Tag Archives: vocazione
Gigi De Palo: per educare c’è bisogno della comunità
Come educare oggi, nel tempo degli strumenti sempre più sofisticati e sempre più insufficienti? La domanda, prima che la scuola e le comunità, attraversa le famiglie; proprio dentro alle paure dei genitori si è inserita l’esperienza della Fondazione ‘Oltre’, con un ciclo di incontri a Roma, ispirato anche dalla visione della serie ‘Adolescence’, che ha avuto 18.000 iscrizioni, trasformandosi in un luogo condiviso di elaborazione e confronto, come ha spiegato Gigi De Palo, direttore generale della Fondazione ‘Oltre’: “Abbiamo intercettato una preoccupazione reale. Il telefilm ha avuto il merito di mettere a fuoco un disagio diffuso, lasciando però molti adulti con addosso una sensazione di angoscia e impotenza… Si sta creando, nei fatti, una comunità educante, che poi è quello che manca drammaticamente. La vera emergenza educativa, oggi, non sono gli adolescenti ma gli adulti”.
Per quale motivo un ciclo di incontri intitolato ‘Adolescence’?
“Questo progetto nasce da un grido che sale da tante famiglie: ‘Aiutateci ad educare! Aiutateci a capire, a non sentirci soli, a credere che vale la pena crescere figli oggi’. Il titolo prende spunto dalla popolare serie Netflix che ha catturato l’attenzione dell’opinione pubblica su temi importanti legati ai giovani, ponendo tante domande angoscianti senza dare risposte. Noi non volevamo fare un processo ai giovani e neppure ai giovani, ma aiutare genitori ed educatori a porsi le domande giuste e, soprattutto, non sentirsi soli. Per questo primo anno, abbiamo iniziato con il dott. Alberto Pellai parlando di come gestire le emozioni, e chiuso con il prof. Bruno Mastroianni sul tema dei social, sempre molto attuale, passando per il prof. Franco Nembrini ed il prof. Alessandro D’Avenia, con cui abbiamo parlato di scuola, educazione, dell’importanza di ‘guardare’ veramente i nostri figli”.
Perché tante adesioni?
“Perché il bisogno era enorme e reale. Senza nessuna pubblicità a pagamento, ma solo con il passaparola e i social, siamo arrivati a più di 18.000 iscrizioni al progetto, oltre qualunque aspettativa. Questo ci ha riempito di gioia ed, al tempo stesso, di responsabilità. Ci hanno scritto almeno una trentina di scuole e parrocchie che hanno visto insieme in diretta l’evento con tutti i genitori. La gente ha capito che il senso non è guardarlo in streaming da soli: il senso è uscire di casa, fare comunità, incontrare altri genitori, fare squadra. Per questo, per il prossimo anno, stiamo pensando a un upgrade per favorire la partecipazione dal basso”.
Allora, cosa vuol dire essere una comunità educante?
“Significa che nessuno educa da solo. E’ bello che il percorso stia diventando un’occasione di comunità. Una comunità educante è quella in cui genitori, scuole, parrocchie ed associazioni smettono di tirarsi in un angolo e tornano a fare alleanza. Quando un genitore si sente meno solo, diventa un genitore migliore. Ed un genitore migliore è già, di per sé, un atto educativo verso i figli, come ci ha ricordato don Fabio Rosini, intervenuto in ogni appuntamento per chiudere l’incontro lasciando ogni volta un messaggio di speranza”.
In quale modo educare i genitori?
“Non con conferenze, ma con esperienze collettive in cui la domanda educativa viene presa sul serio. Il format di ogni serata lo rispecchia: si parte da una voce di genitore reale, si dialoga con un esperto, si conclude con uno sguardo spirituale e concreto. L’obiettivo è offrire alle famiglie un cammino educativo concreto, con i migliori esperti, per affrontare con coraggio, competenza e speranza le grandi sfide dell’adolescenza: emozioni, identità, scuola, vocazione genitoriale, mondo digitale. Ma dobbiamo ricordarci che si educa solo se si è felici, se si ha speranza. Per un figlio, la cosa più importante è vedere un genitore contento di vivere e di educarlo. Abbiamo capito che educare non è una tecnica ma una testimonianza”.
In quale modo i genitori possono educare?
“Con l’esempio prima di tutto. Franco Nembrini dice sempre che fondamentalmente se tu sei felice i figli vedono questa felicità: dunque si educa non con il convincimento ma con l’attrazione. Un genitore che vive bene, che ha senso della vita, che non è rassegnato, è già un modello potente. E poi bisogna fare alleanza: con la scuola, con gli insegnanti, con la parrocchia, con gli altri genitori. Non si può educare un figlio adolescente pensando di farcela da soli. La solitudine educativa è una delle più grandi fatiche di oggi, e la risposta è la comunità”.
Quale è lo scopo di Fondazione ‘Oltre’?
“La Fondazione si occupa di educazione, adolescenti e impatto delle nuove tecnologie. Ma il nostro stile è quello di non fermarci alla denuncia: vogliamo generare processi. Crediamo che il sistema sia lavorare sulla bellezza, sulle grandi domande dell’uomo, piuttosto che su singoli progetti di contrasto a questo o quel problema. Che si tratti di accompagnare genitori di adolescenti, o di portare 2.000 studenti al Teatro Greco di Siracusa, il filo conduttore è sempre lo stesso: ispirare chi cresce e accompagnare chi educa”.
(Tratto da Aci Stampa)
A 10 anni da Amoris laetitia: annunciare il Vangelo con le famiglie oggi
Il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e la Segreteria Generale del Sinodo pubblicano il Percorso tematico, strumento di preparazione e animazione dell’Incontro che il Santo Padre Leone XIV ha convocato in Vaticano dal 7 al 14 ottobre 2026 con i Capi delle Chiese Orientali Cattoliche e i Presidenti delle Conferenze Episcopali.
È stato inviato ai Capi delle Chiese Cattoliche Orientali sui iuris e ai Presidenti delle Conferenze Episcopali, ed è reso pubblico oggi, il Percorso tematico, il documento che prepara e accompagna i lavori dell’Incontro che il Santo Padre Leone XIV terrà con loro in Vaticano dal 7 al 14 ottobre 2026.
L’Incontro era stato annunciato dal Papa con il Messaggio del 19 marzo 2026, in occasione del decimo anniversario dell’Esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia. Prendendo atto dei cambiamenti che continuano a influenzare le famiglie, il Santo Padre aveva espresso l’intento di ‘procedere, nell’ascolto reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi, alla luce di Amoris laetitia e tenendo conto di quanto si sta realizzando nelle Chiese locali’.
A conclusione del recente Concistoro straordinario, lo scorso 27 giugno, Papa Leone XIV è tornato sul tema della famiglia: “Là dove essa è sostenuta e accompagnata, cresce una scuola di relazioni, di solidarietà e di speranza; là dove è ferita o isolata, tutta la società ne porta le conseguenze”. Nella stessa occasione ha annunciato che all’Incontro parteciperanno anche alcune famiglie, chiamate a condividere la propria esperienza: “La loro presenza è essenziale, però spero che tutti coloro che verranno si preparino ascoltando da vicino e portando l’esperienza delle famiglie delle loro Chiese”.
A Roma, i Vescovi di tutto il mondo saranno invitati a confrontarsi sui temi indicati dal Percorso tematico e ad ascoltarsi l’un l’altro, per poi rilanciare, nelle proprie Chiese locali e insieme alle famiglie, un’azione pastorale condivisa a favore della famiglia, della vita umana e della vocazione al matrimonio.
Infatti, i giorni di lavoro intendono configurarsi come uno spazio reale di incontro, di ascolto e di discernimento: accogliendo le esperienze vive delle famiglie, condividendo racconti concreti di vita, riflettendo sulle iniziative di accompagnamento che la comunità ecclesiale sta mettendo in atto e confrontandosi con esperti. In questo senso, le Conferenze Episcopali e le Chiese Cattoliche Orientali sono invitate a riflettere sui nuclei tematici già nei mesi che precedono l’incontro, valorizzando l’ascolto delle famiglie delle Chiese locali.
E’ un percorso, quindi, eminentemente pastorale, che pone al centro le famiglie non soltanto come destinatarie dell’azione della Chiesa, ma come soggetti della sua missione, attraverso i quali il Vangelo prende forma nelle relazioni quotidiane, nelle scelte, nella fragilità e nella speranza.
