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Papa Leone XIV invita ad essere portatori di misericordia

“Cari fratelli e sorelle, dopo una giornata ricca di incontri e di condivisione, celebrando ora con voi questa Eucaristia, voglio prima di tutto rendere grazie al Signore per il tanto bene che qui si compie ogni giorno, affidandogli l’impegno di tutti e al tempo stesso le sofferenze di cui questa terra è testimone. Vi invito anche a pregare insieme, in questa Santa Messa, per le anime dei fratelli e delle sorelle che hanno perso la vita in mare. Tutto ciò deporremo sulla Mensa con il pane e il vino, mentre ci introduciamo, con la Celebrazione vespertina della Vigilia, nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù, a cui la Spagna intera è consacrata. Chiediamo al Signore che in questo momento siano vivi in noi gli stessi sentimenti di umanità, misericordia e compassione del Cuore del Salvatore”: nella celebrazione eucaristica del penultimo giorno della visita apostolica in Spagna papa Leone XIV ha esortato i 50.000 fedeli ad essere pieni di misericordia, perché la carità non diventi assistenzialismo.

Riprendendo le letture della messa della vigilia della solennità del Sacro Cuore ha ricordato la carità di Dio: “Li ha scelti non perché avessero prerogative, doti o meriti particolari, ma per puro amore, e continuerà ad amarli sempre, anche quando, per il loro cuore indurito, non corrisponderanno ai suoi sentimenti.

Questa è la carità di Dio, nella quale ha le sue radici la nostra vocazione all’amore: non fondata sul calcolo, né sul solo sentimento, né riducibile a semplice filantropia, ma pervasiva di tutto il nostro essere: fuoco per l’anima, luce per la mente, impulso irresistibile per la libertà, pace e al tempo stesso tormento per il cuore, che batte in sintonia con altri cuori, coinvolgendo tutta la persona. Perché amare è connaturale all’uomo, anzi è condizione di pienezza della sua stessa esistenza”.

Nel volto di Dio si riconosce la via della vita: “Ed è in questo volto di Dio sempre ‘innamorato’, totalmente e costantemente desideroso del nostro bene e della nostra piena felicità, che noi riconosciamo la via della vita, imparando un modo nuovo di esistere e di rapportarci, un metro diverso per valutare le scelte, uno stile rinnovato e rigenerante di fare comunione…

‘Ricambiare amore per amore’: ecco lo scambio meraviglioso, l’ ‘admirabile commercium’ da cui il Vangelo ci invita a lasciarci coinvolgere, traducendo la misura infinita dell’amore di Dio nella generosità con cui Lo serviamo, ogni giorno, nei fratelli e nelle sorelle che Lui stesso pone sul nostro cammino, specialmente in quelli più bisognosi, indifesi, incapaci di rendere il cambio. Proprio come avviene su quest’isola, nell’accoglienza, nella condivisione, nel dono disinteressato”.

Anche la seconda lettura ricorda la ‘gratuità del Cuore di Cristo’, mandato per dare la vita: “Le sue parole richiamano quelle di Gesù, che ha detto di essere venuto perché abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza, e che ha ordinato al paralitico guarito: ‘alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina’. In queste espressioni riconosciamo l’invito ad abbracciare maternamente chi soffre, ma al tempo stesso a preparare e spingere chi è stato ferito a rialzarsi e a rimettersi in marcia, per una vita libera e degna”.

Per questo la carità deve integrare la persona: “Effettivamente, la nostra carità non deve essere mero assistenzialismo, ma è volta a integrare le persone, per la loro piena realizzazione (spirituale, intellettuale e fisica) e il loro inserimento degno e costruttivo nella comunità. Solo così il nostro incontrarci, anche a fronte di vicende difficili e dolorose, diventa occasione per gettare semi di speranza nel cammino dell’umanità verso un futuro migliore”.

Quindi la caratteristica del Cuore di Gesù è l’umiltà: “Il Cuore di Gesù è umile, e perciò non ne sentono i battiti i ‘dotti’ ed i ‘sapienti’, cioè quelli che hanno la presunzione di bastare a sé stessi, di sapere tutto, e di non aver bisogno né di Dio né degli altri. A questi, infatti, frastornati dai rimbombi di un “io” ridondante, onnipresente e irrequieto, manca il silenzio necessario per ascoltare in sé e nei fratelli il pulsare nascosto dell’amore”.

E l’umiltà conduce alla carità: “Gesù ci insegna invece, al contrario, che per gustare la gioia vera della vita, che è nell’amore, è necessario scendere dai piedistalli della supponenza che divide, per incontrarsi nell’umiltà che affratella… E’ proprio così. Dove c’è autentica umiltà c’è amore, e dove c’è amore c’è pace, perché solo nell’umiltà conosciamo realmente chi siamo e dunque possiamo amarci, incontrarci, donarci e perdonarci nella verità”.

Insomma è stato un invito ad essere ‘portatori’ della misericordia di Dio: “Guardiamoci perciò a vicenda, non solo in questa giornata, ma sempre, con rispetto e fiducia, e rinnoviamo, in questa consapevolezza, l’impegno a compiere in noi, nella carità, ciò che manca ai patimenti di Cristo, per il bene della Chiesa. Accesi dalla carità del suo Cuore, facciamoci portatori della sua misericordia e della sua pace, perché nel mondo cessino le guerre e cresca attorno a noi una nuova umanità, riconciliata nell’amore”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV sollecita a prendersi cura dell’umanità

“Abbiamo appena ascoltato uno dei brani più impegnativi del Vangelo. Sappiamo che questo stesso capitolo contiene anche un monito che nessun credente può prendere alla leggera. Oggi, in riva al mare, la Parola diventa concreta: qui giungono tante vite ferite, spogliate di quasi tutto, ma mai, mai della loro dignità. Qui il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare”: lo ha detto papa Leone questa mattina nell’incontro con chi accoglie i migranti nel porto di Arguineguín a Las Palmas de Gran Canaria.

Una Parola tagliente e divisiva, che delinea la missione della Chiesa: “Come potete vedere, porto alla mano l’anello che si chiama ‘del Pescatore’. Il suo stesso nome ci conduce al lago di Galilea, dove Cristo chiamò Pietro e gli disse: ‘D’ora in poi sarai pescatore di uomini’. La Chiesa ha letto quel versetto come immagine della sua missione. Ma qui e in luoghi come El Hierro, quel mandato assume una forza letterale e dolorosa”.

Una Parola che invita a prendersi cura dell’umanità: “Quell’isola, piccola per estensione, ma grande in umanità, ha visto arrivare migliaia di persone strappate dalla loro terra e affidate alla fragilità di un cayuco. Vi sono persone soccorse in mare e corpi senza vita recuperati dalle acque. Per questo il Successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi. La Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana. I discepoli di Gesù non possono considerare estraneo il clamore di chi grida dalla notte”.

