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Papa Leone XIV: la riconciliazione è laboratorio di unità

“Esso fu fortemente voluto da san Giovanni Paolo II, che lo sostenne con la sua passione pastorale, fu confermato da papa Benedetto XVI con la sua sapienza teologica, come pure da papa Francesco, che sempre ha avuto grande cura del volto misericordioso della Chiesa. Anch’io vi esorto a proseguire in questo servizio, approfondendo e ampliando l’offerta formativa, affinché il quarto Sacramento sia sempre più profondamente conosciuto, adeguatamente celebrato e perciò serenamente ed efficacemente vissuto da tutto il popolo santo di Dio”: questa mattina papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i partecipanti al 37^ Corso sul foro interno della Penitenzieria Apostolica ricordando che il perdono dei peccati favorisce la pace.

Prer questo ha ricordato l’importanza di questo sacramento: “Il Sacramento della riconciliazione ha avuto nella storia un notevole sviluppo, sia nella comprensione teologica, sia nella forma celebrativa. La Chiesa, madre e maestra, ne ha progressivamente riconosciuto il senso e la funzione, dilatando la possibilità della sua celebrazione.

Eppure, alla reiterabilità del Sacramento non corrisponde sempre, da parte dei battezzati, una sollecitudine nel farvi ricorso: è come se l’infinito tesoro della misericordia della Chiesa restasse ‘inutilizzato’, per una diffusa distrazione dei cristiani che, non di rado, rimangono per lungo tempo in stato di peccato, piuttosto che accostarsi al confessionale, con semplicità di fede e di cuore, per accogliere il dono del Signore Risorto”.

Riprendendo una frase di sant’Agostino il papa ha definito questo sacramento un ‘laboratorio di unità’ in favore della pace: “Afferma sant’Agostino: ‘Chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d’accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati, e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio’. Riconoscere i nostri peccati, soprattutto in questo tempo di Quaresima, significa dunque ‘accordarci’ con Dio, unirci a Lui.

Il Sacramento della riconciliazione è allora un ‘laboratorio di unità’: esso ristabilisce l’unità con Dio, attraverso il perdono dei peccati e l’infusione della grazia santificante. Questo genera l’unità interiore della persona e l’unità con la Chiesa; perciò favorisce anche la pace e l’unità nella famiglia umana. Verrebbe da chiedersi: quei cristiani che hanno responsabilità gravi nei conflitti armati hanno l’umiltà e il coraggio di fare un serio esame di coscienza e di confessarsi? Ma. di nuovo ci domandiamo, può davvero l’uomo, piccola e semplice creatura, ‘rompere l’unità’ con il Creatore? Questa immagine non è forse parziale e, in definitiva, mortificante della Rivelazione che Gesù ci ha fatto di Dio?”

Domande fondamentali a cui il papa ha risposto che il peccato non ‘rompe l’unità’ con Dio: “A ben vedere, il peccato non rompe l’unità, intesa come dipendenza ontologica della creatura dal Creatore: anche il peccatore rimane totalmente dipendente da Dio Creatore, e tale dipendenza, quando viene riconosciuta, può aprire la strada della conversione.

Il peccato rompe, piuttosto, l’unità spirituale con Dio: è un voltargli le spalle, e questa drammatica possibilità è tanto reale quanto lo è il dono della libertà, che Dio stesso ha fatto agli esseri umani. Negare la possibilità che il peccato rompa davvero l’unità con Dio è, in realtà, un misconoscimento della dignità dell’uomo, che è (e rimane) libero e quindi responsabile dei propri atti”.

E, rivolgendosi ai sacerdoti, il papa ha sottolineato che la loro vita si realizza in questo sacramento: “Carissimi giovani sacerdoti e ordinandi, abbiate sempre viva consapevolezza dell’altissimo compito che Cristo stesso, attraverso la Chiesa, vi affida: ricostruire l’unità delle persone con Dio attraverso la celebrazione del Sacramento della riconciliazione. La vita intera di un sacerdote può essere pienamente realizzata, celebrando assiduamente e fedelmente questo Sacramento.

Ed infatti quanti sacerdoti sono diventati santi nel Confessionale! Pensiamo solo a san Giovanni Maria Vianney, an Leopoldo Mandić e, più recentemente, a san Pio da Pietrelcina ed al beato Michał Sopoćko”.

Per questo l’unità con Dio è unità con la Chiesa: “L’unità ristabilita con Dio è anche unità con la Chiesa, che è il corpo mistico di Cristo: noi siamo membra del ‘Cristo totale’. Il tema del vostro Corso di quest’anno: ‘La Chiesa chiamata ad essere casa di Misericordia’, sarebbe incomprensibile se non si partisse dalla radice che è Gesù Cristo risorto. La Chiesa accoglie le persone, come ‘casa di Misericordia’, perché innanzitutto accoglie continuamente il suo Signore, nella Parola ascoltata e proclamata, e nella grazia dei Sacramenti”.

Ed attraverso la confessione si ‘edifica’ la Chiesa: “Per questa ragione, nella celebrazione della Confessione sacramentale, mentre i penitenti sono riconciliati con Dio e con la Chiesa, si edifica la Chiesa stessa, che viene arricchita della santità rinnovata dei suoi figli pentiti e perdonati. Nel confessionale, cari fratelli, collaboriamo alla continua edificazione della Chiesa: una, santa, cattolica e apostolica; e così facendo diamo anche energie nuove alla società e al mondo”.

