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Il cardinale De Giorgi: Fratel Biagio, un segno profetico per Palermo
Il Cardinale Salvatore De Giorgi ha dedicato tutta la sua vita a Gesù Cristo e alla Chiesa. Ora ha 95 anni e si trova a Roma, abita accanto alla Cattedrale di San Pietro. E’ stato vicino, a Palermo, a un interprete autentico del Vangelo dei nostri tempi, fratel Biagio; ha collaborato con papa Benedetto XVI, con papa Francesco e sta collaborando con papa Leone XIV. Ora lui ci indica, come grande uomo di Chiesa, la via più sicura della santità.
Nato nel 1930, nel 1941 da Vernole è stato trasferito a Lecce nel Seminario diocesano; nel 1946 a Molfetta in quello regionale; nel 1953 a Lecce da sacerdote e nel 1958 come parroco; nel 1974 a Oria come Vescovo; nel 1981 a Foggia-Bovino-Troia, come Arcivescovo; nel 1987 a Taranto; nel 1990 a Roma come Assistente generale dell’Azione Cattolica Italiana; nel 1996 a Palermo e nel 2007 di nuovo a Roma in più diretta collaborazione prima con papa Benedetto XVI, poi con papa Francesco ed ora con papa Leone XIV. Ancora oggi è una risorsa per la Chiesa e per tutta la società per la sua grande cultura, umiltà e fede profonda. Gli abbiamo posto alcune domande.
Cardinale De Giorgi, quando era a Palermo nel suo ministero ha conosciuto Fratel Biagio, che ricordo serba nel suo cuore?
“San Francesco di Palermo.così ho conosciuto e definito fratel Biagio Conte nel mio indimenticabile servizio episcopale a Palermo. Così mi è apparso sin dal mio primo incontro con lui in Cattedrale il 25 maggio 1996. E tra i primi miei impegni pastorali è stato quello di rendermi conto di quanto Dio operava per mezzo di lui in via Decollati, trasformando ruderi abbandonati in una dignitosa villetta di accoglienza di quanti distrutti nella loro dignità dall’alcool e dalla droga erano soli e rifiutati dalla società, dei poveri senza cibo e senza casa, dei sempre più numerosi migranti di ogni razza, cultura e religione.
Mi resi conto che Biagio era per la Chiesa di Palermo un segno profetico dato dal Signore per essere più operosa e concreta nel privilegiare e aiutare gli ultimi, i suoi prediletti, con i quali Gesù ha voluto identificarsi ritenendo fatto o non fatto a sé quanto noi abbiamo fatto o non fatto a loro.
Biagio ne era fermissimamente convinto, e con i fatti più che con le parole, sorretto dalla preghiera e dalla penitenza, confidando nell’aiuto del Signore soprattutto nei momenti più difficili, si è donato e consacrato a lui servendolo appassionatamente nei suoi prediletti.
Preferiva dormire in una tenda per assicurare un posto a chi lo chiedeva stando fuori all’aperto. E grande era la sua e la mia gioia quando nelle grandi feste religiose ero a mensa con i suoi prediletti, alcuni dei quali si sono rivelati dei veri geni una volta liberati da distruttive dipendenze. Ha fatto suo quanto papa Francesco non si stancava di suggerire nel comportarci con gli immigrati: accoglierli, accompagnarli, promuoverli, integrarli”.
Lei ha dovuto occuparsi delle istanze di Fratel Biagio?
“Gli sono stato vicino quando chiese al Comune un altro rudere per farne una dignitosa Casa di accoglienza per donne povere o immigrate, divenute sempre più numerose, servite dalle brave sorelle che, come Santa Chiara con San Francesco, hanno voluto seguire l’esempio di fratello Biagio.
Gli sono stato vicino in modo particolare quando con un gesto tipico dei profeti più coraggiosi occupò un terreno abbandonato dello Stato: a suo fianco ho dovuto mediare con la magistratura e le alte autorità statali per fargli ottenere metà di quel terreno. E lui, valorizzando le diverse capacità e mansioni dei suoi ospiti, ha trasformato i ruderi della seconda guerra mondiale in abitazioni decorose per centinaia di immigrati. E per me resta indelebile il ricordo della celebrazione del 50° della mia Ordinazione sacerdotale insieme ai vescovi siciliani: sedevamo a mensa insieme a oltre seicento immigrati.
Anche da lontano gli sono stato vicino spiritualmente nelle sue peregrinazioni in tante parti del mondo per annunciare e testimoniare il Vangelo della concordia, della giustizia, della misericordia e della pace all’insegna della grande Croce che portava sempre con sé e sulla quale si è immolato nell’ultima malattia, come ho potuto comprendere nell’ultima telefonata fattagli alcuni giorni prima.
Palermo ha perduto certamente in terra un grande profeta e operatore nella Missione di Speranza e Carità, ma ora ha nel cielo un intercessore con Cristo per una sempre più viva consapevolezza di progredire camminando con i poveri e operando a favore dei poveri”.
Ora lei si trova a Roma in Vaticano, come vive le sue giornate?
«Dal febbraio 2007, lasciata Palermo per raggiunti limiti di età, sono a Roma. Ed ora superati i 95 anni sono nell’attesa dell’ultimo dei molti trasferimenti che la Volontà Divina ha disposto nel corso di questi lunghi anni, dicendomi come ad Abramo: ‘Lascia la tua terra e va’ dove io ti indicherò’. Vivo solo con una sorella di 88 anni che fa tutto in casa, dalla cucina alla pulizia delle stanze da letto, da quella da pranzo alla Cappella personale. Viviamo come in un monastero, alternando la preghiera, che è il primo dovere di un Vescovo, al lavoro apostolico dal quale per un sacerdote non si va mai in pensione.
E come in ogni monastero osserviamo la regola degli orari. La Liturgia delle Ore con la Santa Messa la mattina, il Rosario il pomeriggio, l’Adorazione eucaristica e i Vespri la sera. Se il lavoro di mia sorella è quello domestico, il mio è molteplice. Anzitutto la collaborazione col papa sia negli incontri collegiali come i Concistori e le Congregazioni previe al Conclave, sia per particolari incarichi personali, come il rappresentarlo in tre beatificazioni, di un religioso, il martire Francesco Spoto, di un laico, il prof. Giuseppe Toniolo, e di un sacerdote il martire don Giuseppe Puglisi”.
Lei continua a studiare ed a prepararsi?
“Per tutto questo occorre continuare a studiare, leggere, approfondire, tenersi aggiornati sulla vita e il Magistero della Chiesa, senza trascurare quanto accade in un mondo sempre più lontano da Dio e devastato da molteplici guerre disumane e senza fine. Doverosa è la partecipazione alle Celebrazioni Liturgiche del Santo Padre, e molto utile quella a eventi culturali in Vaticano o a Roma.
Prezioso lavoro apostolico per me è la visita agli ammalati e ai carcerati, celebrare i Sacramenti nelle parrocchie di Roma e non solo, come anche accogliere inviti di Vescovi a presiedere Concelebrazioni Eucaristiche nelle loro diocesi. E lavoro apostolico non meno prezioso è accogliere con gioia ospitale visite di vescovi, di sacerdoti, di laici, di famiglie che vengono a salutarmi o a chiedere consigli.
Una particolare attenzione ho il dovere di porre alla Fondazione Vaticana che porta il mio nome e che da 15 anni sotto il Pontificato di Benedetto XVI ho costituito e col successivo incoraggiamento di papa Francesco ho promosso per aiutare seminaristi bisognosi italiani, africani, siriani, iracheni, palestinesi, albanesi, ma anche studenti universitari, e i poveri in genere.
Sono questi i tanti benefici del Signore che ogni giorno ringrazio con l’invito del Salmista: ‘Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo Nome. Non dimenticare i tanti suoi benefici’. Sono tutti doni della Volontà Divina e della gratuita Benevolenza del Signore al quale mi sono affidato e mi affido con immensa fiducia, lodandolo, adorandolo, benedicendolo e ringraziandolo ogni giorno con ferma fede e crescente amore”.
Lei è pugliese ed è venuto a conoscenza della serva di Dio Luisa Piccarreta che ha vergato i volumi di Libro di Cielo, in cui sono riportati i dialoghi tra Gesù e Luisa. Cosa può dirci in merito?
“Questi scritti della Serva di Dio Luisa Piccarreta, sono stati approvati da un grande santo siciliano, Annibale di Francia. È l’invito a prendere sempre più coscienza della primaria e fondamentale vocazione di ogni cristiano alla santità, anima, garanzia e forza propulsiva della missione alla quale tutti indistintamente siamo chiamati, anche se per tutta la vita in un letto di dolori, come Luisa.
Divenuti col Battesimo figli adottivi di Dio siamo diventati anche partecipi della sua vita e della sua santità e tale santità siamo chiamati a testimoniare nelle ordinarie condizioni della nostra vita. Dono della volontà e della benevolenza divina, la santità è anche impegno della nostra volontà umana, risposta del nostro umile amore al suo immenso Amore gratuito, preveniente e infinito”.
Luisa Piccarreta con questi scritti ci ha indicato la strada della santità Divina?
“Con amore straordinario Luisa ha risposto all’Amore di Gesù, abbandonandosi totalmente alla sua volontà. E nel vivere nella Volontà Divina di Gesù, conformando ad essa la propria vita, ha individuato la via più sicura della santità.
