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Papa Leone XIV andrà a Nicea

“Miei cari fratelli e sorelle, rivolgo un cordiale saluto a tutti voi, specialmente al Metropolita Elpidophoros e al Cardinale Tobin, che ringrazio per aver voluto organizzare questo incontro nell’ambito del vostro pellegrinaggio. Siete tutti benvenuti. Mi spiace di essere leggermente in ritardo. Stamattina ci sono stati diversi incontri in programma. Sono però molto felice di poter trascorrere con voi il presente momento in questo splendido luogo, Castel Gandolfo”: con queste parole papa Leone XIV ha ricevuto a Leone XIV riceve a Castel Gandolfo i partecipanti al pellegrinaggio ecumenico ortodosso-cattolico, provenienti dagli Stati Uniti d’America con nna promessa per i 1700 anni dal Concilio di Nicea (‘Spero di potervi incontrare di nuovo, tra qualche mese’).

La visita a Roma segna per i pellegrini un ritorno alle origini: “Questo è anche un modo per sperimentare in forma nuova e concreta la fede che nasce dall’ascoltare il Vangelo, sentire il Vangelo trasmessoci dagli Apostoli. E’ significativo che il vostro pellegrinaggio si svolga quest’anno, nel quale celebriamo i millesettecento anni del Concilio di Nicea. Il Simbolo della fede adottato dai Padri riuniti rimane (insieme alle aggiunte apportate dal Concilio di Costantinopoli del 381) patrimonio comune di tutti i cristiani, per molti dei quali il Credo è parte integrante delle celebrazioni liturgiche”.

Per questo ha ricordato la coincidenza pasquale di quest’anno: “Inoltre, per una provvidenziale coincidenza, quest’anno i due calendari in uso nelle nostre Chiese coincidono, così che abbiamo potuto cantare all’unisono l’Alleluia pasquale: ‘Cristo è risorto! E’ veramente risorto!’ Tali parole proclamano che le tenebre del peccato e della morte sono state vinte dall’Agnello immolato, Gesù Cristo nostro Signore. Questo ci ispira grande speranza, perché sappiamo che nessun grido delle vittime innocenti della violenza, nessun lamento delle madri in lutto per i loro figli rimarrà inascoltato. La nostra speranza è in Dio, e proprio perché attingiamo costantemente alla fonte inesauribile della sua grazia, siamo chiamati a esserne testimoni e portatori”.

Ed ha ricordato i ‘frutti’ di tali pellegrinaggi: “Il vostro pellegrinaggio è uno dei frutti abbondanti del movimento ecumenico volto a ristabilire la piena unità tra tutti i discepoli di Cristo, secondo la preghiera del Signore nell’Ultima Cena, quando Gesù disse: ‘perché tutti siano una sola cosa’. A volte diamo per scontati questi segni di condivisione e di comunione che, pur non significando ancora la piena unità, manifestano già il progresso teologico e il dialogo nella carità che hanno caratterizzato gli ultimi decenni”.

Pellegrinaggi resi possibili grazie ad un incontro: “Il 7 dicembre 1965, alla vigilia della conclusione del Concilio Vaticano II, il mio predecessore San Paolo VI e il Patriarca Atenagora firmarono una Dichiarazione Congiunta, cancellando dalla memoria e dal vissuto della Chiesa le sentenze di scomunica seguite agli eventi del 1054. Prima di allora, un pellegrinaggio come il vostro probabilmente non sarebbe stato nemmeno possibile. L’opera dello Spirito Santo ha creato nei cuori la disponibilità a compiere quei passi, come presagio profetico di piena e visibile unità. Anche noi, da parte nostra, dobbiamo continuare a implorare dal Paraclito, dal Consolatore, la grazia di percorrere la via dell’unità e della carità fraterna”.

In conclusione ha tracciato il cammino dell’unità attraverso le parole del profeta Isaia: “L’unità tra i credenti in Cristo è uno dei segni del dono divino della consolazione; la Scrittura promette che ‘a Gerusalemme sarete consolati’. Roma, Costantinopoli e tutte le altre Sedi non sono chiamate a contendersi il primato, per non rischiare di ritrovarci come i discepoli che lungo il cammino, proprio mentre Gesù annunciava la sua passione imminente, discutevano su chi di loro fosse il più grande…

Spiritualmente, tutti noi abbiamo bisogno di tornare a Gerusalemme, la Città della Pace, dove Pietro, Andrea e tutti gli Apostoli, dopo i giorni della passione e risurrezione del Signore, ricevettero lo Spirito Santo a Pentecoste, e da lì resero testimonianza a Cristo fino ai confini della terra”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV ai sacerdoti: siate costruttori di unità e pace

“Oggi, Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, Giornata per la santificazione sacerdotale, celebriamo con gioia questa Eucaristia nel Giubileo dei Sacerdoti. Mi rivolgo, perciò, prima di tutto a voi, cari fratelli presbiteri, venuti presso la tomba dell’apostolo Pietro a varcare la Porta santa, per tornare ad immergere nel Cuore del Salvatore le vostre vesti battesimali e sacerdotali. Per alcuni dei presenti, poi, tale gesto è compiuto in un giorno unico della loro vita: quello dell’Ordinazione”: nella solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, papa Leone XIV ha presieduto nella basilica di san Pietro la celebrazione eucaristica con 32 ordinazioni che conclude il Giubileo dedicato ai presbiteri.

Ai sacerdoti ha rivolto l’invito a mettere al centro l’Eucaristia ed a esercitare la carità, prendendosi cura del popolo di Dio: “Parlare del Cuore di Cristo in questa cornice è parlare dell’intero mistero dell’incarnazione, morte e risurrezione del Signore, affidato in modo particolare a noi affinché lo rendiamo presente nel mondo. Per questo, alla luce delle Letture che abbiamo ascoltato, riflettiamo insieme su come possiamo contribuire a quest’opera di salvezza”.

Quindi ha ripreso alcune riflessioni delle letture odierne: “Nella prima, il profeta Ezechiele ci parla di Dio come di un pastore che passa in rassegna il suo gregge, contando le sue pecore una per una: va in cerca di quelle perdute, cura quelle ferite, sostiene quelle deboli e malate. Ci ricorda, così, in un tempo di grandi e terribili conflitti, che l’amore del Signore, da cui siamo chiamati a lasciarci abbracciare e plasmare, è universale, e che ai suoi occhi (e di conseguenza anche ai nostri) non c’è posto per divisioni e odi di alcun tipo.

Nella seconda Lettura poi, san Paolo, ricordandoci che Dio ci ha riconciliati ‘quando eravamo ancora deboli’ e ‘peccatori’, ci invita ad abbandonarci all’azione trasformante del suo Spirito che abita in noi, in un quotidiano cammino di conversione. La nostra speranza si fonda sulla consapevolezza che il Signore non ci abbandona: ci accompagna sempre.

Noi però siamo chiamati a cooperare con Lui, prima di tutto mettendo al centro della nostra esistenza l’Eucaristia, ‘fonte e apice di tutta la vita cristiana’; poi ‘attraverso la fruttuosa recezione dei sacramenti, soprattutto con la confessione sacramentale frequente’; e infine con la preghiera, la meditazione della Parola e l’esercizio della carità, conformando sempre più il nostro cuore a quello del Padre delle misericordie”, come afferma il Decreto ‘Presbyterorum ordinis’.

Tali letture introducono alla gioia di Dio, narrata nel Vangelo: “E questo ci porta al Vangelo che abbiamo ascoltato, in cui si parla della gioia di Dio (e di ogni pastore che ami secondo il suo Cuore) per il ritorno all’ovile di una sola delle sue pecore. E’ un invito a vivere la carità pastorale con lo stesso animo grande del Padre, coltivando in noi il suo desiderio: che nessuno vada perduto, ma che tutti, anche attraverso di noi, conoscano Cristo e abbiano in Lui la vita eterna.

E’ un invito a farci intimamente uniti a Gesù, seme di concordia in mezzo ai fratelli, caricandoci sulle spalle chi si è perduto, donando il perdono a chi ha sbagliato, andando a cercare chi si è allontanato o è rimasto escluso, curando chi soffre nel corpo e nello spirito, in un grande scambio d’amore che, nascendo dal fianco trafitto del Crocifisso, avvolge tutti gli uomini e riempie il mondo”.

Ecco il motivo del richiamo all’enciclica ‘Dilexit Nos’ di papa Francesco: “Il ministero sacerdotale è un ministero di santificazione e di riconciliazione per l’unità del Corpo di Cristo. Per questo il Concilio Vaticano II chiede ai presbiteri di fare ogni sforzo per ‘condurre tutti all’unità nella carità’, armonizzando le differenze perché ‘nessuno… possa sentirsi estraneo’. E raccomanda loro di essere uniti al vescovo e nel presbiterio. Quanto più infatti ci sarà unità tra di noi, tanto più sapremo condurre anche gli altri all’ovile del Buon Pastore, per vivere come fratelli nell’unica casa del Padre”.