Attraverso la Chiesa si arriva all’unità con le persone: “L’unità con Dio e con la Chiesa, infine, è il presupposto dell’unità interiore delle persone, oggi così necessaria, nel tempo della frammentazione che ci è dato di vivere. Unità interiore che si riscontra come desiderio reale soprattutto nelle nuove generazioni. Le promesse non mantenute di un consumismo sfrenato e l’esperienza frustrante di una libertà svincolata dalla verità si possono trasformare, per divina misericordia, in occasioni di evangelizzazione: facendo emergere il senso di incompiutezza, permettono di destare quelle domande esistenziali alle quali solo Cristo risponde pienamente”.

Questa ‘triade’ pone le fondamenta per la pace: “Questo dinamismo di unità con Dio, con la Chiesa e in noi stessi è un presupposto della pace tra gli uomini e i popoli: solo una persona riconciliata è capace di vivere in modo disarmato e disarmante! Chi depone le armi dell’orgoglio e si lascia continuamente rinnovare dal perdono di Dio, diventa un operatore di riconciliazione nella vita di ogni giorno”.

Ciò si può realizzare grazie alla misericordia di Dio: “In lui o in lei si realizzano le parole attribuite a san Francesco d’Assisi: ‘Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace’. Carissimi, non tralasciate mai di accostarvi voi stessi, con fedele costanza, al Sacramento del perdono, per essere sempre i primi beneficiari della divina Misericordia, di cui siete divenuti (o diverrete) ministri”.

In precedenza aveva ricevuto i componenti della Fondazione Cattolica, nel ventennale della nascita, con l’incoraggiamento a sostenere le situazioni di fragilità ed emarginazione: “Tra questi pionieri ci furono anche i fondatori della Società Cattolica di Assicurazione, un gruppo di sacerdoti e laici che, nel 1896, a Verona, diedero vita a una società cooperativa, a larga partecipazione popolare, che si è poi sviluppata insieme al Paese, aiutando le comunità a superare i traumi delle due guerre mondiali.

Vent’anni fa, in un contesto molto mutato ma a partire da quelle stesse radici, è nata la Fondazione Cattolica, riconoscendo il ruolo fondamentale del Terzo Settore nel sostegno alle comunità, alle persone e alle famiglie che vivono condizioni di maggiore fragilità e di emarginazione sociale. In questo modo, favorendo le iniziative di tante associazioni e imprese sociali, fondazioni ed enti religiosi, avete dato un contributo importante alla coesione sociale e alla tutela delle persone più vulnerabili”.

(Foto: Santa Sede)

Ad Assisi aperto l’anno giubilare francescano

‘Hic michi viventi lectus fuit et morienti’ (qui fu il mio letto, sia da vivo che da morente): dalle celebrazioni dell’anniversario dell’approvazione della Regola e del Natale di Greccio nel 2023 a quelle per il dono delle Stimmate nel 2024, dagli eventi per ricordare la composizione del Cantico delle creature nel 2025, all’apertura dell’VIII centenario del transito: sabato 10 gennaio dalla  basilica papale di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, si è aperto l’ultimo tratto del cammino giubilare francescano che culminerà il 3 ottobre (giorno della morte) e il 4 per la festa del santo. E la scritta sul libro che il Poverello tiene in mano nell’icona del 1255, san Francesco tra due angeli rappresenta uno dei simboli del Transito perché proprio quell’asse lignea dipinta dal pittore Maestro di San Francesco accolse e protesse il corpo del Poverello in vita e poi immediatamente dopo la sua morte, come lui stesso afferma.

L’avvio del Centenario in questo luogo ha segnato l’inizio di un tempo di grazia ecclesiale, che invita la Chiesa intera a tornare alle sorgenti della testimonianza francescana, là dove la vita di Francesco si è compiuta nella piena conformità a Cristo povero e crocifisso e dove Francesco (come ha sottolineato fra Massimo Travascio Custode della Porziuncola nel suo saluto iniziale) ‘ha consegnato alla Chiesa un’eredità di pace, riconciliazione e canto’, auspicando che questo Centenario non sia “memoria innocua, ma profezia viva, capace di insegnare ancora oggi a vivere e a morire secondo il Vangelo”.

Il rito è stato presieduto dal Ministro Provinciale dei Frati Minori di Umbria e Sardegna, fra Francesco Piloni, mentre mons. Domenico Sorrentino, ed il sindaco di Assisi, Valter Stoppini, hanno varcato insieme la soglia della Basilica portando un cero, successivamente acceso nella Cappella del Transito, come ha sottolineato mons. Sorrentino: “Quando quattro anni fa iniziammo proprio qui in Assisi a pensare al 2026, insieme poi ai vescovi e francescani degli altri luoghi dei Centenari, Greccio e La Verna, sapevamo che avremmo vissuto anni di grazia e così è stato. Per arrivare oggi a un’esplosione di gioia vera, quella che viene dal cuore e dall’impegno di ciascuno a recuperare Francesco in tutte le sue dimensioni… L’augurio che faccio a tutti e alla Chiesa intera è di riscoprire questo nostro Santo per riscoprire Gesù, unica fonte di gioia e pace”.

Cuore pulsante del rito è stato il cammino unitario delle sei grandi famiglie francescane, che hanno trovato in questa celebrazione una voce sola e un passo comune. Fra Massimo Fusarelli, Ministro generale dei Frati Minori, fra Carlos Alberto Trovarelli, Ministro generale dei Frati Minori Conventuali, fra Roberto Genuin, Ministro generale dei Frati Minori Cappuccini, Tibor Kauser OFS, Ministro generale dell’Ordine Francescano Secolare, fra Amando Trujillo Cano TOR, Ministro generale del Terzo Ordine Regolare, sr Daisy Kalamparamban CFI-TOR, Presidente della Conferenza Francescana Internazionale dei Fratelli e delle Sorelle del Terz’Ordine Regolare hanno attraversato insieme le navate della Basilica, inaugurando simbolicamente il pellegrinaggio di tutto il mondo francescano. Un momento di rara forza ecclesiale, rimando all’unità di una famiglia che riconosce in Francesco una sorgente comune e ancora feconda.

