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Fratel Chialà: l’unità dei cristiani riparte dal Concilio di Nicea
“Al centro della Settimana di quest’anno c’è la domanda che Gesù rivolge a Marta nel racconto della resurrezione di Lazzaro: ‘Credi tu questo?’ Riceveremo anche noi, insieme, questa domanda, la stessa per tutti e posta dall’unico Signore, e saremo chiamati insieme a riflettere sulla nostra fede, sulla nostra testimonianza e sul nostro servizio, e a rispondere, ognuno e tutti. Disponiamoci dunque a condividere la gratitudine per la vocazione che abbiamo ricevuto e a rispondere alla domanda di Gesù a Marta, chiedendo allo Spirito di allargare i nostri cuori, di aprire le nostre menti, di orientare i nostri passi e di farci vivere la realtà della fraternità che supera le nostre storie particolari. Che il nostro incontrarci provenendo da strade diverse possa anche essere una testimonianza in tempi sempre più conflittuali”.
E’ l’auspicio che chiude il messaggio che per la prima volta, tutti insieme, i rappresentanti delle Chiese cristiane in Italia rivolgono alle loro comunità per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che si celebra fino al 25 gennaio, firmato da mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Cei, dal pastore Daniele Garrone, presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, dal metropolita Polycarpos, della Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia, dal vescovo anglicano della diocesi in Europa (Chiesa d’Inghilterra), dai responsabili della Chiesa armena, della Chiesa copta di Roma e di Milano, dell’Esercito della Salvezza, dalla moderatora della Tavola valdese, dall’amministrazione delle parrocchie della Chiesa ortodossa russa (Patriarcato di Mosca) in Italia, dal Decano della Chiesa evangelica luterana in Italia, dal presidente dell’Unione Cristiana evangelica battista d’Italia, dal Coordinatore della Comunione delle Chiese libere, dal vescovo della diocesi ortodossa romena, dal presidente dell’Opera per le Chiese evangeliche metodiste in Italia, dal rappresentante della Chiesa serbo ortodossa e dal vescovo Chiesa evangelica della Riconciliazione.
La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è animata dalla Comunità di Bose, sul tema ‘Credi tu questo?’. Al priore fratel Sabino Chialà, incontrato a Tolentino, nelle Marche, su invito del Sermit odv, chiediamo se questa domanda di Gesù è un interrogativo ‘pesante’:
“Sì! Lo spunto è venuto dal fatto che quest’anno ricorrono 1700 anni dal Concilio di Nicea, che è il primo Concilio ecumenico dove si definisce per la prima volta una ‘formula’ di fede, che poi è accolta da tutti i cristiani. Il comitato che organizza questa settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ha chiesto a noi di scrivere i testi. Quindi ci è sembrato bene ‘puntare’ sul tema della fede, iniziando a chiedere quale è l’essenziale di ciò in cui diciamo di credere. La domanda, tratta dal Vangelo secondo Giovanni, in cui Gesù rivolge questa domanda ad una delle sorelle di Lazzaro (‘Credi tu questo?’), cioè credi nel Figlio di Dio, interrogandola sulla qualità della sua fede”.
Per quale motivo Gesù pone questa domanda?
“In questo episodio Marta ha appena rivolto a Gesù la domanda sulla morte di suo fratello Lazzaro, e Gesù le dice se ella crede nella Resurrezione. La risposta: ‘Sì, credo che risorgeremo alla fine’; ma Gesù ribatte: ‘Io sono la resurrezione e la vita: credi tu questo?’. La richiama alla sua fede, non tanto nell’idea della Resurrezione, ma alla fede nel Risorto, cioè nell’uomo Gesù, destinato alla Resurrezione e che in Lui ciascuno di noi otterrà la consapevolezza di poter vivere aldilà della morte”.
Dopo 1700 anni quale significato assume il Concilio di Nicea?
“Questo è un grande problema, perché il Concilio di Nicea nasce in un contesto storico molto particolare ed è stato anche utilizzato dall’imperatore per poter creare un’unità all’interno del mondo politico del tempo; quindi può essere anche interpretato in maniera non proprio evangelica. Per i cristiani è per la prima volta il convergere sul fatto che in Gesù non riconosciamo non solo un profeta particolare, ma il Figlio di Dio, cioè quell’uomo che allo stesso tempo è pienamente uomo e pienamente Dio.
Questo è detto per la prima volta da tutti i cristiani, anche se quel Concilio ha avuto una ricezione difficile, in quanto esso è stato convocato per il fatto che alcuni negavano questa fede, in particolare Ario. Però, alla fine, tutte le Chiese cristiane, attraverso un lento cammino, arrivano ad accogliere questa fede ed a farne la base della loro comune fede in Gesù. Il nostro essere cristiani si basa su questa comune professione di fede”.
Quindi è possibile ‘mangiare e bere dallo stesso calice’?
“Per me sì; però, siccome ci sono alcuni elementi teologici, che le Chiese non condividono, purtroppo ancora oggi non è possibile. Ritengo che si potrebbe fare qualcosa in più da questo punto di vista, in quanto il cammino teologico ha portato a chiarire molti punti di discordia tra le confessioni di fede. E’ vero che ancora ci sono alcune questioni aperte e per alcune Chiese tali questioni sono dirimenti, cioè bisogna che prima si giunga ad una definizione chiara e poi si può partecipare allo stesso calice.
Da questo punto di vista le Chiese ragionano in modo molto diverso: per la Chiesa cattolica e per alcune Chiese protestanti sarebbe possibile, almeno secondo alcune condizioni, accedere ad una celebrazione eucaristica comune in vista di una unità; per le Chiese ortodosse, invece, è proprio la celebrazione eucaristica che sancisce l’unità. Quindi nella loro visione è un controsenso celebrare l’eucarestia, continuando ad essere disuniti. Sono due approcci diversi, entrambi rispettabili. In via ordinaria questo non è possibile, ma ciò non toglie che ci sono anche casi in cui questo accade in maniera profetica”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco invita alla testimonianza
“In occasione del Suo insediamento come quarantasettesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, porgo un cordiale saluto e l’assicurazione delle mie preghiere affinché Dio Onnipotente Le conceda sapienza, forza e protezione nell’esercizio delle Sue alte funzioni. Ispirato dagli ideali della Nazione, terra di opportunità e di accoglienza per tutti, spero che sotto la Sua guida il popolo americano prosperi e si impegni sempre nella costruzione di una società più giusta, in cui non ci sia spazio per l’odio, la discriminazione o l’esclusione. Allo stesso tempo, mentre la nostra famiglia umana affronta numerose sfide, senza contare il flagello della guerra, chiedo a Dio di guidare i Suoi sforzi nella promozione della pace e della riconciliazione tra i popoli. Con questi sentimenti, invoco su di Lei, sulla Sua famiglia e sull’amato popolo americano l’abbondanza delle benedizioni divine”.
Con un messaggio papa Francesco ha inviato al neo presidente degli USA, Donald Trump, gli auguri per il nuovo mandato presidenziale nell’auspicio che si faccia promotore di pace e di riconciliazione tra i popoli, mentre la giornata ha offerto incontri con una delegazione ecumenica dalla Finlandia, giunta a Roma in occasione della festa di Sant’Enrico con l’invito a camminare nella speranza:
“Come messaggero di pace, sant’Enrico ci esorta a non cessare mai di elevare le nostre preghiere per il dono tanto prezioso quanto fragile della pace. Dobbiamo pregare per la pace! Allo stesso tempo, il santo Patrono della Finlandia è simbolo dell’unità donata da Dio, perché la sua festa continua a unire i cristiani di diverse Chiese e Comunità ecclesiali nel lodare insieme il Signore”.
Inoltre ha sottolineato il valore del Credo niceno, dopo aver ringraziato i cantori della Cappella ‘Sanctae Mariae’: “Rimanendo in tema musicale, potremmo dire che il Credo niceno, che tutti condividiamo, è una straordinaria ‘partitura’ di fede. E questa ‘sinfonia della verità’ è Gesù Cristo stesso, il centro della sinfonia. Egli è la verità fatta carne: vero Dio e vero uomo, nostro Signore e Salvatore”.
