Papa Francesco: la tristezza è un demone che si combatte con la santità

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“Non dimentichiamo le guerre. Non dimentichiamo la martoriata Ucraina, la Palestina, Israele, i Rohinja, tante guerre che sono dappertutto. La guerra sempre è una sconfitta, ci vuole la pace”: anche nell’udienza generale di oggi in Aula ‘Paolo VI’ papa Francesco ha rivolto l’appello, affinché cessi nel mondo le guerre”; mentre poco prima aveva salutato le Pie Discepole del Divin Maestro, che celebrano il centenario di fondazione, voluta da don Alberione:

“Possa questa ricorrenza essere uno stimolo per rinsaldare gli ideali religiosi e per esprimere in modo sempre più generoso la dedizione a Dio e ai fratelli”. Mentre ai fedeli spagnoli ha ricordato che domenica prossima si svolge la Giornata mondiale del Malato con una sollecitazione a pregare la Madre di Dio.

Mentre, continuando il ciclo di catechesi su ‘I vizi e le virtù’, il papa ha incentrato la riflessione sulla tristezza, che consiste in abbattimento d’animo, ma si può mutare in gioia, come sostenevano i Padri della Chiesa: “Anzitutto bisogna notare che, a proposito della tristezza, i Padri avevano elaborato un’importante distinzione.

Vi è infatti una tristezza che conviene alla vita cristiana e che con la grazia di Dio si muta in gioia: questa, ovviamente, non va respinta e fa parte del cammino di conversione. Ma vi è anche una seconda figura di tristezza che si insinua nell’anima e che la prostra in uno stato di abbattimento: è questo secondo genere di tristezza che deve essere combattuto risolutamente e con tutta forza, perché essa viene dal Maligno”.

Infatti esiste anche una tristezza, capace di far riflettere e produce gioia, come nella parabole del ‘figliol prodigo’: “C’è dunque una tristezza amica, che ci porta alla salvezza. Pensiamo al figlio prodigo della parabola: quando tocca il fondo della sua degenerazione prova grande amarezza, e questa lo spinge a rientrare in sé stesso e a decidere di tornare a casa di suo padre. E’ una grazia gemere sui propri peccati, ricordarsi dello stato di grazia da cui siamo decaduti, piangere perché abbiamo perduto la purezza in cui Dio ci ha sognati”.

Però c’è anche una tristezza, che è malattia dell’anima, come è narrato nei Vangeli a proposito dell’episodio dei discepoli ad Emmaus: “Nasce nel cuore dell’uomo quando svanisce un desiderio o una speranza. Qui possiamo fare riferimento al racconto dei discepoli di Emmaus… La dinamica della tristezza è legata all’esperienza della perdita. Nel cuore dell’uomo nascono speranze che vengono a volte deluse. Può essere il desiderio di possedere una cosa che invece non si riesce ad ottenere; ma anche qualcosa di importante, come una perdita affettiva”.

Questa tristezza provoca un non piacere, che si manifesta attraverso la delusione: “Quando questo capita, è come se il cuore dell’uomo cadesse in un precipizio, e i sentimenti che prova sono scoraggiamento, debolezza di spirito, depressione, angoscia. Tutti attraversiamo prove che generano in noi tristezza, perché la vita ci fa concepire sogni che poi vanno in frantumi.

In questa situazione, qualcuno, dopo un tempo di turbamento, si affida alla speranza; ma altri si crogiolano nella malinconia, permettendo che essa incancrenisca il cuore. Si sente piacere in questo? Vedete: la tristezza è come il piacere del non piacere; è come prendere una caramella amara, senza zucchero, cattiva, e succhiare quella caramella. La tristezza è un piacere del non piacere”.

Secondo i Padri della Chiesa la tristezza si compiace del dolore: “Il monaco Evagrio racconta che tutti i vizi hanno di mira un piacere, per quanto effimero esso possa essere, mentre la tristezza gode del contrario: del cullarsi in un dolore senza fine. Certi lutti protratti, dove una persona continua ad allargare il vuoto di chi non c’è più, non sono propri della vita nello Spirito.

Certe amarezze rancorose, per cui una persona ha sempre in mente una rivendicazione che le fa assumere le vesti della vittima, non producono in noi una vita sana, e tanto meno cristiana. C’è qualcosa nel passato di tutti che dev’essere guarito. La tristezza, da emozione naturale può trasformarsi in uno stato d’animo malvagio”.

Mentre per i Padri del deserto la tristezza è un demone: “E’ un demone subdolo, quello della tristezza. I padri del deserto lo descrivevano come un verme del cuore, che erode e svuota chi l’ha ospitato. Questa immagine è bella, ci fa capire. Ed allora che cosa devo fare quando sono triste? Fermarti e vedere: questa è una tristezza buona? E’ una tristezza non buona? E reagire secondo la natura della tristezza. Non dimenticatevi che la tristezza può essere una cosa molto brutta che ci porta al pessimismo, ci porta a un egoismo che difficilmente guarisce”.

Infine, citando due scrittori francesi, il papa ha sottolineato che la tristezza può essere sconfitta con la Resurrezione di Gesù: “Fratelli e sorelle, dobbiamo stare attenti a questa tristezza e pensare che Gesù ci porta la gioia della risurrezione. Per quanto la vita possa essere piena di contraddizioni, di desideri sconfitti, di sogni irrealizzati, di amicizie perdute, grazie alla risurrezione di Gesù possiamo credere che tutto sarà salvato. Gesù non è risorto solo per sé stesso, ma anche per noi, per riscattare tutte le felicità che nella nostra vita sono rimaste incompiute. La fede scaccia la paura, e la risurrezione di Cristo rimuove la tristezza come la pietra dal sepolcro”.

La ricetta per sconfiggere la tristezza per il cristiano è quella di un continuo allenamento di resurrezione: “Ogni giorno del cristiano è un esercizio di risurrezione. Georges Bernanos, nel suo celebre romanzo ‘Diario di un curato di campagna’, così fa dire al parroco di Torcy: ‘La Chiesa dispone della gioia, di tutta quella gioia che è riservata a questo triste mondo. Ciò che avete fatto contro di lei, lo avete fatto contro la gioia’. Ed un altro scrittore francese, León Bloy, ci ha lasciato quella stupenda frase: ‘Non c’è che una tristezza,… quella di non essere santi’. Che lo Spirito di Gesù risorto ci aiuti a vincere la tristezza con la santità”.

(Foto: Santa Sede)

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