Il rito si è articolato in sei momenti (Misericordia, Preghiera, Fraternità, Lavoro, Pace e Benedizione) che hanno ripercorso i passaggi essenziali del Testamento di san Francesco, accompagnati da meditazioni, testimonianze e interventi dei Ministri Generali. Al centro, l’invocazione corale della pace, affidata alla responsabilità dei credenti in un tempo segnato da conflitti, divisioni e fragilità globali. Il cammino si è concluso alla Porziuncola, segno del ‘sepolcro vuoto’ e della Pasqua vissuta da Francesco, a indicare che il Transito non è una fine, ma l’inizio di una vita pienamente consegnata a Dio e agli uomini.

Al termine della celebrazione per questo Anno Santo francescano è stata letta la ‘Lettera’che papa Leone XIV ha voluto indirizzare alla Famiglia francescana e alla Chiesa tutta per l’apertura del Centenario del Transito di san Francesco, segno della partecipazione del Santo Padre a questo evento di rilevanza universale e della sua vicinanza spirituale al cammino che da Assisi si apre per l’intera comunità ecclesiale.

Per tale motivo la Penitenzieria Apostolica ha concesso l’Indulgenza plenaria, alle consuete condizioni, da potersi ottenere per tutto il corso dell’anniversario nelle chiese francescane di tutto il mondo, come reso pubblico dal Decreto promulgato nel Bollettino della Santa Sede del 10 gennaio 2026, come ha sottolineato il Custode del Sacro Convento, fra Marco Moroni: “Ricordare la morte di Francesco significa per noi celebrare il miracolo della sua vita e la sua presenza viva in mezzo a noi: una benedizione che da oltre ottocento anni accompagna la Chiesa e l’intera umanità. La vita e il carisma francescani trovano la loro radice più autentica nello stesso Francesco, che continua a portare frutto nella storia, seminando misericordia, fraternità e pace”.

Anche fra Francesco Piloni OFM ha voluto commentare questa importante giornata: “Qui oggi la Chiesa riceve nuovamente un Testamento, che è un dono per tutti. Aprendo questo Centenario nel luogo del suo Transito, riconosciamo che la vita del Poverello continua a parlare a tutti noi, alla Chiesa intera, chiamandola alla conversione e alla fraternità, perché ciò che nacque qui, sulla nuda terra, è destinato ancora a fecondare il mondo”.

La cerimonia è stata aperta dal saluto di fra Massimo Travascio, custode della basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, e proseguita con la processione guidata dal presidente del rito, fra Francesco Piloni, ministro provinciale dei Frati minori di Umbria e Sardegna, assieme ai sei ministri generali ovvero fra Massimo Fusarelli (Frati minori), fra Carlos Alberto Trovarelli (Frati minori conventuali), fra Roberto Genuin (Frati minori cappuccini), Tibor Kauser (Ordine francescano secolare), fra Amando Trujillo Cano (Terzo ordine regolare) e suor Daisy Kalamparamban, presidente della Conferenza francescana internazionale dei Fratelli e delle Sorelle del Terz’ordine regolare.

Per l’occasione la Penitenzieria apostolica ha concesso l’indulgenza plenaria, papa Leone XIV ha salutato l’evento con un messaggio ai ministri generali della Conferenza della Famiglia Francescana, in cui scrive: “La pace è la somma di tutti i beni di Dio, un dono che scende dall’Alto. Che illusione sarebbe pensare di costruirla con le sole forze umane” ed ha assicurato di unirsi a quanti prenderanno parte alle manifestazioni commemorative e poi ha consegnato una preghiera dedicata al Poverello.

E’ stato quindi il momento delle riflessioni con i ministri generali che hanno raggiunto le sei stazioni laterali della basilica, ripercorrendo idealmente i passaggi cruciali del Testamento che san Francesco lasciò ai suoi frati prima di morire, la sua eredità spirituale: misericordia, preghiera, fraternità, lavoro, pace e benedizione sono stati i temi delle meditazioni, accompagnate da un testo delle Fonti francescane o del Vangelo e dall’ascolto di una testimonianza.

Al termine del rito è stato letto il messaggio inviato da papa Leone XIV e mons. Sorrentino ha annunciato il suo successore alla guida della diocesi, mons. Felice Accrocca, comunicando la promulgazione del decreto con il quale il papa istituisce uno speciale Anno giubilare francescano, dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027, durante il quale tutti i fedeli cristiani sono invitati a seguire l’esempio del Santo di Assisi, diventando modelli di santità di vita e testimoni instancabili di pace:

“La visione francescana della pace non si limita alle relazioni tra gli esseri umani, ma abbraccia l’intero creato. Francesco, che chiama il sole ‘fratello’ e la luna ‘sorella’, che riconosce in ogni creatura un riflesso della bellezza divina, ci ricorda che la pace deve estendersi a tutta la famiglia del Creato. Tale intuizione risuona con particolare urgenza nel nostro tempo, quando la casa comune è minacciata e geme sotto lo sfruttamento. La pace con Dio, la pace tra gli uomini e con il Creato sono dimensioni inseparabili di un’unica chiamata alla riconciliazione universale”.