Ha concluso l’incontro con l’invito a testimoniare la vocazione ‘ecumenica’ con la recita del Padre Nostro: “Chiunque ascolti questa “sinfonia della verità” – non solo con le orecchie, ma con il cuore – sarà toccato dal mistero di Dio che si protende verso di noi, pieno di amore, nel suo Figlio. E su questo amore fedele si fonda la speranza che non delude! Non dimenticare mai questo: la speranza non delude. Testimoniare questo amore incarnato è la nostra vocazione ecumenica, nella comunione di tutti i battezzati”.
Mentre alla comunità dell’Almo Collegio Caprinica di Roma, che prepara i diplomatici della Santa Sede, ma soprattutto dei sacerdoti, in occasione della festa di sant’Agnese, ha sottolineato la necessità di persone formate nella fede: “I vostri Vescovi vi hanno inviato a Roma per prepararvi al ministero ordinato o perfezionare la vostra formazione nei suoi primi anni.
Ho saputo che venite da trentanove diverse diocesi: ventisei italiane, quattordici non italiane, tra cui un’eparchia della Chiesa Siro-Malabarese. In questa varietà di provenienze e appartenenze si riflette qualcosa del volto uno e molteplice del santo Popolo fedele di Dio. Non dimenticare questo: il santo Popolo fedele di Dio, che siamo noi, la Chiesa. E non dimenticare quello che dice la teologia: il santo Popolo fedele di Dio è ‘infallibile in credendo’. Non dimenticatevi questo”.
Inoltre ha sottolineato il significato di ‘Almo’, dato al Collegio, riprendendo una citazione di Dante Alighieri: “Questo appellativo può essere tradotto, in italiano, con ‘che nutre’ o ‘che dà vita e mantiene in vita’… In un contesto come il vostro ci si può ‘nutrire bene’ se non si smarrisce la strada, ‘vaneggiando’, state attenti a questo! Quando è che si finisce per ‘vaneggiare’? Quando si trascurano le relazioni fondamentali, le ‘vicinanze’ che più volte ho avuto modo di richiamare parlando ai seminaristi e ai ministri ordinati”.
E’ stato un invito ad avere cura della missione: “Abbiate cura della missione alla quale Gesù chiama oggi la Chiesa, in tempi complessi ma sempre raggiunti dalla misericordia divina. Vivete questa missione con lo stile che opportunamente qualifichiamo come ‘sinodale’…
Vi invito calorosamente a sentirvi parte di questo cammino e a promuoverlo fin da ora: in Collegio, nelle Università Pontificie dove studiate, nelle parrocchie di Roma, nella Casa di reclusione di Rebibbia, all’Ospedale Bambin Gesù, luoghi in cui siete presenti per l’esperienza pastorale prevista dal cammino formativo. E’ stato il coraggio di san Paolo VI a mettere proprio la sinodalità alla fine del Concilio e aprire il cammino sinodale”.
Ed infine ha invitato a non trascurare le opere di carità: “La carità si esprime in modo concreto, non con parole, nel vostro Collegio, anche attraverso un piccolo ma prezioso servizio di assistenza a persone bisognose che sanno di poter trovare in voi un sostegno per affrontare con meno fatica il peso della vita. Vi aiuti anche questo servizio a non ‘vaneggiare’, come avviene quando si perde il contatto con chi si trova in situazioni di marginalità e di disagio… Non è tanto l’elemosina l’importante, ma quel rapporto con il povero, con Gesù povero lì presente. Guardare gli occhi, toccare le mani”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco: dialogo ecumenico per la pace nel mondo
“La commemorazione liturgica dell’apostolo Andrea, patrono del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, mi offre l’opportunità di esprimere, a nome di tutta la Chiesa cattolica e a nome mio, sentiti auguri a Vostra Santità, ai membri del Santo Sinodo, al clero, ai monaci e a tutti i fedeli riuniti nella Cattedrale patriarcale di San Giorgio a Phanar. Vi invio anche l’assicurazione delle mie fervide preghiere affinché Dio Padre, fonte di ogni dono, vi conceda abbondanti benedizioni celesti per intercessione di Sant’Andrea, primo dei chiamati e fratello di San Pietro. La delegazione che ho inviato anche quest’anno dimostra l’affetto fraterno e il profondo rispetto che continuo a nutrire per Vostra Santità e per la Chiesa affidata alle vostre cure pastorali”: così ha scritto papa Francesco nel messaggio inviato al patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I in occasione della festa di sant’Andrea Apostolo, recapitato dal card. Kurt Koch, Prefetto del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani.
La delegazione della Santa Sede ha preso parte alla solenne Divina Liturgia presieduta dal patriarca ecumenico nella chiesa patriarcale di san Giorgio al Fanar ed ha avuto un incontro con il patriarca e conversazioni con la commissione sinodale incaricata delle relazioni con la Chiesa cattolica, nel ricordo dell’anniversario del decreto ‘Unitatis Redintegratio’:
“Pochi giorni fa, il 21 novembre, è stato il sessantesimo anniversario della promulgazione del Decreto ‘Unitatis Redintegratio’, che ha segnato l’ingresso ufficiale della Chiesa cattolica nel movimento ecumenico. Questo importante documento del Concilio Vaticano II ha aperto la strada al dialogo con le altre Chiese. Il nostro dialogo con la Chiesa ortodossa è stato e continua ad essere particolarmente fruttuoso. Il primo dei frutti ottenuti è certamente la rinnovata fraternità che oggi viviamo con particolare intensità, e per questo rendo grazie a Dio Padre Onnipotente”.
Nel messaggio il papa ha sottolineato che il documento ha segnato l’inizio del dialogo ecumenico: “Tuttavia, ciò che la Unitatis Redintegratio indica come fine ultimo del dialogo, la piena comunione tra tutti i cristiani, la condivisione dell’unico calice eucaristico, non si è ancora realizzato nemmeno con i nostri fratelli e sorelle ortodossi. Ciò non sorprende, perché le divisioni che risalgono a un millennio fa non possono essere risolte in pochi decenni. Allo stesso tempo, come sostengono alcuni teologi, l’obiettivo di ristabilire la piena comunione ha un’innegabile dimensione escatologica, in quanto il cammino verso l’unità coincide con quello della salvezza già donata in Gesù Cristo, alla quale la Chiesa parteciperà pienamente solo alla fine dei tempi”.
E la strada del dialogo ecumenico è stato sottolineato anche dal recente Sinodo dei vescovi: “L’impegno irreversibile della Chiesa cattolica sulla via del dialogo è stato riaffermato dalla recente Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, tenutasi in Vaticano dal 2 al 27 ottobre 2024. L’impulso a un rinnovato esercizio della sinodalità nella Chiesa cattolica favorirà certamente le relazioni tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, che ha sempre mantenuto viva questa costitutiva dimensione ecclesiale. Sono particolarmente lieto che i rappresentanti di altre Chiese, tra cui il metropolita Giobbe di Pisidia, delegato del Patriarca ecumenico di Costantinopoli, abbiano partecipato attivamente al processo sinodale. La sua presenza e il suo assiduo lavoro sono stati un arricchimento per tutti e un segno tangibile dell’attenzione e del sostegno che avete sempre dato al processo sinodale”.
Ed infine un richiamo all’anniversario del Concilio di Nicea: “Santità, l’ormai prossimo 1700° anniversario del Primo Concilio Ecumenico di Nicea sarà un’altra occasione per testimoniare la crescente comunione che già esiste tra tutti coloro che sono battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Ho già espresso più volte il desiderio di poter celebrare questo evento insieme a voi, e ringrazio sinceramente tutti coloro che hanno già iniziato a lavorare per renderlo possibile.
Questo anniversario non riguarderà solo le antiche sedi che parteciparono attivamente al Concilio, ma tutti i cristiani che continuano a professare la loro fede con le parole del Credo niceno-costantinopolitano. Il ricordo di quell’importante evento rafforzerà sicuramente i legami già esistenti e incoraggerà tutte le Chiese a una rinnovata testimonianza nel mondo di oggi”.
Mentre ai membri dell’associazione giapponese ‘Hidden Christian Research Association’ ha ricordato la fedeltà dei cristiani giapponese: “E’ appropriato che il nostro incontro abbia luogo alla vigilia della celebrazione della memoria di San Francesco Saverio, il grande missionario che sognò che la predicazione del Vangelo avrebbe prodotto una ricca messe di anime nella vostra Terra nativa. Come eredi di tale sogno, possa il vostro lavoro di educazione e conservazione rendere meglio noto e apprezzato questo eminente capitolo della storia dell’evangelizzazione.
