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A Venezia ricordata la fine delle scomuniche
“Il Patriarcato di Venezia vive con gratitudine la possibilità di accogliere questa celebrazione che segna il sessantesimo anniversario della reciproca abolizione delle scomuniche fra Roma e Costantinopoli; un gesto nato dall’incontro tra Papa san Paolo VI e il Patriarca Atenagora, una pietra miliare nel cammino ecumenico e un invito permanente a rinnovare, con fede e coraggio, la ricerca dell’unità tra le nostre Chiese sorelle. Oggi questo spirito si rinnova qui, a Venezia, città che dell’ideale ecumenico fa una sua peculiare vocazione. Il nome stesso di Venezia in latino è Venetiae, al plurale: un plurale nel quale riconosciamo, insieme alle molte isole che la compongono, anche la sua specifica natura d’incontro tra le molte culture, popoli ed esperienze religiose”.
Con queste parole, nei giorni scorsi, il patriarca di Venezia, mons. Francesco Moraglia, ha accolto il presidente della Cei, card. Matteo Zuppi, ed il metropolita d’Italia ed esarca dell’Europa Meridionale, Polykarpos, in occasione della celebrazione del 60° anniversario dell’abolizione delle scomuniche tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, promossa dalla CEI e dalla Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia per commemorare il gesto che diede il via al dialogo tra cattolici e ortodossi.
Ed è stata la chiesa di san Zaccaria, che custodisce il corpo di sant’Atanasio di Alessandria, ad ospitare l’evento, come ha ancora sottolineato il patriarca di Venezia: “Il luogo in cui questo evento prende avvio è la chiesa di San Zaccaria che, nella sua magnificenza, offre un segno eloquente e consono alla grandezza dello stesso. Essa custodisce il corpo di Sant’Atanasio di Alessandria, padre comune nella fede e testimone luminoso dell’ortodossia.
Sant’Atanasio, che tanto contribuì alla formulazione del Simbolo di Nicea, ci ricorda che l’unità della Chiesa nasce e si fonda nella verità di Cristo, confessata insieme e vissuta nella carità. E mentre quest’anno celebriamo il 1700°anniversario del Concilio di Nicea (325–2025), questo riferimento diventa ancora più carico di significato: ci richiama a tornare alle radici comuni della nostra fede, a quel Credo che unisce cattolici e ortodossi nel riconoscimento del Figlio unigenito”.
Anche mons. Athenagoras Fasiolo, vescovo di Terme ed ausiliare della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia, ha sottolineato l’importanza del Concilio di Nicea, con un particolare riferimento all’incontro svoltosi nel recente viaggio apostolico di papa Leone XIV: “Vorrei richiamare la vostra attenzione sul significato profondo di questo anniversario, che si illumina alla luce di un altro evento decisivo: il 1700° anniversario del Concilio di Nicea.
Come ricordava il patriarca Bartolomeo, quest’anno ci ha permesso di vivere un momento unico nella storia della Chiesa, perché a Nicea, allora come oggi, si sono incontrate le grandi famiglie cristiane. Con Papa Leone, con il patriarca Bartolomeo, con gli altri patriarchi, erano presenti le Chiese ortodosse, la Chiesa cattolica, quella armena, copta, siriaca, le Chiese dell’Occidente, la luterana, la riformata, l’anglicana. Anche molte realtà ecclesiali più recenti si sono unite a questo pellegrinaggio della memoria”.
Nella conclusione ha ricordato papa san Giovanni XXIII: “In questa città, che tanto ha dato all’incontro fra Oriente e Occidente, non possiamo dimenticare una figura che ha segnato profondamente questo cammino: il cardinale Angelo Roncalli, poi Giovanni XXIII. Egli fu un grande amante della teologia e un fine conoscitore dell’Oriente. Venezia, oggi, diventa così il luogo in cui si rende omaggio non solo alla memoria del gesto del 1965, ma anche a tutto ciò che i nostri predecessori, i padri dell’Oriente e dell’Occidente, hanno costruito lungo i secoli”.
Nel discorso il card. Zuppi ha sottolineato il significato della firma per l’estinzione delle reciproche scomuniche: “Il 7 dicembre 1965 san Paolo VI e il patriarca Atenagora firmarono congiuntamente l’estinzione delle scomuniche. Contemporaneamente, nella sessione solenne del Concilio Ecumenico Vaticano II e nella cattedrale del Fanar, a Istanbul, venne letta la Dichiarazione comune ‘per togliere dalla memoria e nel mezzo della Chiesa le sentenze di scomunica dell’anno 1054’.
Una memoria che ci riporta ai giorni nostri: il viaggio di papa Leone XIV e l’incontro con il patriarca Bartolomeo I, le parole della Dichiarazione comune che ci hanno consegnato, confermano questo nostro incontro. Non è un caso che papa Leone abbia scelto di compiere il suo primo viaggio apostolico nella terra che è legata inscindibilmente alle origini del cristianesimo e oggi richiama i figli di Abramo e l’umanità intera a una fraternità che riconosca e apprezzi le differenze”.
In questo percorso di riconciliazione verso l’unità il presidente della Cei ha dato appuntamento a Bari: “Non c’è una via diretta che non passi attraverso Dio. Diventare altro, diventare nuovo. Questa nostra memoria ci aiuti a diventare nuovi per vivere la piena riconciliazione. Una tappa di questa riconciliazione sarà il primo Simposio delle Chiese cristiane in Italia che si celebrerà il 23 e 24 gennaio 2026 a Bari”.
Anche il metropolita d’Italia ed esarca dell’Europa Meridionale, Polykarpos, ha ricordato il percorso compiuto verso la riconciliazione ed il valore giuridico e teologico di quella ‘Dichiarazione comune’: “Il documento specificava tre punti fondamentali: la revoca era atto di amore fraterno, non di dottrina; essa non comportava mutamenti nella disciplina liturgica o dogmatica; rappresentava però una condizione necessaria per il futuro ristabilimento della piena unità.
La cerimonia ebbe un’eco straordinaria: al Fanar ed a San Pietro le due delegazioni, riunite in simultanea, proclamarono la stessa formula. Tra i partecipanti alla cerimonia di Costantinopoli figurava il giovane diacono Bartolomeo Arhondonis, futuro Patriarca Ecumenico. Da quel momento, il linguaggio delle due Chiese cambiò radicalmente: non più ‘Chiesa scismatica’, ma ‘Chiesa sorella’. Era nata una ‘relazione dell’amicizia’, fondata su gesti concreti di riconciliazione e sul rispetto delle differenze”.
Ed in questi 60 anni tale cammino si è rafforzato: “Negli ultimi decenni, il cammino iniziato da Paolo VI e Atenagora ha trovato continuità nei pontificati successivi. Giovanni Paolo II rafforzò i rapporti con il Patriarcato Ecumenico, visitando il Fanar nel 1979 e nel 2004; Benedetto XVI (2005-2013) e Francesco (2013-2015) proseguirono nella stessa direzione, promuovendo la cooperazione teologica e la difesa comune dei valori cristiani.
Tale realtà non può essere considerata mera testimonianza storica né semplice espressione di rapporti di buon vicinato. Ne costituisce prova eloquente la recente visita di Sua Santità Papa Leone XIV a Costantinopoli, durante la quale, insieme con Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo, ha concelebrato il 1770° anniversario del Primo Concilio Ecumenico. In occasione della solennità liturgica patronale della Chiesa di Costantinopoli, i due Primati hanno manifestato pubblicamente la comune intenzione di proseguire con determinazione il cammino della Chiesa lungo le orme tracciate dai loro illustri predecessori, riaffermando in tal modo la continuità del dialogo Cattolico Ortodosso e l’impegno condiviso per la continuità della comunione tra Oriente e Occidente”.
Infine ha sottolineato che tale revoca reciproca è stato un gesto profetico: “La revoca degli anatemi del 1054 non fu soltanto un atto liturgico o simbolico: fu un gesto politico, teologico e umano di portata universale. Essa rappresentò un modello di comprensione dialogante che, pur muovendosi nel linguaggio della fede, seppe tradursi in una pedagogia del dialogo, capace di ispirare anche le relazioni internazionali.
Nel contesto nostro, l’evento del 1965 ha avuto un valore paradigmatico: ha mostrato che la Chiesa, aprendosi e accogliendo l’ ‘altro’, poteva aprirsi anche alla modernità, senza rinunciare alla propria identità. Ha contribuito a formare una generazione di teologi, intellettuali e operatori pastorali convinti che la comunione non è uniformità, ma incontro nella diversità…
A distanza di sessant’anni, l’abbraccio di Gerusalemme e la revoca degli anatemi restano un segno profetico di ciò che l’umanità intera continua a cercare: un linguaggio di riconciliazione che, pur nella pluralità delle tradizioni, possa testimoniare la forza unificante del Vangelo”.