(Foto: San Francesco d’Assisi)

Papa Leone XIV in Libano per essere operatori di pace

“E’ una grande gioia incontrarvi e visitare questa terra in cui ‘pace’ è molto più di una parola: qui la pace è un desiderio e una vocazione, è un dono e un cantiere sempre aperto. Voi siete investiti di autorità in questo Paese, ciascuno nei propri ambiti e con ruoli specifici. E’ alla luce di questa autorità che desidero rivolgervi la parola di Gesù, scelta come ispirazione fondamentale di questo mio viaggio: ‘Beati gli operatori di pace!’ Certo, vi sono milioni di Libanesi, qui e nel mondo intero, che servono la pace silenziosamente, giorno dopo giorno”: papa Leone XIV ha salutato le autorità libanesi, riprendendo le parole di papa san Giovanni Paolo II.

Un messaggio chiaro capace di consentire un futuro alla popolazione: “A voi, però, che avete compiti istituzionali importanti all’interno di questo popolo, è destinata una speciale beatitudine se a tutto potrete dire di avere anteposto l’obiettivo della pace. Desidero, in questo nostro incontro, riflettere un po’ con voi su che cosa significhi essere operatori di pace entro circostanze molto complesse, conflittuali e incerte”.

Ed ha ‘esaltato’ la resilienza del popolo libanese: “La vostra resilienza è caratteristica imprescindibile degli autentici operatori di pace: l’opera della pace, infatti, è un continuo ricominciare. L’impegno e l’amore per la pace non conosce paura di fronte alle sconfitte apparenti, non si lascia piegare dalle delusioni, ma sa guardare lontano, accogliendo e abbracciando con speranza tutte le realtà. Ci vuole tenacia per costruire la pace; ci vuole perseveranza per custodire e far crescere la vita”.

E’ stato un invito ad ‘interrogare’ la storia del Paese: “Chiedetevi da dove viene la formidabile energia che non ha mai lasciato il vostro popolo a terra, privo di fiducia nel domani. Siete un Paese variegato, una comunità di comunità, ma unita da una lingua comune. Non mi riferisco soltanto all’arabo levantino che parlate, attraverso il quale il vostro grande passato ha disseminato perle di inestimabile valore, mi riferisco soprattutto alla lingua della speranza, quella che vi ha sempre permesso di ricominciare”.

Però di fronte ad un’economia che ‘uccide’ il papa ha elogiato il Libano per la società civile: “Il Libano può vantare una società civile vivace, ben formata, ricca di giovani capaci di plasmare i sogni e le aspirazioni di un intero Paese. Vi incoraggio pertanto a non separarvi mai dalla vostra gente e a porvi al servizio del vostro popolo (così ricco nella sua varietà) con impegno e dedizione. Possiate tutti far risuonare una sola lingua: la lingua della speranza che fa convergere tutti nel coraggio di ricominciare sempre di nuovo.

Il desiderio di vivere e di crescere insieme, come popolo, faccia di ogni gruppo la voce di una polifonia. Vi aiuti anche il profondo legame di affetto che lega al proprio Paese tanti Libanesi dispersi nel mondo. Essi amano la propria origine, pregano per il popolo di cui si sentono parte e lo sostengono con le molteplici esperienze e competenze che li rendono così apprezzati in ogni luogo”.

La seconda caratteristica degli operatori di pace è quella percorrere ogni via per la riconciliazione: “Vi sono infatti ferite personali e collettive che chiedono lunghi anni, a volte intere generazioni per potersi rimarginare. Se non vengono curate, se non si lavora, ad esempio, a una guarigione della memoria, a un avvicinamento tra chi ha subito torti e ingiustizie, difficilmente si va verso la pace. Si resta fermi, prigionieri ognuno del suo dolore e delle sue ragioni. Tuttavia, verità e riconciliazione crescono sempre insieme: sia in una famiglia, sia tra le diverse comunità e le varie anime di un Paese, sia tra le Nazioni”.

Però la riconciliazione ha bisogno di un’autorità che riconosca il bene comune: “Una cultura della riconciliazione, perciò, non nasce solo dal basso, dalla disponibilità e dal coraggio di alcuni, ma ha bisogno di autorità e istituzioni che riconoscano il bene comune superiore a quello di parte. Il bene comune è più della somma di tanti interessi: avvicina il più possibile gli obiettivi di ciascuno e li muove in una direzione in cui tutti avranno di più che andando avanti da soli. La pace è infatti molto più di un equilibrio, sempre precario, tra chi vive separato sotto lo stesso tetto”.

Quindi la pace ha bisogno di riconciliazione: “La pace è saper abitare insieme, in comunione, da persone riconciliate. Una riconciliazione che oltre a farci convivere, ci insegnerà a lavorare insieme, fianco a fianco per un futuro condiviso. Ed allora, la pace diventa quell’abbondanza che ci sorprende quando il nostro orizzonte si allarga oltre ogni recinto e barriera.

A volte si pensa che, prima di compiere qualsiasi passo, occorra chiarire tutto, risolvere tutto, invece è il confronto reciproco, anche nelle incomprensioni, la strada che porta verso la riconciliazione. La verità più grande di tutte è che ci troviamo insieme inseriti in un disegno che Dio ha predisposto perché tutti possiamo raggiungere una pienezza di vita nella relazione tra di noi e con Lui”.

La terza caratteristica è quella di non fuggire: “Essi osano rimanere, anche quando costa sacrificio. Vengono momenti in cui è più facile fuggire, o, semplicemente, risulta più conveniente andare altrove. Ci vuole davvero coraggio e lungimiranza restare o tornare nel proprio Paese, stimando degne d’amore e di dedizione anche condizioni piuttosto difficili.

Sappiamo che l’incertezza, la violenza, la povertà e molte altre minacce producono qui, come in altri luoghi del mondo, un’emorragia di giovani e di famiglie che cercano futuro altrove, pur con grande dolore nel lasciare la propria patria.

