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Taiwan e Missionari Scalabriniani rafforzano la collaborazione per migranti e marittimi

Un contributo di $ 100.000 a sostegno delle attività che i Missionari Scalabriniani portano avanti nel mondo al fianco dei migranti e delle persone più vulnerabili. È la donazione che il Governo di Taiwan ha destinato alla Congregazione scalabriniana, attraverso lo Scalabrini International Migration Network (SIMN) e Stella Maris.

Alcuni giorni fa S.E. Anthony C. Y. Ho, ambasciatore della Repubblica di Cina (Taiwan) presso la Santa Sede, accompagnato dalla signora Ho e da alcuni membri dello staff dell’Ambasciata, è stato accolto nella Casa Generalizia dei Missionari Scalabriniani, a Roma, dal Superiore Generale, p. Leonir Chiarello, dai Consiglieri generali e dal direttore dello Scalabrini International Migration Network (SIMN), P. Márcio Toniazzo.

Durante la visita, le due delegazioni si sono confrontate sulle sfide spirituali e umanitarie di cui sono protagonisti migranti e rifugiati e sulle prospettive di una più stretta cooperazione internazionale: “E’ un grande onore rappresentare il Governo di Taiwan e offrire questo contributo alla Congregazione scalabriniana per sostenere le attività di assistenza umanitaria e l’azione pastorale rivolta ai marittimi e ai lavoratori migranti in tutto il mondo”, ha affermato l’Ambasciatore Anthony C. Y. Ho.

Le risorse contribuiranno, inoltre, a rafforzare i programmi della rete Stella Maris e il lavoro con le organizzazioni cattoliche impegnate sul campo: “Ringraziamo il Governo di Taiwan per il sostegno e l’Ambasciata per la collaborazione. La responsabilità condivisa e l’impegno a favore dei migranti e delle persone in movimento sono fondamentali per promuovere una trasformazione sociale e favorire una convivenza pacifica tra i popoli”, ha sottolineato il Superiore Generale, P. Leonir Chiarello.

La visita si inserisce nell’ambito di H.O.P.E. – Humanity, Opportunities, Partnership, Encounter, il tema promosso quest’anno dall’Ambasciata della Repubblica di Cina (Taiwan) presso la Santa Sede, che richiama quattro dimensioni: dignità umana, azione umanitaria, opportunità e partnership, nella prospettiva di una società più inclusiva e solidale.

I Missionari di San Carlo – Scalabriniani sono presenti in 35 Paesi e operano attraverso parrocchie, cappellanie e una rete internazionale di 52 Case per migranti e 16 Centri Stella Maris. Nel 2025 hanno assistito oltre 600.000 persone, offrendo sostegno umanitario, religioso e sanitario.

Nell’introduzione p. Chiarello ha descritto la vitalità del carisma di san Giovanni Battista Scalabrini: “Guardando ai numeri di questo report, possiamo leggere una realtà ampia e articolata: centinaia di migliaia di persone accolte, accompagnate, sostenute nei loro percorsi di vita; comunità costruite; diritti difesi; speranze custodite. Tuttavia, più dei numeri, ciò che conta sono i volti, le storie, i cammini condivisi”.

Lo scorso anno è stato un cammino ‘speciale’: “Questo cammino non è vissuto solo dai missionari, ma insieme a tanti laici che condividono il carisma scalabriniano. La corresponsabilità è oggi una delle espressioni più significative della nostra missione: insieme, con doni e vocazioni diverse, partecipiamo alla costruzione di una Chiesa che cammina con i migranti e si lascia trasformare dal loro incontro.

Il 2025 è stato anche un anno segnato da eventi significativi per la nostra Congregazione e per la Chiesa: il Giubileo dei migranti, vissuto come segno di speranza e di comunione; l’ordinazione episcopale del cardinale Fabio Baggio; l’apertura di nuove presenze missionarie, come quella in Panama, che testimoniano una disponibilità continua a partire e a rispondere ai bisogni emergenti”.

Il report mostra un cammino: “A distanza di oltre un secolo dalla morte di san Giovanni Battista Scalabrini, il suo sguardo continua a interrogarci: uno sguardo capace di vedere oltre le paure, di intuire nella mobilità umana non solo una sfida, ma anche un’opportunità di incontro, di rinnovamento e di comunione.

Questo report non è soltanto una raccolta di attività, ma il racconto di una missione che si fa cammino, di una presenza che cerca di essere fedele al Vangelo e alla storia. E’ un invito a guardare insieme ciò che è stato vissuto, per continuare a discernere, con speranza, i passi futuri.  Affidiamo questo cammino al Signore, perché continui a sostenere la nostra missione e a rendere fecondo il servizio di tanti missionari e laici che, ogni giorno, scelgono di essere migranti con i migranti”.

I Missionari Scalabriniani sono presenti in 136 missioni, sparse in 35 Paesi nel mondo: “Dall’intuizione profetica di Scalabrini più di 50 anni fa sono nate le Case e i Centri per migranti, luoghi pensati per offrire riparo, sicurezza e dignità nei momenti iniziali del percorso migratorio. In questi spazi, l’accoglienza si traduce in gesti semplici ma essenziali: un letto, un pasto, informazioni di base, ma soprattutto una presenza umana che restituisce fiducia e speranza. La prima fu aperta nel 1974 a San Paolo, in Brasile. Nel 2025 i Missionari hanno assistito in tutto il mondo 546.429 persone, offrendo loro 354.429 pasti caldi nel corso dell’intero anno”.

Un ambito specifico e significativo della missione scalabriniana è l’Apostolato del Mare – Stella Maris, rivolto alle persone che lavorano in ambito portuale e marittimo. I Missionari Scalabriniani sono presenti in 16 porti nel mondo, dove hanno aperto i Centri Stella Maris: lì incontrano uomini e donne spesso invisibili, offrendo ascolto, assistenza e accompagnamento pastorale: “Nonostante i marittimi svolgano un lavoro indispensabile per la nostra economia, basti pensare che il 90% del commercio mondiale avviene via nave, spesso non hanno tutele giuridiche, vivono in condizioni precarie, rischiando a volte anche la vita”.

L’Apostolato del Mare nasce come rete di supporto che garantisce ai lavoratori il rispetto dei loro diritti: nell’ultimo anno i Missionari hanno effettuato 2.729 visite a bordo delle imbarcazioni, divenendo un sostegno prezioso per 70.588 marittimi.

(Foto: Scalabriniani Press)

Papa Leone XIV: il progresso sia animato dalla carità

“Domenica prossima, 27 settembre, ricorre la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Il mio pensiero va ai migranti e ai rifugiati, specialmente ai minori costretti ad abbandonare la propria terra. I bambini e gli adolescenti sono i più vulnerabili; spesso vivono sofferenze indicibili: violenze, torture, sfruttamento, condizioni traumatiche e non di rado perdono la vita lungo le rotte migratorie. Faccio un appello alla responsabilità di tutti: ognuno si senta coinvolto nella vita di questi ragazzi, che vanno sempre tutelati e assistiti”: al termine dell’udienza generale papa Leone XIV ha ricordato la 112ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebra domenica prossima, denunciando ‘violenze, torture, sfruttamento’, che spesso bambini e adolescenti subiscono lungo le rotte migratorie.

