Tag Archives: santità

XI domenica del Tempo Ordinario: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date!

Gesù, che ha assunto la natura umana pur essendo Dio, si è incarnato, ha voluto diventare anche uomo per costituire il Regno di Dio tra gli uomini; un Regno eterno ed universale dove non c’è discriminazione tra ebreo e pagano, schiavo e uomo libero, ignorante o dotto, ma c’è l’uomo creato a sua immagine e somiglianza, c’è l’uomo creato per la vita eterna. A differenza dell’Antica Alleanza sancita tra Dio e Abramo, dal quale verrà fuori l’antico popolo di Dio, la Nuova Alleanza, realizzata da Cristo e sancita dal suo sacrificio sulla croce, è stipulata tra Dio e l’uomo, ogni uomo.

Ecco perché il Vangelo evidenzia che Gesù nel vedere la folla si commosse: erano come pecore senza pastore, una folla immensa tanto che Gesù, che aveva chiamato i Dodici apostoli a seguirlo, disse: “la messe è molta, gli operai sono pochi; pregate il padre, padrone della messe perché mandi operai nella sua messe”, nella sua vigna, in mezzo al popolo chiamato alla salvezza. La salvezza infatti operata da Gesù si attua per opera dello Spirito santo, ma Dio si serve dell’uomo per parlare agli uomini. Dio, come vedi, non è muto ma parla sempre per mezzo dei suoi operai che chiama ed invita; non comanda ma promette; non chiede ma vuole donarsi per salvarci; non impone ma invita con la dolcezza del padre.

Queste sono le caratteristiche fondamentali dell’agire di Dio e richiedono da parte dell’uomo ‘ascolto’; la risposta al suo appello deve essere libera e responsabile. L’invito di Dio è gratuito, è l’espressione della sua volontà di comunione con l’uomo per renderlo collaboratore nell’opera della salvezza. Gesù dà inizio alla sua vita pubblica chiamando attorno a sé i dodici Apostoli, mentre nell’Antica alleanza Dio aveva chiamato Mosè, quando ebbe compassione della folla divenuta schiava del faraone e dell’Egitto.

Mosè divenne così il suo inviato e condottiero mentre Dio non dimenticò mai il suo popolo che in modo mirabile condusse fuori dall’Egitto come fa l’aquila con i suoi aquilotti. Nella pienezza dei tempi Gesù in favore della folla costituì il collegio apostolico dando potere sugli spiriti impuri per scacciarli e il potere  di guarire ogni malattia ed infermità. Per l’evangelizzazione sceglie gli Apostoli: uomini culturalmente impreparati, sprovvisti di mezzi materiali perché la salvezza, la conversione non è mai opera umana ma divina, opera dello Spirito Santo.

Da parte dell’uomo necessita la fede e la grazia, virtù indispensabili. Nell’Antica Alleanza Dio premia la Fede di Abramo che rispose all’invito: ‘eccomi’ e lasciò subito la sua terra e si mise in cammino. Nella Nuova Alleanza Gesù invita gli Apostoli, che lasciano tutto e lo seguono. Dodici sono pochi? Gesù esorta alla preghiera: ‘la messe è molta, è abbondante, gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe’. Seguire Cristo significa annunciare il suo messaggio di salvezza nella consapevolezza che Gesù è Via, Verità e Vita.

Questo dovrà essere il tema da diffondere, l’argomento su cui discutere, il motivo del vivere da vero cristiano. Il modello da imitare è solo Cristo, che prega il Padre ed  invita i suoi dicendo: ‘Vi ho dato l’esempio’. La giornata del cristiano deve essere scandita dai tempi della preghiera durante i quali il cristiano si intrattiene in un colloquio rigenerante con il Padre, che invochiamo ‘Padre nostro che sei nei cieli’. Unica aspirazione del cristiano deve essere la realizzazione del regno di Dio, dove siamo chiamati ad essere ‘un solo corpo e un solo spirito, come diceva l’apostolo Paolo, come una sola è la speranza alla quale siamo stati chiamati’.

I Pastori debbono vivere in modo disinteressato: ‘Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date’. I talenti ricevuti da Dio, i carismi di cui ogni cristiano è dotato sono dono di Dio; niente abbiamo che non abbiamo ricevuto. Dio conferisce i suoi doni non come privilegio esclusivo per alcuni ma tutto deve circolare e diffondersi per il bene di tutti; siamo come tessere dello stesso mosaico o cellule dello stesso organismo: il corpo mistico di Cristo  e, perciò, da Dio a noi, da noi ai fratelli.

‘Amatevi, dice Gesù alla sua Chiesa, come io vi ho amato’; mi chiamate Signore e maestro e dite bene; vi ho dato l’esempio: fate come io ho fatto e il Padre vi riconoscerà come figli di Dio, eredi del regno. La vita cristiana deve essere pertanto una vera missione dove ognuno è chiamato ad essere operaio nella vigna del Signore; operai generosi ed attenti: uomini e donne, fratelli e sorelle capaci di condividere con gli altri ciò che di bello e di buono Dio nella sua misericordia ci ha affidato.

Strada facendo, dice Gesù, vivendo la vostra vita come testimoni dell’amore di Dio, annunziate a tutti che il Regno di Dio è vicino, consapevoli che non siamo figli della terra ma del cielo. Compito di ciascuno è far giungere a tutti con la parole e con l’esempio il messaggio divino di salvezza: date, allora, diffondete l’esperienza della vostra fede e della vostra speranza, l’esperienza dell’amore di Dio che invochiamo: ‘Padre nostro che sei nei cieli’. Si legge già nel libro dell’esodo: ‘Se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia Alleanza, voi sarete per me un regno di sacerdoti ed una nazione santa’ (Esodo 19, 4-6).

Papa Leone XIV chiede ai trafficanti di convertirsi

“Oggi nella Chiesa celebriamo la solennità del Sacro Cuore di Gesù, che per i cristiani rappresenta l’amore misericordioso e infinito di Dio per ogni essere umano. In questo contesto, è provvidenziale poterci incontrare, vederci e soprattutto sapere che, al di là del nostro luogo di provenienza, l’amore di Dio non conosce confini, non fa distinzioni, si dona a tutti e ci raccoglie nell’unità. Vedendo i vostri volti e ascoltando le vostre testimonianze, penso ai vostri cuori, feriti da tante difficoltà ma anche consolati dall’amore ricevuto grazie ad altri cuori aperti, generosi e misericordiosi. Il Cuore di Cristo ha sofferto ed è stato trafitto per amore, ed è stato anche consolato da persone compassionevoli che si sono avvicinate per alleviare il suo dolore”: nell’ultimo giorno del viaggio apostolico in Spagna papa Leone XIV ha incontrato i membri del centro di accoglienza Las Raíces, ascoltando le loro testimonianze.

A chi ha partecipato all’incontro ha ricordato i santi ‘migranti’: “Sospinti dall’amore di Dio, che ci aiuta a sanare le ferite e ad essere caritatevoli verso chi soffre, il santo Fratel Pietro e san Giuseppe de Anchieta partirono da queste isole Canarie per annunciare il Vangelo in America, aprendo nuovi orizzonti missionari. Anche loro furono migranti che si diressero verso l’ignoto, portando come principali beni la fede, la speranza e la carità”.

E’ stato un invito a non chiudere le porte: “In quelle terre sconosciute, i santi migranti e missionari seppero dare ciò che avevano e allo stesso tempo accogliere ciò di nuovo che veniva offerto loro. Perciò invito anche voi a offrire il tesoro di umanità, di sogni e di cultura che avete portato in queste isole, e ad essere aperti a ricevere ciò che vi viene dato”.

Riprendendo l’enciclica ‘Magnifica Humanitas’ il papa ha esortato alla responsabilità: “Dobbiamo vivere questo scambio con responsabilità, pensando al futuro delle generazioni future, alle quali vogliamo tramandare il patrimonio di una civiltà dell’amore, dove le migrazioni hanno una parola importante da dire, perché ‘possono diventare un’occasione di incontro e di arricchimento reciproco tra popoli”.