Occorre certamente riconoscere che molto di positivo arriva a tutti voi dai Libanesi sparsi nel mondo. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che restare preso i suoi e collaborare giorno per giorno allo sviluppo della civiltà dell’amore e della pace, rimane qualcosa di molto apprezzabile”.

Ed ha affrontato anche la spinosa questione della mobilità: “La Chiesa, infatti, non è soltanto preoccupata della dignità di coloro che si muovono verso Paesi diversi dal proprio, ma vuole che nessuno sia costretto a partire e che chiunque lo desideri possa in sicurezza ritornare.

La mobilità umana, infatti, rappresenta un’immensa opportunità di incontro e di reciproco arricchimento, ma non cancella lo speciale legame che unisce ciascuno a determinati luoghi, a cui deve la propria identità in modo del tutto peculiare. E la pace cresce sempre in un contesto vitale concreto, fatto di legami geografici, storici e spirituali. Occorre incoraggiare coloro che li favoriscono e se ne nutrono, e non cedono a localismi e nazionalismi”.

In questa complessa situazione è importante anche il ruolo delle donne: “In questo contesto, mi preme sottolineare il ruolo imprescindibile delle donne nel faticoso e paziente impegno per custodire e costruire la pace. Non dimentichiamo che le donne hanno una specifica capacità di operare la pace, perché sanno custodire e sviluppare legami profondi con la vita e con le persone.

La loro partecipazione alla vita sociale e politica, così come a quella delle proprie comunità religiose, similmente all’energia che viene dai giovani, rappresenta in tutto il mondo un fattore di vero rinnovamento. Beate, dunque, le operatrici di pace e beati i giovani che restano o che ritornano, perché il Libano sia ancora una terra piena di vita”.

Ed ha concluso l’intervento con uno spunto musicale: “Questo tratto della vostra cultura ci aiuta a comprendere che la pace non è soltanto il risultato di un impegno umano, per quanto necessario: la pace è un dono che viene da Dio e che, innanzitutto, abita il nostro cuore. E’come un movimento interiore che si riversa verso l’esterno, abilitandoci a lasciarci guidare da una melodia più grande di noi stessi, quella dell’amore divino. Chi danza avanza leggero, senza calpestare la terra, armonizzando i propri passi con quelli degli altri.

Così è la pace: un cammino mosso dallo Spirito, che mette il cuore in ascolto e lo rende più attento e rispettoso verso l’altro. Possa crescere fra voi questo desiderio di pace che nasce da Dio e può trasformare già oggi il modo di guardare gli altri e di abitare insieme questa Terra che Egli ama profondamente e continua a benedire”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita a costruire l’unità

Prima di partire per l’ultima tappa del Libano, papa  Leone XIV e il patriarca Bartolomeo hanno benedetto la folla che si è radunata, dopo la Divina Liturgia, nella piazzetta fuori dalla chiesa patriarcale di San Giorgio; poi si sono presi per mano, scambiati un bacio fraterno e fatto ingresso, uno accanto all’altro, nella sede del Patriarcato, quale ultimo atto pubblico del viaggio in Türkiye, con un discorso al termine della Divina Liturgia:

“Il nostro pellegrinaggio nei luoghi dove si tenne il primo Concilio ecumenico nella storia della Chiesa, si conclude con questa solenne Divina Liturgia, nella quale abbiamo commemorato l’apostolo Andrea che, secondo l’antica tradizione, portò il Vangelo in questa città. La sua fede è la nostra: la stessa definita dai Concili ecumenici e professata oggi dalla Chiesa”.

Inoltre il papa ha sottolineato l’unità plasmata dal Credo niceno, nonostante i conflitti avvenuti nei secoli: “Con i Capi delle Chiese e i Rappresentanti delle Comunità Cristiane Mondiali, durante la preghiera ecumenica lo abbiamo ricordato: la fede professata nel Credo Niceno-Costantinopolitano ci unisce in una comunione reale e ci permette di riconoscerci come fratelli e sorelle.

Ci sono stati molti malintesi e persino conflitti tra cristiani di Chiese diverse in passato, e ci sono ancora ostacoli che ci impediscono di essere in piena comunione, ma non dobbiamo tornare indietro nell’impegno per l’unità e non possiamo smettere di considerarci fratelli e sorelle in Cristo e di amarci come tali”.

Un saluto che rimanda all’incontro tra papa san Paolo VI ed il patriarca Atenagora: “Ispirati da questa consapevolezza, sessant’anni fa Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora dichiararono solennemente che le decisioni infelici e i tristi eventi che portarono alle reciproche scomuniche del 1054 dovevano essere cancellati dalla memoria della Chiesa.

Questo gesto storico dei nostri venerati Predecessori aprì un cammino di riconciliazione, di pace e di crescente comunione tra cattolici e ortodossi, che è cresciuto anche grazie ai contatti frequenti, agli incontri fraterni e a un fecondo dialogo teologico.  Alla luce di questo cammino già intrapreso, molti sono stati i passi compiuti anche a livello ecclesiologico e canonico e, oggi, siamo interpellati a impegnarci maggiormente verso il ripristino della piena comunione”.

Ed ha enucleato tre ‘sfide’ a cui i cristiani sono chiamati a rispondere: “Innanzitutto, in questo tempo di sanguinosi conflitti e violenze in luoghi vicini e lontani, i cattolici e gli ortodossi sono chiamati ad essere costruttori di pace. Si tratta certamente di agire e di porre delle scelte e dei segni che edificano la pace, ma senza dimenticare che essa non è solo il frutto di un impegno umano, bensì è dono di Dio. Perciò, la pace si chiede con la preghiera, con la penitenza, con la contemplazione, con quella relazione viva col Signore che ci aiuta a discernere parole, gesti e azioni da intraprendere, perché siano veramente a servizio della pace”.