Cari amici, quando pensiamo all’eroismo dei primi missionari, al coraggio dei martiri giapponesi e alla perseveranza della piccola ma fedele Comunità cattolica del vostro Paese, come non rivolgere il pensiero ai fratelli cristiani che ai nostri giorni subiscono la persecuzione e perfino la morte per il nome di Gesù? Vi chiedo di unirvi a me nel pregare per loro, e per quelli che soffrono per i frutti amari della guerra, della violenza, dell’odio e dell’oppressione”.
Ed anche ai partecipanti al convegno nel centenario della prima ‘All Religions’ Conference’, promossa dalla ‘Sree Narayana Dharma Sanghom Trust’, il papa ha ricordato il primo organizzatore, Sree Narayana Guru: “Sree Narayana Guru ha dedicato la sua vita a promuovere il riscatto sociale e religioso con il suo chiaro messaggio che tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla loro etnia o dalle loro tradizioni religiose e culturali, sono membri dell’unica famiglia umana.
frateHa insistito sul fatto che non ci dev’essere discriminazione contro nessuno, in nessun modo e a nessun livello. Il suo messaggio è molto adatto al nostro mondo di oggi, dove assistiamo a crescenti casi di intolleranza e odio tra popoli e nazioni. Purtroppo, manifestazioni di discriminazione ed esclusione, tensioni e violenze basate sulle differenze di origine etnica o sociale, razza, colore, lingua e religione sono un’esperienza quotidiana per molte persone e comunità, soprattutto tra i poveri, gli indifesi e coloro che non hanno voce”.
E’ stato un richiamo al documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale: “Tutte le religioni insegnano la verità fondamentale che, in quanto figli dell’unico Dio, dobbiamo amarci e onorarci l’un l’altro, rispettare le diversità e le differenze in uno spirito di fraternità e di inclusione, prendendoci cura gli uni degli altri, nonché della terra, nostra casa comune. Il mancato rispetto dei nobili insegnamenti delle religioni è una delle cause della travagliata situazione in cui il mondo oggi si trova. I nostri contemporanei riscopriranno il valore degli alti insegnamenti delle tradizioni religiose solo se tutti ci sforzeremo di viverli e di coltivare relazioni fraterne e amichevoli con tutti, all’unico scopo di rafforzare l’unità nella diversità, assicurare una convivenza armoniosa tra le differenze ed essere operatori di pace, nonostante le difficoltà e le sfide che dobbiamo affrontare”.
Mentre ad un gruppo di parlamentari francesi ha chiesto di dare un’educazione ai giovani: “La prima realtà che vi invito a considerare oggi è l’urgenza di offrire ai giovani un’educazione che li orienti verso i bisogni degli altri e sappia incentivare il senso dell’impegno. Il giovane in crescita necessita di un ideale, perché è fondamentalmente generoso e aperto alle domande esistenziali. Sbaglia chi pensa che i giovani non aspirino ad altro che stare sul divano o sui social! Coinvolgere i giovani, coinvolgerli nel mondo reale, in una visita ad anziani o a persone disabili, una visita a poveri o migranti, questo li apre alla gioia dell’accoglienza e del dono, offrendo un po’ di conforto a persone rese invisibili da un muro di indifferenza. È curioso come l’indifferenza uccide la sensibilità umana! Esistono già diverse iniziative degne di nota che chiedono solo di essere seguite, incoraggiate e moltiplicate!”
Inoltre ha chiesto loro una riflessione sulla questione del ‘fine vita’: “Spero inoltre che, anche con il vostro contributo, il dibattito sulla questione essenziale della fine della vita possa essere condotto nella verità. Si tratta di accompagnare la vita al suo termine naturale attraverso uno sviluppo più ampio delle cure palliative. Come sapete, le persone alla fine della vita hanno bisogno di essere sostenute da assistenti che siano fedeli alla loro vocazione, che è quella di fornire assistenza e sollievo pur non potendo sempre guarire. Le parole non sempre servono, ma prendere per mano un ammalato, prendere per mano, questo fa tanto bene e non solo all’ammalato, anche a noi”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco ai giovani: la speranza non delude mai
“Sono felice di incontrarvi in occasione del ventesimo anniversario di questo organismo: un traguardo che diventa occasione per continuare a impegnarsi con fiducia, prima che la gioventù se ne vada”: con queste parole oggi papa Francesco ha incontrato i membri del Consiglio Nazionale dei giovani, invitandoli a non perdere la capacità di sognare, in occasione del ventennale della fondazione.
In occasione della prossima Giornata mondiale della Gioventù diocesana il papa ha sottolineato che le parole con le quali ha indetto il Giubileo aderiscono alle rilevazioni del Consiglio, in quanto la speranza non delude: “Sentite bene questo: la speranza non delude. Mai. Con queste parole ho indetto il Giubileo Ordinario del 2025. Mi ha fatto piacere leggere dalla vostra ‘Quarta Rilevazione dell’Indice di Fiducia’ che la speranza è l’atteggiamento interiore in cui i giovani italiani oggi si riconoscono di più. Incontriamo spesso persone sfiduciate perché guardano al futuro con scetticismo e pessimismo”.
E’ stato un invito ad essere artigiani di speranza e non ‘pessimisti’: “Quelle persone dalla faccia lunga, così… il pessimismo. E’ importante dunque sapere che i giovani italiani sanno essere artigiani di speranza perché sono capaci di sognare. Per favore, non perdere la capacità di sognare: quando un giovane perde questa capacità, non dico che diventa vecchio, no, perché i vecchi sognano. Diventa un ‘pensionato della vita’. E’ molto brutto. Per favore, giovani, non siate ‘pensionati della vita’, e non lasciatevi rubare la speranza! Mai! La speranza non delude mai!”
E’ stato un invito ad affrontare le sfide della vita senza smettere di sognare: “Come sappiamo (anche dalla cronaca di questi giorni) le sfide che vi riguardano sono tante: la dignità del lavoro, la famiglia, l’istruzione, l’impegno civico, la cura del creato e le nuove tecnologie. L’aumento di atti di violenza e di autolesionismo, fino al gesto più estremo di togliersi la vita, sono segni di un disagio preoccupante e complesso. Voi sapete che, nel mondo, i suicidi giovanili non si pubblicano tutti, si nascondono. E’ un cambiamento d’epoca, una metamorfosi non solo culturale ma anche antropologica. Per questo è fondamentale un cammino educativo che coinvolga tutti”.
Ecco l’invito ad essere testimoni della vita: “C’è una bellezza che va al di là dell’apparenza: è quella di ogni uomo e ogni donna che vivono con amore la loro vocazione personale, nel servizio disinteressato alla comunità, nel lavoro generoso per la felicità della famiglia, nell’impegno gratuito per far crescere l’amicizia sociale.
Scoprire, mostrare e mettere in risalto questa bellezza significa porre le basi della solidarietà sociale e della cultura dell’incontro. Il vostro servizio disinteressato per la verità e la libertà, per la giustizia e la pace, per la famiglia e la politica è il contributo più bello e più necessario che potete offrire alle istituzioni per la costruzione di una società nuova”.
Infine il papa ha invitato loro a non temere le difficoltà della vita: “Di fronte alle sfide e alle difficoltà che potrete incontrare nel vostro lavoro, non temete! Non abbiate paura di attraversare anche i conflitti. I conflitti ci fanno crescere. Ma non dimenticate che il conflitto è come un labirinto: dal labirinto non si può uscire da soli, si esce in compagnia di un altro che ci aiuti. Primo. E dal labirinto si esce dall’alto. Lasciatevi aiutare dagli altri”.
Quindi per il papa occorre guardare in alto: “E sempre guardare in alto perché la vita non sia un giro labirintico, che uccide la gioventù. Invecchiare in un labirinto è invecchiare nei valori superficiali. E’ triste vedere un uomo o una donna, giovane, che vive la sua vita nella superficialità… Serve, nella vostra vita (anche per attraversare i conflitti) serve la pazienza di trasformarli in capacità di ascolto, di riconoscimento dell’altro, di crescita reciproca.