L’incontro, pur non essendo un’Assemblea del Sinodo dei Vescovi, si svolgerà in stile sinodale perché, come papa Leone XIV ha indicato a chiusura del Concistoro, condivide lo spirito del percorso di attuazione del Sinodo, fatto di ascolto, preghiera e discernimento.
Cinque i nuclei tematici proposti alla riflessione dei partecipanti, prima e durante l’incontro: le famiglie oggi: realtà, bellezza e sfide — Discernere i segni dei tempi a partire dall’esperienza delle famiglie e dall’impegno della Chiesa oggi. I giovani e la scoperta della vocazione matrimoniale — Ascoltare i giovani e accompagnarli nella scoperta del valore del matrimonio.
La vita matrimoniale. I primi anni di matrimonio: un tempo decisivo — Ascoltare e accompagnare le coppie nei primi anni di vita matrimoniale e in ogni tappa della vita. Nelle difficoltà della vita: accompagnare e sostenere — Camminare con le famiglie in situazioni complesse. Le famiglie cristiane, soggetti della missione della Chiesa — Accogliere l’amore coniugale e familiare come impulso alla missione.
Papa Leone XIV racconta l’importanza di aiutare
“Vorrei ringraziare Renzo per la sua lettera e per le domande che mi ha posto; cercherò di rispondere ad alcune di esse. A quella a cui ho già risposto è che non ho mai desiderato diventare Papa, né da giovane né da anziano, ma quando il Signore chiama, bisogna dire di sì. Prima di rispondere alle domande, vorrei solo ringraziarvi di cuore per l’accoglienza e dirvi che mi sento davvero a casa qui. E grazie per tutto ciò che rappresentate”: c’è stata una comunità intera di carità ed assistenza diocesana che si è raccontata al papa nella chiesa di Sant’Agustí, conosciuta come la ‘cattedrale dei poveri’, per il legame sociale con il quartiere Raval, una delle zone più problematiche della città catalana per questioni legate a povertà, immigrazione ed esclusione sociale.
Ed ha ricordato che in questa chiesa lui c’è stato: “Potreste pensare che il motivo sia ovvio, evidente, perché si tratta della chiesa di Sant’Agostino, ma lasciatemi dire che la prima volta che sono venuto in questa chiesa (questo arcivescovo non era qui con me) era il 1984. Stavo viaggiando via terra da Roma a León e, quando sono arrivato, ho detto: guardate, c’è una chiesa di Sant’Agostino a Barcellona, andiamo a visitarla. Era chiusa; oggi è aperta. Ed è meraviglioso trovare una chiesa con una comunità agostiniana e così tante persone che vivono qui, che lodano Dio, che trovano comunità, accoglienza e integrazione in questa chiesa e in questo ministero sociale. Grazie di cuore a tutti, davvero”.
E’ stato un dialogo partendo dalla passione papale per lo sport: “Riguardo alla domanda sul calcio, tutti sanno che ora gioco a tennis. Da giovane giocavo a calcio, ma a football americano, un pò più fisico. Giocavo anche a calcio con i seminaristi quando ero a Trujillo, in difesa, se proprio volete saperlo. Non ero un grande goleador, ma quando ero a Roma, dove ho vissuto il mio primo Mondiale, nel 1982, che si è tenuto qui in Spagna, ho segnato diversi gol. Poi, in Perù con i seminaristi, ho seguito da vicino le squadre locali, ma ho anche giocato con loro”.
Per questo ha consigliato di praticare lo sport: “Un pò di sport fa bene a tutti; bisogna trovare il modo di mantenersi in salute: corpo, mente e spirito. Quindi sì, ha fatto parte della mia vita. Il calcio ci aiuta anche a ricordare una cosa molto importante: che la vita non è una corsa da affrontare da soli; è uno sport di squadra e bisogna imparare a correre insieme. Quindi, in questo senso, chi magari è una stella ma non passa mai la palla, beh, non permette agli altri di partecipare al gioco e probabilmente perderà”.
Ed ha risposto anche ad una domanda di Renzo: “Mi hai chiesto se, da piccolo, volevo diventare Papa. Beh, Renzo, non pensavo. Pensavo che ci avrei pensato. Ma posso dire una cosa: fin dall’inizio ho sentito il desiderio di dedicare la mia vita a Dio. Non sapevo come affrontare tutto, la gente comune si sarebbe presa cura del Signore. In questo momento scoprirete che Gesù ha mandato un servo per seguirlo come sacerdote, e che in questo cammino è passato attraverso la chiesa di Sant’Agostino. Ma ciò non vale solo per me. Ogni bambino è un sogno di Dio”.
Poi ha sottolineato l’importanza dei nonni: “Per quanto riguarda i nonni, sì, i nonni sono molto importanti nella vita familiare. Non dovrebbero mai essere lasciati soli. Spesso sono loro che si prendono cura dei nipoti mentre i genitori vanno a lavorare e, con amore e dedizione, aiutano i bambini a imparare l’amore per Dio e per il prossimo, affinché metta radici nei loro cuori e un giorno diventino uomini e donne buoni. E come dovremmo rispondere all’amore? Con amore. Questo è ciò che Gesù vuole che facciamo: prenderci cura dei nostri nonni e accompagnarli nella loro vecchiaia, proprio come loro, a suo tempo, si sono presi cura di noi. Non permettiamo che la solitudine e l’abbandono diventino la norma nella vita degli anziani”.
Ed anche l’importanza del perdono riprendendo il passo evangelico di san Matteo: “Con questo, Gesù intendeva dire: perdonate sempre. Ma dobbiamo comprendere cosa significhi perdonare. Perdonare non significa dire che ciò che è stato sbagliato era accettabile, né significa permettere a qualcuno di continuare a fare del male. Non significa costringere qualcuno a dimenticare, come se nulla fosse accaduto. Perdonare significa non lasciare che l’odio si impadronisca dei nostri cuori. Gesù ci chiede di perdonare perché è l’unico modo per sperimentare la pace di Dio e guarire le ferite spirituali. Quando perdoniamo, imitiamo l’esempio di Gesù, che perdonò coloro che lo crocifissero. La nostra disponibilità a perdonare è una condizione per il perdono che riceviamo da Dio”.
Tutto ciò è definito dalla carità: “La carità evangelica, fondata su Gesù Cristo e nutrita dal suo amore, plasma e definisce la vita personale e comunitaria di ogni cristiano. Pertanto, ogni comunità ecclesiale diocesana, mossa dalla carità e guidata dallo Spirito Santo, è chiamata ad accostarsi, secondo le proprie possibilità e capacità, con discrezione, sensibilità e perseveranza, alle ferite e ai bisogni dei più vulnerabili e indifesi, per alleviarne le sofferenze e porre rimedio alla loro povertà. Lo fa imitando la generosità del nostro Signore Gesù Cristo che, per amore nostro, pur essendo ricco, si fece povero per arricchirci con la sua grazia e la sua salvezza, e che ci chiama anche a riconoscerlo e ad assisterlo in coloro che sono più bisognosi”.
Ed ha ribadito che la dignità della persona umana è ‘sacra’: “Vorrei sottolineare che, come cristiani, siamo chiamati al compito di rendere presente l’amore di Dio per ogni uomo e donna nel tessuto concreto della storia. Il libro della Genesi ci dice che Dio creò ‘l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò’. In ciò risiede l’inalienabile dignità di ogni essere umano, che non dipende dalle sue capacità, dalle ricchezze che accumula o dal ruolo che svolge, ma dal dono che lo precede e lo supera, un dono di Dio come espressione del suo amore incrollabile”.
Ha concluso l’incontro con un incoraggiamento ad essere testimoni della speranza: “Siate, quindi, testimoni credibili della speranza cristiana nel servizio sollecito ai fratelli e alle sorelle che, in una condizione di vita precaria, segnata dalla privazione, dalla fragilità o dalla marginalizzazione, oltre all’aiuto materiale e al sostegno morale, necessitano di Dio, della sua amicizia, della sua benedizione, della sua Parola, dei suoi Sacramenti e della proposta di un percorso di crescita e di maturazione nella fede”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV sollecita alla vocazione di essere tra la gente
“La differenza è chiara: il pastore ha un legame speciale con le sue pecore e, perciò, può entrare dalla porta dell’ovile; se uno invece ha bisogno di scavalcare il recinto, allora è certamente un ladro che vuole rubare le pecore. Gesù ci sta dicendo di essere legato a noi da una relazione di amicizia: Egli ci conosce, ci chiama per nome, ci guida e, come fa il pastore con le sue pecore, ci viene a cercare quando ci perdiamo e fascia le nostre ferite quando siamo malati”: a conclusione della recita del Regina Coeli papa Leone XIV ha indicato Gesù come il Buon Pastore che conosce le sue pecore.
