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XII Domenica del Tempo Ordinario: Non temere, piccolo gregge…

Il Signore è la forza del suo popolo, allora ‘non temere, piccolo gregge, perché siete il gregge del Signore, e Dio è il buon pastore’. Mentre il profeta Geremia tremava perché costretto ad annunciare violenza ed oppressione, Gesù interviene per ben tre volte dicendo ‘non temete, non abbiate paura’. L’uomo limitato e circoscritto sperimenta spesso la paura e vive in stato di agitazione: il bambino ha paura del buio o di essere abbandonato; l’adolescente ha paura per il suo futuro, che lo rende talvolta timido o aggressivo; la paura produce spesso nell’adulto un’angoscia esistenziale e per metterla a tacere si rifugia nella droga, nell’ubriachezza o nel sesso. La paura, che incombe talvolta in modo improvviso ed impellente, provoca conflitto e toglie la libertà e la spontaneità.

I nostri progenitori (Adamo ed Eva), dopo aver mangiato il frutto proibito e rotta l’amicizia con Dio, sperimentano ansia e paura e si nascondono alla voce di Dio che li chiama; Caino, dopo aver ucciso il fratello Abele, fugge mentre Dio lo chiama e lo incalza con la sua voce. Davanti ad una esperienza così drammatica Gesù fa risuonare la sua parola: ‘Non temere, piccolo gregge! Due passeri costano un soldo e tutti sono protetti da Dio, creatore e padre; voi valete molto più di due passeri’.

Non abbiate allora paura: se il Signore provvede persino ad un passero tanto più provvede a noi che siamo suoi figli, riscattati dal sangue di Cristo Gesù: ‘Anche i capelli del vostro capo sono contati davanti a Dio’. Così Dio dice ad Abramo: ‘Non temere; esci dalla tua terra e vai verso un luogo sconosciuto che io ti mostrerò; farò di te il capo del mio popolo’. Abramo risponde con il suo ‘eccomi’ e da Abramo viene fuori il popolo ebreo e sino ad oggi le tre religioni monoteiste (ebrei, cristiani e musulmani) per la sua fede riconoscono Abramo il loro capo indiscusso. Agli Apostoli inviandoli nel mondo Gesù dice: ‘Non temete neppure quando vi portano davanti ai tribunali; io sarò con voi! Siete stanchi, affaticati, oppressi, venite a me ed io vi ristorerò’.

Gesù invia gli Apostoli non a fare proseliti, ma per un debito di amore: ‘Vai ed annuncia ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che Dio ti ha usato’. Cosa bisogna annunciare allora? Il segreto della nostra vita, la ragione della nostra pace interiore, il motivo della nostra speranza, la forza che sostiene il nostro cammino. Non temete neppure quando vi portano davanti ai tribunali: ‘Io sarò con voi; non temete quelli che uccidono il corpo ma non possono fare male all’anima’. Il male da temere non è perdere la vita fisica ma smarrire la ragione del nostro vivere. Sembra strano, eppure la paura regna.

Non dimenticare: temere Dio è saggezza; temere l’uomo o il malocchio è solo ignoranza. Chi vive lontano da Dio si sente solo, tremendamente solo: l’uomo solo ha semplicemente paura. Sei solo se non hai Fede in Dio, che è nostro Padre; allora e solo allora devi temere. Gesù ripete: se Dio provvede anche ad un solo passero che costa un soldo, quanto più provvede a noi che siamo figli: ‘Anche i capelli del vostro capo sono contati davanti a Dio’. La Fede, che è la forza dello spirito, ci salva sempre; dove c’è Fede non c’è mai paura: ti possono strappare il pane dalla bocca ma non la verità dall’anima; possono uccidere il corpo ma non possono toccare l’anima: chi ha fede è come avere il proprio nido nelle mani del Signore, che è Padre di tutti.

Non siamo chiamati certo ad essere ‘eroi’; siamo ‘credenti’, cioè chiamati ad opporre alla paura la nostra Fede in Dio. La nostra speranza è basata sulla fede e sull’insegnamento di Gesù che dice alla sua Chiesa: ‘Non temete, io sarò con voi sino alla fine del mondo’. Il diavolo ha solo interesse di suscitare paura in noi; Gesù ha sconfitto Satana e la stessa morte: Egli è il Risorto. La nostra forza è Cristo; ecco perché veniamo a Messa e ci nutriamo dell’Eucaristia mentre Gesù ci ricorda: siete stanchi, affaticati, oppressi? Non temete, venite a me ed io vi ristorerò.

Oggi purtroppo per tanti che si dicono cristiani, il cristianesimo è solo qualcosa di formale e burocratico: si nasce e ci si battezza perché tutti fanno così; una sommaria preparazione per la prima comunione e cresima (forse per fare una festa), poi si aspetta il matrimonio con grande pompa e senza badare a spese e, in fine, il funerale cristiano. La vita cristiana per tanti oggi è scandita solo da questi momenti salienti: un cristianesimo accomodante e superficiale … poi, si è tremendamente soli, alle prese con mille imprevisti.

Il cristianesimo è gioia e testimonianza di vita, il nostro rapporto con Dio non può e non deve essere occasionale ma sostanziale e duraturo. Il cristianesimo è amore; si ama sempre o non è amore; purtroppo tante volte prevale l’egoismo, l’orgoglio, la superbia, l’invidia: tutto questo genera solo paura ed angoscia.  Gesù ci ricorda: Ama e se tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia l’offerta, vai a riconciliarti con il fratello e poi torna ad offrire. Questo è amore: perdono e misericordia. La radice di ogni paura è sempre la morte, frutto del peccato. La risurrezione di Cristo è per noi la caparra più solida perché come Cristo è risorto anche noi risorgeremo. Unico vero sforzo deve essere: Vivere uniti; nutrirci del suo corpo e del suo sangue e certamente si vince la paura ed avremo la vita eterna.                                                   

Festività dell’Ascensione: Gesù ascende al cielo

La festa dell’Ascensione segna l’inizio della storia della Chiesa nel mondo; Gesù dà mandato ai suoi discepoli: Come il Padre ha mandato me, così io mando voi; ‘Andate e fate miei discepoli tutti i popoli’. Gesù, dopo la sua risurrezione, aveva preparato i suoi per un periodo di quaranta giorni, il n. 40 è un numero simbolico e sta ad indicare il tempo utile per intraprendere una missione che si concluderà solo alla fine del mondo; è la missione di impiantare la Chiesa nel mondo, continuare l’opera intrapresa dal Signore, salvare l’uomo creato ad immagine di Dio.

Gesù forma i suoi discepoli a questa missione in modo particolare nel periodo dopo la risurrezione: quaranta giorni per rassicurare i discepoli che Egli è veramente il Risorto ed ora deve iniziare l’opera di testimonianza dei suoi Apostoli in mezzo al mondo. Gli Apostoli sono ancora impauriti, le donne appaiono più coraggiose; Gesù li tranquillizza: io sarò con voi sino alla fine del mondo, non vi lascerò soli, dal Padre vi manderò lo Spirito Consolatore. 

Nei suoi discorsi di addio ai discepoli Gesù insiste sull’importanza del suo ‘ritorno al Padre’, coronamento della sua missione nel mondo. Egli si è incarnato, ha assunto la natura umana, è venuto nel mondo per riportare l’uomo a Dio non sul piano ideale, come un filosofo o un maestro di saggezza, ma realmente dando la vita per salvare l’uomo, come pastore buono che vuole condurre le sue pecore all’ovile.

L’esodo o ritorno verso la patria celeste, che Gesù vive ed attua in prima persona, è totalmente per noi uomini; per noi è venuto dal cielo, per noi ritorna al Padre e prepara un posto per quanti crederanno in Lui. Su Cristo Gesù, che ascende e ritorna al Padre, si fonda la speranza cristiana, che non è una illusione ma l’ancora che penetra nel cielo dove Cristo ci ha preceduti; come Cristo ci ha preceduti, come Cristo è risorto ed è salito al cielo, così noi risorgeremo per essere felici con Lui nel Regno dei cieli.