Provare a superare i conflitti è il segno che abbiamo puntato più in alto, più in alto dei nostri interessi particolari, per uscire dalle sabbie mobili dell’inimicizia sociale. Andate avanti nel vostro servizio: cercare, custodire e portare la voce e la speranza dei giovani italiani nelle sedi istituzionali per partecipare insieme al bene comune”.
E li ha affidati al beato Pier Giorgio Frassati: “Vi affido al Beato Pier Giorgio Frassati. Lo conoscete? Io da bambino avevo sentito parlare di lui, perché il mio papà era membro dell’Azione Cattolica. E’ un giovane come voi, che ha testimoniato con la vita la gioia del Vangelo. Vi invito a conoscerlo e imitare la sua coerenza e il suo coraggio, la sua gioia”.
Mentre ai rappresentanti delle principali istituzioni di settore nel mondo, che partecipano ad un incontro internazionale promosso dalla Biblioteca Apostolica Vaticana papa Francesco ha chiesto la cura della cultura: “Molte istituzioni culturali si trovano così indifese davanti alla violenza delle guerre e della depredazione. Quante volte è già successo in passato! Impegniamoci perché non succeda più: allo scontro di civiltà, al colonialismo ideologico e alla cancellazione della memoria rispondiamo con la cura della cultura.
Sarebbe grave che, oltre alle tante barriere tra gli Stati, si innalzassero anche muri virtuali. A tale riguardo, voi bibliotecari avete un ruolo importante, oltre che per la difesa del patrimonio storico, anche per la promozione della conoscenza. Vi incoraggio a continuare a lavorare affinché le vostre istituzioni siano luoghi di pace, oasi di incontro e di libera discussione”.
Ed ecco i quattro criteri consegnati dal papa: “Il primo criterio: che il tempo sia superiore allo spazio. Voi custodite giacimenti immensi di sapere: possano diventare luoghi in cui sia dato il tempo di riflettere, aprendosi alla dimensione spirituale e trascendente. E così possiate favorire studi a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati, favorendo nel silenzio e nella meditazione la crescita di un nuovo umanesimo.
Secondo criterio: l’unità prevalga sul conflitto. La ricerca accademica suscita inevitabilmente momenti di controversia, che vanno svolti all’interno di un dibattito serio, per non giungere alla prevaricazione. Le biblioteche devono essere aperte a tutti gli ambiti di conoscenza, testimoniando una comunione d’intenti tra differenti prospettive.
Terzo criterio: che la realtà sia più importante dell’idea. E’ bene che la concretezza delle scelte e l’attenzione alla realtà crescano a stretto contatto con l’approccio critico e speculativo, per evitare ogni falsa opposizione tra pensiero ed esperienza, tra fatti e principi, tra prassi e teoria. C’è un primato della realtà che la riflessione deve sempre onorare, se vuole cercare sinceramente la verità.
E quarto criterio: che il tutto sia superiore alla parte. Siamo chiamati ad armonizzare la tensione tra locale e globale, ricordando che nessuno è un individuo isolato, ma ognuno è una persona che vive di legami e reti sociali, cui partecipare con responsabilità”.
Mentre nell’incontro con i seminaristi di Pamplona e San Sebastian il papa ha sottolineato che “il seminario non è una prigione, è un luogo dove imparare che un sacerdote è un uomo, un essere umano che vuole redimere, come il vostro arcivescovo mercedario, un redentore di prigionieri; perché un sacerdote non può essere altro che un’immagine viva di Gesù, il Redentore con la R maiuscola”.
E’ stato un invito ad andare nelle carceri: “Questo significa molte cose, ma una molto precisa è che dobbiamo scendere nelle carceri; certamente nelle carceri governative, per offrire a quanti vi sono reclusi l’olio della consolazione e il vino della speranza, ma anche in tutte quelle carceri che rinchiudono uomini e donne della nostra società: le prigioni ideologiche, quelle morali, quelle che creano lo sfruttamento, lo sconforto, l’ignoranza e la dimenticanza di Dio”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco: appello per l’unità tra i cristiani
“Io ho dato loro la stessa gloria che tu hai dato a me (Gv 17,22). Queste parole della preghiera di Gesù prima della Passione, si possono riferire in modo eminente ai martiri, glorificati per la testimonianza resa a Cristo. In questo luogo ricordiamo i Primi Martiri della Chiesa a Roma: sul loro sangue è stata costruita questa basilica, sul loro sangue è stata edificata la Chiesa. Possano questi Martiri rafforzare la nostra certezza che, avvicinandoci a Cristo, ci avviciniamo gli uni agli altri, sostenuti dalla preghiera di tutti i santi delle nostre Chiese, già perfettamente uniti dalla loro partecipazione al Mistero pasquale”.
Nella memoria liturgica di papa san Giovanni XXIII, che avviò il Concilio Vaticano II l’11 ottobre 1962, papa Francesco ha invitato all’unità tra le confessioni cristiane senza pronunciare quest’omelia, che è stata consegnata ai padri sinodali alla conclusione della veglia ecumenica animata dalla Comunità di Taizé nella piazza dei Protomartiri in Vaticano, insieme ai partecipanti al Sinodo ed ai fratelli e sorelle delle altre Chiese.
Ed ha ricordato che unità dei cristiani e sinodalità sono collegate: “In entrambi i processi, si tratta non tanto di costruire qualcosa quanto di accogliere e far fruttare il dono che già abbiamo ricevuto. E come si presenta il dono dell’unità? L’esperienza sinodale ci aiuta a scoprirne alcuni aspetti.
L’unità è una grazia, un dono imprevedibile. Il vero protagonista non siamo noi, ma lo Spirito Santo che ci guida verso una maggiore comunione. Come non sappiamo in anticipo quale sarà l’esito del Sinodo, così non sappiamo esattamente come sarà l’unità a cui siamo chiamati. Il Vangelo ci dice che Gesù, in quella sua grande preghiera, ‘alzò gli occhi al cielo’: l’unità non è innanzitutto un frutto della terra, ma del Cielo”.
Quindi per raggiungere l’unità è necessario un cammino, come è stato scritto nel decreto sull’ecumenismo ‘Unitatis Redintegratio’: “Un altro insegnamento che viene dal processo sinodale è che l’unità è un cammino: matura nel movimento, strada facendo. Cresce nel servizio reciproco, nel dialogo della vita, nella collaborazione di tutti i cristiani che ‘fa emergere più chiaramente il volto di Cristo servitore’.
Ma dobbiamo camminare secondo lo Spirito; o, come dice Sant’Ireneo, come tôn adelphôn synodía, ‘una carovana di fratelli’. L’unione tra i cristiani cresce e matura nel comune pellegrinaggio ‘al ritmo di Dio’, come i pellegrini di Emmaus accompagnati da Gesù risorto”.
Il terzo insegnamento riguarda l’unità come armonia: “Il Sinodo ci sta aiutando a riscoprire la bellezza della Chiesa nella varietà dei suoi volti. Così l’unità non è uniformità, né frutto di compromessi o di equilibrismi. L’unità dei cristiani è armonia nella diversità dei carismi suscitati dallo Spirito per l’edificazione di tutti i cristiani. L’armonia è la via dello Spirito, perché Egli stesso, come dice San Basilio, è armonia. Noi abbiamo bisogno di percorrere il sentiero dell’unità in virtù del nostro amore per Cristo e per tutte le persone che siamo chiamati a servire”.
Ma l’unità dei cristiani può essere ‘raggiunta’ attraverso la testimonianza: “Questa era la convinzione dei Padri conciliari nell’affermare che la nostra divisione ‘è di scandalo al mondo e danneggia la più santa delle cause: la predicazione del Vangelo ad ogni creatura’. Il movimento ecumenico è nato dal desiderio di testimoniare insieme, con gli altri e non lontano gli uni dagli altri, o peggio ancora gli uni contro gli altri”.
Ed ha ricordato i martiri: “In questo luogo i Protomartiri ci ricordano che oggi, in molte parti del mondo, cristiani di diverse tradizioni danno la vita insieme per la fede in Gesù Cristo, vivendo l’ecumenismo del sangue. La loro testimonianza è più forte di qualsiasi parola, perché l’unità viene dalla Croce del Signore”.
