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Papa Leone XIV: vivere secondo il Vangelo

“Sono contento di incontrarvi in occasione del vostro 215° Capitolo Generale. Esso costituisce un ritorno alle fonti e al tempo stesso uno sguardo lanciato verso il futuro. Le due cose non possono essere separate: più si risale alle proprie origini, più si diventa capaci di creatività e di profezia… La prima sorgente a cui tornare sempre è il Vangelo… Prima di tutto, dunque, tornare al Vangelo”: ricevendo oggi i membri dell’Ordine dei Serviti, papa Leone XIV ha invitato a tornare alle fonti per guardare meglio al futuro, ascoltando il grido dei poveri, vivendo secondo il Vangelo.

La seconda sorgente riguarda la regola di sant’Agostino: “Il secondo ritorno è alla Regola (per voi, quella di S. Agostino), alle Costituzioni e al patrimonio di spiritualità che vi viene dalla vostra storia. Queste fonti vi offrono, in un certo senso, la ‘chiave esegetica’ con cui, con l’aiuto dello Spirito, leggere e interpretare ciò che la Parola di Dio vi dice”.

Mentre la terza sorgente è il ‘grido’ dei poveri come momento di grazia, espresso nel titolo del tema sceelto: “Infine, il terzo ritorno è all’ascolto del grido dei poveri. E’ un ritorno all’oggi come kairos, come momento di grazia in cui trova senso ciò che il Signore vi ha donato.

Lo esprime molto bene il tema che avete scelto per i vostri incontri: ‘Essere Servi in un mondo polarizzato, per edificare ciò che ci unisce valorizzando le differenze’. E perché possiate vivere al meglio questo triplice ritorno, non solo in questi giorni, ma sempre, vorrei raccomandarvi tre mezzi, tipici della vostra tradizione: la fraternità, il servizio e la spiritualità mariana”.

Perciò il papa ha sottolineato che l’ordine è stato fondato da un gruppo di persone, che hanno creduto alla fraternità: “In merito al primo, la fraternità, colpisce che l’Ordine dei Servi di Maria – caso pressoché unico nella storia delle fondazioni religiose – sia nato non attorno a un singolo fondatore, a un leader carismatico, ma a un gruppo di sette amici: un vero gruppo evangelico. Fondatore non è un uomo solo, ma più persone legate da una forte amicizia in Cristo”.

L’invito è stato quello di continuare a vivere nella fraternità: “In un mondo come il nostro, ciò è segno di un compito e di una vocazione particolare: vivere e portare fraternità, specialmente là dove gli uomini sono divisi a causa dei conflitti, della ricchezza, delle diversità culturali, della razza o della religione. In tutti questi contesti, voi siete chiamati ad essere portatori di amicizia e di pace, come lo furono i ‘Sette’ che, nelle loro città, pure divise da odi fratricidi, si fecero portatori di riconciliazione e di carità”.

Dalla fraternità deriva il servizio: “E’ significativo per voi che i primi membri dell’Ordine abbiano scelto di essere e di chiamarsi ‘Servi’, e che la fondazione stessa abbia mosso i suoi primi passi nel contesto di un ospizio per i poveri: l’Ospedale di Fonte Viva del Bigallo. Lì i vostri fondatori si sono messi a servizio dei malati, dei pellegrini, delle donne povere: insomma degli ultimi del loro tempo, donando loro tutti i beni che possedevano, per seguire nudi il nudo Signore.

Ed è l’esperienza di servire Dio nelle piaghe dei sofferenti che presto li ha portati all’incontro con Lui nella contemplazione del Monte Senario, ‘cor unum et anima una in Deum’. La vita secondo il Vangelo è così: è passione per Dio e per l’uomo, che conduce ad amare con la stessa intensità il cielo e la terra”.

Quindi da questo connubio derivano le scelte ‘giuste’: “Solo in questo connubio nascono e maturano le scelte giuste che, oggi come allora, permettono di essere presenti là dove il fratello e la sorella sono più feriti, là dove il Signore ci vuole. In questo senso, desidero incoraggiavi nel vostro servizio ai poveri (immigrati, carcerati, malati), come pure nell’impegno che portate avanti per la promozione di un’ecologia integrale a tutela del creato e delle persone nei luoghi in cui operate”.

Ma fraternità e servizio prendono vita dalla spiritualità mariana: “La più antica storia dell’Ordine ha dato ai Sette Fondatori il nome di ‘praecipui amatores dominae nostrae’, cioè grandi, speciali innamorati della Madonna, di Maria. Continuate a promuoverne nella Chiesa la devozione, fondata sulla Parola di Dio e con saldi riferimenti teologici ed ecclesiologici.

In proposito, è lodevole il lavoro che svolgete attraverso la Facoltà Teologica Marianum, come pure attraverso la cura pastorale dei tanti Santuari mariani a voi affidati. Carissimi, Maria, presente presso la Croce, forte, fedele, vi mostri come sostare accanto alle innumerevoli croci dove Cristo ancora patisce nei suoi fratelli, per portarvi conforto, comunione, aiuto e il prezioso pane dell’affetto”.

Precedentemente il papa aveva ricevuto alcuni fedeli lettoni in pellegrinaggio a Roma: “E’ bello vedere che mantenete viva questa tradizione del pellegrinaggio e che seguite le orme dei vostri antenati nella fede. Desidero esprimere la mia gratitudine per la vostra presenza qui, questa mattina, poiché Roma è sempre stata casa per tutti i cristiani, giacché è qui che i grandi apostoli Pietro e Paolo hanno dato la testimonianza suprema del Vangelo diventando martiri per la fede”.

Da qui l’invito a pregare per la pace: “Come sapete, papa Francesco ha visitato la Lettonia nel 2018, nel centenario dell’indipendenza della vostra nazione, e ha parlato delle difficoltà vissute in passato dal vostro Paese. Mentre l’attuale conflitto nella vostra regione può evocare ricordi di quei tempi turbolenti, è importante per tutti noi rivolgerci a Dio ed essere rafforzati dalla grazia di Dio quando ci troviamo di fronte a simili tribolazioni”.

Però la speranza deve essere coniugata con la fede: “Mentre la speranza ci rincuora, dobbiamo al tempo stesso unirla alla virtù della fede al fine di mantenere lo sguardo sul presente e vedere i molti modi in cui Dio ci sta benedicendo qui e ora. A tale riguardo, un pellegrinaggio svolge un ruolo importante nella nostra vita di fede, poiché ci offre il tempo e lo spazio per incontrare Dio più in profondità.

Ci allontana dalla routine e dal rumore della vita quotidiana e ci offre lo spazio e il silenzio per sentire più chiaramente la voce di Dio. Pertanto, vi incoraggio a usare questa opportunità di preghiera e aprirvi alla grazia di Dio, di modo che possa rafforzare la vostra fede e concedervi la pace che il mondo non può dare”.

(Foto: Santa Sede)

Prof. Masullo: papa Leone XIV invita la Cop30 ad ascoltare il grido della terra

“Auspico che i prossimi vertici internazionali (penso alla trentesima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30), alla sessione del Comitato per la sicurezza alimentare della FAO e al vertice sull’acqua che l’ONU sta organizzando per il 2026)  possano ascoltare il grido della Terra e il grido dei poveri, il grido delle famiglie, dei popoli indigeni, dei migranti involontari, dei credenti di tutto il mondo. Al tempo stesso incoraggio tutti, soprattutto i giovani, i genitori e quanti operano nelle amministrazioni locali e nazionali e nelle istituzioni a dare il loro contributo alla ‘sfida culturale, spirituale ed educativa’, mirando sempre e tenacemente al bene comune. Non c’è spazio per l’indifferenza né per la rassegnazione”: questo appello di papa Leone XIV è risuonato ad inizio ottobre a Castel Gandolfo, dove al Centro Mariapoli dei Focolarini ha incontrato i partecipanti all’incontro ‘Raising Hope’ nel decennale dell’enciclica ‘Laudato sì’.