In fondo tutti siamo migranti: “Cari fratelli e sorelle, tutti (in qualche modo) siamo migranti, tutti siamo pellegrini in cammino verso la patria celeste. Aiutiamoci a fare di questo viaggio un evento più umano per tutti, offrendo ciò che è alla portata di ciascuno. In questo senso, ringrazio per la collaborazione da parte del Governo, delle diverse istituzioni e di tanti uomini e donne di buona volontà, che rendono possibile questo concreto aiuto umanitario, che restituisce speranza e dignità a tante persone”.

Infine ha accennato al nome del Centro di accoglienza: “Al mio Predecessore, il caro Papa Francesco, che desiderava tanto poter essere con voi, piaceva usare l’immagine delle radici per indicare la necessità di non dimenticare le origini, di rimanere uniti e di confidare nel Signore… Quest’immagine delle radici vi aiuti a rimanere saldamente radicati nel Signore, affinché nessuna tempesta possa allontanarvi dalla sua presenza, che fortifica e dà vita”.

Poi ha incontrato i volontari di alcune realtà che operano con i migranti: “E’ un piacere per me condividere questo momento con voi qui, a San Cristóbal de La Laguna, sede di questa diocesi. Mi ha colpito ciò che è stato detto di questa città: che è una città senza mura, una città aperta.

Forse questo particolare ci aiuta a capire che le barriere più difficili da abbattere non sono sempre di pietra. A volte si trovano nello sguardo, o nella paura o nell’indifferenza. Il mare, che circonda queste isole, ci porta storie che non sempre sappiamo leggere: storie di dolore, di speranza e di ricerca. In una città senza mura, anche il cuore è chiamato ad aprirsi per accoglierle. Per questo dobbiamo imparare il linguaggio della vicinanza, quello che si capisce più con le mani che con le parole”.

Integrare significa leggere in modo diverso la realtà: “Il Braille e altre forme di scrittura tattile ci ricordano che la parola può farsi strada anche attraverso il contatto. Allo stesso modo, l’integrazione richiede di imparare a leggere in modo diverso. Ci sono sguardi che vedono e, tuttavia, non riconoscono; trasformano un volto in numero, una storia in fascicolo e una differenza in distanza. Per questo il Vangelo ci educa a una lettura più profonda della realtà: quella che nasce dalla vicinanza, dalla pazienza e da mani capaci di soccorrere, accompagnare, orientare, insegnare e aprire strade”.

In questo modo le ferite aiutano a riconoscere: “Nelle opere di integrazione di questi nostri fratelli, come in ogni opera di carità, la Chiesa impara a leggere nella vita concreta di coloro che soffrono nel corpo o nello spirito un segno vivo che rimanda ai santi Vangeli e che diventa leggibile attraverso il tatto e la vicinanza, quando tocchiamo le ferite del prossimo.

Come Tommaso davanti al corpo glorioso del Risorto, anche la Chiesa impara che le ferite, guardate con gli occhi della fede, possono diventare luogo di riconoscimento: là dove il dolore umano è toccato con amore, Cristo ci conferma che è presente nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nel carcerato e nello straniero”.

Quindi l’integrazione è un cammino: “Integrare non significa cancellare la storia di chi arriva né esigere che lasci alle spalle tutto ciò che fa parte della sua memoria. Non significa nemmeno creare mondi paralleli, chiusi gli uni agli altri, dove le persone convivono senza incontrarsi realmente. Integrare è un cammino reciproco: chi arriva impara ad abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro”.

Un cammino che porta alla fiducia: “A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni”.

Fiducia che si realizza attraverso doveri e responsabilità: “Ogni società che accoglie ha dei doveri nei confronti di chi arriva; e chi è accolto scopre a sua volta che la dignità, riconosciuta come diritto, fiorisce quando si trasforma in responsabilità e in sincero desiderio di costruire insieme agli altri. Così, chi è arrivato come straniero può ritrovare legami, ricostruire fiducia e sentirsi parte viva di una comunità. Questa è una preziosa forma di misericordia”.

Ma l’integrazione non è solo un compito sociale: “Ai cattolici vorrei chiedere ancora una cosa: che l’integrazione non si riduca a un compito sociale, per quanto necessario. Chi arriva nelle nostre parrocchie ha bisogno di pane, di un tetto, di una lingua, di lavoro e di protezione; e deve anche trovare una comunità capace di offrire, con la testimonianza della vita e della parola, percorsi per conoscere Gesù Cristo, rispettando sempre la coscienza e la libertà di ogni persona”.

In questo c’è evangelizzazione: “Evangelizzare significa condividere con rispetto e umiltà il tesoro che sostiene la nostra azione e la nostra speranza. Una Chiesa che accoglie è anche una Chiesa che annuncia, offrendo Cristo senza imporlo e che, allo stesso tempo, riceve il Vangelo dalle mani dei poveri”.

Ed ha ‘tuonato’ contro l’indifferenza: “Una coscienza umana, e ancor più una coscienza cristiana, non può rimanere indifferente di fronte alle vittime dei naufragi e alla mancanza di soccorso, di fronte ai cimiteri del mare. Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana. Tuttavia, esiste anche un naufragio silenzioso dopo l’arrivo: ritrovarsi soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità. Integrare significa impedire questo secondo naufragio. Significa aiutare chi è arrivato ferito a non rimanere per sempre bloccato nel proprio dolore, ma a poter rimettersi in piedi, riconoscere i propri doni e offrirli alla comunità”.

Ha concluso il discorso scagliandosi contro gli sfruttatori con l’invito alla conversione: “E da questa piazza voglio rivolgere una parola chiara a coloro che approfittano della disperazione; a coloro che organizzano percorsi di morte, trafficano in esseri umani, trattengono i documenti, sfruttano i lavoratori, minacciano le donne, ingannano le famiglie e trasformano la sofferenza altrui in un affare. Fermatevi! Convertitevi! Le lacrime e il sangue di questi fratelli gridano a Dio e le loro sofferenze giungono fino a Lui. Il denaro strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro”.

E’ stato un invito alla misericordia di Dio: “Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato, dovrete comparire davanti alla giustizia divina. Spezzate quelle catene e liberate coloro che tenete sotto il vostro dominio. Restituite ciò che avete sottratto e riparate quanto potete. Ritornate finché c’è ancora tempo, perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più incallito, ma entra solo attraverso la porta stretta della verità, della giustizia e della conversione”.

Quindi ha invitato ad alzare lo sguardo: “Sorelle e fratelli, l’ultima parola non può averla la paura, né l’indifferenza, né la violenza di chi specula sulla vita umana. L’ultima parola spetta a Cristo, che si identifica con lo straniero, tocca le ferite dell’umanità e ci chiama a riconoscerlo in ogni fratello che ha bisogno di essere accolto, protetto, valorizzato e integrato. Alziamo lo sguardo verso di Lui, senza distoglierlo da chi soffre; guardiamo al Signore per imparare a guardare con i suoi occhi i nostri fratelli”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita ad alzare lo sguardo

“Oggi, infatti, la Basilica della Sacra Famiglia ci accoglie, aprendo le sue porte come braccia spalancate per invitare ciascuno a questo altare, all’ascolto della parola di Dio, che ci costituisce famiglia amata dal Signore, nutrita dalla sua stessa vita nell’Eucaristia. E’ così che Barcellona, la ciutat comtal, e tutta la Catalogna si radunano in questo tempio, segno di unità e di concordia, e alzano lo sguardo per incontrare il volto di Dio Padre, raggiante nel suo Figlio fatto uomo, Gesù Cristo”: nel pomeriggio papa Leone XIV, come primo atto della sua visita alla Sagrada Família dove è arrivato in papamobile tra due ali festanti di folla, ha pregato davanti al Santissimo Sacramento ed ha reso omaggio alla tomba del venerabile Gaudì, sepolto dal 1926 nella cappella di Nostra Signora del Carmelo.