Infine ha ricordato lo ‘scandalo’ della divisione tra i cristiani: “Oggi esprimiamo anche la vergogna per lo scandalo della divisione dei cristiani, lo scandalo di non dare insieme testimonianza al Signore Gesù. Questo Sinodo è un’opportunità per fare meglio, superando i muri che ancora esistono tra noi.
Concentriamoci sul terreno comune del nostro comune Battesimo, che ci spinge a diventare discepoli missionari di Cristo, con una comune missione. Il mondo ha bisogno di una testimonianza comune, il mondo ha bisogno che siamo fedeli alla nostra comune missione”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco: lo Spirito Santo indica la missione della Chiesa
Seguendo il tema delle catechesi del mercoledì papa Francesco oggi ha meditato sullo Spirito Santo che scende nelle genti, come raccontato negli Atti degli Apostoli: “Il racconto della discesa dello Spirito Santo a Pentecoste inizia con la descrizione di alcuni segni preparatori (il vento fragoroso e le lingue di fuoco), ma trova la sua conclusione nell’affermazione: E tutti furono colmati di Spirito Santo”.
Ed ha evidenziato che è lo Spirito Santo l’unità della Chiesa: “San Luca, che ha scritto gli Atti degli Apostoli, mette in luce che lo Spirito Santo è Colui che assicura l’universalità e l’unità della Chiesa. L’effetto immediato dell’essere ‘colmati di Spirito Santo’ è che gli Apostoli ‘cominciarono a parlare in altre lingue’ e uscirono dal Cenacolo per annunciare Gesù Cristo alla folla”.
Questa è la missione della Chiesa: “Così facendo, Luca ha voluto mettere in risalto la missione universale della Chiesa, come segno di una nuova unità tra tutti i popoli. In due modi vediamo che lo Spirito lavora per l’unità. Da un lato, spinge la Chiesa verso l’esterno, perché possa accogliere un numero sempre maggiore di persone e di popoli; dall’altro lato, la raccoglie al suo interno per consolidare l’unità raggiunta. Le insegna a estendersi in universalità e a raccogliersi in unità. Universale e una: questo è il mistero della Chiesa”.
Ed ha indicato due episodi degli Atti degli Apostoli in cui lo Spirito Santo è in azione: “Il primo dei due movimenti (l’universalità) lo vediamo in atto nel capitolo 10 degli Atti, nell’episodio della conversione di Cornelio. Il giorno di Pentecoste gli Apostoli avevano annunciato Cristo a tutti i giudei e gli osservanti della legge mosaica, a qualsiasi popolo appartenessero. Ci vuole un’altra ‘pentecoste’, molto simile alla prima, quella in casa del centurione Cornelio, per indurre gli Apostoli ad allargare l’orizzonte e far cadere l’ultima barriera, quella tra giudei e pagani”.
Da lì il Cristianesimo si espande nel mondo, finora conosciuto: “A questa espansione etnica si aggiunge quella geografica. Paolo (si legge sempre negli Atti degli Apostoli) voleva annunciare il Vangelo in una nuova regione dell’Asia Minore; ma, è scritto, ‘lo Spirito Santo glielo aveva impedito’; voleva passare in Bitinia ‘ma lo Spirito di Gesù non lo permise’. Si scopre subito il perché di questi sorprendenti divieti dello Spirito: la notte seguente l’Apostolo riceve in sogno l’ordine di passare in Macedonia. Il Vangelo usciva così dalla nativa Asia ed entrava in Europa”.
L’altro episodio riguarda il Concilio di Gerusalemme: “Il secondo movimento dello Spirito Santo (quello che crea l’unità) lo vediamo in atto nel capitolo 15 degli Atti, nello svolgimento del cosiddetto concilio di Gerusalemme. Il problema è come far sì che l’universalità raggiunta non comprometta l’unità della Chiesa. Lo Spirito Santo non opera sempre l’unità in maniera repentina, con interventi miracolosi e risolutivi, come a Pentecoste”.
Ciò avviene attraverso un ‘lavoro sinodale’: “Lo fa anche (e nella maggioranza dei casi) con un lavorio discreto, rispettoso dei tempi e delle divergenze umane, passando attraverso persone e istituzioni, preghiera e confronto. In maniera, diremmo oggi, sinodale. Così infatti avvenne, nel concilio di Gerusalemme, per la questione degli obblighi della Legge mosaica da imporre ai convertiti dal paganesimo”.
Concludendo con una citazione di sant’Agostino papa Francesco ha precisato che lo Spirito Santo crea unità: “Sant’Agostino spiega l’unità operata dallo Spirito Santo con una immagine, divenuta classica: ‘Ciò che è l’anima per il corpo umano, lo Spirito Santo lo è per il corpo di Cristo che è la Chiesa’. L’immagine ci aiuta a capire una cosa importante. Lo Spirito Santo non opera l’unità della Chiesa dall’esterno; non si limita a comandare di essere uniti. E’ Lui stesso il ‘vincolo di unità’. E’ Lui che fa l’unità della Chiesa”.
E l’unità si realizza nella vita: “Come sempre, concludiamo con un pensiero che ci aiuta a passare dall’insieme della Chiesa a ciascuno di noi. L’unità della Chiesa è l’unità tra persone e non si realizza a tavolino, ma nella vita. Si realizza nella vita. Tutti vogliamo l’unità, tutti la desideriamo dal profondo del cuore; eppure essa è tanto difficile da ottenere che, anche all’interno del matrimonio e della famiglia, l’unione e la concordia sono tra le cose più difficili da raggiungere e più ancora da mantenere”.
Al termine dell’udienza generale papa Francesco ha chiesto di recitare il rosario, affidando alla Madre di Dio chi soffre a causa della guerra: “Vi esorto tutti a recitare il Rosario ogni giorno, abbandonandovi fiduciosi nelle mani di Maria. A Lei, madre premurosa, affidiamo le sofferenze e il desiderio di pace delle popolazioni che subiscono la pazzia della guerra, in particolare la martoriata Ucraina, la Palestina, Israele, il Myanmar, il Sudan”.
(Foto: Santa Sede)
Matteo Marni racconta il Requiem che Giuseppe Verdi musicò per Alessandro Manzoni
“Il Requiem di Giuseppe Verdi non poteva che avere luogo in una città come Milano e soprattutto nella chiesa di S. Marco, dove trova i protagonisti e i protagonismi necessari per potersi compiere. Mentre un ristretto gruppo di Scapigliati sta compiendo la propria ‘piccola rivoluzione’, Luigi Nazari di Calabiana fa il suo ingresso come arcivescovo di Milano. La diocesi conta più di un milione di anime, più di centonovantamila abitano all’interno della cerchia dei Bastioni e vi sono quaranta chiese parrocchiali solo in città.
La città sta cercando un rinnovamento urbanistico che, oltre al tema della piazza Duomo, passa per l’ampliamento dei Giardini di Porta Venezia (1856-62) che ospiteranno svariate esposizioni (1871-81), mentre accompagna le nuove vicende politiche attraverso la via rappresentativa dell’edificazione di monumenti siti nelle piazze cittadine – come quello a Cavour (1865), di Beccaria (1871) e Leonardo da Vinci (1872). Con Gli Ugonotti di Mayerbeer apre le porte il Teatro dal Verme, mentre al posto del Teatro Re, demolito per far spazio agli isolati adiacenti alla Galleria, viene inaugurato il Teatro della Commedia, che nel 1873 si chiamerà Teatro Manzoni”.
Così scrive Luigi Garbini nella prefazione al libro dell’organista e dottorando di ricerca in Storia della Musica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dott. Matteo Marni, ‘La vera storia del Requiem di Verdi. 22 maggio 1874’ (Giampiero Casagrande editore), che nell’introduzione evidenzia: “Soggetto e oggetto del ‘Requiem’, Verdi e Manzoni, non solo hanno saputo ecumenicamente mettere d’accordo tutti, ma hanno anche dimostrato l’efficacia e l’attualità di un modello ben oltre i limiti cronologici entro i quali si pensava che questo avrebbe funzionato.
L’oggetto della celebrazione, Alessandro Manzoni, prima di essere patriota era, nella percezione collettiva, paladino di un cattolicesimo moderno e sostenibile, portatore di una fede sincera e libera, più largamente condivisibile che però, proprio in virtù di questa originale declinazione, riusciva a non costituire un ostacolo nemmeno per gli anticlericali più convinti”.