Eccezionali sono stati i doni mistici di cui l’ha colmata Gesù, ma eccezionale è stata anche la risposta di Luisa in un progressivo e crescente amore sponsale sul fondamento di una umiltà sincera e con la garanzia di una obbedienza assoluta ai confessori, ai vescovi e soprattutto alla Santa Sede, sino a riprovare e condannare nei suoi scritti ciò che la Chiesa riprovava e condannava. Una lezione di grande attualità.
Una risposta di amore, la sua, maturata alla scuola costante della Passione del Signore che meditava e riviveva ogni giorno nelle sue membra, nutrita al convito della Eucaristia della quale era ardentemente appassionata, coltivata in unione alla Vergine Santa della quale era teneramente innamorata, maturata nel silenzio adorante della lunga preghiera e nei dialoghi intimi con lo Sposo divino, immobile e impietrita dal dolore nella notte, manifestava la sua gioia pasquale durante il giorno e dal suo letto accoglieva sorridente le persone confortandole come messaggera e missionaria della Divina volontà.
Discepoli e missionari della Divina Volontà invita ad essere anche noi, perché nelle ore della gioia come in quelle immancabili del dolore, recitando il ‘Padre nostro’, possiamo dire col cuore e con la vita più che con le labbra ‘Sia fatta la tua volontà come in cielo cosi in terra’.
È la Volontà Divina la fonte inesauribile della serenità e della pace, la sorgente sempre viva della conversione e della santità, il dono perenne della gioia terrena che ci fa pregustare quella eterna. E’ quanto auguro di cuore a voi ed a me”.
Sono questi gli uomini della Chiesa, che ti fanno toccare con mano la bellezza del Vangelo. Un innamorato di Gesù Cristo, che in ogni dove, ad ogni passo della sua vita, testimonia con coerenza e grande umiltà.
(Tratto da l’altroparlante)
Giornata mondiale del Migrante, Maimone: ‘In Fratelli Tutti papa Francesco indica nei migranti una risorsa e una presenza di Dio’
Si è svolta nella Sala Affreschi di Palazzo Isimbardi, sede della Città Metropolitana di Milano, la commemorazione della Giornata Internazionale del Migrante, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e celebrata ogni anno il 18 dicembre, con l’obiettivo di promuovere una riflessione globale sui fenomeni migratori e sul valore della dignità umana.
Nel corso dell’incontro, Biagio Maimone, Direttore della Comunicazione della Fondazione Bambino Gesù del Cairo e Coordinatore per l’Italia della Rete Mondiale del Turismo Religioso, ha evidenziato come “i migranti rappresentino una risorsa imprescindibile per la società contemporanea, non soltanto in termini di contributo economico e occupazionale, ma anche come promotori di innovazione sociale, culturale ed economica”. Maimone ha sottolineato che “la storia italiana è profondamente segnata dall’esperienza migratoria: anche noi italiani siamo stati, e continuiamo a essere, un popolo di migranti in molte parti del mondo. Comprendere chi oggi giunge nel nostro Paese in cerca di un progetto di vita significa riconoscere una dimensione essenziale della nostra stessa identità storica e culturale”.
Ha quindi affermato: “La mia fede cristiana va oltre ogni preconcetto nei confronti dei migranti e si fonda sui verbi dell’accoglienza e dell’amore, nella consapevolezza, come ricorda Papa Francesco nell’enciclica Fratelli Tutti, che ‘nessuno si salva da solo’ e che l’umanità è chiamata a riconoscersi come una sola famiglia, al di là di ogni confine geografico, culturale o sociale”.
Maimone ha aggiunto: “Chi sceglie di vivere nel nostro Paese è chiamato a un autentico percorso di integrazione, fondato sul rispetto delle tradizioni, della cultura e della nostra religione, elementi costitutivi dell’identità nazionale. Parallelamente, la società di accoglienza è chiamata a riconoscere e valorizzare le diversità culturali, sociali e religiose come una ricchezza e una risorsa per il bene comune.
È doveroso ricordare che anche noi italiani siamo stati, nel corso della nostra storia, un popolo di migranti e che lo siamo tuttora in molte parti del mondo; per questo motivo, comprendere chi oggi giunge nel nostro Paese in cerca di un progetto di vita significa riconoscere una dimensione fondamentale della nostra memoria collettiva.
Le differenze, se adeguatamente accompagnate da politiche inclusive, non rappresentano un fattore di debolezza, bensì un punto di forza capace di arricchire il tessuto sociale e di rafforzare la coesione e la responsabilità civica. Fenomeni come quello dei giovani definiti “Maranza” non possono essere ricondotti all’origine migratoria, ma sono piuttosto il risultato della carenza di politiche efficaci di inserimento sociale, educativo e culturale”.
Nel suo intervento, Maimone ha inoltre richiamato il magistero di Papa Francesco, sottolineando come nell’enciclica Fratelli Tutti venga ribadita con forza la responsabilità morale e sociale dell’accoglienza, invitando a costruire ponti e non muri e a promuovere una cultura dell’incontro fondata sul rispetto, sulla dignità della persona e sull’amore evangelico: “Accogliere i migranti significa accogliere Dio”.
Maimone ha poi ricordato come la Chiesa missionaria di papa Leone XIV e l’insegnamento di Papa Francesco invitino a riconoscere ogni persona migrante come figlio di Dio e a promuovere una missione concreta di accoglienza e di fraternità universale. In tale prospettiva, ha evidenziato il ruolo centrale dell’educazione preventiva e della comunicazione socio-umanitaria nella costruzione di comunità inclusive e resilienti, capaci di ridurre la marginalità e di favorire il dialogo e la fiducia reciproca tra i popoli.
L’evento, intitolato ‘Nuovi Italiani Ambasciatori Culturali di Milano e del proprio Paese di Origine’, è stato moderato da Patrizia Adamo, Direttrice Generale del Programma RUMBA TV, e da Héctor Villanueva, ideatore della Campagna Mondiale ‘Milano Siamo Noi!’ e CEO dell’Expo dei Popoli, delle Culture e della Solidarietà.
Anche le le ACLI hanno ribadito il proprio impegno a tutela dei diritti, della dignità e della sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori stranieri presenti in Italia:”Negli ultimi mesi, attraverso il lavoro quotidiano dei nostri servizi e dei nostri sportelli, abbiamo registrato le gravi criticità generate dal Decreto Flussi: ritardi significativi nelle procedure, truffe ai danni dei richiedenti, pratiche impossibili da completare, promesse di lavoro mai concretizzate e, soprattutto, l’emersione di migliaia di persone scivolate nell’irregolarità non per scelta, ma per le falle di un sistema che non riesce a garantire un incontro reale e trasparente tra domanda e offerta di lavoro”.
Queste problematiche sono state più volte evidenziate dalle ACLI e dal Patronato Acli nelle audizioni parlamentari, incluso l’ultimo esame del disegno di legge di conversione del decreto n. 146/2025, con la richiesta di soluzioni correttive e di un ripensamento complessivo della legge quadro sull’immigrazione:
“I numeri parlano chiaro: nel 2024 le domande presentate sono state 119.890, ma solo 9.331 si sono tradotte in un contratto di lavoro effettivo. Significa che oltre 110.000 persone sono rimaste intrappolate nelle pieghe del sistema, diventando di fatto invisibili e irregolari pur avendo seguito tutte le procedure previste”.
Per queste ragioni, le ACLI hanno promosso l’appello al Governo affinché venga introdotto un permesso di soggiorno per attesa occupazione per tutte le persone penalizzate dal meccanismo dei Flussi. Si tratta di una misura semplice, immediata e necessaria, capace di restituire dignità a uomini e donne che hanno investito risorse ed energie nella speranza di costruire in Italia un percorso di vita regolare e sicuro.
Papa Leone XIV invita la Chiesa libanese ad aprire strade di rinascita
“Ringrazio il Superiore Generale per le sue parole e per l’accoglienza in questo bel Monastero di Annaya. Anche la natura che circonda questa casa di preghiera ci attrae con la sua bellezza austera. Rendo grazie a Dio che mi ha concesso di venire pellegrino alla tomba di San Charbel. I miei Predecessori (penso specialmente a san Paolo VI, che lo ha beatificato e canonizzato) l’avrebbero tanto desiderato. Carissimi, che cosa ci insegna oggi San Charbel? Qual è l’eredità di quest’uomo che non scrisse nulla, che visse nascosto e taciturno, ma la cui fama si è diffusa nel mondo intero?”: dopo i saluti istituzionali di ieri, oggi papa Leone XIV ha iniziato il viaggio apostolico in Libano visitando il monastero di san Maroun ad Annaya, dove è sepolto san Charbel Maklūf, canonizzato da papa san Paolo VI, nel 1977.
Il papa parla di questo monaco, al quale si attribuiscono oltre 29.000 miracoli di guarigione, per riflettere sui suoi insegnamenti ancora attuali: “… lo Spirito Santo lo ha plasmato, perché a chi vive senza Dio insegnasse la preghiera, a chi vive nel rumore insegnasse il silenzio, a chi vive per apparire insegnasse la modestia, a chi cerca le ricchezze insegnasse la povertà.