Inoltre ha messo in guardia da quanti cercano di entrare nel recinto del cuore per rubare la vita: “Gesù non viene come un ladro a rubare la nostra vita e la nostra libertà, ma a condurci nei giusti sentieri. Non viene a sequestrare o ingannare la nostra coscienza, ma a illuminarla con la luce della sua sapienza. Non viene come a inquinare le nostre gioie terrene, ma le apre a una felicità più piena e duratura. Chi si affida a Lui non ha nulla da temere: Egli non mortifica la nostra vita, ma viene per donarcela in abbondanza”.
Quindi è stato un invito alla vigilanza contro i molteplici ladri: “I ‘ladri’ possono assumere tanti volti: sono coloro che, nonostante le apparenze, soffocano la nostra libertà o non ci rispettano nella nostra dignità; sono convinzioni e pregiudizi che ci impediscono di avere uno sguardo sereno sugli altri e sulla vita; sono idee sbagliate che possono portarci a compiere scelte negative; sono stili di vita superficiali o improntati al consumismo, che ci svuotano interiormente e ci spingono a vivere sempre all’esterno di noi stessi. E non dimentichiamo anche quei ‘ladri’ che, saccheggiando le risorse della terra, combattendo guerre sanguinose o alimentando il male in qualsiasi forma, non fanno altro che rubare a tutti noi la possibilità di un futuro di pace e di serenità”.
In precedenza nella celebrazione eucaristica per l’ordinazione di dieci sacerdoti, li ha esortati ad essere ‘buoni preti’ e ‘cittadini onesti’: “Il servizio del prete, sul quale la chiamata di questi fratelli ci invita a riflettere, è un ministero di comunione… Carissimi ordinandi, più profondo è il vostro legame con Cristo, più radicale è la vostra appartenenza alla comune umanità. Non c’è contrapposizione, né competizione, tra il cielo e la terra: in Gesù si saldano per sempre. Questo mistero vivo e dinamico impegna il cuore in un amore indissolubile: lo impegna e lo riempie”.
Un amore che ogni giorno deve essere rinnovato: “Certo, come l’amore degli sposi, così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato, perché ogni vero affetto matura e diventa fecondo nel tempo. Siete chiamati a uno specifico, delicato, difficile modo di amare e, ancora di più, di lasciarvi amare, nella libertà. Un modo che potrà fare di voi, oltre che dei buoni preti, anche dei cittadini onesti, disponibili, costruttori di pace e di amicizia sociale”.
E’ stato un invito a non avere paura del mondo reale: “C’è un grande realismo nelle parole del Signore: conosce la crudeltà del mondo in cui cammina con noi. Con le sue parole evoca forme di aggressione fisica, ma soprattutto spirituale. Tuttavia, questo non lo distoglie dal donare la sua vita. La denuncia non diventa rinuncia, il pericolo non induce alla fuga. Ecco un secondo segreto per la vita del prete: la realtà non deve farci paura. A chiamarci è il Signore della vita. Il ministero che vi viene affidato, carissimi, comunichi la pace di chi, anche fra i pericoli, sa perché è sicuro”.
Inoltre ha invitato a non cercare le sicurezze mondane: “Oggi il bisogno di sicurezza rende aggressivi gli animi, chiude su sé stesse le comunità, induce a cercare nemici e capri espiatori. C’è spesso paura attorno a noi e forse dentro di noi. La vostra sicurezza non risieda nel ruolo che avete, ma nella vita, morte e risurrezione di Gesù, nella storia di salvezza a cui partecipate col vostro popolo. E’ una salvezza che già opera in tanto bene compiuto silenziosamente, fra persone di buona volontà, nelle parrocchie e negli ambienti a cui vi farete prossimi, come compagni di viaggio. Ciò che annunciate e celebrate vi custodirà anche in situazioni e tempi difficili”.
E’ stato un invito a sentirsi in comunione con i fedeli: “Cari ordinandi, sentitevi parte di questa umanità sofferente, che attende la vita in abbondanza. Nell’iniziare altri alla fede, ravviverete la vostra. Con gli altri battezzati varcherete ogni giorno la soglia del Mistero, quella soglia che ha il volto e il nome di Gesù. Non nascondete mai questa porta santa, non bloccatela, non siate di impedimento a chi vuole entrare”.
Quindi occorre non chiudere le porte: “Oggi più che mai, specialmente dove i numeri sembrano delineare un distacco fra le persone e la Chiesa, tenete la porta aperta! Lasciate entrare e siate pronti a uscire. E’ un altro segreto per la vostra vita: voi siete un canale, non un filtro. Molti credono di sapere già cosa c’è oltre quella soglia. Portano con sé ricordi, magari di un passato lontano; spesso c’è qualcosa di vivo che non si è spento e che attrae; a volte, però, c’è dell’altro, che ancora sanguina e respinge. Il Signore sa e attende. Siate riflesso della sua pazienza e della sua tenerezza. Voi siete di tutti e siete per tutti! Sia questo il profilo fondamentale della vostra missione: tenere libera la soglia e indicarla, senza bisogno di troppe parole”.
Quindi è stato un invito a conoscere la gente: “Carissimi, uscite e trovate la cultura, la gente, la vita! Meravigliatevi per ciò che Dio fa crescere senza che noi l’abbiamo seminato. Coloro per cui sarete preti – fedeli laici e famiglie, giovani e anziani, bambini e malati – abitano pascoli che dovete conoscere. A volte vi sembrerà di non averne le mappe. Le possiede però il buon Pastore, di cui ascoltare la voce, così familiare. Quante persone oggi si sentono perse!”
Ecco il motivo per cui nel messaggio per la giornata delle vocazioni, ‘La scoperta interiore del dono di Dio’, il papa ha invitato ad essere nei ‘luoghi’: “I ‘luoghi’ dove si manifesta maggiormente la volontà di Dio e si fa esperienza del suo infinito amore sono spesso i legami autentici e fraterni che siamo capaci di instaurare nel corso della nostra vita. Quanto è prezioso avere una valida guida spirituale che accompagni la scoperta e lo sviluppo della nostra vocazione! Quanto sono importanti il discernimento e la verifica alla luce dello Spirito Santo, perché una vocazione possa realizzarsi in tutta la sua bellezza”.
Quindi la vocazione è un cammino: “Vocazione, dunque, non è un possesso immediato, qualcosa di ‘dato’ una volta per tutte: è piuttosto un cammino che si sviluppa analogamente alla vita umana, in cui il dono ricevuto, oltre ad essere custodito, deve nutrirsi di un rapporto quotidiano con Dio per poter crescere e portare frutto… Fermatevi, ascoltate, affidatevi: in questo modo, il dono della vostra vocazione maturerà, vi renderà felici e porterà frutti abbondanti per la Chiesa e per il mondo”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a rinnovare la missione di Cristo che porta pace
“Di nuovo il Signore ci porterà al vertice della sua missione, perché la sua passione, morte e risurrezione divengano il cuore della nostra missione. Quanto stiamo per rivivere, infatti, ha in sé la forza di trasformare ciò che l’orgoglio umano tende in genere a irrigidire: la nostra identità, il nostro posto nel mondo. La libertà di Gesù cambia il cuore, cura le ferite, profuma e fa brillare i nostri volti, riconcilia e raduna, perdona e risuscita”: presiedendo questa mattina la messa crismale papa Leone XIV ha riflettuto sul significato della missione cristiana. In ambito pastorale, sociale e politico nel ricordo di san Romero arcivescovo di San Salvador, ucciso sull’altare nel 1980.
La riflessione omiletica del papa si è concentrata sulla missione sacerdotale: “Nel primo anno in cui presiedo la Messa Crismale come vescovo di Roma, desidero riflettere con voi sulla missione a cui Dio ci consacra come suo popolo. E’ la missione cristiana, la stessa di Gesù, non un’altra. Ad essa ciascuno partecipa secondo la propria vocazione e in una personalissima obbedienza alla voce dello Spirito, mai però senza gli altri, mai trascurando o rompendo la comunione! Vescovi e presbiteri, rinnovando le nostre promesse, siamo a servizio di un popolo missionario. Siamo con tutti i battezzati il Corpo di Cristo, unti dal suo Spirito di libertà e di consolazione, Spirito di profezia e di unità”.