Per quale motivo Giuseppe Verdi musicò il Requiem per ricordare il primo anniversario della morte di Alessandro Manzoni?
“Un rapporto di stima sincera legava Verdi e Manzoni già prima dell’attesissimo incontro che li vide conversare nella casa milanese dello scrittore nel 1868. Verdi affermò che il romanzo de ‘I Promessi Sposi’ era il miglior libro che avesse mai letto e, di conseguenza, provava un senso di ammirazione e venerazione per il suo autore, ‘quel santo di Manzoni’. Il ‘Requiem’ che Giuseppe Verdi volle offrire in memoria di Manzoni fu un omaggio personale, un modo per portare a compimento il progetto naufragato di una messa da morto per Gioacchino Rossini ed, in ultima analisi, anche una mossa diplomatica nella conciliazione dei difficili rapporti fra Stato e Chiesa”.
Chi ha voluto quella ‘prima’ del 1874?
“La paternità dell’iniziativa deve essere rintracciata indubbiamente in Verdi che volle tributare un omaggio ‘a quel santo di Manzoni’ nella forma che il cattolico Manzoni avrebbe più gradito, ossia una Messa di suffragio: non un’elegia, un ricordo laico o una pubblica commemorazione.
Il sincero slancio di Verdi verso l’autore de ‘I Promessi Sposi’ fu subito abbracciato dall’editore Ricordi e dal sindaco di Milano che si offrì di coprire le spese. Il parroco della chiesa di San Marco, don Michele Mongeri, fu impegnato in prima linea nella mediazione fra il comitato organizzatore e l’arcivescovo Luigi Nazari di Calabiana, che si trovava in una posizione particolarmente scomoda.
Papa Pio IX aveva infatti offerto a Nazari di Calabiana, insigne diplomatico con trascorsi da senatore del Regno, la cattedra di Milano nella speranza di ripristinare la governabilità di quella diocesi, compromessa durante gli anni dell’unificazione nazionale”.
Il Requiem, quindi, è stato un ‘modo’ per allacciare i rapporti tra Stato e Chiesa?
“Esattamente. Coinvolgendo il cattolico padre della Patria che ha forgiato l’identità linguistica degli italiani e quello che con la sua musica è stato colonna sonora del nostro Risorgimento, la risonanza di questa iniziativa non poteva restare confinata alla sfera privata. I rapporti fra Stato e Chiesa erano tesissimi: papa Pio IX era prigioniero in Vaticano e minacciava la scomunica per quanti avessero preso parte alla vita politica. La caratura dei protagonisti di questa iniziativa eccezionale, non solo Verdi e Manzoni, rivelano l’alta finalità politica e conciliante del Requiem”.
Perchè tale prima esecuzione è stata definita eccezionale?
“Perché eccezionale fu la serie concentrica di coincidenze che fecero capire a tutte le parti in causa che quella occasione era unica, irripetibile, imperdibile: la morte del patriota cattolico, la musica dell’ispiratore degli italiani, l’arcidiocesi divisa tra clero filopapale e clero filosabaudo, retta da un arcivescovo che era entrambe le cose. Mentre il più progressista dei preti milanesi, mons. Giuseppe Calvi, celebrava sull’altare della liberale chiesa di San Marco una messa di suffragio per l’anima di Manzoni, sull’altare della Patria Verdi officiava con la sua musica una liturgia parallela e complementare.
La benedizione implicita dell’arcivescovo di Milano, mons. Luigi Nazari di Calabiana, il coinvolgimento della politica locale e nazionale e la risonanza che la stampa diede a questa celebrazione restituisce le speranze concilianti riposte in un requiem che avrebbe dovuto funerare anche la fase militante del Risorgimento italiano, ormai inevitabilmente conclusa”.
Alla fine dei conti, il Requiem musicato da Giuseppe Verdi è un’opera lirica o liturgica?
“Il Requiem di Giuseppe Verdi è per forma, testo, natura e ispirazione una musica liturgica poiché concepito e destinato alla liturgia. Il linguaggio musicale adottato dal compositore ha tratto in inganno alcuni commentatori coevi che hanno tacciato la partitura di ‘teatralità’. Verdi non avrebbe potuto musicare altrimenti un requiem; e se si pose qualche questione stilistica lo fece per penetrare nell’accesa dialettica che in quegli anni infiammava la musica sacra italiana”.
Allora, per quale motivo Verdi si cimentò con la musica sacra?
“Spesso si dice, troppo frettolosamente, che Verdi fosse un anticlericale impenitente o addirittura ateo. Scandagliando il suo carteggio e la sua vicenda biografica si comprende come negli anni ruggenti del Risorgimento l’anticlericalismo fosse un sentimento condiviso e persino richiesto da un certo ambiente culturale che vedeva nel papa (e nei suoi sottoposti) la causa che impediva l’unificazione nazionale. Verdi non era nuovo al confronto col il repertorio sacro: in gioventù fu organista e scrisse musica per la chiesa, successivamente la sua opera si rivolse al teatro.
Il Requiem capitò nel momento propizio non solo per celebrare Manzoni e agevolare la ricomposizione fra le due anime dell’Italia ma anche per dare una misuratissima ‘lectio magistralis’ al mondo della musica sacra italiana, scosso dalle proteste del movimento ceciliano che predicava un ritorno all’impiego di un linguaggio musicale alto e asettico ispirato al repertorio rinascimentale”.
Quale è stato il suo ‘impulso’ per scrivere questo libro sul Requiem di Giuseppe Verdi?
“Certamente la volontà di restituire la verità storica e oggettiva dei fatti, come il titolo si ripropone: perché Giuseppe Verdi volle offrire questa messa, come questa proposta fu interpretata, strumentalizzata a fini politici, chi la rese possibile, come questa messa con testo di rito romano fu celebrata in una chiesa di rito ambrosiano e come vennero risolti problemi contingenti.
Su un piano più generale, questo libro tenta di leggere una delle partiture più celebri e celebrate della storia della musica sacra non con il metodo dell’analisi musicologica ma con i mezzi dell’indagine storica, mostrando l’inscindibilità del legame che sussiste fra l’opera d’arte e il contesto storico, politico e culturale in cui è stata composta, fruita ed eseguita”.
(Tratto da Aci Stampa)
Papa Francesco invita a pregare per l’unità e la pace
Giornata intensa di incontri per papa Francesco, che ha ricevuto in questo fine mese, dedicato al Sacro Cuore di Gesù, i partecipanti al Capitolo Generale della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù (Dehoniani), che hanno preso parte al Capitolo Generale della Congregazione sul tema ‘Chiamati a essere uno in un mondo che cambia. ‘Perché il mondo creda’ (Gv 17,21)’, secondo l’insegnamento del venerabile Léon Gustave Dehon, che “vi ha insegnato a ‘fare dell’unione a Cristo nel suo amore per il Padre e per gli uomini, il principio e il centro della…vita’; e a farlo legando strettamente la consacrazione religiosa e il ministero all’offerta di riparazione del Figlio, perché tutto, attraverso il suo Cuore, torni al Padre. Fermiamoci allora su questi due aspetti di ciò che vi proponete: essere uno, perché il mondo creda”.
Per questo il papa ha ribadito il bisogno dell’unità: “Sappiamo con quanta forza Gesù l’ha chiesta al Padre per i suoi discepoli, durante l’ultima Cena. E non l’ha semplicemente raccomandata ai suoi come un progetto o come un proposito da realizzare: prima di tutto l’ha chiesta per loro come un dono, il dono dell’unità. E’ importante ricordare questo: l’unità non è opera nostra, noi non siamo in grado di realizzarla da soli: possiamo fare la nostra parte, e dobbiamo farla, ma ci serve l’aiuto di Dio”.
Ma per l’unità c’è bisogno di preghiera, invitando ad avere cura della cappella: “La cappella sia il locale più frequentato delle vostre case religiose, da ciascuno e da tutti, soprattutto come luogo di silenzio umile e ricettivo e di orazione nascosta, affinché siano i battiti del Cuore di Cristo a scandire il ritmo delle vostre giornate, a modulare i toni delle vostre conversazioni e a sostenere lo zelo della vostra carità. Esso batte d’amore per noi dall’eternità e il suo pulsare può unirsi al nostro, ridonandoci calma, armonia, energia e unità, specialmente nei momenti difficili”.