Mentre nell’udienza generale in piazza san Pietro, il papa ha proseguito il ciclo di catechesi sulla costituzione pastorale ‘Gaudium et Spes’, commentando il capitolo sul senso dell’attività umana: “La domanda di fondo è questa: qual è il valore dell’attività umana nel mondo e quindi del progresso tecnico, sociale, scientifico? Possiamo ricordare che, meno di quattro anni dopo la chiusura del Concilio, nella notte fra il 20 e il 21 luglio del 1969, l’uomo avrebbe messo piede per la prima volta sulla Luna.

Creato a immagine e somiglianza di Dio, l’essere umano è soggetto di progresso. Con la libertà e l’intelligenza egli aumenta le proprie conoscenze, facendo così progredire l’intera società. Lo vediamo facilmente considerando i miglioramenti nelle condizioni di vita nel succedersi delle generazioni”.

Questo progresso ha causato un diverso modo di pensare il rapporto tra scienza e fede: “Per questo, alcuni pensatori hanno presentato il progresso tecnico-scientifico come qualcosa che indebolisce il rapporto con Dio, fino a farlo sembrare superfluo, o addirittura come antagonista rispetto alla fede cristiana. E questa lettura ha provocato un cambiamento di sguardo sul mondo da parte dell’uomo contemporaneo, rispetto alle epoche precedenti”.

Un pregiudizio che ha portato al ‘dramma dell’umanesimo ateo’, citando il teologo De Lubac: “Un tale pregiudizio si afferma soprattutto in quella parte della cultura occidentale che ha perso il suo riferimento alla Rivelazione cristiana. Negli umanesimi post-cristiani l’essere umano e Dio vengono erroneamente presentati come rivali: per affermare le sue conoscenze, la sua libertà e il suo progresso, l’uomo dovrebbe emanciparsi da Dio.

Alla fine però, negando la relazione con Dio, si perde anche la possibilità di affermare il valore trascendente della persona umana. E’ il ‘dramma dell’umanesimo ateo’, ben descritto da un importante teologo del Concilio Vaticano II, Henri de Lubac”.

In effetti il Concilio Vaticano II ha sottolineato la libertà dell’umanità di fronte al creato: “In sostanza, Dio ha posto nelle mani dell’uomo e della donna un creato ancora in statu viae, cioè in cammino, in crescita, perché essi lo conducano a compimento mediante la loro saggia attività. Vi è qui un importante richiamo al mistero dell’Incarnazione.

L’umanità (e con essa il lavoro, il progresso e l’autonomia delle realtà create) non viene assorbita o annullata dall’incontro con Dio, bensì assunta nella sua interezza, continuando ad essere, in Cristo, libera e operosa: infatti, è in Lui che essa trova piena verità e libertà. Inoltre, nella celebrazione eucaristica, il frutto del lavoro umano, rappresentato dal pane e dal vino, viene posto ogni giorno sull’altare, per essere trasformato nel Corpo e nel Sangue di Cristo”.

Quindi l’incontro con Dio avviene nella quotidianità: “Da questa prospettiva sorge una verità importante: per incontrare Dio, l’essere umano non deve abbandonare le occupazioni terrene, ma può vivere pienamente la propria vocazione svolgendo bene il lavoro quotidiano e santificandolo. [3] I cristiani sono coinvolti come tutti nell’edificazione della città degli uomini, puntando al fine di tutte le cose e all’incontro con Dio, e ricordando questo fine ultimo a coloro con cui condividono l’avventura del progresso, della scienza e della vita”.

Infine il papa ha ricordato che il progresso non deve essere separato dalla carità: “Infine, ricordiamo che per diventare autentico progresso umano il progresso tecnico e scientifico dev’essere animato e orientato dalla carità. Solo così potrà essere posto sempre a difesa della dignità dell’uomo e promuovere le condizioni di vita di tutti, specialmente dei più svantaggiati”.

(Foto: Santa Sede)

Gesti e parole di papa Leone XIV in difesa della vita

Più delle parole, i gesti ed il silenzio: così può sintetizzarsi il viaggio di papa Leone XIV a Lampedusa, compiuto sabato scorso. A Lampedusa solo l’omelia della celebrazione eucaristica resta di questo viaggio, molto precisa e che richiama a responsabilità: “Non sono venuto per fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione. Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, più umano per tutti”.

Gesti compiuti come quello di fermarsi sulla tomba di un migrante, oppure il passaggio nella ‘Porta d’Europa’, per ricordarci che anche loro sono uomini e donne: “Perciò, da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee. Anche per questo aspetto (come per quelli della transizione ecologica e della promozione della pace) l’Europa possiede un potenziale unico, che le deriva dalla sua storia e dalla sua cultura, e quindi una pari responsabilità”.

Questo lo aveva detto anche nella celebrazione eucaristica a Tenerife, durante il viaggio apostolico in Spagna: “E’ un mistero che risuona in modo del tutto specifico in queste isole, al centro di rotte migratorie che le rendono luogo di prima accoglienza di fratelli e sorelle il cui viaggio è in genere esposto a pericoli e violenze inenarrabili. A fronte di chi specula sulla disperazione, come cristiani non soltanto possiamo offrire un riflesso del Signore che dice ‘Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro’. La grazia più grande è che ci lasciamo evangelizzare da chi soccorriamo, che riconosciamo la misteriosa sapienza di Dio scritta nella loro stessa carne”.

Parole di peso, rivolte ai cattolici, in quanto pronunciate in omelie nelle celebrazioni eucaristiche, particolare significato nella vita dei cristiani, con invito ad aprirsi all’ospitalità: “Siate dunque, nel piccolo, profezia di ciò cui possiamo tendere insieme su grande scala. A beneficiarne sarete voi per primi e le vostre famiglie, superando le divisioni e le divergenze che solo la carità può sciogliere. La parrocchia, in particolare, sia una comunità dove, alla scuola del Vangelo, si impara insieme ad accogliere, accompagnare e integrare, in stile di comunione”.

In questo consiste la profezia della ‘civiltà dell’amore’: “Insieme ad un gran numero di profeti e martiri del secolo scorso, essi hanno compreso che, agli abissi del cuore umano e agli orrori della guerra, solo la misericordia sa rispondere con nuovi inizi. Ora, sulle spalle di questi giganti, siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata”.

Parole sottolineate anche nella lettera inviata dal papa in occasione del 250^ anniversario della fondazione degli Stati Uniti d’America: “Tra i principi che hanno guidato la crescita di questo Paese, c’è anche la dignità donata da Dio di ogni vita umana, essendo ogni persona dotata di un valore inerente che esige riverenza, protezione e cura. In questo spirito, una piena comprensione di questa dignità porta a riconoscere l’importanza di salvaguardare la vita umana dal suo inizio con il concepimento fino alla morte naturale, e di costruire una società in cui i vulnerabili, i sofferenti e i dimenticati siano sempre accolti con compassione, solidarietà e amore”.

