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La Divina Misericordia per salvare il mondo dall’odio

“Dio, Padre misericordioso, che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio tuo Gesù Cristo, e l’hai riversato su di noi nello Spirito Santo, Consolatore, Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo. Chinati su di noi peccatori, risana la nostra debolezza, sconfiggi ogni male, fa’ che tutti gli abitanti della terra sperimentino la tua misericordia, affinché in Te, Dio Uno e Trino, trovino sempre la fonte della speranza. Eterno Padre, per la dolorosa Passione e la Risurrezione del tuo Figlio, abbi misericordia di noi e del mondo intero!”: con questa preghiera , il 17 agosto 2002, a Cracovia, san Giovanni Paolo II affidò alla Divina Misericordia le sorti del mondo.

In quella giornata san Giovanni Paolo II consacrò il mondo alla Divina Misericordia nel Santuario di Lagiewniki, alla periferia di Cracovia, vicino al convento dove morì santa Faustina Kowalska, l’apostola della Divina Misericordia a cui Gesù affidò, tra le altre cose, la diffusione della preghiera della Coroncina della Divina Misericordia.

Nell’omelia san Giovanni Paolo II disse che stava facendo la consacrazione con le parole di santa Faustina scritte nel diario (‘O inconcepibile ed insondabile Misericordia di Dio, chi Ti può adorare ed esaltare in modo degno? O massimo attributo di Dio Onnipotente, Tu sei la dolce speranza dei peccatori’): “Ripeto oggi queste semplici e sincere parole di Santa Faustina, per adorare assieme a lei e a tutti voi il mistero inconcepibile ed insondabile della misericordia di Dio. Come lei, vogliamo professare che non esiste per l’uomo altra fonte di speranza, al di fuori della misericordia di Dio. Desideriamo ripetere con fede: Gesù, confido in Te!”

Il papa chiedeva un affidamento alla misericordia di Dio: “Bisogna che l’invocazione della misericordia di Dio scaturisca dal profondo dei cuori pieni di sofferenza, di apprensione e di incertezza, ma nel contempo in cerca di una fonte infallibile di speranza. Perciò veniamo oggi qui, nel Santuario di Łagiewniki, per riscoprire in Cristo il volto del Padre: di Colui che è ‘Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione’. Con gli occhi dell’anima desideriamo fissare gli occhi di Gesù misericordioso per trovare nella profondità di questo sguardo il riflesso della sua vita, nonché la luce della grazia che già tante volte abbiamo ricevuto, e che Dio ci riserva per tutti i giorni e per l’ultimo giorno”.

E’ stato un affidamento del mondo, sconvolto sempre dall’odio e dalle guerre alla misericordia di Dio: “Quanto bisogno della misericordia di Dio ha il mondo di oggi! In tutti i continenti, dal profondo della sofferenza umana, sembra alzarsi l’invocazione della misericordia. Dove dominano l’odio e la sete di vendetta, dove la guerra porta il dolore e la morte degli innocenti occorre la grazia della misericordia a placare le menti e i cuori, e a far scaturire la pace.

Dove viene meno il rispetto per la vita e la dignità dell’uomo, occorre l’amore misericordioso di Dio, alla cui luce si manifesta l’inesprimibile valore di ogni essere umano. Occorre la misericordia per far sì che ogni ingiustizia nel mondo trovi il suo termine nello splendore della verità.

Perciò oggi, in questo Santuario, voglio solennemente affidare il mondo alla Divina Misericordia. Lo faccio con il desiderio ardente che il messaggio dell’amore misericordioso di Dio, qui proclamato mediante Santa Faustina, giunga a tutti gli abitanti della terra e ne riempia i cuori di speranza”.

La festa della Divina Misericordia è stata istituita da san Giovanni Paolo II nel 1992 che la fissò per tutta la Chiesa nella prima domenica dopo Pasqua, ‘Domenica in albis’, ma il suo culto nella prima domenica dopo Pasqua nel santuario di Cracovia – Lagiewniki era già presente nel 1944, tantoché la partecipazione alle funzioni era così numerosa che la Congregazione ha ottenuto l’indulgenza plenaria, concessa nel 1951 per sette anni dal card. Adam Sapieha.

Tale scelta della prima domenica dopo Pasqua ha un senso teologico: indica lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia, come scrisse suor Faustina: “Ora vedo che l’opera della Redenzione è collegata con l’opera della Misericordia richiesta dal Signore… Le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione… Se non adoreranno la Mia misericordia, periranno per sempre”.

Seconda Domenica di Pasqua: domenica della divina Misericordia   

suor faustina e gesù misericordioso

Papa san Giovanni Paolo II ha definito questo giorno ‘la Domenica della divina misericordia’. L’evangelista san Giovanni  ci fa cogliere l’emozione profonda degli apostoli nell’incontro con Cristo risorto, mentre il Maestro trasmette loro, ancora timorosi e stupefatti,  la missione di essere ministri della Misericordia di Dio. Gesù risorto, dopo la sua risurrezione opera la ‘risurrezione dei Discepoli’ e questi cambiamo tenore di vita.