La preghiera è un valido ‘aiuto’ per superare i momenti di sconforto: “Tutti, sia personalmente sia comunitariamente, abbiamo o avremo momenti difficili: non spaventarsi! Gli Apostoli ne hanno avuti tanti. Ma essere vicini al Signore perché si faccia l’unità nei momenti della tentazione. E perché ciò accada, abbiamo bisogno di fargli spazio, con fedeltà e costanza, mettendo a tacere in noi le parole vane e i pensieri futili, e portando tutto davanti a Lui… Ricordiamolo sempre: senza preghiera non si va avanti, non si sta in piedi: né nella vita religiosa, né nell’apostolato! Senza preghiera non si combina nulla”.
L’unità è la base affinché il mondo creda, come ha scritto p. Dehon: “Tante volte vediamo che questo mondo sembra aver perso il cuore. Anche nel rispondere a questa domanda può aiutarci il Venerabile Dehon. In una sua lettera, meditando sulla Passione del Signore, egli osservava che in essa ‘i flagelli, le spine, i chiodi’ hanno scritto nella carne del Salvatore una sola parola: amore”.
Solo in questo modo è possibile annunciare il Vangelo: “Ecco il segreto di un annuncio credibile, un annuncio efficace: lasciar scrivere, come Gesù, la parola ‘amore’ nella nostra carne, cioè nella concretezza delle nostre azioni, con tenacia, senza fermarci di fronte ai giudizi che sferzano, ai problemi che angustiano e alle cattiverie che feriscono, senza stancarsi, con affetto inesauribile per ogni fratello e sorella, solidali con Cristo Redentore nel suo desiderio di riparazione per i peccati di tutta l’umanità”.
Mentre nell’incontro con i partecipanti alla riunione della ROACO (Riunione Opere di Aiuto alle Chiese Orientali) papa Francesco ha ribadito la preoccupazione per i cristiani del Medio Oriente, soprattutto per la Terra Santa: “So che in questi giorni vi siete soffermati sulla drammatica situazione in Terra Santa: lì, dove tutto è iniziato, dove gli Apostoli hanno ricevuto il mandato di andare nel mondo ad annunciare il Vangelo, oggi i fedeli di tutto il mondo sono chiamati a far sentire la loro vicinanza; e a incoraggiare i cristiani, lì e nell’intero Medio Oriente, ad essere più forti della tentazione di abbandonare le loro terre, dilaniate dai conflitti. Io penso a una situazione brutta: che quella terra si sta spopolando di cristiani”.
Ed ha chiesto che la violenza cessi: “Quanto dolore provoca la guerra, ancora più stridente e assurda nei luoghi dove è stato promulgato il Vangelo della pace! A chi alimenta la spirale dei conflitti e ne trae ricavi e vantaggi, ripeto: fermatevi! Fermatevi, perché la violenza non porterà mai la pace. E’ urgente cessare il fuoco, incontrarsi e dialogare per consentire la convivenza di popoli diversi, unica via possibile per un futuro stabile. Con la guerra, invece, avventura insensata e inconcludente, nessuno sarà vincitore: tutti saranno sconfitti, perché la guerra, proprio dall’inizio, è già una sconfitta, sempre”.
Per questo ha denunciato la ‘diaspora’ dei cristiani: “Oggi tanti cristiani d’Oriente, forse come mai prima, sono in fuga da conflitti o migrano in cerca di lavoro e di condizioni di vita migliori: moltissimi, perciò, vivono in diaspora. So che avete riflettuto sulla pastorale degli orientali che risiedono fuori dal loro territorio proprio. E’ un tema attuale e importante: alcune Chiese, a causa delle massicce migrazioni degli ultimi decenni, annoverano la maggior parte dei fedeli fuori dal loro territorio tradizionale, dove la cura pastorale è spesso scarsa per la mancanza di sacerdoti, di strutture e di conoscenze adeguate. E così, chi ha già dovuto lasciare la propria terra rischia di trovarsi depauperato anche dell’identità religiosa; con il passare delle generazioni si smarrisce il patrimonio spirituale orientale, ricchezza imperdibile per la Chiesa cattolica”.
E non poteva mancare un accenno alla situazione dell’est europeo: “Penso anche al tragico dramma della martoriata Ucraina, per la quale prego e non mi stanco di invitare a pregare: si aprano spiragli di pace per quella cara popolazione, vengano liberati i prigionieri di guerra e rimpatriati i bambini. Promuovere la pace e liberare chi è recluso sono segni distintivi della fede cristiana, che non può essere ridotta a strumento di potere. In questi giorni vi siete concentrati anche sulla situazione umanitaria degli sfollati nella regione del Karabakh: grazie per tutto quello che si è fatto e che si farà per soccorrere chi soffre”.
(Foto: Santa Sede)
Il vescovo di Roma è al servizio dell’unità
Giovedì 13 giugno è stato presentato il documento di studio del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, ‘Il Vescovo di Roma. Primato e sinodalità nei dialoghi ecumenici e nelle risposte all’enciclica Ut unum sint’, pubblicato con l’approvazione di papa Francesco, che sintetizza le riposte all’enciclica ‘Ut unum sint’ ed i dialoghi ecumenici sulla questione del primato e della sinodalità, a cui hanno preso parte sua eminenza Khajag Barsamian, rappresentante della Chiesa Apostolica Armena presso la Santa Sede – Catholicossato di Etchmiadzin (in collegamento da remoto); Sua Grazia l’arcivescovo Ian Ernest, direttore del Centro anglicano di Roma e Rappresentante personale dell’Arcivescovo di Canterbury presso la Santa Sede (in collegamento da remoto); card. Mario Grech, segretario generale della Segreteria Generale del Sinodo; e card. Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, che ha tracciato le origini del documento;
“Dal 1995 sono state formulate numerose risposte a questo invito, riflessioni e suggerimenti diversi scaturiti dai dialoghi teologici. Nel 2020, in occasione del 25^ anniversario dell’enciclica ‘Ut unum sint’, il dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani ha visto l’opportunità di sintetizzare queste riflessioni e raccoglierne i principali frutti. Lo stesso papa Francesco ci ha invitato a farlo, rilevando nella ‘Evangelii gaudium’ che ‘abbiamo fatto pochi progressi in questo senso’. Inoltre, la convocazione del Sinodo sulla sinodalità ha confermato l’attualità di questo progetto del nostro Dicastero come contributo alla dimensione ecumenica del processo sinodale”.
Tale documento è frutto di un lungo percorso ecumenico e sinodale: “Il documento è il frutto di un lavoro veramente ecumenico e sinodale durato quasi tre anni. Riassume circa 30 risposte all’ ‘Ut unum sint’ e 50 documenti di dialogo ecumenico sull’argomento. Ha coinvolto non solo il personale, ma anche tutti i membri e i consultori del Dicastero che ne hanno parlato nel corso di due riunioni plenarie. Sono stati consultati anche i migliori esperti cattolici in materia, oltre a numerosi esperti ortodossi e protestanti, in collaborazione con l’Istituto di studi ecumenici dell’Angelicum. Infine, il testo è stato inviato a diversi dicasteri della Curia Romana e al Sinodo dei Vescovi. In totale sono stati presi in considerazione più di cinquanta pareri e contributi scritti”.
Il documento mostra una conclusione in cui si evidenzia che il ministero petrino non può prescindere dalla sinodalità: “A differenza delle controversie del passato, la questione del primato non è più considerata solo come un problema ma anche come un’opportunità di riflessione comune sulla natura della Chiesa e sulla sua missione nel mondo. Un’idea particolarmente interessante è che il ministero petrino del Vescovo di Roma è intrinseco alla dinamica sinodale, così come l’aspetto comunitario che comprende tutto il Popolo di Dio e la dimensione collegiale del ministero episcopale”.
Infine il documento principi importanti per ‘fondare’ un principio di comunione: “Riguardo ai principi e alle proposte per un rinnovato esercizio del primato, il documento sviluppa alcuni suggerimenti avanzati dai dialoghi, in particolare una “rilettura” o un commento ufficiale del Vaticano I, una distinzione più chiara tra le diverse responsabilità del Papa, un rafforzamento della la sinodalità della Chiesa cattolica ad intra e ad extra, in particolare in vista della commemorazione del 1700° anniversario del Concilio di Nicea, il primo Concilio ecumenico, nel 2025”.