Questa chiesa è il segno visibile di Dio invisibile: “Questa chiesa è un unico edificio, composto di molte pietre. Una casa che cresce con costanza negli anni, secondo un identico progetto. Noi tutti siamo le pietre vive di quest’opera, che ha Cristo per fondamento e culmine, inizio e fine. Molto più di un monumento, la Basilica della Sacra Famiglia è ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, perché si tratta di un progetto, che Dio porta a compimento”.

L’opera che ancora è in divenire è una ‘promessa’: “Non abitiamo dunque un’opera incompiuta, ma un tempio ancora in costruzione. La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa, che vogliamo onorare con coerenza. La nostra gratitudine diventa allora impegno, mentre cooperiamo al progetto di Dio, cioè alla costruzione cui Egli stesso ci chiama. Poiché siamo tempio dello Spirito Santo, quest’opera coincide con la nostra vita, che Dio pensa come un capolavoro da realizzare insieme”.

La Chiesa è il posto in cui Dio si offre all’umanità, come dice Gesù nel Vangelo di Giovanni: “E’ invece Dio che dà posto a noi, e il posto che ci dona è il suo cuore: il posto del Figlio, per noi che eravamo estranei; il posto dell’Amato, per noi che siamo peccatori… Parole forti, che non sono affatto minacce, né un ricatto. Sono un invito di salvezza, cioè un appello alla libertà da parte di Cristo, che vuole per noi il bene definitivo, eterno”.

Dio è Emmanuele che mostra fedeltà al popolo; per questo chi crede non uccide: “Davanti alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre per noi. ‘Io Sono’: questo è il Nome santissimo che Dio consegnò a Mosè dal roveto ardente, rivelando la propria indistruttibile fedeltà. Fatto uomo, Egli diventa per noi l’Emmanuele, sorgente di grazia e di perdono, di salvezza e di vita nuova. Carissimi, non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria”.

E la croce della Sagrada Familia è un invito a farsi ‘ultimi’: “Questa sera ricordiamo dunque che la Croce di Cristo, posta in cima a questa Basilica, è la Croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno. Tutte e tre le facciate della Sacra Famiglia lo attestano: il Primo si fa ultimo per noi nella Natività; col suo Sacrificio ci redime mediante la Passione; la sua morte ci dona vita eterna facendoci partecipi della gloria divina”.

Ma anche ad alzare lo sguardo: “Ammirando la torre di Gesù Cristo, alziamo a Lui lo sguardo, a Lui che solo ci svela la verità di Dio e la verità di noi stessi. Guardando a Cristo possiamo vedere il mondo con occhi rinnovati: la torre della Croce diventa allora vessillo di carità, perché Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza. Nella Croce di Gesù la nostra fede raggiunge il vertice, come professa l’iscrizione che è posta alla base della guglia: ‘Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, tu solus Altissimus’. Questa Croce brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo”.

La fede dà forma: “La fede dà forma alle pietre e senso all’edificio che stiamo abitando insieme. Nella nostra preghiera scopriamo perciò l’originario legame delle cose con Dio, creatore del cielo e della terra: Egli è l’artista che ha impresso il suo splendore nel cosmo. Creato a sua immagine, l’uomo corrisponde all’opera di Dio col proprio ingegno: è così che l’artista fa del talento una lode e della creatività la testimonianza del Creatore stesso”.

Ecco il modo in cui la Chiesa racconta il mistero: “Come architetto ardente di fede, il venerabile Antoni Gaudì pensò questi spazi volendo raccontare i misteri della vita del Signore: in tal modo ci ha proposto un pellegrinaggio spirituale, che porta all’incontro con Cristo nato, morto e risorto per noi. Insieme a Gaudì, commemorando il centenario della sua morte, ricordiamo e ringraziamo questa sera tutti i promotori e i benefattori, gli artisti e le maestranze che cooperano a edificare un capolavoro architettonico che è anche un eloquente catechesi fatta di pietre, di colori e di luce.

Nella sua saggezza, la Chiesa rinnova così la Biblia pauperum delle antiche cattedrali, che sono in sé stesse ricchissimi messaggi di evangelizzazione. In questo tempio d’immagini appare ancor più evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione”.

Da questo ‘tempio’ l’esortazione a vivere il Vangelo: “Cari fratelli e sorelle, la bellezza di questo tempio ci sproni ad imparare sempre più dal nostro Maestro e Signore l’arte di vivere secondo il suo Vangelo. Mentre alziamo lo sguardo a Lui, il Crocifisso Risorto, impegniamoci a sollevare il viso di chi è nella polvere. E dimostriamo così che la Sacra Famiglia è la chiesa più alta del mondo non per primeggiare in classifiche mondane, ma per guidare i passi del popolo di Dio pellegrino in questa terra di Catalogna, con la croce che illumina il cammino, come lampada accesa nell’attesa del ritorno dello Sposo”.

A conclusione della celebrazione eucaristica il papa ha inaugurato la ‘Torre di Gesù’ nella chiesa della  Sagrada Familía, che diventa chiesa più alta del mondo con i suoi 172,5 metri, raccontato da una bambina: “Gaudí l’ha progettata in modo che la luce filtrasse attraverso il contorno delle cornici che possiamo vedere qui. La Torre, che fino ad allora aveva avuto quattro lati, ora ne ha otto, come potete vedere. Guardate. Tutti gli spigoli, otto lati”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV a Barcellona: essere comunità di santi

“Il Concilio Vaticano II definisce l’Ufficio divino ‘voce della sposa che parla allo sposo’ e ‘preghiera che Cristo unito al suo corpo eleva al Padre’. Anche la Lettura che abbiamo ascoltato sottolinea che ‘tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo’. Possiamo allora farci aiutare, nella nostra riflessione, proprio da queste due immagini: la Sposa e il Corpo”: papa Leone XIV, appena giunto a Barcellona prega l’Ora Media nella cattedrale cittadina.

Commentando nell’omelia la Lettera ai Corinzi di san Paolo, il papa ha chiesto di essere una ‘comunità di santi’: “La prima ci ricorda che la Chiesa, e in particolare quest’assemblea, ricca di doni e carismi e della varietà delle storie di ciascuno, è anzitutto una Sposa amata. Dio vi ha voluti qui, perché ama in voi e nel vostro essere insieme una bellezza e una bontà uniche e sacre. Lui vi ha scelti, non altri, a rappresentare, oggi, la ‘Comunità dei santi’ che è in Barcellona”.

E’ stato un invito a ‘camminare insieme’: “Ed è con questa consapevolezza che vi invito a rinnovare, concordi, il proposito di camminare insieme, tutti, fedeli e Pastori, sulle orme di Cristo, verso la pienezza della vita. La Chiesa è frutto di un atto d’amore che la precede e che viene da Dio, e cresce anzitutto lasciandosi amare da Lui, unita, con cuore umile e grato, perché solo chi si lascia amare da Dio può costruire, con gli altri, le opere dell’amore”.

Ed ha riproposto le parole di papa Francesco che invitava a diffondere un ‘clima’ di famiglia: “Le sue parole indicano il clima che siamo chiamati a diffondere nei nostri ambienti, nelle famiglie, nelle parrocchie, nei luoghi di lavoro e di formazione, negli ambienti di Curia e in ogni altro ambito di vita: un clima di famiglia, in cui si vive insieme, memori della comune figliolanza e della comune chiamata, solidali, aperti, capaci di misericordia, di sacrificio, di attenzione reciproca, di perdono”.

Per questo papa san Giovanni Paolo II diceva che Barcellona era un focolare: “Carissimi, Barcellona, in questo, ha una grande tradizione di Chiesa. Ne faceva memoria san Giovanni Paolo II quando, in visita qui, lodava l’ ‘animo accogliente che lungo la storia ha portato voi barcellonesi e catalani a condividere la cittadinanza umana e cristiana con innumerevoli genti’, e vi incoraggiava a ‘proclamare davanti alla Chiesa che questa città e questa regione sono un focolare grande ed aperto alla fraternità cristiana’.