Ecco perché Gesù evidenzia a chiare tinte: ‘E’ meglio per voi che io me ne vada’. Accanto a Cristo gli Apostoli si sentono sicuri e sereni, lontano da Lui sentono paura ed insicurezza; da qui le parole incoraggianti di Gesù ‘non sia turbato il vostro cuore’. Gesù assicura gli Apostoli con la promessa della Spirito santo.

La salvezza del mondo, la costituzione solida della Chiesa sarà soprattutto opera divina, grazie alla presenza dello Spirito Santo: nel Battesimo è lo Spirito Santo che conferisce i tre doni: la Fede, la Speranza e la Carità; tre doni che costituiscono l’ancora della salvezza: la Fede è il dono specifico che porta il credente alla vittoria superando ogni dubbio e vivendo l’amore insegnato da Cristo Gesù: mi chiamate Signore e Maestro e dite bene; allora amatevi come io vi ho amato e il Padre vi riconoscerà veramente come miei discepoli.

La festa di oggi ci presenta liturgicamente tre momenti: a) Il primo è legato alla festa di Pasqua: Gesù per 40 giorni rassicura i suoi circa la sua risurrezione, ne dà le prove più eclatanti di essere il Risorto ed affida alla Chiesa la sua missione: ‘come il Padre ha mandato me, io mando voi’. Io ho portato a termine la mia missione, ora inizia la vostra, non dovrà essere una conquista politica o economica del mondo, non conquista con le armi ma con l’amore e con la Parola di Dio.  Gli Apostoli sono chiamati ad essere testimoni credibili delle verità e della misericordia di Dio.

b) Il secondo momento è descritto sinteticamente nel capitolo primo degli Atti degli Apostoli. E’ il distacco di Gesù dai suoi discepoli dove Gesù invita a non stare a guardare in alto, ma a stare uniti nella preghiera in attesa dell’arrivo dello Spirito Santo perché solo a chi ‘rinasce dall’alto’ è aperto l’ingresso nel Regno dei cieli. C) Il terzo momento è quello escatologico, riguarda il futuro: due angeli dicono agli Apostoli: ‘Uomini di Galilea, cosa state ancora a guardare? Gesù non lo vedrete più sino a quando tornerà un giorno, come giudice’, a giudicare i vivi e i morti, giudice dei buoni e dei cattivi, giudice di quanti hanno accettato il suo messaggio o lo hanno rigettato.

L’umanità allora sarà divisa come il Pastore separa le pecore dalle capre, giudicando tutti in chiave di amore. Gli Apostoli allora tornarono a Gerusalemme con il cuore pieno di gioia e in attesa dello Spirito Santo. La festa dell’Ascensione indica la solenne inaugurazione della Chiesa vera, quella costituita non da mura ma da pietre vive; uomini, anche se deboli e fragili, ma corroborati dalla fede e dall’amore, uomini che vivono sulla terra con gli occhi rivolti verso il cielo dove Gesù è andato per prepararci un posto.

Una Chiesa sostenuta dalla sicura speranza del premio promesso da Gesù. Una Chiesa che unisce cielo e terra non come due realtà opposte o antitetiche ma come due momenti della vita: il momento terreno prepara al momento celeste. Se il mistero della risurrezione è grande perché ci dice che non siamo stati creati per la morte ma per la vita, il  mistero dell’Ascensione è ancora più grande perché ci fa sedere accanto a Dio come figli nella casa del Padre. Cosa fare allora?  essere discepoli di Gesù con le parole e con l’esempio. Gesù entra come Uomo e come Dio nella dimensione dello spirito, e la prima a rinascere dall’alto è stata Maria, la madre di Gesù e madre nostra. A Lei dunque la nostra fiduciosa preghiera. 

Mons. Moraglia: rinnovare l’inculturazione della fede

“Oggi, in Italia, si commemora la Festa della Liberazione. Siamo, così, invitati a ricordare con rispetto e gratitudine quanti si sono battuti e hanno sacrificato la vita per conquistare libertà e democrazia. Il Vangelo di Marco raccoglie la predicazione e la testimonianza dell’apostolo Pietro che, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura, lo chiama ‘figlio mio’. Per la sua antichità, questo Vangelo va considerato come una delle prime forme d’inculturazione del cristianesimo; la fede, infatti, genera cultura ed esprime cultura, pur rimanendo innanzitutto annuncio di fede”:

ricordando la liberazione dell’Italia il patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, ha celebrato il patrono della città lagunare, che si appresta a celebrare l’Anno speciale, indetto per i 1200 anni dall’arrivo delle spoglie dell’evangelista Marco in città, che avrà inizio l’8 ottobre 2027 (giorno della memoria della dedicazione della Basilica di san Marco) e terminerà il 1° febbraio 2029 (giorno della memoria della translatio delle reliquie marciane).

Nell’omelia ha ricordato l’episodio del centurione romano: “Momento fondamentale del Vangelo è l’episodio del centurione (un romano, un pagano) che riconosce in Gesù il mistero della salvezza di Dio… L’uomo non prevenuto, anche se lontano, dinanzi alla morte di Gesù ne riconosce il mistero, anzi, la divinità. Va oltre quelle letture del Vangelo che proiettano il proprio io e così ne manipolano il messaggio”.

Quindi è un invito a comprendere oggi i contenuti evangelici per poter annunciare la resurrezione di Cristo: “Il Vangelo di Marco (il più breve dei quattro) esprime come la fede cristiana nasca dalla fede apostolica e non dalle precomprensioni umane. Anche noi, oggi, siamo invitati a guardare al Vangelo di Marco per comprenderne i contenuti e lo stile e così rinnovare l’ ‘inculturazione’ della buona notizia di Gesù, il Crocifisso Risorto, nella società piena di contraddizioni del nostro tempo”.

Questa è la sfida culturale a cui il cristiano è chiamato: “La nostra epoca non è dissimile, in molti aspetti, a quella in cui visse Marco: la ‘sfida culturale’ richiama anche oggi la necessità di un’evangelizzazione in contesti non cristiani, rimanendo fedeli a Cristo… Il Vangelo marciano può così essere considerato l’ ‘espressione di fede della Chiesa’ nell’importante opera iniziale di inculturazione dell’evento cristiano…

Ed una vera inculturazione mai compromette la fedeltà all’evento Cristo che si è inserito nella storia e cultura ebraica e, poi, in quella di Roma e in quella greca. Il Vangelo annuncia e trasmette la fede apostolica e porta a riconoscere in Gesù, il Crocifisso risuscitato, il Figlio del Padre fatto carne, rivelatosi nella nostra umanità”.

Il patriarca ha insistito sull’annuncio del Vangelo a tutti, riprendendo la sua lettera pastorale: “E’ il Vangelo di Gesù che va annunciato a tutti e non le nostre opinioni personali. Non vi è altro nome all’infuori di Gesù che può salvare l’uomo e Pietro lo attesta nella sua prima predicazione rispondendo alle esigenze di verità, di giustizia, di gioia…

Innanzitutto la famiglia (realtà antropologica fondamentale) e luogo di trasmissione della fede alle nuove generazioni. Il vescovo de Laval cura poi molto l’educazione (fonda scuole e il Seminario), s’impegna a favore della giustizia sociale ed è chiamato il ‘vescovo di tutti’ per la sua attenzione ai più piccoli, ai malati, ai bisognosi”.

La preghiera che il patriarca ha rivolto al patrono della città è stata quella di percorrere strade di ‘giustizia e di speranza’: “San Marco ci insegni a percorrere le vie di giustizia e di speranza di cui oggi la nostra Chiesa e il nostro mondo hanno bisogno, non dimenticando che ‘ogni vera riforma della Chiesa nasce non dalle strutture, non dai piani pastorali, non dai convegni o da progetti fatti a tavolino, ma dalle persone e, più esattamente, dai santi’…

A tal proposito annuncio ufficialmente che l’Anno marciano (indetto per i 1200 anni dall’arrivo delle spoglie dell’evangelista Marco in città) avrà inizio l’8 ottobre 2027 (giorno della memoria della dedicazione della Basilica di San Marco) e terminerà il 1° febbraio 2029 (giorno della memoria della translatio delle reliquie marciane)”.