Una seconda sfida riguarda il creato: “Un’altra sfida che le nostre Chiese devono affrontare è la minacciosa crisi ecologica che, come Sua Santità ha spesso ricordato, richiede un’autentica conversione spirituale per cambiare direzione e salvaguardare il creato. Cattolici e ortodossi siamo chiamati a collaborare per promuovere una nuova mentalità in cui tutti si sentano custodi del creato che Dio ci ha affidato”.

L’altra ‘sfida’ è quella tecnologica: “Una terza sfida che vorrei menzionare è l’uso delle nuove tecnologie, specialmente nel campo della comunicazione. Consapevoli degli enormi vantaggi che esse possono offrire all’umanità, cattolici e ortodossi devono operare insieme per promuoverne un uso responsabile al servizio dello sviluppo integrale delle persone, e un’accessibilità universale, perché tali benefici non siano solo riservati a un piccolo numero di persone e a interessi di pochi privilegiati”.

In mattinata il papa aveva visitato la Chiesa Apostolica Armena, dove sono sepolti i patriarchi Shenork I e Mesrob II: “Questa visita mi offre l’opportunità di ringraziare Dio per la coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso dei secoli, spesso in circostanze tragiche. Desidero inoltre esprimere viva gratitudine al Signore per i legami fraterni sempre più stretti che uniscono la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica.

Poco dopo il Concilio Vaticano II, nel maggio 1967, Sua Santità il Catholicos Khoren I è stato il primo Primate di una Chiesa Ortodossa Orientale a visitare il Vescovo di Roma e a scambiare con lui il bacio della pace. Ricordo anche che nel maggio 1970 Sua Santità il Catholicos Vasken I firmò con Papa Paolo VI la prima dichiarazione congiunta tra un Papa e un Patriarca Ortodosso Orientale, invitando i loro fedeli a riscoprirsi fratelli e sorelle in Cristo in vista dell’unità. Da allora, per grazia di Dio, il “dialogo della carità” tra le nostre Chiese è fiorito”.

Per questo ha ricordato l’anniversario niceno: “E’ da questa fede apostolica comune che dobbiamo attingere per recuperare l’unità che esisteva nei primi secoli tra la Chiesa di Roma e le antiche Chiese Orientali. Dobbiamo anche trarre ispirazione dall’esperienza della Chiesa nascente per ripristinare la piena comunione, una comunione che non implica assorbimento o dominio, ma piuttosto uno scambio dei doni che le nostre Chiese hanno ricevuto dallo Spirito Santo per la gloria di Dio Padre e l’edificazione del corpo di Cristo”.

Ricordato l’enciclica ‘Ut unum sint’ di papa san Giovanni Paolo II, il papa ha chiesto di seguire l’esempio dei santi armeni per il cammino verso l’unità: ‘In questo cammino verso l’unità, siamo preceduti e circondati da «una grande schiera di testimoni’. Tra i santi della tradizione armena, vorrei ricordare il grande Catholicos e poeta del XII secolo Nerses IV Shnorhali, di cui abbiamo recentemente commemorato l’850° anniversario della morte, il quale ha lavorato instancabilmente per riconciliare le Chiese, al fine di realizzare la preghiera di Cristo ‘che tutti siano una cosa sola’. Possa l’esempio di san Nerses ispirarci e la sua preghiera sostenerci nel cammino verso la piena comunione!”

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita ad essere sulla frontiera

“…desidero dare a tutti voi il benvenuto in Vaticano questa mattina, e ringraziarvi della vostra presenza. Ringrazio in modo particolare il vostro Superiore Generale per le sue gentili parole. Prego perché il vostro incontro sia fecondo e perché, attraverso di esso, lo Spirito Santo vi confermi nella vostra vocazione ed aiuti i membri della Compagnia di Gesù a discernere nuovi modi per vivere la vostra missione nel mondo attuale”: ricevendo in udienza i superiori maggiori della Compagnia di Gesù papa Leone XIV li ha incoraggiato, secondo lo spirito di Sant’Ignazio, a discernere e innovare.

Nell’analisi i l papa ha evidenziato il periodo in cui si sta vivendo: “Viviamo in quello che molti definiscono un cambiamento epocale, un tempo caratterizzato da rapidi cambiamenti nella cultura, nell’economia, nella tecnologia e nella politica. In particolare, l’intelligenza artificiale e altre innovazioni stanno rimodellando la nostra comprensione del lavoro e delle relazioni e addirittura sollevando domande sull’identità umana. Il degrado ecologico minaccia la nostra casa comune. I sistemi politici spesso non rispondono al grido dei poveri. Populismo e polarizzazione ideologica rendono più profonde le divisioni tra nazioni. Molti sono affetti da consumismo, individualismo e indifferenza”.

Però non ci si deve scoraggiare con l’invito alla testimonianza: “Tuttavia, in questo mondo Cristo continua a mandare i suoi discepoli. La Compagnia di Gesù da lungo tempo è presente dove i bisogni dell’umanità incontrano l’amore salvifico di Dio: attraverso la guida spirituale, la formazione intellettuale, il servizio tra i poveri e la testimonianza cristiana alle frontiere culturali. Sant’Ignazio di Loyola e i suoi compagni non temevano l’incertezza o la difficoltà; andavano ai margini, dove fede e ragione si intersecavano con nuove culture e grandi sfide”.

Ripetendo le parole dei precedenti pontefici il papa ha ribadito il loro impegno nella Chiesa: “Oggi io ripeto: la Chiesa ha bisogno di voi sulle frontiere, siano esse geografiche, culturali, intellettuali o spirituali. Sono luoghi rischiosi, dove le mappe conosciute non bastano più. Lì, come Ignazio e i martiri gesuiti che lo hanno seguito, siete chiamati a discernere, innovare e confidare in Cristo, con ‘attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace’. Quando lo Spirito conduce il corpo apostolico altrove per un bene più grande, ciò può richiedere che si abbandonino strutture o ruoli a lungo cari, un esercizio di ‘santa indifferenza’ ignaziana”.