Nelle sue parole trovano posto i volti di tanti fratelli e sorelle che tra voi si sono spesi e si spendono per costruire armonia e comunione, al di là di ogni polarizzazione. Ed ancora oggi esse hanno conferma nella vitalità delle numerose opere di annuncio, di formazione e di carità di cui tutti siete animatori e protagonisti”.

L’altra immagine riguarda la corporeità: “Se Cristo infatti è lo Sposo che ci ha amato per primo, Egli è anche il Capo a cui siamo uniti come membra di un unico organismo, gli uni al servizio degli altri, ‘gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione’, tutti animati dall’azione dello stesso Spirito, tutti chiamati alla stessa santità. Anche questo è importante, perché ci rammenta che per noi lavorare insieme non è una scelta di ‘stile’, ma una necessità fisiologica, fondata sulla grazia concessa a ciascuno ‘secondo la misura del dono di Cristo’, e a cui corrispondiamo impegnando i carismi ricevuti nel rispetto dei ministeri affidati”.

E’ il corpo che fa comunità: “E’ lo Spirito che, come parti di un’unica compagine viva, ci spinge non solo a donarci senza riserve, là dove la Provvidenza ci chiama, ma a farlo secondo i disegni di Dio, nell’obbedienza e nella fiducia. Come in un corpo, anche tra noi ci sono membra più forti e altre più deboli, alcune visibili, che svolgono funzioni evidenti all’esterno, altre nascoste, che agiscono dal di dentro, in alcuni casi non fermandosi mai e assolvendo funzioni vitali, senza che nessuno nemmeno se ne accorga”.

Citando la figura di sant’Eulalia, compatrona della Cattedrale, ha sottolineato il significato di ‘martirio’: “Cari fratelli e sorelle, è con questo spirito che anche noi, in un mondo dilaniato da guerre e divisioni, in una società sempre più frammentata e individualistica, vogliamo essere “martiri”, cioè testimoni e profeti, di unità, di accoglienza, di concordia e di pace, anche a costo di sacrifici e rinunce. Come la Vergine Eulalia e tanti altri martiri, vogliamo rispondere il nostro ‘sì’, pronti, dove necessario, a morire a noi stessi, a perderci per ritrovarci, a rinunciare a ciò che è superfluo per costruire su ciò che è essenziale e dura per sempre”.

Ma prima di lasciare Madrid per Barcellona il papa ha ringraziato i volontari, parlando del ‘lievito della gratuità’: “La vostra esperienza di questi giorni, come quella di tanti fratelli e sorelle volontari in circostanze simili (penso al Giubileo dell’anno scorso), è un segno del Regno che viene, e lo è per un aspetto essenziale: la gratuità”.

La gratuità è parte della ‘città di Dio’: “La gratuità è un lievito che fa crescere la qualità umana, etica e spirituale di una società, perché, potremmo dire, è un tratto tipico della ‘città di Dio’. Tanto più in un mondo continuamente influenzato dalla logica dell’interesse, del profitto, dove il termine ‘crescita’ è ridotto alla dimensione economico-finanziaria, c’è bisogno di pensare e di vivere secondo la logica più vera, cioè quella di una crescita umana integrale”.

La gratuità è la logica del Vangelo: “Carissimi, Gesù Cristo è venuto a portare nel mondo il lievito del Regno dei cieli, lo ha mescolato nella pasta della nostra umanità malata per risanarla dall’interno, con l’acqua e con il sangue del suo Sacrificio e con il fuoco dello Santo Spirito. E dopo la sua morte e risurrezione ha mandato i discepoli, con la forza dello stesso Spirito, perché siano nel mondo segni e strumenti del suo Regno, Regno di amore, di giustizia e di pace.

Questo avviene con la predicazione, ma avviene anche, e direi soprattutto, attraverso uno stile di vita, un modo di pensare e di comportarsi che è quello del Vangelo. Ebbene, un tratto essenziale di questo stile è la gratuità”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV agli spagnoli: abbandonare le ideologie identitarie

“Rendo grazie al Signore ed esprimo la mia riconoscenza per l’invito a compiere questo viaggio apostolico in Spagna: un itinerario in più tappe, ciascuna delle quali rivelerà qualche aspetto della multiforme ricchezza di un grande Paese che da quasi due millenni ha ricevuto la Parola del Vangelo. La tradizione ha sempre collegato la prima evangelizzazione della Penisola iberica alla predicazione dell’apostolo Giacomo il Maggiore”: papa Leone XIV al Corpo Diplomatico spagnolo ha esortato a mantenere viva la fede.

Per questo ha sottolineato il legame tra fede e popolo: “Questo legame riveste un’importanza teologica considerevole, perché esprime la consapevolezza della Chiesa locale di essere in continuità con la missione apostolica nata dalla Pentecoste. L’antichissimo legame fra la fede cristiana e questa terra, se da un lato non ne esaurisce la composita identità del vostro popolo, dall’altro ne ha plasmato profondamente la cultura e rappresenta una riserva di speranza e di orientamento fra le sfide che oggi insieme, come famiglia umana, dobbiamo affrontare”.

Un legame espressione della fede popolare: “Penso alle espressioni di fede popolare che, in ogni città e villaggio, rappresentano una vera e propria drammaturgia della salvezza al ritmo dell’anno e nei contesti di vita. Insieme al patrimonio artistico e musicale, alle molteplici confraternite e associazioni di natura caritativa, esse testimoniano il fecondo incontro fra Gesù Cristo e il vostro popolo. E’ un popolo pieno di passione, che ama la vita e lo manifesta!”

Ed ha ricordato i santi spagnoli più ‘famosi’: “A questo proposito, vorrei fare riferimento a due voci di questo Paese che da cinque secoli nutrono la vita della Chiesa e la ricerca spirituale di molti, anche oltre i suoi visibili confini. Si tratta di Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, che divennero amici nella passione per il Mistero divino. La loro è una mistica dagli occhi aperti, vale a dire non estranea dalla storia, ma, al contrario, che porta alla radice delle questioni, al cuore della realtà.

In particolare, nell’interpretare le trasformazioni e nel reggere le tensioni che rendono così buia la nostra epoca, ci è di aiuto il tema della notte, tanto caro a San Giovanni della Croce, del quale stiamo celebrando l’anno giubilare…  Il nostro tempo, che in superficie è sconvolto da terribili squilibri e conflitti, più profondamente chiama alla pace, a una nuova conoscenza della persona umana e della sua inviolabile dignità, alla civiltà dell’amore”.

Per questo la Chiesa si pone come testimone: “La Chiesa cattolica è a servizio di questa sete del cuore umano. Non in forma impositiva, ma con la testimonianza evangelica sostenuta da una moltitudine di martiri e santi, ed è pronta oggi a mettersi al servizio del futuro di un popolo che cerca riconciliazione e pace”.

E’ stato un invito ad abbandonare le ideologie identitarie: “Invito tutti, per amore di verità, ad abbandonare le narrazioni divisive e polarizzanti della vostra realtà sociale e della sua storia, per passare dalle sterili semplificazioni all’apprezzamento fecondo della complessità. Vedo qui una specifica vocazione dell’Europa, di cui la Spagna è protagonista originale e fondamentale. E’ il dono che il Vecchio Continente può fare al mondo se vuole rimanere giovane, come giovane è chi sente di avere un futuro e una missione che interpellano ancora.

Apprezzare la complessità e studiarla, imparare a non negarla e ad abitarla come benedizione, rifuggire quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici: ecco il compito di chi ha una grande storia alle spalle. Le nuove tecnologie sono divenute un ambiente artificiale in cui le nostre opzioni fondamentali sono messe alla prova: al suo interno i pregiudizi si esasperano, il pensiero critico si affievolisce, interessi prepotenti seminano pulsioni di morte. D’altra parte, il bene può resistere e comunicarsi”.