L’incontro si è concluso nella chiesa di san Giorgio dei Greci, che è il riferimento per la comunità ortodossa veneziana e che ha, tra le sue opere d’arte, una preziosa icona del Cristo Pantocratore del XIV secolo, trasportata a Venezia da Costantinopoli prima della caduta dell’impero bizantino.
(Foto: Cei)
Papa Leone XIV invita a costruire l’unità
Prima di partire per l’ultima tappa del Libano, papa Leone XIV e il patriarca Bartolomeo hanno benedetto la folla che si è radunata, dopo la Divina Liturgia, nella piazzetta fuori dalla chiesa patriarcale di San Giorgio; poi si sono presi per mano, scambiati un bacio fraterno e fatto ingresso, uno accanto all’altro, nella sede del Patriarcato, quale ultimo atto pubblico del viaggio in Türkiye, con un discorso al termine della Divina Liturgia:
“Il nostro pellegrinaggio nei luoghi dove si tenne il primo Concilio ecumenico nella storia della Chiesa, si conclude con questa solenne Divina Liturgia, nella quale abbiamo commemorato l’apostolo Andrea che, secondo l’antica tradizione, portò il Vangelo in questa città. La sua fede è la nostra: la stessa definita dai Concili ecumenici e professata oggi dalla Chiesa”.
Inoltre il papa ha sottolineato l’unità plasmata dal Credo niceno, nonostante i conflitti avvenuti nei secoli: “Con i Capi delle Chiese e i Rappresentanti delle Comunità Cristiane Mondiali, durante la preghiera ecumenica lo abbiamo ricordato: la fede professata nel Credo Niceno-Costantinopolitano ci unisce in una comunione reale e ci permette di riconoscerci come fratelli e sorelle.
Ci sono stati molti malintesi e persino conflitti tra cristiani di Chiese diverse in passato, e ci sono ancora ostacoli che ci impediscono di essere in piena comunione, ma non dobbiamo tornare indietro nell’impegno per l’unità e non possiamo smettere di considerarci fratelli e sorelle in Cristo e di amarci come tali”.
Un saluto che rimanda all’incontro tra papa san Paolo VI ed il patriarca Atenagora: “Ispirati da questa consapevolezza, sessant’anni fa Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora dichiararono solennemente che le decisioni infelici e i tristi eventi che portarono alle reciproche scomuniche del 1054 dovevano essere cancellati dalla memoria della Chiesa.
Questo gesto storico dei nostri venerati Predecessori aprì un cammino di riconciliazione, di pace e di crescente comunione tra cattolici e ortodossi, che è cresciuto anche grazie ai contatti frequenti, agli incontri fraterni e a un fecondo dialogo teologico. Alla luce di questo cammino già intrapreso, molti sono stati i passi compiuti anche a livello ecclesiologico e canonico e, oggi, siamo interpellati a impegnarci maggiormente verso il ripristino della piena comunione”.
Ed ha enucleato tre ‘sfide’ a cui i cristiani sono chiamati a rispondere: “Innanzitutto, in questo tempo di sanguinosi conflitti e violenze in luoghi vicini e lontani, i cattolici e gli ortodossi sono chiamati ad essere costruttori di pace. Si tratta certamente di agire e di porre delle scelte e dei segni che edificano la pace, ma senza dimenticare che essa non è solo il frutto di un impegno umano, bensì è dono di Dio. Perciò, la pace si chiede con la preghiera, con la penitenza, con la contemplazione, con quella relazione viva col Signore che ci aiuta a discernere parole, gesti e azioni da intraprendere, perché siano veramente a servizio della pace”.
Una seconda sfida riguarda il creato: “Un’altra sfida che le nostre Chiese devono affrontare è la minacciosa crisi ecologica che, come Sua Santità ha spesso ricordato, richiede un’autentica conversione spirituale per cambiare direzione e salvaguardare il creato. Cattolici e ortodossi siamo chiamati a collaborare per promuovere una nuova mentalità in cui tutti si sentano custodi del creato che Dio ci ha affidato”.
L’altra ‘sfida’ è quella tecnologica: “Una terza sfida che vorrei menzionare è l’uso delle nuove tecnologie, specialmente nel campo della comunicazione. Consapevoli degli enormi vantaggi che esse possono offrire all’umanità, cattolici e ortodossi devono operare insieme per promuoverne un uso responsabile al servizio dello sviluppo integrale delle persone, e un’accessibilità universale, perché tali benefici non siano solo riservati a un piccolo numero di persone e a interessi di pochi privilegiati”.
In mattinata il papa aveva visitato la Chiesa Apostolica Armena, dove sono sepolti i patriarchi Shenork I e Mesrob II: “Questa visita mi offre l’opportunità di ringraziare Dio per la coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso dei secoli, spesso in circostanze tragiche. Desidero inoltre esprimere viva gratitudine al Signore per i legami fraterni sempre più stretti che uniscono la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica.
Poco dopo il Concilio Vaticano II, nel maggio 1967, Sua Santità il Catholicos Khoren I è stato il primo Primate di una Chiesa Ortodossa Orientale a visitare il Vescovo di Roma e a scambiare con lui il bacio della pace. Ricordo anche che nel maggio 1970 Sua Santità il Catholicos Vasken I firmò con Papa Paolo VI la prima dichiarazione congiunta tra un Papa e un Patriarca Ortodosso Orientale, invitando i loro fedeli a riscoprirsi fratelli e sorelle in Cristo in vista dell’unità. Da allora, per grazia di Dio, il “dialogo della carità” tra le nostre Chiese è fiorito”.
Per questo ha ricordato l’anniversario niceno: “E’ da questa fede apostolica comune che dobbiamo attingere per recuperare l’unità che esisteva nei primi secoli tra la Chiesa di Roma e le antiche Chiese Orientali. Dobbiamo anche trarre ispirazione dall’esperienza della Chiesa nascente per ripristinare la piena comunione, una comunione che non implica assorbimento o dominio, ma piuttosto uno scambio dei doni che le nostre Chiese hanno ricevuto dallo Spirito Santo per la gloria di Dio Padre e l’edificazione del corpo di Cristo”.
Ricordato l’enciclica ‘Ut unum sint’ di papa san Giovanni Paolo II, il papa ha chiesto di seguire l’esempio dei santi armeni per il cammino verso l’unità: ‘In questo cammino verso l’unità, siamo preceduti e circondati da «una grande schiera di testimoni’. Tra i santi della tradizione armena, vorrei ricordare il grande Catholicos e poeta del XII secolo Nerses IV Shnorhali, di cui abbiamo recentemente commemorato l’850° anniversario della morte, il quale ha lavorato instancabilmente per riconciliare le Chiese, al fine di realizzare la preghiera di Cristo ‘che tutti siano una cosa sola’. Possa l’esempio di san Nerses ispirarci e la sua preghiera sostenerci nel cammino verso la piena comunione!”
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a rinnovare l’unità
“…celebriamo questa Santa Messa nella vigilia del giorno in cui la Chiesa ricorda Sant’Andrea, Apostolo e Patrono di questa terra. E nello stesso tempo iniziamo l’Avvento, per prepararci a rivivere, nel Natale, il mistero di Gesù, Figlio di Dio, «generato, non creato, della stessa sostanza del Padre» (Credo niceno-costantinopolitano), come 1700 anni fa hanno solennemente dichiarato i Padri riuniti in Concilio a Nicea”: con queste parole il papa ha iniziato l’omelia della celebrazione eucaristica nella ‘Volkswagen Arena’ di Istanbul.
Un’omelia incentrata sulla salita al monte: “In questo contesto, la Liturgia ci propone, nella prima Lettura, una delle pagine più belle del libro del profeta Isaia, dove risuona l’invito rivolto a tutti i popoli a salire al monte del Signore, luogo di luce e di pace. Vorrei allora che meditassimo sul nostro essere Chiesa, soffermandoci su alcune immagini contenute in questo testo”.
Un monte a cui tutti possono salire per assaporare i frutti: “Essa ci ricorda che i frutti dell’agire di Dio nella nostra vita non sono un dono solo per noi, ma per tutti. La bellezza di Sion, città sul monte, simbolo di una comunità rinata nella fedeltà che diventa segno di luce per uomini e donne di ogni provenienza, ci rammenta che la gioia del bene è contagiosa.