E la XXX Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite è in programma fino al 27 novembre a Belém, in Brasile, con la partecipazione di 162 Paesi, che affronteranno l’urgenza della crisi climatica e l’insufficienza degli impegni finora messi in campo. COP è acronimo di Conference of the Parties (Conferenza delle Parti) ed è il vertice annuale che riunisce i Paesi aderenti alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), firmata a Rio de Janeiro nel 1992, durante il Summit della Terra, con l’obiettivo di stabilizzare le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera e limitare l’impatto delle attività umane sul clima. 

Per comprendere meglio la situazione climatica e le prospettive per il creato abbiamo contattato il prof. Andrea Masullo, autore del libro ‘Il grido silenzioso della terra’, invitando a sconfiggere l’indifferenza, che è “come un tappo che impedisce di sentire il grido della Terra e lo rende silenzioso. Altrettanto fa la paura che ci fa coprire le orecchie per non sentire. Entrambe le cose rendono questo grido silenzioso”. Egli è anche direttore scientifico di Greenaccord, associazione culturale internazionale di ispirazione cristiana, che dal 2003 svolge attività di formazione per giornalisti, stimolando l’impegno di tutti sul tema della salvaguardia della natura.

Cosa si attende da COP 30?

“La COP 30 deve, rianimare le deludenti COP 28 e 29 e affrontare le nuove criticità legate alla crescente tensione internazionale, con il conseguente irrigidimento di alcuni paesi. La marcia indietro degli USA indebolisce enormemente la capacità della Conferenza di produrre la revisione dei Piani Nazionali di riduzione delle emissioni, necessaria per affrontare una crisi climatica che sta dimostrando sul campo un’accelerazione dei fenomeni estremi. E’ ormai praticamente impossibile restare sotto 1,5°C di aumento delle temperature. Bisogna fare il possibile per restare almeno sotto i 2°C, anche se il trend attuale va verso i 3°C e oltre.

In quale modo è possibile ascoltare il grido silenzioso della Terra, come ha chiesto papa Leone XIV?

“Bisogna ascoltare il grido dei poveri che aumenta e abbraccia la Terra intera, già oggi inospitale per gran parte della popolazione mondiale. Imparare a riconoscere con ammirazione e rispetto la bellezza e l’armonia della natura e saper riconoscerne le note stonate: la dispersione di veleni sui campi, il silenzio degli uccelli, la deviazione delle rotte migratorie, solitamente dovute a cementificazione, prosciugamento delle zone umide, desertificazione ed erosione, incendi boschivi. Dove le orecchie non possono percepire quel grido, con la mente e col cuore possiamo imparare a sentirlo. Se diamo voce e braccia alla natura che grida, facciamo un’opera generosa e santa per ogni essere vivente che soffre, inclusi noi esseri umani”.

Esiste un rapporto tra crisi ambientale e crisi sociale?

“C’è un collegamento diretto fra il consumismo che semina l’illusione di una crescita illimitata a cui sempre meno persone possono accedere, e l’insicurezza che aumenta nelle fasce sociali medie, che diviene frustrazione profonda fra i più poveri. La corsa al consumo stimolata dalle imprese con mezzi di persuasione potentissimi, fa sì che le persone si sentano insicure di riuscire a seguire il ritmo crescente di nuovi prodotti e la sostituzione di vecchi modelli. L’insicurezza sociale è divenuta una strategia di mercato, e così il consumismo distrugge contemporaneamente le reti ecologiche e le reti sociali”.

Infatti papa Leone XIV ha invitato alla cura del creato attraverso la giustizia ambientale. Quali sono i passi da intraprendere?

“Innanzitutto, interrompere la depredazione dei Paesi poveri, che detengono la maggior parte delle risorse necessarie ad alimentare il consumismo dei Paesi ricchi, ricevendone inquinamento e scarsi salari. Poi bisogna diffondere fra i giovani la consapevolezza che oggi l’industria bellica è la più fiorente per mantenere i privilegi. E quindi bisogna chiedere a gran forza la riconversione, per un mondo più giusto e pacificato. E lavorare per ridurre l’eccessivo divario di reddito all’interno di ciascun Paese, e a livello globale”.

In quale modo è possibile una convivenza nella casa comune?

“La casa è il luogo in cui la famiglia si riunisce attorno alla mensa. In una famiglia dove c’è chi ha il piatto abbondante e butta via ciò che avanza, accanto a chi ha il piatto quasi vuoto, nascono rancori, rabbia e scoppiano guerre. La convivenza si garantisce solo con un ambiente sano e una condivisione dei suoi frutti, prelevati senza arrecarvi danni”.

Dopo 800 anni il Cantico delle Creature a quale responsabilità personale e collettiva chiama?

“San Francesco, nella sua semplicità, in un’epoca in cui non c’era nessun allarme ambientale, ammirato davanti al Creato, intuisce che non è un insieme di cose belle distribuite qua e là, ma tutto è importante perché ogni cosa ha un senso che viene dal Creatore stesso. Allora lui cerca di capire l’importanza e legge il Vangelo delle Beatitudini. Se Dio dice ‘beati’ i poveri, lui cerca i più poveri fra i poveri, i lebbrosi che nessuno voleva avvicinare, i gigli del campo che hanno il vestito più bello che si possa avere pur essendo tra le più fragili delle creature, gli uccelli del cielo… Questa è una visione olistica del Creato, dove tutto è connesso. E noi uomini abbiamo ricevuto la missione di proteggerlo”.

Papa Leone XIV invita a riconoscere il grido del povero

“In questo Giubileo della spiritualità mariana, il nostro sguardo di credenti cerca nella Vergine Maria la guida del nostro pellegrinaggio nella speranza, guardando alle sue virtù umane ed evangeliche, la cui imitazione costituisce la più autentica devozione mariana. Come lei, la prima dei credenti, vogliamo essere grembo accogliente dell’Altissimo, ‘tenda umile del Verbo, mossa solo dal vento dello Spirito’. Come lei, la prima dei discepoli, chiediamo il dono di un cuore che ascolta e si fa frammento di cosmo ospitale. Attraverso di lei, Donna addolorata, forte, fedele, chiediamo di ottenerci il dono della compassione verso ogni fratello e sorella che soffre e per tutte le creature”: oggi pomeriggio in piazza san Pietro papa Leone XIV ha presieduto il Rosario per la pace in piazza san Pietro, riaffermando che nessuna ideologia, fede o politica può giustificare l’eliminazione del prossimo.

Infatti con le parole di p. Turoldo ha invitato a guardare alla Madre di Dio: “Guardiamo alla Madre di Gesù e a quel piccolo gruppo di donne coraggiose presso la Croce, per imparare anche noi a sostare come loro accanto alle infinite croci del mondo, dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli, per portarvi conforto, comunione e aiuto.

‘In lei, sorella di umanità, ci riconosciamo, e con le parole di un poeta le diciamo: Madre, tu sei ogni donna che ama; madre, tu sei ogni madre che piange un figlio ucciso, un figlio tradito. Questi figli mai finiti di uccidere’. Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Vergine della Pasqua, insieme a tutti coloro in cui continua a compiersi la passione di tuo Figlio”.

Nella Madre di Dio il credente impara l’obbedienza: “Nel Giubileo della spiritualità mariana, la nostra speranza si illumina della luce mite e perseverante delle parole di Maria che il Vangelo ci riferisce. E tra tutte, sono preziose le ultime pronunciate alle nozze di Cana, quando, indicando Gesù, dice ai servitori: Qualsiasi cosa vi dica, fatela’. Poi non parlerà più. Dunque queste parole, che risultano quasi un testamento, devono essere carissime ai figli, come ogni testamento di una madre”.

L’obbedienza consiste nel fare le cose: “Qualsiasi cosa Lui vi dica. Lei è certa che il Figlio parlerà, la sua Parola non è finita, crea ancora, genera, opera, riempie di primavere il mondo e di vino le anfore della festa. Maria, come un segnale indicatore, orienta oltre sé stessa, mostra che il punto di arrivo è il Signore Gesù e la sua Parola, il centro verso cui tutto converge, l’asse attorno al quale ruotano il tempo e l’eternità”.