Gesù rialza i Suoi con la misericordia e questi diventano misericordiosi offrendo loro tre doni: la pace, lo Spirito Santo e le sue piaghe. Gesù offre la Pace: i discepoli erano ancora angosciati quando Gesù entra a porte chiuse ed annuncia: ‘Pace a voi’. Non è la pace  che risolve i problemi ma la pace che infonde fiducia; è la pace del cuore che trasforma gli apostoli in veri missionari nel mondo.

Non è il solito saluto giudaico ‘shalom’, ma ‘Pace a voi’ dove l’assenza del verbo fa bene intendere il compimento della promessa  nell’ultima cena: ‘Vi do la mia pace e non come quella che dà il mondo’; poi Gesù alitò su di essi e disse: ‘Ricevete lo Spirito santo’; il perdono nello Spirito Santo è il dono  più bello per risorgere dentro il cuore a nuova vita. ‘A chi rimetterete i peccati saranno rimessi’: da qui il sacramento del perdono.

Lo Spirito santo con il Battesimo, mentre ci innesta a Cristo e alla sua vita divina, pone in noi tre semi: la Fede, la Speranza e la carità; tre doni  che con il nostro ‘sì’ generoso e responsabile crescono nel cuore e danno un senso nuovo alla nostra vita quotidiana. Questa è quella risurrezione a nuova vita,  di cui parla Gesù a Nicodemo, che trasforma l’individuo e con esso la società intera.

Una vita nell’amore verso Dio e verso il prossimo dove il cristiano prende coscienza che gli altri uomini non sono semplici individui ma persone umane per le quali Cristo Gesù si è offerto in croce, persone con pari dignità, chiamate a costituire la comunità, che si chiama Chiesa, popolo di Dio, membra dello stesso corpo mistico di Cristo. Ecco perché la Chiesa non può accettare né il liberalismo che inneggia all’individuo, né il materialismo ateo che inneggia alla lotta di classe; siamo chiamati tutti ad essere una grande famiglia.

L’uomo (ogni uomo) è un valore e i rapporti sociali  non possono e non debbono essere regolati né dall’odio, né dall’arrivismo, né dalla lotta di classe ma dall’amore. L’amore misericordioso è la prima preoccupazione del Signore Risorto e dalle piaghe del Crocifisso esce un vero effluvio di grazie per gli smarriti nella fede. Gesù risorto mostra ai Discepoli le sue cinque piaghe.

I timori dei Discepoli finiscono appena toccano le sue piaghe, espressione del suo amore profondo per tutti gli uomini. Tommaso, uno dei Dodici, aveva detto: ‘Se non lo vedo, se non tocco le sue ferite, non crederò’. Gesù risponde: ‘Beati quelli che pur non avendo visto crederanno’. Gesù non intende esaltare una fede cieca e senza ragione, ma una fede illuminata, che fa leva sui valori spirituali più che fisici. 

Consapevole della nuova realtà alla quale siamo chiamati, Gesù evidenzia: ‘Io sono la vite, voi i tralci’ e l’Apostolo Paolo in sintonia afferma: ‘Cristo è il capo, noi siamo le membra’ evidenziando la realtà del Corpo mistico di Cristo. Risorgere diventa il passaggio dalla vita secondo la carne alla vita secondo lo spirito.

Risorgere, come vedi, non è uno scoperchiare la tomba, venire fuori possibilmente con una bandiera in mano, come viene talvolta rappresentato il Risorto, ma un camminare da una vita secondo la carne in una vita secondo lo spirito, camminare in una vita nuova.. Questa nuova vita è il frutto di due componenti: una divina, frutto dell’azione dello Spirito santo, che nel battesimo ci inserisce a Cristo come il tralcio alla vite e ci conferisce carismi e le tre virtù teologali; l’altra umana: il nostro ‘sì’ generoso che fa crescere questi semi e vivere ‘la vita secondo la spirito’.

Da qui la gioia cristiana perché come Cristo è risorto anche noi risorgeremo. Maria, madre della Misericordia, aiutaci a mantenere viva questa fiducia nel tuo Figlio, nostro redentore.    

Alla Basilica di Santa Rita a Cascia, Domenica delle Palme presieduta dal card. Ernest Simoni

Sarà la prima volta a Cascia, ai piedi di Santa Rita, per il Cardinale Ernest Simoni, che Papa Francesco ha definito ‘martire vivente’, per i quasi 28 anni in cui durante il regime comunista in Albania, sua terra natale, è stato prigioniero, subendo persecuzioni, lavori forzati, violenze e minacce.