Sono tutti comportamenti contro-corrente, ma proprio per questo ne siamo attratti, come l’acqua fresca e pura per chi cammina in un deserto. In particolare, a noi vescovi e ministri ordinati, san Charbel richiama le esigenze evangeliche della nostra vocazione. Ma la sua coerenza, tanto radicale quanto umile, è un messaggio per tutti i cristiani”.
Pregando sulla sua tomba ha sottolineato la sua continua intercessione a Dio: “San Charbel non ha mai smesso di intercedere per noi presso il Padre Celeste, fonte di ogni bene e di ogni grazia. Già durante la sua vita terrena molti andavano da lui per ricevere dal Signore conforto, perdono, consiglio. Dopo la sua morte tutto questo si è moltiplicato ed è diventato come un fiume di misericordia. Anche per questo, ogni 22 del mese, ci sono migliaia di pellegrini che vengono qui da diversi Paesi per passare una giornata di preghiera e di ristoro dell’anima e del corpo”.
Offrendo la lampada ha chiesto al santo libanese pace e comunione: “Per la Chiesa chiediamo comunione, unità: a partire dalle famiglie, piccole chiese domestiche, e poi nelle comunità parrocchiali e diocesane, fino alla Chiesa universale. Comunione, unità. E per il mondo chiediamo pace. Specialmente la imploriamo per il Libano e per tutto il Levante. Ma sappiamo bene (ed i santi ce lo ricordano) che non c’è pace senza conversione dei cuori. Perciò san Charbel ci aiuti a rivolgerci a Dio e a chiedere il dono della conversione per tutti noi”.
Per questo ha donato una lampada, affinché si possa camminare nella ‘luce del Signore’: “Carissimi, come simbolo della luce che qui Dio ha acceso mediante San Charbel, ho portato in dono una lampada. Offrendo questa lampada affido alla protezione di san Charbel il Libano e il suo popolo, perché cammini sempre nella luce di Cristo. Grazie a Dio per il dono di san Charbel! Grazie a voi, che ne custodite la memoria. Camminate nella luce del Signore!”
Al termine della visita il papa si è recato al Santuario mariano di Harissa, dove ha incontra presuli, clero e consacrati che hanno raccontano storie di solidarietà, guerra, migrazione e di pastorale carceraria, ai quali ha ricordato il motto del viaggio: “Le testimonianze che abbiamo ascoltato (grazie a ciascuno di voi!) ci dicono che queste parole non sono state vane, anzi, che hanno trovato ascolto e risposta, perché qui si continua a costruire comunione nella carità”.
Ringraziando il patriarca il patriarca della Chiesa armena cattolica il papa ha sottolineato il valore della preghiera: “Nelle parole del Patriarca, che ringrazio di cuore, possiamo cogliere la radice di questa tenacia, simboleggiata dalla grotta silenziosa in cui san Charbel pregava davanti all’immagine della Madre di Dio, e dalla presenza di questo Santuario di Harissa, segno di unità per tutto il Popolo libanese.
E’ nello stare con Maria presso la Croce di Gesù che la nostra preghiera, ponte invisibile che unisce i cuori, ci dà la forza per continuare a sperare e a lavorare, anche quando attorno tuona il rumore delle armi e le stesse esigenze della vita quotidiana diventano una sfida”.
Partendo dalle testimonianze il papa ha sottolineato le opere di solidarietà messe in atto da questo popolo: “Solo così non si rimane schiacciati dall’ingiustizia e dal sopruso, anche quando, come abbiamo sentito, si è traditi da persone e organizzazioni che speculano senza scrupoli sulla disperazione di chi non ha alternative. Solo così si può tornare a sperare per il domani, pur nella durezza di un presente difficile da affrontare”.
Per questo ha evidenziato la responsabilità verso i giovani: “In proposito, penso alla responsabilità che tutti abbiamo, in tal senso, nei confronti dei giovani. E’ importante favorire la loro presenza, anche nelle strutture ecclesiali, apprezzandone l’apporto di novità e dando loro spazio. Ed è necessario, pur tra le macerie di un mondo che ha i suoi dolorosi fallimenti, offrire loro prospettive concrete e praticabili di rinascita e di crescita per il futuro”.
E’ una richiesta di ‘non abbandonare il campo’ dell’accoglienza dei profughi: “In quelle stanze, infatti, oltre a dare assistenza e aiuto materiale, si impara e si insegna a condividere ‘pane, paura e speranza’, ad amare in mezzo all’odio, a servire anche nella stanchezza e a credere in un futuro diverso al di là di ogni aspettativa.
La Chiesa in Libano ha sempre curato molto l’istruzione. Incoraggio tutti voi a continuare in quest’opera lodevole, venendo incontro soprattutto a chi è nel bisogno e non ha mezzi, a chi si trova in situazioni estreme, con scelte improntate alla carità più generosa, perché alla formazione della mente sia sempre unita l’educazione del cuore. Ricordiamoci che la nostra prima scuola è la Croce e che l’unico nostro Maestro è il Cristo”.
Ha concluso l’incontro con la consegna della ‘Rosa d’oro’, dono che tradizionalmente i pontefici in vista mariana al Santuario di Harissa portano come dono della loro devozione alla Madonna del Libano: “E’ un gesto antico, che ha tra i suoi significati quello di esortarci ad essere, con la nostra vita, profumo di Cristo. Davanti a questa immagine, mi viene da pensare al profumo che sale dalle tavole libanesi, tipiche per la varietà dei cibi che offrono e per la forte dimensione comunitaria del condividerli.
E’ un profumo fatto di mille profumi, che colpiscono nella loro diversità e talvolta nel loro insieme. E’ così il profumo di Cristo. Non è un prodotto costoso riservato a pochi che se lo possono permettere, ma l’aroma che si sprigiona da una mensa generosa su cui trovano posto tante pietanze diverse e da cui tutti possono attingere insieme. Sia questo lo spirito del rito che ci apprestiamo a compiere, e soprattutto quello con cui ogni giorno ci sforziamo di vivere uniti nell’amore”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV mette in guardia dal pericolo dell’arianesimo
“Ringrazio di cuore per le parole di benvenuto della Sorella e per l’accoglienza mostrata da tutti voi. L’accoglienza è il dono di questa casa! Un dono che viene da Dio e che viene fatto fruttificare dalle Piccole Sorelle dei Poveri, dagli operatori e dai benefattori, e anche da tutti gli ospiti, nella loro convivenza quotidiana. Grazie a tutti!”: questa mattina papa Leone XIV nel secondo giorno di visita apostolica in Turchia ha visitato la casa di accoglienza delle Piccole Sorelle dei Poveri, che da oltre 100 anni sono al servizio di carità per il prossimo.
Alle sei Piccole Sorelle dei Poveri, che accudiscono ogni giorno con anziani affetti da patologie come Parkinson e Alzheimer, disabili o non autosufficienti, abbandonati o lasciati alle cure delle religiose dalle famiglie, il papa ha ‘lasciato’ due riflessioni semplici: “La prima prende spunto dal vostro nome, care Suore: voi vi chiamate ‘Piccole Sorelle dei Poveri’. Un nome bellissimo, e che fa pensare! Sì, il Signore non vi ha chiamato solo ad assistere o ad aiutare i poveri. Vi ha chiamato ad essere loro ‘sorelle’! Come Gesù, che il Padre ha mandato a noi non solo per aiutarci e servirci, ma per essere nostro fratello. Questo è il segreto della carità cristiana: prima di essere per gli altri, essere con gli altri, in una condivisione basata sulla fraternità”.
L’altra riflessione ha riguardato la parola ‘anziana’, che conserva la saggezza: “La seconda riflessione me la suggerite voi, cari ospiti di questa casa. Voi siete anziani. E questa parola, ‘anziano’, oggi rischia di perdere il suo significato più vero: in molti contesti sociali, dove domina l’efficienza, il materialismo, si è perso il senso del rispetto per le persone anziane. Invece la Sacra Scrittura e le buone tradizioni ci insegnano che (come amava ripetere papa Francesco) gli anziani sono la saggezza di un popolo, una ricchezza per i nipoti, per le famiglie, per l’intera società!”
Prima aveva guidato la preghiera nella cattedrale dello Spirito Santo ad Istanbul, terra da dove si espanse il cristianesimo: “La fede che ci unisce ha radici lontane: obbediente alla chiamata di Dio, infatti, Abramo nostro padre si mise in cammino da Ur dei Caldei e poi, dalla regione di Carran, a sud dell’odierna Türkiye, egli partì per la Terra promessa. Nella pienezza dei tempi, dopo la morte e risurrezione di Gesù, i suoi discepoli si diressero anche verso l’Anatolia, e ad Antiochia, dove poi fu vescovo Sant’Ignazio, vennero chiamati per la prima volta ‘cristiani’. Da quella città san Paolo iniziò alcuni dei suoi viaggi apostolici, fondando molte comunità. Ed è ancora sulle coste della penisola anatolica, a Efeso, che secondo alcune fonti antiche, avrebbe soggiornato e sarebbe morto l’evangelista Giovanni, discepolo amato dal Signore”.