Una frontiera è la sinodalità: Una delle principali frontiere oggi è il cammino di sinodalità nella Chiesa. Il percorso sinodale chiama ognuno di noi ad ascoltare più profondamente lo Spirito Santo e l’altro, di modo che le nostre strutture e i nostri ministeri possano essere più agili, più trasparenti e più reattivi al Vangelo. Vi ringrazio per i vostri contributi al processo sinodale, specialmente nell’aiutare le comunità ecclesiali a discernere come camminare insieme nella speranza”.

L’altra frontiera riguarda la cultura della riconciliazione: “Un’altra frontiera essenziale sta nella riconciliazione e nella giustizia, specialmente in un mondo lacerato da conflitto, disuguaglianza e abuso. Oggi molti subiscono l’esclusione e molte ferite rimangono aperte tra generazioni e popoli. Come ho osservato di recente ricordando la visita del mio venerabile predecessore a Lampedusa, dobbiamo contrastare la ‘globalizzazione dell’impotenza’ con una cultura di riconciliazione, incontrandoci gli uni gli altri in verità, perdono e guarigione; dobbiamo diventare esperti di riconciliazione, fiduciosi che il bene è più forte del male”.

Un’ulteriore frontiera è la tecnologia: “La tecnologia, specialmente l’intelligenza artificiale, è un’altra frontiera importante. Ha il potenziale per la prosperità umana, ma comporta anche rischi di isolamento, perdita di lavoro e nuove forme di manipolazione. La Chiesa deve aiutare a guidare questi sviluppi eticamente, difendendo la dignità umana e promuovendo il bene comune. Dobbiamo discernere come utilizzare le piattaforme digitali per evangelizzare, per formare comunità e per sfidare i falsi dei del consumismo, del potere e dell’autosufficienza”.

Infatti è un incoraggiamento ad essere irrequieti: “Vi incoraggio a incontrare persone in quella irrequietezza: nelle case di ritiro spirituale, nelle università, nei social media, nelle parrocchie e nei luoghi informali dove si riuniscono coloro che sono alla ricerca. Comunicate la gioia del Vangelo con umiltà e con convinzione. Restate contemplativi in azione, radicati nell’intimità quotidiana con Cristo, poiché solo chi è vicino a lui può condurre altri a lui”.

Poi ha ribadito la preferenza per i poveri: “La vostra seconda preferenza vi chiama a camminare con i poveri, gli esclusi del mondo e quanti sono stati feriti nella dignità. Molti, oggi, sono vittima di un sistema economico guidato dal profitto, posto al di sopra della dignità della persona.,, Questo squilibrio globale spinge innumerevoli persone a migrare alla ricerca della sopravvivenza. Abbandonano la casa, la cultura e la famiglia, affrontando spesso rifiuto e ostilità. Il vero discepolato esige sia la denuncia dell’ingiustizia sia la proposta di nuovi modelli radicati nella solidarietà e nel bene comune”.

E’ un invito a non cadere nel fatalismo: “A tale riguardo, le vostre università, i vostri centri sociali, le vostre pubblicazioni e le vostre istituzioni, come il Jesuit Refugee Service, possono essere canali potenti per promuovere il cambiamento sistemico. Malgrado gli ostacoli o i fallimenti che talvolta incontriamo svolgendo questo servizio, dobbiamo evitare di cedere al risentimento o di cadere in una ‘stanchezza da compassione’ o nel fatalismo. Dobbiamo invece confidare nel potere trasformatore dell’amore di Dio, come il seme di senape che diventa un grande albero”.

La terza preferenza riguarda i giovani: “La vostra terza preferenza (accompagnare i giovani verso un futuro di speranza) è urgente. I giovani d’oggi sono diversi: studenti, migranti, attivisti, imprenditori, religiosi e quelli ai margini. Malgrado la loro diversità condividono una sete di autenticità e di trasformazione. Sono ‘in movimento’, alla ricerca di significato e di giustizia.

La Chiesa deve trovare e parlare il loro linguaggio, attraverso azioni e presenza oltre che con le parole. Pertanto, è importante creare spazi dove possano incontrare Cristo, scoprire la loro vocazione e lavorare per il Regno. La prossima Giornata Mondiale della Gioventù in Corea sarà un momento chiave per questa missione”.

Inoltre non può mancare la cura per la ‘casa comune’, riprendendo l’enciclica ‘Laudato Sì’: “La vostra quarta preferenza, la cura della nostra casa comune, risponde a un grido che è sia umano sia divino… La conversione ecologica è profondamente spirituale; riguarda il rinnovamento della nostra relazione con Dio, degli uni con gli altri e con il creato. In questo sforzo, l’umile collaborazione è essenziale, riconoscendo che nessuna istituzione singola può affrontare questa sfida da sola. Lasciate che le vostre comunità siano esempi di sostenibilità ecologica, semplicità e gratitudine per i doni di Dio”.

E’un invito ad annunciare con urgenza il Vangelo: “La vostra missione, cari fratelli, è di aiutare il mondo a percepire questa novità, di seminare speranza dove sembra dominare la disperazione, di portare luce dove regna il buio. Per farlo, vi incoraggio a rimanere vicini a Gesù… Rimanete con lui attraverso la preghiera personale, la celebrazione dei Sacramenti, la devozione al suo Sacro Cuore e l’adorazione del Santissimo Sacramento. In modo diverso e tuttavia potente, rimanete con lui riconoscendo la sua presenza nella vita comunitaria”.

