementi presi proprio dai marmi del Duomo”.
Uno spazio aperto anche alle altre religioni: non c’è il rischio di creare ‘confusione’?
“Già gli spazi hanno permesso di intuire gli assi principali della vita del Monastero Ambrosiano. Alla comunità residente è affidato il compito di ritmare il tempo dentro MIND, proprio come un monastero che sa attrarre per il suo fascino e il suo silenzio concentrato: il mattino e la sera, la domenica, l’anno liturgico. Su questo ritmo si innestano le attività pastorali legate alla presenza di studenti, ricercatori, lavoratori, residenti, ospedale… Proprio per questo motivo gli spazi del Monastero Ambrosiano saranno abitati e animati da una piccola comunità intervocazionale: presbiteri, religiosi, monaci vivranno una comunione che testimonia e attrae.
A questa comunità si legano anche le attività culturali di dialogo ed incontro, conoscenza e presa comune di parola, per favorire una crescita sinfonica e mostrare quanto le religioni sono un bene prezioso per la vita e il suo sviluppo, con il loro patrimonio umanistico e il loro prezioso tesoro filosofico, educativo e culturale. Infine affiancheranno questa comunità alcune istituzioni (la Facoltà Teologica di Milano, l’Università Cattolica) per dare vita a un proficuo scambio tra il patrimonio umanistico custodito dalla tradizione cristiana e dalle altre tradizioni religiose, e le grandi aperture di senso e le domande di significato che la ricerca tecnologica e scientifica ha acceso in MIND”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Leone XIV: la preghiera dà ritmo alla vita
“In questa catechesi riprendiamo la riflessione sulla Costituzione conciliare sulla liturgia ‘Sacrosanctum Concilium’. Oggi ci soffermiamo sulla dimensione ecclesiale della preghiera liturgica. Come suggerisce l’Apostolo Paolo, è lo Spirito Santo che ci insegna a pregare. Dal giorno di Pentecoste, lo Spirito abita la Chiesa, ispirando ogni sua attività e, in particolare, la preghiera. La vita della prima comunità, nata a Gerusalemme dopo la Pasqua di Gesù, è vita nello Spirito donato dal Signore risorto”: dopo la pausa estiva papa Leone XIV ha ripreso la catechesi delle udienze generali nella basilica di san Pietro sulla dimensione della preghiera liturgica.
Un invito a riscoprire la preghiera come fondamento della vita: “Nel nostro tempo, nei contesti dominati dalla mentalità efficientistica e consumistica, la preghiera può sembrare qualcosa di inutile e di irrisorio. In un mondo dove la scienza e la tecnica pretendono di dare tutte le risposte, pregare può apparire come una forma di evasione.
Inoltre, anche in diverse famiglie cristiane non avviene più la trasmissione della preghiera, mentre numerose persone rischiano di confonderla con una tecnica tra le altre, di natura psicologica e finalizzata al benessere personale. La preghiera, invece, in quanto dimensione fondamentale della nostra umanità, merita di essere riscoperta nella sua verità”.
Fondamentale, in quanto liturgica, come ha scritto papa san Paolo VI promulgando questo documento conciliare: “Nella Costituzione, infatti, il termine ‘la preghiera’ designa tutta la liturgia. Questa prospettiva è decisiva, perché ha orientato la riforma liturgica dandole come asse portante la partecipazione attiva dei fedeli. La liturgia è presentata anzitutto come il luogo dell’incontro, dell’iniziativa di Dio che si fa prossimo all’umanità nel suo Figlio, ‘il Verbo fatto carne, unto dallo Spirito Santo’, al quale possiamo rispondere ‘per Cristo, con Cristo e in Cristo, nell’unità dello Spirito Santo’, vale a dire grazie alla ‘preghiera che Cristo unito al suo Corpo eleva al Padre’.
Per questo san Paolo VI desiderava ardentemente che la Liturgia delle Ore, cioè la preghiera pubblica quotidiana della Chiesa, inseparabile dall’Eucaristia, pervadesse profondamente, ravvivasse, guidasse ed esprimesse tutta la preghiera cristiana e alimentasse efficacemente la vita spirituale del popolo di Dio”.