Ecco la necessità di mettere in pratica la Parola di Dio: “Fate la sua Parola, raccomanda. Fate il Vangelo, rendetelo gesto e corpo, sangue e carne, fatica e sorriso. Fate il Vangelo, e si trasformerà la vita, da vuota a piena, da spenta ad accesa. Fate qualsiasi cosa vi dica: tutto il Vangelo, la parola esigente, la carezza consolante, il rimprovero e l’abbraccio. Ciò che capisci e anche ciò che non capisci. Maria ci esorta ad essere come i profeti: a non lasciare andare a vuoto una sola delle sue parole”.

Fare tale Parola significa anche disarmarsi: “E tra le parole di Gesù che non vogliamo lasciar cadere, una risuona in particolare oggi, in questa veglia di preghiera per la pace: quella rivolta a Pietro nell’orto degli ulivi: ‘Metti via la spada’. Disarma la mano e prima ancora il cuore. Come già ho avuto modo di ricordare in altre occasioni, la pace è disarmata e disarmante. Non è deterrenza, ma fratellanza, non è ultimatum, ma dialogo. Non verrà come frutto di vittorie sul nemico, ma come risultato di semine di giustizia e di coraggioso perdono”.

Perciò, rivolgendosi ai governanti, li invita ad attuare il disarmo: “Metti via la spada è parola rivolta ai potenti del mondo, a coloro che guidano le sorti dei popoli: abbiate l’audacia del disarmo! Ed è rivolta al tempo stesso a ciascuno di noi, per farci sempre più consapevoli che per nessuna idea, o fede, o politica noi possiamo uccidere. Da disarmare prima di tutto è il cuore, perché se non c’è pace in noi, non daremo pace”.

E’ stato un invito a guardare il mondo da un’altra angolatura, quella dei poveri: “E’ anche l’invito ad acquisire un punto di vista diverso per guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi; per guardare la storia con lo sguardo dei piccoli e non con la prospettiva dei potenti; per interpretare gli avvenimenti della storia con il punto di vista della vedova, dell’orfano, dello straniero, del bambino ferito, dell’esule, del fuggiasco. Con lo sguardo di chi fa naufragio, del povero Lazzaro, gettato alla porta del ricco epulone. Altrimenti non cambierà mai niente, e non sorgerà un tempo nuovo, un regno di giustizia e di pace”.

Che poi è quella del ‘Magnificat’: “Così fa anche la Vergine Maria nel cantico del Magnificat, quando posa lo sguardo sui punti di frattura dell’umanità, là dove avviene la distorsione del mondo, nel contrasto tra umili e potenti, tra poveri e ricchi, tra sazi e affamati. E sceglie i piccoli, sta dalla parte degli ultimi della storia, per insegnarci a immaginare, a sognare insieme a lei cieli nuovi e terra nuova”.

Questa è la beatitudine insegnata da Gesù: “Beati voi. Fate quello che vi dirà. E noi ci impegniamo affinché si faccia nostra carne e passione, storia e azione, la grande parola del Signore: ‘Beati voi, operatori di pace’. Beati voi: Dio regala gioia a chi produce amore nel mondo, gioia a quanti, alla vittoria sul nemico, preferiscono la pace con lui”.

E’ stato un incoraggiamento a proseguire sulla comune strada: “Coraggio, avanti, in cammino, voi che costruite le condizioni per un futuro di pace, nella giustizia e nel perdono; siate miti e determinati, non lasciatevi cadere le braccia. La pace è un cammino e Dio cammina con voi. Il Signore crea e diffonde la pace attraverso i suoi amici pacificati nel cuore, che diventano a loro volta pacificatori, strumenti della sua pace”.

E concludendo ha rivolto alla Madre di Dio, che è anche Regina della pace, una preghiera: “Prega con noi, Donna fedele, grembo sacro al Verbo. Insegnaci ad ascoltare il grido dei poveri e di madre Terra, attenti ai richiami dello Spirito nel segreto del cuore, nella vita dei fratelli, negli avvenimenti della storia, nel gemito e nel giubilo del creato.

Santa Maria, madre dei viventi, donna forte, addolorata, fedele, Vergine sposa presso la Croce dove si consuma l’amore e sgorga la vita, sii tu la guida del nostro impegno di servizio. Insegnaci a sostare con te presso le infinite croci dove il tuo Figlio è ancora crocifisso, dove la vita è più minacciata; a vivere e testimoniare l’amore cristiano accogliendo in ogni uomo un fratello; a rinunciare all’opaco egoismo per seguire Cristo, vera luce dell’uomo. Vergine della pace, porta di sicura speranza, Accogli la preghiera dei tuoi figli!”

Inoltre ai pellegrini di alcune diocesi italiani ha ribadito la necessità dell’evangellizzare il presente: “Si tratta di una frontiera necessaria soprattutto rispetto alle sfide dell’evangelizzazione. Certamente, il vissuto esistenziale, sociale ed ecclesiale delle vostre diocesi è diverso, dal momento che provenite da tre Regioni italiane che hanno una propria storia: tuttavia, anche se con accenti diversi, siamo tutti chiamati a interrogarci e ad immaginare nuove vie pastorali per un rinnovato annuncio del Vangelo, soprattutto per affrontare alcuni temi come la catechesi dell’iniziazione cristiana, il calo delle vocazioni al ministero ordinato, la partecipazione attiva dei laici alla vita ecclesiale, la presenza delle Comunità rispetto alla vita delle famiglie, dei poveri, del mondo del lavoro, e così via”.

E’ stata un’esortazione particolare quello dello stare vicino nella vita quotidiana: “Vi esorto perciò ad essere una Chiesa vicina al mondo del lavoro, compassionevole e incarnata, perché l’annuncio del Vangelo diventi presenza concreta di consolazione e di speranza, ma anche parola profetica che richiami l’importanza di garantire il lavoro a tutti, in quanto esso ‘è una dimensione irrinunciabile della vita sociale’

Carissimi, alcune urgenze pastorali e sociali su cui ho desiderato soffermarmi, seppur in modi diversi e secondo priorità differenti, interessano tutte le Chiese locali e chiamano ciascuna delle nostre Comunità cristiane a un risveglio dell’evangelizzazione e a un discernimento sulle forme di presenza ecclesiale nel territorio”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: il grido apre alla speranza

“Oggi celebrate la Giornata Nazionale dei Bambini Polacchi Vittime della Guerra, che commemora simbolicamente le loro sofferenze e il loro contributo alla ricostruzione della Polonia dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ricordate nelle vostre preghiere e nei vostri progetti umanitari anche i bambini dell’Ucraina, di Gaza e di altre regioni del mondo colpite dalla guerra. Affido voi e i bambini che oggi soffrono, alla protezione di Maria, Regina della Pace, e vi benedico di cuore”: nei saluti in lingua polacca papa Leone XIV ha chiesto di non dimenticare le sofferenze dei bambini coinvolti nelle guerre senza dimenticare le sofferenze delle persone in Terra Santa: “Vi invito a trasformare il vostro grido nei momenti di prova e tribolazione in una preghiera fiduciosa, perché Dio ascolta sempre i suoi figli e risponde nel momento che ritiene migliore per noi. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga ‎sempre da ogni male‎‎‎‏!”

Mentre l’udienza generale è stata incentrata sull’esperienza di Gesù crocifisso, che offre l suo ‘abbandono’ a Dio: “Oggi contempliamo il vertice della vita di Gesù in questo mondo: la sua morte in croce. I Vangeli attestano un particolare molto prezioso, che merita di essere contemplato con l’intelligenza della fede. Sulla croce, Gesù non muore in silenzio. Non si spegne lentamente, come una luce che si consuma, ma lascia la vita con un grido: ‘Gesù, dando un forte grido, spirò’. Quel grido racchiude tutto: dolore, abbandono, fede, offerta. Non è solo la voce di un corpo che cede, ma il segno ultimo di una vita che si consegna”.