Per questo la difesa della vita non può escludere i migranti: “La difesa della vita umana include anche accogliere, proteggere e assistere gli immigrati, le cui speranze, i cui sacrifici e i cui contributi hanno fatto parte della storia di questo Paese sin dall’inizio. In ogni generazione, quanti sono arrivati alla ricerca di libertà, opportunità e un luogo a cui appartenere hanno aiutato a plasmare il carattere della nazione. Accoglierli con compassione e generosità non è soltanto un atto di carità, ma anche il riconoscimento della dignità che appartiene a ogni persona umana”.

Per questo è molto importante il richiamo di papa Leone XIV al suo predecessore papa Leone XIII, che nell’enciclica ‘Sapientiae Christianae’, datata 1890, ha scritto: “Quanto poi a coloro che parteciperanno alla politica dovranno evitare due difetti, dei quali uno usurpa il falso nome di prudenza, l’altro è la temerarietà. Alcuni affermano che non conviene opporsi apertamente alla potente e imperante iniquità, perché la lotta non esasperi l’animo degli avversari.

Non si sa se costoro stiano pro o contro la Chiesa, in quanto affermano di professare la dottrina cattolica ma poi vorrebbero che la Chiesa permettesse di propagare impunemente le teorie che le sono contrarie. Si lamentano dello scadimento della fede ed anche della corruzione dei costumi, ma non fanno nulla per rimediarvi, anzi talvolta con l’eccessiva indulgenza o con una dannosa simulazione aggravano il male. Costoro vogliono che nessuno abbia dubbi sulla loro devozione alla Sede Apostolica, ma hanno sempre qualcosa da rimproverare al Papa”.

Per questo è opportuno chiudere questa riflessione con le parole del direttore generale della Fondazione Migrantes, mons.Pierpaolo Felicolo: “Sì, é stata una visita fatta di gesti di cuore e di immagini che restano nel cuore, perché come ha detto il Papa: ‘Questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti’. Gesti che sollecitano tutti a scegliere come porsi sulla ‘Porta d’Europa’, di fronte alla realtà delle migrazioni, alla luce del Vangelo e del consolidato Magistero della Chiesa”.

Un gesto che richiama quello compiuto da papa san Giovanni Paolo II nel 1992 sull’isolotto di Gorée, in Senegal: “La Chiesa che evangelizza e si fa evangelizzare dai migranti è ciò che di più prezioso possiamo offrire contro la globalizzazione dell’indifferenza, per costruire anche da lavoratori e cittadini quella civiltà dell’amore che Leone XIV continua a invocare come possibilità concreta”.

Insomma il Vangelo delle beatitudini, sine glossa.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV agli americani: la libertà è difesa della vita

Papa Leone XIV

“Cari amici e amiche, sono onorato di ricevere la Liberty Medal del National Constitution Center in questo anno che segna il 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti d’America con la firma della Dichiarazione d’Indipendenza il 4 luglio 1776. Alla vigilia di questa occasione storica, rivolgo un caloroso saluto a tutti coloro che sono riuniti al National Constitution Center di Filadelfia”: così inizia il messaggio di papa Leome XIV in occasione dell’accettazione della ‘Liberty Medal of the National Constitution Center’, per la festa dell’Indipendenza americana.

Una dichiarazione per un Paese libero grazie agli immigrati: “In quanto figlio di questo grande paese, fondato da uomini e donne coraggiosi che sognavano la libertà ed una vita migliore per sé stessi e per i propri figli, mi unisco a voi nell’invocare la benedizione di Dio sul futuro dell’America, affinché i nobili ideali sanciti all’inizio della Dichiarazione d’Indipendenza possano continuare a guidare il prosperare della nazione nell’unità, nella giustizia e nella pace”.

Ma anche un appello a  non tradire la legge ‘naturale’: “Fin dalla nostra giovinezza, la maggior parte di noi ha ammirato l’eloquenza di quelle parole, con il loro forte appello alla legge naturale e al Dio della natura come fondamento della loro affermazione che tutti gli uomini e le donne sono creati uguali e dotati dal loro Creatore di determinati diritti inalienabili, tra cui il diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità”.

Quindi ha sottolineato che, sebbene la dichiarazione richiami l’Illuminismo, essa si fonda su una visione biblica: “Sebbene formulata nel linguaggio dell’Illuminismo, tale affermazione trova in ultima analisi fondamento in una concezione della persona umana ispirata alla grande visione biblica dell’uomo e della donna creati a immagine divina. E’ proprio qui, infatti, che scopriamo il fondamento della dignità umana; una dignità che precede l’istituzione di qualsiasi stato e la cui tutela costituisce il suo scopo stesso”.

Questa Dichiarazione, negli anni seguenti, ha ‘ispirato’ la concezione di libertà per molti popoli: “In questi ultimi duecentocinquanta anni, per tanti popoli nel mondo, è stata la ferma determinazione a realizzare la nobile visione dei fondatori della nazione a rendere l’America sinonimo di libertà, mentre il paese apriva le sue porte a ondate successive di immigrati, consentendo a loro e ai loro figli di svolgere il proprio ruolo nel plasmare il futuro della nazione.

E’ stato proprio questo amore per la libertà a ispirare gli Stati Uniti, nelle ore più buie del secolo scorso al tempo delle due guerre mondiali, a guardare oltre i propri confini e, con grandi sacrifici, a difendere la causa della libertà al di là di essi”.

Però il percorso alla libertà non è stato sempre lineare: “Come ogni americano sa, tuttavia, il percorso verso la costruzione di una società che incarnasse quegli alti ideali di libertà e giustizia per tutti non è stato sempre facile e, sotto molti aspetti, è ancora un’opera in corso. Lo sforzo per realizzare questa visione è un impegno che deve essere ripreso di generazione in generazione – di fronte a sfide sempre nuove”.

Comunque la Dichiarazione americana ha il merito di aver dato ‘dignità’ alla vita: “Il primo diritto sancito dai fondatori della nazione fu il diritto alla vita, poiché nessuno, se privato della vita, può godere della libertà né perseguire la felicità. La vitalità di un paese è profondamente legata al valore che esso attribuisce alla vita umana in ogni sua forma e condizione, riconoscendo la dignità conferita a ogni persona umana in virtù della sua stessa esistenza”.

Un diritto alla vita che va salvaguardato: “Il valore intrinseco di ogni vita umana ha spinto i cuori nobili di intere generazioni a lodare le meravigliose opere del Creatore e a porsi in atteggiamento di riverenza di fronte a un dono così prezioso. E’ proprio questa riverenza, infatti, che dobbiamo continuare a coltivare, una riverenza che commuova i cuori delle persone e ispiri leggi che riconoscano e salvaguardino il dono dal momento del concepimento fino alla morte naturale”.

Diritto alla vita che non può essere disgiunto dalla libertà: “E’ sempre la riverenza che ci aiuta a scoprire che siamo custodi e accompagnatori di coloro che ci sono stati affidati. A questo proposito, la grandezza morale di una nazione si manifesta soprattutto nella sua capacità di sostenere, proteggere e valorizzare la vita di tutti, specialmente dei più vulnerabili e di coloro il cui valore viene messo in discussione.