Infine ha rivolto alcune ‘raccomandazioni’ ai nuovi sacerdoti: “Amate Dio e i fratelli, siate generosi, ferventi nella celebrazione dei Sacramenti, nella preghiera, specialmente nell’Adorazione, e nel ministero; siate vicini al vostro gregge, donate il vostro tempo e le vostre energie per tutti, senza risparmiarvi, senza fare differenze, come ci insegnano il fianco squarciato del Crocifisso e l’esempio dei santi”.

A proposito di santità il papa li ha invitati ad imitare i sacerdoti santi: “E a questo proposito, ricordate che la Chiesa, nella sua storia millenaria, ha avuto (ed ha ancora oggi) figure meravigliose di santità sacerdotale: a partire dalle comunità delle origini, essa ha generato e conosciuto, tra i suoi preti, martiri, apostoli infaticabili, missionari e campioni della carità. Fate tesoro di tanta ricchezza: interessatevi alle loro storie, studiate le loro vite e le loro opere, imitate le loro virtù, lasciatevi accendere dal loro zelo, invocate spesso, con insistenza, la loro intercessione!

Il nostro mondo propone troppo spesso modelli di successo e di prestigio discutibili e inconsistenti. Non lasciatevene affascinare! Guardate piuttosto al solido esempio e ai frutti dell’apostolato, molte volte nascosto e umile, di chi nella vita ha servito il Signore e i fratelli con fede e dedizione, e continuatene la memoria con la vostra fedeltà”.

Mentre nel messaggio per questa giornata papa Leone XIV l’importanza dii fare memoria di questa solennità: “Solo facendo memoria viviamo e facciamo rivivere quanto il Signore ci ha consegnato, chiedendo di tramandarlo a nostra volta nel suo nome. La memoria unifica i nostri cuori nel Cuore di Cristo e la nostra vita nella vita di Cristo, sicché diventiamo capaci di portare al popolo santo di Dio la Parola e i Sacramenti della salvezza, per un mondo riconciliato nell’amore. Solo nel cuore di Gesù troviamo la nostra vera umanità di figli di Dio e di fratelli tra noi. Per queste ragioni, vorrei oggi rivolgervi un invito impellente: siate costruttori di unità e di pace!”

Ed essere costruttori di unità e pace significa “essere pastori capaci di discernimento, abili nell’arte di comporre i frammenti di vita che ci vengono affidati, per aiutare le persone a trovare la luce del Vangelo dentro i travagli dell’esistenza; significa essere saggi lettori della realtà, andando oltre le emozioni del momento, le paure e le mode; significa offrire proposte pastorali che generano e rigenerano alla fede costruendo relazioni buone, legami solidali, comunità in cui brilla lo stile della fraternità. Essere costruttori di unità e di pace significa non imporsi, ma servire. In particolare, la fraternità sacerdotale diventa segno credibile della presenza del Risorto tra di noi quando caratterizza il cammino comune dei nostri presbiteri”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: aiutare la Chiesa a crescere nell’unità

“Apprezzo e ammiro il vostro impegno di venire pellegrini a Roma, ben sapendo quanto siano pressanti le esigenze del ministero. Ma ognuno di voi, come me, prima di essere pastore, è pecora del gregge del Signore! E dunque anche noi, anzi, noi per primi siamo invitati ad attraversare la Porta Santa, simbolo di Cristo Salvatore. Per guidare la Chiesa affidata alle nostre cure dobbiamo lasciarci profondamente rinnovare da Lui, il Buon Pastore, per conformarci pienamente al suo cuore e al suo mistero d’amore”: con questo saluto papa Francesco ha offerto molti spunti nella meditazione nella basilica di san Pietro ai vescovi in occasione del Giubileo

Nell’intervento il papa ha ricordato che le parole di san Paolo sulla speranza erano quelle più care a papa Francesco, tanto da sceglierle per l’inizio della Bolla d’indizione del Giubileo: “Noi vescovi siamo i primi eredi di questa profetica consegna, e dobbiamo custodirla e trasmetterla al Popolo di Dio, con la parola e la testimonianza. A volte, annunciare che la speranza non delude significa andare controcorrente, persino contro l’evidenza di situazioni dolorose che sembrano senza via d’uscita. Ma è proprio in quei momenti che può meglio manifestarsi come il nostro credere e il nostro sperare non vengano da noi, ma da Dio. Ed allora, se siamo davvero vicini, solidali con chi soffre, lo Spirito Santo può ravvivare nei cuori anche la fiamma ormai quasi spenta”.

Ed ha  tratteggiato alcune caratteristiche del vescovo: “Carissimi, il pastore è testimone di speranza con l’esempio di una vita saldamente ancorata in Dio e tutta donata nel servizio della Chiesa. E ciò avviene nella misura in cui egli è identificato con Cristo nella sua vita personale e nel suo ministero apostolico: allora lo Spirito del Signore dà forma al suo modo di pensare, ai suoi sentimenti, ai suoi comportamenti. Soffermiamoci insieme su alcuni tratti che caratterizzano questa testimonianza”.

La prima caratteristica riguarda l’unità: “Anzitutto, il Vescovo è il principio visibile di unità nella Chiesa particolare a lui affidata. È suo compito fare in modo che essa si edifichi nella comunione tra tutti i suoi membri e con la Chiesa universale, valorizzando il contributo dei diversi doni e ministeri per la crescita comune e per la diffusione del Vangelo. In questo servizio, come in tutta la sua missione, il Vescovo può contare sulla speciale grazia divina conferitagli nell’Ordinazione episcopale: essa lo sostiene come maestro di fede, come santificatore e guida spirituale; anima la sua dedizione per il Regno di Dio, per la salvezza eterna delle persone, per trasformare la storia con la forza del Vangelo”.

La seconda caratteristica riguarda la vita teologale: “Il che equivale a dire: uomo pienamente docile all’azione dello Spirito Santo, che suscita in lui la fede, la speranza e la carità e le alimenta, come la fiamma del fuoco, nelle diverse situazioni esistenziali”.

Riprendendo la Lettera agli Ebrei il papa ha sottolineato che il vescovo è un ‘uomo di fede’: “Che bello questo ritratto dell’uomo di fede: uno che, per la grazia di Dio, vede oltre, vede la meta, e rimane saldo nella prova. Pensiamo alle volte in cui Mosè intercede per il popolo al cospetto di Dio. Ecco: il Vescovo nella sua Chiesa è l’intercessore, perché lo Spirito mantiene viva nel suo cuore la fiamma della fede”.

Quindi il vescovo è ‘uomo di speranza’: “Specialmente quando il cammino del popolo si fa più faticoso, il Pastore, per virtù teologale, aiuta a non disperare: non a parole ma con la vicinanza. Quando le famiglie portano pesi eccessivi e le istituzioni pubbliche non le sostengono adeguatamente; quando i giovani sono delusi e nauseati di messaggi illusori; quando gli anziani e le persone con disabilità gravi si sentono abbandonati, il Vescovo è vicino e non offre ricette, ma l’esperienza di comunità che cercano di vivere il Vangelo in semplicità e in condivisione”.

Due ‘caratteristiche’ che confluiscono nella carità: “E così la sua fede e la sua speranza si fondono in lui come uomo di carità pastorale. Tutta la vita del Vescovo, tutto il suo ministero, così diversificato e multiforme, trova la sua unità in questo che sant’Agostino chiama amoris officium. Qui si esprime e traspare al massimo grado la sua esistenza teologale. Nella predicazione, nelle visite alle comunità, nell’ascolto dei presbiteri e dei diaconi, nelle scelte amministrative, tutto è animato e motivato dalla carità di Gesù Cristo Pastore.

Con la sua grazia, attinta quotidianamente nell’Eucaristia e nella preghiera, il Vescovo dà esempio di amore fraterno nei confronti del suo coadiutore o ausiliare, del Vescovo emerito e dei Vescovi delle diocesi vicine, dei suoi collaboratori più stretti come dei preti in difficoltà o ammalati. Il suo cuore è aperto e accogliente, e così è la sua casa”.

Tali virtù confluiscono nella ‘prudenza pastorale’, secondo l’insegnamento di papa Francesco: “La prudenza pastorale è la sapienza pratica che guida il Vescovo nelle sue scelte, nel governare, nei rapporti con i fedeli e con le loro associazioni. Un chiaro segno della prudenza è l’esercizio del dialogo come stile e metodo nelle relazioni e anche nella presidenza degli organismi di partecipazione, cioè nella gestione della sinodalità nella Chiesa particolare”.