Nel momento del dolore la domanda di Gesù si rivolge al Padre per essere esaudito: “Il grido di Gesù è preceduto da una domanda, una delle più laceranti che possano essere pronunciate: ‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’ E’ il primo verso del Salmo 22, ma sulle labbra di Gesù assume un peso unico. Il Figlio, che ha sempre vissuto in intima comunione con il Padre, sperimenta ora il silenzio, l’assenza, l’abisso. Non si tratta di una crisi di fede, ma dell’ultima tappa di un amore che si dona fino in fondo. Il grido di Gesù non è disperazione, ma sincerità, verità portata al limite, fiducia che resiste anche quando tutto tace”.

E nella croce Dio manifesta l’amore per l’umanità: “In quel momento, il cielo si oscura e il velo del tempio si squarcia. E’ come se il creato stesso partecipasse a quel dolore, e insieme rivelasse qualcosa di nuovo: Dio non abita più dietro un velo, il suo volto è ora pienamente visibile nel Crocifisso. E’ lì, in quell’uomo straziato, che si manifesta l’amore più grande. E’ lì che possiamo riconoscere un Dio che non resta distante, ma attraversa fino in fondo il nostro dolore”.

In questo senso il papa ha sottolineato che è stato un pagano a comprendere tale domanda: “E’ la prima professione di fede dopo la morte di Gesù. E’ il frutto di un grido che non si è disperso nel vento, ma ha toccato un cuore. A volte, ciò che non riusciamo a dire a parole lo esprimiamo con la voce. Quando il cuore è pieno, grida. E questo non è sempre un segno di debolezza, può essere un atto profondo di umanità”.

Un grido che si confonde tra invocazione e preghiera: “Noi siamo abituati a pensare al grido come a qualcosa di scomposto, da reprimere. Il Vangelo conferisce al nostro grido un valore immenso, ricordandoci che può essere invocazione, protesta, desiderio, consegna. Addirittura, può essere la forma estrema della preghiera, quando non ci restano più parole. In quel grido, Gesù ha messo tutto ciò che gli restava: tutto il suo amore, tutta la sua speranza”.

Infatti anche un grido può aprire alla speranza: “Sì, perché anche questo c’è, nel gridare: una speranza che non si rassegna. Si grida quando si crede che qualcuno possa ancora ascoltare. Si grida non per disperazione, ma per desiderio. Gesù non ha gridato contro il Padre, ma verso di Lui. Anche nel silenzio, era convinto che il Padre era lì. E così ci ha mostrato che la nostra speranza può gridare, persino quando tutto sembra perduto”.

Il grido è una manifestazione di ‘presenza’: “Gridare diventa allora un gesto spirituale. Non è solo il primo atto della nostra nascita (quando veniamo al mondo piangendo): è anche un modo per restare vivi. Si grida quando si soffre, ma pure quando si ama, si chiama, si invoca. Gridare è dire che ci siamo, che non vogliamo spegnerci nel silenzio, che abbiamo ancora qualcosa da offrire”.

Per questo il grido è liberante: “Nel viaggio della vita, ci sono momenti in cui trattenere tutto dentro può consumarci lentamente. Gesù ci insegna a non avere paura del grido, purché sia sincero, umile, orientato al Padre. Un grido non è mai inutile, se nasce dall’amore. E non è mai ignorato, se è consegnato a Dio. E’ una via per non cedere al cinismo, per continuare a credere che un altro mondo è possibile”.

Ecco il motivo per cui il papa ha sottolineato che il grido può tracciare una nuova via: “Cari fratelli e sorelle, impariamo anche questo dal Signore Gesù: impariamo il grido della speranza quando giunge l’ora della prova estrema. Non per ferire, ma per affidarci. Non per urlare contro qualcuno, ma per aprire il cuore. Se il nostro grido sarà vero, potrà essere la soglia di una nuova luce, di una nuova nascita. Come per Gesù: quando tutto sembrava finito, in realtà la salvezza stava per iniziare. Se manifestata con la fiducia e la libertà dei figli di Dio, la voce sofferta della nostra umanità, unita alla voce di Cristo, può diventare sorgente di speranza per noi e per chi ci sta accanto”.

(Foto: Santa Sede)

Al Meeting di Rimini si costruisce con ‘mattoni nuove’ attraverso le mostre: parola di Alessandra Vitez

Il titolo dell’edizione del Meeting dell’Amicizia tra i popoli, in programma alla Fiera di Rimini fino a mercoledì 27 agosto,’Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’, è tratto dai Cori da ‘La Rocca’ di T.S. Eliot: una scelta densa di significato, che intende evocare la possibilità e la speranza di un rinnovamento anche nei momenti di maggiore disorientamento storico e personale. Ed una presenza costante alla kermesse riminese sono le esposizioni, mostre fotografiche, scientifiche, storiche e approfondimenti su questioni urgenti della contemporaneità, tra cui esposizioni artistiche e culturali con la presenza di pezzi di alto valore storico e artistico.

In questa edizione sono state allestite 13 mostre: ‘Chiamati due volte: i martiri di Algeria’; ‘Pietre viventi: l’Europa romanica si veste di bellezza’; ‘Vasilij Grossman: la forza dell’umano nell’uomo’; ‘Profezie per la pace’; ‘…Ma sono vivo: voci dall’Ucraina’; ‘Carlo Acutis: una semplicità straordinaria’; ‘I sentieri del Sacro: gesti e rituali di fede nella fotografia contemporanea’; ‘Luce da Luce: Nicea 1700 anni dopo’; ‘Io, frate Francesco: 800 anni di una grande avventura’; ‘Un tesoro in vasi di creta: Ermanno ‘lo storpio’ chiamato a guardare in alto’; ‘«Ogni uomo al suo lavoro: domande e esperienze a partire dal manifesto del Buon Lavoro’; ‘Non si può morire per un dollaro: la rivoluzione di Amadeo Peter Giannini’; ‘Homo faber: invenzioni e scoperte di nuovi materiali’.

Questi sono i titoli delle mostre visitabili, ma con la responsabile delle mostre del meeting, Alessandra Vitez,  iniziamo un dialogo per presentarne alcune come assaggio, partendo dal titolo: come è possibile costruire nei luoghi deserti con mattoni nuovi attraverso le mostre?

“Nel dare il via al cantiere delle mostre ci siamo affacciati e poi immersi nei deserti dell’oggi. I deserti delle ingiustizie e dell’indifferenza, della paura e della solitudine esistenziale, della tristezza e del vuoto di significato di quello che abbiamo fra le mani, di tutte le situazioni che non si riescono a spiegare e ad accettare. Dentro i deserti che pervadono la cultura contemporanea e che albergano nelle pieghe della nostra esistenza abbiamo desiderato guardare e prendere sul serio la sete e il grido.

Chi si accorge del deserto inizia un lavoro che già non è più deserto. Abbiamo visto l’attivarsi della vita e manifestarsi una bellezza inarrestabile, che diventa ristoro dell’infinita sete (cosciente e non) che viviamo oggi. Guardando la sete di senso e ascoltando persone rinate abbiamo compreso che stiamo costruendo non appena con mattoni ma con pietre vive, in alcuni casi pietre divenute testate d’angolo (ciò che è scartato diventa mattone nuovo) e che proprio per questo ci hanno aperto a una meraviglia”.

Una delle mostre molto interessanti si intitola ‘I sentieri del sacro’: in quale modo la fotografia ‘immortala’ la fede?

“Vedremo sequenze di foto di uomini e donne di ogni età e cultura che decidono di mettersi in una condizione di trasformazione da quello che sarà il contatto, la conoscenza, la contaminazione non solo con il luogo che si vuole raggiungere ma anche lungo il percorso e i sentieri dell’esistenza.

Pellegrini che nei deserti del mondo contemporaneo portano con sé solo ciò che è essenziale, che partono dalla propria casa per iniziare un cammino verso un’altra terra che rappresenta una meta, una conquista e un approdo. E’ la meta che guida e sostiene e fa prendere la decisione di mettersi in cammino verso un luogo non di un singolo, ma di tutti.