Ne troviamo conferma nella vita di molti santi. San Pietro incontra Gesù grazie all’entusiasmo di suo fratello Andrea, che a sua volta, assieme a Giovanni apostolo, è condotto al Signore dallo zelo di Giovanni il Battista. sant’Agostino, secoli dopo, giunge a Cristo grazie alla predicazione calorosa di sant’Ambrogio, e così molti altri”.
Eppoi dal monte il richiamo alla pace: “Quanto sentiamo urgente, oggi, questo richiamo! Quanto bisogno di pace, di unità e di riconciliazione c’è attorno a noi, e anche in noi e tra noi! Come possiamo contribuire a rispondere a tale domanda?
Ci facciamo aiutare, per capirlo, dal ‘logo’ di questo viaggio, in cui uno dei simboli scelti è quello del ponte. Tale immagine può farci pensare anche al famoso grande viadotto che in questa città, attraversando lo stretto del Bosforo, unisce due continenti: Asia ed Europa”.
Una pace che deve essere perseguita a tutti i livelli: “Tre grandi strutture di comunicazione, di scambio, di incontro: imponenti a vedersi, eppure tanto piccole e fragili, se paragonate agli immensi territori che collegano. Il loro triplice stendersi attraverso lo Stretto ci fa pensare all’importanza dei nostri sforzi comuni per l’unità a tre livelli: dentro la comunità, nei rapporti ecumenici con i membri delle altre Confessioni cristiane e nell’incontro con i fratelli e le sorelle appartenenti ad altre religioni. Prenderci cura di questi tre ponti, rafforzandoli e ampliandoli in tutti i modi possibili, è parte della nostra vocazione ad essere città costruita sul monte”.
Quindi la pace si ritrova nell’unità, che è dono di Dio: “L’unità che si cementa attorno all’Altare è dono di Dio, e come tale è forte e invincibile, perché è opera della sua grazia. Al tempo stesso, però, la sua realizzazione nella storia è affidata a noi, ai nostri sforzi. Per questo, come i ponti sul Bosforo, ha bisogno di cura, di attenzione, di ‘manutenzione’, perché il tempo e le vicissitudini non ne indeboliscano le strutture e perché le fondamenta restino salde”.
Dono di Dio che necessità del nostro impegno: “Con gli occhi rivolti al monte della promessa, immagine della Gerusalemme del Cielo, che è nostra meta e madre, mettiamo allora ogni impegno a favorire e rafforzare i legami che ci uniscono, per arricchirci reciprocamente ed essere davanti al mondo segno credibile dell’amore universale e infinito del Signore”.
L’altro legame è quello comunionale: “La stessa fede nel Salvatore, infatti, ci unisce non solo tra noi, ma con tutti i fratelli e le sorelle appartenenti ad altre Chiese e Comunità cristiane. Lo abbiamo sperimentato ieri, nella preghiera a İznik. Anche questa è una via lungo la quale da tempo camminiamo insieme, e di cui fu grande promotore e testimone san Giovanni XXIII, legato a questa terra da vincoli intensi di affetto reciproco”.
Un ultimo legame riguarda il cammino: “Un terzo legame a cui ci richiama la Parola di Dio è quello con gli appartenenti a comunità non cristiane… Perciò vogliamo camminare insieme, valorizzando ciò che ci unisce, demolendo i muri del preconcetto e della sfiducia, favorendo la conoscenza e la stima reciproca, per dare a tutti un forte messaggio di speranza e un invito a farsi operatori di pace”.
In mattinata Bartolomeo I e papa Leone XIV si sono incontrati nel Palazzo del Patriarcato per la firma di una dichiarazione congiunta: “La commemorazione del 1700° anniversario del Primo Concilio Ecumenico di Nicea, celebrata alla vigilia del nostro incontro, è stata uno straordinario momento di grazia. Il Concilio di Nicea, tenutosi nel 325 d.C., fu un evento provvidenziale di unità.
Lo scopo di commemorare questo evento, tuttavia, non è semplicemente quello di ricordare l’importanza storica del Concilio, ma di spronarci ad essere costantemente aperti allo stesso Spirito Santo che parlò attraverso Nicea, mentre affrontiamo le numerose sfide del nostro tempo. Siamo profondamente grati a tutti i leader e i delegati di altre Chiese e Comunità ecclesiali che hanno voluto partecipare a questo evento”.
L’occasione è stata la commemorazione della ‘Dichiarazione’ congiunta tra papa Paolo VI e il Patriarca ecumenico Atenagora: “Rendiamo grazie a Dio perché questo gesto profetico ha spinto le nostre Chiese a perseguire ‘in uno spirito di fiducia, di stima e di carità reciproche, il dialogo che le condurrà, con l’aiuto di Dio, a vivere nuovamente, per il maggior bene delle anime e la venuta del Regno di Dio, nella piena comunione di fede, di concordia fraterna e di vita sacramentale che esisteva tra loro nel corso del primo millennio della vita della Chiesa’. Nello stesso tempo, esortiamo quanti sono ancora titubanti verso qualsiasi forma di dialogo, ad ascoltare ciò che lo Spirito dice alle Chiese, spingendoci, nelle attuali circostanze della storia, a presentare al mondo una rinnovata testimonianza di pace, riconciliazione e unità”.
E l’unità è fondamentale per la pace: “L’obiettivo dell’unità dei cristiani include il fine di contribuire in modo fondamentale e vivificante alla pace tra tutti i popoli. Insieme alziamo fervidamente le nostre voci invocando il dono divino della pace sul nostro mondo. Tragicamente, in molte sue regioni, conflitti e violenza continuano a distruggere la vita di tante persone. Ci appelliamo a coloro che hanno responsabilità civili e politiche affinché facciano tutto il possibile per garantire che la tragedia della guerra cessi immediatamente, e chiediamo a tutte le persone di buona volontà di sostenere la nostra supplica”.
Per questo la dichiarazione congiunta ha ribadito che la religione non serve a giustificare la violenza: “In particolare, rifiutiamo qualsiasi uso della religione e del Nome di Dio per giustificare la violenza. Crediamo che un autentico dialogo interreligioso, lungi dall’essere causa di sincretismo e confusione, sia essenziale per la convivenza di popoli appartenenti a tradizioni e culture diverse. Memori del 60° anniversario della dichiarazione ‘Nostra Aetate’, esortiamo tutti gli uomini e le donne di buona volontà a lavorare insieme per costruire un mondo più giusto e solidale e a prendersi cura del creato, che Dio ci ha affidato. Solo così la famiglia umana potrà superare l’indifferenza, il desiderio di dominio, l’avidità di profitto e la xenofobia”.
Mentre in apertura di giornata nella doxologia papa Leone XIV ha ricordato il cammino verso la comunione tra i cristiani: “Ricordando quell’evento così significativo e ispirati dalla preghiera di Gesù perché tutti i suoi discepoli siano una cosa sola, siamo incoraggiati nel nostro impegno a ricercare il ripristino della piena comunione tra tutti i Cristiani, compito che intraprendiamo con l’aiuto di Dio. Spinti da questo desiderio di unità, ci prepariamo anche a celebrare la memoria dell’Apostolo Andrea, Patrono del Patriarcato Ecumenico. Nella preghiera di questa sera, il diacono ha rivolto a Dio la supplica ‘per la stabilità delle Sante Chiese e per l’unità di tutti’. Questa stessa invocazione risuonerà anche nella Divina Liturgia di domani”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV scrive una Lettera apostolica per l’unità dei cristiani
“Nell’unità della fede, proclamata fin dalle origini della Chiesa, i cristiani sono chiamati a camminare concordi, custodendo e trasmettendo con amore e con gioia il dono ricevuto. Esso è espresso nelle parole del Credo: ‘Crediamo in Gesù Cristo, Unigenito Figlio di Dio, disceso dal cielo per la nostra salvezza’, formulate dal Concilio di Nicea, primo evento ecumenico della storia della cristianità, 1700 anni or sono”: così inizia la lettera apostolica ‘In Unitate Fidei’ scritta da papa Leone XVI in occasione del viaggio apostolico in Turchia nella prossima settimana.
La lettera ha lo scopo di ravvivare la fede: “Mentre mi accingo a compiere il Viaggio Apostolico in Türkiye, con questa lettera desidero incoraggiare in tutta la Chiesa un rinnovato slancio nella professione della fede, la cui verità, che da secoli costituisce il patrimonio condiviso tra i cristiani, merita di essere confessata e approfondita in maniera sempre nuova e attuale.
A tal riguardo, è stato approvato un ricco documento della Commissione Teologica Internazionale: Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. Il 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea. Ad esso rimando, perché offre utili prospettive per l’approfondimento dell’importanza e dell’attualità non solo teologica ed ecclesiale, ma anche culturale e sociale del Concilio di Nicea”.