Un anno non solo celebrativo, ma anche culturale: “Per questi motivi, il cammino verso l’Anno marciano (e l’Anno stesso) non sarà costituito solo da momenti celebrativi di carattere liturgico e sacramentale (che pur ne rimangono il cuore pulsante) ma proporrà anche iniziative di carattere pastorale e culturale: pellegrinaggi, indicazione di itinerari artistici, eventi ecumenici ed interreligiosi, progetti ‘aperti’ a varie e diverse realtà del territorio, concorsi e mostre in ambito storico-artistico, concerti, convegni e giornate di studio, strumenti e pubblicazioni di supporto”.

Concludendo l’omelia ha invitato a pregare per la pace: “Purtroppo, anche quest’anno la festa del patrono san Marco si celebra in un tempo di guerra, segnato da distruzioni e, soprattutto, morte. Operiamo allora per quanto è in nostro potere e preghiamo in sintonia con papa Leone XIV che interviene con continui (ed inascoltati) appelli. Ringraziamo il Santo Padre per la sua ferma e chiara condanna della guerra. E chiediamo che si fermi ogni violenza e sopraffazione in particolare nei confronti dei civili, soprattutto bambini, anziani e donne. Giunga, per tutti, finalmente, l’atteso tempo di pace”. (Foto: Patriarcato

Papa Leone XIV: Gesù è il pane che rinnova

“Vi ringrazio tanto per la vostra accoglienza, così piena di fede che mi tocca il cuore, ed è di grande conforto per la mia missione. Grazie! Mi ha colpito sentire che voi chiamate questo luogo ‘lar’, che parla di famiglia. Ringrazio Dio per questo, e spero che tutti voi possiate davvero vivere qui in un ambiente familiare, per quanto possibile”: questa mattina papa Leone XIV si è recato nel Lar de Assistência a pessoa idosa, struttura finanziata dal governo che accoglie circa 60 uomini e donne malati o abbandonati e maltrattati dalle famiglie con l’accusa di stregoneria.

Raccontando la convivialità di Gesù il papa ha sottolineato l’amicizia con Lazzaro: “Gesù amava stare a casa dei suoi amici. Il Vangelo ci dice che andava nella casa di Pietro, a Cafarnao, dove un giorno guarì la sua suocera. Ci ricorda la sua amicizia con Maria, Marta e Lazzaro: nella loro casa, a Betania, era accolto come Maestro e Signore e nello stesso tempo con familiarità”.

Ma la dimora di Gesù è in ogni casa che lo accoglie: “Allora, carissimi, mi piace pensare che Gesù abita anche qui, in questa casa. Sì, Lui dimora in mezzo a voi ogni volta che cercate di volervi bene e di aiutarvi a vicenda come fratelli e sorelle. Ogni volta che, dopo un’incomprensione o una piccola offesa, sapete perdonarvi e riconciliarvi. Ogni volta che, alcuni di voi o tutti insieme, pregate con semplicità e umiltà”.

La visita si è conclusa con la sottolineatura che la cura dei fragili è segno della qualità della vita: “Esprimo il mio apprezzamento alle Autorità angolane per le iniziative in favore degli anziani più bisognosi, come pure a tutti i collaboratori e ai volontari. La cura delle persone fragili è un segno molto importante della qualità della vita sociale di un Paese.

E non dimentichiamo: le persone anziane non vanno solo assistite, vanno prima di tutto ascoltate, perché custodiscono la saggezza di un popolo. E dobbiamo loro riconoscenza, perché hanno affrontato grandi difficoltà per il bene della comunità”.

Al termine della visita il papa ha celebrato messa nella spianata di Saurimo con 30.000 fedeli, sottolineando che la Chiesa è popolo in cammino: “Questa è la Buona Notizia, il Vangelo che scorre come sangue nelle vene, sostenendoci lungo la strada. Una strada che oggi mi ha portato qui, con voi! Nella gioia e nella bellezza della nostra assemblea, riunita nel nome di Gesù, ascoltiamo con cuore aperto la sua Parola di salvezza, perché ci fa riflettere sul motivo e sul fine per i quali seguiamo il Signore”.

Gesù è diventato uomo per manifestare la volontà di Dio: “Quando il Figlio di Dio si fa uomo, infatti, compie gesti eloquenti per manifestare la volontà del Padre: fa luce nelle tenebre donando la vista ai ciechi, dà voce agli oppressi sciogliendo la lingua dei muti, sazia la nostra fame di giustizia moltiplicando il pane per i poveri e i deboli. Chi sente parlare di queste opere, si mette alla ricerca di Gesù. Al contempo, il Signore vede nel nostro cuore e ci chiede se lo cerchiamo per gratitudine o per interesse, per calcolo o per amore”.

Però Gesù avverte che chi lo segue è per un incontro con una persona: “Le sue parole rivelano i progetti di chi non desidera l’incontro con una persona, ma il consumo di oggetti. La folla vede Gesù come uno strumento per altro, un erogatore di servizi. Se Egli non desse loro qualcosa da mangiare, i suoi gesti e i suoi insegnamenti non interesserebbero”.

E’ un avvertimento contro la superstizione: “Questo accade quando alla fede autentica si sostituisce un commercio superstizioso, nel quale Dio diventa un idolo che si cerca solo quando ci serve, finché ci serve. Persino i più bei doni del Signore, che sempre si prende cura del suo popolo, diventano allora una pretesa, un premio o un ricatto, e vengono fraintesi proprio da chi li riceve”.

Ed ha ripetuto che Gesù non è un ‘santone’: “Il racconto evangelico ci fa dunque capire che esistono motivi sbagliati per cercare Cristo, anzitutto quando viene considerato un santone [gurù] o un portafortuna. Anche il fine che quella folla si propone è inadeguato: non cercano infatti un maestro cui volere bene, ma un leader da riverire per tornaconto”.

Però Gesù non respinge nessuno con l’invito alla conversione: “Ben diverso è l’atteggiamento di Gesù verso di noi: Egli, infatti, non respinge questa ricerca insincera, ma la sprona a convertirsi. Non caccia via la folla, ma invita tutti a esaminare cosa palpita nel nostro cuore. Cristo ci chiama a libertà: non vuole servi o clienti, ma cerca fratelli e sorelle cui dedicarsi con tutto sé stesso”.

E’ un invito a seguire ciò che dice: “Per corrispondere con fede a questo amore, non basta sentir parlare di Gesù: occorre accogliere il senso delle sue parole. Non basta nemmeno vedere quello che Gesù fa: occorre seguire e imitare la sua iniziativa. Quando nel segno del pane condiviso vediamo la volontà del Salvatore, che dà sé stesso per noi, allora ci avviciniamo all’incontro vero con Gesù, che diventa sequela, missione e vita”.

E’ un invito a mangiare il cibo per la vita eterna: “Con queste parole, Cristo indica il suo vero dono per noi: non ci chiama al disinteresse per il pane quotidiano, che anzi moltiplica in abbondanza e insegna a chiedere nella preghiera. Ci educa al modo giusto di cercare il pane della vita, cibo che ci sostiene per sempre. Il desiderio della folla trova così una risposta ancor più grande e sorprendente: Gesù non ci dà un cibo che finisce, ma un pane che non ci fa finire, perché è cibo di vita eterna”.

Attraverso l’Eucarestia Gesù diventa ‘pane vivo’: “Il suo dono fa luce sul nostro presente: oggi vediamo, infatti, che molti desideri della gente sono frustrati dai violenti, sfruttati dai prepotenti e ingannati dalla ricchezza. Quando l’ingiustizia corrompe i cuori, il pane di tutti diventa possesso di pochi. Davanti a questi mali, Cristo ascolta il grido dei popoli e rinnova la nostra storia: da ogni caduta ci rialza, in ogni sofferenza ci conforta, nella missione ci incoraggia.

