Da Roma le religioni chiedono pace nel mondo

“Riuniti a Roma nello spirito di Assisi, abbiamo pregato per la pace, secondo le varie tradizioni ma concordi. Ora noi, rappresentanti delle Chiese cristiane e delle Religioni mondiali, ci rivolgiamo pensosi al mondo e ai responsabili degli Stati. Ci facciamo voce di quanti soffrono per la guerra, dei profughi e delle famiglie di tutte le vittime e dei caduti”.

Inizia così l’appello conclusivo dell’incontro tra le religioni, voluto al Colosseo dalla Comunità di Sant’Egidio, ‘Il grido della pace’, alla cui preghiera conclusiva ha partecipato anche papa Francesco, sottolineando l’urgenza di costruirla, insieme alla crisi ambientale e a quella umanitaria, con migliaia di profughi costretti ad abbandonare le loro terre, temi affrontati nei giorni del convegno, elevando un grido di fermare la guerra:

“Con ferma convinzione diciamo: basta con la guerra! Fermiamo ogni conflitto. La guerra porta solo morte e distruzione, è un’avventura senza ritorno nella quale siamo tutti perdenti. Tacciano le armi, si dichiari subito un cessate il fuoco universale. Si attivino presto, prima che sia troppo tardi, negoziati capaci di condurre a soluzioni giuste per una pace stabile e duratura. Si riapra il dialogo per annullare la minaccia delle armi nucleari”. 

L’appello è un impegno anche per i credenti: “Noi credenti dobbiamo adoperarci per la pace in tutti i modi che ci sono possibili. E’ nostro dovere aiutare a disarmare i cuori e richiamare alla riconciliazione tra i popoli. Purtroppo anche tra noi ci siamo talvolta divisi abusando del santo nome di Dio: ne chiediamo perdono, con umiltà e vergogna. Le religioni sono, e devono continuare ad essere, una grande risorsa di pace. La pace è santa, la guerra non può mai esserlo!”

E’ un appello per una scelta decisiva perché la pace è sempre possibile: “L’umanità deve porre fine alle guerre o sarà una guerra a mettere fine all’umanità. Il mondo, la nostra casa comune, è unico e non appartiene a noi, ma alle future generazioni. Pertanto, liberiamolo dall’incubo nucleare.

Riapriamo subito un dialogo serio sulla non proliferazione nucleare e sullo smantellamento delle armi atomiche. Ripartiamo insieme dal dialogo che è medicina efficace per la riconciliazione dei popoli. Investiamo su ogni via di dialogo. La pace è sempre possibile! Mai più la guerra! Mai più gli uni contro gli altri!”

A questo appello ha partecipato anche papa Francesco, che ha ringraziato i leaders che hanno partecipato, continuando il ‘sogno’ di fraternità di san Giovanni Paolo II, iniziato ad Assisi nel 1986: “Quest’anno la nostra preghiera è diventata un “grido”, perché oggi la pace è gravemente violata, ferita, calpestata: e questo in Europa, cioè nel continente che nel secolo scorso ha vissuto le tragedie delle due guerre mondiali, e siamo nella terza.

Purtroppo, da allora, le guerre non hanno mai smesso di insanguinare e impoverire la terra, ma il momento che stiamo vivendo è particolarmente drammatico. Per questo abbiamo elevato la nostra preghiera a Dio, che sempre ascolta il grido angosciato dei suoi figli”.

Ritornando all’azione di san Giovanni XXIII papa Francesco ha sottolineato che il grido della pace non può essere represso: “Il grido della pace viene spesso zittito, oltre che dalla retorica bellica, anche dall’indifferenza. E’ tacitato dall’odio che cresce mentre ci si combatte.

Ma l’invocazione della pace non può essere soppressa: sale dal cuore delle madri, è scritta sui volti dei profughi, delle famiglie in fuga, dei feriti o dei morenti. E questo grido silenzioso sale al Cielo. Non conosce formule magiche per uscire dai conflitti, ma ha il diritto sacrosanto di chiedere pace in nome delle sofferenze patite, e merita ascolto.

Merita che tutti, a partire dai governanti, si chinino ad ascoltare con serietà e rispetto. Il grido della pace esprime il dolore e l’orrore della guerra, madre di tutte le povertà”.

La pace è il ‘disegno di Dio’: “Qui trova ascolto la voce di chi non ha voce; qui si fonda la speranza dei piccoli e dei poveri: in Dio, il cui nome è Pace. La pace è dono suo e l’abbiamo invocata da Lui. Ma questo dono deve essere accolto e coltivato da noi uomini e donne, specialmente da noi, credenti.

Non lasciamoci contagiare dalla logica perversa della guerra; non cadiamo nella trappola dell’odio per il nemico. Rimettiamo la pace al cuore della visione del futuro, come obiettivo centrale del nostro agire personale, sociale e politico, a tutti i livelli. Disinneschiamo i conflitti con l’arma del dialogo”.

Precedentemente durante la preghiera dei cristiani nel Colosseo Mar Awa III, patriarca-catolicos della Chiesa Assira d’Oriente, aveva evidenziato che essi sono portatori della pace di Cristo: “Questo sacrificio della propria persona è inscritto nella nostra stessa proclamazione del Vangelo. Come disse il Signore, ci ha mandati ‘come agnelli fra i lupi’, cioè, agnelli, vera immagine dell’Agnello Gesù fra persone e popoli, in un mondo che ha bisogno di Lui, della sua pace e della sua salvezza.

Così la prima Chiesa degli Apostoli ha vissuto la realtà della testimonianza fino al sangue e il martirio cristiano ancora oggi nasce nella consapevolezza profonda che il mondo ha sempre bisogno di Gesù, a qualsiasi prezzo, anche a prezzo dell’offerta della propria vita”.

Tra tutti gli interventi la testimonianza di Esther Iweze Adaeze, che ha raccontato la sua vita da profuga, prigioniera in Libia per sei anni: “Sono stata rapita e portata nel centro di detenzione di Tripoli, eravamo tantissime donne, non c’erano finestre, eravamo tutte a dormire per terra, c’era pochissimo cibo, spesso solo pane e acqua sporca una volta al giorno. A volte alcune di noi venivano prese e sentivamo le urla delle loro torture, questo era terribile. Ho visto gente morire accanto a me”.

Il drammatico racconto si è concluso con l’arrivo in Italia attraverso i corridoi umanitari: “In quei momenti pregavo Dio di salvarmi e ho avuto la grazia di essere inserita in un viaggio dei ‘corridoi umanitari’ dalla Libia e sono arrivata a luglio scorso a Roma con la Comunità di Sant’Egidio.

Non posso dirvi la mia gioia quando mi hanno telefonato in Libia per dirmi che sarei partita, è come se si fosse aperta la porta dell’inferno e vedevo finalmente un po’ di luce. Degli angeli venivano ad aprire la porta della prigione. Era la salvezza per me e per quelli che erano sul mio aereo. Ho viaggiato con un documento, con un visto, mi hanno accolto con fiori e sorrisi. E’ la resurrezione”.

(Foto: Comunità di Sant’Egidio)

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