Infatti la missione significa che qualcuno è stato inviato: “Quanto Gesù vive nei momenti culminanti della sua missione è anticipato dall’oracolo di Isaia, da Lui indicato nella sinagoga di Nazaret come Parola che ‘oggi’ si avvera. Nell’ora della Pasqua, infatti, diventa definitivamente chiaro che Dio consacra per inviare. ‘Mi ha mandato’, dice Gesù, descrivendo quel movimento che lega il suo Corpo ai poveri, ai prigionieri, a chi brancola nel buio e a chi si trova oppresso. E noi, membra del suo Corpo, chiamiamo ‘apostolica’ una Chiesa inviata, sospinta oltre sé stessa, consacrata a Dio nel servizio delle sue creature”.
Inoltre la missione comporta l’abbandono di certezze: “Sappiamo che essere mandati comporta, per prima cosa, un distacco, ovvero il rischio di lasciare ciò che è familiare e certo, per inoltrarsi nel nuovo. E’ interessante che ‘con la potenza dello Spirito’, disceso su di Lui dopo il battesimo nel Giordano, Gesù ritorni in Galilea e venga ‘a Nazaret, dove era cresciuto’. E’ il luogo che ora deve lasciare. Si muove ‘secondo il suo solito’, ma per inaugurare un tempo nuovo.
Dovrà ora partire definitivamente da quel villaggio, affinché maturi ciò che vi è germogliato, sabato dopo sabato, nell’ascolto fedele della Parola di Dio. Ugualmente chiamerà altri a partire, a rischiare, perché nessun luogo diventi un recinto, nessuna identità una tana”.
Quindi la missione comporta anche una rinascita: “La nostra dignità di figli e figlie di Dio non può esserci tolta, né andare perduta, ma nemmeno gli affetti, i luoghi, le esperienze all’origine della nostra vita possono essere cancellati. Siamo eredi di tanto bene e insieme dei limiti di una storia in cui il Vangelo deve portare luce e salvezza, perdono e guarigione.
Così, non c’è missione senza riconciliazione con le nostre origini, coi doni e i limiti della formazione ricevuta; ma, allo stesso tempo, non c’è pace senza partenze, non c’è consapevolezza senza distacco, non c’è gioia senza rischio. Siamo il Corpo di Cristo se andiamo avanti, facendo i conti col passato senza venirne imprigionati: tutto si ritrova e si moltiplica se prima è lasciato andare, senza paura. E’ un primo segreto della missione. E non lo si sperimenta una volta sola, ma in ogni ripartenza, ad ogni ulteriore invio”.
E per incontrare l’altro occorre uno svuotamento: “Il cammino di Gesù ci rivela che la disponibilità a perdere, a svuotarsi, non è fine a sé stessa, ma condizione di incontro e di intimità. L’amore è vero soltanto se disarmato, ha bisogno di pochi ingombri, di nessuna ostentazione, custodisce delicatamente debolezza e nudità. Fatichiamo a buttarci in una missione così esposta, eppure non c’è ‘lieto annuncio ai poveri’ se andiamo a loro coi segni del potere, né vi è autentica liberazione se non diventiamo liberi dal possesso”.
Per il papa l’incontro missionario non avviene con la violenza, in quanto la salvezza si manifesta attraverso la ‘lingua materna’: “Di conseguenza, è ormai prioritario ricordare che né in ambito pastorale, né in ambito sociale e politico il bene può venire dalla prevaricazione. I grandi missionari sono testimoni di avvicinamenti in punta di piedi, che hanno per metodo la condivisione della vita, il servizio disinteressato, la rinuncia a qualunque strategia di calcolo, il dialogo, il rispetto. E’ la via dell’incarnazione, che sempre di nuovo prende forma di inculturazione. La salvezza, infatti, può essere accolta da ciascuno soltanto nella lingua materna”.
La missione non è impositiva, ma accetta l’ospitalità: “Per stabilire questa sintonia con l’invisibile, occorre arrivare là dove si è inviati con semplicità, onorando il mistero che ogni persona e ogni comunità porta con sé. Siamo ospiti: lo siamo come vescovi, come preti, come religiose e religiosi, come cristiani. Per ospitare, in effetti, dobbiamo imparare a farci ospitare. Anche i luoghi in cui la secolarizzazione sembra più avanzata non sono terra di conquista, o di riconquista… Questo avviene solo se nella Chiesa camminiamo insieme, se la missione non è avventura eroica di qualcuno, ma testimonianza viva di un Corpo dalle molte membra”.
In questo senso la ‘croce’ è parte della missione: “Si manifesta già nella violenta reazione degli abitanti di Nazaret alla parola di Gesù la drammatica possibilità dell’incomprensione e del rifiuto… La croce è parte della missione: l’invio si fa più amaro e spaventoso, ma anche più gratuito e dirompente. L’occupazione imperialistica del mondo è allora interrotta dall’interno, la violenza che fino a oggi si fa legge è smascherata. Il Messia povero, prigioniero, rifiutato, precipita nel buio della morte, ma così porta alla luce una creazione nuova”.
Ma dopo la ‘crocefissione’ c’è la ‘resurrezione’, come aveva scritto san Oscar Romero: “Quante risurrezioni anche a noi è dato sperimentare, quando, liberi da un atteggiamento difensivo, discendiamo nel servizio come un seme nella terra! Nella vita, possiamo attraversare situazioni in cui tutto pare finito. Ci chiediamo allora se la missione sia stata inutile. E’ vero: a differenza di Gesù, noi viviamo anche fallimenti che dipendono dall’insufficienza nostra o altrui, spesso da un groviglio di responsabilità, di luci e ombre”.
L’omelia è terminata con il messaggio dell’Apocalisse (‘Grazia a voi e pace da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra’): “Questo saluto fa sintesi del cammino di Gesù in un mondo conteso tra potenze che lo devastano. Al suo interno sorge un popolo nuovo, non di vittime, ma di testimoni. In quest’ora oscura della storia è piaciuto a Dio inviarci a diffondere il profumo di Cristo dove regna l’odore della morte. Rinnoviamo il nostro ‘sì’ a questa missione che ci chiede unità e che porta la pace. Sì, noi ci siamo! Superiamo il senso di impotenza e di paura! Noi annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”.
(Foto: Santa Sede)
Card. Zuppi: la presenza dei cattolici è viva
“In effetti, se l’Anno giubilare si è concluso, non si è certo esaurito il desiderio di una speranza affidabile. Il mondo lo manifesta in tanti modi ed è nostro dovere aiutare a trovare la risposta. Quante tenebre chiedono credenti capaci di essere luce! Quante notti di tristezza e angoscia attendono sentinelle che sappiano indicare l’aurora!”: prendendo spunto dalla bolla giubilare ‘Spes non confundit’ ieri il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ha aperto i lavori della sessione invernale del consiglio episcopale permanente.
Nella prolusione il presidente dei vescovi italiani ha ricordato il viaggio di papa Leone XIV, dove ha riproposto la centralità di Gesù con domande decisive per la vita di ciascuno: “Ce ne rendiamo sempre più conto guardando all’attualità e lasciandoci interrogare da essa senza paura. Il punto focale non è la rincorsa compulsiva a ciò che avviene, ma la fatica e insieme la bellezza spirituale di scoprire nella realtà i segni dei tempi, senza i quali il Vangelo non entra nella storia e i cristiani finiscono per mettere la luce sotto il moggio. Ecco perché le domande segnalate da papa Leone sono determinanti per una testimonianza credibile nell’oggi”.
E’ stata un’analisi chiara in quanto la forza non migliora il mondo, come diceva Giorgio La Pira: “Il mondo è, infatti, segnato da un’incertezza profonda, che suscita un senso di instabilità. Questo è vero non solo per gli osservatori più attenti o per le persone direttamente coinvolte, ma per tutti, perché costituisce un clima percepito anche da chi è distratto o inconsapevole.
E’ il clima di quella che Giorgio La Pira, anni fa e profeticamente, chiamava ‘l’età della forza’. Questa non fornisce sicurezze, certezze e ordine, come si potrebbe credere, anzi! La forza, ancora di più se incredibilmente irride il diritto e i processi internazionali così faticosamente conquistati nei decenni passati, crea solo instabilità pericolosa a tutti i livelli e costringe a rinunciare alla via indispensabile del dialogo, del multilateralismo, del pensarsi insieme”.