Quindi ha ricordato la ricchezza della storia della Nazione: “Ricordiamo inoltre con ammirazione il grande passato bizantino, l’impulso missionario della Chiesa di Costantinopoli e la diffusione del Cristianesimo in tutto il Levante. Ancora oggi, in Türkiye vivono le molte comunità dei cristiani di rito orientale, quali Armeni, Siri e Caldei, nonché quelle di rito latino. Il Patriarcato Ecumenico continua ad essere punto di riferimento sia per i propri fedeli greci che per quelli appartenenti ad altre denominazioni ortodosse”.
Da quella storia discende la comunità cristiana presente in Turchia: “Carissimi, dalla ricchezza di questa lunga storia, anche voi siete stati generati. Oggi siete voi la Comunità chiamata a coltivare il seme della fede trasmessoci da Abramo, dagli Apostoli e dai Padri. La storia che vi precede non è semplicemente qualcosa da ricordare e poi archiviare in un passato glorioso, mentre guardiamo rassegnati al fatto che la Chiesa cattolica è diventata numericamente più piccola. Al contrario, siamo invitati ad adottare lo sguardo evangelico, illuminato dallo Spirito Santo”.
Ciò è stato possibile, perché Dio ha scelto la strada dei ‘piccoli’: “E quando guardiamo con gli occhi di Dio, scopriamo che Egli ha scelto la via della piccolezza, per discendere in mezzo a noi. Ecco lo stile del Signore, che siamo tutti chiamati a testimoniare: i profeti annunciano la promessa di Dio parlando di un piccolo germoglio che spunterà, e Gesù elogia i piccoli che confidano in Lui, affermando che il Regno di Dio non si impone attirando l’attenzione, ma si sviluppa come il più piccolo di tutti i semi piantanti nel terreno”.
Questo stile è la ‘forza’ della Chiesa: “Questa logica della piccolezza è la vera forza della Chiesa. Essa, infatti, non risiede nelle sue risorse e nelle sue strutture, né i frutti della sua missione derivano dal consenso numerico, dalla potenza economica o dalla rilevanza sociale. La Chiesa, al contrario, vive della luce dell’Agnello e, radunata attorno a Lui, è sospinta per le strade del mondo dalla potenza dello Spirito Santo. In questa missione, è sempre nuovamente chiamata ad affidarsi alla promessa del Signore”.
Anche se è piccola la Chiesa in Turchia è feconda: “La Chiesa che vive in Türkiye è una piccola Comunità che, però, resta feconda come seme e lievito del Regno. Pertanto, vi incoraggio a coltivare un atteggiamento spirituale di fiduciosa speranza, fondata sulla fede e sull’unione con Dio. C’è bisogno, infatti, di testimoniare con gioia il Vangelo e di guardare con speranza al futuro. Alcuni segni di questa speranza sono già ben presenti: chiediamo dunque al Signore la grazia di saperli riconoscere e coltivare; altri, forse, saremo noi a doverli esprimere in maniera creativa, perseverando nella fede e nella testimonianza”.
E’ stato anche un invito ad accompagnare i giovani nella vita quotidiana: “Tra i segni più belli e promettenti, penso ai tanti giovani che bussano alle porte della Chiesa cattolica, portandovi le loro domande e le loro inquietudini. In proposito, vi esorto a continuare nel rigoroso lavoro pastorale che portate avanti; così come vi incoraggio ad ascoltare e accompagnare i giovani e ad avere cura di quegli ambiti in cui la Chiesa in Türkiye è chiamata a lavorare in modo speciale: il dialogo ecumenico e interreligioso, la trasmissione della fede alla popolazione locale, il servizio pastorale ai rifugiati e ai migranti”.
Ed ha riservato un pensiero all’inculturalizzazione della fede: “La presenza assai significativa di migranti e rifugiati in questo Paese, infatti, pone alla Chiesa la sfida dell’accoglienza e del servizio di costoro che sono tra i più vulnerabili. Allo stesso tempo, questa Chiesa è costituita da stranieri e anche molti di voi – sacerdoti, suore, operatori pastorali – provenite da altre terre; ciò richiede un vostro speciale impegno per l’inculturazione, perché la lingua, gli usi, i costumi della Türkiye diventino sempre più i vostri. La comunicazione del Vangelo passa, infatti, da questa inculturazione”.
Però non ha dimenticato di sottolineare l’importanza del Concilio di Nicea attraverso alcune sottolineature: “La prima è l’importanza di cogliere l’essenza della fede e dell’essere cristiani. Attorno al Simbolo della fede, la Chiesa a Nicea ritrovò l’unità. Non si tratta dunque soltanto di una formula dottrinale, bensì dell’invito a cercare sempre, pur dentro le diverse sensibilità, spiritualità e culture, l’unità e l’essenzialità della fede cristiana attorno alla centralità di Cristo e alla Tradizione della Chiesa. Nicea ci invita ancora oggi a riflettere su questo: chi è Gesù per noi? Cosa significa, nel suo nucleo essenziale, essere cristiani?
Il Simbolo della fede, professato in modo unanime e comune, diventa così criterio di discernimento, bussola di orientamento, perno attorno al quale devono ruotare il nostro credere e il nostro agire. E a proposito del nesso tra la fede e le opere, voglio ringraziare le organizzazioni internazionali, penso in particolare a Caritas Internationalis e a Kirche in Not, per il sostegno alle attività caritative della Chiesa e soprattutto per l’aiuto alle vittime del terremoto del 2023”.
Da l’invito a riscoprire il ‘volto’ di Gesù: “Nicea afferma la divinità di Gesù e la sua uguaglianza con il Padre. In Gesù noi troviamo il vero volto di Dio e la sua parola definitiva sull’umanità e sulla storia. Questa verità mette costantemente in crisi le nostre rappresentazioni di Dio, quando non corrispondono a quanto Gesù ci ha rivelato, e ci invita a un continuo discernimento critico sulle forme della nostra fede, della nostra preghiera, della vita pastorale e in generale della nostra spiritualità”.
Ed ha messo in guardia da un ‘arianesimo di ritorno’: “Ma c’è anche un’altra sfida, che definirei come un ‘arianesimo di ritorno’, presente nella cultura odierna e a volte tra gli stessi credenti: quando si guarda a Gesù con ammirazione umana, magari anche con spirito religioso, ma senza considerarlo davvero come il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi.
Il suo essere Dio, Signore della storia, viene in qualche modo oscurato e ci si limita a considerarlo un grande personaggio storico, un maestro sapiente, un profeta che ha lottato per la giustizia, ma niente di più. Nicea ce lo ricorda: Cristo Gesù non è un personaggio del passato, è il Figlio di Dio presente in mezzo a noi, che guida la storia verso il futuro che Dio ci ha promesso”.
Al termine l’invito a ‘mediare’ la fede con il linguaggio attuale: “In un contesto culturale complesso, il Simbolo di Nicea è riuscito a mediare l’essenza della fede attraverso le categorie culturali e filosofiche dell’epoca. Tuttavia, pochi decenni dopo, nel primo Concilio di Costantinopoli, vediamo che esso viene approfondito e ampliato e, proprio grazie all’approfondimento della dottrina, si giunge a una nuova formulazione: il Simbolo niceno-costantinopolitano, quello comunemente professato nelle nostre celebrazioni domenicali”.
Questo è l’insegnamento del Concilio di Nicea: “Impariamo anche qui una grande lezione: è sempre necessario mediare la fede cristiana nei linguaggi e nelle categorie del contesto in cui viviamo, come fecero i Padri a Nicea e negli altri Concili. Allo stesso tempo, dobbiamo distinguere il nucleo della fede dalle formule e dalle forme storiche che lo esprimono, le quali restano sempre parziali e provvisorie e possono cambiare man mano che approfondiamo la dottrina”.
Ha concluso l’incontro con un pensiero di san Newman: “Ricordiamo che il neo-dottore della Chiesa, san John Henry Newman, insiste sullo sviluppo della dottrina cristiana, perché essa non è un’idea astratta e statica, ma riflette il mistero stesso di Cristo: si tratta perciò dello sviluppo interno di un organismo vivente, che porta alla luce ed esplicita meglio il nucleo fondamentale della fede”.
(Foto: Santa Sede)
Contrastare la povertà educativa e la vulnerabilità dei minori migranti con il progetto ‘RemiX’
Ogni bambino dovrebbe poter crescere al sicuro, ascoltato e protetto. Ma in Italia sono ancora troppi i minori che vivono in condizioni di vulnerabilità, a prescindere dalla loro origine. Quando a queste fragilità si aggiungono le sfide legate al percorso migratorio – dalle difficoltà economiche all’isolamento culturale, dalla barriera linguistica alla scarsa conoscenza dei servizi – il rischio diventa più elevato.
In occasione della Giornata Mondiale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, celebratasi giovedì 20 novembre, Fondazione ISMU ETS ha evidenziato come in Italia sia cresciuta la vulnerabilità dei minori stranieri. Sulla base delle recenti statistiche dell’Istat su povertà e condizioni di vita, nel 2024 sono poco più di 2.200.000 le famiglie in povertà assoluta, cioè l’8,4% del totale delle famiglie residenti. Tra queste, quelle in povertà assoluta in cui sono presenti minori sono quasi 734.000 (12,3%).