Dopo il diritto alla vita, la libertà era ed è preminente tra i principi venerati dagli uomini e dalle donne che hanno cercato entro i confini di questa nazione un nuovo inizio, spesso equiparandola a una speranza prima inimmaginabile”.

Libertà fondata sulla verità: “Essa si fonda sulla capacità della persona umana di conoscere la verità e di aderire al bene, anche a caro prezzo; un sacrificio ben noto a molti di coloro che hanno faticato per plasmare questo paese. Il desiderio di verità e libertà, così come la stessa ricerca della felicità, continua a ispirare persone di tutte le generazioni a porsi domande fondamentali sul senso della vita, sul nostro scopo ultimo e, in effetti, su Dio; ed è proprio dei cuori magnanimi sforzarsi di rispondere a queste domande con sincerità”.

Una libertà che chiama in ‘causa’ anche quella religiosa: “E’ questa libertà che considera sacra la sfera interiore della persona, dove si formano le convinzioni e dove la coscienza può guidare le decisioni prese nell’intimità del cuore umano. Questa stessa libertà garantisce anche il diritto di ogni persona di praticare il proprio culto secondo il proprio credo, nonché il diritto degli individui, delle comunità e delle associazioni di esprimere pubblicamente la propria fede.

Infatti, la libertà religiosa ha dato origine alla tradizione americana di favorire il dialogo interconfessionale e la cooperazione interreligiosa nel promuovere il bene comune e nell’arricchire i dibattiti sulle grandi questioni morali ed etiche che la nazione ha dovuto affrontare e che hanno plasmato il corso della sua storia”.

Da questi principi deriva l’unità degli Stati Uniti: “L’unità ha dato forza a quel sogno, dando origine, sotto Dio, agli Stati Uniti d’America. E pluribus unum, da molti, uno. Affinché una nazione possa prosperare, deve essere veramente unita; unita non da obiettivi legati a imprese momentanee, ma da ideali che non svaniscono con il passare del tempo.

Possano i principi su cui abbiamo riflettuto oggi (la dignità umana condivisa, l’uguaglianza e i diritti sanciti nella Dichiarazione d’Indipendenza) essere sempre fonte di tale unità e una luce guida per il presente e per gli anni a venire”.

Concetti ribaditi ieri nella lettera per il conferimento della Liberty Medal del National Constitution Center di Philadelphia: “Per due secoli e mezzo, generazioni di americani hanno lavorato insieme per portare avanti questi principi, attraverso il sacrificio, il servizio, l’innovazione e la partecipazione civica. Questo anniversario rappresenta un invito non solo a celebrare lo straordinario percorso della nazione, ma anche a riflettere sulle responsabilità che i figli e le figlie di questo Paese hanno gli uni verso gli altri e verso le generazioni che erediteranno la nazione che si sta plasmando oggi”.

E tra i principi fondamentali c’è la libertà religiosa: “Tra i principi più preziosi vi è la libertà religiosa: il diritto di ogni persona di professare la propria fede secondo coscienza e di praticarla apertamente, senza coercizione né timore. Nel celebrare questo anniversario, è importante riconoscere che la libertà di religione è da sempre un elemento centrale della promessa americana, a tutela sia della dignità individuale sia della pacifica convivenza di un popolo eterogeneo”.

Libertà religiosa che consente uno sviluppo democratico, come scrisse papa Leone XIII nell’enciclica ‘Sapientiae Christianae’, rendendo il cristiano ‘consapevole del dovere’: “Questa stessa libertà ha permesso alla Chiesa cattolica di radicarsi e prosperare negli Stati Uniti, a vantaggio non solo dei suoi fedeli, ma dell’intera nazione. Come figli e figlie fedeli della Chiesa, i cattolici sono chiamati a permeare ogni aspetto della loro esistenza con la carità di Cristo, vivendo il Vangelo nelle circostanze della vita quotidiana.

Questo modo di vivere ha dato origine ai numerosi benefici che la Chiesa ha apportato nel corso degli anni allo sviluppo di questa nazione. In particolare, ricordo il suo impegno in ambiti quali l’istruzione, l’assistenza preferenziale ai poveri, la sanità e i servizi sociali di base, solo per citarne alcuni…

Tra i principi che hanno guidato lo sviluppo di questo Paese vi è anche la dignità, conferita da Dio, di ogni vita umana, poiché ogni persona è dotata di un valore intrinseco che esige rispetto, protezione e cura. In questo spirito, una piena comprensione di questa dignità porta a riconoscere l’importanza di salvaguardare la vita umana dal suo inizio, dal concepimento fino alla morte naturale, e di costruire una società in cui i vulnerabili, i sofferenti e i dimenticati siano sempre accolti con compassione, solidarietà e amore”.

Ed anche in questa lettera difesa della vita come protezione degli immigrati: “Difendere la vita umana significa anche accogliere, proteggere e assistere gli immigrati, le cui speranze, i cui sacrifici e il cui contributo hanno fatto parte della storia di questo Paese fin dalle sue origini. In ogni generazione, coloro che sono giunti in cerca di libertà, opportunità e un luogo a cui appartenere hanno contribuito a plasmare il carattere della nazione. Accoglierli con compassione e generosità non è solo un atto di carità, ma anche un riconoscimento della dignità che appartiene a ogni persona umana”.

Come ha scritto nell’enciclica ‘Magnifica Humanitas’, infine il papa ha invitato gli americani ad ‘onorare’ questa Dichiarazione, che festeggia 250 anni: “Abbiamo bisogno gli uni degli altri e dobbiamo lavorare insieme in unità per affrontare le sfide che il mondo si trova ad affrontare oggi. Possa questa pietra miliare rinnovare il comune impegno verso la promessa di libertà, giustizia, opportunità e democrazia. Possano gli americani onorare il coraggio e la visione di coloro che li hanno preceduti rafforzando le proprie comunità, rispettando le differenze e lavorando insieme per un’unione più perfetta.

Guardare la storia con gli occhi di Dio, l’attesa per il Papa a Lampedusa

“La visita del Papa è uno stimolo a saper guardare la storia, questa storia con gli occhi di Dio ed ascoltare il grido dei poveri, degli oppressi con l’orecchio di Dio. Ecco questo annuncio arriva in un’occasione, per capire dove siamo, e cercare di capire dove stiamo andando”: così, nei mesi scorsi, aveva dato l’annuncio della visita di papa Leone XIV per sabato 4 luglio a Lampedusa l’arcivescovo della diocesi di Agrigento, mons. Alessandro Damiano.

L’arrivo nell’isola siciliana avverrà alle ore 9:00 con la visita dei luoghi simbolo dell’isola e del dramma delle migrazioni. Si inizia con l’omaggio ai migranti defunti, al Cimitero locale per un omaggio floreale sulle tombe. Poi si recherà alla ‘Porta d’Europa’ per un momento di riflessione davanti al monumento che rappresenta l’approdo e la speranza, ed infine al Molo Favaloro dove benedirà la targa che intitolerà ufficialmente il molo a papa Francesco, e rivolgerà un saluto personale ad alcuni migranti presenti.

Alle ore 10.30 officerà la celebrazione eucaristica con esposizione sul palco dell’effige della Madonna di Porto Salvo, protettrice dell’isola e dei naviganti, al termine della quale saluterà  le autorità civili e religiose, i volontari impegnati nell’accoglienza ed i bambini ammalati. La visita si concluderà alle ore 12.30.