Per questo ha chiesto una maggior cura delle ferite del prossimo, riferendosi al violento episodio accaduto a La Spezia: “Questo dramma ci interpella come comunità civile ed educativa. Ci ricorda quanto sia urgente accompagnare i giovani, ascoltarli davvero, non lasciarli soli nelle loro fragilità, nelle loro paure e nelle loro rabbie. L’educazione, in famiglia, a scuola e nelle comunità, è una responsabilità condivisa che non possiamo delegare né rimandare. Solo investendo nella relazione, nell’esempio e nella formazione delle coscienze possiamo costruire un futuro più umano e più giusto. Chiediamo al Signore di trasformare questo dolore in un impegno rinnovato per la vita, la convivenza e la speranza”.
Però davanti ad un aumento della violenza ed ad un smarrimento di responsabilità il card. Zuppi ha sottolineato che c’è un popolo che crede: “Nella nostra realtà spaesata esiste un popolo che, pur condividendo le difficoltà di tutti, ha fisso lo sguardo al Signore, speranza e consolazione. C’è un’Italia che cerca il volto di Dio e chiede di incontrare non idee o ennesimi consigli virtuali ma comunità, case di fraternità, relazioni umane disinteressate con cui vivere la speranza…
C’è un’Italia cristiana che vive con gioia e convinzione la sua vocazione. Ne abbiamo avuto la prova concreta, a livello di Chiese locali, nella celebrazione recente della chiusura del Giubileo nelle cattedrali o nelle chiese a ciò deputate. Il fervore, la partecipazione, il numero dei fedeli ha sorpreso la maggior parte di noi. In un certo senso ci ha rafforzato nella speranza, che poi era il tema del Giubileo”.
E’ stato un invito ad essere comunità: “Un’inaspettata sincronia e una grande comunione! Questo fa bene, fa molto bene, in un mondo diviso e conflittuale: la Chiesa è unita, pur essendo in molti popoli, segno di “unità del genere umano”. E’ un grande segno, che parla al mondo che sperimenta così tanto la divisione e pensa impossibile vivere insieme. La Chiesa è segno credibile che è possibile vivere in pace. E’ un dono che ci fa il Signore Gesù, che è la nostra pace! Non lasciamoci dividere dal clima di questo mondo e non portiamo nella Chiesa categorie mondane che non le appartengono, anzi la offendono e la indeboliscono! Il popolo di Dio ha sete di unità, perché ha sete di fede, di autentica esperienza dello Spirito e della Chiesa”.
E la bussola per la Chiesa è il cammino sinodale: “Durante l’Assemblea di novembre il card. Repole ha indicato alcuni punti che ritengo siano da tenere in debito conto per la fase che stiamo per vivere. Tra questi uno riguarda la consapevolezza di un certo scollamento tra la fede e la vita… Non siamo soli e nessuno è solo (ma anche nessuno si isoli!): il Cammino sinodale ha coinvolto centinaia di migliaia persone, molte delle quali hanno seguito il percorso dalla prima ora, impegnando tempo ed energie e acquisendo competenze preziose nelle dinamiche sinodali”.
Terminando l’intervento il card. Zuppi ha invitato gli italiani alla responsabilità: “Tra circa due mesi, il 22 e 23 marzo, gli italiani saranno chiamati ad esprimersi sul referendum costituzionale sulla giustizia. La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del CSM sono temi che, come Pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti. C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare”.
Responsabilità che richiama l’impegno alla vita democratica: “Autonomia ed indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti. In un clima generale di disimpegno, che affiora ogni volta che siamo convocati alle urne, sentiamo l’esigenza di ribadire l’importanza della partecipazione. Tutti noi parteciperemo, perché corresponsabili del bene comune del nostro Paese”.
E’ stato un invito esplicito al voto: “Invitiamo quindi tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali. L’augurio è che continui, anche dopo il referendum, l’attenzione sull’esercizio concreto della giurisdizione nel nostro Paese, snodo importante per la custodia del bene comune e il perseguimento della giustizia, che soffre di molte difficoltà. Su questi temi, come su tutti gli altri che interessano la nostra convivenza, ci auguriamo che sia sempre vivo un dialogo responsabile e costruttivo tra le forze sociali e culturali e le diverse parti politiche, nella ricerca del massimo consenso possibile attorno a soluzioni di bene”.
Altro punto ha riguardato il fine vita: “La vita ha un valore, sempre, nonostante la malattia, la fragilità, il limite. La risposta alla sofferenza non è offrire la morte, ma garantire forme di sostegno sociale, di assistenza sanitaria e sociosanitaria domiciliare continuativa, affinché il malato non si senta solo e le famiglie possano essere sostenute e accompagnate. Normative che legittimino il suicidio assistito e l’eutanasia rischiano invece di depotenziare l’impegno pubblico verso i più fragili e vulnerabili, spesso invisibili, che potrebbero convincersi di essere divenuti ormai un peso per i propri familiari e per l’intera società, decidendo di farsi anzitempo da parte, di togliere il disturbo.
Ribadiamo, pertanto, che nell’attuale assetto giuridico-normativo si scelgano e si rafforzino, a livello nazionale, interventi che tutelino nel miglior modo possibile la vita, favoriscano l’accompagnamento e la cura nella malattia, sostengano le famiglie nelle situazioni di sofferenza. Sentiamo altresì forte il dovere di ricordare a tutti che scegliere una morte anticipata, anche perché si pensa di non avere alternative, non è un atto individuale, ma incide profondamente sul tessuto di relazioni che costituisce la comunità, minando la coesione e la solidarietà su cui si fonda la convivenza civile”.
La vita si supporta attraverso una rete: “E’ proprio quando la persona diventa debole che ha bisogno di una rete che la supporti, che la aiuti a vivere al meglio la fase finale dell’esistenza. La presenza o l’assenza di questa presa in carico può essere lo spartiacque tra la scelta di vita e la richiesta di morte. In tale prospettiva, le cure palliative (che devono essere garantite a tutti, senza distinzioni sociali e geografiche, mentre ancora non sono applicate come stabilito) rappresentano un vero antidoto alle logiche che contemplano il suicidio assistito o l’eutanasia come opzioni percorribili. Logiche di morte che possono essere sovvertite anche con un impegno forte delle comunità cristiane, chiamate a farsi prossime a quanti si stanno accostando all’ultima fase della vita con responsabilità, carità e stile evangelico”.
Papa Leone XIV invita i diplomatici pontifici ad una ‘carità pensante’
“In occasione del 325° anniversario di fondazione, insieme con voi, rendo grazie al Signore per la lunga e feconda storia di questa benemerita Istituzione posta a servizio del Successore di Pietro”: in una Lettera alla Pontificia Accademia Ecclesiastica in occasione del 325^ anniversario di fondazione, il pontefice scrive che quella dei diplomatici del papa ‘non è tattica, ma carità pensante’.
Ha tracciato una piccola storia della diplomazia pontificia: “Nel 1701, per volontà di papa Clemente XI, prendeva avvio una missione tanto meritoria, della quale molti miei predecessori hanno custodito lo spirito e guidato la crescita, accompagnandone gli sviluppi alla luce delle esigenze che la Chiesa e la diplomazia hanno manifestato nel corso dei secoli. In anni più recenti, papa Francesco, con la Costituzione Apostolica ‘Praedicate Evangelium’ ha confermato la collocazione dell’Accademia all’interno della struttura della Segreteria di Stato, ponendola in connessione con la Sezione per il Personale di Ruolo Diplomatico della Santa Sede; poi, con il Chirografo Il Ministero Petrino, del 25 marzo 2025, l’ha qualificata come centro avanzato di alta formazione accademica e ricerca nelle Scienze Diplomatiche, quale diretto strumento dell’azione diplomatica della Santa Sede”.
Per il papa tale cammino offre una base non solo culturale, ma anche scientifica: “Queste ultime riforme manifestano lo scopo di offrire un curriculum formativo che, con una solida base scientifica, sia in grado di integrare competenze giuridiche, storiche, politiche, economiche e linguistiche e coniugarle con le doti umane e sacerdotali di giovani presbiteri. Ringrazio i Superiori e gli Alunni della Pontificia Accademia Ecclesiastica per il cammino di comunione e di rinnovamento intrapreso con spirito di fede e di disponibilità, accogliendo i cambiamenti senza dimenticare le radici”.
Infatti la diplomazia è una vocazione evngelica: “Auspico che questa fausta ricorrenza susciti negli Alunni un rinnovato impegno a perseverare nel cammino formativo, ricordando che il servizio diplomatico non è una professione, ma una vocazione pastorale: è l’arte evangelica dell’incontro, che cerca vie di riconciliazione là dove gli uomini innalzano muri e diffidenze. La nostra diplomazia, infatti, nasce dal Vangelo: non è tattica, ma carità pensante; non cerca né vincitori né vinti, non costruisce barriere, ma ricompone legami autentici”.