Come il pane vivo che sempre ci dà, l’Eucaristia, così la sua storia non conosce fine, e perciò toglie la fine, cioè la morte, dalla nostra storia, che il Risorto apre con la forza del suo Spirito. Cristo vive! Egli è il nostro Redentore. Questo è il Vangelo che condividiamo, rendendo fratelli tutti i popoli della terra. Questo è l’annuncio che trasforma il peccato in perdono. Questa è la fede che salva la vita!”

Ecco il motivo per cui la Pasqua è per ciascuno: “Noi non siamo venuti al mondo per morire. Noi non siamo nati per diventare schiavi né della corruzione della carne, né di quella dell’anima: ogni forma di oppressione, violenza, sfruttamento e menzogna nega la risurrezione di Cristo, dono supremo della nostra libertà”.

La Pasqua è liberazione: “Questa liberazione dal male e dalla morte, infatti, non accade soltanto alla fine dei giorni, ma nella storia di tutti i giorni. Cosa dobbiamo fare per accogliere tale dono? Il Vangelo stesso ce lo insegna: ‘Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato’. Sì, crediamo! Oggi, insieme lo diciamo con forza e con gratitudine verso di Te, Signore Gesù. Vogliamo seguirti e servirti nel nostro prossimo: la tua parola è per noi regola di vita, criterio di verità”.

Ed  ha concluso con l’invito a seguire la testimonianza dei martiri: “Carissimi, la testimonianza dei martiri e dei santi ci incoraggia e ci sprona a un cammino di speranza, di riconciliazione e di pace, lungo il quale il dono di Dio diventa l’impegno dell’uomo nella famiglia, nella comunità cristiana, nella società civile.

Percorrendolo insieme, alla luce del Vangelo, la Chiesa in Angola cresce secondo quella fecondità spirituale che inizia dall’Eucaristia e prosegue nella cura integrale di ciascuna persona e di tutto il popolo. In particolare, la vitalità delle vocazioni che sperimentate è segno della corrispondenza al dono del Signore, sempre abbondante per chi lo accoglie con cuore puro. Grazie al Pane di vita nuova, che oggi condividiamo, possiamo proseguire nel cammino di tutta la Chiesa, che ha per meta il Regno di Dio, per luce la fede e per anima la carità”.

(Foto: Santa Sede)

Papa in Angola invita a non avere paura di costruire la speranza

“Cari fratelli e sorelle, ci uniamo ora nella preghiera a Maria Regina Caeli, Regina del Cielo, per condividere con lei, nostra Madre e compagna di cammino, la gioia della Risurrezione. Con questo canto gioioso non vogliamo cancellare né soffocare il grido di chi soffre, ma piuttosto abbracciarlo e unirlo alla nostra voce, in un’armonia nuova, perché anche nel dolore resti viva la luce della fede, e con essa la speranza in un mondo migliore”: anche dopo la recita del Regina Coeli a Kilamba papa Leone XIV non ha smesso di far risuonare il suo grido per la pace e la sua condanna per la guerra.

Il suo pensiero è rivolto particolarmente ai conflitti in Libano ed in Ucraina, dove i bombardamenti sono ripresi con più intensità: “Mi addolora profondamente il recente intensificarsi degli attacchi contro l’Ucraina, che continuano a colpire anche i civili. Esprimo la mia vicinanza a quanti soffrono e assicuro la mia preghiera per tutto il popolo ucraino. Rinnovo l’appello perché tacciano le armi e si persegua la via del dialogo”.

Mentre la tregua in terra libanese è un germoglio di pace: “E’ motivo di speranza, invece, la tregua annunciata in Libano, che rappresenta un germoglio di sollievo per il popolo libanese e per il Levante. Incoraggio coloro che si stanno adoperando per una soluzione diplomatica a proseguire i dialoghi di pace, per rendere permanente la cessazione delle ostilità in tutto il Medio Oriente”.

Infine alle 100.000 persone che hanno assistito alla celebrazione eucaristica ha rivolto l’invito a far aumentare i ‘frutti di Pasqua’: “Cristo ha vinto la morte, ed è con questa certezza che tutti noi, uniti a Lui e in Lui come un solo corpo, oggi e ogni giorno ci impegniamo a far crescere attorno a noi i frutti della Pasqua, che sono amore, giustizia vera e pace, al di là di ogni ostacolo e difficoltà”.

Mentre nella celebrazione eucaristica il papa ha esortato i 100.000 fedeli a non chiudersi alla speranza: “Due discepoli del Signore, con il cuore ferito e triste, partono da Gerusalemme per ritornare nel loro villaggio di Emmaus. Hanno visto morire quel Gesù in cui avevano confidato e che avevano seguito e, adesso, delusi e sconfitti, ritornano alle loro case.

Per la strada ‘conversavano tra di loro di tutto quello che era accaduto’. Hanno bisogno di parlarne, di raccontarsi ancora ciò che hanno visto, di condividere quanto hanno vissuto, col rischio però di restare imprigionati nel dolore, chiusi alla speranza”.

Il racconto dei discepoli di Emmaus è la storia dell’Angola: “Fratelli e sorelle, in questa scena iniziale del Vangelo vedo rispecchiata la storia dell’Angola, di questo Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità. Infatti, il conversare lungo la via dei due discepoli, che ripensano con sconforto a quanto è accaduto al loro Maestro, riporta alla memoria il dolore da cui questo vostro Paese è stato segnato: una lunga guerra civile con il suo strascico di inimicizie e divisioni, di risorse sperperate e di povertà”.

L’omelia del papa è stato un invito a non restare fermi: “Quando per lungo tempo si è immersi in una storia così marchiata dal dolore, si corre il rischio dei due discepoli di Emmaus: perdere la speranza e rimanere paralizzati dallo scoraggiamento. Essi infatti camminano, eppure sono ancora fermi ai fatti avvenuti tre giorni prima quando hanno visto morire Gesù; conversano tra di loro, ma senza sperare in una via di uscita; parlano ancora di quello che è accaduto, con la fatica di chi non sa come ricominciare, né se sia possibile farlo”.

Questa è la buona notizia, Gesù è vivo: “Carissimi, la Buona Notizia del Signore, anche oggi per noi, è proprio questa: Egli è vivo, è risorto e cammina al nostro fianco mentre percorriamo la strada della sofferenza e dell’amarezza, aprendo i nostri occhi perché possiamo riconoscere la sua opera e donandoci la grazia di ripartire e di ricostruire il futuro”.

Gesù cammina insieme e non abbandona nessuno: “Il Signore si affianca ai due discepoli delusi e a corto di speranza e, facendosi loro compagno di strada, li aiuta a rimettere insieme i pezzi di quella storia, a guardare oltre il dolore, a scoprire che non sono da soli nel cammino e che un futuro, abitato ancora dal Dio dell’amore, li attende.

E quando Egli si ferma a cena con loro, si siede a tavola e spezza il pane, allora ‘si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero’. Ecco tracciata anche per noi, per voi, cari fratelli e sorelle angolani, la strada per ricominciare: da una parte la certezza che il Signore ci accompagna e ha compassione di noi, dall’altra l’impegno che Egli ci chiede”.

E tale compagnia si sperimenta nella preghiera: “La compagnia del Signore la sperimentiamo soprattutto nella relazione con Lui, nella preghiera, nell’ascolto della sua Parola che fa ardere il nostro cuore come quello dei due discepoli, e soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia. E’ qui che noi incontriamo Dio”.

Però al contempo è un invito alla vigilanza ed alla fedeltà: “Perciò, occorre sempre vigilare su quelle forme di religiosità tradizionale, che certamente appartengono alle radici della vostra cultura, ma al contempo rischiano di confondere e di mescolare elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale.

Restate fedeli a quanto insegna la Chiesa, fidatevi dei vostri Pastori e tenete fisso lo sguardo su Gesù, che si rivela in particolare nella Parola e nell’Eucaristia. In entrambe sperimentiamo che il Signore Risorto cammina accanto a noi e, uniti a Lui, anche noi vinciamo le morti che ci assediano e viviamo da risorti”.