Per questo la sicurezza si può raggiungere attraverso la ‘mediazione culturale’: “La sicurezza, che troppo spesso ci illudiamo venga dalle armi e dai muri, matura piuttosto nell’imparare a fare strada con l’altro, a crescere insieme, fianco a fianco. Lo testimonia la vostra stessa storia. La presenza dell’Islam nella Penisola iberica, ad esempio, costituì una realtà politica, culturale e religiosa di lunga durata. Durante quel periodo non vi fu soltanto confronto, si cercò di creare uno spazio di contatto, conversazione e dialogo sul senso della verità tra cristiani, musulmani ed ebrei”.

La Spagna è ‘maestra’ in questo campo: “Nella scuola di traduttori di Alfonso X il Saggio, esperti appartenenti alle tre religioni collaborarono alla traduzione del ricco patrimonio arabo, greco ed ebraico, contribuendo alla diffusione di testi come, tra gli altri, quelli dei filosofi Averroè (1126-1198) e Maimonide (1138-1204). In particolare, città come Cordoba e Toledo divennero luoghi di mediazione tra lingue, religioni e saperi. Ma questa è la verità che raccontano le città europee, la loro stratificazione storica, il tessuto di solidarietà che nei secoli ha composto le loro differenze, trasformando gli inevitabili conflitti in punti di ripartenza”.

Infine ha concluso con un riferimento a sant’Ignazio di Loyola: “Come ci ha insegnato un altro nobile figlio di questa terra, nelle prove e negli insuccessi è possibile ripensare tutto: Ignazio di Loyola ebbe questa audacia, dando credito alle tristezze e alle consolazioni del suo cuore, in un esercizio di discernimento e di immaginazione per cui alle armi preferì la pace, ai potenti i santi. Capì che non era utopia il bene da cui si sentiva attratto e allora la sua crisi si trasformò in grazia. Lo stesso può avvenire riguardo alle ‘cose nuove’ che oggi ci turbano e su cui le nostre sensibilità al momento si dividono”.

(Foto: Santa Sede)

Don Luigi Epicoco: l’accoglienza è eucarestia

‘25 anni di accoglienza, di cura e di comunità nel territorio maceratese’, ha esordito la presidente de ‘La Goccia’, Valeria Rossi, aprendo l’incontro svoltosi a fine febbraio nel monastero cistercense dell’Abbadia di Fiastra con don Luigi Epicoco, docente incaricato di antropologia filosofica alla Pontificia Accademia Alfonsiana e alla Pontificia Facoltà Teologica Teresianum. sull’ospitalità, ‘Non dimenticate l’ospitalità: alcuni praticandola hanno accolto degli angeli senza saperlo’, tratto dalla lettera agli Ebrei.

Infatti il 28 febbraio 2001 Flavia e Paolo Carassai, insieme ad altre famiglie, diedero vita all’associazione per accogliere una bambina, Alexia, bisognosa di tutto. Da quel gesto è nata una rete che in questi anni ha accompagnato famiglie affidatarie, sostenuto bambini e ragazzi in difficoltà e operato per diffondere la cultura dell’accoglienza.

Don Epicoco ha riflettuto sulla gratitudine: ‘Non è un’emozione passeggera, ma la capacità di accorgersi del bene ricevuto, di non darlo per scontato’, richiamando il cammino compiuto con citazioni dal libro del Deuteronomio e dalle pagine dell’Esodo: ‘La gratitudine non è nostalgia, ma forza per ripartire’. Una gratitudine espressa nell’episodio evangelico dei dieci lebbrosi, in cui solo uno, straniero, torna indietro a ringraziare: ‘Non ha ricevuto solo una guarigione, ma la salvezza’.

Riprendendo l’episodio di Abramo alle querce di Mamre, don Epicoco ha parlato di uno sguardo che si alza per diventare luogo di comunione: ‘L’accoglienza cristiana non è filantropia è eucaristia: restituzione grata di un bene ricevuto’. Inoltre nella riflessione ha evidenziato la difficoltà di Abramo a rispondere per la prima volta nella storia a Dio che si rivela:

“Come Abramo ciascuno di noi è il primo del quale si dovrebbe poter dire ‘Come te nessuno mai’, questa infatti dovrebbe essere la nostra vocazione del credente, chiamato a vivere il mistero e la novità della propria vita. Quando priviamo il mondo di questa novità priviamo il mondo di santità; sta a noi scoprire la novità con cui vivere le situazioni belle o brutte che siano. Oggi tutti fanno le stesse cose, ma nessuno fa emergere in esse la novità”.

Insomma, l’incontro con Gesù significa scoprire il mai visto in noi e non sicurezza delle nostre certezze: “Per noi, invece, la fede è essenzialmente sicurezza, basata su precisi punti di riferimento, sulle nostre aspettative, su come pensiamo debba essere la nostra vita, ma non è così, bisogna lasciarsi mettere in crisi, anche se questo ci inquieta. L’indifferenza è la mancanza di novità. Come Abramo ciascuno di noi è unico, primo, nuovo e come ad Abramo anche a noi Dio mette nel cuore una promessa, che vuole realizzare. Non importa quello che stiamo vivendo, ma come sappiamo viverlo in novità”.

Infatti la storia della salvezza non è fatta solo di grandi personalità, in quanto spesso Dio si serve di personaggi minori come Sara, Lot, Ismaele, Rebecca: “Tutte queste figure minori, come le radici di un albero che, benché nascoste sottoterra gli consentono vivere e crescere, ci fanno vedere che senza il valore aggiunto delle relazioni non ci può essere il viaggio di salvezza. Ciascuno di noi è protagonista di una storia, tuttavia a volte è chiamato a svolgere il ruolo di attore non protagonista”.

Quindi il rifiuto della salvezza deriva dalla ‘stanchezza’ di apertura mentale di accogliere?

“Io penso che la sfiducia dilagante che avvertiamo dipende dal fatto che guardiamo un po’ troppo a noi stessi e non a Lui. Una persona stanca che si guarda i piedi può solo deprimersi. Una persona stanca che guarda il ‘motivo’ per cui il viaggio vale la pena, trova sempre il modo di mettere il passo successivo. Non è parlando solo della crisi che ci attraversa che ne verremo fuori. E’ tornare a mettere Cristo al centro e non i nostri limiti che ci darà anche energie nuove. A volte penso che il nostro vero problema è un problema di fede”.

Allora, perché l’accoglienza è importante?

“L’accoglienza è vita soltanto quando non si chiude, perché quando ci chiudiamo all’accoglienza entriamo nella morte Soltanto nell’apertura sperimentiamo la vita”.

E quale è il ‘più’ dell’accoglienza cristiana?

“L’accoglienza cristiana nasce dal fatto che l’abbiamo sperimentata da Cristo. Quindi quando viviamo l’Eucarestia possiamo rispondere a questo dono diventando Eucarestia”.

Siamo nell’ottocento anniversario della morte di san Francesco: quale accoglienza hanno sperimentato Francesco e Chiara?

“San Francesco si converte abbracciando un lebbroso: è stato nell’incontro con il dolore dell’altro. Lui dice che prima gli sembrava amara la vita e dopo quell’abbraccio tutto divenne dolce. La sua conversione è figlia di un incontro”.

‘Francesco e Chiara. La gratitudine di un uomo e la rivoluzione di una donna’ è il titolo del suo libro: quanto è rischioso idealizzare i santi?

“Il rischio della santità è quello di idealizzare. Abbiamo bisogno a volte di nascondere i difetti, di ‘ripulire’ le figure a cui guardiamo. Così possiamo forse ammirarle di più, e possono risplendere di più ai nostri occhi. Tuttavia quando i santi sono idealizzati sono inutili. Sono buoni magari per ottenere qualche grazia, qualche miracolo, ma essi perdono il loro vero ruolo che è quello di ispirare la vita, di suscitare la voglia di vivere diversamente la nostra esistenza”.