Le condizioni socio-economiche sono particolarmente svantaggiose per le famiglie con cittadinanza non italiana: se si considerano le famiglie composte solamente da italiani, l’incidenza di povertà si attesta all’8,0%, mentre diventa cinque volte più elevata (40,5%) per quelle composte unicamente da stranieri (255mila famiglie). L’incidenza di povertà assoluta è del 33,6% nel caso di famiglie con minori composte da membri sia italiani sia stranieri (338mila nuclei).
L’incidenza di povertà assoluta delle famiglie dove sono presenti stranieri e minori registra i valori massimi nel Mezzogiorno, dove raggiunge il 46,2%, mentre è del 31,3% al Nord e del 30,6% al Centro. Al Sud, nelle famiglie di soli stranieri con minori l’incidenza raggiunge il 62,5% e interessa 51.000 nuclei familiari, mentre nelle regioni del Nord le 31.000 famiglie di soli stranieri presentano un’incidenza di povertà assoluta del 39%.
Fondazione ISMU ETS evidenzia che, secondo gli ultimi indicatori Istat, la situazione è ancora più critica per i minori sotto i 16 anni, che presentano livelli di vulnerabilità significativamente più elevati rispetto alla media. In particolare, i minori di 16 anni con cittadinanza straniera mostrano un rischio di povertà o esclusione sociale pari a 43,6%, valore superiore di oltre 20 punti percentuali rispetto al dato dei coetanei di cittadinanza italiana (23,5%).
Questo divario è particolarmente significativo nel Mezzogiorno, dove l’incidenza tra i minori stranieri è del 78,2%, quasi il doppio dei minori italiani (40,9%). Al Nord, la quota dei minori con background migratorio a rischio di povertà o esclusione sociale è di un terzo, ma resta importante la distanza dal valore dei coetanei con cittadinanza italiana (9,3%).
Il Progetto RemiX. In questo contesto si inserisce il Progetto RemiX – Reti di supporto per minori migranti, promosso da Fondazione ISMU ETS con il sostegno del Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI 2021–2027) e la collaborazione di enti pubblici e del Terzo Settore.
RemiX nasce per implementare il sistema dei servizi a supporto dei minori con background migratorio che vivono situazioni di vulnerabilità, promuovendo una rete di collaborazione tra pubblico e privato, la formazione delle operatrici e degli operatori in chiave interculturale e potenziando gli Spazi RemìX, evoluzione degli spazi già sperimentati con successo nel precedente progetto Remì (FAMI 2014–2020).
Gli Spazi RemiX, presenti a Milano, Pavia, Perugia, Caserta, Napoli e Castrovillari, sono luoghi di accoglienza, ascolto e orientamento dove bambini, adolescenti e famiglie con background migratorio possono trovare risposte ai propri bisogni. In ogni spazio opera un’équipe multidisciplinare composta da operatori sociali, psicologi, mediatori culturali e pedagogisti che, insieme agli attori del territorio, accompagnano i minori nei loro percorsi di crescita, promuovendo pari opportunità, autonomia e consapevolezza dei propri diritti.
Obiettivo del progetto è la promozione di interventi multidimensionali e partecipati che coinvolgano scuole, servizi sociali, enti locali e comunità di diaspora. Il progetto mira così a modellizzare un sistema integrato di prevenzione e presa in carico, capace di rispondere in modo rapido ed efficace alle diverse forme di vulnerabilità che colpiscono i minori e le loro famiglie.
Le mappe. Un elemento innovativo del progetto è la creazione di mappe territoriali multilingua, disponibili online e anche in formato cartaceo, dedicate alle sei città coinvolte con l’obiettivo di fare conoscere e rendere accessibili i servizi dedicati ai minori con background migratorio e alle loro famiglie, rispondendo a domande semplici ma essenziali come:
Dove posso trovare aiuto per i miei figli? Chi mi può aiutare a far valere i miei diritti? Dove posso andare se ho bisogno di parlare con qualcuno? Questi strumenti vogliono promuovere un approccio interculturale, offrendo alle famiglie non solo informazioni pratiche, ma anche fiducia e orientamento per costruire relazioni positive con la comunità locale.
Un ulteriore elemento chiave è il coinvolgimento dei Community Agents, persone appartenenti alle comunità migranti locali che fungono da ‘facilitatori’ tra i servizi territoriali e le famiglie. Il loro ruolo è fondamentale perché, grazie alla conoscenza diretta delle comunità e delle loro esigenze, riescono a far conoscere in maniera chiara e accessibile le opportunità presenti sul territorio, superando barriere linguistiche e culturali. Agendo come veri e propri ‘ponti di conoscenza’, hanno contribuito a coinvolgere attivamente le famiglie nel progetto RemìX e a orientarle verso i servizi dedicati ai minori con background migratorio in condizioni di fragilità.
Attraverso RemiX, Fondazione ISMU ETS intende rafforzare la rete di capitale sociale e istituzionale sui territori, valorizzando le sinergie già sperimentate con il precedente progetto “Remì” e promuovendo la replicabilità del modello in altri contesti regionali.
Dalla Calabria i ‘Panettoni della speranza’
A Reggio Calabria tutti lo conoscono. Padre Thao, giovane missionario scalabriniano, venuto dalle risaie del sud Vietnam, vive da 4 anni in questa città. Unico vietnamita a Reggio Calabria. Dolce, un sorriso che vi conquista, una disponibilità a tutta prova, lavora in prima linea per i migranti. Dirige il ‘Centro di Accoglienza Scalabrini’ a due passi dalla cattedrale.
Alla domenica, celebra l’eucarestia nella nostra chiesa di sant’Agostino, dove con il suo bell’accento orientale si è accattivato la simpatia dei fedeli del quartiere. Padre Thao è il loro idolo. Ma durante la settimana combatte una battaglia intensa e impegnativa.
Sì, al Centro Migranti, dove giovani, mamme e bambini vanno e vengono in continuazione… provenienti dal Marocco, dalla Georgia, dal Pakistan, dai Paesi africani. Il suo impegno è sostenere, coordinare e intervenire nelle varie attività del Centro. Esse sono l’accoglienza, l’alfabetizzazione, l’assistenza amministrativa e legale, gli alimentari, i farmaci, il sostegno scolastico… insomma, un’attività a 360⁰ in favore dei migranti, qui, all’estremità della nostra lunga Italia, nel territorio di Reggio Calabria. Sì, di fronte all’Africa.
Per Natale, padre Thao vi presenta un piccolo progetto originale per il nostro Centro. Quello di poter offrire 400 super-panettoni con dei generi alimentari a tutti i migranti che passeranno nel periodo natalizio… Li abbiamo chiamati ‘panettoni della speranza’. E’ un gesto semplice, ma un grande dono per umanizzare una vita difficile, amara, di tante persone qui in emigrazione… proprio in quel periodo magico, che ci parla apertamente – in nome di Dio – di fraternità. ‘Un panettone della speranza’, in tempo di Giubileo. Sarà per voi, in fondo, come deporlo alla grotta di Betlemme per i pastori. E sarà Natale.
Se desiderate dare una mano al nostro Centro Migranti a Reggio Calabria o al suo progetto ‘Panettoni della speranza’: IBAN IT69F3608105138258674058684 intestato a Thao Nguyen Thanh. Il Bambino di Betlemme vi sorrida e vi ricompensi!
Per Fondazione Migrantes i giovani migranti sono testimoni di speranza
I giovani di origine straniera, nati o cresciuti in Italia, sono i protagonisti silenziosi della trasformazione dell’Italia; quindi non solo destinatari di interventi, ma generatori di speranza, portatori di identità plurali e di un futuro da costruire insieme, come ha sintetizzato il messaggio della XXXIV edizione del ‘Rapporto Immigrazione’, realizzato da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, intitolato ‘Giovani, testimoni di speranza’, presentato nelle settimane scorse da mons. Carlo Redaelli (presidente di Caritas Italiana), Manuela De Marco (membro dell’Ufficio politiche migratorie e protezione internazionale di Caritas Italiana), Simone Varisco (storico e ricercatore della Fondazione Migrantes), Maurizio Ambrosini (docente di Sociologia dei processi economici all’università Statale di Milano), Noura Ghazoui (presidente di ‘Conngi’ – Coordinamento Nazionale Nuove Generazioni Italiani), Rosanna Rabuano (responsabile del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno), Alberto Caldana (vice presidente del Festival della migrazione di Modena), mons. Pierpaolo Felicolo (direttore della Fondazione Migrantes).
Quest’anno il Rapporto pone al centro i giovani con background migratorio, che rappresentano una risorsa vitale per la società italiana. Molti di loro affrontano difficoltà nel riconoscimento e nella partecipazione, ma la loro esperienza è una narrazione vivente di speranza e cambiamento: nel 2024 gli occupati in Italia sono 24.000.000, di cui oltre 2.500.000 stranieri (10,5%) e crescono i rapporti di lavoro attivati con cittadini stranieri (+5,8% in un anno), ma persistono disuguaglianze e sfruttamento, soprattutto nel settore agricolo e in quello dei servizi.