E’ stato un invito a riconoscerLo soprattutto nello spezzare il pane: “A questa certezza di non essere soli lungo il cammino si unisce anche un impegno generoso che possa lenire le ferite e riaccendere la speranza. Infatti, se i due di Emmaus riconoscono Gesù quando spezza il pane per loro, ciò significa che anche noi dobbiamo riconoscerlo così: non soltanto nell’Eucaristia, ma ovunque c’è una vita che diventa pane spezzato, ovunque qualcuno si fa dono di compassione come Lui”.

Quindi compito della Chiesa è non far perdere speranza: “La storia del vostro Paese, le conseguenze ancora difficili che sopportate, le problematiche sociali ed economiche e le diverse forme di povertà invocano la presenza di una Chiesa che sa affiancarsi nel cammino e sa raccogliere il grido dei suoi figli. Una Chiesa che, con la luce della Parola e il nutrimento dell’Eucaristia, sa rianimare la speranza perduta”.

Una Chiesa che sappia dare la vita: “Una Chiesa fatta di persone come voi che si donano così come Gesù spezza il pane per i due discepoli di Emmaus. L’Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri, di impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno”.

Quindi un pane che incarna la realtà: “Con la grazia di Cristo Risorto possiamo diventare questo pane spezzato che trasforma la realtà. E come l’Eucaristia ci ricorda che siamo un solo corpo e un solo spirito, uniti all’unico Signore, anche noi possiamo e vogliamo costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione. Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l’hanno perduta”.

Concludendo l’omelia è arrivato l’invito a non avere paura della speranza: “Fratelli e sorelle, oggi c’è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro. Non abbiate paura di farlo! Gesù Risorto, che percorre la strada con voi e per voi si spezza come pane, vi incoraggia a essere testimoni della sua risurrezione e protagonisti di una nuova umanità e di una nuova società”.

(Foto: Santa Sede)

Terza Domenica di Pasqua: resta con noi, Signore, perché si fa sera!

Il brano del Vangelo racconta il celebre incontro, lo stesso giorno del pomeriggio di Pasqua, tra i due discepoli che andavano verso Emmaus e Gesù risorto. Due discepoli tristi, abbattuti, avevano lasciato Gerusalemme, diretti verso il villaggio di Emmaus. Lungo la strada si affiancò ad essi Gesù risorto. I due discutevano con tristezza i fatti accaduti quando Gesù, sconosciuto ai loro occhi, sulla base di quanto si legge nella Bibbia, Parola di Dio, cominciò a spiegare loro che il Messia doveva soffrire, morire e giungere così nella sua gloria.

Nel colloquio tra  i due discepoli e Gesù emerge il concetto di speranza: ‘Noi speravamo, dicono i due, che Egli fosse colui che avrebbe dovuto liberare Israele, ma sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute’. La speranza per i due discepoli era solo rimpianto e nostalgia; il verbo al passato dice tutto: noi speravamo, noi credevamo, abbiamo seguito Gesù, abbiamo sperato, ora tutto è finito.

Il dramma dei due discepoli rispecchia la situazione storica di molti cristiani anche del nostro tempo: la speranza fallita, la stessa fede entra in crisi davanti a tante esperienze negative che si fanno sentire: sembra essere stati abbandonati dal Signore Gesù.

Ma questa strada per Emmaus nella quale camminiamo può e deve diventare via di riflessione, di purificazione, di rinascita. Anche se stanchi, oggi come allora, possiamo entrare in colloquio con Gesù che invita a riflettere e a dare una giusta dimensione alla realtà. ‘Stolti a tardi di cuore a credere tutto ciò che hanno detto i profeti’, ed è parola di Dio.

La speranza dei due discepoli era il potere e il regno da realizzare; la speranza del Signore è la realizzazione del regno dell’amore. Il Padre ha inviato Gesù sulla terra per salvare l’uomo ed instaurare il Regno dell’amore. Gesù si fa compagno dei due nel viaggio verso Emmaus ed i due ancora non lo riconoscono sino a quando si fermano e lo invitano a cena: ‘Resta con noi, Signore, si fa sera!’ e dal dialogo si passa alla condivisione.

L’incontro con Cristo Gesù anche oggi ci dà una fede più profonda ed autentica, temprata con il fuoco del tempo pasquale; una fede robusta perché  si nutre non di semplici parole o di idee umane, ma della Parola di Dio e della sua presenza reale nell’Eucaristia. L’incontro infatti dei due discepoli con Gesù ha due tappe: l’ascolto della Parola e la condivisione del pane spezzato. Poi Gesù, il Risorto, scompare ma adesso vive in loro tanto da fare ardere il loro cuore e generare comunione con tutti gli altri discepoli dai quali si erano allontanati nella via di Emmaus, ritornano subito a riabbracciare a Gerusalemme la comunità dei fratelli.

Gesù prende il pane, lo benedice, lo spezza e finalmente si aprono i loro occhi; si guardano sbigottiti mentre Gesù era scomparso dalla loro vista. La Risurrezione non è una dottrina filosofica ma è una esperienza di vita, di relazione e non di isolamento, esperienza non di potere ma di amore. Gesù non rifiuta chi lo cerca, invitato ‘entrò per rimanere con loro’ e lo riconobbero nello spezzare il pane. 

Il cristiano conosce veramente Gesù quando vive con Lui, quando diventa una cosa solo nella comunione eucaristica: ‘Prendete e mangiate, questo è il mio corpo’. Gesù oggi è asceso al cielo, è tornato al Padre mentre ci assicura: ‘Io sarò con voi sino alla fine del mondo’. Gesù è risorto, è in mezzo a noi, ma occorre che noi dobbiamo accorgerci di Lui, della sua presenza. Diceva sant’Agostino, prima di convertirsi: ‘Signore, tu eri con me ma io non ero con te’, era la stessa situazione dei discepoli di Emmaus: ‘i loro occhi erano impediti di riconoscerlo’.

Noi non riconosciamo il Signore nello spezzare il pane perché non vogliamo spezzare ‘il nostro pane’ con i fratelli, siamo troppo chiusi in noi stessi. I discepoli invitarono Gesù: resta con noi, Signore, mangia con noi, domani  proseguirai il cammino; questo gesto di ospitalità, di amicizia sincera, di fraternità, di dialogo profondo dispone il cuore a riconoscere il Risorto.

L’episodio contiene in sé tutta la struttura della Messa: ascolto della parola di Dio attraverso le letture, la liturgia eucaristica e la comunione con Cristo Gesù. Nutriti a questa duplice mensa, la Chiesa si edifica ogni giorno e si rinnova nella Fede, nella Speranza e nella Carità.

Il Vangelo oggi non ci ha voluto raccontare un fatterello della vita di Gesù risorto, ma questa è catechesi, è dottrina, è esperienza di vita. Per intercessione di Maria, madre di Gesù e madre della Chiesa, riviviamo con gioia la nostra vita cristiana ed ognuno di noi possa rivivere l’esperienza dei due discepoli di Emmaus. Maria, rivolgi a noi i tuoi occhi misericordiosi, guidaci per mano.

Seconda Domenica di Pasqua: domenica della divina misericordia

 Gesù è veramente risorto! Quest’annuncio ancora oggi ci coinvolge tutti come singoli e come società. E’ un annuncio che conferisce pace e gioia ma non cessa di essere un mistero d’accogliere con fede e amore. Siamo cristiani perché Cristo è veramente risorto; Egli è il Dio con noi. Gesù aveva dato l’annuncio della sua risurrezione attraverso le pie donne, che si erano recate al suo sepolcro, e sono divenute ambasciatrici di Cristo. Laddove i suoi nemici erano rimasti sconfitti dalla notizia della sua risurrezione, appresa dai soldati che facevano la guardia, i discepoli di Gesù viceversa erano ancora tremanti, chiusi nel cenacolo, per paura dei Capi del popolo e del Sinedrio.

Gesù risorto, come aveva predetto ‘i pubblicani e le prostitute avranno il primo posto nel regno dei cieli’, si servì di Maria Maddalena, che aveva pianto per i suoi peccati, aveva lavato con le lacrime i piedi a Gesù, per annunciare ufficialmente ai suoi discepoli e al mondo intero la sua ‘risurrezione’. Maria Maddalena diventa così ambasciatrice come il Buon Ladrone sarà il primo ad entrare nel Regno dei cieli; Gesù dall’alto della croce gli disse infatti ‘oggi sarai con me in paradiso’.