Nel suo instancabile apostolato, a ben 95 anni di età, il porporato, che oggi risiede nell’Arcidiocesi di Firenze, ha accolto con gioia l’invito della Comunità Agostiniana di Cascia e presiederà la Santa Messa Solenne della Domenica delle Palme, nella Basilica di Santa Rita. La celebrazione si terrà alle ore 10.30, preceduta dalla processione con le palme che partirà dall’inizio del viale del Santuario. Sarà trasmessa anche in diretta sul canale YouTube del Monastero www.youtube.com/user/monasterosantarita

Nel suo pellegrinaggio, il Cardinale, incontrerà le monache di clausura e i padri agostiniani, portando la sua preziosa testimonianza umana e di fede a tutti, soprattutto all’alba della Pasqua. Lui che ha sempre proclamato il perdono e la misericordia per i suoi aguzzini, pregherà davanti al corpo di Rita da Cascia, santa del perdono.

Simbolicamente, il Cardinale Simoni aprirà, quindi, la Settimana Santa della Basilica di Santa Rita, dove sono molti gli appuntamenti in preparazione alla Pasqua di Risurrezione. Tra i più importanti:

26 Marzo – MARTEDÌ SANTO

Celebrazione anticipata dell’8° GIOVEDÌ di SANTA RITA

(I 15 Giovedì di Santa Rita sono il cammino di preghiera e riflessione, in preparazione alla festa del 22 maggio e a ricordo dei 15 anni in cui la santa portò la spina, ricevuta dalla corona di Gesù, sulla fronte)

•          ore 17.00 – Santa Messa e Passaggio all’Urna di Santa Rita

In diretta sul canale YouTube del Monastero www.youtube.com/user/monasterosantarita

28 Marzo – GIOVEDÌ SANTO

•          ore 8.00 – Canto delle LODI

•          ore 17.00 – CENA DEL SIGNORE, presiede il Rettore Padre Mario De Santis

Segue la possibilità di rimanere in ADORAZIONE fino alle ore 23.00

In diretta sul canale YouTube del Monastero www.youtube.com/user/monasterosantarita

29 Marzo – VENERDÌ SANTO

•          ore 8.00 – Canto delle LODI

•          ore 15.00 – ADORAZIONE della CROCE, presiede Padre Pietro Bellini

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•          ore 21.00 – Processione penitenziale del Cristo Morto per le vie cittadine

30 Marzo – SABATO SANTO

•          ore 8.00 – Canto delle LODI

•          ore 21.00 – SOLENNE VEGLIA PASQUALE, presiede parroco di Cascia, Don Davide Travagli

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31 Marzo – DOMENICA DI RISURREZIONE

•          ore 17.00 – Santo Rosario

•          ore 17.30 – Canto del VESPRO con le monache

•          ore 18.00 – SANTA MESSA animata dalla Corale Santa Rita di Cascia

In diretta sul canale YouTube del Monastero www.youtube.com/user/monasterosantarita

Papa Francesco: il perdono è vita nuova

La ‘24 Ore per il Signore’, iniziativa quaresimale di preghiera e riconciliazione voluta da papa Francesco, è giunta alla 11^ edizione, confessando alcuni penitenti nella parrocchia di san Pio V a Roma, promossa dal Dicastero per l’Evangelizzazione, che ogni anno si celebra nelle diocesi di tutto il mondo, alla vigilia della IV Domenica di Quaresima, ‘Domenica in Laetare’ alla presenza di 600 fedeli:

“E’ la vita che nasce dal Battesimo, il quale ci immerge nella morte e nella risurrezione di Gesù e ci fa per sempre figli di Dio, figli della risurrezione destinati alla vita eterna, orientati alle cose di lassù. E’ la vita che ci porta avanti nella nostra identità più vera, quella di essere figli amati del Padre, così che ogni tristezza e ostacolo, ogni fatica e tribolazione non possano prevalere su questa meravigliosa realtà che ci fonda: siamo figli del Dio buono”.

La vita nuova è un cammino, che non conosce la ‘pensione’, ha sottolineato il papa: “Abbiamo sentito che San Paolo associa alla vita nuova un verbo: camminare. Dunque la vita nuova, iniziata nel Battesimo, è un cammino. E non c’è pensione, in questo! Nessuno in questo cammino va in pensione, si va sempre avanti.

E dopo tanti passi nel cammino, forse abbiamo perso di vista la vita santa che scorre dentro di noi: giorno dopo giorno, immersi in un ritmo ripetitivo, presi da mille cose, frastornati da tanti messaggi, cerchiamo ovunque soddisfazioni e novità, stimoli e sensazioni positive, ma dimentichiamo che c’è già una vita nuova che scorre dentro di noi e che, come brace sotto la cenere, attende di divampare e fare luce a tutto quanto”.

E’ stato un invito a pensare allo Spirito Santo: “Quando noi siamo indaffarati in tante cose, pensiamo allo Spirito Santo che è dentro di noi e ci porta? A me succede tante volte di non pensarci, ed è brutto. Essere così, presi da tanti travagli, ci fa dimenticare il vero cammino che stiamo facendo nella vita nuova”.