Sul fronte economico, mentre l’incidenza della povertà tra i cittadini italiani si attesta al 7,4%, tra gli stranieri raggiunge il 35,1% (sono 1.727.000 i cittadini stranieri in condizione di povertà assoluta), come ha sottolineato mons. Carlo Redaelli, arcivescovo metropolita di Gorizia e presidente di Caritas Italiana: “Investire in strategie di inclusione e in percorsi legali non è un favore, ma un atto di responsabilità verso il futuro delle nostre comunità e di quelle che arrivano: si può e si deve fare meglio di quanto fatto finora”.
Ad uno dei coordinatori di questo rapporto, Simone Varisco, abbiamo chiesto il motivo per cui il rapporto sull’immigrazione di quest’anno è intitolato ‘Giovani, testimoni di speranza’: “Il titolo dell’edizione 2025 del Rapporto Immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes vuole richiamare il fatto che i giovani con background migratorio, di origine straniera, rappresentano generazioni ‘ponte’: nascono o crescono in Italia, praticano la lingua e la cultura italiane, frequentano la scuola, fanno sport e attivismo politico e contribuiscono a costruire il futuro del Paese. Sono ‘testimoni di speranza’ perché mostrano che la partecipazione non è un’utopia, ma una realtà già in atto da tempo, fatta di amicizie, studio, lavoro e cittadinanza. E poi è l’anno del Giubileo dedicato alla speranza, che non delude”.
Organi di stampa hanno scritto di ‘invasione’: quanto c’è di vero?
“Subiamo molteplici forme di ‘colonizzazione ideologica’, come le definiva papa Francesco, ma non è il caso dell’immigrazione. I cittadini stranieri residenti in Italia sono circa 5.500.000, meno del 10% della popolazione complessiva. I numeri sono pressoché costanti da una decina di anni, anche in virtù delle acquisizioni di cittadinanza. Inoltre, molti arrivi sono temporanei o stagionali.
Si tratta di una presenza certo significativa, ma non sproporzionata rispetto a quella di altri Paesi europei e molto inferiore a quella che caratterizza contesti ben più complessi in Medio Oriente, Asia e Africa. Più che un’invasione, è un fenomeno strutturale e governabile, che richiede politiche serie e non slogan”.
Ma gli immigranti sono veramente una ‘risorsa’ per l’Italia?
“Se anche volessimo limitarci al solo piano economico, l’apporto dei contribuenti stranieri alle casse pubbliche nel 2023 è di € 41.100.000.000 di entrate (contributi sociali netti, tasse, IVA, consumi, spese burocratiche), contro € 39.900.000.000 di uscite: vale a dire un saldo positivo di € 1.200.000.000. Gli occupati stranieri generano € 177.200.000.000 di valore aggiunto, pari al 9% del Pil nazionale. Sono fondamentali in settori quali l’agricoltura, l’edilizia, l’assistenza familiare e la sanità. Inoltre, l’imprenditoria straniera è in crescita. Ci sono poi i contributi che vengono sul piano demografico e strutturale: nascite, giovani, la presenza nelle scuole. Non dimentichiamo, però, che accanto agli apporti più ‘materiali’ è importante ricordare il valore immateriale – ma concreto – della presenza di persone di origine straniera in Italia sul piano umano, culturale, non da ultimo anche spirituale: sono quasi un milione gli stranieri che stimiamo essere cattolici, che ridanno linfa a comunità locali spesso svigorite; insieme a ortodossi, evangelici, copti e appartenenti ad altre confessioni, i cristiani nel loro complesso sono ancora la maggioranza assoluta fra gli stranieri (51,7%)”.
Quali sono le strade da percorrere per l’integrazione?
“La prima è chiarire, intanto, cosa si intenda per ‘integrazione’: se una semplice assimilazione oppure un’autentica partecipazione alla vita del Paese, con diritti e doveri. Solo quest’ultima è in grado di cogliere il valore aggiunto dell’immigrazione. Le strade per arrivarci sono molte: dall’istruzione, anche linguistica, al lavoro dignitoso, contrastando le forme di sfruttamento e valorizzando le competenze; dalla partecipazione civica e culturale, con percorsi di cittadinanza e il coinvolgimento nelle comunità locali, al dialogo interculturale e interreligioso”.
In quale modo è possibile sconfiggere l’immigrazione irregolare?
“Alla prova dei fatti, muri e respingimenti si sono rivelati inefficaci. Gran parte dell’immigrazione irregolare è creata da iter burocratici complessi e talvolta schizofrenici, innescati da una legge quadro incongruente. Serve una politica lungimirante che garantisca canali legali di ingresso in Italia, accordi di cooperazione con i Paesi di origine e corridoi umanitari per chi fugge da guerre e persecuzioni. Così si toglierà spazio ai trafficanti e si offrirà sicurezza sia alle persone migranti sia alla società accogliente”.
Quale ruolo hanno lo sport e la scuola nella realizzazione dell’integrazione?
“Entrambi sono laboratori di incontro, di partecipazione, di scambio e di convivenza. Ragazzi e ragazze imparano insieme, senza barriere, un linguaggio universale. Pur con le innegabili difficoltà di entrambi questi ambiti, si tratta di ‘mondi’ potenti per costruire rispetto reciproco e senso di appartenenza e cittadinanza”.
Papa Leone XIV al giubileo dei rom, sinti e camminanti ha lanciato l’invito ad essere protagonisti del cambiamento d’epoca: hanno il coraggio?
“Il coraggio c’è, e si vede nelle tante storie di famiglie rom, sinti e camminanti che scelgono di investire nell’istruzione dei figli, nel lavoro regolare, nella partecipazione sociale. Non mancano, naturalmente, ombre, questioni irrisolte, devianza, prodotte anche dalla marginalità. Essere protagonisti del cambiamento significa uscire dai margini e contribuire al bene comune. Molti già lo stanno facendo, spesso in silenzio, e molto resta ancora da fare.
La Chiesa e la società civile hanno il compito di accompagnarli, e laddove necessario sostenerli, in questo cammino. Rimane una consapevolezza, che si fa auspicio: ‘Voi nella Chiesa non siete ai margini, ma, sotto certi aspetti, voi siete al cento, voi siete nel cuore. Voi siete nel cuore della Chiesa, perché siete soli: nessuno è solo nella Chiesa’, come ebbe a dire nel 1965 Paolo VI al raduno internazionale dei popoli romaní a Pomezia”.
(Foto: Fondazione Migrantes)
Giubileo dei Movimenti Popolari: ce lo racconta don Mattia Ferrari
In questo fine settimana si sta svolgendo in Vaticano il quinto incontro dei Movimenti Popolari, seguito dal pellegrinaggio giubilare, come ha sottolineato il card. M. Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, riprendendo l’esortazione apostolica ‘Dilexi Te’; “I leader popolari sanno che solidarietà significa anche lottare contro le cause strutturali della povertà e della disuguaglianza; della mancanza di lavoro, di terra e di casa; e della negazione dei diritti sociali e lavorativi. Significa affrontare gli effetti distruttivi dell’impero del denaro… La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è ciò che stanno facendo i movimenti popolari”.
Il coordinatore della piattaforma EMMP (Encuentro Mundial de Movimientos Populares), don Mattia Ferrari, aveva sottolineato l’importanza dei movimenti popolari: “In questo momento storico aumentano le ingiustizie, si intensificano le violenze contro le persone migranti, si aggrava la dittatura di un’economia che uccide, si investe nell’economia di guerra, la crisi ecologica peggiora. I movimenti popolari e la Chiesa costituiscono la speranza di un altro mondo possibile, fondato non sull’individualismo ma sulla giustizia, sulla solidarietà e la fraternità. I movimenti popolari sono chiamati oggi soprattutto a promuovere le relazioni tra di loro, con gli altri attori sociali, e con le Chiese locali”.
Partiamo da queste indicazioni per comprendere da don Mattia Ferrari il motivo per cui i componenti dei movimenti popolari sono portatori di speranza?
“Con le loro vite e le loro storie i componenti dei movimenti popolari sono portatori di speranza che ci aiutano a riscoprire il significato della speranza, che non è mai un sogno individuale, ma è sempre comunitario, perché è il sogno della fraternità, il sogno delle relazioni”.
In quale modo essi possono stimolare all’accoglienza?
“Attraverso le relazioni. Ogni volta che ci relazioniamo con i migranti sentiamo nascere la solidarietà. Quindi ci salviamo attraverso le relazioni con loro?
Nella sua attività pastorale dove ha riscontrato la speranza?
“La speranza che nasce dal salvarsi insieme ed abbiamo il coraggio di aprire il cuore e di creare solidarietà”.
E’ diventato cappellano di bordo sulla nave della ong ‘Mediterranea Saving Humans’: per quale motivo si è sentito ‘salvato dai migranti’?
.” Cosa mi ha insegnato questa storia? Che se apriamo il nostro cuore ai poveri, agli scartati, agli ultimi del mondo, se accettiamo di vivere l’avventura di diventare davvero loro amici e fratelli, allora la vita ci sorprenderà. Perché laddove si permette alla forza dell’amore di sprigionarsi, la vita sorprende e accade quello che mai ci si sarebbe aspettati”.
Ma come è diventato cappellano di bordo?
“Sono diventato cappellano di bordo della Mare Jonio non per scelta mia, ma in risposta alla chiamata ricevuta dell’equipaggio stesso. Infatti tra i fondatori di ‘Mediterranea’ ci sono i ragazzi e le ragazze dei centri sociali bolognesi Tpo e Labas, con cui siamo amici da anni grazie proprio alla comune fraternità con le persone migranti. Hanno voluto avere il cappellano di bordo come segno della presenza della Chiesa, che accompagna questa missione”.