Allora quale è il ‘compito’ dei santi?

“Il loro compito non è quello di creare distanze, ma di creare vicinanze. Quando i santi hanno i piedi per terra ci accorgiamo che le loro domande sono le nostre domande, le loro crisi sono state le nostre crisi, il loro buio assomiglia al nostro buio e, persino, i loro peccati assomigliano ai nostri peccati perché anche i santi hanno peccato e questo non deve scandalizzarci ma semmai consolarci”

Per quale motivo san Francesco non ha potuto fare a meno di santa Chiara?

“Nessuno di noi può fare a meno dell’altro perché siamo creature. Essere creature significa essere bisognose l’uno dell’altro. Mons. Tonino Bello diceva che siamo angeli con un’ala sola: l’unica opportunità di volare è quella di abbracciarci a qualcuno”.

San Francesco e santa Chiara quale accoglienza propongono ai giovani?

“Propongono di accogliere con serietà il Vangelo, in quanto diventiamo accoglienti anche nei confronti di noi stessi e degli altri”.

Per Francesco sorella è la morte: un nuovo linguaggio per comprendere la morte

“Le stelle che passarono sopra quel corpo scarno e consunto che giaceva rigido sul pavimento di pietra, per una volta in tutte le loro luminose rivoluzioni intorno a un mondo di umanità sofferente, guardando giù videro un uomo felice”: così si esprime G. K. Chesterton sul santo assisiate, nel libro ‘Francesco di Assisi’, che si era preparato a quel momento ed ebbe la forza di chiamarla ‘sorella morte’ quando ai più sembrava solo maledizione.

Da questo paradosso fecondo ha preso linfa il convegno nazionale, ‘Per Francesco sorella è la morte. Una provocazione alla vita’, svoltosi a Santa Maria degli Angeli fino a domenica 22 marzo, promosso dalla Provincia Serafica di Umbria e Sardegna con il patrocinio del Comitato Nazionale Centenari Francescani e dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Salute della CEI, si è concluso con la presentazione di un’opera segno di valore civile: il progetto di un hospice pediatrico come testimonianza tangibile di una carità che si fa struttura e cura.

L’Hospice Pediatrico regionale sorgerà ad Assisi, secondo l’illustrazione fatta dalla presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti, dal dott. Emanuele Ciotti, direttore generale dell’USL Umbria 1 e dal dott. Gianni Mazzetti, responsabile della Rete di Cure Palliative. La struttura, che colmerà un vuoto assistenziale drammatico nel Centro Italia (attualmente privo di simili centri in Marche, Abruzzo e Molise), è stata definita con una frase emblematica: ‘Costruire una casa per chi non può stare a casa’.

L’opera è parte integrante della prima legge regionale del 2026 dedicata al Centenario Francescano e prevede un polo da 18 posti letto, inserito nella rete regionale di cure palliative pediatriche e terapia del dolore, supportato dall’Azienda Ospedaliera e dalla struttura di oncoematologia pediatrica. La sfida è creare un team multidisciplinare con psicologi e assistenti sociali, riducendo la disomogeneità territoriale e i gravosi trasferimenti fuori regione.

L’Hospice non sarà un’anticamera del lutto, ma uno spazio vitale per gestire sintomi complessi ed offrire ‘vacanze assistite’. Il design sarà d’eccellenza ed elaborerà alcune proposte progettuali. Qui le famiglie non saranno più sole nel peso della cura: potranno trovare momenti di stabilizzazione per i propri figli e, per i caregiver, il conforto di non dover fare tutto da soli in situazioni che spesso non trovano spazio adeguato nei reparti ospedalieri: “Questo è il modo più autentico per lasciarsi interrogare da san Francesco: trasformare la cura dei ‘piccoli’ in un segno che resta, un’opera che darà sollievo alle famiglie umbre per molti anni a venire, rendendo eterno il messaggio di questi Centenari”.

L’ultima giornata di questo cammino di riflessione era iniziata nella basilica di Santa Maria degli Angeli con una celebrazione eucaristica presieduta dal ministro generale dei Frati Minori, fra Massimo Fusarelli, concelebrata anche da don Massimo Angelelli (direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della salute della CEI) e da fra Francesco Piloni (ministro provinciale dei Frati Minori di Umbria e Sardegna) e proseguita da una riflessione teologica con don Massimo Angelelli, Francesca Di Maolo (presidente della Fondazione Istituto Serafico di Assisi), Enrico Petrillo (marito della Serva di Dio Chiara Corbello) e fra Francesco Piloni, che ha ripreso le ultime parole del Poverello per ricordare che ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte. La testimonianza di Enrico, unita all’impegno quotidiano dell’Istituto Serafico, ha ricordato che ‘siamo nati e non moriremo mai più’, trasformando il limite della morte in un orizzonte di speranza.

L’apertura ufficiale del convegno è stata affidata al Cantico delle Creature, letto da fra Gianluca Busonera, uno dei responsabili organizzatori del Convegno. A Gianni Cervellera, esperto di formazione in sanità e coordinatore del Convegno, il compito di sottolineare come san Francesco abbia trasformato la paura della morte in accoglienza, citando Chesterton: ‘Le stelle… videro un uomo felice’.

Il ministro provinciale dei frati minori, fra Francesco Piloni, aveva spiegato l’intento del convegno per riflettere seriamente sul limite e sulla fragilità della vita attraverso tre parole chiave del Cantico: infirmitate, tribolazione e morte. Riferendosi alla lettera enciclica ‘Fides et Ratio’ di papa san Giovanni Paolo II ha ricordato che fede e ragione sono come due ali di una colomba: entrambe necessarie per comprendere la verità.

Ha evidenziato come la scienza, la fede e la cura siano strumenti complementari per affrontare la sofferenza, la malattia e la morte, cercando una verità luminosa che si ispira alla vita di Francesco, capace di suscitare una nostalgia delle nostre origini e dei valori autentici. Mentre don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio pastorale della salute CEI, ha ricordato la necessità di riportare la morte al suo significato naturale: “Abbiamo smesso di pensare la morte come un evento naturale… la morte non c’è, semplicemente non c’è, c’è la vita finché c’è la vita e poi c’è il decesso”.

Inoltre don Angelelli ha sottolineato la centralità del fine vita terrena nella vita cristiana e l’importanza di un linguaggio che accompagni la vita fino alla sua conclusione. Il prof. Massimo Antonelli, anestesista e rianimatore, ha evidenziato il ruolo quotidiano della morte nella professione medica e l’importanza di un approccio empatico: “La morte per noi rianimatori è un evento quotidiano… frequentiamo la dimensione che cerca di essere empatica nei confronti di chi sopravvive a un amato o congiunto”.

Mentre sabato i lavori sono entrati nel vivo con l’apertura di fra Pietro Maranesi, che ha saputo delineare la sottile ma cruciale differenza tra la morte intesa come rovina e quella accolta come sorella. Da questa premessa, il panel sul tema della ‘Morte’ ha esplorato il mistero del morire attraverso quattro ‘sguardi’ che hanno attraversato la psicologia, i media, la scuola e la sociologia.

La psicoterapeuta Beatrice Toro ha guidato l’assemblea tra le pieghe dei diversi tipi di lutto, indicando nella saggezza della presenza e nel coraggio di ‘stare’ nel dolore la postura più efficace per non restare intrappolati nel trauma. Il giornalista Alessandro Sortino ha poi scosso la platea con una provocazione necessaria, interrogandosi sul perché la morte, pur essendo il tabù per eccellenza, diventi così facilmente una ‘notizia’ di successo mediatico; una dinamica che forse nasconde il nostro bisogno inconfessato di confrontarci con l’unico evento che riguarda davvero ognuno di noi.