Il card. Mario Grech ha ripreso la tesi principale dell’enciclica di san Giovanni Paolo II, ‘Ut unum sint’: “Sono passati trent’anni da quelle parole e molte cose sono cambiate nella Chiesa, ma l’urgenza dell’unità della Chiesa non è venuta meno e la richiesta di trovare una modalità di esercizio del ministero petrino che sia condivisa dalle Chiese emerge con forza dai dialoghi ecumenici…
Il Papa si esprimeva in questi termini nel discorso pronunciato in occasione del cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, il 17 ottobre 2015, che costituisce una sorta di manifesto della sinodalità e della Chiesa costitutivamente sinodale”.
Il processo sinodale aiuta ad approfondire il ministero petrino: “L’esercizio del ministero petrino non si riduce a questo atto iniziale, per tornare alla fine del processo sinodale per ricevere i risultati ed eventualmente confermarli con una esortazione post-sinodale. La sua funzione di presidenza è visibile nell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi: è lui che presiede i lavori dell’aula, personalmente o tramite suoi delegati. La sua è stata una presenza discreta, anche in Assemblea, dove i suoi interventi si sono limitati all’incoraggiamento dei partecipanti o alla precisazione di alcuni punti che richiedevano il suo giudizio. Ma proprio questa modalità di presenza ha favorito il lavoro in aula”.
Sua Eminenza Khajag Barsamian ha sottolineato il valore della sinodalità: “E’ convinzione della famiglia delle Chiese ortodosse orientali che queste forme di comunione debbano rimanere paradigmatiche mentre riflettiamo sulla natura e sulla missione della Chiesa nel terzo millennio. Vorrei anche menzionare il dialogo teologico con la Chiesa ortodossa orientale, che ha dedicato tre interi documenti al tema del primato e della sinodalità, in particolare il documento più recente concordato ad Alessandria nel 2023”.
La sinodalità è molto importante: “Allo stesso modo, le varie proposte del documento per rafforzare la sinodalità ‘ad extra’ mi sembrano promettenti, perché una certa sinodalità può essere praticata tra le nostre Chiese anche se non siamo ancora in piena comunione. A questo proposito, le iniziative di papa Francesco, come l’incontro di Bari sul Medio Oriente nel 2018 o, più di recente, la veglia ecumenica ‘Insieme’ alla vigilia del Sinodo del 2023, dovrebbero incoraggiarci a organizzare altri incontri di questo tipo”.
Per questo ha sottolineato l’importanza del titolo di ‘Patriarca d’Occidente’: “In questo senso, è importante il recente ripristino del titolo di ‘Patriarca d’Occidente’ tra i titoli storici del Papa, poiché questo titolo, ereditato dal primo millennio, testimonia la sua fratellanza con gli altri Patriarchi. Senza dubbio, è essenziale anche l’insistenza di papa Francesco sul suo ministero di Vescovo di Roma, perché è come Vescovo di Roma, Chiesa ‘che presiede alla carità’, come dice Ignazio di Antiochia nella sua lettera ai Romani, che il papa è chiamato a servire la comunione delle Chiese”.
Ed ha auspicato che l’anniversario del Concilio di Nicea possa essere occasione di ulteriore approfondimento: “Infine, vorrei esprimere l’auspicio che questo documento venga condiviso con le varie Chiese cristiane, affinché possiamo continuare la nostra riflessione. L’anniversario del Concilio di Nicea, il prossimo anno, sarà certamente una buona occasione per farlo”.
Per l’arcivescovo Ian Ernest ha sottolineato la necessità di una ‘riformulazione’ del Concilio Vaticano I: “Tra le proposte espresse nei dialoghi, vorrei sottolineare l’importanza di una ‘riformulazione’ o di un commento ufficiale all’insegnamento del Vaticano I, che rimane un grande ostacolo tra le nostre Chiese, soprattutto perché è difficile da comprendere oggigiorno e si presta a interpretazioni errate. È quindi ancora necessario presentare l’insegnamento del Vaticano I alla luce di un’ecclesiologia di comunione, chiarendo la terminologia utilizzata”.
Ed ha ricordato i molti incontri tra papa Francesco e l’arcivescovo Welby nel Sud Sudan: “Ecco perché vorrei accogliere con favore la proposta di sinodalità ad extra. A questo proposito, il ritiro spirituale per i leader del Sud Sudan organizzato da papa Francesco e dall’arcivescovo Justin Welby nel 2019, il pellegrinaggio ecumenico per la pace in Sud Sudan organizzato da papa Francesco, dall’arcivescovo Justin Welby e dal reverendo Iain Greenshields nel 2023 e la veglia di preghiera ecumenica ‘Insieme. Raduno del popolo di Dio’ in piazza San Pietro nel 2023, alla vigilia della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, sono esempi di questo ‘camminare insieme’ od ecumenismo sinodale a cui papa Francesco ci invita”.
Papa Francesco: lo Spirito Santo cambia la vita
Nella vigilia di Pentecoste celebrata allo stadio ‘Marco Antonio Bentegodi’ papa Francesco ha concluso la visita pastorale a Verona con un po’ di ritardo per la visita alla mamma di mons. Pompili, affermando nell’omelia che lo Spirito Santo è il fulcro della vita del cristiano:
“Fratelli e sorelle, lo Spirito Santo è il protagonista della nostra vita! E’ quello che ci porta avanti, che ci aiuta ad andare avanti, che ci fa sviluppare la vita cristiana. Lo Spirito Santo è dentro di noi. State attenti: tutti abbiamo ricevuto, con il Battesimo, lo Spirito Santo, e anche con la Cresima, di più!”
Quindi lo Spirito Santo cambia la vita, infondendo coraggio: “Oggi celebriamo la festa del giorno in cui lo Spirito Santo è venuto. Ma pensate: gli Apostoli erano tutti chiusi nel cenacolo. Avevano paura, le porte chiuse… E’ venuto lo Spirito Santo, ha cambiato loro il cuore, e sono andati a predicare con coraggio. Coraggio: lo Spirito Santo ci dà il coraggio di vivere la vita cristiana. E per questo, con questo coraggio, cambia la nostra vita”.
Infondendo coraggio dà la forza di annunciare il Vangelo: “Gli Apostoli che erano con tanta paura, quando hanno ricevuto lo Spirito Santo, sono andati avanti con coraggio a predicare il Vangelo. Lo Spirito Santo ci dà coraggio per vivere cristianamente. A volte troviamo cristiani che sono come l’acqua tiepida: né caldi né freddi. Gli manca il coraggio… E chiediamo questo: lo Spirito che ci aiuti ad andare avanti”.
Inoltre lo Spirito Santo edifica la Chiesa: “C’era gente di tutte le nazioni, di tutte le lingue, di tutte le culture, e lo Spirito, con quella gente, edifica la Chiesa. Lo Spirito edifica la Chiesa. Cosa vuol dire? Che fa tutti uguali? No! Tutti differenti, ma con un solo cuore, con l’amore che ci unisce. Lo Spirito è Colui che ci salva dal pericolo di farci tutti uguali. No. Siamo tutti redenti, tutti amati dal Padre, tutti ammaestrati da Gesù Cristo”.
In sostanza lo Spirito Santo consente l’armonia nella Chiesa: “E lo Spirito che fa? Fa quella cosa: l’insieme di tutti. C’è una parola che spiega bene questo: lo Spirito fa l’armonia! L’armonia della Chiesa. Ognuno differente dall’altro, ma in un clima di armonia. Insieme diciamo: lo Spirito fa di noi l’armonia”.
Ed ha concluso l’omelia affermando che lo Spirito Santo non rende tutti uguali, ma permette l’armonia: “Adesso ognuno di noi pensi alla propria vita. Tutti noi abbiamo bisogno dell’armonia. Tutti noi abbiamo bisogno che lo Spirito ci dia armonia nella nostra anima, nella famiglia, nella città, nella società, nel posto di lavoro. Il contrario dell’armonia è la guerra, è lottare uno contro l’altro… Lo Spirito fa l’armonia. E con gli Apostoli, il giorno che è venuto, c’era la Madonna, la Vergine Maria”.
(Foto: Santa Sede)




