E’ stato un invito a vedere i nostri peccati: “C’è una brutta abitudine: quella di trasformare i nostri compagni di cammino in avversari. E tante volte lo facciamo. I difetti del prossimo ci paiono esagerati e i loro pregi nascosti; quante volte siamo inflessibili con gli altri e indulgenti con noi stessi!

Avvertiamo una forza inarrestabile a compiere il male che vorremmo evitare. Un problema di tutti, se persino San Paolo scrive, sempre alla comunità di Roma: ‘Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio’. Anche lui era un peccatore, e anche noi tante volte facciamo il male che non vogliamo”.

E’ stato un invito a restare fermi nel proseguire il cammino: “Insomma, annebbiato il volto di Dio, offuscati quelli dei fratelli, sfocata la grandezza che ci portiamo dentro, restiamo in cammino, ma abbiamo bisogno di una segnaletica nuova, abbiamo bisogno di un cambio di passo, di una direzione che ci aiuti a ritrovare la via del Battesimo, cioè a rinnovare la nostra bellezza originaria che è lì sotto le ceneri, rinnovare il senso di andare avanti. E quante volte ci stanchiamo di camminare e perdiamo il senso di andare avanti? Restiamo tranquilli, o nemmeno tranquilli, ma fermi”.

Il cammino permette di rinnovare la vita: “Ed il perdono divino fa proprio questo: ci rimette a nuovo, come appena battezzati. Ci ripulisce dentro, facendoci tornare alla condizione della rinascita battesimale: fa scorrere di nuovo le fresche acque della grazia nel cuore, inaridito dalla tristezza e impolverato dai peccati. Il Signore toglie la cenere dalla brace dell’anima, deterge quelle macchie interiori che impediscono di confidare in Dio, di abbracciare i fratelli, di amare noi stessi”.

La certezza è che Dio perdona, ma con il nostro aiuto: “Si vede Dio solo se il cuore viene purificato: purificare il cuore per vedere Dio. Ma chi può fare questa purificazione? Il nostro impegno è necessario, ma non basta; non basta, siamo deboli, non possiamo; solo Dio conosce e guarisce il cuore. Mettetevi questo bene nella mente: solo Dio è capace di conoscere e guarire il cuore, solo Lui può liberarlo dal male. Perché ciò avvenga occorre portargli il nostro cuore aperto e contrito”.

Se c’è tale desiderio di un rinnovamento non bisogna rinviare: “Il Signore vuole questo, perché ci desidera rinnovati, liberi, leggeri dentro, felici e in cammino, non parcheggiati sulle strade della vita. Lui sa quanto è facile per noi inciampare, cadere e rimanere a terra, e vuole rialzarci. Ho visto un bel dipinto, dove c’è il Signore che si china per rialzare noi. E questo fa il Signore ogni volta che noi ci accostiamo alla Confessione.

Non rattristiamolo, non rimandiamo l’incontro con il suo perdono, perché solo se rimessi in piedi da Lui possiamo riprendere il cammino e vedere la sconfitta del nostro peccato, cancellato per sempre. Perché il peccato sempre è una sconfitta, ma Lui vince il peccato, Lui è la vittoria… E questa è la ripartenza della vita nuova: cominciata nel Battesimo, riparte dal perdono”.

E’ un invito a non rinunciare a questa speranza: “Non rinunciamo al perdono di Dio, al sacramento della Riconciliazione: non è una pratica di devozione, ma il fondamento dell’esistenza cristiana; non è questione di saper dire bene i peccati, ma di riconoscerci peccatori e di buttarci tra le braccia di Gesù crocifisso per essere liberati; non è un gesto moralistico, ma la risurrezione del cuore.

Il Signore risorto ci risuscita, tutti noi. Andiamo dunque a ricevere il perdono di Dio e noi, che lo amministriamo, sentiamoci dispensatori della gioia del Padre che ritrova il figlio smarrito; sentiamo che le nostre mani, poste sul capo dei fedeli, sono quelle forate di misericordia di Gesù, che trasforma le piaghe del peccato in canali di misericordia”.

Però è anche un invito per i sacerdoti a perdonare: “E noi che facciamo da confessori, sentiamo che ‘il perdono e la pace’ che proclamiamo sono la carezza dello Spirito Santo sul cuore dei fedeli. Cari fratelli, perdoniamo! Cari fratelli sacerdoti, perdoniamo, perdoniamo sempre come Dio che non si stanca di perdonare, e ritroveremo noi stessi.