Il mare è pericoloso: “Nel linguaggio biblico, il mare può essere immagine di minaccia, oscurità e caos. Lì compaiono il Leviatano, figura della forza che divora, e Rahab, nome che evoca la superbia dei poteri che si levano contro Dio e contro la vita. Anche oggi esistono mostri che si aggirano in questi mari: mafie che trafficano nella disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e l’indifferenza di molti che permette i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio”.

Però la fede non è ingessata dal mare: “Ma la fede non rimane paralizzata di fronte alla potenza del mare. Crediamo in un Dio che soggioga il caos, pone un limite al male e apre una via quando sembra prevalere la morte. Così ne ha fatto esperienza il popolo d’Israele, attraversando il Mar Rosso per uscire dalla schiavitù e camminare verso la libertà. E così lo contempliamo in Cristo, che cammina sulle acque e, di fronte alla tempesta, pronuncia una parola sovrana: ‘Taci, calmati!’.

Quella voce continua a risuonare contro le forze che divorano, schiavizzano e scartano tanti nostri fratelli e sorelle. Lì dove Cristo ordina al mare di tacere, la Chiesa non può rimanere muta di fronte a coloro che sono abbandonati alle sue acque”.

Per questo è arrivato un ringraziamento a chi salva le vite dal mare: “A María, grazie per averci ricordato ciò che la Caritas, le parrocchie e tante persone fanno ogni giorno. Le tue parole ci mostrano dove inizia la conversione dello sguardo: quando il migrante smette di essere “uno dei tanti”, smette di essere una categoria e una cifra. Solo allora comprendiamo che quella bambina potrebbe essere nostra figlia, quei volti parte della nostra famiglia; e allora, la coscienza non ha più scuse”.

E’ stato un invito alla misericordia: “La misericordia inizia con piccoli gesti: a volte con qualche biscotto e un po’ di latte; altre volte, con cinque pani e due pesci. Non si tratta di risolvere tutto, ma di mettere tutto nelle mani di Dio e di essere presenti là dove l’essere umano soffre, dove le risorse non bastano e non c’è una lingua comune, ma dove ancora possono parlare i gesti. Grazie di cuore a tutti coloro che si uniscono ai soccorsi, all’accoglienza e all’accompagnamento, testimoniando che la misericordia concreta può salvare e può cambiare molte vite”.

Quella del papa è stata una parola per dare coraggio a chi ha vissuto lo sfruttamento: “Vorrei che questo messaggio arrivasse a te e a tante donne vittime della tratta e dello sfruttamento: se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile. Se hanno voluto rinchiuderti in un passato di dolore, Dio continua a pronunciare su di te una promessa di futuro.

Se ti hanno trattata come una cosa, la Chiesa vuole dirti oggi: sei figlia, sei sorella, sei una benedizione. La tua vita non appartiene a chi ti ha fatto del male; il tuo corpo non appartiene a chi si è approfittato di te; i tuoi giorni non appartengono a chi ha voluto incatenarli alla paura! La tua vita appartiene a Dio e conserva una dignità che nessuno può strapparti. E noi vogliamo camminare con te, finché quella verità non tornerà a farsi sentire, più forte del dolore”.

Ecco che i migranti diventano persone: “Cari migranti: prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare. Ma voglio anche dirvi che la vostra vita deve essere protetta. Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono ‘canti delle sirene’, sono industrie di morte”.

E’ stato un grido che invita ad un esame di coscienza: “Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana ed abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante”.

Ma anche la Chiesa è chiamata ad un esame di coscienza: “Anche la Chiesa deve lasciarsi interpellare. L’accoglienza del migrante non può essere qualcosa di secondario, né venire delegata solo ad alcuni volontari. Ci inginocchiamo davanti all’altare per adorare Cristo presente nell’Eucaristia, dal quale riceviamo la forza e la motivazione per vivere la carità: per questo non possiamo poi ‘passare oltre’ davanti a cayucas e pateras, poiché dalla preghiera scaturisce ogni servizio e ad essa ritorna ogni impegno”.

Per questo ogni migrante è un interpello sul mondo costruito: “Da quest’isola, vorrei che la voce di coloro che hanno parlato oggi raggiungesse chi ha in mano responsabilità decisive (autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali) e anche le comunità cristiane, le altre tradizioni religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?”

E’ stata una richiesta di legalità: “La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra. Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera”.

Occorre riconoscere Dio nei poveri: “Il Dio che ‘al tramonto della vita ci giudicherà sull’amore’ ci conceda di riconoscerlo oggi nei poveri e negli stranieri, e ci liberi dal guardare il dolore altrui come se non ci appartenesse. Che Nostra Signora del Carmelo accompagni coloro che sono arrivati, consoli chi ha perso i propri cari, sostenga quelli che li accolgono e risvegli in tutti noi il coraggio della misericordia”.

E’ stato un invito alla custodia della vita: “E che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste. Perché oggi, qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità. Prima o poi, si saprà se questa umanità abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi”.

(Foto: Santa Sede)

Solennità Santissima Trinità: Gloria a Dio: Padre, Figlio, Spirito Santo

Domenica è una grande solennità: la liturgia inneggia a Dio uno e trino: un ineffabile mistero di amore. La liturgia esordisce: ‘Nel proclamare Te, Dio vero ed eterno, noi adoriamo la Trinità  delle Persone, l’Unità della natura, l’uguaglianza nella maestà divina’. Conoscere che Dio esiste è un fatto proprio della ragione umana; la mente umana indaga sull’esistenza di Dio, realtà perfetta che ha dato origine alla bellezza e all’ordine cosmico del quale l’uomo è parte integrante. Solo un folle, diceva sant’Anselmo, può negare l’esistenza di Dio perché, come ebbe ad evidenziare anche il grande filosofo Emmanuel Kant, ‘iI cielo stellato al di sopra di me e la legge morale in me postulano la necessità di un Dio perfetto che ha dato vita a tutte le cose’.

La Fede e la rivelazione ci dicono che Dio non è una realtà che dobbiamo cercare  perché è proprio Dio che per primo ha cercato noi, ci ha voluto bene, ci ha creato a sua immagine e somiglianza; Dio infatti creando ama e amando crea. In questo Fede e ragione si danno la mano, concordano appieno. La ragione cerca Dio, la Fede ci mostra questo Dio e ce ne rivela la sua natura: ‘Il Signore è Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e pieno di grazia e di fedeltà’, mentre l’apostolo Giovanni lo definisce: Dio è amore.

In un altro verso scrive: Dio ha amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito. E’ stato proprio Gesù a manifestare che Dio è uno nella natura, trino nelle persone; Dio infatti è una realtà dialogica, che nella sua unità dà origine, da tutta l’eternità, alle tre divine persone: Padre, Figlio, Spirito santo. Dalla Bibbia apprendiamo che Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. In una società oggi tesa tra la globalizzazione e l’individualismo la Chiesa ci offre la testimonianza della ‘koinonia’, della comunione divina (dove c’è il Padre, c’è anche il Figlio e lo Spirito Santo), tre persone uguali e distinte in comunione sempre perfetta.