Dopo l’annuncio Gesù va a trovare i suoi ancora chiusi nel Cenacolo, entra a porte chiuse, dà il lieto annuncio: ‘la pace sia con voi’! Avere fede significa accettare che Gesù è il Signore, è il Risorto: verità fondamentale per gli apostoli, i suoi amici che dovranno essere i testimoni nel mondo di questa verità. Il Cenacolo è figura chiara della Chiesa in cammino.  Quella sera, però, Tommaso, uno degli Apostoli, non era con loro quando venne Gesù a porte chiuse. Gesù è venuto per tutti, vuole tutti salvi; si è sacrificato in Croce per tutti e per ciascuno di noi.

Otto giorni dopo Gesù ritorna dai suoi dove c’era Tommaso, l’incredulo che aveva detto: l’avete visto, ma non l’avete toccato! Poteva essere un fantasma. ‘Se non metto il mio dito nelle sue piaghe, se non tocco i chiudi, se non metto la mano nel suo costato, io non crederò mai’. Tommaso crederà non alle parole dei suoi compagni e amici me solo vedendo le ferite di Gesù, procurate dai chiodi, e il suo cuore squarciato.

Un amore grande che si misura non a parole ma guardando e toccando con mano cosa Gesù ha sofferto per noi, per l’uomo. Tommaso, in fondo, aveva detto: Siete stupidi; dite di averlo visto, d’avere parlato con Lui ma non l’avete toccato; io invece sono diverso: voglio vedere e toccare con mano.

A Gesù interessa una cosa sola: i suoi discepoli sono chiamati ad essere i testimoni della sua risurrezione, la loro fede deve essere ben salda e radicata nel fiducioso abbandono al suo amore, che si è sacrificato; se voglio capire quanto Egli ci ha amato, devo constatare quanto Egli ha sofferto per me. Le ferite riportate dal Signore, i segni dei chiodi e del cuore aperto sono le testimonianze di questo amore misericordioso; ecco perché Gesù vuole sciogliere ogni dubbio ed incertezza.

Da qui la seconda venuta nel Cenacolo otto giorni dopo, presente questa volta Tommaso, l’incredulo. Tommaso rimane così una figura memoranda che fa emergere nella Chiesa la misericordia materna del Signore Gesù. Gesù risorto entra a porte chiuse, sta in mezzo ai suoi e si rivolge proprio a Tommaso: ‘Metti qua il tuo dito, guarda le mie mani, tendi la tua mano e mettila nel mio costato: non essere incredulo, ma credente’.

Gesù non compie miracoli per farsi riconoscere ma mostra le sue ferite; non fa discorsi teologici o disquisizioni esegetiche su quanto era scritto nel Libro Sacro ma i segni della sua passione e morte costituiscono la testimonianza più forte della sua risurrezione, già preannunciata ed ora attuata. Gesù è vero figlio di Dio, il suo messaggio è divino, la sua Chiesa deve essere santa (chiamata alla santità). Nasce e si consolida così la comunità cristiana del futuro.

Quella comunità che ama, crede ed annuncia Gesù Cristo e la sua risurrezione. L’ottavo giorno dopo la Pasqua questa prima comunità cristiana era riunita in casa, come noi oggi siamo riuniti nella casa del Signore per ascoltare la Parola di Dio ed operare la ‘frazione del pane’. Sull’altare infatti è preparato il pane e il vino come nell’ultima cena; pane e vino che, grazie alla misericordia di Dio, diventeranno corpo, sangue, anima e divinità di nostro signore Gesù Cristo.

E’ la comunità riunita che Gesù saluta: ‘Pace a voi’. Era quella infatti una assemblea dove i Discepoli volevano rigenerarsi ad una speranza viva, ricolma di gioia anche se, come scrive l’apostolo Pietro, per un poco di tempo si rimane afflitti da varie prove. La nostra fede, infatti, più preziosa dell’oro, che viene purificato con il fuoco, è purificata da prove e sofferenze. Da qui nasce la gioia pasquale, la gioia della nostra vita, nonostante le sofferenze, le persecuzioni, le guerre, le incomprensioni.

Davanti al richiamo di Gesù a Tommaso: ‘Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che pur non avendo visto crederanno’, c’è la beatitudine per me e per te, amico che ascolti; ancora una volta Gesù il Risorto, oggi, dalla croce, mostra le sue ferite, i segni del suo amore misericordioso. A noi però l’impegno di vivere la gioia del nostro battesimo, della nostra rinascita a figli di Dio, mentre con umiltà chiediamo perdono delle nostre colpe.

Rinascere, rinnovarsi, come vedi, è una necessità della vita, il rinnovamento non può essere solo quello fisiologico: anche gli animali e le piante si rinnovano ma è un progresso che non oltrepassa le soglie del fisico e dell’istinto. E’ necessario invece migliorare ogni giorno, contrastando il passo alla vecchiaia per rimanere sempre giovani e sulla breccia.

E’ necessario vincere con l’amore individualismo ed egoismo che spesso attanagliano il nostro spirito e non ci permettono di accogliere l’altro come fratello.  Se vuoi andare oltre, bisogna vivere di Fede; è la sola che ci permette di cogliere l’amore misericordioso di Dio e pregare ‘Padre nostro, che sei nei cieli’. E’ questo il mio augurio domenicale.            

Papa Leone XIV invita ad annunciare la Resurrezione agli oppressi

“Invio il mio pensiero a quanti, in diverse parti del mondo, partecipano alle iniziative promosse in occasione della Giornata Internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace, rinnovando l’appello perché lo sport, con il suo linguaggio universale di fraternità, sia luogo di inclusione e di pace”: al termine della recita del Regina Coeli’ papa Leone XIV ha invitato a chiedere la pace per tutto il mondo, anche attraverso il linguaggio universale di fraternità e inclusione insito nello sport a cui oggi è dedicata, sotto l’egida dell’Onu, la Giornata internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace.

Prima della recita della preghiera del tempo pasquale papa Leone XIV ha invitato i pellegrini ad esultare per la nuova vita donataci dalla Pasqua: “Cari fratelli e sorelle, Cristo è risorto! Buona Pasqua! Questo saluto, pieno di stupore e di gioia, ci accompagnerà tutta la settimana. Festeggiando il giorno nuovo, che il Signore ha fatto per noi, la liturgia celebra l’ingresso dell’intera creazione nel tempo della salvezza: la disperazione della morte è tolta per sempre, nel nome di Gesù”.

Oggi il Vangelo invita alla scelta di credere ad uno dei due racconti su uno stesso episodio: “Il Vangelo di oggi ci chiede di scegliere tra due racconti: o quello delle donne, che hanno incontrato il Risorto, o quello delle guardie, che sono state corrotte dai capi del sinedrio.

Le prime annunciano la vittoria di Cristo sulla morte; le seconde annunciano che la morte vince sempre e comunque. Nella loro versione, infatti, Gesù non è risorto, ma il suo cadavere è stato rubato. Da uno stesso fatto, il sepolcro vuoto, sgorgano due interpretazioni: una è fonte di vita nuova ed eterna, l’altra di morte certa e definitiva”.

E’ stato un invito a soppesare la veridicità della notizia ed a non credere alle fake news: “Questo contrasto ci fa riflettere sul valore della testimonianza cristiana e sull’onestà della comunicazione umana. Spesso, infatti, il racconto della verità viene oscurato da fake news, come si dice oggi, cioè da menzogne, allusioni e accuse senza fondamento. Davanti a tali ostacoli, però, la verità non resta celata, anzi: ci viene incontro, viva e raggiante, illuminando le tenebre più fitte”.

Gesù Risorto invita a non temere la paura della morte: “Come alle donne giunte al sepolcro, anche a noi oggi Gesù dice: ‘Non temete! Andate ad annunciare’. Egli stesso diventa così la buona notizia da testimoniare nel mondo: la Pasqua del Signore è la nostra Pasqua, la Pasqua dell’umanità, perché quest’uomo, che è morto per noi, è il Figlio di Dio, che per noi ha donato la sua vita. Come il Risorto, sempre vivo e presente, libera il passato da una fine distruttiva, così l’annuncio pasquale redime dal sepolcro il nostro futuro”.