Per questo è essenziale non dimenticare l’importanza del Concilio di Nicea: “E’ quindi una provvidenziale coincidenza che in questo Anno Santo, dedicato alla nostra speranza che è Cristo, si celebri anche il 1700° anniversario del primo Concilio Ecumenico di Nicea, che proclamò nel 325 la professione di fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio. E’ questo il cuore della fede cristiana.
Ancor oggi nella celebrazione eucaristica domenicale pronunciamo il Simbolo Niceno-costantinopolitano, professione di fede che unisce tutti i cristiani. Essa ci dà speranza nei tempi difficili che viviamo, in mezzo a molte preoccupazioni e paure, minacce di guerra e di violenza, disastri naturali, gravi ingiustizie e squilibri, fame e miseria patita da milioni di nostri fratelli e sorelle”.
La lettera papale ripercorre il percorso bimillenario della Chiesa: “I tempi del Concilio di Nicea non erano meno turbolenti. Quando esso iniziò, nel 325, erano ancora aperte le ferite delle persecuzioni contro i cristiani. L’Editto di tolleranza di Milano (313), emanato dai due imperatori Costantino e Licinio, sembrava annunciare l’alba di una nuova epoca di pace. Dopo le minacce esterne, tuttavia, nella Chiesa emersero presto dispute e conflitti”.
Nei primi anni ‘turbolenti’ per la Chiesa ci fu questa importante professione di fede, che riconobbe Gesù come ‘Figlio di Dio’: “I Padri confessarono che Gesù è il Figlio di Dio in quanto è ‘dalla sostanza ( ousia) del Padre… generato, non creato, della stessa sostanza ( homooúsios) del Padre. Con questa definizione veniva radicalmente respinta la tesi di Ario.
Per esprimere la verità della fede, il Concilio ha usato due parole, ‘sostanza’ (ousia) e ‘della stessa sostanza’ ( homooúsios), che non si trovano nella Scrittura. Così facendo non ha voluto sostituire le affermazioni bibliche con la filosofia greca. Al contrario, il Concilio ha utilizzato questi termini per affermare con chiarezza la fede biblica distinguendola dall’errore ellenizzante di Ario”.
Quindi il cristianesimo non si ellenizzizò, ma si rifece alla tradizione biblica: “L’accusa di ellenizzazione non si applica dunque ai Padri di Nicea, ma alla falsa dottrina di Ario e dei suoi seguaci. In positivo, i Padri di Nicea vollero fermamente restare fedeli al monoteismo biblico e al realismo dell’incarnazione. Vollero ribadire che l’unico vero Dio non è irraggiungibilmente lontano da noi, ma al contrario si è fatto vicino e ci è venuto incontro in Gesù Cristo”.
Per questo il credo niceno testimonia che “il Figlio è ‘Dio vero da Dio vero’. In molti luoghi, la Bibbia distingue gli idoli morti dal Dio vero e vivente. Il vero Dio è il Dio che parla e agisce nella storia della salvezza: il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, che si è rivelato a Mosè nel roveto ardente, il Dio che vede la miseria del popolo, ascolta il suo grido, lo guida e lo accompagna attraverso il deserto con la colonna di fuoco, gli parla con voce di tuono e ne ha compassione”.
Quindi è una professione di fede: “Il Credo di Nicea non formula una teoria filosofica. Professa la fede nel Dio che ci ha redenti attraverso Gesù Cristo. Si tratta del Dio vivente: Egli vuole che abbiamo la vita e che l’abbiamo in abbondanza… Ciò rende chiaro che le affermazioni di fede cristologiche del Concilio sono inserite nella storia di salvezza tra Dio e le sue creature”.
E dopo molti secoli tale Credo richiama ancora la coscienza di ciascuno al rapporto con Dio: “Il Credo di Nicea ci invita allora a un esame di coscienza. Che cosa significa Dio per me e come testimonio la fede in Lui? L’unico e solo Dio è davvero il Signore della vita, oppure ci sono idoli più importanti di Dio e dei suoi comandamenti? Dio è per me il Dio vivente, vicino in ogni situazione, il Padre a cui mi rivolgo con fiducia filiale?
E’ il Creatore a cui devo tutto ciò che sono e che ho, le cui tracce posso trovare in ogni creatura? Sono disposto a condividere i beni della terra, che appartengono a tutti, in modo giusto ed equo? Come tratto il creato, che è opera delle sue mani? Ne faccio uso con riverenza e gratitudine, oppure lo sfrutto, lo distruggo, invece di custodirlo e coltivarlo come casa comune dell’umanità?”
Inoltre il Concilio di Nicea richiama l’importanza dell’ecumenismo: “Il movimento ecumenico, grazie a Dio, ha raggiunto molti risultati negli ultimi sessant’anni. Anche se la piena unità visibile con le Chiese ortodosse e ortodosse orientali e con le Comunità ecclesiali sorte dalla Riforma non ci è ancora stata donata, il dialogo ecumenico ci ha portato, sulla base dell’unico battesimo e del Credo niceno-costantinopolitano, a riconoscere i nostri fratelli e sorelle in Gesù Cristo nei fratelli e sorelle delle altre Chiese e Comunità ecclesiali e a riscoprire l’unica e universale Comunità dei discepoli di Cristo in tutto il mondo”.
L’ecumenismo è un richiamo alla pace: “Così, in un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica Comunità cristiana universale può essere segno di pace e strumento di riconciliazione contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale per la pace. San Giovanni Paolo II ci ha ricordato, in particolare, la testimonianza dei tanti martiri cristiani provenienti da tutte le Chiese e Comunità ecclesiali: la loro memoria ci unisce e ci sprona ad essere testimoni e operatori di pace nel mondo”.
Ed ecco l’invito ad un cammino di unità: “Per poter svolgere questo ministero in modo credibile, dobbiamo camminare insieme per raggiungere l’unità e la riconciliazione tra tutti i cristiani. Il Credo di Nicea può essere la base e il criterio di riferimento di questo cammino. Ci propone, infatti, un modello di vera unità nella legittima diversità. Unità nella Trinità, Trinità nell’Unità, perché l’unità senza molteplicità è tirannia, la molteplicità senza unità è disgregazione”.
E l’unità si realizza con ‘et- et’: “La dinamica trinitaria non è dualistica, come un escludente aut-aut, bensì un legame coinvolgente, un et–et: lo Spirito Santo è il vincolo di unità che adoriamo insieme al Padre e al Figlio. Dobbiamo dunque lasciarci alle spalle controversie teologiche che hanno perso la loro ragion d’essere per acquisire un pensiero comune e ancor più una preghiera comune allo Spirito Santo, perché ci raduni tutti insieme in un’unica fede e un unico amore”.
Ribadendo, però, l’impossibilità di un ritorno alle origini, papa Leone XIV esorta al dialogo, in quanto l’unità arricchisce: “Questo non significa un ecumenismo di ritorno allo stato precedente le divisioni, né un riconoscimento reciproco dell’attuale status quo della diversità delle Chiese e delle Comunità ecclesiali, ma piuttosto un ecumenismo rivolto al futuro, di riconciliazione sulla via del dialogo, di scambio dei nostri doni e patrimoni spirituali.
Il ristabilimento dell’unità tra i cristiani non ci rende più poveri, anzi, ci arricchisce. Come a Nicea, questo intento sarà possibile solo attraverso un paziente, lungo e talvolta difficile cammino di ascolto e accoglienza reciproca. Si tratta di una sfida teologica e, ancor più, di una sfida spirituale, che chiede pentimento e conversione da parte di tutti. Per questo abbiamo bisogno di un ecumenismo spirituale della preghiera, della lode e del culto, come accaduto nel Credo di Nicea e Costantinopoli”.
Tale lettera apostolica si chiude con una preghiera allo Spirito Santo per proseguire in questo cammino: “Santo Spirito di Dio, tu guidi i credenti nel cammino della storia. Ti ringraziamo perché hai ispirato i Simboli della fede e perché susciti nel cuore la gioia di professare la nostra salvezza in Gesù Cristo, Figlio di Dio, consostanziale al Padre. Senza di Lui nulla possiamo. Tu, Spirito eterno di Dio, di epoca in epoca ringiovanisci la fede della Chiesa.