Questa realtà, scrive papa Benedetto XVI, non viene ‘dal basso’ ma costituisce il più grande mistero delle Fede cristiana, ha le sue radici nel cielo dove ci si incontra con Dio uno e trino. Gesù rivela chiaramente che Dio è uno nella essenza, trino nelle Persone e dirà agli Apostoli: ‘Come il Padre ha mandato me, io mando voi; andate e battezzate nel nome del Padre, Figlio e Spirito santo’. Conoscere l’esistenza di Dio è un fatto umano, una verità di ragione; conoscere la natura intima di Dio, la sua essenza è impossibile alla mente umana perché questa è limitata e circoscritta, Dio è infinito, illimitato ed eterno.

Solo la rivelazione operata d Cristo Gesù ci ha permesso di cogliere la natura di Dio. Dio è amore. L’amore è vita che si espande, che circola; è una unità dialogica, che dà origine alle tre divine persone. Puro Spirito, Dio pensa ed ama: il suo pensiero eterno determina, dà origine alla Sapienza eterna (Verbum o Figlio): ‘In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio, il Verbo era Dio’, così si esprime Giovanni nel Vangelo; l’Amore scambievole tra Padre e Figlio dà origine alla terza Persona: lo Spirito santo.

Tra Padre, Figlio e Spirito santo c’è pertanto una comunione totale, costante, infinita ed eterna; comunione che si apre all’uomo, creato da Dio a sua immagine e somiglianza. La differenza tra Dio e l’uomo è qualitativa perché Dio è Uno ed infinito ed eterno; l’uomo è finito e circoscritto; il Pensiero e l’Amore che in Dio danno origine da sempre alla Trinità, nell’uomo sono solo facoltà, potenzialità, possibilità di potere pensare ed amare nei limiti della nostra realtà umana. La divina Trinità diventa allora il modello da imitare, Gesù dirà: ‘Siate perfetti come è perfetto il Padre che è nei cieli’. 

Dio, Uno e Trino, impernia tutta la vita dell’uomo: dalla creazione alle redenzione operata da Gesù vero Figlio di Dio e vero uomo. Siamo cristiani perché battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; i sacramenti ricevuti sono tutti dono di Dio uno e trino; Gesù nella sua preghiera al Padre dirà: ‘Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dato a me, ed essi hanno osservato la tua parola’.

Da qui la necessità di mettere al primo posto Dio; non un dio generico, astratto, ma il Dio dell’Alleanza che ha fatto uscire il popolo ebreo dalla schiavitù egiziana verso la Terra promessa; il Dio che nella pienezza dei tempi ha risuscitato Cristo Gesù dai morti ed ha costituito la nuova Alleanza con tutti gli uomini e, come Lui è risorto, anche noi risorgeremo. E’ necessario però vivere nella giustizia di Dio e nell’amore.

Dio è amore e non delude; proprio Gesù ci ha rivelato il volto autentico di Dio grande e misericordioso. La festa di oggi è anche un singolare appello alla pace. La pace è gloria di Dio nell’alto dei cieli, come cantarono gli angeli sulla grotta di Betlemme, ed è l’eredità degli uomini amati dal Signore. Per intercessione della Vergine SS., madre di Gesù e nostra, il Dio dell’amore vegli sempre su di noi e faccia di tutti noi la sua eredità. Noi inizieremo sempre e concluderemo la giornata nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo.

Papa Leone XIV: invita a custodire i vulnerabili

“Il tema che avete scelto quest’anno, ‘Human Compassion and Empathy in Modern Times’ è particolarmente opportuno per il nostro mondo attuale. Di fatto, questi non sono sentimenti marginali, ma piuttosto atteggiamenti fondamentali di entrambe le nostre tradizioni religiose e aspetti importanti di ciò che significa vivere una vita autenticamente umana”: ricevendo i partecipanti al Colloquio promosso dal Dicastero per il Dialogo Interreligioso e dal Royal Institute for Inter-Faith Studies, papa Leone XIV, questa mattina, ha ricordato il valore condiviso della compassione nelle tradizioni cristiana e musulmana.

Citando l’esortazione apostolica ‘Dilexi te’ il papa ha sottolineato il valore della compassione nelle due religioni: “La tradizione musulmana associa la compassione, ra’fa, con la misericordia quale dono posto da Dio nel cuore dei credenti, e uno dei nomi divini, al-Ra’uf, ci ricorda che la compassione ha sempre origine in Dio stesso.

Similmente, nella tradizione cristiana, la Sacra Scrittura rivela un Dio che non rimane indifferente alla sofferenza… In Gesù Cristo questa compassione divina diventa visibile e tangibile. Dio va oltre il vedere e l’ascoltare, assumendo la nostra natura umana al fine di diventare l’incarnazione vivente della compassione. Seguendo l’esempio di Gesù, la compassione cristiana diventa un partecipare o ‘soffrire con’ gli altri, specialmente con i più svantaggiati”.

La compassione, come aveva detto papa Leone XIII, è una componente importante per la società: “Per le nostre tradizioni, la compassione umana e l’empatia non sono un qualcosa in più o qualcosa di facoltativo, bensì una chiamata di Dio a riflettere la sua bontà nella nostra vita quotidiana.

Questa convinzione, pertanto, ha implicazioni sociali. Papa Leone XIII ha insegnato che i poveri e gli emarginati meritano un’attenzione e un aiuto speciale da parte della società e dello Stato. A tale riguardo, desidero esprimere il mio apprezzamento per i generosi sforzi del Regno Hashemita di Giordania nell’accogliere rifugiati e assistere i bisognosi in circostanze difficili”.

Il rischio invece  che si corre è quello dell’apatia: “Cari amici, purtroppo la compassione e l’empatia oggi rischiano di scomparire. I progressi tecnologici ci hanno resi più connessi che mai, ma possono portare anche all’indifferenza. Il flusso costante di immagini e video delle difficoltà degli altri può rendere i nostri cuori insensibili piuttosto che commuoverli… Questo genere di apatia sta diventando una delle sfide spirituali più serie del nostro tempo”.

Per questo il papa ha sollecitato i fedeli delle due religioni a ‘ravvivare’ la società: “In questo contesto, cristiani e musulmani, attingendo alla ricchezza delle rispettive tradizioni, sono chiamati a una missione comune: ravvivare l’umanità laddove si è raffreddata, dare voce a coloro che soffrono e trasformare l’indifferenza in solidarietà. La compassione e l’empatia possono essere i nostri strumenti, poiché hanno il potere di ripristinare la dignità dell’altro”.

Ugualmente ai membri della ‘Vatican Observatory Foundation’, organizzazione con sede negli Usa che sostiene e promuove le attività della Specola Vaticana, il papa ha ricordato la necessità della verità: “Oggi, tuttavia, sia la scienza sia la religione affrontano una minaccia diversa e forse più insidiosa: quella di quanti negano l’esistenza stessa della verità oggettiva”.