Dalla vicinanza con Gesù nasce il coraggio dell’annuncio: “Da questo radicamento trarrete il coraggio per andare ovunque: per dire la verità, riconciliare, guarire, operare per la giustizia, liberare i prigionieri. Nessuna frontiera sarà fuori dalla vostra portata se camminerete con Cristo. La mia speranza per la Compagnia di Gesù è che possiate leggere i segni dei tempi con profondità spirituale; che abbracciate ciò che promuove la dignità umana e rifiutiate ciò che la sminuisce; che siate agili, creativi, discernenti e sempre in missione”,

Mentre ha invitato i docenti e studenti del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia a sostenere la famiglia: “Nei diversi contesti sociali, economici e culturali, differenti sono le sfide che ci interpellano: ovunque e sempre, però, siamo chiamati a sostenere, difendere e promuovere la famiglia, anzitutto mediante uno stile di vita coerente col Vangelo. Le sue fragilità e il suo valore, considerati nella luce della fede e della sana ragione, impegnano i vostri studi, che coltivate per il bene dei fidanzati che diventano sposi, degli sposi che diventano genitori, e dei loro figli, che sono per tutti promessa di un’umanità rinnovata dall’amore”.

Per questo ha chiesto di approfondire la Dottrina Sociale della Chiesa: “Tra questi vorrei richiamare, come ulteriore impegno, quello di approfondire il legame tra famiglia e dottrina sociale della Chiesa. Il percorso potrebbe svolgersi in due direzioni complementari: quella di inserire lo studio sulla famiglia come capitolo imprescindibile del patrimonio di sapienza che la Chiesa propone sulla vita sociale e, reciprocamente, quella di arricchire tale patrimonio con i vissuti e le dinamiche familiari, per meglio comprendere gli stessi principi dell’insegnamento sociale della Chiesa.

Questa attenzione permetterebbe di sviluppare l’intuizione, richiamata dal Concilio Vaticano II e più volte ribadita dai miei Predecessori, di vedere nella famiglia la prima cellula della società in quanto originaria e fondamentale scuola di umanità”.

Inoltre ha chiesto di porre attenzione all’accompagnamento al matrimonio: “Nell’ambito pastorale, poi, non possiamo ignorare le tendenze, in tante regioni del mondo, a non apprezzare, o addirittura a rifiutare il matrimonio. Vorrei invitarvi ad essere attenti, nella vostra riflessione sulla preparazione al sacramento del Matrimonio, all’azione della grazia di Dio nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. Anche quando i giovani fanno scelte che non corrispondono alle vie proposte dalla Chiesa secondo l’insegnamento di Gesù, il Signore continua a bussare alla porta del loro cuore, preparandoli a ricevere una nuova chiamata interiore”.

(Foto: Santa Sede)

‘Fratel Biagio per me guida spirituale’: il ricordo di Riccardo Rossi

“Il 16 settembre festeggiamo la data di nascita di un grande uomo Fratel Biagio Conte, volato in cielo il 12 gennaio del 2023. Un amico, un fratello, una guida spirituale, questo e tanto altro è stato per me Fratel Biagio”. A parlare con l’Adnkronos è Riccardo Rossi, ex portavoce del missionario. “Lo conobbi circa 15 anni fa e trovai in lui una comunione di anime mai sentita prima; diventammo amici e nacque il giornale ‘La Speranza’, organo ufficiale della Missione di Speranza e Carità di Palermo, da lui fondata. Circa 13 anni fa mi aiutò a riconciliarmi con la mia famiglia a Verona, partimmo insieme per Vicenza e vivemmo insieme giorni di testimonianze e preghiera. Grazie a questo tempo, quando andai dalla mia famiglia a Verona fui mansueto e ci fu la riconciliazione con i miei familiari”, racconta Rossi.

“Anche nel mio matrimonio con Barbara c’è la presenza di Fratel Biagio; la conobbi grazie ad un articolo che feci sul giornale della Missione circa 11 anni fa ‘La Speranza’ in cui mettevo in rilievo due gesti simbolo che avevano fatto tornare Fratel Biagio in Missione, uno di questi gesti era di Barbara Occhipinti. La volli conoscere e ci innamorammo e, una volta sposati, anche Barbara intraprese la vita missionaria. All’inizio del 2018 ero in crisi – dice Riccardo- e feci una preghiera a Dio per avere una svolta nella vita, arrivai a Palermo da Catania e seppi che Fratel Biagio aveva appena iniziato un digiuno- preghiera; capii che il segno era arrivato e rimasi accanto al missionario che si era abbandonato sotto i portici delle Poste Centrali di Via Roma, chiedendo a tutti di non lasciare nessuno indietro”.

“Rimasi giorno e notte con lui e feci il suo comunicatore sociale dando notizia a tutti i media; quei giorni furono trasformanti, tanto che con Barbara decidemmo di trasferirci da Catania a Palermo e stare accanto a lui e alla Missione; io divenni il suo portavoce sui media fino alla fine dei suoi giorni, il 12 gennaio del 2023. Il giorno prima della sua morte, avevo letto il Libro di Cielo (volume 11- vergati da Luisa Picarreta, serva di Dio) e mi ero completamente fuso in Gesù. La mattina presto, dopo la notizia della sua dipartita, non venni travolto dallo sconforto, -conclude Riccardo- ma ero pieno di gioia per la dipartita del mio caro amico che era sicuramente in Cielo tra le braccia di Gesù e noi sulla terra stavamo vivendo tanti segni di provvidenza, tra cui giorni e giorni di buone notizie sui media siciliani”.

(Tratto da AdnKronos)

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