Inoltre la diplomazia necessita di ascolto per costruire ‘ponti’: “Per edificare questa comunione, ogni parola pronunciata richiede di essere preceduta dall’ascolto: ascolto di Dio e ascolto dei piccoli, di coloro la cui voce spesso non viene udita. I diplomatici del papa sono chiamati a essere ponti: ponti invisibili per sostenere, ponti saldi quando gli eventi sembrano difficili da arginare e ponti di speranza quando il bene vacilla”.
Il messaggio si conclude con l’invito ad imitare sant’Antonio, la cui festa ricorre oggi, per un dialogo con Dio: “Imitando sant’Antonio Abate, vostro patrono, che seppe trasformare il silenzio del deserto in dialogo fecondo con Dio, siate sacerdoti dalla profonda spiritualità, per attingere dalla preghiera la forza dell’incontro con gli altri. E mentre lo sguardo si apre alla missione che vi attende, affido ciascuno a Maria, Madre della Chiesa, perché vegli su di voi e vi renda docili alla volontà di Dio nel servizio alla sede di Pietro”.
La Pontificia Accademia Ecclesiastica era originariamente Accademia dei Nobili Ecclesiastici, uno dei diversi collegi romani dedicati alla formazione di chierici indirizzati alla vita ecclesiastica, ma non necessariamente sacerdotale. Durante il pontificato di papa Pio VI (1775-1799) fu destinata a formare nobili ecclesiastici venuti a Roma a perfezionarsi negli studi teologici e giuridici e tra il XVIII e il XIX secolo fu considerata luogo di formazione dell’élite ecclesiastica che aspirava a una carriera nella curia romana.
Con il tempo divenne fucina di diplomatici pontifici e papa Pio IX, nel regolamento emanato nel 1850, specificò che il suo scopo era quello ‘di formare i giovani ecclesiastici o per il servizio diplomatico della Santa Sede o per il servizio amministrativo in curia e nello Stato Pontificio’.
Con il tramonto del potere temporale, avvenuto nel 1870, venne meno la possibilità di impieghi nell’amministrazione dello Stato e rimase possibile solo la carriera diplomatica. Il pontificato di papa Leone XIII (1876-1903) introdusse per l’Accademia novità significative.
Il regolamento dispose un concorso per l’accesso alla carriera diplomatica e nel corso del tempo il programma accademico venne più volte innovato. Nel secondo dopoguerra, in piena guerra fredda, la diplomazia vaticana si fece arte di creare e mantenere l’ordine internazionale, d’instaurare rapporti umani, ragionevoli e giuridici tra i popoli mediante un’aperta e responsabile regolazione, ma anche arte della pazienza, del produrre la pace negli animi e nelle relazioni internazionali.
Nel 1969, con il motu proprio Sollicitudo omnium ecclesiarum papa san Paolo VI ribadì il dovere del papa di rendersi presente in modo adeguato in tutte le regioni della terra per svolgere il suo ufficio primaziale, come perpetuo e visibile principio e fondamento di unità, per sostenere le Chiese anche con la sua presenza, un compito che viene affidato all’inviato pontificio. Ne derivò l’esigenza, per l’Accademia, di formare sacerdoti che non solamente avessero un’adeguata preparazione tecnica e intellettuale, ma che fossero in grado di rappresentare il Sommo Pontefice e che avessero, quindi, una visione approfondita e vissuta dell’indole sacerdotale della missione diplomatica.
Nella giornata il segretario di Stato, card. Pietro Parolin, nella lectio magistralis ‘Pace e giustizia nell’azione della diplomazia della Santa Sede di fronte alle nuove sfide’ aveva evidenziato il ‘contesto a dir poco critico per le relazioni internazionali’ caratterizzato dai ‘segni della guerra, le violazioni della vita umana, le distruzioni, le incertezze e un diffuso senso di smarrimento’.
Infatti la forza delle armi, la volontà di potenza sono ormai il sostegno per le decisioni politiche e bisogna prendere atto che “l’ordine internazionale non è più quello che 80 anni or sono veniva delineato con l’istituzione dell’Onu, del Sistema delle Nazioni Unite e di nuove forme di intesa e collaborazione tra gli Stati formulate secondo il diritto internazionale e nell’ambito del diritto internazionale”.
Necessario dunque offrire risposte efficaci e soluzioni che “abbandonino l’idea dell’uso della forza, la volontà di potenza, il disprezzo delle regole… E’ il momento di concorrere allo sviluppo di una dottrina rispondente alla situazione odierna, che sia al tempo stesso una proposta educativa, di formazione e di ricerca”.
Per il segretario di Stato vaticano “il diritto degli Stati di garantire la propria sicurezza non autorizza ad attivare azioni o attacchi preventivi in forme sempre più lontane dalla legalità internazionale”. La pace, nel sentire comune, sembra possibile se si annienta il nemico e il nemico “può diventare un popolo, una Nazione, un’Istituzione o uno spazio economico che si oppone alla visione del più forte di turno”.
(Foto: Vatican Media)
A Sacrofano la 39^ edizione del Convegno nazionale giovani USC
Fino a lunedì 5 gennaio, presso la Fraterna Domus a Sacrofano (RM), si terrà il XXXIX Convegno nazionale giovani USC, promosso dall’ufficio di pastorale giovanile e vocazionale dei Missionari del Preziosissimo Sangue in collaborazione con le suore Adoratrici del Sangue di Cristo.
L’appuntamento, ormai consolidato nel tempo, riunirà circa 300 giovani dai 16 ai 30 anni, provenienti da diverse parti d’Italia per vivere un’esperienza di preghiera, fraternità e discernimento, arricchita dalle testimonianze di tanti ospiti. Il tema scelto per questa edizione, ‘Chi è freddo non riscalda’, tratto da una riflessione di san Gaspare del Bufalo, richiama con forza l’urgenza di una fede viva, capace di scaldare il cuore e trasformarsi in slancio missionario.
Durante le tre giornate, i partecipanti saranno coinvolti in momenti di ascolto, catechesi, laboratori, celebrazioni liturgiche e spazi di condivisione, con particolare attenzione alla dimensione vocazionale e alla responsabilità missionaria dei giovani oggi, come racconta don Valerio Volpi, direttore dell’ufficio di pastorale giovanile e vocazionale dei Missionari del Preziosissimo Sangue:
“Ad impreziosire questo nostro tempo insieme saranno le diverse testimonianze che si susseguiranno nel corso dei tre giorni. Da Pietro Sarubbi, noto ai più per il ruolo di Barabba nel celebre film di Mel Gibson, ai familiari della beata suor Maria Laura Mainetti, nella cui vita la missione ha trovato compimento fino al dono del sangue.
Sarà con noi anche la prof.ssa Antonella Anghinoni, che offrirà una catechesi biblica sul tema, mentre fra’ Antonio d’Errico ci guiderà alla scoperta del mondo dell’evangelizzazione digitale. Accanto alle celebrazioni liturgiche e ai momenti di lavoro in gruppo, vivremo insieme l’appuntamento più atteso del convegno: la solenne veglia eucaristica davanti al Santissimo Sacramento, per lasciarci accendere il cuore”.
Papa Leone XIV: senza cura delle vocazioni non c’è futuro della Chiesa
“Una fedeltà che genera futuro è ciò a cui i presbiteri sono chiamati anche oggi, nella consapevolezza che perseverare nella missione apostolica ci offre la possibilità di interrogarci sul futuro del ministero e di aiutare altri ad avvertire la gioia della vocazione presbiterale. Il 60° anniversario del Concilio Vaticano II, che ricorre in questo Anno giubilare, ci dà l’occasione di contemplare nuovamente il dono di questa fedeltà feconda, ricordando gli insegnamenti dei Decreti ‘Optatam totius’ e ‘Presbyterorum Ordinis’, promulgati rispettivamente il 28 ottobre e il 7 dicembre del 1965”: con questo anniversario esordisce la lettera ‘Una fedeltà che genera futuro’ di papa Leone XIV, che ha posto al centro il ministero sacerdotale.