A tal proposito mons. Antonino Raspanti, presidente della Conferenza episcopale siciliana, ha espresso gratitudine al papa: “Le Chiese di Sicilia sono veramente gioiose e grate di questa visita del successore di Pietro alla nostra terra, a quella nostra piccola isola che tanta sofferenza vede giorno per giorno… Il papa verrà a sostenerci, a sostenere la Chiesa, a sostenere tutte le persone dell’umanità che vogliono continuare a proclamare la dignità della persona umana, i diritti della persona umana, a riconoscere il male delle strutture di peccato, quei sistemi che ancora oggi si coalizzano per distruggere e continuano a distruggere tante persone, a procurare dolore e sofferenza infinita“.

Per questo motivo la visita del papa assume un significato particolare in un tempo segnato da conflitti e migrazioni, in quanto negli anni è divenuta simbolo delle tragedie del mare ma anche della solidarietà e dell’accoglienza, tantoché la sua presenza si preannuncia come un gesto di vicinanza alle comunità locali, ai migranti ed a quanti operano quotidianamente in prima linea.

Per capire l’attesa dei lampedusani abbiamo chiesto al presidente diocesano dell’Azione Cattolica Italiana, Giovanni Gueli, all’assistente diocesano don Carmelo La Magra, che è stato parroco a Lampedusa fino al 2021, ed alla responsabile ACR diocesana, Valeria Palumbo, di raccontarci il ‘clima’ delle aspettative: “C’è molta attesa e c’è molto entusiasmo a Lampedusa per la visita del papa: sarà il secondo pontefice a recarsi sull’isola, un segnale forte di attenzione e valorizzazione del territorio. La visita è vista anche come un richiamo importante al tema dei migranti e dell’accoglienza”.

Quindi Giovanni Gueli a distanza di 13 anni dalla visita di papa Francesco la situazione è migliorata?

“Dopo 13 anni dalla visita di papa Francesco, la situazione non è migliorata. Già dopo pochi mesi accadde la tragedia del naufragio del 3 ottobre, che segnò profondamente Lampedusa e mostrò quanto la situazione fosse ancora drammatica. Oggi molte persone continuano ancora a non avere vie sicure e si affidano ai trafficanti segno che l’appello del Pontefice è rimasto inascoltato”.

Valeria Palumbo ci può spiegare per quale motivo Lampedusa è baluardo di umanità?

“Lampedusa è considerata un baluardo di umanità perché, pur essendo una piccola isola, è diventata il simbolo del primo soccorso e dell’incontro con chi arriva in condizioni di estrema fragilità. Qui i migranti trovano spesso, almeno nel primo momento, salvataggio, assistenza e volti umani dopo viaggi drammatici in mare. Per questo Lampedusa è simbolicamente legata a tutto ciò che riguarda migrazioni e accoglienza. Allo stesso tempo, però, non è il luogo in cui arrivano più migranti e l’accoglienza vera e propria non ricade sulla comunità civile, perché l’intero percorso è fortemente militarizzato e gestito in modo emergenziale”.

Un punto particolare dell’isola è il santuario di Porto Salvo con una storia di accoglienza e di speranza. A don Carmelo La Magra chiediamo di spiegare cosa significa avere fede nel ‘Porto Salvo’: “Avere fede nel Porto Salvo significa riconoscere nella Madonna una presenza di protezione, accoglienza e speranza. Per i lampedusani, l’isola richiama una zattera in mezzo al mare, un approdo sicuro per chi viaggia e cerca salvezza. E’ un segno di fiducia rivolto a tutti coloro che, nei secoli, hanno affrontato il mare con il desiderio di raggiungere un porto sicuro”.

Perciò, Giovanni Gueli, dopo 13 anni è ancora valida la domanda di papa Francesco: dove è tuo fratello?

“Sì, dopo 13 anni la domanda di Papa Francesco resta ancora attualissima. E’ una domanda che continua a interpellarci finché non ci riconosciamo davvero come fratelli e finché troppe persone continuano a morire in mare. In questo senso, il messaggio del papa non è ancora stato pienamente ascoltato”.

Infine una risposta corale per raccontarci la sfida a cui è chiamata l’Azione Cattolica diocesana: “L’Azione Cattolica diocesana è chiamata a far risuonare l’invito di papa Francesco e di continuare a raccoglierlo con slancio anche oggi, traducendolo in gesti concreti. E’ una sfida di vicinanza, testimonianza e presenza, anche sull’isola, dove l’Azione Cattolica Italiana è sempre attenta a offrire aiuto e sostegno”.

(Tratto da Aci Stampa)

Giornata del Rifugiato: accogliere i rifugiati

“Ogni anno milioni di persone sono costrette ad abbandonare le proprie terre, fuggendo da conflitti armati, crisi umanitarie, persecuzioni e violazioni dei più basilari diritti dell’uomo. Si tratta di una realtà allarmante, tendenza che si presenta ciclicamente, quasi sia un destino inevitabile, frutto di tragici sviluppi nei rapporti tra gli Stati e tra i popoli. La storia, la storia dell’Europa e degli ordinamenti internazionali nati nel secondo dopoguerra, testimoniano che non si tratta di derive irreversibili ma che, ad esse, è possibile opporre la logica del raziocinio, la forza della pace”: con questo messaggio il presidente della Repubblica Italiana ha ricordato la giornata del rifugiato, celebratasi sabato scorso.

Nel messaggio il presidente della Repubblica ha ricordato la tutela offerta dalla Costituzione italiana, che in questo caso non è mai rispettata, evidenziando la mancanza di attenzione verso i diritti umani: “Il nostro ordinamento repubblicano, la nostra Costituzione, riconoscono il carattere universale dei diritti umani ed esplicitamente, per le persone perseguitate in ragione delle loro opinioni, il diritto di asilo, assumendo poi il tema delle attività di soccorso, dell’accoglienza responsabile e della tutela di rifugiati e profughi, tra le proprie pratiche”.

Comunque in quella giornata il gesto più importante è stato compiuto da papa Leone XIV, che si è recato a Sant’Angelo Lodigiano, città natale di santa Francesca Cabrini, patrona dei migranti, chiedendo oggi di interpretare i ‘segni dei tempi’: “Attraverso le voci di questi due Pastori illuminati, madre Cabrini interpretò i segni dei tempi e comprese che il sogno di andare in Cina, emulando san Francesco Saverio, si doveva realizzare là dove, in quel momento, maggiore era il bisogno.

Ma, care sorelle e cari fratelli, se guardiamo al mondo di oggi, che cosa dobbiamo dire? Quel ‘segno’, cioè il fenomeno migratorio, è entrato in una fase diversa, sicuramente più complessa, eppure non meno capace di interpellare la Chiesa”.

Ed ecco la ‘missione’ affidata ai cattolici: “Domandiamoci: se madre Francesca vivesse oggi, che cosa le direbbe la sua anima missionaria? O meglio, che cosa direbbe il Cuore di Cristo al suo cuore di donna consacrata a Lui e al servizio del suo Regno? E che cosa le avrebbe chiesto un papa come Francesco, il quale, figlio di emigrati italiani, ha fatto del servizio ai migranti uno dei punti-chiave del suo pontificato”.