Tali caratteristiche si vivono nello stile di vita: “Ha uno stile semplice, sobrio e generoso, dignitoso e nello stesso tempo adeguato alle condizioni della maggior parte del suo popolo. Le persone povere devono trovare in lui un padre e un fratello, non sentirsi a disagio nell’incontrarlo o entrando nella sua abitazione. Egli è personalmente distaccato dalle ricchezze e non cede a favoritismi sulla base di esse o di altre forme di potere. Il Vescovo non deve dimenticare che, come Gesù, è stato unto di Spirito Santo e inviato a portare il lieto annuncio ai poveri”.

Tra questi stili di vita c’è il celibato, che significa ‘castità del cuore’: “Insieme alla povertà effettiva, il Vescovo vive anche quella forma di povertà che è il celibato e la verginità per il Regno dei cieli. Non si tratta solo di essere celibe, ma di praticare la castità del cuore e della condotta e così vivere la sequela di Cristo e offrire a tutti la vera immagine della Chiesa, santa e casta nelle membra come nel Capo. Egli dovrà essere fermo e deciso nell’affrontare le situazioni che possono dare scandalo ed ogni caso di abuso, specialmente nei confronti di minori, attenendosi alle attuali disposizioni”.

Tutte queste caratteristiche non escludono le virtù: “Possiamo menzionare la lealtà, la sincerità, la magnanimità, l’apertura della mente e del cuore, la capacità di gioire con chi gioisce e soffrire con chi soffre; e così pure il dominio di sé, la delicatezza, la pazienza, la discrezione, una grande propensione all’ascolto e al dialogo, la disponibilità al servizio. Anche queste virtù, delle quali ciascuno di noi è più o meno dotato per natura, possiamo e dobbiamo coltivarle in conformità a Gesù Cristo, con la grazia dello Spirito Santo”.

Mentre in mattinata ai seminaristi delle diocesi del Triveneto ha rivolto un invito ad essere comunità: “Non pensatevi quindi soli, e nemmeno pensatevi da soli…Abbiate piena fiducia nei vostri formatori, senza ritrosie o doppiezze. E voi, formatori, siate buoni compagni di strada dei seminaristi che vi sono affidati: offrite loro l’umile testimonianza della vostra vita e della vostra fede; accompagnateli con affetto sincero. Sappiatevi tutti sostenuti dalla Chiesa, anzitutto nella persona del Vescovo”.

Ed ecco l’invito finale ad avere lo sguardo su Gesù: “Infine, la cosa più importante: tenete fisso lo sguardo su Gesù, coltivando la relazione di amicizia con Lui… Egli chiede, come scriveva papa Francesco nell’enciclica ‘Dilexit nos’, ‘di non vergognarti di riconoscere la tua amicizia con il Signore. Ti chiede di avere il coraggio di raccontare agli altri che è un bene per te averlo incontrato’. Incontrare Gesù, infatti, salva la nostra vita e ci dona la forza e la gioia di comunicare il Vangelo a tutti”.

(Foto: Santa Sede)

Don Maurizio Girolami: il Concilio di Nicea segnò l’unità dei cristiani

“Il prossimo anno, i cristiani di tutto il mondo celebreranno i millesettecento anni dal primo Concilio ecumenico, Nicea. Questo anniversario ci ricorda che professiamo la stessa fede e, quindi, abbiamo la stessa responsabilità di offrire segni di speranza che testimoniano la presenza di Dio nel mondo”: così si era espresso a metà dicembre papa Francesco ricevendo una delegazione del Consiglio Metodista mondiale, ribadendo il desiderio di recarsi a Nicea.

Tale proposito era stato espresso da papa Francesco in una lettera autografa indirizzata al patriarca ecumenico, Bartolomeo I, in occasione della festa di sant’Andrea: “Cattolici e ortodossi non devono mai cessare di pregare e lavorare insieme per disporci ad accogliere il dono divino dell’unità. Non dobbiamo perdere di vista la meta ultima a cui tutti aneliamo, né possiamo perdere la speranza che questa unità possa essere realizzata nel corso della storia e in un tempo ragionevole”.

Il suo desiderio era quello di celebrare insieme al patriarca Bartolomeo questo anniversario: “Questo anniversario non riguarderà solo le antiche Sedi che hanno preso parte attivamente al Concilio, ma tutti i cristiani che continuano a professare la loro fede con le parole del Credo niceno-costantinopolitano. Il ricordo di quell’importante evento rafforzerà sicuramente i legami già esistenti e spingerà tutte le Chiese a una rinnovata testimonianza nel mondo di oggi. La fraternità vissuta e la testimonianza data dai cristiani saranno un messaggio anche per il nostro mondo afflitto dalla guerra e dalla violenza”.

E nel secondo numero dello scorso anno della rivista della Facoltà teologica del Triveneto, ‘Studia Patavina’,  i professori Chiara Curzel e Maurizio Girolami avevano scritto il ‘valore’ del ‘noi’ del Concilio niceno: “A Nicea, però, il soggetto fu il ‘noi’, quella nuova comunità diversificata per luoghi e culture ma accomunata dalla fede condivisa e da questo momento in poi da un condiviso modo di esprimerla e di trasmetterla. Il cammino sinodale che stiamo compiendo in questi mesi ci riconsegna l’importanza di ripartire da questo assunto fondamentale: la fede è un dono dato a una comunità di discepoli e questi insieme credono, insieme celebrano, insieme testimoniano la loro appartenenza a Cristo”.

Partendo da queste sollecitazioni abbiamo chiesto a don Maurizio Girolami, preside della Facoltà teologica del Triveneto, di raccontarci il significato per i cristiani di questo 1700^ anniversario del Concilio di Nicea: “Il primo Concilio ecumenico della Chiesa indivisa fu convocato dall’Imperatore Costantino che segnò un cambio profondo nel movimento cristiano. Infatti, dichiarando la fede in Cristo una religione lecita come le altre presenti nell’Impero, ha definitivamente chiuso l’epoca delle persecuzioni, sospendendo l’azione statale di contrasto alla presenza cristiana. Tale decisione fece capire che i cristiani non erano più da perseguitare, ma andavano favoriti per la loro capillare presenza in tutti gli strati della società del tempo e il loro impegno religioso e sociale.

Le persecuzioni, tuttavia, non furono così minacciose della vita della Chiesa come invece le divisioni interne, dettate per lo più dai vari protagonismi ecclesiali, già denunciati da Paolo nella prima lettera ai Corinzi, ed dalla mancanza di un’autorità dottrinale centrale che facesse da mediatore tra le varie posizioni teologiche che affioravano or qua or là. La proposta di Ario, presbitero di Alessandria, agli inizi del IV secolo, creò uno sconquasso nel rivedere la formula battesimale ‘al ribasso’, rinunciando, di fatto, a dire che Padre e Figlio e Spirito Santo sono l’unico e medesimo Dio. Poiché la formula battesimale, a partire dal mandato del Risorto (Mt 28,19) è sempre stato il punto di riferimento imprescindibile per la vita cristiana, la proposta ariana andava a toccare un aspetto essenziale che non poteva lasciare indifferenti.

Costantino, convocando a Nicea (oggi Iznik) il primo concilio, cercò di creare le condizioni affinché i capi delle Chiese potessero trovare espressioni di fede condivise, allontanando definitivamente le lacerazioni nel corpo ecclesiale. Ricordare Nicea dopo 1700 implica almeno due aspetti importanti: il primo è l’unità della Chiesa, condizione indispensabile per annunciare l’unico Dio di Gesù Cristo salvatore dell’umanità. Se la Chiesa si presenta divisa, soprattutto sul come professa e vive la fede, la credibilità della sua azione s’incrina. Un secondo aspetto è l’importanza di una formula di fede che ha come sua struttura fondamentale proprio la formula battesimale.

Il Credo che ancora i cristiani recitano ogni domenica, pur ampliato lungo il corso della storia, fu a Nicea per la prima volta codificato perché tutti i cristiani potessero ricordare, non tanto delle frasi a memoria, ma che la sorgente della vita cristiana è il battesimo ricevuto nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Dal battesimo nasce la vita in Cristo, immersa nel mistero della sua Pasqua e in relazione con il dono dello Spirito in cammino verso il Padre. Nicea ha così ribadito un punto essenziale già chiaro nei vangeli”.  

Quanto è importante oggi per l’unità dei cristiani questo Concilio?