Nella lettera il papa ha messo in evidenza la centralità della Chiesa nei due documenti: “Entrambi i documenti, infatti, si fondano saldamente sulla comprensione della Chiesa come Popolo di Dio pellegrinante nella storia e costituiscono una pietra miliare della riflessione circa la natura e la missione del ministero pastorale e la preparazione ad esso, conservando nel tempo grande freschezza e attualità. Invito, pertanto, a continuare la lettura di questi testi in seno alle comunità cristiane e il loro studio, in particolare nei Seminari e in tutti gli ambienti di preparazione e formazione al ministero ordinato”.
I due documenti conciliari hanno messo in risalto l’identità del ministero sacerdotale: “L’intento era quello di elaborare i presupposti necessari per formare le future generazioni di presbiteri secondo il rinnovamento promosso dal Concilio, tenendo salda l’identità ministeriale e al tempo stesso evidenziando nuove prospettive che integrassero la riflessione precedente, nell’ottica di un sano sviluppo dottrinale. Bisogna, quindi, farne una memoria viva, rispondendo all’appello a cogliere il mandato che questi Decreti hanno consegnato a tutta la Chiesa: rinvigorire sempre e ogni giorno il ministero presbiterale, attingendo forza dalla sua radice, che è il legame tra Cristo e la Chiesa, per essere, insieme a tutti i fedeli e a loro servizio, discepoli missionari secondo il suo Cuore”.
Ecco la fedeltà al sacerdozio che nasce dall’incontro personale con Gesù: “Il Signore della vita ci conosce e illumina il nostro cuore con il suo sguardo d’amore. Non si tratta solo di una voce interiore, ma di un impulso spirituale, che spesso ci arriva attraverso l’esempio di altri discepoli del Signore e che prende forma in una coraggiosa scelta di vita.
La fedeltà alla vocazione, soprattutto nel tempo della prova e della tentazione, si fortifica quando non ci dimentichiamo di quella voce, quando siamo capaci di ricordare con passione il suono della voce del Signore che ci ama, ci sceglie e ci chiama, affidandoci anche all’indispensabile accompagnamento di chi è esperto nella vita dello Spirito. L’eco di quella Parola è nel tempo il principio dell’unità interiore con Cristo, che risulta fondamentale e ineludibile nella vita apostolica”.
Infatti ogni “vocazione è un dono del Padre, che chiede di essere custodito con fedeltà in una dinamica di conversione permanente. L’obbedienza alla propria chiamata si costruisce ogni giorno attraverso l’ascolto della Parola di Dio, la celebrazione dei sacramenti (in particolare nel Sacrificio Eucaristico) l’evangelizzazione, la vicinanza agli ultimi e la fraternità presbiterale, attingendo alla preghiera come luogo eminente dove incontrare il Signore…
In questo senso si comprende ciò che ‘Optatam totius’ indica riguardo alla formazione sacerdotale, auspicando che non si fermi al tempo del Seminario, aprendo la strada a una formazione continua, permanente, in modo da costituire un dinamismo di costante rinnovamento umano, spirituale, intellettuale e pastorale”.
Ecco il motivo per cui la lettera papale invita alla cura della formazione: “Pertanto, tutti i presbiteri sono chiamati a curare sempre la propria formazione, per mantenere vivo il dono di Dio ricevuto con il sacramento dell’Ordine. La fedeltà alla chiamata, dunque, non è staticità o chiusura, ma un cammino di conversione quotidiana che conferma e fa maturare la vocazione ricevuta…
Sin dal momento della chiamata e dalla prima formazione, la bellezza e la costanza del cammino sono custodite dalla sequela Christi. Ogni pastore, infatti, prima ancora di dedicarsi alla guida del gregge, deve costantemente ricordare di essere egli stesso discepolo del Maestro, insieme ai fratelli e alle sorelle, perché ‘lungo tutta la vita si è sempre discepoli, con l’anelito costante a configurarsi a Cristo’. Solo questa relazione di sequela obbediente e di discepolato fedele può mantenere mente e cuore nella direzione giusta, nonostante gli sconvolgimenti che la vita può riservare”.
Un altro tema importante riguarda la fraternità: “All’interno di questa fondamentale fraternità che ha la sua radice nel Battesimo e unisce l’intero Popolo di Dio, il Concilio mette in luce il particolare legame fraterno tra i ministri ordinati, fondato nello stesso sacramento dell’Ordine… La fraternità presbiterale, quindi, prima ancora di essere un compito da realizzare, è un dono insito nella grazia dell’Ordinazione. Va riconosciuto che questo dono ci precede: non si costruisce soltanto con la buona volontà e in virtù di uno sforzo collettivo, ma è dono della Grazia, che ci rende partecipi del ministero del Vescovo e si attua nella comunione con lui e con i confratelli”.
Fraternità che è un richiamo alla comunione: “Essere fedeli alla comunione significa in primo luogo superare la tentazione dell’individualismo che mal si coniuga con l’azione missionaria ed evangelizzatrice che riguarda sempre la Chiesa nel suo insieme. Non a caso il Concilio Vaticano II ha parlato dei presbiteri quasi sempre al plurale: nessun pastore esiste da solo! Il Signore stesso ‘ne costituì Dodici, che chiamò apostoli, perché stessero con lui’: ciò significa che non può esistere un ministero slegato dalla comunione con Gesù Cristo e con il suo corpo, che è la Chiesa.
Rendere sempre più visibile questa dimensione relazionale e comunionale del ministero ordinato, nella consapevolezza che l’unità della Chiesa deriva dall’ ‘unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo’, è una delle sfide principali per il futuro, soprattutto in un mondo segnato da guerre, divisioni e discordie”.
Ma la comunione non è sinonimo di appiattimento personale: “E’ importante che nei presbitéri diocesani, grazie al discernimento del Vescovo, si riesca a trovare un punto di equilibrio fra la valorizzazione di questi doni e la custodia della comunione. La scuola della sinodalità, in questa prospettiva, può aiutare tutti a maturare interiormente l’accoglienza dei diversi carismi in una sintesi che consolidi la comunione del presbiterio, fedele al Vangelo e agli insegnamenti della Chiesa…
La bellezza di una Chiesa fatta di presbiteri e diaconi che collaborano, uniti dalla stessa passione per il Vangelo e attenti ai più poveri, diventa una testimonianza luminosa di comunione. Secondo la parola di Gesù, è da questa unità, radicata nell’amore reciproco, che l’annuncio cristiano riceve credibilità e forza. Per questo il ministero diaconale, specie quando viene vissuto in comunione con la propria famiglia, è un dono da conoscere, valorizzare e sostenere. Il servizio, discreto ma essenziale, di uomini dediti alla carità ci ricorda che la missione non si compie con grandi gesti, ma uniti dalla passione per il Regno e con la fedeltà quotidiana al Vangelo”.
Ed ha invitato a costruire la sinodalità tra sacerdoti: “E’ importante che nei presbitéri diocesani, grazie al discernimento del Vescovo, si riesca a trovare un punto di equilibrio fra la valorizzazione di questi doni e la custodia della comunione. La scuola della sinodalità, in questa prospettiva, può aiutare tutti a maturare interiormente l’accoglienza dei diversi carismi in una sintesi che consolidi la comunione del presbiterio, fedele al Vangelo e agli insegnamenti della Chiesa… La bellezza di una Chiesa fatta di presbiteri e diaconi che collaborano, uniti dalla stessa passione per il Vangelo e attenti ai più poveri, diventa una testimonianza luminosa di comunione. Secondo la parola di Gesù, è da questa unità, radicata nell’amore reciproco, che l’annuncio cristiano riceve credibilità e forza”.
Tale armonia è raggiunta mettendo al centro dell’azione sacerdotale il mistero pasquale: “L’armonia tra contemplazione e azione è da ricercare non tramite l’adozione affannosa di schemi operativi o mediante un semplice bilanciamento delle attività, ma assumendo come centrale nel ministero la dimensione pasquale. Donarsi senza riserve, in ogni caso, non può e non deve comportare la rinuncia alla preghiera, allo studio, alla fraternità sacerdotale, ma al contrario diventa l’orizzonte in cui tutto è compreso nella misura in cui è orientato al Signore Gesù, morto e risorto per la salvezza del mondo. In tal modo si attuano anche le promesse fatte nell’Ordinazione che, insieme al distacco dai beni materiali, realizzano nel cuore del presbitero una perseverante ricerca e adesione alla volontà di Dio, facendo così trasparire Cristo in ogni sua azione”.