Per questo ha ribadito la necessità della responsabilità condivisa nella cura del pianeta e nel benessere dei vulnerabili: “Troppe persone nel nostro mondo rifiutano di riconoscere ciò che la scienza e la Chiesa insegnano chiaramente: che abbiamo la solenne responsabilità di custodire il nostro pianeta e di garantire il benessere di coloro che lo abitano, specialmente i più vulnerabili, la cui vita è messa a repentaglio dallo sfruttamento sconsiderato sia delle persone sia del mondo naturale. E’ proprio per questo che l’adesione della Chiesa ad una scienza rigorosa ed onesta rimane non solo preziosa, ma anche essenziale”.

Per questo ha espresso gratitudine alla fondazione: “Il vostro impegno consente agli scienziati del Vaticano di impegnarsi in modo costruttivo con il grande pubblico e con la comunità scientifica mondiale. La vostra generosità permette alla Specola Vaticana di condividere la meraviglia dell’astronomia con studenti di tutto il mondo e di proporre laboratori e scuole estive a quanti lavorano in scuole cattoliche e parrocchie. Ed è, in definitiva, la vostra dedizione a far sì che i telescopi e i laboratori dell’Osservatorio rimangano ciò che sono sempre stati destinati a essere: luoghi in cui s’incontra la gloria del creato di Dio con riverenza, con profondità e gioia”.

Infine ha ricordato il fine della Fondazione: “Non dobbiamo mai perdere di vista la visione teologica che anima tutto ciò. La nostra è una religione dell’Incarnazione. La Scrittura ci insegna che sin dal principio Dio si è fatto conoscere attraverso le cose che ha creato, e che Dio ha tanto amato il suo creato da mandare suo Figlio perché vi entrasse e lo salvasse.

Non sorprende, quindi, che persone dalla fede profonda si sentano spinte a esplorare le origini e il funzionamento dell’universo. Il forte desiderio di comprendere il creato più a fondo non è altro che il riflesso di quel desiderio inquieto di Dio che dimora nel profondo di ogni animo”.

(Foto: Santa Sede)

VI Domenica di Pasqua: ‘Vado, ma non vi lascerò orfani!’

Nel cuore di ogni cristiano alberga una certezza: Gesù non ci lascia orfani, non ci abbandona, non ci lascia soli; anzi Egli stesso ci assicura: ‘Sarò con voi sino alla fine del mondo’. E’ necessario però che si verifichi una condizione: amare ed osservare i suoi comandamenti. A queste condizioni Gesù invia alla sua Chiesa il ‘Consolatore’: lo Spirito santo, che è il dono mirabile di Dio alla sua chiesa. ‘Io vado al Padre, dice Gesù, e non mi vedrete più, ma il Padre vi darà un atro Consolatore: lo Spirito di verità’.

Chi è lo Spirito Santo? E’ l’amore eterno di Dio.  Come Gesù, Verbo eterno, è la sapienza eterna di Dio, così lo Spirito Santo è l’amore eterno di Dio, che dà origine alla terza persona divina. Parlare dell’Amore di Dio non è facile; si entra nel grande mistero della Santissima Trinità, che noi conosciamo per rivelazione; è proprio Gesù che ce lo ha rivelato. Nessuno di noi ha mai visto Dio; conosciamo la sua esistenza anche filosoficamente perché tutto proviene da Dio e ritorna a Dio, ma la sua natura intima ci sfugge perché Dio è infinito ed eterno, noi siamo finiti e circoscritti, siamo limitati nello spazio e nel tempo.

Dalla Bibbia, parola di Dio, sappiamo di essere stati creati a sua immagine e somiglianza; ma la differenza tra noi e Dio è qualitativa: noi finiti e limitati, Dio infinito ed eterno. La nostra somiglianza con Dio sta nel fatto che Dio ama e pensa; noi  abbiamo la capacità di amare e pensare; Dio è Sapienza eterna (o Verbo) ed Amore eterno (Spirito santo); noi, come uomini, abbiamo la capacità di pensare ( di conoscere) e di amare.

Queste due prerogative in Dio danno origine alle tre divine Persone: Padre, Figlio (o Verbo o sapienza eterna) e Spirito santo (o Amore infinito di Dio o Consolatore, come lo chiama Gesù). Come vedi, di Dio noi possiamo parlare solo per analogia impropria; Dio è infinito, noi siamo finiti; la differenza non è quantitativa ma qualitativa: l’uomo pensa ed ama con la sua attività spirituale; Dio invece, realtà viva ed infinita, genera il Pensiero eterno ( o Verbo) e l’Amore eterno (o Spirito santo) da tutta l’eternità. 

Dio nella sua infinita misericordia ci ha creato a sua immagine per essere felici con Lui; il peccato ha rotto questo rapporto di amore con Lui; la misericordia divina sempre grande ed infinita non ha abbandonato l’uomo e nella pienezza dei tempi ‘il Verbo si fece carne’, assunse la nostra natura umana per salvare l’uomo e ripristinare la nostra dignità. Dio è amore, se vogliamo salvarci ed essere felici con Lui, dobbiamo amare; ed ecco il Padre, dopo che Gesù è morto e risorto, non ci lascia soli ma invia il Consolatore, lo Spirito d’amore o Spirito santo. 

Amore con amore si paga, per potere rispondere al suo amore lo Spirito santo guida questa grande famiglia (la Chiesa), non l’abbandona mai anzi ci sprona, ci parla di Dio, ci apre il cuore e ci rivela la profondità dell’amore di Dio ( nel rispetto sempre della nostra libertà perché così ci ha creato Dio). Per messo del Consolatore noi conosciamo il padre ed impariamo a conoscere sempre meglio il Figlio. 

L’Amore di Dio (il Consolatore) all’inizio operò l’incarnazione del Verbo, che assunse la natura umana nel seno della Vergine Maria; l’angelo infatti disse a Maria: quello che avverrà in te è opera dello Spirito santo. Lo Spirito santo venendo in noi con il Battesimo distribuisce a ciascuno i suoi doni, i suoi talenti, i suoi carismi per il bene del singolo e per il bene di tutta la comunità. Lo Spirito Santo ha ispirato alcuni a scrivere i libri che costituiscono la sacra Bibbia ed assiste il Magistero della Chiesa, alla quale Gesù ha affidato l’interpretazione autentica della Parola di Dio (cfr. Gv. 16, 16-17).

Questo Consolatore, inviato dal padre, è l’autore della nostra santificazione, nel rispetto sempre della libertà di ciascuno. Egli trasforma l’uomo elevandolo a figlio di Dio per cui possiamo pregare. ‘Padre nostro che sei nei cieli’. Come il fuoco rende incandescente il metallo, scrive il papa san Giovanni Paolo II, come l’acqua sorgiva disseta, così opera la grazia in noi per opera dello Spirito Santo attraverso i sacramenti che accompagnano l’uomo dalla nascita (il Battesimo) per tutta la vita sino alla morte fisica.