Questo discorso è stato un invito ad ‘accompagnare’ i migranti: “Da parte mia, ho ereditato e portato avanti il magistero di papa Francesco con l’esortazione apostolica ‘Dilexi te’ sull’amore verso i poveri, e là dove si parla della carità nella forma di ‘accompagnare i migranti’, compare, proprio accanto a san Giovani Battista Scalabrini, la figura di santa Francesca Saverio Cabrini”.

Per questo nel colloquio sulle migrazioni ‘RIFÙGIATI! L’accento posto su un diritto’ alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, il presidente del Centro Astalli p. Camillo Ripamonti ha posto al centro del dibattito una domanda essenziale: quali diritti siamo davvero disposti a difendere quando diventano scomodi, quando richiedono coraggio politico, responsabilità collettiva e capacità di guardare oltre la paura?

La risposta che il colloquio ha cercato di costruire è partita da un dato di contesto: a 75 anni dalla firma della Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato, il diritto di chi fugge da guerre, persecuzioni e catastrofi attraversa una delle sue stagioni più difficili. Non perché il principio sia venuto meno, ma perché è stato eroso da politiche di chiusura, da accordi opachi, da un dibattito pubblico che ha sempre più smesso di interrogarsi.

Infatti p. Ripamonti ha citato le parole pronunciate da papa Leone XIV nel viaggio alle Canarie: “La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra… La dignità umana non ha passaporto e non perde il suo valore quando attraversa una frontiera”.

Per p. Ripamonti la sfida è culturale: “Ma la sfida che abbiamo di fronte non è soltanto politica o giuridica. E’ anzitutto culturale. Quando l’indifferenza diventa accettabile, quando la solidarietà viene percepita come debolezza e la compassione come ingenuità, rischiamo di smarrire il senso profondo dei valori su cui si fondano le nostre democrazie. Difendere il diritto d’asilo significa riaffermare che la dignità umana viene prima di ogni confine”.

Ed ha chiesto di difendere il ‘diritto d’asilo’: “La Giornata Mondiale del Rifugiato non è soltanto una ricorrenza, è un banco di prova per le istituzioni, per la società civile e per ciascuno di noi. Rinnovare oggi l’impegno verso chi cerca protezione significa difendere non solo i diritti dei rifugiati, ma anche la credibilità dei principi di umanità, giustizia e solidarietà sui quali si fondano le nostre società”.

Papa Leone XIV chiede di seguire santa Francesca Cabrini

“Sono qui per rendere omaggio a madre Cabrini, Patrona dei migranti, prima Santa degli Stati Uniti d’America, nata qui, a Sant’Angelo Lodigiano, nel 1850, e morta a Chicago, la mia città natale, nel 1917. Quando ho saputo che Sant’Angelo Lodigiano dista pochi chilometri da Pavia, ho pensato subito di cogliere l’occasione… Ed eccomi qua. Grazie, grazie della vostra calorosa accoglienza! Così voi mi dimostrate l’amore della Chiesa laudense per il Papa, un amore che madre Cabrini nutriva con singolare devozione e obbedienza”: concludendo la visita pastorale a Sant’Angelo Lodigiano il papa ha ringraziato i fedeli per l’amore alla Chiesa.

Un amore pari a santa Cabrini: ”Infatti, quando fu il momento della scelta decisiva sulla ‘rotta’ da dare alla missione del suo istituto religioso, volle che fosse il Papa a indicarla. E Leone XIII fu chiaro: ‘Non all’oriente, ma all’occidente’, al servizio delle migliaia di emigrati italiani in America, come già le aveva suggerito il vescovo di Piacenza, san Giovani Battista Scalabrini”.

Un amore derivato dall’interpretazione dei ‘segni dei tempi’: “Attraverso le voci di questi due Pastori illuminati, madre Cabrini interpretò i segni dei tempi e comprese che il sogno di andare in Cina, emulando san Francesco Saverio, si doveva realizzare là dove, in quel momento, maggiore era il bisogno.

Ma, care sorelle e cari fratelli, se guardiamo al mondo di oggi, che cosa dobbiamo dire? Quel ‘segno’, cioè il fenomeno migratorio, è entrato in una fase diversa, sicuramente più complessa, eppure non meno capace di interpellare la Chiesa”.

Ed ecco il riferimento a papa Francesco: “Da parte mia, ho ereditato e portato avanti il Magistero di papa Francesco con l’Esortazione apostolica ‘Dilexi te’ sull’amore verso i poveri, e là dove si parla della carità nella forma di ‘accompagnare i migranti’, compare, proprio accanto a San Giovani Battista Scalabrini, la figura di santa Francesca Saverio Cabrini…

Fratelli e sorelle, cosa c’è di più attuale di questo carisma? Lo dico qui, davanti alla Reliquia del cuore di madre Cabrini, portata dalla Casa-madre di Codogno. Lo dico salutando e ringraziando con affetto le sue figlie spirituali, le Suore Missionarie del Sacro Cuore di Gesù. Cosa c’è di più attuale di un carisma missionario che si pone al servizio dei migranti?”

Ed ecco l’invito a seguire l’esempio di santa Cabrini: “Colgo dunque questa occasione per rivolgere un appello, specialmente ai giovani: conoscete Santa Francesca Cabrini! Leggete i suoi scritti, pieni di passione per Gesù e per la missione; le sue lettere, i suoi diari di viaggio, gli appunti dei suoi ritiri. Chi conosce madre Cabrini, ne rimane conquistato. ..

Con il suo esempio e la sua intercessione, Santa Cabrini vi aiuti a essere innamorati di Cristo, testimoni del suo Vangelo con stile operoso e generoso, al servizio dei più poveri. Vi aiuti a vivere una sinodalità effettiva, camminando uniti e tendendo insieme alla santità, nella varietà dei doni e dei ministeri”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV chiede ai trafficanti di convertirsi

“Oggi nella Chiesa celebriamo la solennità del Sacro Cuore di Gesù, che per i cristiani rappresenta l’amore misericordioso e infinito di Dio per ogni essere umano. In questo contesto, è provvidenziale poterci incontrare, vederci e soprattutto sapere che, al di là del nostro luogo di provenienza, l’amore di Dio non conosce confini, non fa distinzioni, si dona a tutti e ci raccoglie nell’unità. Vedendo i vostri volti e ascoltando le vostre testimonianze, penso ai vostri cuori, feriti da tante difficoltà ma anche consolati dall’amore ricevuto grazie ad altri cuori aperti, generosi e misericordiosi. Il Cuore di Cristo ha sofferto ed è stato trafitto per amore, ed è stato anche consolato da persone compassionevoli che si sono avvicinate per alleviare il suo dolore”: nell’ultimo giorno del viaggio apostolico in Spagna papa Leone XIV ha incontrato i membri del centro di accoglienza Las Raíces, ascoltando le loro testimonianze.