“Innanzitutto, perché ricorda un evento ecclesiale che ha chiamato tutto il mondo cristiano a trovare un centro di unità attorno alla professione di fede. Va sempre ricordato che la vita cristiana nasce come risposta personale e comunitaria al dono ricevuto in Cristo. Poiché la fede ha una sua intrinseca dimensione ecclesiale, Nicea risulta essere il primo atto ufficiale e pubblico davanti all’autorità imperiale. Alla luce poi della storia bimillenaria della Chiesa, che ha conosciuto tante, troppe, divisioni al suo interno, chiunque tra i credenti abbia passione per il vangelo, sa che questo trova la sua forza nel legame di fraternità che i discepoli di Gesù coltivano tra di loro.

Perciò una chiesa divisa è una chiesa debole; una Chiesa che cammina verso l’unità, favorendo non l’uniformità ma il pluralismo che l’unico vangelo è in grado di far splendere da ogni cultura, è una chiesa affidabile, credibile, degna di essere ascoltata e guardata come un punto di riferimento. Nicea sta lì nella memoria della nostra storia a ricordarci che si possono trovare le vie per incontrarsi”.   

‘Il Concilio di Nicea è una pietra miliare nella storia della Chiesa. L’anniversario della sua ricorrenza invita i cristiani a unirsi nella lode e nel ringraziamento alla Santissima Trinità e in particolare a Gesù Cristo, il Figlio di Dio, ‘della stessa sostanza del Padre’, che ci ha rivelato tale mistero di amore. Ma Nicea rappresenta anche un invito a tutte le Chiese e Comunità ecclesiali a procedere nel cammino verso l’unità visibile, a non stancarsi di cercare forme adeguate per corrispondere pienamente alla preghiera di Gesù’ Per quale motivo papa Francesco nella bolla giubilare aveva sottolineato che esso è un’importante opportunità?

“Nonostante cattolici e ortodossi abbiano calendari diversi da diversi secoli, domenica 20 aprile è stata un’occasione del tutto speciale, per celebrare insieme la Pasqua nello stesso giorno. Fin dalla prima apparizione sulla piazza di san Pietro, papa Francesco, presentandosi come vescovo di Roma, aveva fatto capire quanto per lui era importante il rapporto con le chiese apostoliche ortodosse. Gli incontri poi avvenuti con il patriarca Bartolomeo non avevano fatto che confermare e consolidare questo desiderio così ardente di vivere la fraternità tra Chiese. Il Giubileo, nel segno della speranza, è nella sua matrice biblica un momento di liberazione da ogni forma di schiavitù e oppressione, soprattutto da quella del peccato che divide, separa, impoverisce la vita cristiana.

Vivere Nicea e celebrare la Pasqua assieme con le Chiese apostoliche ortodosse ci aiuta a lavorare ancora più alacremente per togliere di mezzo ciò che ci divide e cercare ciò che ci unisce. A partire dalla comune celebrazione della Pasqua, origine della vita cristiana, potremo trovare nuove vie per ripensare i rapporti tra Chiese e la presenza cristiana in questo nostro mondo afflitto dalle guerre, dagli egoismi, dalla diseguaglianza sociale ed economica, dalle ingiustizie e violenze presenti ovunque in ogni forma. L’anniversario di Nicea, nell’anno Giubilare, grazie anche a questa provvidenziale circostanza di date coincidenti, ci aiuta a cogliere i segni dei tempi e la voce dello Spirito che è principio di unità e comunione. Speriamo che non solo i nostri vescovi, ma tutto il popolo di Dio possa lasciarsi guidare dall’urgenza e dalla necessità di vivere il cammino di fraternità di tutte le chiese cristiane. Sarà forse la testimonianza più efficace nel mondo di cosa significhi vivere da cristiani”.

Quale può essere l’apporto delle facoltà teologiche all’unità dei cristiani?

“Il primo compito di una facoltà teologica è conoscere la ricchezza della tradizione ecclesiale per comprenderla, per poterla esprimere nel linguaggio del nostro tempo e farne vedere la risonanza del perenne vangelo di Gesù, vero e attuale per ogni uomo di ogni tempo. Il lavoro teologico è di fondamentale importanza in un mondo che vive di informazioni, di parole e di discorsi. La teologia, occupandosi del mistero di Dio, ha come sua previo esercizio quella della purificazione del linguaggio perchè non sia banale, non sia ambiguo, non sia solo d’effetto, ma corrisponda il più possibile alla verità del vangelo e alla semplicità dell’umanità di Gesù che ha saputo comunicarsi a tutti.

Più si approfondisce il messaggio cristiano più si impara anche a prendere le distanze da ogni forma con la quale il vangelo è giunto a noi: ogni generazione ha cercato il suo proprio modo di dire e vivere il vangelo, senza poterlo esaurire. Anche oggi c’è bisogno che le generazioni presenti e future accolgano la vita in Cristo con le forma con le quale riusciamo a viverlo, ma senza fermarsi ad esse e cercando quella creatività che restituisce ancor di più luce al ricco vangelo di Gesù e a rendere unica ogni esperienza umana.

Inculturazione ed esculturazione posso sembrare parole astratte e difficili da comprendere, ma ci dicono che il vangelo di Gesù non può accadere se non in una forma umana precisa, collocata storicamente e geograficamente, e nello stesso tempo che nessuna ‘forma’ storica del vangelo riesce ad esaurirne la sua ricchezza e profondità. Le facoltà teologiche sono ‘al fronte’ per conoscere il vangelo, le culture del passato, le culture vicine e lontane del presente, per dare un linguaggio nuovo, credibile e vivibile dell’unico vangelo”.  

In quale modo la facoltà teologica sostiene la sinodalità?

“Il cammino sinodale di questi ultimi anni ha restituito a tutti gli organismi ecclesiali il compito dell’ascolto rispettoso e attivo e il senso della partecipazione responsabile da parte di ciascun credente. L’organizzazione richiesta in ogni facoltà non mette in secondo piano i livelli di autorità, che si strutturano, fondamentalmente, sul rapporto educativo che si instaura tra studente e comunità educante. Pensare ad una comunità accademica in senso orizzontalista, sarebbe un danno innanzitutto per gli studenti e per la qualità della ricerca.

La prassi sinodale ecclesiale però ci ha educato un po’ alla volta a valorizzare al massimo gli organismi di partecipazione, a dare più peso alla voce degli studenti, ad entrare in dialogo con le fragilità umane, sociali e culturali spesso nascoste, ad ascoltare la vita delle persone nella loro globalità esistenziale, ad essere più rispettosi di ogni cultura umana.

Lo stile sinodale ci permette di dire che la Facoltà non è un servizio, accademicamente qualificato, di cui semplicemente ci si serve per ottenere un qualche titolo, ma diventa una palestra di umanità nella quale si impara che vi è un corpo sociale ed ecclesiale che chiede a tutti partecipazione responsabile per poter mettere tutti nelle condizioni di raggiungere la maturità di Cristo, come dice l’apostolo. Perciò lo stile sinodale, si può dirlo con forza, ha aiutato la Facoltà ad esprimere e vivere la sua vocazione ad essere nella Chiesa un luogo di intelligenza del vangelo capace di comunicarsi a tutti”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV agli sportivi: lo sport aiuta ad incontrare la Trinità

“Vi esorto a vivere l’attività sportiva, anche ai livelli agonistici, sempre con spirito di gratuità, con spirito ‘ludico’ nel senso nobile di questo termine, perché nel gioco e nel sano divertimento la persona umana assomiglia al suo Creatore’: prima della recita dell’Angelus per la solennità della Santissima Trinità papa Leone XIV ha concluso il giubileo degli sportivi sottolineando il valore del gesto ludico.

In questo periodo il papa ha ribadito che lo sport deve servire per costruire la pace: “Mi preme poi sottolineare che lo sport è una via per costruire la pace, perché è una scuola di rispetto e di lealtà, che fa crescere la cultura dell’incontro e della fratellanza. Sorelle e fratelli, vi incoraggio a praticare questo stile in modo consapevole, opponendovi ad ogni forma di violenza e di sopraffazione”.

Ed ha elencato alcune delle molte guerre in atto nel mondo, invocando la fine dei conflitti: “Il mondo oggi ne ha tanto bisogno! Sono molti, infatti, i conflitti armati. Nel Myanmar, nonostante il cessate-il-fuoco, continuano i combattimenti, con danni anche alle infrastrutture civili. Invito tutte le parti a intraprendere la strada del dialogo inclusivo, l’unica che può condurre a una soluzione pacifica e stabile.

Nella notte tra il 13 e il 14 giugno, nella città di Yelwata, nell’area amministrativa locale di Gouma, nello Stato di Benue in Nigeria, si è verificato un terribile massacro, in cui circa duecento persone sono state uccise con estrema crudeltà, la maggior parte delle quali erano sfollati interni, ospitati dalla missione cattolica locale. Prego affinché la sicurezza, la giustizia e la pace prevalgano in Nigeria, Paese amato e così colpito da varie forme di violenza. E prego in modo particolare per le comunità cristiane rurali dello Stato di Benue, che incessantemente sono state vittime della violenza”.