Ecco perché è chiamato: dolce ospite dell’anima: abita in noi ed è l’animatore delle scelte coraggiosa, delle energie segrete, della fedeltà incrollabile. Dove c’è il Padre, c’è sempre lo Spirito consolatore, c’è Cristo Gesù buon Pastore delle anime, Pastore che prevede l’avvenire, conosce le sue pecorelle e le chiama per nome, le ama e le sostiene. Il cristiano è uno che è amato da Dio a prezzo del suo sangue e diventa amante di Dio da costituire quasi una stessa unità: (il corpo mistico di Cristo dove lui è il capo e noi le membra).

L’amore crea sempre una connessione e Gesù ci dà un nuovo comandamento: amatevi come Io vi ho amato! Il Consolatore ci dà inoltre una nuova connessione anche con i fratelli: siamo tutti una grande famiglia, la famiglia di Dio per i quali Gesù ha preparato un posto nel Regno dei cieli. Da parte dell’uomo è necessario perciò imparare a dire il nostro ‘sì’ al Signore, come Maria all’Angelo, come Abramo a Dio: Maria obbedì e divenne la madre di Gesù, la nuova Eva dell’umanità redenta; Abramo rispose ‘eccomi’ e divenne il capo del nuovo popolo di Dio ed oggi fanno riferimento a  lui le tre religioni monoteiste: la cristiana, l’ebraica, la musulmana.  

Dio mantiene sempre la sua promessa; Egli non è una forza impersonale, non è l’alito, ma è una vera ‘Persona’ e con il Verbo eterno e lo Spirito Consolatore è il Dio nel quale noi crediamo, il Dio che dobbiamo amare e servire. Tu lo cerchi?, vuoi sapere dove si trova?  Diceva il grande filosofo e dottore della Chiesa, sant’Agostino: ‘Non uscire fuori di te, rientra in te e nel tuo io più profondo ti incontri proprio con Lui: Dio è la Verità che cerchi’. Dio è la Via che non ti fa sbagliare la meta; Dio è la Vita eterna verso la quale siamo tutti diretti ed auspichiamo di arrivare. Vuoi un aiuto? Invoca la vergine Maria!!! Ti senti debole: ricevi l’Eucaristia: è il pane vivo disceso dal cielo.           

Rimini celebra la sua Patrona: al via i festeggiamenti per il 176° anniversario del prodigio della Madonna della Misericordia

La città di Rimini si prepara a onorare la sua Patrona, la Madonna della Misericordia, con un ricco programma di celebrazioni presso il Santuario della Madonna della Misericordia in Santa Chiara. Il 2026 segna il 176° anniversario del prodigio del movimento degli occhi del quadro miracoloso, evento che dal 1850 lega profondamente la comunità riminese alla figura di Maria.

Per l’occasione, i Missionari del Preziosissimo Sangue propongono un calendario di appuntamenti dal 6 al 14 maggio. Tra i principali eventi si segnalano: Giovedì 7 maggio, ore 21.00 – Testimonianza di Stefano Mainetti, nipote della beata Maria Laura Mainetti, religiosa uccisa in odium fidei.

Sabato 9 maggio, ore 20.30 – Nella Basilica Cattedrale (Tempio Malatestiano), Solenne Concelebrazione eucaristica presieduta da mons. Nicolò Anselmi, Vescovo di Rimini. A seguire, la processione con il quadro miracoloso attraverserà le vie del centro cittadino per fare ritorno al Santuario.

Martedì 12 maggio, giorno della Solennità, alle ore 11.15, – Celebrazione eucaristica presieduta da don Benedetto Labate, direttore della Provincia Italiana dei Missionari del Preziosissimo Sangue, con recita della supplica alla Madonna della Misericordia. Nel pomeriggio, alle ore 18.00, celebrazione animata dalla Famiglia Salesiana, nel ricordo della venerazione del quadro da parte di san Giovanni Bosco.

Giovedì 14 maggio, alle ore 18.00, – Santa Messa di ringraziamento presieduta da don Giuseppe Pandolfo, rettore del Santuario, seguita alle ore 21.00 dalla catechesi mariana conclusiva affidata a don Luigi Maria Epicoco.

Don Giuseppe Pandolfo, rettore del Santuario della Madonna della Misericordia, sottolinea che: «Anche quest’anno, come comunità dei Missionari del Preziosissimo Sangue, unitamente alla diocesi di Rimini e a tutto il popolo riminese, celebriamo la Madonna della Misericordia nel 176° anniversario di quel prodigio che continua ancora oggi a essere attuale.

Un segno che ricorda la bontà e la benevolenza di Dio, ma invita anche a guardare verso il cielo: così come la Madonna ha mosso gli occhi su di noi come segno di custodia, allo stesso modo poi li rialza e ci invita a guardare verso il cielo. In questo tempo storico, in cui sentiamo i fragori delle guerre e le difficoltà del mondo, ma anche quelle personali di ciascuno di noi, ci ancoriamo ancora di più a Colei che, come porto sicuro della salvezza, ci conduce a Cristo».

Papa Leone XIV invita i vescovi a farsi ‘trovare’

“Questa Chiesa ha una singolare vocazione all’universalità e alla carità grazie al suo peculiare legame con Cristo, risorto e vivo, fondamento dell’edificio spirituale di pietre vive che è il popolo santo di Dio. Avvicinarsi a Cristo è così avvicinarci gli uni agli altri e crescere insieme nell’unità: ecco il Mistero che ci coinvolge e trasforma dal di dentro anche la città”: nella basilica Lateranense nel pomeriggio papa Leone XIV ha presieduto il rito delle ordinazioni episcopali, esortandoli ad essere ‘pastori di strada’ che hanno a cuore i più deboli.

Nell’omelia il papa ha ringraziato i quattro sacerdoti ordinati vescovi ausiliari: “A servizio del suo dinamismo, portato a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo, i nostri fratelli Andrea, Stefano, Marco e Alessandro vengono ordinati all’episcopato. E’ una festa di popolo, perché essi vengono da questo popolo e dal presbiterio che con amore se ne prende cura. La nostra Comunità diocesana si raccoglie oggi nell’invocazione dello Spirito Santo, che ungerà i nuovi Vescovi, perché siano pienamente consacrati al servizio del Vangelo di Cristo”.

Nell’omelia il papa ha sottolineato il valore della ‘pietra scartata’: “Ai primi cristiani questa metafora, tanto familiare perché presente in un salmo, dovette sembrare particolarmente rivelativa. Il Messia Gesù era stato scartato non solo perché non riconosciuto quale Figlio di Dio, ma, prima ancora, per aver assunto la condizione creaturale, compresa come indegna di Dio”.