A chi ha partecipato all’incontro ha ricordato i santi ‘migranti’: “Sospinti dall’amore di Dio, che ci aiuta a sanare le ferite e ad essere caritatevoli verso chi soffre, il santo Fratel Pietro e san Giuseppe de Anchieta partirono da queste isole Canarie per annunciare il Vangelo in America, aprendo nuovi orizzonti missionari. Anche loro furono migranti che si diressero verso l’ignoto, portando come principali beni la fede, la speranza e la carità”.

E’ stato un invito a non chiudere le porte: “In quelle terre sconosciute, i santi migranti e missionari seppero dare ciò che avevano e allo stesso tempo accogliere ciò di nuovo che veniva offerto loro. Perciò invito anche voi a offrire il tesoro di umanità, di sogni e di cultura che avete portato in queste isole, e ad essere aperti a ricevere ciò che vi viene dato”.

Riprendendo l’enciclica ‘Magnifica Humanitas’ il papa ha esortato alla responsabilità: “Dobbiamo vivere questo scambio con responsabilità, pensando al futuro delle generazioni future, alle quali vogliamo tramandare il patrimonio di una civiltà dell’amore, dove le migrazioni hanno una parola importante da dire, perché ‘possono diventare un’occasione di incontro e di arricchimento reciproco tra popoli”.

In fondo tutti siamo migranti: “Cari fratelli e sorelle, tutti (in qualche modo) siamo migranti, tutti siamo pellegrini in cammino verso la patria celeste. Aiutiamoci a fare di questo viaggio un evento più umano per tutti, offrendo ciò che è alla portata di ciascuno. In questo senso, ringrazio per la collaborazione da parte del Governo, delle diverse istituzioni e di tanti uomini e donne di buona volontà, che rendono possibile questo concreto aiuto umanitario, che restituisce speranza e dignità a tante persone”.

Infine ha accennato al nome del Centro di accoglienza: “Al mio Predecessore, il caro Papa Francesco, che desiderava tanto poter essere con voi, piaceva usare l’immagine delle radici per indicare la necessità di non dimenticare le origini, di rimanere uniti e di confidare nel Signore… Quest’immagine delle radici vi aiuti a rimanere saldamente radicati nel Signore, affinché nessuna tempesta possa allontanarvi dalla sua presenza, che fortifica e dà vita”.

Poi ha incontrato i volontari di alcune realtà che operano con i migranti: “E’ un piacere per me condividere questo momento con voi qui, a San Cristóbal de La Laguna, sede di questa diocesi. Mi ha colpito ciò che è stato detto di questa città: che è una città senza mura, una città aperta.

Forse questo particolare ci aiuta a capire che le barriere più difficili da abbattere non sono sempre di pietra. A volte si trovano nello sguardo, o nella paura o nell’indifferenza. Il mare, che circonda queste isole, ci porta storie che non sempre sappiamo leggere: storie di dolore, di speranza e di ricerca. In una città senza mura, anche il cuore è chiamato ad aprirsi per accoglierle. Per questo dobbiamo imparare il linguaggio della vicinanza, quello che si capisce più con le mani che con le parole”.

Integrare significa leggere in modo diverso la realtà: “Il Braille e altre forme di scrittura tattile ci ricordano che la parola può farsi strada anche attraverso il contatto. Allo stesso modo, l’integrazione richiede di imparare a leggere in modo diverso. Ci sono sguardi che vedono e, tuttavia, non riconoscono; trasformano un volto in numero, una storia in fascicolo e una differenza in distanza. Per questo il Vangelo ci educa a una lettura più profonda della realtà: quella che nasce dalla vicinanza, dalla pazienza e da mani capaci di soccorrere, accompagnare, orientare, insegnare e aprire strade”.

In questo modo le ferite aiutano a riconoscere: “Nelle opere di integrazione di questi nostri fratelli, come in ogni opera di carità, la Chiesa impara a leggere nella vita concreta di coloro che soffrono nel corpo o nello spirito un segno vivo che rimanda ai santi Vangeli e che diventa leggibile attraverso il tatto e la vicinanza, quando tocchiamo le ferite del prossimo.

Come Tommaso davanti al corpo glorioso del Risorto, anche la Chiesa impara che le ferite, guardate con gli occhi della fede, possono diventare luogo di riconoscimento: là dove il dolore umano è toccato con amore, Cristo ci conferma che è presente nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nel carcerato e nello straniero”.

Quindi l’integrazione è un cammino: “Integrare non significa cancellare la storia di chi arriva né esigere che lasci alle spalle tutto ciò che fa parte della sua memoria. Non significa nemmeno creare mondi paralleli, chiusi gli uni agli altri, dove le persone convivono senza incontrarsi realmente. Integrare è un cammino reciproco: chi arriva impara ad abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro”.

Un cammino che porta alla fiducia: “A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni”.

Fiducia che si realizza attraverso doveri e responsabilità: “Ogni società che accoglie ha dei doveri nei confronti di chi arriva; e chi è accolto scopre a sua volta che la dignità, riconosciuta come diritto, fiorisce quando si trasforma in responsabilità e in sincero desiderio di costruire insieme agli altri. Così, chi è arrivato come straniero può ritrovare legami, ricostruire fiducia e sentirsi parte viva di una comunità. Questa è una preziosa forma di misericordia”.

Ma l’integrazione non è solo un compito sociale: “Ai cattolici vorrei chiedere ancora una cosa: che l’integrazione non si riduca a un compito sociale, per quanto necessario. Chi arriva nelle nostre parrocchie ha bisogno di pane, di un tetto, di una lingua, di lavoro e di protezione; e deve anche trovare una comunità capace di offrire, con la testimonianza della vita e della parola, percorsi per conoscere Gesù Cristo, rispettando sempre la coscienza e la libertà di ogni persona”.

In questo c’è evangelizzazione: “Evangelizzare significa condividere con rispetto e umiltà il tesoro che sostiene la nostra azione e la nostra speranza. Una Chiesa che accoglie è anche una Chiesa che annuncia, offrendo Cristo senza imporlo e che, allo stesso tempo, riceve il Vangelo dalle mani dei poveri”.

Ed ha ‘tuonato’ contro l’indifferenza: “Una coscienza umana, e ancor più una coscienza cristiana, non può rimanere indifferente di fronte alle vittime dei naufragi e alla mancanza di soccorso, di fronte ai cimiteri del mare. Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana. Tuttavia, esiste anche un naufragio silenzioso dopo l’arrivo: ritrovarsi soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità. Integrare significa impedire questo secondo naufragio. Significa aiutare chi è arrivato ferito a non rimanere per sempre bloccato nel proprio dolore, ma a poter rimettersi in piedi, riconoscere i propri doni e offrirli alla comunità”.

Ha concluso il discorso scagliandosi contro gli sfruttatori con l’invito alla conversione: “E da questa piazza voglio rivolgere una parola chiara a coloro che approfittano della disperazione; a coloro che organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare. Fermatevi! Convertitevi! Le lacrime e il sangue di questi fratelli gridano a Dio e le loro sofferenze giungono fino a Lui. Il denaro strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro”.

E’ stato un invito alla misericordia di Dio: “Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina. Spezzate quelle catene e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio. Restituite ciò che avete sottratto e riparate quanto potete. Ritornate finché c’è ancora tempo, perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito, ma entra solo attraverso la porta stretta della verità, della giustizia e della conversione”.