Proprio per questa ‘forza propulsiva’ del Vangelo il papa ha esortato tutti ad annunciare la speranza agli ‘oppressi’: “Carissimi, quanto è importante che questo Vangelo raggiunga soprattutto quanti sono oppressi dalla malvagità, che corrompe la storia e confonde le coscienze! Penso ai popoli tormentati dalla guerra, ai cristiani perseguitati per la loro fede, ai bambini privati dell’istruzione.

Annunciare in parole e opere la Pasqua di Cristo significa dare nuova voce alla speranza, altrimenti soffocata tra le mani dei violenti. Quando viene proclamata nel mondo, infatti, la Buona Novella rischiara ogni ombra, in ogni tempo”.

E’ stato anche un invito a non dimenticare la testimonianza di papa Francesco: “Con particolare affetto, alla luce del Risorto ricordiamo oggi papa Francesco, che proprio il Lunedì dell’Angelo dello scorso anno ha consegnato la vita al Signore. Mentre facciamo memoria della sua grande testimonianza di fede e di amore, preghiamo insieme la vergine Maria, Sede della sapienza, perché possiamo diventare annunciatori sempre più luminosi della verità”.

Ed anche il patriarca di Gerusalemme, card. Pier Battista Pizzaballa, nell’omelia pasquale ha invitato ad abbandonare le proprie sicurezze: “Il Vangelo di oggi ci mette subito in movimento. Maria di Magdala arriva ‘di buon mattino’, quando è ancora buio. Va nel luogo dove pensa di trovare Gesù. E’ un gesto pieno di amore, ma anche pieno di abitudine: cerca dove lo aveva lasciato, dove l’aveva posto la morte…

Ecco la prima provocazione pasquale, qui, nel luogo più santo e più fragile della nostra memoria: Dio non si lascia possedere. Il Risorto non è dove noi lo avevamo messo. Non è dove le nostre sicurezze lo avevano sistemato. Il Risorto ci precede. Questa è l’idea forte della Pasqua: non siamo noi a custodire Dio; è Dio che libera noi”.

La resurrezione cambia i pensieri di ciascuno: “Noi, invece, vorremmo una fede che non scombini. Vorremmo trovare Gesù ‘al suo posto’: dentro le nostre immagini, le nostre formule, i nostri schemi religiosi che a volte diventano gabbie, dentro le nostre nostalgie. Ed invece, a Pasqua, Dio fa una cosa che non avevamo chiesto: si sottrae. Non per fuggire, ma per salvarci da un equivoco: che la fede sia qualcosa da possedere, un controllo, una prova in tasca”.

La Pasqua è una vita ‘altra’: “La Pasqua non ci promette una vita ‘facile’. Pasqua ci promette una vita aperta. E per aprirla, spesso Dio deve prima portarci via delle certezze. Ecco perché la Risurrezione, prima di consolare, inquieta. Prima di riempire, svuota. Prima di dare, toglie. Toglie l’idea di un Dio addomesticato. Toglie una religione che è solo abitudine. Toglie una speranza che non rischia niente”.

Quindi la Pasqua è una porta da attraversare: “Pasqua non è una frase da ripetere; è una porta da attraversare. La pietra è stata tolta. Il varco è aperto. Ma noi dobbiamo decidere se restare dentro o uscire. Uscire significa, concretamente: scegliere il perdono quando sarebbe più facile irrigidirsi; scegliere la verità quando sarebbe più comodo adattarsi; scegliere la speranza quando tutto suggerisce il contrario; scegliere di fare il bene, come Gesù ‘passò facendo del bene’, anche se non fa rumore, anche se non dà prestigio”.

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Papa Leone XIV: Pasqua annuncio di vita nuova

“La pace che Gesù ci consegna non è quella che si limita a fare tacere delle armi, ma quella che tocca e cambia il cuore di ciascuno di noi! Convertiamoci alla pace di Cristo! Facciamo udire il grido di pace che sgorga dal cuore! Per questo, invito tutti a unirsi a me nella veglia di preghiera per la pace che celebreremo qui nella Basilica di san Pietro il prossimo sabato, 11 aprile”: dalla Loggia centrale della Basilica di san Pietro papa Leone XIV ha pronunciato il messaggio di Pasqua alla Città e al mondo, implorando Dio per la ‘conversione’ alla pace con l’invito a partecipare ad un momento di preghiera nella Basilica vaticana sabato 11 aprile.

Davanti a circa 60.000 persone il papa ha invitato a non abituarsi alla violenza: “In questo giorno di festa, abbandoniamo ogni volontà di contesa, di dominio e di potere, e imploriamo il Signore che doni la sua pace al mondo funestato dalle guerre e segnato dall’odio e dall’indifferenza che ci fanno sentire impotenti di fronte al male. Al Signore raccomandiamo tutti i cuori che soffrono e attendono la vera pace che solo Lui può dare. Affidiamoci a Lui e apriamogli il nostro cuore! Solo Lui fa nuove tutte le cose!”

Tale invito conclusivo ha ripreso la riflessone iniziale della vittoria della vita: “La Pasqua è una vittoria: della vita sulla morte, della luce sulle tenebre, dell’amore sull’odio. Una vittoria a carissimo prezzo: il Cristo, il Figlio del Dio vivente ha dovuto morire, e morire su una croce, dopo aver subito un’ingiusta condanna, essere stato schernito e torturato, e aver versato tutto il suo sangue. Come vero Agnello immolato, ha preso su di sé il peccato del mondo e così ci ha liberati tutti, e con noi anche il creato, dal dominio del male”.

Gesù ha vinto la morte in modo nonviolento: “La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta. E’ simile a quella di un chicco di grano che, marcito nella terra, cresce, si apre un varco tra le zolle, germoglia e diventa una spiga dorata. E’ ancora più simile a quella di un cuore umano che, ferito da un’offesa, respinge l’istinto di vendetta e, pieno di pietà, prega per chi lo ha offeso”.

Respingere la vendetta è forza di pace: “Fratelli e sorelle, questa è la vera forza che porta la pace all’umanità, perché genera relazioni rispettose a tutti i livelli: tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, le nazioni. Non mira all’interesse particolare, ma al bene comune; non vuole imporre il proprio piano, ma contribuire a progettarlo e a realizzarlo insieme agli altri”.

E’ stato un chiaro invito a scegliere la pace: “Nella luce della Pasqua, lasciamoci stupire da Cristo! Lasciamoci cambiare il cuore dal suo immenso amore per noi! Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo!”

Ed a non scegliere l’indifferenza: “Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti. Indifferenti alla morte di migliaia di persone. Indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano. Indifferenti alle conseguenze economiche e sociali che essi producono e che pure tutti avvertiamo. C’è una sempre più marcata ‘globalizzazione dell’indifferenza’, per richiamare un’espressione cara a papa Francesco, che un anno fa da questa loggia rivolgeva al mondo le sue ultime parole”.

Mentre, presiedendo la celebrazione eucaristica di Pasqua in piazza san Pietro davanti a 60.000 persone il papa ha descritto una creazione splendente: “La creazione intera risplende oggi di nuova luce, dalla terra si leva un canto di lode, esulta di gioia il nostro cuore: Cristo è risorto dalla morte e, con Lui, anche noi risorgiamo a vita nuova!”

Il creato splende perché c’è vita: “Questo annuncio pasquale abbraccia il mistero della nostra vita e il destino della storia e ci raggiunge fin dentro gli abissi della morte, da cui ci sentiamo minacciati e a volte sopraffatti. Esso ci apre alla speranza che non viene meno, alla luce che non tramonta, a quella pienezza di gioia che niente può cancellare: la morte è stata vinta per sempre, la morte non ha più potere su di noi! E’ questo un messaggio non sempre facile da accogliere, una promessa che facciamo fatica ad accogliere, perché il potere della morte ci minaccia sempre, dentro e fuori”.