Una ‘pietra scartata’ fedele alla Parola del Padre: “Fedele a questa via di amore misericordioso, Egli andava a cercare le pecore scartate, si sedeva a tavola con loro, disarmava le mani e i cuori che volevano lapidarle. In questo modo, come dice il Vangelo proclamato in questa Liturgia, il Figlio ha mostrato il volto del Padre: in Lui si compiono le sue opere”.

La ‘pietra scartata’ è annuncio di una missione: “Chiesa che vivi a Roma, la pietra scartata è il cuore dell’annuncio messianico, di fronte a coloro che la società scartava e continua a scartare. E’ il cuore del nostro annuncio, della nostra missione. Abbiamo visto il Santo toccare l’impuro, il Giusto perdonare i peccatori, la Vita guarire i malati, il Maestro lavare i piedi sporchi e stanchi dei suoi discepoli”.

La ‘pietra scartata’ ha la sua realizzazione nelle Beatitudini: “In questa città, capitale del grande impero, la pietra scartata diventò il vessillo di una nuova speranza, quella del Regno di Dio, così come prospettano le Beatitudini e canta il Magnificat. Capovolgendo la logica del dominio, quella di chi persegue l’insensata ambizione di determinare l’architettura della Terra, avviene in Cristo che gli scarti ritrovino la loro dignità e si sentano eletti per il Regno di Dio”.

La ‘pietra scartata’ è la scelta di Dio, perché è a fianco dei poveri: “Sorelle e fratelli carissimi, ecco perché, fino ad oggi, si diventa pietre scartate dagli uomini e scelte da Dio: quando con la vita e la parola ci si oppone ai progetti che schiacciano i deboli, non rispettano la dignità di ogni persona, si servono dei conflitti per selezionare i più forti, mentre trascurano chi resta indietro, chi non ce la fa, considerando chi soccombe come spazzatura della storia. Gesù ha camminato in mezzo a noi da profeta disarmato e disarmante, e quando è stato scartato non ha cambiato stile”.

Questa ‘pietra scartata’ è un aiuto ad essere ‘carità’: “Ed ora mi rivolgo a voi, carissimi fratelli che da oggi sarete Vescovi Ausiliari di questa Chiesa, la cui cura ho ricevuto in dono; a voi che, con il Cardinale Vicario, potrete aiutarmi ad essere riflesso del Buon Pastore per il popolo romano e a presiedere alla carità di tutto il popolo santo di Dio sparso sulla terra”.

Ed ecco l’invito ad essere un ‘ospedale da campo’: “Vi incoraggio a raggiungere le pietre scartate di questa città e di annunciare loro che in Cristo, nostra pietra angolare, nessuno è escluso dal diventare parte attiva dell’edificio santo che è la Chiesa e della fratellanza fra gli esseri umani. Riverbera in questa immagine l’appello dell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco: essere una Chiesa ‘ospedale da campo’, essere pastori di strada, avere nel cuore le periferie materiali ed esistenziali”.

Una ‘pietra scartata’ che diventa profezia: “Da presbiteri, voi avete accolto questo invito, insieme alle comunità parrocchiali che avete accompagnato. Ora viene una nuova chiamata, una ulteriore vocazione, che ha sempre lo stesso cuore: nessuno, proprio nessuno deve pensarsi come scartato da Dio, e voi sarete araldi di questa bella notizia che è al centro del Vangelo.

Lasciate agire in voi lo Spirito di profezia: non accomodatevi nei privilegi che la vostra condizione potrebbe offrirvi, non seguite la logica mondana dei primi posti, siate testimoni di Cristo che è venuto non per essere servito ma per servire. Sarete profeti nel vostro ministero, se sarete uomini di pace e di unità, componendo, con fili di grazia e misericordia, gli spazi larghi e popolosi di questa Diocesi, armonizzando le differenze, accogliendo, ascoltando, perdonando”.

Infine ecco l’invito a farsi trovare: “Non fatevi cercare, fatevi trovare. E fate in modo che i presbiteri, i diaconi, le religiose e i religiosi, le laiche e i laici impegnati nell’apostolato non si sentano mai soli. Aiutateli a rianimare la speranza nei loro diversi ministeri e a sentirsi parte di una stessa missione. Sappiate sempre, instancabilmente, motivare le persone e le comunità, richiamando con semplicità alla bellezza del Vangelo”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita ad essere operatori di pace

“E’ una gioia per me stare con voi in questa regione che ha sofferto così tanto. Come le vostre testimonianze hanno appena dimostrato, l’esperienza vissuta della sofferenza da parte della vostra comunità ha solo reso più forte la vostra convinzione che Dio non ci ha mai abbandonati! In Dio, nella sua pace, possiamo sempre ricominciare da capo!”: nella cattedrale di san Giuseppe papa Leone XIV ha ascoltato il dolore di profughi e operatori di pace nell’incontro per la pace con le testimonianze del Capo Tradizionale Supremo di Mankon, Fon Fru Asaah Angwafor IV, del Moderatore Emerito della Chiesa Presbiteriana, Fonki Samuel Forba, dell’Imam della Moschea Centrale di Buea, Mohammad Abubakar.

Partendo dalla profezia di Isaia che annuncia la pace il papa ha esortato a non scoraggiarsi nell’annuncio: “Mi ha accolto con queste parole, e ora vorrei rispondere: quanto sono belli anche i tuoi piedi, polverosi da questa terra macchiata di sangue ma fertile che è stata maltrattata, eppure è ricca di vegetazione e frutta. I tuoi piedi ti hanno portato fino a qui, e nonostante le difficoltà e gli ostacoli, sono rimasti sulla strada della bontà. Che tutti noi continuiamo sulla via della bontà che conduce alla pace.

Sono grato per le vostre parole di benvenuto, perché è vero: sono qui per proclamare la pace. Eppure trovo che tu stia proclamando la pace a me e al mondo intero. Come uno di voi ha osservato, la crisi che ha avuto un impatto su queste regioni del Camerun ha avvicinato le comunità cristiane e musulmane che mai. In effetti, i vostri leader religiosi si sono riuniti per stabilire un Movimento per la Pace, attraverso il quale cercano di mediare tra le parti opposte”.

E’ stato un elogio al loro ‘lavoro’ per la pace: “Vorrei che questo accadesse in tanti altri luoghi del mondo. Il vostro testimone, il vostro lavoro per la pace può essere un modello per il mondo intero! Gesù ci ha detto: Beati gli operatori di pace! Ma guai a coloro che manipolano la religione e il nome stesso di Dio per il proprio guadagno militare, economico o politico, trascinando ciò che è sacro nelle tenebre e nelle porcherie”.

Da questa città, infatti, si può irradiare la ‘luce’ con l’invito a non perdere sapore: “Sì, mie care sorelle e fratelli, voi che avete fame e sete di giustizia, che siete poveri, misericordiosi, mansueti e puri di cuore, voi che avete pianto – siete la luce del mondo! Bamenda, oggi sei la città sulla collina, splendente agli occhi di tutti! Sorelle e fratelli, siate il sale che continuamente dà sapore a questa terra.