In quale modo la fede ha inciso in questa scelta?
“La fede ha inciso, perché quando i miei compagni mi hanno rivolto l’invito ho subito pensato a Gesù. In loro ho visto il Vangelo: sono ragazzi e ragazze ‘affamati ed assetati di giustizia’, come dice il brano evangelico delle Beatitudini, ragazzi e ragazze che vivono la ‘compassione viscerale’, di cui ci parla la parabola del Buon Samaritano, realizzando quell’accoglienza di Gesù nei suoi fratelli più piccoli di cui parla il capitolo 25 del Vangelo matteano. Dico sempre infatti che non sono tanto io che evangelizzo i miei compagni, ma sono loro che evangelizzano me.
La Chiesa ha sostenuto questa scelta: per partire come cappellano di bordo, abbiamo prima chiesto il consenso dei vescovi competenti. Il riscontro loro, insieme alle altre persone cristiane presenti con me, il segno concreto che la Chiesa è con loro”.
Ma è anche amico di molti disabili: in quale modo si approccia con loro?
“Alcuni tra i miei migliori amici da sempre sono disabili. Le nostre comunità cristiane hanno tanto da imparare dalle persone disabili e dalle loro famiglie. Tante volte perdiamo di vista il vero senso della vita. Le persone disabili e le loro famiglie, così come le persone migranti e tutte le altre persone che hanno questi particolari vissuti, hanno un senso profondo di umanità e conoscono meglio il senso della vita.
Le persone disabili e le loro famiglie, così come le persone migranti e tutte le altre persone che hanno questi particolari vissuti, hanno un senso profondo di umanità e conoscono meglio il senso della vita. Non a caso Gesù considera tutte queste persone i Suoi fratelli più piccoli. Dall’ascolto e dalla condivisione con loro possiamo imparare meglio il Vangelo e conoscere meglio Gesù”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV esorta a difendere i poveri
“Sono lieto di salutare tutti voi, leader sindacali e ospiti di Chicago, giunti a Roma per celebrare l’Anno Giubilare. Questa delegazione rappresenta migliaia di lavoratori, le cui competenze contribuiscono al bene comune e alla creazione di una società in cui tutti possono prosperare. E’ un lavoro importante e vi elogio per il vostro contributo in questo senso”: con queste parole papa Leone XIV ha salutato la delegazione dell’Union Leaders from Chicagoland (leader sindacali della città di Chicago).
Il papa li ha ringraziati per la collaborazione con la Chiesa: “In particolare, vorrei esprimere la mia gratitudine per la vostra collaborazione con la Chiesa. Il Cardinale Cupich mi ha informato dei vostri numerosi contributi, tra cui il sostegno ai seminaristi ospitando, insieme a esponenti della società civile e del mondo imprenditoriale, il banchetto annuale del Premio Rerum Novarum”.
Ha trovato anche molto interessanti le attività svolte per stimolare la partecipazione e l’impegno per il creato: “Inoltre, è incoraggiante apprendere dei progressi compiuti nell’ampliare la partecipazione e l’inclusione delle minoranze nel movimento sindacale attraverso l’apprendistato e la formazione. Allo stesso tempo, il vostro impegno per la tutela dell’ambiente, attraverso l’insegnamento delle competenze necessarie per lo sviluppo delle energie rinnovabili, non è solo encomiabile, ma anche tempestivo, data l’urgenza di prenderci cura della nostra casa comune”.
Inoltre ha molto ‘apprezzato’ l’accoglienza verso i migranti: “Soprattutto, vi prego di comprendere il mio apprezzamento per l’accoglienza di immigrati e rifugiati, in particolare per il sostegno alle dispense alimentari e ai rifugi. Pur riconoscendo che politiche appropriate sono necessarie per garantire la sicurezza delle comunità, vi incoraggio a continuare a impegnarvi affinché la società rispetti la dignità umana dei più vulnerabili. Così facendo, state mettendo in pratica l’appello del mio amato predecessore, papa Francesco, che ha esortato ogni sindacato a rinascere ogni giorno nelle periferie”.
Infine ha elogiato il loro impegno per i diritti dei lavoratori: “Durante questa settimana di pellegrinaggio, oltre ad attraversare le Porte Sante e a partecipare ad altri esercizi spirituali, state anche dedicando del tempo allo studio di importanti questioni relative ai diritti e ai doveri dei lavoratori. Prego che questo tempo sia fruttuoso sia per le vostre menti che per i vostri cuori”.
Poi ha accolto i partecipanti alla 39^ Conferenza dell’Associazione ‘MINDS International’ (rete di agenzie di stampa) sottolineando un po’ la crisi dell’informazione: “Potremmo definire un paradosso che nell’era della comunicazione le agenzie di informazione e di comunicazione attraversino un periodo di crisi. E che anche i fruitori dell’informazione siano in crisi essi stessi, scambiando spesso il falso per vero, ciò che è autentico con ciò che è invece artefatto. E tuttavia, nessuno oggi dovrebbe poter dire ‘non sapevo’. Per questo vi incoraggio nel vostro servizio, così importante; incoraggio i momenti di incontro associativo, che vi permettono di riflettere insieme”.
Però ha sottolineato che l’informazione deve essere tutelata: “L’informazione è un bene pubblico che tutti dovremmo tutelare. Per questo, ciò che è davvero costruttivo è l’alleanza tra i cittadini e i giornalisti all’insegna dell’impegno per la responsabilità etica e civile. Una forma di cittadinanza attiva è quella di stimare e sostenere gli operatori e le agenzie che dimostrano serietà e vera libertà nel loro lavoro. Allora si verifica un circolo virtuoso che fa bene al corpo sociale”.
Inoltre non ha mancato di evidenziare chi rischia la vita per informare: “Ogni giorno ci sono reporter che rischiano personalmente perché la gente possa sapere come stanno le cose. E in un tempo come il nostro, di conflitti violenti e diffusi, quelli che cadono sul campo sono molti: vittime della guerra e dell’ideologia della guerra, che vorrebbe impedire ai giornalisti di esserci. Non dobbiamo dimenticarli!
Se oggi sappiamo che cosa è successo a Gaza, in Ucraina e in ogni altra terra insanguinata dalle bombe, lo dobbiamo in buona parte a loro. Ma queste testimonianze estreme sono l’apice del tributo di quotidiana fatica di tantissimi che lavorano perché l’informazione non sia inquinata da altri fini, contrari alla verità e alla dignità della persona”.
Per questo ha invitato a ‘liberare’ l’informazione: “Occorre infatti liberare la comunicazione dall’inquinamento cognitivo che la corrompe, dalla concorrenza sleale, dal degrado del cosiddetto click bait. Le agenzie di stampa sono in prima linea, chiamate ad agire nell’attuale contesto comunicativo secondo principi (purtroppo non sempre condivisi) che coniugano la sostenibilità economica dell’impresa con la tutela del diritto ad una informazione corretta e plurale”.
Infatti i giornalisti delle agenzie svolgo un compito importante: “I giornalisti delle agenzie di stampa sono a loro volta chiamati ad essere i primi sul campo, i primi a dare la notizia. E questo vale ancora più nell’era della comunicazione permanentemente live, della digitalizzazione sempre più pervasiva dei mass media. Chi lavora per un’agenzia, lo sapete bene, è chiamato a scrivere con rapidità, sotto pressione, anche in situazioni molto complesse e drammatiche. A maggior ragione, il vostro servizio è prezioso e deve essere un antidoto al proliferare dell’informazione ‘spazzatura’; pertanto richiede competenza, coraggio e senso etico”.
E’ stata un’esortazione a vigilare sulla tecnologia: “Non siamo destinati a vivere in un mondo dove la verità non è più distinguibile dalla finzione. Al riguardo, dobbiamo porci degli importanti interrogativi… Dobbiamo vigilare perché la tecnologia non si sostituisca all’uomo, e perché l’informazione e gli algoritmi che oggi la governano non siano nelle mani di pochi”.
Per il papa, inoltre, è necessaria un’informazione libera, ricordando il monito di Hannah Arendt: “Il mondo ha bisogno di un’informazione libera, rigorosa, obiettiva… Con il vostro lavoro, paziente e rigoroso, voi potete essere un argine a chi, attraverso l’arte antica della menzogna, punta a creare contrapposizioni per comandare dividendo; un baluardo di civiltà rispetto alle sabbie mobili dell’approssimazione e della post-verità”.
Insomma è stato un invito a non svendere l’autorevolezza della comunicazione: “L’economia della comunicazione non può e non deve separare il proprio destino dalla condivisone della verità. Trasparenza delle fonti e della proprietà, accountability, qualità, obiettività sono le chiavi per restituire ai cittadini il loro ruolo di protagonisti del sistema, convincendoli a pretendere un’informazione degna di questo nome. Mi raccomando: non svendete mai la vostra autorevolezza!”