Non ha dimenticato la situazione nel Sudan, in Medio Oriente ed in Ucraina: “Penso anche alla Repubblica del Sudan, da oltre due anni devastata dalle violenze. Mi è giunta la triste notizia della morte del Rev.do Luke Jumu, parroco di El Fasher, vittima di un bombardamento. Mentre assicuro le mie preghiere per lui e per tutte le vittime, rinnovo l’appello ai combattenti affinché si fermino, proteggano i civili e intraprendano un dialogo per la pace.

Esorto la comunità internazionale a intensificare gli sforzi per fornire almeno l’assistenza essenziale alla popolazione, duramente colpita dalla grave crisi umanitaria. Continuiamo a pregare per la pace in Medio Oriente, in Ucraina e nel mondo intero”.

Mentre nella celebrazione eucaristica il papa ha collegamento lo sport alla solennità della Trinità: “Il binomio Trinità-sport non è esattamente di uso comune, eppure l’accostamento non è fuori luogo. Ogni buona attività umana, infatti, porta in sé un riflesso della bellezza di Dio, e certamente lo sport è tra queste. Del resto, Dio non è statico, non è chiuso in sé. E’ comunione, viva relazione tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, che si apre all’umanità e al mondo. La teologia chiama tale realtà pericoresi, cioè ‘danza’: una danza d’amore reciproco”.

Quindi ha messo in evidenzia che anche a Dio piace ‘giocare’: “E’ da questo dinamismo divino che sgorga la vita. Noi siamo stati creati da un Dio che si compiace e gioisce nel donare l’esistenza alle sue creature, che ‘gioca’, come ci ha ricordato la prima Lettura. Alcuni Padri della Chiesa parlano addirittura, arditamente, di un Deus ludens, di un Dio che si diverte. Ecco perché lo sport può aiutarci a incontrare Dio Trinità: perché richiede un movimento dell’io verso l’altro, certamente esteriore, ma anche e soprattutto interiore. Senza questo, si riduce a una sterile competizione di egoismi”.

Ed ha segnalato tre parole, di cui la condivisione è importante, perché unisce: “In primo luogo, in una società segnata dalla solitudine, in cui l’individualismo esasperato ha spostato il baricentro dal ‘noi’ all’ io, finendo per ignorare l’altro, lo sport (specialmente quando è di squadra) insegna il valore della collaborazione, del camminare insieme, di quel condividere che, come abbiamo detto, è al cuore stesso della vita di Dio. Può così diventare uno strumento importante di ricomposizione e d’incontro: tra i popoli, nelle comunità, negli ambienti scolastici e lavorativi, nelle famiglie!”

Un secondo elemento riguarda il contatto con la vita: “In secondo luogo, in una società sempre più digitale, in cui le tecnologie, pur avvicinando persone lontane, spesso allontanano chi sta vicino, lo sport valorizza la concretezza dello stare insieme, il senso del corpo, dello spazio, della fatica, del tempo reale. Così, contro la tentazione di fuggire in mondi virtuali, esso aiuta a mantenere un sano contatto con la natura e con la vita concreta, luogo in cui solo si esercita l’amore”.

Infine lo sport insegna a convivere con l’imperfezione, richiamando le parole di san Giovanni Paolo II durante il Giubileo degli sportivi del 2000: “In terzo luogo, in una società competitiva, dove sembra che solo i forti e i vincenti meritino di vivere, lo sport insegna anche a perdere, mettendo l’uomo a confronto, nell’arte della sconfitta, con una delle verità più profonde della sua condizione: la fragilità, il limite, l’imperfezione. Questo è importante, perché è dall’esperienza di questa fragilità che ci si apre alla speranza. L’atleta che non sbaglia mai, che non perde mai, non esiste. I campioni non sono macchine infallibili, ma uomini e donne che, anche quando cadono, trovano il coraggio di rialzarsi”.

Concludendo l’omelia ha ricordato uno sportivo d’eccezione, Pier Giorgio Frassati: “Pensiamo al Beato Pier Giorgio Frassati, patrono degli sportivi, che sarà proclamato santo il prossimo 7 settembre. La sua vita, semplice e luminosa, ci ricorda che, come nessuno nasce campione, così nessuno nasce santo. E’ l’allenamento quotidiano dell’amore che ci avvicina alla vittoria definitiva e che ci rende capaci di lavorare all’edificazione di un mondo nuovo.

Lo affermava anche san Paolo VI, vent’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, ricordando ai membri di un’associazione sportiva cattolica quanto lo sport avesse contribuito a riportare pace e speranza in una società sconvolta dalle conseguenze della guerra”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV auspica una data comune per la Pasqua

“Porgo un caloroso benvenuto a tutti voi, che partecipate al Simposio Nicea e la Chiesa del terzo millennio: verso l’unità cattolico-ortodossa, organizzato congiuntamente da Œcumenicum (l’Istituto di Studi Ecumenici dell’Angelicum) e dall’Associazione Teologica Ortodossa Internazionale. In modo speciale saluto i rappresentanti delle Chiese Ortodosse e Ortodosse Orientali, molti dei quali mi hanno onorato con la loro presenza alla Messa di inaugurazione del mio Pontificato”: con tali parole papa Leone XIV  ha salutato i partecipanti al Simposio Ecumenico dedicato al 1700° Anniversario del Concilio di Nicea, sul tema ‘Nicea e la Chiesa del Terzo Millennio: Verso l’Unità Cattolico-Ortodossa’, che si chiude oggi all’Università Pontificia San Tommaso d’Aquino – Angelicum.

Scusandosi per il ritardo il papa ha sottolineato che il Concilio niceno apre uno sguardo sul futuro dei rapporti tra le Chiese: “Il Concilio di Nicea non è solo un evento del passato, ma una bussola che deve continuare a guidarci verso la piena unità visibile dei cristiani. Il Primo Concilio Ecumenico è fondamentale per il cammino comune che cattolici e ortodossi hanno intrapreso insieme dal Secondo Concilio Vaticano. Per le Chiese orientali, che commemorano la sua celebrazione nel loro calendario liturgico, il Concilio di Nicea non è semplicemente un Concilio tra gli altri o il primo di una serie, ma il Concilio per eccellenza, che ha promulgato la norma della fede cristiana, la confessione di fede dei 318 Padri”.

Ed ha sottolineato i tre temi messi a fuoco dal simposio, di cui il primo consiste in una visione nuova dei problemi: “Sono convinto che ritornando al Concilio di Nicea e attingendo insieme a questa sorgente comune, saremo in grado di vedere in una luce diversa i punti che ancora ci separano. Attraverso il dialogo teologico e con l’aiuto di Dio, otterremo una migliore comprensione del mistero che ci unisce. Celebrando insieme questa fede nicena e proclamandola insieme, avanzeremo anche verso il ripristino della piena comunione tra noi”.

Il secondo nodo riguarda la sinodalità: “Il Concilio di Nicea ha inaugurato un cammino sinodale per la Chiesa da seguire nella gestione delle questioni teologiche e canoniche a livello universale. Il contributo dei delegati fraterni delle Chiese e delle comunità ecclesiali dell’Oriente e dell’Occidente al recente Sinodo sulla sinodalità, tenutosi qui in Vaticano, è stato uno stimolo prezioso per una maggiore riflessione sulla natura e sulla pratica della sinodalità… Spero che la preparazione e la commemorazione congiunta del 1700° anniversario del Concilio di Nicea saranno un’occasione provvidenziale”.

Infine il papa ha messo in evidenza la Pasqua: “Come sappiamo, uno degli obiettivi del Concilio di Nicea era quello di stabilire una data comune per Pasqua al fine di esprimere l’unità della Chiesa in tutta l’oikoumene. Purtroppo, le differenze nei rispettivi calendari non permettono più ai cristiani di celebrare insieme la festa più importante dell’anno liturgico, causando problemi pastorali all’interno delle comunità, dividendo le famiglie e indebolendo la credibilità della nostra testimonianza del Vangelo. Sono state proposte diverse soluzioni che consentirebbero ai cristiani, rispettando il principio di Nicea, di celebrare insieme la ‘Festa delle Feste’.

In quest’anno, quando tutti i cristiani hanno celebrato la Pasqua nello stesso giorno, vorrei riaffermare la disponibilità della Chiesa Cattolica alla ricerca di una soluzione ecumenica che favorisca una celebrazione comune della resurrezione del Signore e, di conseguenza, dia maggiore forza missionaria alla nostra predicazione del nome di Gesù e della salvezza che nasce dalla fede nella verità salvifica del Vangelo”.