Non perdere il sapore, anche negli anni a venire! Amare tutti i momenti condivisi che vi hanno unito in questi tempi di dolore. Cerchiamo a tutti questo giorno di cuore quando ci siamo riuniti per lavorare per la pace! Siate come olio versato sulle ferite dei vostri fratelli e sorelle”.

Quindi ha ringraziato le donne, che hanno cura di chi ha subito violenza: “E’ un compito enorme che passa invisibile giorno dopo giorno, e come ci ha ricordato suor Carine, è anche pericoloso. I padroni di guerra fingono di non sapere che ci vuole solo un momento per distruggere, eppure una vita spesso non è sufficiente per ricostruire.

Chiudono un occhio sul fatto che miliardi di dollari vengono spesi per uccidere e devastare, ma le risorse necessarie per la guarigione, l’istruzione e il restauro non sono da nessuna parte. Coloro che derubano la vostra terra delle sue risorse generalmente investono gran parte del profitto nelle armi, perpetuando così un ciclo infinito di destabilizzazione e morte”.

Quindi ha ‘accusato’ coloro i quali alimentano le guerre: “E’ un mondo stravolto, uno sfruttamento della creazione di Dio che deve essere denunciato e rifiutato da ogni coscienza onesta. Dobbiamo fare un cambiamento decisivo, una vera conversione, che ci condurrà nella direzione opposta, su un percorso sostenibile ricco di fraternità umana. Il mondo è devastato da una manciata di tiranni, eppure è tenuto insieme da una moltitudine di fratelli e sorelle di supporto! Sono i discendenti di Abramo, numerosi come le stelle nel cielo e i granelli di sabbia sulla riva del mare”.

E’ stato un invito ad accettare il prossimo con un abbraccio di pace: “Guardiamo gli occhi degli altri: siamo queste persone immense! La pace non è qualcosa che dobbiamo inventare: è qualcosa che dobbiamo abbracciare accettando il nostro prossimo come nostro fratello e come nostra sorella. Non scegliamo i nostri fratelli e sorelle: dobbiamo semplicemente accettarci a vicenda! Siamo una famiglia, che abita la stessa casa: questo meraviglioso pianeta che le culture antiche hanno curato attraverso millenni”.

Ha concluso l’incontro con un pensiero di papa Francesco: “Così, il mio amato predecessore ci ha esortato a camminare insieme, ognuno di noi secondo la propria vocazione, estendendo i confini delle nostre comunità, a cominciare da sforzi concreti a livello locale, per amare il prossimo, chiunque e ovunque lui o lei sia. Voi siete testimoni di questa rivoluzione silenziosa!

Come ha detto l’Imam, ringraziamo Dio che questa crisi non è degenerata in una guerra religiosa, e che tutti stiamo ancora cercando di amarci l’un l’altro! Andiamo avanti con coraggio, senza perderci d’animo, e soprattutto, insieme, sempre insieme! Camminiamo insieme, innamorati, cerchiamo sempre la pace”.

E fuori dalla Cattedrale il papa ha invitato tutti ad essere operatori di pace: “Miei cari fratelli e sorelle, oggi il Signore ha scelto tutti noi per essere operai che portano la pace in questa terra! Diciamo tutti una preghiera al Signore, che la pace regnerà veramente in mezzo a noi, che mentre liberiamo queste colombe bianche, simbolo di pace, che la pace di Dio sarà su tutti noi, su questa terra, e ci terrà tutti uniti nella sua pace. Lodate il Signore!”

Prima che il papa prendesse la parola si sono alternate le testimonianza, come quella del Capo Tradizionale Supremo di Mankon, Fon Angwafor III: “Cogliamo questa opportunità per ringraziare il Papa per la grande opera di evangelizzazione svolta dalla Chiesa negli anni passati e ancora oggi, nonché per i servizi sociali che la Chiesa ha offerto alla nostra gente. La maggior parte delle migliori scuole e dei migliori istituti superiori è gestita dalla Chiesa cattolica, così come ospedali, orfanotrofi e, oggi, anche università. Speriamo che la Chiesa continui a migliorare la vita delle persone attraverso questi servizi.

Uno dei frutti positivi di questa crisi che ha scosso le nostre regioni del Camerun è che essa ha avvicinato come non mai le Chiese cristiane e la religione musulmana. La persecuzione e la sofferenza non conoscono né fede né razza, né lingua né colore. La persona che soffre ha bisogno di conforto, e l’essere umano che è in guerra ha bisogno di pace, qualunque sia il suo credo”.

Mentre l’imam Mohamad Abubakar ha raccontato alcuni episodi di violenza contro i fedeli: “La comunità islamica è lieta della sua presenza qui in qualità di rappresentante di Dio, che è l’artefice di tutto ciò che è buono, che è portatore di Pace e che ama l’intera umanità. Il 14 novembre 2025 alcuni uomini armati durante la preghiera hanno assaltato la moschea di Sagba, a circa 20 chilometri da Bamende, uccidendo tre persone e ferendone altre nove. Il 14 gennaio 2025 diversi uomini armati hanno aperto il fuoco su degli allevatori di bestiame della comunità etnica Mbororo, uccidendo almeno quindici persone, tra cui otto bambini.

La comunità islamica ha sofferto in molte città e in molti villaggi anglofoni, e ci sono state vittime musulmane in quello che è ormai noto come il massacro di Ngabur, nel quale nel 2020 sono stati uccisi 23 civili. Ringraziamo Dio perché questa crisi non è degenerata in una guerra religiosa e continuiamo a cercare di amarci gli uni gli altri nonostante le nostre religioni diverse. Santo Padre ci aiuti ad avere la pace”.

Ed anche suor Carine Tangiri Mangu ha raccontato il loro rapimento: “Da quando è iniziata questa crisi, svolgiamo il nostro lavoro con tanta paura e grande insicurezza. Il 14 novembre, mentre tornavamo da Bamenda a Elak-Oku, dove insegniamo nella scuola primaria, suor Mediatrix ed io siamo state rapite da alcuni uomini armati nei pressi di Baba 1 e portate nella boscaglia, dove siamo state tenute in ostaggio per tre giorni e tre notti.

Per tutti quei giorni e quelle notti non abbiamo dormito né mangiato. Siamo state spostate in moto da un posto all’altro, a volte all’una di notte per evitare di essere localizzati. Abbiamo iniziato uno sciopero della fame e abbiamo spiegato ai nostri rapitori che stavamo semplicemente svolgendo il nostro lavoro per i poveri e che non avevamo niente a che vedere con la politica.