Vedremo infatti comunità fatte di gesti e sguardi, oggetti e riti, danze e preghiere, processioni e incontri. E questo prevede che l’altro, chiunque sia l’altro, sia comunque parte di questo processo, possa esserne parte. Non armi, non muri, non barriere, perché chiunque può entrare, può partecipare, può osservare e può ascoltare. I fotografi coinvolti colgono con il loro occhio e lo sguardo questa complessità di aspetti senza rinunciare a narrare qualcosa che attira e che ha a che fare con il sacro. Un sacro che fa parte di noi, abita in noi.

La fotografia ha spesso osservato i tanti aspetti che accompagnano questi cammini fatti di spiritualità e devozione, del rapporto con la terra, con lo spazio che ci circonda, indagando il senso mistico racchiuso in un’esperienza fisica e religiosa, profonda e totale, arcaica e ancestrale, strettamente legata alle radici della storia e della memoria. Al tempo stesso lo sguardo dei fotografi è stato capace di cogliere, attraverso un approccio ora antropologico, ora visionario, ora poetico, l’emozione e la fatica, la speranza e il coraggio, del rapporto intimo e quotidiano con il sacro, i suoi luoghi, le sue testimonianze”.

E’ un percorso che sarà raccontato anche dalla mostra ‘Pietre viventi’: per quale motivo nell’anno 1000 si pensò di costruire l’Europa con mattoni nuovi?

“L’ideale di novità e di bellezza della costruzione della chiesa romanica è immagine profonda dell’edificazione della comunità cristiana attraverso ‘pietre vive’, come testimoniano numerose opere e testi medievali. Chi costruisce in Europa nell’anno 1000 sono uomini e donne che si accorgono della realtà che affiora davanti ai loro occhi, e che desiderano costruire cattedrali in cui tutti possano entrare e sentirsi parte di un abbraccio che li genera. L’impatto con la bellezza, l’architettura e l’arte romanica genera stupore e suscita domande ancora oggi come avveniva allora”.

Quindi è giusto dare spazio alle ‘profezie per la pace’, con una video intervista al card. Pizzaballa: ‘dentro questo mare di odio, di guerre, dolore e paura, serve essere capaci di vedere le realtà belle, di cercare le persone che spendono la propria vita per qualcosa di bello: sono i risorti di oggi che ti dicono che c’è ancora luce’?

“E’ proprio dentro l’inferno dell’esistenza che si possono scorgere uomini e donne che decidono di guardare e ascoltare la vita che sorge in loro. Sono volti e sguardi di persone che si sentono vive e che diventano testimoni di una mitezza che si trasforma in energia di bene. Apparentemente sembra non dare risultati immediati ma in realtà semina percorsi di riconciliazione. Ogni mostra quest’anno porta con se una profezia per la pace perché dietro a storie di paci impossibili, dietro volti di uomini impegnati con la realtà: dal lavoro alle amicizie più sincere, dalle espressioni artistiche alla passione educativa fioriscono pur dentro ai conflitti germogli di speranza”.

(Foto: Meeting dell’Amicizia tra i popoli)

26 Giugno: Giornata Mondiale contro le Droghe

In occasione della Giornata Mondiale contro le Droghe, sentiamo il bisogno di fermarci. Di rallentare per un momento, respirare, e provare a guardare la realtà con uno sguardo nuovo. Uno sguardo più umano. Siamo abituati a parlare dei giovani elencando ciò che non funziona: dipendenze, comportamenti a rischio, numeri che spaventano.

Ma ci chiediamo mai davvero cosa cercano? Cosa li muove? Cosa – o chi – manca nella loro vita? Quando un giovane si rifugia in una sostanza, in un gesto estremo, raramente è un capriccio. Spesso è un grido. Un bisogno di essere visto, ascoltato, accolto. È un modo – forse l’unico che conosce – per dire che qualcosa fa male. E che, da solo, non ce la fa più. Viviamo un tempo complesso, che non risparmia nessuno, ma che pesa in modo particolare su chi è giovane.

Si cresce in fretta – troppo in fretta – in un mondo che cambia continuamente: il digitale amplifica emozioni e solitudini, la pandemia ha lasciato ferite profonde, la crisi climatica genera paure, il lavoro promette poco e spesso toglie molto.

Ma chi c’è davvero per questi ragazzi? Trovano adulti capaci di ascoltare senza giudicare, di esserci senza invadere? Oppure solo regole, distanze, silenzi? È tempo di cambiare sguardo. Vogliamo essere custodi di regole o testimoni di speranza? Vogliamo parlare dei giovani come un problema o con i giovani, come parte di un progetto comune? Nelle comunità che accolgono ragazzi con dipendenze, incontriamo adolescenti sempre più giovani – a volte di appena 12 o 13 anni – segnati da traumi, solitudini, assenze.

Eppure, quando trovano un adulto autentico, capace di guardarli senza pregiudizi e accompagnarli con rispetto, qualcosa cambia: restano, si fidano, ripartono. Perché la differenza non la fa la tecnica. La fa la relazione. Non è più tempo di aspettare che siano loro a bussare ai nostri servizi: dobbiamo essere noi ad andare verso di loro, nei luoghi in cui vivono, anche quelli più difficili.

Servono servizi che accolgano, non solo che curino. Spazi di esistenza, non solo di assistenza. Luoghi flessibili, dove la relazione venga prima della prestazione. Serve un nuovo patto educativo: autentico, coraggioso, condiviso. Abbiamo bisogno di una società che non lasci soli i propri giovani, che sappia entrare nei loro spazi – fisici e digitali – con umiltà e fiducia.

Una rete educativa che investa in cultura, sport, arte, bellezza. Perché sì, la bellezza salva. I ragazzi hanno bisogno di luoghi in cui potersi esprimere, sbagliare senza perdersi, sentirsi accolti senza dover dimostrare nulla. Un giovane ascoltato oggi sarà un adulto capace di costruire domani. Per questo serve un’alleanza vera: tra adulti, giovani, famiglie, scuole, istituzioni. Perché nessuno cresce da solo. Il nostro compito è esserci. Con una presenza concreta, quotidiana, che dica con amore: ogni giovane può fiorire, nonostante tutto.

Papa Leone XIV invita a chiedere la guarigione

“Desidero assicurare la mia preghiera per le vittime della tragedia avvenuta nella scuola di Graz. Sono vicino alle famiglie, agli insegnanti, e ai compagni di scuola… Il Signore accolga nella sua pace questi suoi figli”: al termine dell’udienza generale in piazza san Pietro, papa Leone XIV ha invitato a pregare per le vittime della strage avvenuta alla scuola Borg di Graz, in Stiria, la seconda città più grande dell’Austria, dove un ex studente ha aperto il fuoco nelle aule, con 11 vittime, tra cui 9 alunni, ed una trentina di feriti tra ragazzi e insegnanti, alcuni dei quali in gravi condizioni.

Mentre la catechesi dell’udienza generale il papa ha parlato delle guarigioni operate da Gesù, iniziando da Bartimeo, con l’invito a chiedere di lasciarsi guarire: “con questa catechesi vorrei portare il nostro sguardo su un altro aspetto essenziale della vita di Gesù, cioè sulle sue guarigioni. Per questo vi invito a mettere davanti al Cuore di Cristo le vostre parti più doloranti o fragili, quei luoghi della vostra vita dove vi sentite fermi e bloccati. Chiediamo al Signore con fiducia di ascoltare il nostro grido e di guarirci!”

Come ha fatto Bartimeo: “Il personaggio che ci accompagna in questa riflessione ci aiuta a capire che non bisogna mai abbandonare la speranza, anche quando ci sentiamo perduti. Si tratta di Bartimeo, un uomo cieco e mendicante, che Gesù incontrò a Gerico. Il luogo è significativo: Gesù sta andando a Gerusalemme, ma inizia il suo viaggio, per così dire, dagli ‘inferi’ di Gerico, città che sta sotto il livello del mare. Gesù, infatti, con la sua morte, è andato a riprendere quell’Adamo che è caduto in basso e che rappresenta ognuno di noi”.

Ed ha chiarito il significato del nome: “Bartimeo significa ‘figlio di Timeo’: descrive quell’uomo attraverso una relazione, eppure lui è drammaticamente solo. Questo nome, però, potrebbe anche significare ‘figlio dell’onore’ o ‘dell’ammirazione’, esattamente al contrario della situazione in cui si trova. E poiché il nome è così importante nella cultura ebraica, vuol dire che Bartimeo non riesce a vivere ciò che è chiamato ad essere”.