Concediamo sempre il perdono a chi lo domanda e aiutiamo chi prova timore ad accostarsi con fiducia al sacramento della guarigione e della gioia. Rimettiamo il perdono di Dio al centro della Chiesa! E voi, cari fratelli sacerdoti, non domandate troppo: che dicano, e tu perdona tutto. Non andare a indagare, no”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Francesco sottolinea l’importanza dell’Atto di dolore

Oggi papa Francesco, ricevendo i partecipanti al 34^ Corso sul Foro Interno promosso dalla Penitenzieria Apostolica, ha citato sant’Alfonso Maria de’ Liguori, autore del testo dell’atto di dolore, sottolineando che usa un linguaggio semplice, ma allo stesso tempo ricco: “Nonostante il linguaggio un po’ antico, che potrebbe anche essere frainteso in alcune sue espressioni, questa preghiera conserva tutta la sua validità, sia pastorale che teologica. Del resto ne è autore il grande sant’Alfonso Maria de’ Liguori, maestro della teologia morale, pastore vicino alla gente e uomo di grande equilibrio, lontano sia dal rigorismo sia dal lassismo”.

E si è soffermato su tre atteggiamenti espressi nell’Atto di dolore, di cui il primo è il pentimento: “Esso non è il frutto di un’autoanalisi né di un senso psichico di colpa, ma sgorga tutto dalla consapevolezza della nostra miseria di fronte all’amore infinito di Dio, alla sua misericordia senza limiti. E’ questa esperienza infatti a muovere il nostro animo a chiedergli perdono, fiduciosi nella sua paternità, come recita la preghiera.. In realtà, nella persona, il senso del peccato è proporzionale proprio alla percezione dell’infinito amore di Dio: più sentiamo la sua tenerezza, più desideriamo di essere in piena comunione con Lui e più ci si mostra evidente la bruttezza del male nella nostra vita.

Ed è proprio questa consapevolezza, descritta come ‘pentimento’ e ‘dolore’, che ci spinge a riflettere su noi stessi e sui nostri atti e a convertirci. Ricordiamoci che Dio non si stanca mai di perdonarci, e da parte nostra non stanchiamoci mai di chiedergli perdono!”

Il secondo aspetto riguarda la fiducia: “Nell’Atto di dolore Dio è descritto come ‘infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa’. E’ bello sentire, sulle labbra di un penitente, il riconoscimento dell’infinita bontà di Dio e del primato, nella propria vita, dell’amore per Lui.

Amare ‘sopra ogni cosa’, significa infatti mettere Dio al centro di tutto, come luce nel cammino e fondamento di ogni ordine di valori, affidandogli ogni cosa. Ed è un primato, questo, che anima ogni altro amore: per gli uomini e per il creato, perché chi ama Dio ama il fratello e cerca il suo bene, sempre, nella giustizia e nella pace”.

Il terzo aspetto consiste nel proposito: “Esso esprime la volontà del penitente di non ricadere più nel peccato commesso, e permette l’importante passaggio dall’attrizione alla contrizione, dal dolore imperfetto a quello perfetto. Noi manifestiamo questo atteggiamento dicendo: ‘Propongo, con il tuo santo aiuto, di non offenderti mai più’. Queste parole esprimono un proposito, non una promessa.

Infatti, nessuno di noi può promettere a Dio di non peccare più, e ciò che è richiesto per ricevere il perdono non è una garanzia di impeccabilità, ma un proposito attuale, fatto con retta intenzione nel momento della confessione”.

Ed infine la chiusura della preghiera: “Qui i termini ‘Signore’ e ‘misericordia’ appaiono come sinonimi, e questo è decisivo! Dio è misericordia, la misericordia è il suo nome, il suo volto. Ci fa bene ricordarlo, sempre: in ogni atto di misericordia, in ogni atto d’amore, traspare il volto di Dio”.

(Foto: Santa Sede)

24 ore per il Signore: al centro la Misericordia

Oggi torna, per l’XI edizione, ‘24 ore per il Signore’, iniziativa quaresimale di preghiera e riconciliazione voluta da papa Francesco che si celebrerà nelle diocesi di tutto il mondo alla vigilia della quarta domenica di Quaresima con il tema tratto da una versetto della Lettera ai Romani di san Paolo: ‘Camminare in una vita nuova’, proponendo alle comunità ecclesiali di prevedere un’apertura straordinaria delle chiese, in modo da offrire ai fedeli l’occasione di sostare in qualsiasi momento in adorazione e l’opportunità di confessarsi.

L’edizione di quest’anno si inserisce nel percorso dell’Anno della Preghiera, e la ‘24 Ore per il Signore’ sarà l’occasione per fare esperienza della preghiera del perdono. Dallo scorso anno, per caratterizzare maggiormente la presenza nelle comunità parrocchiali, papa Francesco presiede la celebrazione nella parrocchia di San Pio V a Roma.

Nell’annunciare l’iniziativa mons. Rino Fisichella, prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, ha spiegato la scelta della frase ed il sussidio: “Il presente sussidio intende offrire alcuni suggerimenti per consentire alle parrocchie e alle comunità cristiane di prepararsi a vivere questa iniziativa. Si tratta, ovviamente, di proposte che possono essere adattate in base alle esigenze e alle consuetudini locali.