Infine il papa ha chiesto di fornire una proposta ‘forte’ per i giovani: “Insieme alla preghiera, però, la carenza di vocazioni al presbiterato (soprattutto in alcune regioni del mondo) chiede a tutti una verifica sulla generatività delle prassi pastorali della Chiesa. E’ vero che spesso i motivi di questa crisi possono essere vari e molteplici e, in particolar modo, dipendere dal contesto socio-culturale, ma, allo stesso tempo, occorre che abbiamo il coraggio di fare ai giovani proposte forti e liberanti e che nelle Chiese particolari crescano ‘ambienti e forme di pastorale giovanile impregnati di Vangelo, dove possano manifestarsi e maturare le vocazioni al dono totale di sé’… Ricordiamolo: non c’è futuro senza la cura di tutte le vocazioni!”
Simone Stifani: la disabilità non è una vocazione
“Ricevere la cura può sembrare un’azione passiva (e per certi versi lo è), ma essa in quanto tale nasconde un possibile pericolo: quello della possibile perdita della propria identità. Si può ricevere la cura quasi come se fossimo unicamente fissati in una postura passiva di ricezione. In realtà, però, se non facciamo scendere nel profondo di noi stessi tale realtà, allora la cura rimarrà a un livello troppo superficiale…
Accogliere la cura in un modo fecondo e consapevole significa riappropriarsi della consapevolezza della propria fragilità e del proprio limite, di cui appunto occorre aver cura. Ad un livello più profondo, però: quello della vita interiore, oggi davvero trascurata”: così scrive il giornalista di ‘Radio Orantes’ del monastero benedettino San Giovanni Evangelista di Lecce e collaboratore della rivista ‘Benedictina’ del Centro storico benedettino italiano, laureato in Scienze religiose, Simone Stifani, nel libro ‘La disabilità non è una vocazione’, scritto insieme a fratel Luciano Manicardi, già priore della comunità monastica di Bose.
Quindi la cura è una responsabilità: “Aver cura è una responsabilità che ci fa evitare di dare quelle risposte che sono scappatoie al non senso della vita, al non senso del limite della disabilità. Come diceva Dietrich Bohnoeffer, Dio non è la risposta tappabuchi posta innanzi all’incapacità della nostra società di includere e riconoscere la vita nella propria vita.
Aver cura di noi stessi significa allora far rinascere dentro di noi quella vita che non si lascia definire dal limite, ma che partendo dalla consapevolezza della sua presenza riesce a far fiorire una vita nuova e generare nuova fecondità, una fecondità pasquale che possa anche aiutare il mondo, la società, a divenire realmente ciò che è chiamata ad essere: famiglia umana che ‘muta il proprio lamento in danza’, come dice il salmista”.
Quindi chiediamo a lui, che è conoscitore delle sfide legate alla condizione di disabilità, in quanto le vive direttamente, di spiegarci il motivo per cui la disabilità non è una vocazione: “La disabilità non è una vocazione in quanto essa non può definire la persona umana. Spesso, infatti, si riduce la persona al limite che vive legando la propria esperienza umana alla condizione di disabilità vissuta.
In realtà, la disabilità è soltanto una possibilità dell’umano che si esprime nonostante il proprio limite. Proprio per questo, allora, occorre fuggire da ogni logica settaria ed escludente: ogni persona con disabilità, proprio perché persona umana, ha infinite possibilità di espressione e realizzazione di sé che non coincidono col limite ma lo trascendono.
Si tratta di operare, come per tutti, un discernimento su quale talento Dio ha dato a ciascuno di noi e guardarsi come Lui ci guarda: come ad un dono prezioso e unico per il mondo che chiede di essere condiviso, andando oltre quella che potrebbe essere considerata l’unica vocazione della persona con disabilità: l’offerta della propria sofferenza come redenzione per l’umanità”.
Però si pensa ancora che la disabilità sia una ‘punizione’: perché molti la considerano un ‘castigo’ di Dio?
“Questa riflessione si perde nella notte dei tempi. Per molti la disabilità, la sofferenza era considerata la conseguenza del peccato. Altrove, la disabilità è intesa come opportunità preziosa concessa da Dio ad anime elette per espiare il male nel mondo che altrimenti richiederebbe il castigo, la vendetta di Dio.
In questo caso la persona con disabilità funzionerebbe un po’ come un parafulmine a favore di tutti. Gesù stesso, invece, nei Vangeli condanna tale logica dicendo che è la vita umana, sconfinata e liberante, ad essere mezzo per glorificare Dio e che la sua Pasqua ha già salvato e liberato ciascuno di noi”.
Come superare questa ‘mentalità’?
“Va superata con una seria e serena riflessione teologica ed esistenziale che prenda in considerazione la vita umana con le sue contraddizioni, i suoi limiti riscoprendo quale sia il vero volto di Dio. Annunciare quel Dio di Gesù che non castiga, non dona la sofferenza facendo sentire privilegiato chi la riceve ma a tutti chiede, all’interno di quella sofferenza, di diventare dono per gli altri nonostante tutto. Come fare concretamente?
Il sinodo voluto da papa Francesco ci sta indicando la strada. A mio avviso occorre tornare a dare spessore alla vita interiore delle nostre comunità cristiane. Soltanto così, allora, si innescheranno in esse dei processi operativi molto concreti volti a compiere quel passaggio tanto desiderato da papa Francesco: passare dalla logica dell’io a quella del noi”.
Allora in quale modo è possibile vivere il ‘limite’ della disabilità?
“Occorre innanzitutto evitare di far finta che il limite non esista. Occorre accoglierlo, farci i conti, lasciarsi ferire da esso. Soltanto in questo modo si potrà poi lottare affinché non sia esso a decidere la nostra felicità, guardando così alla bellezza insita nella propria vita, una bellezza ferita e proprio per questo realmente autentica”.
In cosa consiste la grazia della debolezza?
“Dostoevskij nel suo Epistolario ha scritto che ‘nel dolore la verità si fa più chiara’. È proprio ciò che vivo anch’io. Da questa posizione in cui io mi trovo si vede il mondo, si legge la realtà, si vivono le relazioni, si ascoltano parole in modo totalmente altro.
La debolezza diventa opportunità per sviluppare uno sguardo diverso anche su noi stessi. Essa costringe a fare i conti con quei desideri buoni che non possono essere realizzati. Occorre allora fare discernimento su quanto il cuore desidera e ciò che esso può realmente vivere. Questa è una vera ascesi difficile ma necessaria perché soltanto così la vita può finalmente fiorire nella sua verità”.
Nella Chiesa quale ‘posto’ ha la persona con disabilità?
“Occorre riconoscere che la Chiesa, soprattutto quella italiana di cui evidentemente ho maggiore esperienza, ha fatto molti passi da gigante, forse un po’ con il freno a mano. L’imprescindibile presenza del Servizio Nazionale della Pastorale per le persone con disabilità della CEI ha rotto gli argini, ha costruito ponti ed ha soprattutto allargato i confini più ristretti della nostra pastorale ordinaria. Molto ancora deve essere fatto affinché si passi da una pastorale parrocchiale e diocesana in cui la persona con disabilità non sia un mero oggetto di poche attenzioni ma diventi protagonista, soggetto attivo della pastorale in ambito liturgico, catechetico, comunicativo…
Penso sia necessario, come ha chiesto il recente documento finale approvato dall’Assemblea Sinodale delle Chiese in Italia, che ciascuna diocesi o metropolia si doti di un Servizio per la pastorale delle persone con disabilità o che includa all’interno del Consiglio Pastorale diocesano almeno una persona con disabilità in modo tale che ogni Chiesa locale guardi a se stessa e viva se stessa attraverso coloro che vivono il limite in prima persona, non più delegando il proprio sentire ad altri”.
Si può proporre ora Ermanno lo storpio come ‘profeta’ per i nostri tempi?
“Ermanno detto ‘lo storpio’ o ‘il contratto’ a causa della sua grave disabilità è un monaco benedettino tedesco vissuto nell’anno 1000, che a dispetto della sua disabilità e della concezione del suo tempo, si distinse per i suoi molti talenti: esperto di astronomia, storia, liturgia è divenuto l’emblema che la disabilità non è una vocazione e che la vita è molto più sconfinata di quello che potremmo pensare. E’ un profeta in quanto, già nel suo tempo, non si è crogiolato nel proprio dolore ma ha dimostrato che Dio aveva arricchito di molti doni naturali la sua umanità. Occorre riproporlo con forza ancora una volta oggi, soprattutto per i nostri tempi, per la nostra società civile malata di efficientismo, per la quale si esiste solo se si risponde a determinati cliché”.
(Tratto da Aci Stampa)





