Un’altra annotazione riguarda la richiesta di aiuto: “A differenza poi del grande movimento di gente che cammina dietro a Gesù, Bartimeo è fermo. L’Evangelista dice che è seduto lungo la strada, dunque ha bisogno di qualcuno che lo rimetta in piedi e lo aiuti a riprendere il cammino.

Cosa possiamo fare quando ci troviamo in una situazione che sembra senza via d’uscita? Bartimeo ci insegna a fare appello alle risorse che ci portiamo dentro e che fanno parte di noi. Lui è un mendicante, sa chiedere, anzi, può gridare! Se desideri veramente qualcosa, fai di tutto per poterlo raggiungere, anche quando gli altri ti rimproverano, ti umiliano e ti dicono di lasciar perdere. Se lo desideri davvero, continua a gridare!”

Ecco il motivo per cui egli grida: “Bartimeo è cieco, ma paradossalmente vede meglio degli altri e riconosce chi è Gesù! Davanti al suo grido, Gesù si ferma e lo fa chiamare, perché non c’è nessun grido che Dio non ascolti, anche quando non siamo consapevoli di rivolgerci a lui. Sembra strano che, davanti a un uomo cieco, Gesù non vada subito da lui; ma, se ci pensiamo, è il modo per riattivare la vita di Bartimeo: lo spinge a rialzarsi, si fida della sua possibilità di camminare”.

Ma Gesù non lo guarisce senza la sua partecipazione: “Quell’uomo può rimettersi in piedi, può risorgere dalle sue situazioni di morte. Ma per fare questo deve compiere un gesto molto significativo: deve buttare via il suo mantello!”

Gesù gli chiede di compiere un ‘passo’ per guarire: “Per un mendicante, il mantello è tutto: è la sicurezza, è la casa, è la difesa che lo protegge. Persino la legge tutelava il mantello del mendicante e imponeva di restituirlo alla sera, qualora fosse stato preso in pegno. Eppure, molte volte, quello che ci blocca sono proprio le nostre apparenti sicurezze, quello che ci siamo messi addosso per difenderci e che invece ci sta impedendo di camminare. Per andare da Gesù e lasciarsi guarire, Bartimeo deve esporsi a Lui in tutta la sua vulnerabilità. Questo è il passaggio fondamentale per ogni cammino di guarigione”.

Ecco il motivo per cui Gesù attende una risposta alla domanda: “Ma, in realtà, non è scontato che noi vogliamo guarire dalle nostre malattie, a volte preferiamo restare fermi per non assumerci responsabilità. La risposta di Bartimeo è profonda: usa il verbo anablepein, che può significare ‘vedere di nuovo’, ma che potremmo tradurre anche con ‘alzare lo sguardo’. Bartimeo, infatti, non vuole solo tornare a vedere, vuole ritrovare anche la sua dignità! Per guardare in alto, occorre rialzare la testa. A volte le persone sono bloccate perché la vita le ha umiliate e desiderano solo ritrovare il proprio valore”.

Il papa ha concluso l’udienza generale affermando che la fede salva: “Ciò che salva Bartimeo, e ciascuno di noi, è la fede. Gesù ci guarisce perché possiamo diventare liberi. Egli non invita Bartimeo a seguirlo, ma gli dice di andare, di rimettersi in cammino. Marco però conclude il racconto riferendo che Bartimeo prese a seguire Gesù: ha scelto liberamente di seguire colui che è la Via!”

Quindi la conclusione della catechesi rimanda all’inizio di essa: “Cari fratelli e sorelle, portiamo con fiducia davanti a Gesù le nostre malattie, e anche quelle dei nostri cari, portiamo il dolore di quanti si sentono persi e senza via d’uscita. Gridiamo anche per loro, e siamo certi che il Signore ci ascolterà e si fermerà”.

(Foto: Santa Sede)

P. Giuseppe Scalella: chi ci aiuta a vivere?

“Lo disse Galileo quando scoprì con sorprendente evidenza che la terra girava intorno al sole e non il contrario. Fino ad allora (e siamo nel 1633) tutti credevano il contrario, tanto che i suoi calcoli scientifici gli costarono torture e condanne. La frase potrebbe essere usata ora. Ora che ci si attarda sul conservare abitudini e riti e non ci si accorge che il mondo gira in tutt’altra parte. Sono in tanti a sbraitare e a dire che il mondo di oggi è sordo ai richiami della fede. Io non sono per niente dell’avviso. Al contrario: credo che mai come oggi sia evidente un grido che sale dalla terra e diventa sempre più forte. Dall’altra parte, però, si è sordi ad ascoltarlo e ci si ostina a conservare quello che ormai non risponde più a quel grido. Queste piccole pagine possono aiutare a vincere quella sordità”.

Così inizia  l’opuscolo pro manuscripto, ‘Eppur si muove’, dell’agostiniano p. Giuseppe Scalella, che raccoglie alcuni articoli apparsi nei giornali, che affrontano il senso del cristianesimo nella società contemporanea, tra cui un saggio del 2006 scritto dal card. Joseph Ratzinger, ‘Chi ci aiuta a vivere? Su Dio e l’uomo’: “Forse, nella storia dell’autoemancipazione dell’uomo negli ultimi 150 anni vi furono realmente dei momenti in cui sorse irresistibile l’impressione che l’uomo potrebbe non curarsi del problema di Dio, senza per questo subire danno alcuno; potrebbe lasciarlo da parte, perché si tratta di una questione superflua”.

Partendo da questa ‘tesi’ chiediamo all’autore dell’opuscolo di spiegarci cosa si muove oggi: “Per i più distratti e indifferenti di fronte a quello che sta accadendo sembra che la vita e il mondo si siano fermati. Dal momento che non sanno darsi una spiegazione pensano che chi governa il mondo l’abbia messo in stand by, in attesa che qualcosa cambi in meglio. Intanto loro, i distratti e gli indifferenti, se ne stanno alla finestra a guardare.

Chi invece la vita e il mondo li vivono si accorgono del contrario: che, cioè, ci si sta muovendo verso una nuova epoca che, certamente, non ha ancora mostrato la sua vera identità, ma comunque mostra con evidenza i segni di un cambiamento. Forse la fatica più grossa che si fa è che i cambiamenti sono veloci, non lenti come ci si aspetterebbe, e questo non aiuta a capire bene. C’è però un’altra considerazione da fare: i cambiamenti ci sono ma i più fanno fatica ad adattarsi e allora, con una certa nostalgia, tentano di ritornare a un passato che non può più tornare, e questo crea non pochi problemi, anche a livello psicologico.

Non ritrovare quasi più un tempo in cui le cose non erano come sono adesso crea estraneità e indifferenza. Comunque il sentimento comune che domina non è bello perché tende a demonizzare il presente e a rifiutarlo, senza guardarci dentro. Bisogna guardare dentro la vita per capire il buono che c’è, non limitarsi a quello che appare. Io vedo attualmente un grande bisogno di umanità, che è un guardarsi e accogliersi per quello che si è, con molta libertà. Viviamo in un mondo finto e la gente, specie i più giovani, non lo sopportano.

Ho riscontrato più volte che spesso basta un abbraccio, un sorriso per dare serenità e libertà. C’è un enorme bisogno di essere ascoltati, accolti, amati per quello che si è. Molti pensano che questa sia un’epoca buia, triste, che va verso la rovina. È vero che i fatti ce lo dimostrano, ma dentro i fatti tristi che accadono io vedo un grande grido, una domanda di senso che diventa sempre più evidente. È grande e bella per questo”. 

Il mondo è sordo alla fede?

“Io non direi. Certo, la pratica religiosa sta crollando in modo vertiginoso. Se si guardano le statistiche si rimane davvero sconcertati. Ma è la pratica religiosa in difficoltà, non la fede. La fede non è la pratica religiosa. Troppo spesso le abbiamo identificate ma non è così. La fede fa parte dell’esperienza umana e nasce sempre dopo un incontro. Mai prima. La fede di quelli che seguivano Gesù è nata man mano che lo seguivano. Prima però c’è stato l’incontro con lui, poi la fede. Essa consiste nel dar credito a un incontro nel quale uno scopre se stesso, che cosa si agita nel suo cuore e per che cosa vale la pena vivere.