Quindi ha invitato ad alzare lo sguardo: “Sorelle e fratelli, l’ultima parola non può averla la paura, né l’indifferenza, né la violenza di chi specula sulla vita umana. L’ultima parola spetta a Cristo, che si identifica con lo straniero, tocca le ferite dell’umanità e ci chiama a riconoscerlo in ogni fratello che ha bisogno di essere accolto, protetto, valorizzato e integrato. Alziamo lo sguardo verso di Lui, senza distoglierlo da chi soffre; guardiamo al Signore per imparare a guardare con i suoi occhi i nostri fratelli”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV sollecita a prendersi cura dell’umanità

“Abbiamo appena ascoltato uno dei brani più impegnativi del Vangelo. Sappiamo che questo stesso capitolo contiene anche un monito che nessun credente può prendere alla leggera. Oggi, in riva al mare, la Parola diventa concreta: qui giungono tante vite ferite, spogliate di quasi tutto, ma mai, mai della loro dignità. Qui il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare”: lo ha detto papa Leone questa mattina nell’incontro con chi accoglie i migranti nel porto di Arguineguín a Las Palmas de Gran Canaria.

Una Parola tagliente e divisiva, che delinea la missione della Chiesa: “Come potete vedere, porto alla mano l’anello che si chiama ‘del Pescatore’. Il suo stesso nome ci conduce al lago di Galilea, dove Cristo chiamò Pietro e gli disse: ‘D’ora in poi sarai pescatore di uomini’. La Chiesa ha letto quel versetto come immagine della sua missione. Ma qui e in luoghi come El Hierro, quel mandato assume una forza letterale e dolorosa”.

Una Parola che invita a prendersi cura dell’umanità: “Quell’isola, piccola per estensione, ma grande in umanità, ha visto arrivare migliaia di persone strappate dalla loro terra e affidate alla fragilità di un cayuco. Vi sono persone soccorse in mare e corpi senza vita recuperati dalle acque. Per questo il Successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi. La Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana. I discepoli di Gesù non possono considerare estraneo il clamore di chi grida dalla notte”.

Il mare è pericoloso: “Nel linguaggio biblico, il mare può essere immagine di minaccia, oscurità e caos. Lì compaiono il Leviatano, figura della forza che divora, e Rahab, nome che evoca la superbia dei poteri che si levano contro Dio e contro la vita. Anche oggi esistono mostri che si aggirano in questi mari: mafie che trafficano nella disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e l’indifferenza di molti che permette i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio”.

Però la fede non è ingessata dal mare: “Ma la fede non rimane paralizzata di fronte alla potenza del mare. Crediamo in un Dio che soggioga il caos, pone un limite al male e apre una via quando sembra prevalere la morte. Così ne ha fatto esperienza il popolo d’Israele, attraversando il Mar Rosso per uscire dalla schiavitù e camminare verso la libertà. E così lo contempliamo in Cristo, che cammina sulle acque e, di fronte alla tempesta, pronuncia una parola sovrana: ‘Taci, calmati!’.

Quella voce continua a risuonare contro le forze che divorano, schiavizzano e scartano tanti nostri fratelli e sorelle. Lì dove Cristo ordina al mare di tacere, la Chiesa non può rimanere muta di fronte a coloro che sono abbandonati alle sue acque”.

Per questo è arrivato un ringraziamento a chi salva le vite dal mare: “A María, grazie per averci ricordato ciò che la Caritas, le parrocchie e tante persone fanno ogni giorno. Le tue parole ci mostrano dove inizia la conversione dello sguardo: quando il migrante smette di essere “uno dei tanti”, smette di essere una categoria e una cifra. Solo allora comprendiamo che quella bambina potrebbe essere nostra figlia, quei volti parte della nostra famiglia; e allora, la coscienza non ha più scuse”.

E’ stato un invito alla misericordia: “La misericordia inizia con piccoli gesti: a volte con qualche biscotto e un po’ di latte; altre volte, con cinque pani e due pesci. Non si tratta di risolvere tutto, ma di mettere tutto nelle mani di Dio e di essere presenti là dove l’essere umano soffre, dove le risorse non bastano e non c’è una lingua comune, ma dove ancora possono parlare i gesti. Grazie di cuore a tutti coloro che si uniscono ai soccorsi, all’accoglienza e all’accompagnamento, testimoniando che la misericordia concreta può salvare e può cambiare molte vite”.

Quella del papa è stata una parola per dare coraggio a chi ha vissuto lo sfruttamento: “Vorrei che questo messaggio arrivasse a te e a tante donne vittime della tratta e dello sfruttamento: se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile. Se hanno voluto rinchiuderti in un passato di dolore, Dio continua a pronunciare su di te una promessa di futuro.

Se ti hanno trattata come una cosa, la Chiesa vuole dirti oggi: sei figlia, sei sorella, sei una benedizione. La tua vita non appartiene a chi ti ha fatto del male; il tuo corpo non appartiene a chi si è approfittato di te; i tuoi giorni non appartengono a chi ha voluto incatenarli alla paura! La tua vita appartiene a Dio e conserva una dignità che nessuno può strapparti. E noi vogliamo camminare con te, finché quella verità non tornerà a farsi sentire, più forte del dolore”.

Ecco che i migranti diventano persone: “Cari migranti: prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare. Ma voglio anche dirvi che la vostra vita deve essere protetta. Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono ‘canti delle sirene’, sono industrie di morte”.

E’ stato un grido che invita ad un esame di coscienza: “Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana ed abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante”.

Ma anche la Chiesa è chiamata ad un esame di coscienza: “Anche la Chiesa deve lasciarsi interpellare. L’accoglienza del migrante non può essere qualcosa di secondario, né venire delegata solo ad alcuni volontari. Ci inginocchiamo davanti all’altare per adorare Cristo presente nell’Eucaristia, dal quale riceviamo la forza e la motivazione per vivere la carità: per questo non possiamo poi ‘passare oltre’ davanti a cayucas e pateras, poiché dalla preghiera scaturisce ogni servizio e ad essa ritorna ogni impegno”.

Per questo ogni migrante è un interpello sul mondo costruito: “Da quest’isola, vorrei che la voce di coloro che hanno parlato oggi raggiungesse chi ha in mano responsabilità decisive (autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali) e anche le comunità cristiane, le altre tradizioni religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?”

E’ stata una richiesta di legalità: “La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra. Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera”.

Occorre riconoscere Dio nei poveri: “Il Dio che ‘al tramonto della vita ci giudicherà sull’amore’ ci conceda di riconoscerlo oggi nei poveri e negli stranieri, e ci liberi dal guardare il dolore altrui come se non ci appartenesse. Che Nostra Signora del Carmelo accompagni coloro che sono arrivati, consoli chi ha perso i propri cari, sostenga quelli che li accolgono e risvegli in tutti noi il coraggio della misericordia”.

E’ stato un invito alla custodia della vita: “E che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste. Perché oggi, qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità. Prima o poi, si saprà se questa umanità abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi”.

(Foto: Santa Sede)

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