Il ritmo della riflessione si è fatto ancora più vitale con l’intervento dello scrittore, prof. Marco Erba, che parlando con il linguaggio di chi vive ogni giorno accanto agli adolescenti ha proposto tre coppie di parole come antidoti al nichilismo contemporaneo: sostituire il giudizio tagliente con lo sguardo che accoglie, il possesso egoistico con la logica del dono e la ricerca ossessiva della perfezione con la bellezza liberante del perdono. A chiudere questo blocco il sociologo Massimiliano Padula, che ha illustrato i concetti di spettacolarizzazione e mercificazione della vita digitale, descrivendo con tratti inquietanti il fenomeno del ‘foreverismo’ e dei cimiteri virtuali, dove la tecnologia tenta di attivare una memoria affettiva che rischia però di restare prigioniera dello schermo.

Il vertice teologico è stato raggiunto con la parola di fra Roberto Pasolini, predicatore della Casa Pontificia, che ha condotto i presenti nel cuore della Sacra Scrittura, mostrando come la Parola di Dio non ignori la drammaticità della morte, ma la attraversi e lo ha fatto partendo dal tema della nudità. Da quest’attenzione della Parola di Dio si è passati alla concretezza del quotidiano attraverso il dialogo tra un medico palliativista, dott.ssa Giulia Nazzicone, un rianimatore pediatrico, dott. Alberto Giannini, ed un cappellano d’ospedale, fra Luigi Cavagna. Da queste voci è scaturito un appello unanime alla costruzione di un’alleanza autentica con chi è nel dolore, fondata sulla cura della persona nella sua interezza.

A questo punto abbiamo chiesto al prof. Marco Erba di raccontarci come i giovani affrontano la morte: “Da un la lato dai ragazzi la morte viene rimossa, mentre dall’altro lato viene sfidata nel senso che ci sono a volte atteggiamenti estremi negli adolescenti, che però hanno una fame di vita, in quanto la sfida che lanciano è una ricerca di fame del senso di vivere.

Gli adolescenti di oggi spesso sono feriti, fragile e non hanno punti di riferimento; quindi il nostro compito non è quello di limitarci di dire ciò che debbono fare, ma provare a condividere con loro risposte di senso alte, in quanto loro hanno fame di vivere la vita come un dono, ma sono in ricerca di loro stessi: hanno desiderio di una vita piena e di relazione con gli altri. Forse la crisi degli adolescenti, di cui si parla molto spesso, in realtà è una domanda profonda di senso e di bellezza”.

In quale modo raccontare loro la vita?

“Credo che sia fondamentale, come modalità, il racconto di esperienze, in quanto si dice che le parole convincono, ma gli esempi trascinano. Penso che raccontare storie non sganciate dalla realtà, vedere testimoni credibili ed avere un’alta qualità della vita e per gli adolescenti incontrare persone che fanno della loro vita un dono, per la quale, come diceva Etty Hillesum nel campo di concentramento di Auschwitz, la vita è bella e ricca di significato: questo può toccare il loro cuore ed aprire la domanda su come anche loro possono dare un contributo al mondo che li circonda”.  

Quindi attraverso il racconto della morte i giovani pongono domande di vita?

“Assolutamente sì! La morte è parte della vita e quindi le domande di vita passano anche attraverso gli atteggiamenti che a me adulto sembrano più estremi”.

Esiste un modo per ‘dare peso’ alle domande vitali dei giovani?

“I fatti di cronaca riportano solo situazioni drammatiche, ma c’è una bellezza sommersa tra gli adolescenti: i ragazzi che fanno volontariato, l’esperienza scout, in ambito sportivo i giovani allenatori con gli atleti più piccoli. Cicerone scriveva che i suoi tempi erano i peggiori della storia, Sallustio sottolineava che il mondo era corrotto e senza via d’uscita. Eppure…. Siamo ancora qui a parlare del futuro. C’è bisogno di uno sguardo di fiducia, di tenere aperta la domanda: cosa si può fare?

E’ lo sguardo di fede che un cristiano deve avere. Io non amo i cristiani apocalittici e fustigatori dei costumi. Mi piace un cristianesimo che cammina con le persone. Ed è l’esperienza che ho fatto nell’incontro con i salesiani, a cui devo la mia formazione. Don Bosco ripeteva che la santità consiste nello stare molto allegri. La testimonianza più grande che possiamo dare è quella di essere felici ed avere una qualità di vita elevata e quindi contagiosa. Come educatori siamo chiamati a credere nella scintilla di bellezza che c’è nell’altro, anche quando sembra non vedersi”.

(Foto: OFM Assisi)

Seconda Domenica di Pasqua: domenica della divina misericordia

 Gesù è veramente risorto! Quest’annuncio ancora oggi ci coinvolge tutti come singoli e come società. E’ un annuncio che conferisce pace e gioia ma non cessa di essere un mistero d’accogliere con fede e amore. Siamo cristiani perché Cristo è veramente risorto; Egli è il Dio con noi. Gesù aveva dato l’annuncio della sua risurrezione attraverso le pie donne, che si erano recate al suo sepolcro, e sono divenute ambasciatrici di Cristo. Laddove i suoi nemici erano rimasti sconfitti dalla notizia della sua risurrezione, appresa dai soldati che facevano la guardia, i discepoli di Gesù viceversa erano ancora tremanti, chiusi nel cenacolo, per paura dei Capi del popolo e del Sinedrio.

Gesù risorto, come aveva predetto ‘i pubblicani e le prostitute avranno il primo posto nel regno dei cieli’, si servì di Maria Maddalena, che aveva pianto per i suoi peccati, aveva lavato con le lacrime i piedi a Gesù, per annunciare ufficialmente ai suoi discepoli e al mondo intero la sua ‘risurrezione’. Maria Maddalena diventa così ambasciatrice come il Buon Ladrone sarà il primo ad entrare nel Regno dei cieli; Gesù dall’alto della croce gli disse infatti ‘oggi sarai con me in paradiso’.

Dopo l’annuncio Gesù va a trovare i suoi ancora chiusi nel Cenacolo, entra a porte chiuse, dà il lieto annuncio: ‘la pace sia con voi’! Avere fede significa accettare che Gesù è il Signore, è il Risorto: verità fondamentale per gli apostoli, i suoi amici che dovranno essere i testimoni nel mondo di questa verità. Il Cenacolo è figura chiara della Chiesa in cammino.  Quella sera, però, Tommaso, uno degli Apostoli, non era con loro quando venne Gesù a porte chiuse. Gesù è venuto per tutti, vuole tutti salvi; si è sacrificato in Croce per tutti e per ciascuno di noi.

Otto giorni dopo Gesù ritorna dai suoi dove c’era Tommaso, l’incredulo che aveva detto: l’avete visto, ma non l’avete toccato! Poteva essere un fantasma. ‘Se non metto il mio dito nelle sue piaghe, se non tocco i chiudi, se non metto la mano nel suo costato, io non crederò mai’. Tommaso crederà non alle parole dei suoi compagni e amici me solo vedendo le ferite di Gesù, procurate dai chiodi, e il suo cuore squarciato.

Un amore grande che si misura non a parole ma guardando e toccando con mano cosa Gesù ha sofferto per noi, per l’uomo. Tommaso, in fondo, aveva detto: Siete stupidi; dite di averlo visto, d’avere parlato con Lui ma non l’avete toccato; io invece sono diverso: voglio vedere e toccare con mano.

A Gesù interessa una cosa sola: i suoi discepoli sono chiamati ad essere i testimoni della sua risurrezione, la loro fede deve essere ben salda e radicata nel fiducioso abbandono al suo amore, che si è sacrificato; se voglio capire quanto Egli ci ha amato, devo constatare quanto Egli ha sofferto per me. Le ferite riportate dal Signore, i segni dei chiodi e del cuore aperto sono le testimonianze di questo amore misericordioso; ecco perché Gesù vuole sciogliere ogni dubbio ed incertezza.

Da qui la seconda venuta nel Cenacolo otto giorni dopo, presente questa volta Tommaso, l’incredulo. Tommaso rimane così una figura memoranda che fa emergere nella Chiesa la misericordia materna del Signore Gesù. Gesù risorto entra a porte chiuse, sta in mezzo ai suoi e si rivolge proprio a Tommaso: ‘Metti qua il tuo dito, guarda le mie mani, tendi la tua mano e mettila nel mio costato: non essere incredulo, ma credente’.