Infine nel messaggio alla rete ‘Catholic Charities Usa’, che raduna 168 agenzie diocesane, ha esortato a continuare il supporto alle persone migranti e rifugiate: “Attraverso le vostre 168 agenzie diocesane di Catholic Charities, diventate ‘agenti di speranza’ per i milioni di persone che si rivolgono alla Chiesa negli Stati Uniti d’America in cerca di compassione e cura. Molti di coloro che servite sono tra i più vulnerabili, tra cui migranti e rifugiati”.
Il ruolo di questa rete è molto importante per l’assistenza ai poveri: “Poiché non possono contare sulle proprie risorse e devono dipendere da Dio e dalla bontà degli altri, in molti modi il vostro ministero rende concreta la provvidenza del Signore per loro. Fornendo cibo, alloggio, assistenza medica, assistenza legale e molti altri gesti di gentilezza, le affiliate di Catholic Charities negli Stati Uniti mostrano quello che papa Francesco ha spesso definito lo ‘stile’ di Dio, fatto di vicinanza, compassione e tenerezza”.
Ed ha di nuovo sottolineato che i migranti sono portatori di speranza: “Mentre coloro che sono colpiti dalla povertà e dalla migrazione forzata affrontano sfide difficili, non dimentichiamo che possono anche essere testimoni di speranza non solo attraverso la loro fiducia nell’aiuto divino, ma anche attraverso la loro resilienza nel dover spesso superare molti ostacoli durante il loro viaggio. In modo speciale, i migranti e i rifugiati cattolici sono diventati missionari di speranza in molte nazioni, compresa la vostra, portando con sé una fede vibrante e le devozioni popolari che spesso rianimano le parrocchie che li accolgono”.
Infine un elogio in quanto sono ‘costruttori di ponti’: “Si potrebbe dire che, aiutando gli sfollati a trovare una nuova casa nel vostro Paese, agite anche come costruttori di ponti tra nazioni, culture e popoli. Vi incoraggio, quindi, a continuare ad aiutare le comunità che accolgono questi fratelli e sorelle appena arrivati a essere testimoni viventi di speranza, riconoscendo che hanno un’intrinseca dignità umana e sono invitati a partecipare pienamente alla vita comunitaria “.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: la missione è vita
“Siete bravi missionari perché siete venuti anche sotto la pioggia! Grazie!La Chiesa è tutta missionaria ed è tutta un grande popolo in cammino verso il Regno di Dio. Oggi i fratelli e le sorelle missionari e migranti ce lo ricordano. Ma nessuno deve essere costretto a partire, né sfruttato o maltrattato per la sua condizione di bisognoso o di forestiero! Al primo posto, sempre, la dignità umana!”: al termine della celebrazione eucaristica papa Leone XIV ha ringraziato i fedeli ricordando che nessuno deve essere sfruttato.
Ha espresso solidarietà per coloro che sono stati colpiti dal terremoto nelle Filippine: “Nella sera di martedì 30 settembre un forte sisma ha colpito la regione centrale delle Filippine, in particolare la provincia di Cebu e le province limitrofe. Esprimo la mia vicinanza al caro popolo filippino, e in particolare prego per coloro che sono più duramente provati dalle conseguenze del terremoto. Rimaniamo uniti e solidali nella fiducia in Dio e nell’intercessione della Madre sua in ogni pericolo”.
Inoltre è preoccupato per la situazione nel Medio Oriente ed il crescente odio antisemita: “Esprimo la mia preoccupazione per l’insorgenza dell’odio antisemita nel mondo, come purtroppo si è visto con l’attentato terroristico a Manchester, avvenuto pochi giorni fa. Continuo ad essere addolorato per l’immane sofferenza patita dal popolo palestinese a Gaza.
In queste ultime ore, nella drammatica situazione del Medio Oriente, si stanno compiendo alcuni significativi passi in avanti nelle trattative di pace, che auspico possano al più presto raggiungere i risultati sperati. Chiedo a tutti i responsabili di impegnarsi su questa strada, di cessare il fuoco e di liberare gli ostaggi, mentre esorto a restare uniti nella preghiera, affinché gli sforzi in corso possano mettere fine alla guerra e condurci verso una pace giusta e duratura”.
Mentre nell’omelia del Giubileo del Mondo Missionario e dei Migranti ha affermato che questa è stata “una bella occasione per ravvivare in noi la coscienza della vocazione missionaria, che nasce dal desiderio di portare a tutti la gioia e la consolazione del Vangelo, specialmente a coloro che vivono una storia difficile e ferita. Penso in modo particolare ai fratelli migranti, che hanno dovuto abbandonare la loro terra, spesso lasciando i loro cari, attraversando le notti della paura e della solitudine, vivendo sulla propria pelle la discriminazione e la violenza”.
E’ stato un invito ad andare nelle periferie: “Lo Spirito ci manda a continuare l’opera di Cristo nelle periferie del mondo, segnate a volte dalla guerra, dall’ingiustizia e dalla sofferenza. Dinanzi a questi scenari oscuri, riemerge il grido che tante volte nella storia si è elevato a Dio: perché, Signore, non intervieni? Perché sembri assente? Questo grido di dolore è una forma di preghiera che pervade tutta la Scrittura e, questa mattina, lo abbiamo ascoltato dal profeta Abacuc”.
Riprendendo una catechesi di papa Benedetto XVI sul male ad Auschwitz papa Leone XIV ha sottolineato che Dio promette sempre la salvezza: “La risposta del Signore, però, ci apre alla speranza. Se il profeta denuncia la forza ineluttabile del male che sembra prevalere, il Signore dal canto suo gli annuncia che tutto questo avrà un termine, una scadenza, perché la salvezza verrà e non tarderà…
C’è una vita, dunque, una nuova possibilità di vita e di salvezza che proviene dalla fede, perché essa non solo ci aiuta a resistere al male perseverando nel bene, ma trasforma la nostra esistenza tanto da renderla uno strumento della salvezza che Dio ancora oggi vuole operare nel mondo. E, come ci dice Gesù nel Vangelo, si tratta di una forza mite: la fede non si impone con i mezzi della potenza e in modi straordinari; ne basta quanto un granello di senape per fare cose impensabili, perché reca in sé la forza dell’amore di Dio che apre vie di salvezza”.
Però la salvezza richiede la cura: “E’ una salvezza che si realizza quando ci impegniamo in prima persona e ci prendiamo cura, con la compassione del Vangelo, della sofferenza del prossimo; è una salvezza che si fa strada, silenziosa e apparentemente inefficace, nei gesti e nelle parole quotidiane, che diventano proprio come il piccolo seme di cui ci parla Gesù; è una salvezza che lentamente cresce quando ci facciamo ‘servi inutili’, cioè quando ci mettiamo al servizio del Vangelo e dei fratelli senza cercare i nostri interessi, ma solo per portare nel mondo l’amore del Signore”.
Ed ha parlato di una nuova missione: “Fratelli e sorelle, oggi si apre nella storia della Chiesa un’epoca missionaria nuova. Se per lungo tempo alla missione abbiamo associato il ‘partire’, l’andare verso terre lontane che non avevano conosciuto il Vangelo o versavano in situazioni di povertà, oggi le frontiere della missione non sono più quelle geografiche, perché la povertà, la sofferenza e il desiderio di una speranza più grande, sono loro a venire verso di noi”.
Missione che coinvolge anche i migranti: “Ce lo testimonia la storia di tanti nostri fratelli migranti, il dramma della loro fuga dalla violenza, la sofferenza che li accompagna, la paura di non farcela, il rischio di pericolose traversate lungo le coste del mare, il loro grido di dolore e di disperazione: fratelli e sorelle, quelle barche che sperano di avvistare un porto sicuro in cui fermarsi e quegli occhi carichi di angoscia e speranza che cercano una terra ferma in cui approdare, non possono e non devono trovare la freddezza dell’indifferenza o lo stigma della discriminazione!”
Questa è cooperazione missionaria: “Anzitutto, vi chiedo di promuovere una rinnovata cooperazione missionaria tra le Chiese. Nelle comunità di antica tradizione cristiana come quelle occidentali, la presenza di tanti fratelli e sorelle del Sud del mondo dev’essere colta come un’opportunità, per uno scambio che rinnova il volto della Chiesa e suscita un cristianesimo più aperto, più vivo e più dinamico. Allo stesso tempo, ogni missionario che parte per altre terre, è chiamato ad abitare le culture che incontra con sacro rispetto, indirizzando al bene tutto ciò che trova di buono e di nobile, e portandovi la profezia del Vangelo”.
Questa è la bellezza della missione: “Vorrei poi ricordare la bellezza e l’importanza delle vocazioni missionarie. Mi rivolgo in particolare alla Chiesa europea: oggi c’è bisogno di un nuovo slancio missionario, di laici, religiosi e presbiteri che offrano il loro servizio nelle terre di missione, di nuove proposte ed esperienze vocazionali capaci di suscitare questo desiderio, specialmente nei giovani.
Carissimi, invio con affetto la mia benedizione al clero locale delle Chiese particolari, ai missionari e alle missionarie, e a coloro che sono in discernimento vocazionale. Ai migranti invece dico: siate sempre i benvenuti! I mari e i deserti che avete attraversato, nella Scrittura sono ‘luoghi della salvezza’, in cui Dio si è fatto presente per salvare il suo popolo”.
(Foto: Santa Sede)




