Lo scopo dell’evento è rimettere al centro della vita della pastorale della Chiesa, quindi delle nostre comunità, delle nostre parrocchie, di tutte le realtà ecclesiali, il sacramento della riconciliazione. Questo è il centro del messaggio evangelico: la Misericordia di Dio, che ci dà la certezza che davanti al Signore nessuno troverà un giudice, ma troverà piuttosto un padre che lo accoglie, lo consola e gli indica anche il cammino per rinnovarsi”.

Il sussidio spiega il valore del perdono: “Alla luce della fede cristiana, la bellezza, la ricchezza e il vero significato del perdono possono essere compresi solo nella logica dell’amore di Dio per ogni essere umano. Infatti, se guardiamo solo al rapporto tra gli uomini, il perdono non è qualcosa di spontaneo e naturale”.

Il perdono è liberatorio ed è una grazia di Dio, come afferma il salmo 103: “Tuttavia, anche se difficile, diventa un’esperienza liberatoria se contemplato a partire da Dio. Può essere vissuto da un cuore ferito grazie al potere guaritore e rigenerante dell’amore. Ha la sua fonte primaria in Dio Amore misericordioso.

Non va confuso con una mera scarica di colpe o con un atto legale di amnistia. E’ un atto d’amore gratuito. Non lo si può meritare né comprare… Qui vediamo come il perdono di Dio sia una grazia, un dono d’amore in eccesso, al di là di tutti i calcoli e le misure umane”.

Il perdono è una grazia di vita nuova: “Gli incontri di Gesù rendono il perdono più visibile nelle situazioni concrete della vita delle persone. L’uomo paralitico guarito da Gesù è un emblema dell’uomo perdonato. La guarigione è vista come il segno del perdono: ‘Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati’; ‘alzati e cammina’.

Gesù lo solleva dal suo fallimento e gli apre la possibilità di camminare di nuovo nella vita con speranza. Nel commovente incontro della peccatrice pubblica con Gesù nella casa di un fariseo, la donna si mette ai piedi di Gesù, li bagna con le sue lacrime e li unge di profumo. Si affida completamente a Gesù con amore e venerazione. Gesù la accoglie così com’è, senza condannarla”.

In conclusione, dopo aver riportato alcune testimonianze, il sussidio riporta la catechesi di papa Francesco sul perdono dello scorso settembre: “Il messaggio di Gesù è chiaro: Dio perdona in modo incalcolabile, eccedendo ogni misura. Lui è così, agisce per amore e per gratuità. Dio non si compra, Dio è gratuito, è tutto gratuità. Noi non possiamo ripagarlo ma, quando perdoniamo il fratello o la sorella, lo imitiamo.

Perdonare non è dunque una buona azione che si può fare o non fare: perdonare è una condizione fondamentale per chi è cristiano. Ognuno di noi, infatti, è un ‘perdonato’ od una ‘perdonata’: non dimentichiamo questo, noi siamo perdonati, Dio ha dato la vita per noi e in nessun modo potremo compensare la sua misericordia, che Egli non ritira mai dal cuore”.

Papa Francesco prega per gli Armeni

Sempre oggi, prima dell’Udienza Generale, papa Francesco ha ricevuto i membri del Sinodo dei Vescovi della Chiesa Patriarcale di Cilicia degli Armeni presso la tomba degli apostoli Pietro e Paolo a conclusione della ricorrenza del Dottor della Chiesa, san Gregorio di Narek, incentrando il discorso, letto da mons. Filippo Ciampanelli, sull’accompagnamento del popolo di Dio da parte dei vescovi:

“Come Vescovi, Successori degli Apostoli, abbiamo la responsabilità di accompagnare il santo Popolo di Dio verso Gesù, Signore e Amico degli uomini, nostro Buon Pastore. Per questo nel giorno dell’ordinazione episcopale ci siamo impegnati a custodire la fede, a rafforzare la speranza e a diffondere la carità di Cristo”.

E’ stato un invito rivolto al Sinodo di scegliere con cura i sacerdoti per accompagnare il popolo nel cammino verso Dio: “Cari Fratelli, una delle grandi responsabilità del Sinodo è proprio quella di dare alla vostra Chiesa i Vescovi di domani. Vi prego di sceglierli con cura, perché siano dediti al gregge, fedeli alla cura pastorale, mai arrivisti. Non vanno scelti in base alle proprie simpatie o tendenze, e bisogna stare molto attenti agli uomini che hanno ‘il fiuto degli affari’ od a quelli che ‘hanno sempre la valigia in mano’, lasciando il popolo orfano”.

Ed ha sottolineato che un’eparchia non è luogo di ‘passaggio’ verso cariche più prestigiose, chiamandolo ‘adulterio pastorale’: “Un Vescovo che vede la sua Eparchia come luogo di passaggio verso un’altra più ‘prestigiosa’ dimentica di essere sposato con la Chiesa e rischia (permettetemi l’espressione) di commettere un ‘adulterio pastorale’. Lo stesso accade quando si perde tempo a contrattare nuove destinazioni o promozioni: i Vescovi non si acquistano al mercato, è Cristo a sceglierli come Successori dei suoi Apostoli e Pastori del suo gregge”.