La catechesi papale è stata un’esortazione a pregare quotidianamente secondo la Liturgia delle Ore: “Perché tale desiderio si realizzi, la Liturgia delle Ore chiede di essere sempre più accolta e vissuta nella vita ordinaria dei battezzati e delle comunità. A tante persone che vogliono imparare a pregare, in particolare ai catecumeni, essa può offrire il cammino e la scuola della preghiera cristiana”.
Infatti preghiera ed Eucarestia permettono di respirare: “Ogni settimana e ogni giorno, l’Eucaristia e la Liturgia delle Ore sono il respiro della vita della Chiesa che fa circolare lo Spirito Santo attraverso il suo Corpo. In questa preghiera, Cristo ‘unisce a sé tutta l’umanità e se l’associa nell’elevare questo divino canto di lode’; così, di giorno in giorno, siamo associati sempre di più al mistero pasquale e conformati a Lui”.
Come ribadisce sant’Agostino la preghiera scandisce il ritmo della vita: “Legata all’Eucaristia, di cui prolunga la luce, la Liturgia delle Ore santifica il tempo della nostra vita quotidiana: al mattino, iniziamo la giornata con fede e gratitudine; a mezzogiorno, chiediamo la forza della fedeltà in mezzo alle fatiche; la sera, finito il lavoro, i Vespri accompagnano il momento del tramonto; la notte, ci addormentiamo affidandoci alla pace di Dio. Ogni Ora è un atto di speranza: durante il pellegrinaggio terreno, vegliamo attendendo con tutta la Chiesa il ritorno glorioso del Signore”.
Inoltre dalla sala stampa vaticana è stato ufficializzato il prossimo viaggio apostolico in America Latina: “Accogliendo l’invito dei Capi di Stato e delle Autorità ecclesiastiche dei rispettivi Paesi, il Santo Padre Leone XIV compirà un Viaggio Apostolico in Uruguay, Argentina e Perù dal 6 al 17 novembre 2026. Sua Santità si recherà a Montevideo, Paisandú e Florida dal 6 all’8 novembre; a Buenos Aires, Córdoba e Luján dall’8 all’11 novembre; e a Lima, Chiclayo, Cusco e Pucallpa dall’11 al 17 novembre”.
(Foto: Santa Sede)
In Libano beatificato il patriarca Hoyek
“Per intercessione del nuovo Beato il Patriarca Elias Boutros Hoyek, chiediamo al Signore di realizzare i Suoi auspici per il bene del Libano, per la sua stabilità, la sua crescita economica e finanziaria, la sua ricostruzione e per l’attuazione dell’Accordo Quadro tra il Libano e Israele, affinché siano garantite la piena sovranità del Libano su tutto il suo territorio, la sua completa indipendenza, la sua piena liberazione e una pace duratura, giusta e globale”: il patriarca maronita Elia Pietro Hoyek (1843-1931), una delle figure più rilevanti della storia contemporanea del Libano e della Chiesa maronita, è stato proclamato beato sabato 25 luglio durante una celebrazione presieduta dal card. Bechara Boutros Rai a Dimane, nel nord del Libano, alla presenza del card. Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero per le Cause dei Santi, in nome di papa Leone XIV, e del presidente della Repubblica libanese, generale Joseph Aoun, ed e il primo ministro, Nawaf Salam.
Elia Pietro Hoyek nacque il 4 dicembre 1843 a Helta, nel nord dell’attuale Libano. Ordinato sacerdote nel 1870, fu consacrato vescovo nel 1889 e, dieci anni dopo, eletto patriarca di Antiochia dei maroniti, ministero che esercitò fino alla sua morte, il 24 dicembre 1931. Durante i suoi 32 anni alla guida della Chiesa maronita promosse la creazione di scuole, favorì numerose opere di carità e dedicò particolare attenzione alla formazione del clero e all’assistenza dei più bisognosi.