Proprio quando c’è delusione la Pasqua è un invito ad ‘alzare lo sguardo’: “In questa realtà, la Pasqua del Signore ci invita ad alzare lo sguardo e ad allargare il cuore. Essa continua ad alimentare nel nostro spirito e nel cammino della storia il seme della vittoria promessa. Ci mette in movimento come Maria di Magdala e come gli Apostoli, per farci scoprire che il sepolcro di Gesù è vuoto, e perciò in ogni morte che sperimentiamo c’è anche spazio per una nuova vita che sorge”.

La resurrezione è un invito a non perdere la speranza: “Il Signore è vivo e rimane con noi. Attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità, Egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della morte non è il destino ultimo della nostra vita. Siamo orientati una volta per sempre verso la pienezza, perché in Cristo risorto anche noi siamo risorti”.

Riprendendo l’esortazione apostolica di papa Francesco, ‘Evangelii Gaudium’, l’invito del papa è quello di vivere una vita nuova: “Fratelli e sorelle, la Pasqua del Signore ci dona questa speranza, ricordandoci che nel Cristo risorto una nuova creazione è possibile ogni giorno… Il giorno della risurrezione di Cristo ci rimanda così alla creazione, a quel primo giorno in cui Dio creò il mondo, e ci annuncia, nello stesso tempo, che una vita nuova, più forte della morte, adesso sta spuntando per l’umanità. La Pasqua è la nuova creazione operata dal Signore Risorto, è un nuovo inizio, è la vita finalmente resa eterna dalla vittoria di Dio sull’antico Avversario”.

Per questo il papa sprona i fedeli a questo annuncio di speranza: “Di questo canto di speranza oggi abbiamo bisogno. E siamo noi, risorti con Cristo, che dobbiamo portarlo per le strade del mondo. Corriamo allora come Maria di Magdala, annunciamolo a tutti, portiamo con la nostra vita la gioia della risurrezione, perché dovunque aleggia ancora lo spettro della morte possa splendere la luce della vita”.

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Pasqua: Alleluia! Cristo è davvero risorto!

 Oggi si celebra la seconda festività dell’anno liturgico: la Pasqua del Signore! E’ la festa più sacra dell’anno perché in essa si celebra la redenzione operata da Cristo Gesù, che ci costituisce veri figli di Dio. E’ la festa delle feste, la solennità delle solennità per cui, afferma papa san Gregorio, anche a Gerusalemme la parte più sacra del Tempio veniva chiamata ‘Sancta sanctorum’, il santo dei santi. Nel Natale abbiamo celebrato la nascita di Gesù, l’uomo-Dio; tre giorni addietro abbiamo celebrato il sangue prezioso di Gesù sparso per i nostri peccati, oggi la Chiesa esulta ricordando Cristo Gesù vincitore della morte.

La risurrezione di Gesù è avvenuta l’indomani del sabato ebraico; ecco perché per noi oggi è la grande festa: la Domenica di Pasqua. Essa ci ricorda la Pasqua degli Ebrei, quando l’antico popolo del Signore uccise l’agnello, segnò con il sangue gli stipiti delle case e l’Angelo della morte colpì solo le case degli egiziani, le case non segnate dal sangue. Gesù è morto per noi, vero agnello sacrificato per salvare chi crede in Lui, Egli è il nuovo Agnello che ha tolto i peccati del mondo; il suo sacrificio ci ha rigenerato a vita nuova e noi esultiamo perché Cristo Risorto è vivo in mezzo a noi, resterà sempre in mezzo a noi; Cristo, nostra Pasqua, è risorto, alleluia e a Lui gloria e potenza nei secoli eterni.

La morte e la risurrezione del Verbo di Dio incarnato è un evento di amore insuperabile; è la vittoria dell’amore di Dio che ci ha liberati dalla schiavitù del peccato e della morte. Gesù oggi ha cambiato il corso della storia infondendo un rinnovato senso e valore alla vita dell’uomo: ‘Sono risorto e sono ancora e sempre con te!’ L’evento della Pasqua, della risurrezione di Gesù è essenzialmente un evento di amore: amore del Padre che consegna all’umanità il Figlio per la salvezza dell’uomo; amore del Figlio che si abbandona al volere del Padre per tutti e per ciascuno di noi; amore dello Spirito Santo che guida sempre questa Chiesa istituita e sorta, grazie al sangue versato da Cristo Gesù sulle croce. 

Il cristianesimo non è moralismo ma vero dono di Dio all’uomo. Gesù non ci ha amato a parole, ma ci ha dato il dono di se stesso: ‘Quando sarò innalzato tra la terra e il cielo, io attirerò tutto a me’. La risurrezione di Cristo Gesù conferma la nostra fede: non abbiamo creduto in un uomo trascinatore di folle, ma in Gesù vero uomo e vero Dio. Cristo sostiene così la nostra speranza: perché come Cristo, nostro capo, è risorto, anche noi risorgeremo. E’ Parola di Dio! Cristo risorto indirizza la nostra vita: non siamo figli della terra ma del cielo; Cristo ci ha guadagnato la vita eterna.

La risurrezione di Gesù dà un senso nuovo alla vita dell’uomo: a) non esistiamo per morire e la vita, anche se talvolta dobbiamo soffrire, non è un assurdo; Gesù stesso ci dice: ‘Chi vuole essere mio discepolo prenda la croce e mi segua; io sarò sempre con voi’; b) se siamo risorti in Cristo e con Cristo, cerchiamo le cose di lassù e non quelle della terra. Il Sinedrio e i Capi del popolo ebreo che avevano condannato Gesù in croce credendo così di liberarsi di lui, avevano paura di Gesù vivo e morto.

Costrinsero Pilato, governatore romano, non solo ad emettere una sentenza di morte, pur avendolo riconosciuto innocente, ma anche a far custodire la sua sepoltura da picchetti armati di soldati romani e giudei perché dicevano: quell’impostore disse: dopo tre giorni risusciterò. Gesù la mattina del terzo giorno esce vivo dal sepolcro e gli Angeli alle pie donne, accorse per imbalsamare il suo corpo, danno il lieto annuncio: chi cercate? Il vivo in mezzo ai morti? 

E’ risorto come aveva detto. E Gesù risorto tranquillizza le pie donne, rassicura gli Apostoli accorsi alla sua sepoltura: ‘Stolti e lenti di cuore nel credere tutto ciò che hanno detto i profeti’. Agli Apostoli raccolti nel cenacolo e tremanti di paura dà il suo saluto: ‘la pace sia con voi’, dopo essere entrato a porte chiuse. Gli apostoli, i primi predicatori, annunciatori del Regno di Dio, non annunciano Gesù trascinatore di folle o taumaturgo o persona speciale, ma Gesù crocifisso, morto e risorto.

La Chiesa nasce e si diffonde a partire dal sepolcro vuoto; da Cristo risorto, motivo di scandalo per gli Ebrei, motivo di disgusto per quanti non credono. La risurrezione di Gesù non è come la risurrezione di Lazzaro, morto e uscito vivo dal sepolcro dopo quattro giorni dalla sua sepoltura: Lazzaro è risorto, grazie a Gesù, ma poi con il tempo dovette morire; la risurrezione di Gesù è un cammino in avanti, Gesù entra nella dimensione dello spirito dalla quale non c’è ritorno indietro. E’ la vita eterna. Se Cristo Gesù non fosse risorto, vana sarebbe anche la nostra fede.

La Pasqua segna la nuova via da percorrere: ‘Se il chicco di grano, dice Gesù, caduto a terra non muore, non può diventare una rigogliosa spiga’. Se non si ha il coraggio della potatura non si può avere un albero rinvigorito. Il sepolcro non segnò per Gesù la fine ma è stata la sua seconda culla, lo stesso sarà per noi se abbiamo fede, speranza e amore. Questo è il messaggio che oggi Gesù mette nelle nostre mani; viviamo con fede e amore e per tutti, cari amici, l’augurio di Buona Pasqua. Siate ovunque portatori di questo massaggio di pace e di amore nelle vostre cose, nel vostro lavoro, in ogni angolo della terra.       

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