Gesù non compie miracoli per farsi riconoscere ma mostra le sue ferite; non fa discorsi teologici o disquisizioni esegetiche su quanto era scritto nel Libro Sacro ma i segni della sua passione e morte costituiscono la testimonianza più forte della sua risurrezione, già preannunciata ed ora attuata. Gesù è vero figlio di Dio, il suo messaggio è divino, la sua Chiesa deve essere santa (chiamata alla santità). Nasce e si consolida così la comunità cristiana del futuro.

Quella comunità che ama, crede ed annuncia Gesù Cristo e la sua risurrezione. L’ottavo giorno dopo la Pasqua questa prima comunità cristiana era riunita in casa, come noi oggi siamo riuniti nella casa del Signore per ascoltare la Parola di Dio ed operare la ‘frazione del pane’. Sull’altare infatti è preparato il pane e il vino come nell’ultima cena; pane e vino che, grazie alla misericordia di Dio, diventeranno corpo, sangue, anima e divinità di nostro signore Gesù Cristo.

E’ la comunità riunita che Gesù saluta: ‘Pace a voi’. Era quella infatti una assemblea dove i Discepoli volevano rigenerarsi ad una speranza viva, ricolma di gioia anche se, come scrive l’apostolo Pietro, per un poco di tempo si rimane afflitti da varie prove. La nostra fede, infatti, più preziosa dell’oro, che viene purificato con il fuoco, è purificata da prove e sofferenze. Da qui nasce la gioia pasquale, la gioia della nostra vita, nonostante le sofferenze, le persecuzioni, le guerre, le incomprensioni.

Davanti al richiamo di Gesù a Tommaso: ‘Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che pur non avendo visto crederanno’, c’è la beatitudine per me e per te, amico che ascolti; ancora una volta Gesù il Risorto, oggi, dalla croce, mostra le sue ferite, i segni del suo amore misericordioso. A noi però l’impegno di vivere la gioia del nostro battesimo, della nostra rinascita a figli di Dio, mentre con umiltà chiediamo perdono delle nostre colpe.

Rinascere, rinnovarsi, come vedi, è una necessità della vita, il rinnovamento non può essere solo quello fisiologico: anche gli animali e le piante si rinnovano ma è un progresso che non oltrepassa le soglie del fisico e dell’istinto. E’ necessario invece migliorare ogni giorno, contrastando il passo alla vecchiaia per rimanere sempre giovani e sulla breccia.

E’ necessario vincere con l’amore individualismo ed egoismo che spesso attanagliano il nostro spirito e non ci permettono di accogliere l’altro come fratello.  Se vuoi andare oltre, bisogna vivere di Fede; è la sola che ci permette di cogliere l’amore misericordioso di Dio e pregare ‘Padre nostro, che sei nei cieli’. E’ questo il mio augurio domenicale.            

Dal 13 al 19 aprile ‘Ambrosius. Il Tesoro della Basilica’ apre la Cappella dei Santi Bartolomeo e Satiro e svela due affreschi di Tiepolo nella Basilica di Sant’Ambrogio

 In occasione della Milano Art Week, dal 13 al 19 aprile il percorso museale Ambrosius. Il Tesoro della Basilica si arricchisce con l’apertura straordinaria della Cappella dei Santi Bartolomeo e Satiro, solitamente chiusa al pubblico. Per l’occasione il pubblico potrà ammirare due importanti affreschi di Giambattista Tiepolo, ‘Il Naufragio di San Satiro’ ed ‘Il Martirio di San Vittore’, in un’esperienza di visita inedita della Basilica di Sant’Ambrogio e della sua straordinaria collezione.

Le due opere fanno parte di un ciclo realizzato da Tiepolo (Venezia, 1696 – Madrid, 1770) nel 1737 su commissione dei monaci cistercensi. Originariamente destinati a decorare ambienti del complesso monastico come la Cappella di San Vittore in Ciel d’oro o la Sacrestia dei Monaci, gli affreschi raccontano episodi delle vite dei santi a cui il sacello è dedicato: il ‘Martirio di San Vittore’ raffigura il sacrificio del santo milanese, mentre il Naufragio di San Satiro narra la vicenda del fratello di Ambrogio, miracolosamente salvato durante il viaggio di ritorno dal Nord Africa grazie all’ostia consacrata che portava con sé in un fazzoletto legato al collo.

Dal punto di vista stilistico, rispetto ad altre opere realizzate dall’artista a Milano e Bergamo, questi affreschi si distinguono per la luminosità e la profondità della costruzione spaziale. Particolarmente significativa è la composizione del Naufragio, caratterizzata dal forte contrasto tra l’oscurità della tempesta e il chiarore del cielo, dominato dagli angeli che intervengono per salvare Satiro.

Staccati nel corso dell’Ottocento e a lungo conservati in ambienti non accessibili al pubblico, i due affreschi sono stati trasferiti nel dopoguerra nella Cappella dei Santi Bartolomeo e Satiro, oggi eccezionalmente aperta ai visitatori in occasione di Milano Art Week. Entrambe le opere sono state oggetto di un importante intervento di restauro nel 2020 in occasione della mostra dedicata a Tiepolo alle Gallerie d’Italia–Milano, nell’ambito delle celebrazioni per il 250^ anniversario della morte.

‘Ambrosius. Il Tesoro della Basilica’ è il nuovo percorso museale della Basilica di Sant’Ambrogio inaugurato il 5 dicembre 2025 dopo un articolato intervento di ristrutturazione – con la realizzazione di uno spazio dedicato all’accoglienza e al bookshop, insieme a un’area didattica e una sala multimediale – e una rinnovata scelta museografica incentrata sulla figura di Sant’Ambrogio e la storia millenaria della Basilica. Coniugando arte, storia e spiritualità, Ambrosius si inserisce in un più ampio progetto di valorizzazione culturale e spirituale del complesso monumentale e del suo straordinario Tesoro, materiale e immateriale.

Il percorso di visita si apre nella sala multimediale con un video dedicato alla vita di Sant’Ambrogio: uno spazio pensato come luogo di racconto e di riflessione, capace di rendere attuale e accessibile a tutti il messaggio ambrosiano. L’itinerario prosegue all’interno della Basilica attraverso luoghi di straordinario significato storico e spirituale: l’Aula Ambrosii, antica sacrestia dei monaci aperta per la prima volta al pubblico, dove trovano collocazione il letto di Ambrogio e la scodella attribuita al Santo; il sacello di San Vittore in Ciel d’oro, che custodisce il celebre ritratto musivo di Ambrogio che indossa una dalmatica, la sua più antica raffigurazione; e il Capitolino, la precedente sede espositiva, dove è possibile ammirare l’Urna degli Innocenti e altri preziosi oggetti di oreficeria sacra, i cinque Pleurantes, rarissimi frammenti di seta, arredi lignei e molto altro.

ìAmbrosius. Il Tesoro della Basilica’ è un progetto promosso da monsignor Carlo Faccendini, abate-parroco della Basilica di Sant’Ambrogio, con l’Ufficio Beni culturali della Diocesi di Milano e la Soprintendenza, il patrocinio del Ministero della Cultura, di Regione Lombardia e del Comune di Milano, e il contributo di Fondazione Cariplo.

Fondamentale per la realizzazione del percorso museale è stato l’apporto del Comitato Scientifico, composto da autorevoli esperti e professionisti, che ha operato in sinergia con l’architetto Carlo Capponi, Conservatore della Basilica, e con il coordinamento della dott.ssa Miriam Rita Tessera, responsabile dell’Archivio e della Biblioteca Capitolare della Basilica. L’iniziativa fa parte del palinsesto ufficiale di Milano Art Week 2026.

(Foto: Ambrosius)

151.11.48.50