Aiutaci ad approfondirla e a tornare sempre all’essenziale per annunciarla. Perché la nostra testimonianza nel mondo non sia inerte, vieni, Spirito Santo, con il tuo fuoco di grazia, a ravvivare la nostra fede, ad accenderci di speranza, a infiammarci di carità. Vieni, divino Consolatore, Tu che sei l’armonia, a unire i cuori e le menti dei credenti. Vieni e donaci di gustare la bellezza della comunione. Vieni, Amore del Padre e del Figlio, a radunarci nell’unico gregge di Cristo. Indicaci le vie da percorrere, affinché con la tua sapienza torniamo ad essere ciò che siamo in Cristo: una sola cosa, perché il mondo creda. Amen”.
Porziuncola, cuore della sinodalità: l’incontro del Papa con i Vescovi italiani
Sarà la Porziuncola ad accogliere il Santo Padre Leone XIV per l’incontro conclusivo con i Vescovi italiani al termine della 81ª Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, in programma ad Assisi. L’appuntamento è fissato per giovedì 20 novembre, alle ore 9.30, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, il luogo più caro a san Francesco. Con Leone XIV la Porziuncola torna a essere crocevia di Chiesa, luogo di comunione tra il Papa e i suoi fratelli nell’episcopato.
Alla vigilia di questo importante momento abbiamo incontrato p. Fabio Nardelli (docente di Ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum e all’Istituto Teologico di Assisi) che ci ha aiutato a capire il valore sinodale e missionario dell’incontro tra papa Leone XIV ed i vescovi.
Padre Fabio, l’Assemblea generale della CEI si chiude proprio ad Assisi, con l’incontro del Papa alla Porziuncola: che significato assume questo momento per la Chiesa italiana? Possiamo dire che segna un nuovo punto di ripartenza dopo il lungo cammino sinodale?
“E’ certamente un momento di rilancio. L’81ª Assemblea generale della CEI, che si conclude alla Porziuncola, ha il compito di tradurre in orientamenti pastorali il documento finale dell’assemblea sinodale, votato lo scorso 25 ottobre. Non si tratta di un punto di arrivo, ma di una nuova tappa del cammino. I vescovi italiani si ritrovano in ascolto di quel testo per declinarlo in obiettivi concreti e continuare a camminare insieme nelle diverse Chiese del Paese.
Il lavoro non è teorico, ma pratico: si tratta di capire come essere Chiesa sinodale e missionaria. E’ un interrogativo caro sia a papa Francesco che a papa Leone XIV, che sin dall’inizio del suo ministero ha insistito su questo “come” ecclesiale. E che tutto ciò avvenga proprio alla Porziuncola, luogo dove Francesco d’Assisi radunava i suoi frati per discernere insieme come vivere la Regola, è molto significativo: anche oggi la Chiesa si riunisce per cercare vie concrete di fedeltà al Vangelo”.
In questa Assemblea generale i vescovi sono chiamati a confrontarsi sulle priorità pastorali dopo il Cammino sinodale. Quali orientamenti nuovi potranno nascere per la vita della Chiesa italiana nei prossimi anni?
“Il documento finale individua tre grandi direzioni di lavoro. La prima è la conversione della mentalità: non conformarsi alla mentalità del mondo, come ricorda san Paolo (Rm 12,2), ma lasciarsi trasformare dallo Spirito. Questo è il primo passo di ogni rinnovamento ecclesiale.
La seconda direzione è quella di una formazione sinodale e missionaria per tutti i battezzati. Papa Leone XIV ha molto a cuore la formazione intesa come cammino di maturazione spirituale e comunitaria, accessibile a ogni cristiano. Credo che sia un punto cruciale per l’Assemblea: chiedersi come poter tradurre questo cammino di formazione per tutti i discepoli missionari.
La terza direzione è la corresponsabilità nella missione e nella guida delle comunità. Si tratta di comprendere come pastori e laici possano camminare insieme nell’evangelizzazione e nella vita della Chiesa. EE’ importante a questo riguardo sottolineare come la sinodalità non annulli la dimensione dell’autorità, ma la trasfiguri: pastori e popolo, uniti nello Spirito, condividono la responsabilità del Vangelo.
Ed, inoltre, c’è un altro tassello importante: l’attenzione della Chiesa al tema delle relazioni, al tessere relazioni autentiche e mature, anche nell’ottica di un rinnovamento pastorale del percorso di iniziazione cristiana. Sono questi i temi sui quali i Vescovi dovranno interrogarsi in questi giorni: soprattutto, domandandosi il ‘come’ attuarli”.
Alla vigilia dell’anno centenario del Transito di san Francesco, quali prospettive si aprono per la Chiesa italiana e universale nel coniugare la sinodalità con lo spirito di fraternità e di umiltà che scaturisce proprio dalla Porziuncola?
“Ho provato a confrontare il testo dell’omelia di papa Leone, in occasione dell’inizio del Ministero petrino il 18 maggio 2025, ed il messaggio essenziale della Porziuncola. Papa Leone XIV propone l’immagine di una Chiesa quale ‘segno di unità’ con alcune caratteristiche puntuali: che apre le braccia al mondo, che annuncia la Parola e che si lascia inquietare dalla storia.
Questa visione si sposa perfettamente con il messaggio della Porziuncola: questa piccola porzione di terra è inserita all’interno della basilica che accoglie tutto il mondo, rimandando proprio alla dimensione dell’universalità della Chiesa. In secondo luogo, una Chiesa che annuncia la parola, e sappiamo bene come Francesco riceva la parola alla Porziuncola, e dalla Porziuncola mandi i suoi frati ad annunciarla.
Eppoi una Chiesa che si lascia inquietare dalla storia. Su questo verbo mi soffermerei in particolare, perché è un’espressione particolarmente cara al Papa. ‘Inquietare’ nel senso propositivo e bello del termine: potremmo dire lasciarsi inquietare di fronte ai segni dei tempi che ci interrogano, ci provocano e ci mettono in discussione: come, ad esempio, l’ascolto dei poveri, l’ascolto delle diversità, l’ascolto dell’interculturalità. E’ un’inquietudine buona, evangelica, che ci spinge a camminare”.
La Chiesa è chiamata, perciò, a essere lievito di unità e di concordia: piccola come il lievito del Vangelo, ma capace di far fermentare tutta la pasta. Si può vedere in questo incontro tra papa Leone XIV e i vescovi alla Porziuncola un parallelismo spirituale con Francesco che raduna i suoi frati nello stesso luogo?
“La somiglianza è suggestiva, pur con le dovute differenze. Francesco convocava i suoi frati per vivere la comunione nell’unità e nella diversità, per discernere insieme come portare il Vangelo nel mondo. Così anche il Papa, come Vescovo di Roma e primate d’Italia, incontrerà i vescovi per condividere un’esperienza di comunione e missione. Un incontro che è segno concreto della comunione nella Chiesa, orientata alla missione, all’evangelizzazione. E’ questo, in fondo, il cuore della Porziuncola: un luogo dove la fraternità diventa missione”.
Di recente uscita è la pubblicazione di Padre Fabio Nardelli: ‘Riforma nella Chiesa. Un percorso storico-teologico’ con prefazione del card. Marcello Semeraro, in cui si considera la tematica della ‘riforma’ nella Chiesa usando il metodo storico-teologico, in quanto gli eventi esaminati riguardano la stessa Chiesa che, per sua natura, è una realtà teologica inserita nella storia umana. In occasione del Centenario francescano (1226-2026), il testo vuole essere un invito alla riflessione anche riferendosi alla figura di Francesco di Assisi quale riformatore della Chiesa nella Chiesa.
(Tratto dal sito assisiofm.it)
Papa Leone XIV invita a riscoprire Nicola Cusano
“Siete giunti alla meta del vostro pellegrinaggio, ma, come i discepoli di Gesù, ora dobbiamo imparare ad abitare un mondo nuovo. Il Giubileo ci ha resi pellegrini di speranza proprio per questo: tutto va ormai guardato alla luce della risurrezione del Crocifisso. E’ in questa speranza che siamo salvati! Gli occhi, però, non sono abituati. Così, prima di ascendere al cielo, il Risorto ha iniziato a educare i nostri sguardi. E continua a farlo anche oggi! In effetti, le cose non sono come sembrano: l’amore ha vinto, sebbene abbiamo davanti agli occhi tanti contrasti e vediamo lo scontro fra molti opposti”: nell’udienza giubilare in piazza san Pietro, papa Leone XIV ha spiegato che sperare vuol dire anche lasciarsi guidare dalla fede, come insegna Nicola Cusano, cardinale vissuto nel XV secolo, diplomatico papale.