Quindi, come affermava san Gregorio di Narek, i fedeli devono sentire la vicinanza del proprio vescovo: “In un mondo pieno di solitudini e distanze, quanti ci sono affidati devono sentire da noi il calore del Buon Pastore, la nostra attenzione paterna, la bellezza della fraternità, la misericordia di Dio. I figli del vostro caro popolo hanno bisogno della vicinanza dei loro Vescovi. So che in grandissimo numero sono dispersi nel mondo e talvolta in territori molto vasti, dove è difficile che siano visitati”.

Però, anche se dispersi nel mondo, papa Francesco ha sollecitato a mostrare una Chiesa piena di amore, invocando una collaborazione con la Chiesa armena: “Ma la Chiesa è Madre amorevole e non può che cercare tutti i mezzi possibili per raggiungerli, perché ricevano l’amore di Dio nella loro propria tradizione ecclesiale. E non è tanto questione di strutture, le quali sono solo mezzi che aiutano la diffusione del Vangelo; è soprattutto questione di carità pastorale, di cercare e promuovere il bene con sguardo e apertura evangelici: penso anche all’essenzialità di una ancora più stretta collaborazione con la Chiesa armena apostolica”.

E’ stato un chiaro invito a pregare per discernere il Vangelo: “Vorrei condividere con voi un altro aspetto che avverto come prioritario: pregare molto, anche per custodire quell’ordine interiore che permette di operare in armonia, discernendo le priorità del Vangelo, quelle care al Signore…

I vostri Sinodi siano dunque ben preparati, i problemi studiati con cura e valutati con saggezza; le soluzioni, sempre e solo per il bene delle anime, siano applicate e verificate con prudenza, coerenza e competenza, assicurando soprattutto la piena trasparenza, anche nel campo economico.

Le leggi vanno conosciute e applicate non per formalismo, ma perché sono strumenti di un’ecclesiologia che permette anche a chi non ha potere di appellarsi alla Chiesa con pieni diritti codificati, evitando gli arbitrii del più forte”.

E’ stato un invito a curare la ‘pastorale vocazionale’: “I vostri Sinodi siano dunque ben preparati, i problemi studiati con cura e valutati con saggezza; le soluzioni, sempre e solo per il bene delle anime, siano applicate e verificate con prudenza, coerenza e competenza, assicurando soprattutto la piena trasparenza, anche nel campo economico. Le leggi vanno conosciute e applicate non per formalismo, ma perché sono strumenti di un’ecclesiologia che permette anche a chi non ha potere di appellarsi alla Chiesa con pieni diritti codificati, evitando gli arbitrii del più forte”.

Ed ha concluso con un pensiero a coloro che fuggono dal Nagorno-Karabakh, sottolineando che gli Armeni sono stati sempre cacciati dai territori: “Beatitudine, Fratelli carissimi, come non evocare infine, con le parole ma soprattutto con la preghiera, l’Armenia, in particolare tutti coloro che fuggono dal Nagorno-Karabakh, le numerose famiglie sfollate che cercano rifugio! Tante guerre, tante sofferenze.

La prima guerra mondiale doveva essere l’ultima e gli Stati si costituirono nella Società delle Nazioni, ‘primizia’ delle Nazioni Unite, pensando che ciò bastasse a preservare il dono della pace. Eppure da allora, quanti conflitti e massacri, sempre tragici e sempre inutili. Tante volte ho supplicato: Basta! Echeggiamo tutti il grido della pace, perché tocchi i cuori, anche quelli insensibili alla sofferenza dei poveri e degli umili. E soprattutto preghiamo. Lo faccio per voi e per l’Armenia”.

(Foto: Santa Sede)

Prima domenica di Quaresima: Convertitevi!

Con il mercoledì delle ceneri è iniziata la quaresima; periodo forte dell’anno liturgico che ci porta alla Pasqua di risurrezione: uno spazio di 40 giorni, numero simbolico assai significativo. Il 40 è il risultato di 4×10: il n. 4 indica la realtà creata da Dio (acqua, terra, aria, fuoco); il n. 10 indica Dio e la Santissima Trinità, la forza divina. Continuando il simbolismo Gesù, prima di iniziare la vita pubblica si ritira nel deserto dove viene tentato da Satana. La vita del cristiano è un combattimento contro le forze del maligno.

Con Satana Gesù non dialoga ma risponde sempre con la ‘Parola di Dio’: entra in dialogo Eva e commette il peccato originale; Caino ed uccide il fratello Abele; Gesù resiste sempre a Satana dicendo: ‘Taci ed esci fuori’! La tentazione è sempre una scelta tra due amori; la tentazione ci permette di fare la nostra scelta. Nel deserto Gesù stava con le bestie selvatiche; Gesù invita noi a guardarle in faccia ma non ad aver paura: non devi temerle, né ignorarle, né ucciderle: è la bestia dell’orgoglio, della superbia, dell’arrivismo, della sessualità sfrenata. Non bisogna aver paura ma fare la scelta oculata, responsabile, attenta.