Il suo patriarcato coincise con alcuni dei momenti più difficili della storia del Libano, soprattutto durante la Prima Guerra Mondiale, quando organizzò iniziative per soccorrere la popolazione colpita dalla carestia. Oltre al suo impegno pastorale, svolse un ruolo di primo piano nel riconoscimento internazionale del Grande Libano dopo la caduta dell’Impero ottomano. Alla Conferenza di Pace di Parigi del 1919 difese la creazione di uno Stato libanese con confini propri, motivo per cui è considerato uno dei principali artefici della nascita del Libano moderno;
“In questa Sede Patriarcale di Dimane, edificata nel 1905 dal Beato Patriarca Elias Boutros Hoyek, la quale conobbe i suoi passi, ascoltò le sue preghiere, fu testimone delle sue lacrime e accompagnò la sua instancabile lotta, ci ritroviamo oggi per proclamare con gioia ed esultanza che la Chiesa lo ha elevato agli onori degli altari, dopo che i fedeli, da lungo tempo, lo avevano già riconosciuto come padre, pastore, intercessore e uomo della Divina Provvidenza”.
Ed ha elogiato il Libano, che ha dato i ‘natali’ al beato: “Congratulazioni al Libano, che ha dato i natali a questa eminente figura spirituale e nazionale. Dio ha voluto infatti far sorgere da questa terra un uomo che visse secondo un unico motto: ‘Mio Dio, il tuo compiacimento’. E Dio fece del suo totale abbandono alla Divina Volontà una gloria per la Chiesa, una benedizione per il Libano e una speranza per le generazioni future.
Nella storia della Chiesa vi sono stati molti grandi uomini; nella storia del Libano molti illustri protagonisti. Il Patriarca Elias Boutros Hoyek, tuttavia, riunì nella sua persona la vigilanza del pastore, la sapienza del leader, il cuore del padre e la fede del santo”.
Quindi è stato un uomo di Dio: “Egli fu anzitutto un uomo di Dio, il quale costituì il centro della sua vita, lo scopo della sua missione e la sorgente della sua forza. Visse il suo celebre motto: «Mio Dio, il tuo compiacimento», senza mai cercare la propria gloria, ma unicamente la gloria di Dio e il bene dell’uomo, colmo di una misericordia senza limiti. Ogni decisione da lui presa era frutto della preghiera; ogni posizione assunta nasceva dalla coscienza illuminata dalla fede, fondata sulla rettitudine, sulla giustizia e sull’umiltà”.
Per questo credeva nella Divina Provvidenza: “Credeva fermamente che Dio guida la Chiesa e i popoli; per questo non conobbe mai lo scoraggiamento, neppure nelle prove più dure. Quando la fame colpì il Libano, nel 1916, non rimase spettatore delle sofferenze del suo popolo: aprì le porte di Dimane, di Bkerké e dei monasteri agli affamati e ai bisognosi, arrivando persino a ipotecare alcuni beni del Patriarcato. Quando gli domandavano chi avrebbe risarcito tali sacrifici, rispondeva con la fiducia del credente: ‘Dio provvederà’. Per questo fu chiamato il Patriarca dei poveri e degli oppressi”.
Inoltre il Patriarca ha tratteggiato la sua visione del Libano: “Considerava il Libano una missione prima ancora che uno Stato e riteneva che la persona umana fosse la sua ricchezza più preziosa. Quando la prima delegazione libanese alla Conferenza di Pace di Parigi non conseguì il risultato sperato, i Libanesi di tutte le confessioni si riunirono a Bkerké e, il 15 luglio 1919, affidarono a lui la guida della seconda delegazione. Successivamente inviò una terza delegazione, presieduta dal suo Vicario Patriarcale Generale, monsignor Abdallah Khoury.
Così portò la causa del Libano alla Conferenza di Pace di Parigi, difese il diritto del suo popolo alla libertà e alla dignità e ottenne il recupero dei territori che gli erano stati sottratti dall’Impero Ottomano. Per questo meritò a pieno titolo l’appellativo di Patriarca del Grande Libano ed è ricordato tra coloro che contribuirono alla nascita dello Stato libanese moderno”.
Da qui approvò la Costituzione che ha tenuto conto di tutte le componenti del Paese: “Nel 1926 il Patriarca approvò la Costituzione e ne delineò la filosofia, ossia l’armonia nella diversità e la necessità di tutelare le identità e le peculiarità di tutte le componenti del Libano. Egli concepiva il sistema confessionale come un sistema di partecipazione tra componenti differenti, unite dal patto di convivere pacificamente nell’armonia delle differenze, all’interno di uno Stato fondato su una democrazia consensuale”.