Quando uno, dentro quell’incontro, scopre che c’è una risposta alle domande della vita, allora scatta la fede. Bisogna dire che proprio questo dinamismo incontro-fede è scomparso quasi del tutto dal tessuto delle nostre comunità cristiane. Oggi andare in una chiesa o in una parrocchia vuol dire trovare tante cose che si praticano e che si ripetono tutti i giorni (la messa, le preghiere, la Caritas…) ma non sempre vuol dire fare un incontro. Non sempre chi fa parte di una comunità cristiana è capace e disposto ad ascoltare ed accogliere l’umanità di una persona che gli si presenta davanti.

La ragione della cosiddetta scristianizzazione io lo vedo solo lì. Non è vero che non si è più cristiani perché il mondo è ateo. Anche se oggi io preferirei definirlo pagano più che ateo. E l’esperienza di Paolo e dei primi cristiani non ci insegna più nulla? Loro sono andati tra i pagani e lì è iniziata l’esperienza del cristianesimo. I primi cristiani hanno avuto problemi con gli ebrei convertiti più che con i pagani, perché gli ebrei avevano già la loro religione da cui facevano fatica a staccarsi. Oggi si può dire la stessa cosa: i cristiani che vivono la missione si trovano in mezzo ai nuovi pagani, che non sono altro che i cristiani diventati pagani. Per questo la missione è difficile. Ma io non direi mai che il mondo è sordo alla fede. Direi piuttosto che è sordo a certe pratiche religiose che non dicono più nulla, ma non alla fede”.

I giovani hanno fame di Dio?

“Certo che ne hanno fame, come tutti. Basterebbe guardare non superficialmente quello che è accaduto a Lisbona ad agosto scorso. Più di 1.000.000 di giovani, accorsi lì da tutto il mondo, per ascoltare un vecchio papa ultraottantenne. E’ chiaro che la fame di Dio non si vede solo lì. Uno ha fame di Dio quando si accorge che la vita gli va stretta, anche se non lo capisce. Siamo soliti puntare il dito contro i giovani perché si drogano e vanno in cerca dello sballo: ma non è fame di Dio quella?

Il problema è che non trovano nessuno in grado di ascoltare quella fame e dare il nutrimento necessario. I giovani che abbandonano la scuola è in crescente aumento – almeno secondo le statistiche. Ci domandiamo mai perché? Non è forse perché non trovano adulti (genitori e insegnanti) capaci di ascoltarli e di amarli? Se io non ascolto un grido o faccio finta di non sentire, come posso rispondere?”

Con il ritorno nelle classi scolastiche torna anche la inquietudine adolescenziale

A fine giugno un report della Polizia ha evidenziato che nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2023 e febbraio 2024, a Roma sono stati registrati ben 133 casi di aggressione fisica di non lieve entità, denunciati nelle scuole medie superiori: in tutti i casi, gli insegnanti coinvolti hanno dovuto recarsi in ospedale per farsi refertare, come ha riportato il sito ‘OrizzonteScuola’. Analizzando i 133 episodi, emerge un quadro complesso: ben 70 di questi atti di violenza sono stati commessi da studenti.

Partendo da questi dati ad inizio del nuovo anno scolastico abbiamo chiesto una riflessione sul disagio giovanile al prof. Tonino Cantelmi, medico-chirurgo, psichiatria e psicoterapeuta, componente del Comitato Nazionale per la Bioetica e consultore del dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale: “Milioni di utenti, soprattutto i più giovani, sentono un irrefrenabile desiderio, un bisogno imperante di essere sempre connessi.

Come risulta evidente, anche le relazioni sociali si vedono compromesse da tale dinamica. Sebbene internet possa essere un fantastico strumento per facilitare i contatti con amici e familiari, presenta anche un aspetto negativo, come la creazione e il mantenimento di ‘vincoli liquidi’. Tali vincoli causano una sensazione di vuoto e malessere, provocando un forte impatto sull’autostima, in particolar modo tra gli adolescenti”.

Allora cosa sta avvenendo nei giovani?

“Già prima del Covid, in un libro dal titolo molto evocativo, ‘L’epoca delle passioni tristi’, Miguel Benasayag e Gerard Schmit, denunciavano l’inesorabile e crescente malessere dei nostri figli e la frattura con il mondo adulto. Oggi questa crisi è evidente: da un lato abbiamo ragazzi e adolescenti sempre più rabbiosi, oppositivi, autolesionisti e poveri di empatia e dall’altro abbiamo adulti e genitori adultescenti, cioè incapaci di contenere l’esplosività dei loro figli ed immersi in problemi adolescenziali non risolti. Figli rabbiosi e genitori adultescenti costituiscono un mix micidiale ed a volte incontenibile proprio nell’ambiente scolastico, dove insegnanti coraggiosi cercano di imporre qualche limite e qualche regola, evocando il bisogno di una educazione alla responsabilità”.

Quindi siamo in emergenza educativa?

“Si, da molto tempo. I nostri ragazzi sono esplosivi, rabbiosi e a volte crudeli perché il mondo degli adulti è troppo deludente, inconsistente e insignificativo. In realtà c’è bisogno di adulti coraggiosi capaci di offrirsi come educatori responsabili”.

Gli adolescenti di oggi sono più tristi rispetto a quelli degli anni ‘90?

“Tutto il mondo è più infelice e già da molto tempo: l’OMS ha dichiarato che in questo decennio la depressione sarebbe stata la prima causa di invalidità a livello globale. Purtroppo stiamo costruendo un mondo più ansioso, più depresso e più legato a dipendenze e questo fenomeno non riguarda solo i più giovani, ma anche gli adulti e gli anziani. Le dipendenze da sostanze, da alcol e soprattutto le nuove dipendenze da comportamenti scorretti come per esempio quelle da tecnologia, da gioco d’azzardo, da sesso, da shopping, incatenano l’uomo e lo rendono triste”.

Quanto influiscono le dipendenze (soprattutto quella affettiva) nella mente dei giovani?

“Come è noto, il cervello di un adolescente è sbilanciato a causa dell’immaturità delle aree cerebrali corticali, quelle deputate al ragionamento, alla programmazione, alla riflessione e alla motivazione. Ne consegue una maggiore impulsività e al tempo stesso c’è un bisogno di stimoli più forti per produrre dopamina. Alla fine l’adolescente cerca stimoli sempre più intensi che attivino il sistema del piacere.

La cannabis e le droghe, il gioco d’azzardo nelle sue forme virtuali, la tecnologia e i social, l’alcol, il sesso sono tutti stimoli in grado di agire sul sistema cerebrale della ricompensa e del piacere. Questi eccessi creano un cervello sempre più predisposto alla dipendenza. Qui si vede proprio l’assenza degli adulti, il cui compito sarebbe quello di porre limiti salutari. Ma gli adultescenti non riescono a regolare nemmeno se stessi, figuriamoci i ragazzi”.

I ragazzi capiscono di essere tristi e chiedono aiuto?

“Lo fanno ma non sempre nel modo canonico. La loro richiesta arriva attraverso comportamenti disfunzionali ed a volte nemmeno loro si rendono conto che stanno chiedendo aiuto. Per questo è fondamentale che gli adulti siano capaci di vedere e comprendere i veri bisogni dei ragazzi. Purtroppo però non sempre questo accade perché viviamo in una società in cui ci sono sempre più adulti non autorevoli, compassionevoli e interessati davvero ad aiutare i giovani in un percorso di crescita”.

L’inasprimento delle pene può essere un deterrente?