Ed ha concluso l’incontro di vigilia della Pentecoste con una preghiera per l’unità dei cristiani: “Fratelli e sorelle, in questa vigilia di Pentecoste, ricordiamo che l’unità cui i cristiani aspirano non sarà principalmente il frutto dei nostri sforzi, né sarà realizzata attraverso modelli o schemi prestabiliti. Piuttosto, l’unità sarà un dono ricevuto ‘come Cristo vuole e con i mezzi che Egli vuole’, attraverso l’azione dello Spirito Santo. Perciò in questo momento vorrei invitarvi ad alzarvi tutti e insieme possiamo pregare implorando dallo Spirito il dono dell’unità.

La preghiera che reciterò invoca l’unità dello Spirito ed è tratta dalla tradizione orientale: O Re Celeste, Consolatore, Spirito di Verità che sei ovunque e riempi ogni cosa; Tesoro di Benedizioni e Datore di vita, vieni e dimora in noi, purificaci da ogni impurità e salva, Benigno, le nostre anime”.

(Foto: Santa Sede)

Novendiali: papa Francesco artefice di unità

Da mercoledì 7 maggio i cardinali elettori si riuniranno nella Cappella Sistina, immersi nella bellezza degli affreschi michelangioleschi, mentre continuano i preparativi, sia un punto di vista logistico, sia soprattutto per ragionare intorno alle questioni che il 266^ successore di Pietro dovrà affrontare in comunione con tutta la Chiesa. Intanto sul tetto della Cappella Sistina è stato montato il comignolo, mentre i cardinali hanno parlato di evangelizzazione e di Chiese orientali, di testimonianza dell’unità, ma anche dell’importanza del Codice di Diritto canonico, dell’ermeneutica della continuità negli ultimi tre pontificati, della liturgia e della sinodalità.

Nel frattempo proseguono le cerimonie dei Novendiali, nei quali il card. Claudio Gugerotti, già Prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, ha sottolineato la fede nella resurrezione: “La risurrezione, infatti, come ci ricorda la prima Lettura, non è un fenomeno intrinseco alla natura umana. E’ Dio che ci fa risorgere, mediante il suo Spirito. Dalle acque del Battesimo noi siamo emersi come nuove creature, familiari di Dio, suoi intimi o, come dice San Paolo, figli adottivi e non più schiavi…

A questo grido si associa la creazione intera che, nelle doglie del parto, aspetta la sua guarigione. Sembrano avere così poco valore oggi il creato e la persona umana. Eppure tra noi ci sono cardinali, come quelli provenienti dall’Africa, che sentono spontaneamente la bellezza del frutto di queste doglie, perché una nuova vita è per i loro popoli un valore inestimabile”.

Nella resurrezione la creazione prende nuova forza: “Intorno a noi non facciamo altro che percepire il grido della creazione e in essa quello di chi è destinato alla gloria ed è la finalità per la quale la creazione è stata voluta: la persona umana. Grida la terra ma soprattutto grida una umanità travolta dall’odio, a sua volta frutto di una profonda svalutazione del valore della vita che, come abbiamo sentito, per noi cristiani è partecipazione alla famiglia di Dio, fino alla concorporeità e consanguineità con il Cristo Signore, che stiamo celebrando in questo sacramento dell’Eucaristia”.

Infatti nell’omelia il card. Gugerotti ha sottolineato il valore della vita: “Chi ama la sua vita la perderà, ci ricorda il Vangelo secondo Giovanni, e chi odia la propria vita la troverà. In questa frase così estrema il Signore esprime la nostra specificità di cristiani, considerati dal mondo seguaci di un perdente, di uno sconfitto della vita, che attraverso la morte, e non attraverso l’edificazione di un regno terreno, ha salvato il mondo e redento ciascuno di noi”.

Tale vangelo della vita è sempre stato insegnato da papa Francesco: “Papa Francesco ci ha insegnato a raccogliere il grido della vita violata, ad assumerlo e presentarlo al Padre, ma anche ad operare per alleviare concretamente il dolore che suscita questo grido, a qualsiasi latitudine e negli infiniti modi con cui il male ci indebolisce e ci distrugge”.

Nonostante le incomprensioni del passato oggi la Chiesa sta ritornando a respirare con due polmoni: “Papa Francesco, che ci ha insegnato ad amare la diversità e la ricchezza dell’espressione di tutto ciò che è umano, oggi credo esulti al vederci insieme per la preghiera per lui e per l’intercessione di lui. E noi ancora una volta ci impegniamo, mentre molti di loro sono costretti a lasciare le loro antiche terre, che furono Terra Santa, per salvare la vita e vedere un mondo migliore, a sensibilizzarci, come aveva voluto il nostro papa, per accoglierli e aiutarli nelle nostre terre a conservare la specificità del loro apporto cristiano, che è parte integrante del nostro essere Chiesa cattolica”.

E le liturgie orientali sono ricche di bellezza: “La loro liturgia è tutta intessuta di questo stupore. E così, ad esempio, in questo tempo liturgico, la tradizione bizantina ripete senza fine questa esperienza ineffabile, dicendo, cantando e comunicando agli altri: ‘Cristo è risorto dai morti, calpestando con la morte la morte, e ai morti dei sepolcri ha elargito la vita’. E lo ripetono costantemente, come per farlo entrare nel cuore proprio e degli altri.

Questo stesso stupore esprime anche la liturgia armena, nel pregare con le parole di quel san Gregorio di Narek che proprio Papa Francesco volle ascrivere tra i Dottori della Chiesa e che la tradizione ha reso parte integrante dell’eucologia eucaristica… Ecco solo due esempi della forza vibrante con cui l’emozione del cuore si mescola in oriente alla lucidità della mente per descrivere la nostra immensa povertà salvata dall’infinità dell’amore di Dio”.

Mentre nel sesto giorno dei Novendiali il card. Víctor Manuel Fernández, già Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha evidenziato la tenerezza di papa Francesco nell’annunciare Cristo: “Papa Francesco è di Cristo, appartiene a Lui, e ora che ha lasciato questa terra è pienamente di Cristo. Il Signore ha preso Jorge Bergoglio con se sin dal suo battesimo, e lungo tutta la sua esistenza. Lui è di Cristo, che ha promesso per lui la pienezza della vita.

Sapete con quanta tenerezza parlava di Cristo papa Francesco, come godeva il dolce nome di Gesù, come buon gesuita. Lui sapeva bene di essere suo, e sicuramente Cristo non l´ha lasciato, non l´ha perso. Questa è la nostra speranza che celebriamo con gioia pasquale sotto la luce preziosa di questo Vangelo di oggi. Non possiamo ignorare che stiamo celebrando pure la giornata dei lavoratori, che stavano tanto a cuore a papa Francesco”.

E’ stato un ricordo particolare nella giornata della festa del lavoro: “Ma permettetemi presentare pure papa Francesco come un lavoratore. Lui non solo parlava del valore del lavoro, ma tutta la sua vita è stato uno che viveva la sua missione con grande sforzo, passione e compromesso. Per me è stato sempre un mistero capire come poteva sopportare, anche essendo un uomo grande e con diverse malattie, un ritmo di lavoro così tanto esigente. Lui non solo lavorava al mattino con diverse riunioni, udienze, celebrazioni ed incontri, ma anche tutto il pomeriggio. E mi è sembrato veramente eroico che con le pochissime forze che aveva nei suoi ultimi giorni si è fatto forte per visitare un carcere”.

Al termine ha ricordato la particolare devozione del papa a san Giuseppe: “Infine, fatemi ricordare l’amore di Papa Francesco verso san Giuseppe, quel forte e umile lavoratore, quel falegname di un piccolo paese dimenticato, che col suo lavoro si prendeva cura de Maria e di Gesù. E ricordiamo pure che quando Papa Francesco aveva un grosso problema, metteva un pezzetto di carta con una supplica sotto l’immagine di san Giuseppe”.

(Foto: Santa Sede)

Don Matteo Cella: dalla pandemia si esce uniti

Nei giorni scorsi a Caravaggio i vescovi delle diocesi lombarde hanno condiviso una proposta per ricordare le vittime della pandemia di coronavirus esplosa 5 anni fa, che in questa regione manifestò gli effetti più drammatici: “Troppo profonde sono le ferite, troppo diffuse sono le lacrime che la pandemia del Covid ha lasciato nelle nostre terre, troppo deprimenti sono le memorie… A cinque anni dalla fase più acuta della pandemia, continuiamo a pregare e a invitare a pregare per i morti e per le famiglie e le persone ferite dalla morte in quei mesi. Preghiamo e invitiamo a pregare perché tutti possiamo trovare buone ragioni per superare la sofferenza senza dimenticare la lezione di quella tragedia: la solidarietà necessaria, la vigilanza attenta, la speranza invincibile che nasce della fede nel Risorto”.