Infatti Nicola Cusano è stato un pensatore che ha sempre perseguito l’unità della Chiesa: “In un’epoca altrettanto travagliata, nel secolo XV, la Chiesa ha avuto un Cardinale ancora oggi poco conosciuto. Fu un grande pensatore e servitore dell’unità. Si chiamava Nicola e veniva da Kues, in Germania: Nicola Cusano. Lui ci può insegnare che sperare è anche ‘non sapere’… Nicola Cusano non poteva vedere l’unità della Chiesa, scossa da correnti opposte e divisa fra Oriente e Occidente. Non poteva vedere la pace nel mondo e fra le religioni, in un’epoca in cui la cristianità si sentiva minacciata da fuori. Mentre viaggiava, però, come diplomatico del papa, egli pregava e pensava. Per questo i suoi scritti sono pieni di luce”.
E’ stato un intellettuale che ha sempre creduto nella speranza: “Molti suoi contemporanei vivevano di paura; altri si armavano preparando nuove crociate. Nicola, invece, scelse fin da giovane di frequentare chi aveva speranza, chi approfondiva discipline nuove, chi rileggeva i classici e tornava alle fonti. Credeva nell’umanità. Capiva che ci sono opposti da tenere insieme, che Dio è un mistero in cui ciò che è in tensione trova unità. Nicola sapeva di non sapere e così comprendeva sempre meglio la realtà. Che dono grande per la Chiesa! Che chiamata al rinnovamento del cuore! Ecco i suoi insegnamenti: fare spazio, tenere insieme gli opposti, sperare ciò che ancora non si vede”.
Ecco la nascita della ‘dotta ignoranza’ dell’idiota: “Il Cusano parlava di una ‘dotta ignoranza’, segno di intelligenza. Protagonista di alcuni suoi scritti è un personaggio curioso: l’idiota. E’ una persona semplice, che non ha studiato e pone ai dotti domande elementari, che mettono in crisi le loro certezze”.
Così succede anche oggi, ribadendo la necessità della Chiesa nel diventare esperta in umanità: “E’ così anche nella Chiesa di oggi. Quante domande mettono in crisi il nostro insegnamento! Domande dei giovani, domande dei poveri, domande delle donne, domande di chi è stato messo in silenzio o condannato, perché diverso dalla maggioranza. Siamo in un tempo benedetto: quante domande! La Chiesa diventa esperta di umanità, se cammina con l’umanità e ha nel cuore l’eco delle sue domande”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV agli agostiniani: ascoltare Dio e lavorare per l’unità
“Prima di iniziare l’omelia formale che è stata preparata, desidero solo salutarvi tutti. E per quelli di voi che capiscono l’inglese ma non capiscono l’italiano: pregate per ricevere il dono dello Spirito Santo! E forse, durante questo breve momento di riflessione sulla Parola di Dio e su ciò che il Signore chiede a tutti voi, a voi che state per iniziare questo Capitolo Generale Ordinario, vi sarà dato non necessariamente il dono di comprendere o parlare tutte le lingue, ma il dono di ascoltare, il dono di essere umili e il dono di promuovere l’unità, all’interno dell’Ordine e attraverso l’Ordine, in tutta la Chiesa e nel mondo”: con queste parole in inglese papa Leone XIV ha iniziato l’omelia per l’apertura del 188^ capitolo generale dell’Ordine di Sant’Agostino con la messa votiva dello Spirito Santo celebrata nella basilica di sant’Agostino.
Prima dell’inizio della celebrazione eucaristica il papa si è fermato a pregare nelle cappelle di santa Monica e di san Nicola da Tolentino, sottolineando nell’omelia la ‘forza’ della Pentecoste, commentando il sermone 269 di sant’Agostino:
“Meditando sulla Pentecoste, il nostro Padre sant’Agostino, rispondendo alla domanda provocatoria di chi chiedeva perché, oggi, non si ripeta, come un giorno a Gerusalemme, il segno straordinario della ‘glossolalia’, fa una riflessione che penso possa tornarvi molto utile nel mandato che state per compiere. Agostino dice: ‘In un primo momento ciascun fedele… parlò tutte le lingue…. Ora l’insieme dei credenti parla in tutte le lingue. Perciò anche ora tutte le lingue sono nostre, poiché siamo membra del corpo che parla’…
Vivete, perciò, questi giorni in uno sforzo sincero di comunicare e di comprendere, e fatelo come risposta generosa al dono grande e unico, di luce e di grazia, che il Padre dei Cieli vi fa convocandovi qui, proprio voi, per il bene di tutti”.
E’ stato un invito a fare ciò con umiltà: “Sant’Agostino, commentando la varietà dei modi in cui lo Spirito Santo, nei secoli, si è effuso sul mondo, legge tale molteplicità come un invito per noi a farci piccoli di fronte alla libertà e all’imperscrutabilità dell’agire di Dio. Nessuno pensi di avere da sé tutte le risposte. Ciascuno condivida con apertura ciò che ha.
Tutti accolgano con fede ciò che il Signore ispira, nella consapevolezza che ‘quanto il cielo sovrasta la terra’ tanto le sue vie sovrastano le nostre vie e i suoi pensieri i nostri pensieri. Solo così lo Spirito potrà ‘insegnare’ e ‘ricordare’ciò che Gesù ha detto, incidendolo nei vostri cuori perché da essi se ne diffonda l’eco nell’unicità e irripetibilità di ogni battito”.
L’altra riflessione ha riguardato il valore dell’unità: “L’unità sia un oggetto irrinunciabile dei vostri sforzi, ma non solo: sia anche il criterio di verifica del vostro agire e lavorare insieme, perché ciò che unisce è da Lui, ma ciò che divide non può esserlo…. Ascolto, umiltà e unità, ecco tre suggerimenti, spero utili, che la liturgia vi dona per questi prossimi giorni”.
(Foto: Santa Sede)
Dio si specchia in noi: l’arte del matrimonio cristiano. Alcuni libri
Perché i giovani possano essere pronti al matrimonio in Chiesa meritano di sapere che questa promessa, per loro, avviene in Cristo. Meritano di conoscere, magari attraverso testimonianze credibili, quale ruolo gioca la grazia di Dio. È Lui il primo ad essere fedele con noi, con la nostra coppia, se decidiamo di investire su Gesù, di invitarlo alle nostre nozze e lasciarlo agire. Il matrimonio per i cristiani cattolici è un sacramento: da questo deriva l’indissolubilità, che non è un giogo, ma un dono di Dio.
Le vicende e le situazioni cambiano: il miracolo del matrimonio sacramento è che nelle mutevoli circostanze della vita – e anche quando i coniugi stessi cambiano – la coppia riesce sempre a ritrovarsi, a scoprire nuove strade per preservare l’unità.
Si può cadere. L’amore può morire. Però noi crediamo in un Dio che risorge anche dalla morte. Come afferma una coppia di coniugi separati e che poi, convertiti, sono tornati insieme nel giorno della sentenza del divorzio: “In genere l’incontro con Gesù avviene quando ci si trova con le spalle al muro”. Così è successo a loro. “Lo abbiamo incontrato durante la separazione. In questa situazione drammatica abbiamo chiesto aiuto al cielo, ciascuno personalmente, in due modi diversi, in due città diverse. E Gesù ha risposto. Ora possiamo e vogliamo dire a tutti: confidate nella potenza del sacramento del matrimonio. Usatelo! Avete una Ferrari tra le mani e la guidate a 30Km/h. Che spreco. Che noia”.
Poiché un amore per la vita non si improvvisa, né è frutto del caso, i corsi di preparazione alle nozze dovrebbero aiutare a comprendere la chiamata alta che gli sposi ricevono e offrire gli strumenti per amare come Cristo ama. Inoltre, è bene che gli sposi non camminino da soli, ma siano in contatto con altri sposi, con altre famiglie. Da soli la salita può diventare insopportabile, ma se i pesi sono condivisi con chi si trova sulla stessa strada allora tutto cambia.
In questa sede, vorrei offrire alcuni titoli di libri che possono aiutare le coppie ad approfondire il matrimonio come sacramento:
“La casa sulla roccia”, di Elisabetta Rossi Ricucci
Descrizione:
Crediamo veramente nella potenza del Sacramento del Matrimonio? Abbiamo la certezza che la nostra prima vocazione sia “vivere al massimo?”. Vi proponiamo un cammino di guarigione attraverso il perdono, per vivere la vostra relazione matrimoniale secondo il progetto di Dio. Il matrimonio non è la tomba dell’amore, come il mondo intende farci credere, ma la culla dell’Amore che non finisce mai. Parleremo della grazia di amare “da Dio”, del combattimento spirituale, delle ferite e dei “cerotti” che usiamo per nasconderle. Parleremo di maschere, di stili educativi, di dinamiche relazionali e di altro ancora. Le fonti che hanno ispirato questo libro sono diverse: la Sacra Scrittura, i documenti della Chiesa, gli incontri con santi sacerdoti e consacrati e la nostra esperienza personale di ex separati ed ex non credenti. Il Dio dell’impossibile farà grandi cose per ognuno di voi!