“Si, se inserito in una globale educazione alla responsabilità. I sistemi educativi attuali sono troppo deresponsabilizzanti: penso a quei genitori che sostengono i figli nelle devastanti occupazioni scolastiche, nostalgici dei tempi passati, quando l’ideologia muoveva passioni. Penso a quei genitori capaci di insultare e denigrare gli insegnanti e persino di aggredirli, sostenendo le irragionevoli richieste dei loro figli. Penso a quei genitori pronti a fare ricorso al TAR per le bocciature o per ogni insuccesso scolastico. Insomma c’è un clima deresponsabilizzante, nel quale poi maturano comportamenti sempre più antisociali ed a volte criminali dei minorenni”.

Allora, in quale modo leggere gli avvenimenti di questi mesi (su tutti la tragedia avvenuta a Pescara), che vedono coinvolti i giovani?

“Come il grande fallimento del mondo adulto, troppo adultescente e incapace di prendersi cura dei giovani”.

In quale modo possono intervenire le Istituzioni (politica, scuola, chiesa)?

“Un patto educativo globale, condiviso e volto all’educazione alla responsabilità, tra agenzie educative e famiglie: ecco ci vuole questo. Ci vuole un patto in ogni territorio che metta intorno ad un tavolo gli adulti impegnati nell’educazione: oratori, scuole, società sportive, associazioni ricreative e famiglie potrebbero costituire in ogni territorio il tavolo per l’educazione”.

(Tratto da Aci Stampa)

Da Milano un ‘grido’ contro il peccato e la guerra

“Sinceramente dimoriamo nello stupore e pratichiamo la riconoscenza: viviamo, infatti, di una vita ricevuta. Ogni risveglio è il tempo per lodare il Signore, come ci insegna la Chiesa che propone le Lodi come preghiera del mattino. Veramente il criterio del nostro agire è la docilità al Signore che dona il suo Santo Spirito perché tutto cooperi al bene di coloro che amano Dio e in ogni situazione aiuta a riconoscere l’occasione per amare. L’atteggiamento spirituale della docilità allo Spirito di Dio (Spirito di verità, di sapienza, di fortezza) convince a vivere le celebrazioni liturgiche e la preghiera in modo che siano principio di conformazione a Gesù, costante risposta alla vocazione, deciso proposito di conversione”.

Inizia in questo modo la proposta pastorale del prossimo anno che l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, propone per resistere al male continuando con tenacia e sapienza a educare e operare per la pace, richiamando la Lettera di san Paolo ai Corinzi e gli scritti di santa Teresa d’Avila e sant’Ignazio di Loyola, in quanto “lo smantellamento della nostra superbia apre uno spazio in cui si fa percepibile in modo limpido che tutto è frutto del dono del Signore, potenza sua che si manifesta proprio nella nostra debolezza… Questo ci dona anche la chiarezza e il coraggio di dire ‘basta’ a quanto fa dimenticare il dono del Signore o a quanto lo contrasta esplicitamente”.

Ed ha ricordato anche l’importanza del Concilio di Nicea, in cui è ribadito che Gesù è Figlio di Dio: “Questa drammatica vicenda ha condotto alla professione di fede del Concilio di Nicea, nell’anno 325, che è parte fondamentale del simbolo niceno-costantinopolitano proclamato nelle nostre assemblee durante le celebrazioni domenicali e festive. Si compiono nel 2025 i 1700 anni dal Concilio di Nicea: è provvidenziale ricordare e celebrare quell’evento e approfondire la parola difficile e irrinunciabile che i padri di Nicea hanno formulato per dire la loro fede: il Figlio è della stessa sostanza del Padre.

Come possiamo dire questa verità perché non sia solo una formula da ripetere? Come può l’affermazione della verità della relazione del Figlio con il Padre essere fonte di vita e di pensiero per il nostro tempo e per la proclamazione della verità cristiana a coloro che ci domandano ragione della nostra fede?”

E’ un richiamo a vivere la canonizzazione di Carlo Acutis: “L’anno liturgico ci fa celebrare anche la ricchezza e la fecondità della grazia nella vita dei santi. A questo proposito condividiamo la gioia per la notizia tanto attesa della canonizzazione del beato Carlo Acutis. Nella vita di Carlo si realizza la parola di Paolo che ho voluto richiamare all’inizio di questa mia lettera.

In Carlo Acutis adolescente vedo l’espressione di questa debolezza umana, che è nostro tratto caratteristico: una fragilità (come affermiamo comunemente) che non smentisce la grazia di Dio ma, al contrario, diventa la condizione fondamentale per poterla accogliere e ospitare. In Carlo Acutis adolescente vedo la sincera sensibilità e attenzione verso i più poveri: non ha fatto delle fragilità altrui l’occasione di un giudizio, ma le ha vissute come una vocazione. In Carlo Acutis adolescente vedo i segni di una malattia improvvisa e spietata, vissuta come occasione per decidersi nell’amicizia di Gesù”.

Però il prossimo anno sarà caratterizzato, soprattutto, dal Giubileo della Chiesa universale con un richiamo alla tradizione biblica della sospensione dello sfruttamento intensivo della terra, a cui dedica un capitolo intitolato ‘Lasciate riposare la terra’: “La tradizione operosa che caratterizza le nostre comunità e l’inclinazione spontanea degli operatori pastorali sono esposte alla tentazione di diventare un protagonismo frenetico. Ritengo pertanto doveroso richiamare a riconoscere il primato della grazia e quindi l’irrinunciabile dimorare nella dimensione contemplativa della vita, nell’ascolto della Parola e nella centralità della Pasqua di Gesù che si celebra nell’Eucaristia”.

Quindi ha avanzato alcune proposte: “Nell’anno giubilare è opportuno che ci sia un tempo, per esempio il mese di gennaio, non tanto per ulteriori riunioni e discussioni, ma per sospendere, per quanto è possibile, le attività ordinarie e vivere un ‘tempo sabbatico’, dedicato non a fare qualche cosa, ma a raccogliersi in una preghiera più distesa, in conversazioni più gratuite, in serate familiari più tranquille”.

Perciò dalla dimensione personale e comunitaria del peccato, la riflessione si sposta poi su quella sociale, con riferimento in particolare ai conflitti in corso: “Noi figli e figlie di Dio, discepoli di Gesù e tutti gli uomini e le donne di buona volontà e di buon senso, dobbiamo essere uniti nel gridare: basta con la guerra! La fiducia nell’umanità, nelle istituzioni, nella cultura, nelle religioni è messa a dura prova. Ci sembra di essere inascoltati da politici impotenti e forse inclini piuttosto a incrementare gli armamenti che a costruire la pace”.

Il documento è completato da una seconda parte (‘Annuncio, missione, sinodalità: ricordati del cammino percorso’) in cui mons. Delpini ripercorre i passi compiuti dalla Chiesa ambrosiana “con l’intenzione di mettere al centro la missione, così da farne memoria riconoscente, per rilanciare il suo cammino, in obbediente ascolto a quanto il Sinodo dei Vescovi e il cammino sinodale delle Chiese in Italia ci stanno proponendo”.

Infine sono ricordate tappe fondamentali come la creazione delle Comunità pastorali (sotto l’episcopato del card. Tettamanzi), la celebrazione del Sinodo minore “Chiesa dalle genti” e più recentemente la creazione delle Assemblee sinodali decanali e il rinnovo dei Consigli pastorali di Parrocchie e Comunità pastorali, che è un incoraggiamento a non abbandonare l’impegno civile: “Ci sentiamo incoraggiati dallo Spirito del Signore (continuamente lo invochiamo) che mantiene viva la fiducia, motiva moltissime persone all’impegno generoso e lieto e fa emergere risorse e disponibilità inattese.

In questa terra, terra di santi e di futuro, la comunità cristiana si confronta con una società innovativa, operosa, aperta e insieme incerta, spaventata, disperata (di cui si sente parte) e, come il Concilio Vaticano II testimonia, prova simpatia per gli uomini e le donne di questo tempo e di questo luogo in cui convergono persone da ogni parte del mondo. Insieme con tutta la Chiesa italiana la comunità cristiana ambrosiana vive la fecondità del seme, del sale, del lievito perché si conferma e si riconosce come il tralcio unito alla vite che solo così può portare molto frutto, secondo la promessa e lo stile di Gesù”.

(Foto: Diocesi di Milano)

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