 Infatti tra il 21 e il 25 febbraio 2020 diventa evidente l’esistenza del focolaio di Alzano-Nembro e da queste giornate drammatiche, a distanza di anni, don Matteo Cella, che è stato sacerdote dell’oratorio di Nembro dal 2011 al 2022, e Claudio Cancelli, che è stato sindaco di quel comune dal 2012 al 2022, hanno scritto ‘Carovane. La tempesta del Covid ed il futuro di una comunità’, dedicato alla comunità di Nembro: i protagonisti dei racconti dei due autori sono le donne e gli uomini di questa comunità che, nel periodo più buio della sua storia durante la pandemia, si sono attivati in modo generoso e corale, facendosi carico sia dei bisogni concreti e materiali sia di quelli di vicinanza e di cura delle persone nelle loro più intime emozioni:

“Ciò ha permesso di attraversare la tempesta senza perdere la traccia e il senso della nostra esistenza di fronte al dramma che si stava vivendo. E così è stato possibile legare l’eredità delle vite di chi ci ha lasciato con il progetto del nostro futuro comune: di generazione in generazione… Ciò che è avvenuto non deve andare perduto: va narrato e diventare tema di riflessione.

Perché è stata possibile questa risposta? Come si può affrontare il lutto e come riuscire ad essere buoni eredi? Come conciliare la memoria del nostro passato con i nostri progetti futuri? Sapremo essere migliori o tutto ritornerà come prima? Ciò che di ‘buono’ abbiamo scoperto in questa drammatica esperienza saremo in grado di renderlo vivo ogni giorno e non solo nel tempo pandemico? Sono solo alcune delle domande a cui viene cercata una provvisoria risposta”.

Il libro è composto di due parti, ognuna suddivisa in sette capitoli. La prima parte ha per titolo ‘I Racconti’ ed è una narrazione a due voci di ciò che la comunità ha provato e vissuto, dai due punti di vista del sindaco e del sacerdote. I protagonisti dei racconti sono le persone che hanno segnato l’esperienza di quei mesi. La seconda parte ha per titolo ‘Le trame’ ed è una riflessione comune orientata al futuro sul significato e il valore della risposta della comunità nella tempesta. Nasce da un dialogo tra il laico e il religioso, tra il sindaco e il sacerdote, che riscoprono intrecci e sensibilità oltre i ruoli e finiscono per unire le loro voci in una condivisione di esperienze e valori profondi che trasforma entrambi.

A don Matteo Cella chiediamo di spiegarci il titolo: “Il titolo ‘Carovane’ fa immaginare un gruppo unito, diversificato al suo interno ma coeso, cha affronta una tempesta, una prova difficile. Solo insieme agli altri, riconoscendo il cammino di chi precede e di chi segue, si può sopravvivere. ‘Il futuro è segnato dalla presenza di un Altro che ci sta di fronte, ci interroga, ci offre delle possibilità e ci arricchisce rispondendo alle nostre attese’, scriviamo nell’ultimo capitolo del libro. La convinzione che l’esperienza del Covid a Nembro ci ha consegnato è che si può uscire dell’emergenza e immaginare un futuro buono solo insieme e uniti.

C’è una domanda che non possiamo tacere: dopo la pandemia siamo diversi, migliori di come eravamo prima? Se le persone hanno intuito il valore della cura e del rispetto per la vita e l’hanno fatto diventare una scelta convinta allora possiamo rispondere di si. Per molti non sarà così: ecco perché abbiamo deciso di scrivere questo libro, per non sprecare l’occasione di cambiamento. Tanta fatica, tanto dolore non possono essere passati invano”.

Quanto è importante una comunità per affrontare la tempesta?

“Il termine comunità spesso è usato senza un grande significato, sembra una parola desueta oppure vaga. Le persone sembrano preferire considerarsi come individui a sé stanti. Invece la pandemia ci ha insegnato che non può essere così: che noi viviamo insieme ad altri e che condizioniamo le esistenze delle altre persone. Possiamo farlo negativamente oppure possiamo diventare risorsa gli uni per gli altri. L’esperienza di Nembro è stata quella di una vera comunità nella quale ognuno si è chiesto come poter contribuire al bene comune. E le ‘istituzioni’ hanno giocato il ruolo di coordinamento per le tante risorse che si sono attivate. E’ stata un’esperienza virtuosa che il giornalista Mario Calabresi nella prefazione a Carovane definisce con queste parole: Una comunità è più della somma delle sue parti”.

Come ha ‘reagito’ Nembro davanti alla ‘tempesta’ del Covid?

“Nelle settimane più dure della pandemia del 2020, dopo un iniziale stato di confusione collettiva dovuto anche alla mancanza di risposte chiare da parte delle istituzioni, la comunità ha cercato di reagire, ha dato il meglio di sé. Si è attivata una rete di volontari che hanno garantito tutto ciò che mancava: assistenza alle persone sole, un centralino telefonico per fornire ogni tipo di informazione, sostegno ai ragazzi a casa senza la scuola, aiuto ai malati o alle persone fragili non più raggiunte dai servizi sanitari. Anche i più giovani hanno deciso di fare la loro parte: tramite l’oratorio si sono resi protagonisti di gesti di altruismo e di servizio come la trasmissione della liturgia tramite i social, la ripulitura del cimitero, la diffusione delle informazioni e la distribuzione di materiali utili casa per casa, lo spazio compiti da remoto e molto altro ancora”.

In quale modo è possibile una rielaborazione del ricordo?

“Oggi a distanza di quattro anni il rischio è di dimenticare il dramma del Covid oppure di relegarlo alla dimensione del ricordo spiacevole. Invece quell’esperienza va rielaborata. Cosa abbiamo capito di noi e degli altri in quella circostanza? Che cosa ci ha tenuti uniti? Che cosa è mancato? Sono tutti interrogativi che devono trovare una risposta. Il covid ha sollevato molte questioni fondamentali che vanno chiarite per poter decidere che tipo di società vogliamo costruire per il domani: sanità, istruzione, cittadinanza attiva devono avere un ruolo centrale nel dibattito pubblico. Il libro che abbiamo scritto è l’invito a riflettere su come allenare il senso di una comune appartenenza per non farci trovare impreparati di fronte alle prossime sfide”.

Come trasformare la memoria in conoscenza ‘utile’?

“Alcune tra le persone che sono morte a causa del Covid erano pilastri della comunità. Senza di loro chi guiderà il volontariato o farà alcuni servizi? La domanda non è utilitarista: il tempo della crisi può diventare l’occasione di un rilancio. Capire la preziosità di chi è mancato può spronare ad assumere in maniera creativa quei ruoli: una memoria attiva che rigenera il tessuto sociale e consegna ai giovani uno spazio inedito di protagonismo”.

I proventi del libro sono stati destinati ad un’associazione giovanile: come hanno reagito i giovani di fronte alla pandemia?

“Dopo la pandemia a Nembro sono nate o si sono rafforzate molte iniziative promosse dai più giovani. L’associazione ‘Migliori di Così’ a cui sono destinati i proventi della vendita del libro è una di queste: un gruppo di ragazzi e ragazze che ha dato vita a un festival culturale estivo per riflettere sulla rinascita ovvero su come generare futuro. Chi si è sentito utile per la collettività ha preso coraggio e si è fatto avanti: questo dinamismo è prezioso, va alimentato”.

La pandemia ha fatto sperimentare la solitudine e la paura: cosa è necessario per una comunità, che vuole ‘rinnovarsi’?

“E’ fondamentale non solo ricordare ma anche rielaborare, far diventare quella che è stata un’esperienza per tanti aspetti traumatizzante, per altri molto nobile per tutto quel che di bene si è speso, far diventare questa esperienza una vera e propria sapienza. C’è bisogno di fare memoria, che sappia portare a razionalità le grandi sfide, anche le grandi risorse messe in atto. C’è bisogno di capire quali sono i processi che hanno reso una comunità unita, capace di aiutare gli altri, capace di generare iniziative, di attrarre energie anche in un momento in cui tutti erano intimoriti e avevano la preoccupazione di capire che cosa fosse giusto, opportuno e possibile”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Francesco: le opere di carità sono il frutto dell’Eucarestia

A termine delle udienze previste questa mattina, papa Francesco è stato ricoverato al Policlinico Agostino Gemelli ‘per alcuni necessari accertamenti diagnostici e per proseguire in ambiente ospedaliero le cure per la bronchite tutt’ora in corso’, come ha riferito la Sala Stampa Vaticana. Le udienze odierne si sono svolte regolarmente nell’ufficio privato del papa in Casa Santa Marta, incontrando il card. Luis Antonio Tagle, pro-prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione, Robert Fico, primo ministro della Repubblica Slovacca, Mark Thompson, presidente e amministratore delegato della CNN, e i membri della Fondazione ‘Gaudium et Spes’, con un ringraziamento per le opere di sostegno svolte:

“Con gioia vi ricevo oggi in questo anno giubilare che abbiamo appena iniziato e che fa di noi tutti ‘pellegrini della speranza’. Desidero ringraziarvi per il compito che svolgete, specialmente a favore dei più poveri, seguendo gli insegnamenti della costituzione conciliare da cui avete preso il nome e che onorate con le vostre azioni”.