“L’arte di rovinare i matrimoni. La missione di un giovane apprendista diavolo”, di Cecilia Galatolo
Descrizione:
Un romanzo, ambientato a tratti sulla Terra, a tratti all’Inferno, ma con lo sguardo sempre rivolto al Paradiso, non banalizza l’esistenza del demonio, né vuole terrorizzare il lettore. Utilizzando una storia di fantasia, simile ad una favola moderna che segue le orme di Le lettere di Berlicche di C.S. Lewis, vogliamo offrire un piccolo aiuto per ritrovare la fede nell’Onnipotente, anche di fronte alle tentazioni più grandi. Smascherando gli inganni del diavolo e mostrando la superiorità di Dio, vorremmo che il lettore arrivasse a chiedersi, come san Paolo: Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?
“Sposi profeti dell’amore: Dio si specchia in noi”, di Antonio e Luisa De Rosa
Descrizione:
Chi sono i profeti? Cosa significa dire che noi sposi siamo profeti dell’amore di Dio? Siamo profeti quando riusciamo a mostrare nel nostro amore qualcosa dell’amore di Dio. Siamo profeti nel vivere la nostra relazione alla luce della relazione con Dio. Siamo profeti quando attraverso la perseveranza nelle difficoltà e la condivisione delle gioie possiamo. Siamo profeti quando in un mondo assetato di gratuità, di bellezza, di senso, di fedeltà e di amore siamo capaci di essere una piccola goccia d’acqua che insieme a tante altre può dissetare e rigenerare.
Dal Meeting di Rimini il Concilio di Nicea punto di partenza per un nuovo impulso ecumenico
Al meeting dell’Amicizia tra i Popoli giornata particolare con le relazioni del card. Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani, e di Bartolomeo, patriarca ecumenico di Costantinopoli, che hanno interloquito sul Concilio di Nicea (‘1700 anni dal Concilio di Nicea’), introdotti da don Andrea D’Auria, direttore del Centro internazionale di Comunione e Liberazione, che ha ripreso le parole di papa Leone XIV: “Il Concilio di Nicea è una bussola che deve continuare a guidarci verso la piena unità visibile dei cristiani… Quindi Nicea non fu qualcosa di astratto ma ha a che fare con la nostra fede oggi, interessa il nostro rapporto con Dio, il prossimo e noi stessi”.
Nell’intervento il card. Koch ha esordito sottolineando l’importanza delle questioni dottrinali affrontate dal Concilio attraverso la ‘Dichiarazione dei 318 Padri’: “Con essa i Padri professarono la loro fede in ‘un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose visibili e invisibili’… Ed nella lettera del Sinodo agli Egiziani, i Padri annunciarono che il primo vero oggetto di studio era il fatto che Ario e i suoi seguaci fossero nemici della fede e opposti alla legge, e affermarono pertanto di aver ‘deciso all’unanimità di condannare con anatema la sua dottrina contraria alla fede, le sue affermazioni e le sue descrizioni blasfeme, con le quali oltraggiava il Figlio di Dio’.
Queste affermazioni delineano il contesto del credo formulato dal Concilio che professa la fede in Gesù Cristo come Figlio di Dio, ‘consustanziale al Padre’. Lo sfondo storico è quello di una violenta disputa scoppiata nella cristianità dell’epoca, soprattutto nella parte orientale dell’impero romano; da ciò emerge che, all’inizio del IV secolo, la questione cristologica era diventata il problema cruciale del monoteismo cristiano”.
Dopo una lunga disputa sul termine ‘homoousios’ il Concilio niceno mise al centro della professione di fede la preghiera di Gesù al Padre: “Il credo cristologico del Concilio è diventato la base della comune fede cristiana. Il Concilio riveste una grandissima importanza soprattutto perché avvenne in un’epoca in cui la cristianità non era ancora lacerata dalle numerose divisioni che si sarebbero poi prodotte. Il credo niceno è comune non solo alle Chiese orientali, alle Chiese ortodosse e alla Chiesa cattolica, ma anche alle Comunità ecclesiali nate dalla Riforma; la sua rilevanza ecumenica non deve quindi essere sottovalutata”.
Solo in tale modo è possibile l’unità nella Chiesa: “Di fatti, per ripristinare l’unità della Chiesa, è necessario che vi sia un accordo sui contenuti essenziali della fede, non solo tra le Chiese e le Comunità ecclesiali di oggi, ma anche con la Chiesa del passato e, in particolare, con la sua origine apostolica. L’unità della Chiesa si fonda sulla fede apostolica, che nel battesimo viene trasmessa e affidata a ogni nuovo membro del Corpo di Cristo”.
Questo è il fondamento dell’ecumenismo spirituale cristologico, che si basa sulla centralità della preghiera: “Poiché l’unità può essere ritrovata solo nella fede comune, la confessione cristologica del Concilio di Nicea si rivela il fondamento dell’ecumenismo spirituale. Questo è ovviamente un pleonasmo. L’ecumenismo cristiano o è spirituale oppure non è ecumenismo…
Il movimento ecumenico è stato fin dalle sue origini un movimento di preghiera. E’ stata la preghiera per l’unità dei cristiani ad aprire la strada al movimento ecumenico. La centralità della preghiera evidenzia il fatto che l’impegno ecumenico è innanzitutto un compito spirituale, assunto nella convinzione che lo Spirito Santo porterà a termine l’opera ecumenica che ha iniziato e ci indicherà la via”.
Solo in questo modo l’ecumenismo può progredire: “L’ecumenismo cristiano può progredire in modo credibile solo se i cristiani tornano insieme alla fonte della fede, che è possibile trovare solo in Gesù Cristo, come è stato professato dai Padri conciliari a Nicea… L’ecumenismo cristiano non può essere altro che adesione di tutti i cristiani alla preghiera sacerdotale del Signore, e lo diventa quando i cristiani fanno proprio, nel loro intimo, il forte desiderio di unità. Se l’ecumenismo non si limita a una dimensione interpersonale e filantropica, ma ha un’ispirazione e un fondamento realmente cristologici, non può essere altro che partecipazione alla preghiera sacerdotale di Gesù”.
L’importanza del Concilio di Nicea è stata sottolineata anche dal patriarca Bartolomeo, che ha messo subito in evidenza: “Resta evidente che quel Concilio ha svolto e svolge un ruolo primario di adesione stretta alla Sacra Scrittura e la Chiesa Ortodossa vi resta saldamente ancorata. Una pietra angolare per l’annuncio nei 17 secoli successivi”. Però l’intervento del patriarca di Costantinopoli è stato storico, anche se ha sviluppato temi attuali quali la sinodalità e la celebrazione unitaria della Pasqua: “Per essere credibili come cristiani, dobbiamo festeggiare la resurrezione del Salvatore nello stesso giorno. Assieme a papa Francesco abbiamo incaricato una commissione di studiare il problema. Ma esistono sensibilità diverse tra le Chiese e dobbiamo evitare nuove divisioni, non alimentare altre spaccature”.
Per questo è necessario uno ‘sforzo’comune: “Lo sforzo di trovare una data comune di Pasqua è un obiettivo pastorale importante, soprattutto per le coppie e per le famiglie di diverse confessioni e in vista della grande mobilità delle persone, in particolare durante le festività. Con una data comune di Pasqua, potrebbe essere espressa in modo ancora più credibile la profonda convinzione della fede cristiana che la Pasqua non è solo la festa più antica, ma anche la festa più importante della cristianità e che la fede cristiana sta o cade con il mistero pasquale, come la chiesa primitiva riassumeva questa convinzione fondamentale con la frase: ‘Togli la Risurrezione, e distruggi all’istante il cristianesimo’. L’importanza fondamentale della Pasqua verrebbe messa in luce da una data comune, che impartirebbe anche un nuovo slancio al cammino ecumenico verso il ripristino dell’unità della Chiesa in Oriente e in Occidente nella fede e nell’amore”.
Da qui l’invito ad approfondire il cammino sinodale: “Il 1700° anniversario del Concilio di Nicea deve essere percepito anche come un invito ed un’esortazione a trarre un’importante lezione dalla storia e ad approfondire oggi il pensiero sinodale nella comunione ecumenica, ancorandolo alla vita della Chiesa. Di fatti, anche l’ecumenismo avanza sulla via della ricomposizione dell’unità della Chiesa solo se viene portato avanti in maniera congiunta e, quindi, sinodale. Quanto fondamentale sia la sinodalità anche per l’impegno ecumenico è dimostrato chiaramente da due importanti documenti, quale lo studio ‘La Chiesa verso una visione comune’, che mira ad una visione multilaterale ed ecumenica della natura, dello scopo e della missione della Chiesa”.