Gesù, fatta la sua scelta, esce dal deserto ed annuncia il Vangelo. La bella Notizia. Il Vangelo è il grande Messaggio annunciato da Gesù: non siamo mai soli, l’amore misericordioso di Dio e la sua Grazia non verranno mai meno. Il Vangelo non assicura ricchezze, onori, piaceri; anzi Gesù dice: “chi vuole essere mio discepolo prenda la croce e mi segua”! La bella notizia del Vangelo: non saremo mai soli; Dio è sempre accanto a noi. Da qui l’esortazione austera: ‘Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino, convertitevi!’

Forse tu mi chiedi: per chi suona questa campana? Amico, che ascolti: questa campana suona per me, per te, per ciascuno di noi: tutti abbiamo bisogno di ‘conversione’, operare una rivoluzione mentale, come indica il termine greco: ‘metanoia’, rivoluzione interiore che ciascuno di noi è invitato a realizzare dentro se stesso, nel proprio cuore. Per aiutarci in questo impegno la Chiesa ci indica un itinerario che si può sintetizzare in tre parole: preghiera, digiuno, elemosina.

La Preghiera può assumere varie espressioni: Dio ci parla e bisogna rispondere a ‘tu per tu’ con Dio, come figli al padre.  Digiuno: oltre che pratica fatta di sobrietà di cibo, è soprattutto sforzo sincero per togliere dal cuore tutto ciò che è frutto del peccato o di mancanza di amore. Elemosina: aprire il cuore  e gli occhi e scorgere accanto a noi tanti fratelli e sorelle materialmente e spiritualmente che soffrono. Perciò invito alla solidarietà.  

Ecco perché la quaresima è un cammino di conversione, di penitenza, di revisione completa della vita.  Gesù con il Battesimo ci ha costituito figli di Dio; Dio, come ben sai, è amore, perdono, misericordia infinita. La quaresima è il tempo propizio per la scelta guardando Gesù che, prima di dare inizio alla vita pubblica, dopo l’apprendistato di trenta anni a Nazareth e il Battesimo nel Giordano, si è ritirato nel deserto per insegnare a noi una lezione di vita. In Gesù ci viene offerta oggi un’alleanza nuova con Dio che è amore.

Il grande dono offerto da Gesù è quello di essere con il Battesimo veri Figli di Dio, perché fratelli di Cristo Gesù, chiamati perciò a ricevere il dono di una terra nuova e un cielo nuovo. E’ necessario ripensare al nostro Battesimo, ai doni ricevuti (talenti e carismi) ma soprattutto prendere coscienza di essere e di vivere da figli di Dio. Come cristiani siamo chiamati ad annunciare il messaggio di Cristo non solo proclamandolo a parole ma soprattutto con le opere.

Essere cristiani nel nostro lavoro quotidiano in campo politico, economico, sociale oltre che religioso. Nel nostro impegno quotidiano non saremo mai soli; dice infatti Gesù: “io sarò accanto a voi sempre, sino alla fine del mondo”. Maria, madre di Gesù e madre nostra, sa quanto siamo deboli, conosce le risorse di misericordia del Figlio suo, ci ottenga la grazia di fidarci del Figlio suo, vero Dio e nostro fratello.

Papa Pio VII e la libertà della Chiesa cattolica, il suo esilio finì 210 anni fa

“La significativa ricorrenza del bicentenario della morte del Servo di Dio papa Pio VII è per me è occasione lieta di rivolgere un cordiale saluto a Lei, caro Fratello, ed all’intera Comunità civile e religiosa cesenaticense-sarsinate, che ricorda con riconoscenza un illustre figlio, pastore coraggioso, difensore premuroso della Chiesa… Nel rileggere la vita di questo venerato predecessore personalità di profonda fede, mitezza, umanità e misericordia, che si distinse per competenza e prudenza di fronte a chi impediva la Libertas Ecclesiae, affiorano sentimenti di gratitudine e ammirazione per l`eredità spirituale lasciata e la franchezza evangelica con cui ha sostenuto le difficili prove durante i ventitré anni di pontificato”.

Il prof. Monda racconta l’umorismo secondo papa Benedetto XVI

“Martedì 19 aprile 2005, ore 17.44, piazza san Pietro, ombelico del mondo: la fumata è bianca. Da qui comincia il percorso di Joseph Ratzinger come Vicario di Cristo in terra. Da qui inizia anche il nostro viaggio alla scoperta di Benedetto XVI, ‘semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore’, come lui stesso si definì quel giorno. Ma queste prime parole, che sono rimaste impresse nella memoria di tutti, sono figlie dell’emozione del momento, rappresentano una formula retorica o rivelano qualcosa di profondo dell’uomo chiamato a succedere a Pietro?”

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