Hanno preteso che dessimo loro dei numeri di telefono per poter richiedere un riscatto. E’ stato un momento difficile per noi, perché, oltre a essere sballottate da un posto all’altro non potevamo né lavarci, né mangiare o bere acqua a nostro piacimento o addirittura dormire. A mantenere viva la nostra speranza è stato il Rosario, che abbiamo recitato in continuazione per tutti quei giorni”.

 (Foto: Santa Sede)

Seconda Domenica di Pasqua: domenica della divina misericordia

 Gesù è veramente risorto! Quest’annuncio ancora oggi ci coinvolge tutti come singoli e come società. E’ un annuncio che conferisce pace e gioia ma non cessa di essere un mistero d’accogliere con fede e amore. Siamo cristiani perché Cristo è veramente risorto; Egli è il Dio con noi. Gesù aveva dato l’annuncio della sua risurrezione attraverso le pie donne, che si erano recate al suo sepolcro, e sono divenute ambasciatrici di Cristo. Laddove i suoi nemici erano rimasti sconfitti dalla notizia della sua risurrezione, appresa dai soldati che facevano la guardia, i discepoli di Gesù viceversa erano ancora tremanti, chiusi nel cenacolo, per paura dei Capi del popolo e del Sinedrio.

Gesù risorto, come aveva predetto ‘i pubblicani e le prostitute avranno il primo posto nel regno dei cieli’, si servì di Maria Maddalena, che aveva pianto per i suoi peccati, aveva lavato con le lacrime i piedi a Gesù, per annunciare ufficialmente ai suoi discepoli e al mondo intero la sua ‘risurrezione’. Maria Maddalena diventa così ambasciatrice come il Buon Ladrone sarà il primo ad entrare nel Regno dei cieli; Gesù dall’alto della croce gli disse infatti ‘oggi sarai con me in paradiso’.

Dopo l’annuncio Gesù va a trovare i suoi ancora chiusi nel Cenacolo, entra a porte chiuse, dà il lieto annuncio: ‘la pace sia con voi’! Avere fede significa accettare che Gesù è il Signore, è il Risorto: verità fondamentale per gli apostoli, i suoi amici che dovranno essere i testimoni nel mondo di questa verità. Il Cenacolo è figura chiara della Chiesa in cammino.  Quella sera, però, Tommaso, uno degli Apostoli, non era con loro quando venne Gesù a porte chiuse. Gesù è venuto per tutti, vuole tutti salvi; si è sacrificato in Croce per tutti e per ciascuno di noi.

Otto giorni dopo Gesù ritorna dai suoi dove c’era Tommaso, l’incredulo che aveva detto: l’avete visto, ma non l’avete toccato! Poteva essere un fantasma. ‘Se non metto il mio dito nelle sue piaghe, se non tocco i chiudi, se non metto la mano nel suo costato, io non crederò mai’. Tommaso crederà non alle parole dei suoi compagni e amici me solo vedendo le ferite di Gesù, procurate dai chiodi, e il suo cuore squarciato.

Un amore grande che si misura non a parole ma guardando e toccando con mano cosa Gesù ha sofferto per noi, per l’uomo. Tommaso, in fondo, aveva detto: Siete stupidi; dite di averlo visto, d’avere parlato con Lui ma non l’avete toccato; io invece sono diverso: voglio vedere e toccare con mano.

A Gesù interessa una cosa sola: i suoi discepoli sono chiamati ad essere i testimoni della sua risurrezione, la loro fede deve essere ben salda e radicata nel fiducioso abbandono al suo amore, che si è sacrificato; se voglio capire quanto Egli ci ha amato, devo constatare quanto Egli ha sofferto per me. Le ferite riportate dal Signore, i segni dei chiodi e del cuore aperto sono le testimonianze di questo amore misericordioso; ecco perché Gesù vuole sciogliere ogni dubbio ed incertezza.

Da qui la seconda venuta nel Cenacolo otto giorni dopo, presente questa volta Tommaso, l’incredulo. Tommaso rimane così una figura memoranda che fa emergere nella Chiesa la misericordia materna del Signore Gesù. Gesù risorto entra a porte chiuse, sta in mezzo ai suoi e si rivolge proprio a Tommaso: ‘Metti qua il tuo dito, guarda le mie mani, tendi la tua mano e mettila nel mio costato: non essere incredulo, ma credente’.

Gesù non compie miracoli per farsi riconoscere ma mostra le sue ferite; non fa discorsi teologici o disquisizioni esegetiche su quanto era scritto nel Libro Sacro ma i segni della sua passione e morte costituiscono la testimonianza più forte della sua risurrezione, già preannunciata ed ora attuata. Gesù è vero figlio di Dio, il suo messaggio è divino, la sua Chiesa deve essere santa (chiamata alla santità). Nasce e si consolida così la comunità cristiana del futuro.

Quella comunità che ama, crede ed annuncia Gesù Cristo e la sua risurrezione. L’ottavo giorno dopo la Pasqua questa prima comunità cristiana era riunita in casa, come noi oggi siamo riuniti nella casa del Signore per ascoltare la Parola di Dio ed operare la ‘frazione del pane’. Sull’altare infatti è preparato il pane e il vino come nell’ultima cena; pane e vino che, grazie alla misericordia di Dio, diventeranno corpo, sangue, anima e divinità di nostro signore Gesù Cristo.

E’ la comunità riunita che Gesù saluta: ‘Pace a voi’. Era quella infatti una assemblea dove i Discepoli volevano rigenerarsi ad una speranza viva, ricolma di gioia anche se, come scrive l’apostolo Pietro, per un poco di tempo si rimane afflitti da varie prove. La nostra fede, infatti, più preziosa dell’oro, che viene purificato con il fuoco, è purificata da prove e sofferenze. Da qui nasce la gioia pasquale, la gioia della nostra vita, nonostante le sofferenze, le persecuzioni, le guerre, le incomprensioni.

Davanti al richiamo di Gesù a Tommaso: ‘Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che pur non avendo visto crederanno’, c’è la beatitudine per me e per te, amico che ascolti; ancora una volta Gesù il Risorto, oggi, dalla croce, mostra le sue ferite, i segni del suo amore misericordioso. A noi però l’impegno di vivere la gioia del nostro battesimo, della nostra rinascita a figli di Dio, mentre con umiltà chiediamo perdono delle nostre colpe.

Rinascere, rinnovarsi, come vedi, è una necessità della vita, il rinnovamento non può essere solo quello fisiologico: anche gli animali e le piante si rinnovano ma è un progresso che non oltrepassa le soglie del fisico e dell’istinto. E’ necessario invece migliorare ogni giorno, contrastando il passo alla vecchiaia per rimanere sempre giovani e sulla breccia.

E’ necessario vincere con l’amore individualismo ed egoismo che spesso attanagliano il nostro spirito e non ci permettono di accogliere l’altro come fratello.  Se vuoi andare oltre, bisogna vivere di Fede; è la sola che ci permette di cogliere l’amore misericordioso di Dio e pregare ‘Padre nostro, che sei nei cieli’. E’ questo il mio augurio domenicale.            

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