Ed ha concluso l’intervento affermando l’importanza dello studio insieme: “Questo punto di vista è condiviso anche dalla Commissione Teologica Internazionale nel suo documento programmatico ‘La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa’, dove si constata che il dialogo ecumenico è progredito sino al punto di riconoscere nella sinodalità una ‘dimensione rivelatrice della natura della Chiesa’… Questa panoramica storica ci fa comprendere che lo sviluppo della sinodalità nella vita della Chiesa e dell’ecumenismo deve essere attuato con accuratezza teologica e prudenza pastorale. Anche questa lezione può essere appresa studiando il Concilio di Nicea”.
(Foto: Santa Sede)
Al Meeting di Rimini una mostra sul Concilio di Nicea per una nuova prospettiva sul mondo
Nel 325 d.C. a Nicea si tenne il primo evento ecumenico della storia della cristianità, da cui scaturì una professione di fede condivisa che da 1700 anni rappresenta per i cristiani un elemento in cui identificarsi e trovare unità, come ha scritto papa Francesco nella bolla di indizione del Giubileo ordinario, ‘Spes non confundit’:
“Si compiranno, infatti, 1700 anni dalla celebrazione del primo grande Concilio Ecumenico, quello di Nicea. E’ bene ricordare che, fin dai tempi apostolici, i pastori si riunirono in diverse occasioni in assemblee allo scopo di trattare tematiche dottrinali e questioni disciplinari. Nei primi secoli della fede i Sinodi si moltiplicarono sia nell’Oriente sia nell’Occidente cristiano, mostrando quanto fosse importante custodire l’unità del popolo di Dio e l’annuncio fedele del Vangelo…
Dopo vari dibattimenti, tutti, con la grazia dello Spirito, si riconobbero nel Simbolo di fede che ancora oggi professiamo nella celebrazione eucaristica domenicale. I Padri conciliari vollero iniziare quel Simbolo utilizzando per la prima volta l’espressione ‘Noi crediamo’, a testimonianza che in quel ‘Noi’ tutte le Chiese si ritrovavano in comunione, e tutti i cristiani professavano la medesima fede. Il Concilio di Nicea è una pietra miliare nella storia della Chiesa”.
E’ per tale motivo che al meeting dell’Amicizia tra i popoli, in programma alla Fiera di Rimini fino al 27 agosto è stata allestita dalla Pontificia Università della Santa Croce e dall’associazione ‘Patres’ la mostra ‘Luce da Luce: Nicea 1700 anni dopo’, curata da Leonardo Lugaresi, Giulio Maspero, Paolo Prosperi, Ilaria Vigorelli, con la collaborazione di Samuel Fernández: “Ma proprio a Nicea la Chiesa, di fronte alla crisi ariana, è riuscita a formulare per la prima volta la verità sconvolgente che Dio è Padre, non che fa il Padre. Quindi non è che Dio può decidere se essere Padre o non essere Padre, proprio perché Gesù è il Suo Figlio eterno. Ma ciò significa dire che Dio non può far altro che amarci e questa è una notizia che ci libera. Anzi, forse noi soffriamo così tanto proprio perché abbiamo perso tale riferimento. Perciò la mostra, in occasione di questo anniversario di Nicea, è una grande occasione per recuperare questa verità”.
Il progetto si articola in un viaggio a tappe dove, attraverso grandi grafiche, si sviluppano i temi emersi al Concilio di Nicea: partendo dalla narrazione delle contese che hanno portato alla sua convocazione; quindi si passa all’esposizione del Simbolo di Nicea, in greco e in italiano, affiancato da una grande riproduzione del Cristo Pantocratore da Hagia Sophia. A seguire le fasi successive al Concilio fino ad arrivare al rapporto con i giorni nostri.
Ad uno dei curatori, don Giulio Maspero, professore ordinario di teologia dogmatica alla Pontificia Università ‘Santa Croce’ di Roma, chiediamo di raccontarci brevemente la mostra: “La mostra introduce ad una parte della nostra storia che è all’origine proprio del Giubileo che stiamo vivendo. La speranza che ci viene offerta, infatti, non è quella di una favola, ma ha origine in un dramma e un percorso, in alcuni passaggi faticoso, per accogliere il dono della rivelazione che Gesù di Nazareth è il Figlio di Dio, cioè che è eterno come Suo Padre.
La crisi ad Alessandria di Egitto, che ha portato poi al concilio di Nicea nell’odierna Turchia, con tutti gli eventi anche ad essa successivi, rappresentano un percorso che può essere considerato liberante. Infatti, l’essere umano è sempre in tensione tra il proprio desiderio di infinito e i limiti che lo caratterizzano. Senza la verità proclamata a Nicea, l’uomo sarebbe assurdo, come ha scritto anche Gregorio di Nazianzo, un Padre della Chiesa fondamentale per la ricezione del concilio”.
Quale prospettiva sul mondo ha offerto il Concilio di Nicea?
“A prima vista, potrebbe sembrarci che si tratta di eventi passati, legati a questioni cavillose che potevano interessare solo i vescovi del IV secolo: quanto di più lontano da noi. La sfida che la Pontificia Università della Santa Croce e l’Associazione ‘Patres’, coorganizzatrici della mostra con il Meeting dell’Amicizia tra i popoli, hanno raccolto è quella di mostrare come oggi tutti ci sentiamo sbagliati, inadempienti e insufficienti, proprio perché la verità che il Dio di Gesù Cristo è trinitario è in ombra nel nostro contesto culturale. Il cuore di quanto il percorso mira a presentare è che a Nicea la Chiesa è riuscita a dire a sé stessa e al mondo che Dio è Padre e non solo fa il Padre. Ciò significa che Egli sa solo generare e rigenerare, quindi perdonare e accogliere sempre. E questo, dopo l’uccisione simbolica di Dio e del padre, da parte della modernità, è una verità che l’epoca post-moderna ha profondamente bisogno di riascoltare”.
Quanto è importante tale Concilio per l’unità dei cristiani?
“La storia di Nicea dimostra che le divisioni nella Chiesa ci sono sempre state, ma nello stesso tempo esse possono venire superate solo tornando all’unità del Dio di Gesù Cristo che è trino. Infatti, a Nicea è iniziato un percorso che ha permesso di cogliere come l’identità di ciascuno non può essere pensata in modo indipendente da quella degli altri, proprio perché siamo stati creati ad immagine e somiglianza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, i quali sono una cosa sola nella loro mutua relazione. Questa è la verità di fede che tutti i cristiani condividono. Per questo essa deve diventare fondamento del cammino per tornare alla pienezza dell’unità tra i cristiani. Abbiamo bisogno di un ecumenismo radicale, perché è semplicemente assurdo credere nella Trinità ed essere separati”.
Inoltre al patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, papa Leone XIV ha espresso il desiderio di andare a Nicea: sarà un passo verso un cammino di unità?
“Da tale punto di vista, la visita di papa Leone XIV a Nicea renderà visibile questo fondamento dell’unità che già è presente. E ciò corrisponde proprio alla missione del ministero petrino, che la profondità patristica dell’attuale Sommo Pontefice rende particolarmente evidente”.
Infine quale rapporto c’è tra il titolo della mostra, ‘Luce da Luce: Nicea 1700 anni dopo’, e quello del meeting, ‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’?
“La parte della nostra storia che raccontiamo dice molto chiaramente come il ‘deserto’ non è caratteristico solo della nostra epoca, ma c’è sempre stato e sempre ci sarà. Come nel ‘Piccolo Principe’ di Saint-Exupéry, l’aereo della nostra anima va spesso in panne. Ma il deserto rappresenta una grande opportunità, perché abbiamo mattoni sempre nuovi per costruire la casa.
E questi mattoni sono le eredità che abbiamo ricevuto, a livello sia ecclesiale sia culturale. Esse hanno una virtualità che proprio le crisi fanno emergere. Per questo le chiamiamo ‘fonti’, infatti sono proprio sorgenti. La storia del pensiero umano dimostra che ogni grande rinascita ha avuto origine da un approfondimento del patrimonio che già si possedeva. Ogni rinascimento sorge da un ritorno alle fonti e questo è tanto più vero per ciò che riguarda la fede in Cristo, Figlio di Dio salvatore”.
(Foto: Meeting Amicizia tra i Popoli)




