Ed ecco la sua attività ecclesiale: “Operò instancabilmente per il suo rinnovamento spirituale, educativo e sociale. Fondò la Congregazione delle Suore della Sacra Famiglia Maronite nel 1895, convinto che educazione e missione costituiscono due dimensioni inseparabili della santità. Promosse le scuole, sostenne le missioni e le opere di misericordia, perché vedeva nella Chiesa non un’istituzione destinata a custodire il passato, bensì una madre chiamata a costruire il futuro”.
Infine è stato anche un uomo di preghiera: “Amò la Vergine Maria con l’amore di un figlio verso la propria madre. Edifico il Santuario di Nostra Signora del Libano a Harissa nel 1905, inaugurato nel 1907, affinché fosse un faro di preghiera e di speranza per tutti i Libanesi…
Così fu il Patriarca Hoyek: un pastore che pregava, un padre che amava, un costruttore sapiente e un leader capace di guardare oltre il proprio tempo. Per questo è divenuto una scuola di fede, una pagina luminosa della storia della Chiesa e una coscienza viva nella storia del Libano”.
(Foto: Dicastero dei Santi)
A Bari l’Azione Cattolica Italiana per la pace nel Mediterraneo
Appuntamento a Bari da domani fino a domenica 2 agosto per riunire 700 responsabili di Azione Cattolica da tutta Italia per quattro giorni di ascolto, confronto e formazione con tanti ospiti, più di 20 vescovi, i cardinali Zuppi e Baggio, la comunità del capoluogo pugliese.
L’appuntamento di Bari rappresenta uno dei momenti più significativi della vita associativa dell’Azione Cattolica Italiana: un tempo privilegiato di ascolto, discernimento e progettazione condivisa per il futuro dell’associazione e della presenza dei laici nella Chiesa e nella società. Orizzonti mediterranei, per assumere il Mediterraneo come immagine e orizzonte del discernimento associativo. Un mare che oggi è luogo di incontro tra popoli, culture e tradizioni diverse, ma anche spazio attraversato da conflitti, migrazioni, disuguaglianze e profonde trasformazioni sociali. L’Azione Cattolica intende raccogliere la sfida di trasformare il Mediterraneo da frontiera segnata dalle divisioni a luogo simbolico e concreto di relazione, dialogo e speranza.
La scelta di Bari è simbolica. Città di incontro tra Oriente e Occidente, porta verso i Balcani, il Medio Oriente e il Nord Africa, Bari custodisce una vocazione storica al dialogo e alla fraternità. La Basilica di San Nicola, cuore spirituale dell’evento, richiama il valore dell’incontro tra tradizioni cristiane diverse e diventa luogo simbolo di comunione, pace e dialogo ecumenico.
Durante i quattro giorni dell’Incontro saranno affrontate alcune delle grandi questioni del presente: la pace e la gestione dei conflitti, le migrazioni e la costruzione di una cittadinanza condivisa, la convivialità delle differenze, il dialogo ecumenico e interreligioso, la sinodalità e la corresponsabilità tra laici e pastori, alla luce dei cambiamenti in atto nella società e nella Chiesa. Un momento centrale sarà rappresentato dagli incontri condiviso con i presuli italiani. Saranno più di 20 i vescovi presenti ai lavori.
Le celebrazioni nella Cattedrale di Bari, con la preghiera ecumenica e sabato 1° agosto, alle ore 18, per rendere visibile la dimensione pubblica e generativa della fraternità, gli “Incontri mediterranei” porteranno il confronto direttamente in quattro piazze del centro storico con appuntamenti dedicati a pace, migrazioni, Mediterraneo e convivialità delle differenze, oltre a un dibattito promosso dalla rivista Dialoghi sul tema dei cambiamenti del nostro tempo. La conclusione dell’Incontro domenica 2 agosto con la Celebrazione eucaristica nella Cattedrale di Bari.






