Proprio tali attività si concretizzano secondo uno spirito ecclesiale: “In tal senso, la Fondazione e le sue opere rendono attuale questo documento, che coincide con lo spirito sinodale della Chiesa, dove tutti siamo uniti in Cristo, formando una fratellanza universale, come membri del suo Corpo. Questa unione si realizza per mezzo dello Spirito Santo, che è Amore, e si manifesta nella solidarietà, specialmente verso quanti più soffrono”.

Tale ‘amicizia’ è resa possibile dall’Eucarestia: “Questo rimanere in Cristo ci rende famiglia, fratelli, con la stessa dignità. E il nutrimento di questa famiglia che si riunisce per mangiare insieme la domenica nella Messa, è l’Eucarestia. Formiamo un solo corpo, perché mangiamo lo stesso pane. E’ il cibo spirituale che si serve a tutti in egual misura, e ci fa vivere in comunione con Dio e con i nostri fratelli”.

Ed ha concluso l’incontro con un ringraziamento: “Questa forza dello Spirito Santo ci porta a essere strumenti dell’amore di Dio che vuole giungere a tutti gli uomini, senza distinzione. Perciò, in questo Anno Santo, desidero ringraziarvi perché siete motivo di speranza per tante persone che soffrono e sono scoraggiate, persone che, attraverso le vostre opere, sentono che Dio le accarezza e le consola nelle sofferenze”.

Dopo le udienze il ricovero al Policlinico ‘Gemelli’ e di conseguenza è stato riprogrammato il calendario degli impegni previsti per i prossimi giorni: l’udienza giubilare di sabato 15 febbraio è stata annullata e la Messa in occasione del Giubileo degli Artisti e del Mondo della cultura, di domenica 16 febbraio, sarà presieduta dal card. Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, mentre l’incontro con gli artisti, previsto per lunedì 17 a Cinecittà, è annullato per l’impossibilità del papa alla presenza.

Papa Francesco invita a celebrare la Pasqua unitariamente

“Gesù arriva nella casa delle sue amiche, Marta e Maria, quando il loro fratello Lazzaro è già morto da quattro giorni. Ogni speranza sembra ormai perduta, al punto che le prime parole di Marta esprimono il suo dolore insieme al rammarico perché Gesù è arrivato tardi… E’ quell’atteggiamento di lasciare sempre la porta aperta, mai chiusa! E Gesù, infatti, le annuncia la risurrezione dalla morte non soltanto come un evento che si verificherà alla fine dei tempi, ma come qualcosa che accade già nel presente, perché Lui stesso è risurrezione e vita… Soffermiamoci anche su questo interrogativo: ‘Credi questo? E’ una domanda breve ma impegnativa”.

Nella giornata conclusiva della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani nel giorno della conversione di san Paolo, papa Francesco ha riletto la resurrezione di Lazzaro, affermando che la speranza non svanisce: “Questo tenero incontro tra Gesù e Marta, che abbiamo ascoltato nel Vangelo, ci insegna che, anche nei momenti di desolazione, non siamo soli e possiamo continuare a sperare. Gesù dona vita, anche quando sembra che ogni speranza sia svanita.

Dopo una perdita dolorosa, una malattia, una delusione amara, un tradimento subito o altre esperienze difficili, la speranza può vacillare; ma se ciascuno di noi può vivere momenti di disperazione o incontrare persone che hanno perso la speranza, il Vangelo ci dice che con Gesù la speranza rinasce sempre, perché dalle ceneri della morte Egli sempre ci rialza. Gesù ci rialza sempre, ci dona la forza di riprendere il cammino, di ricominciare”.

Per questo la speranza non delude: “La speranza è quella corda alla quale noi siamo aggrappati con l’ancora sulla spiaggia. E questo non delude mai! Questo è importante anche per la vita delle Comunità cristiane, delle nostre Chiese e delle nostre relazioni ecumeniche. A volte siamo sopraffatti dalla fatica, siamo scoraggiati per i risultati del nostro impegno, ci sembra che anche il dialogo e la collaborazione tra di noi siano senza speranza, quasi destinati alla morte e, tutto ciò, ci fa sperimentare la stessa angoscia di Marta; ma il Signore viene”.

Quindi è stato un invito a credere che la speranza è nella resurrezione: “Questo messaggio di speranza è al centro del Giubileo che abbiamo iniziato… Tutti (tutti!) abbiamo ricevuto lo stesso Spirito, e questo è il fondamento del nostro cammino ecumenico. C’è lo Spirito che ci guida in questo cammino. Non sono cose pratiche per capirci meglio. No, c’è lo Spirito, e noi dobbiamo andare sotto la guida di questo Spirito”.

Ecco il motivo per cui ha ricordato l’importanza del Concilio di Nicea: “E questo Anno giubilare della speranza, celebrato dalla Chiesa cattolica, coincide con un anniversario di grande significato per tutti i cristiani: il 1700° anniversario del primo grande Concilio ecumenico, il Concilio di Nicea.

Questo Concilio si impegnò a preservare l’unità della Chiesa in un momento molto difficile, e i Padri conciliari approvarono all’unanimità il Credo che molti cristiani recitano ancora oggi ogni domenica durante l’Eucaristia. Questo Credo è una professione di fede comune, che va oltre a tutte le divisioni che nel corso dei secoli hanno ferito il Corpo di Cristo”.

Quest’anno è data un’opportunità: “L’anniversario del Concilio di Nicea rappresenta dunque un anno di grazia; rappresenta anche una opportunità per tutti i cristiani che recitano lo stesso Credo e credono nello stesso Dio: riscopriamo le radici comuni della fede, custodiamo l’unità! Sempre avanti! Quell’unità che tutti noi vogliamo trovare, che accada. Non vi viene in mente quello che diceva un grande teologo ortodosso, Ioannis Zizioulas: ‘Io so quando sarà la data dell’unità piena: il giorno dopo il giudizio finale’? Ma nel frattempo dobbiamo camminare insieme, lavorare insieme, pregare insieme, amarci insieme. E questo è molto bello!”

Ma l’anniversario del Concilio di Nicea è anche una ‘sfida’: “L’anniversario, infatti, non deve essere celebrato solo come ‘memoria storica’, ma anche come impegno a testimoniare la crescente comunione tra di noi. Dobbiamo fare in modo di non lasciarcela sfuggire, di costruire legami solidi, di coltivare l’amicizia reciproca, di essere tessitori di comunione e di fraternità”.

Una ‘sfida’ che si può concretizzare nella celebrazione pasquale in un unico giorno: “In questa Settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani possiamo vivere l’anniversario del Concilio di Nicea anche come un richiamo a perseverare nel cammino verso l’unità. Provvidenzialmente, quest’anno, la Pasqua sarà celebrata nello stesso giorno nei calendari gregoriano e giuliano, proprio durante questo anniversario ecumenico.

Rinnovo il mio appello affinché questa coincidenza serva da richiamo a tutti i cristiani a compiere un passo decisivo verso l’unità, intorno a una data comune, una data per la Pasqua; e la Chiesa Cattolica è disposta ad accettare la data che tutti vogliono fare: una data dell’unità”.

Ed ha concluso l’omelia con l’invito a confermare la propria fede in Gesù attraverso la professione di fede del Credo niceno: “In Gesù la speranza è sempre possibile. Egli sostiene anche la speranza del nostro cammino comune verso di Lui. E ritorna ancora la domanda fatta a Marta e stasera rivolta a noi: ‘Tu credi questo?’ Ci crediamo nella comunione tra di noi? Crediamo che la speranza non delude?

Care sorelle, cari fratelli, questo è il tempo di confermare la nostra professione di fede nell’unico Dio e trovare in Cristo Gesù la via dell’unità. Nell’attesa che il Signore ‘torni nella gloria per giudicare i vivi e i morti’, non stanchiamoci mai di testimoniare, davanti a tutti i popoli, l’unigenito Figlio di Dio, fonte di ogni nostra speranza”.

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