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Papa Leone XIV invita a costruire l’unità
Prima di partire per l’ultima tappa del Libano, papa Leone XIV e il patriarca Bartolomeo hanno benedetto la folla che si è radunata, dopo la Divina Liturgia, nella piazzetta fuori dalla chiesa patriarcale di San Giorgio; poi si sono presi per mano, scambiati un bacio fraterno e fatto ingresso, uno accanto all’altro, nella sede del Patriarcato, quale ultimo atto pubblico del viaggio in Türkiye, con un discorso al termine della Divina Liturgia:
“Il nostro pellegrinaggio nei luoghi dove si tenne il primo Concilio ecumenico nella storia della Chiesa, si conclude con questa solenne Divina Liturgia, nella quale abbiamo commemorato l’apostolo Andrea che, secondo l’antica tradizione, portò il Vangelo in questa città. La sua fede è la nostra: la stessa definita dai Concili ecumenici e professata oggi dalla Chiesa”.
Inoltre il papa ha sottolineato l’unità plasmata dal Credo niceno, nonostante i conflitti avvenuti nei secoli: “Con i Capi delle Chiese e i Rappresentanti delle Comunità Cristiane Mondiali, durante la preghiera ecumenica lo abbiamo ricordato: la fede professata nel Credo Niceno-Costantinopolitano ci unisce in una comunione reale e ci permette di riconoscerci come fratelli e sorelle.
Ci sono stati molti malintesi e persino conflitti tra cristiani di Chiese diverse in passato, e ci sono ancora ostacoli che ci impediscono di essere in piena comunione, ma non dobbiamo tornare indietro nell’impegno per l’unità e non possiamo smettere di considerarci fratelli e sorelle in Cristo e di amarci come tali”.
Un saluto che rimanda all’incontro tra papa san Paolo VI ed il patriarca Atenagora: “Ispirati da questa consapevolezza, sessant’anni fa Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora dichiararono solennemente che le decisioni infelici e i tristi eventi che portarono alle reciproche scomuniche del 1054 dovevano essere cancellati dalla memoria della Chiesa.
Questo gesto storico dei nostri venerati Predecessori aprì un cammino di riconciliazione, di pace e di crescente comunione tra cattolici e ortodossi, che è cresciuto anche grazie ai contatti frequenti, agli incontri fraterni e a un fecondo dialogo teologico. Alla luce di questo cammino già intrapreso, molti sono stati i passi compiuti anche a livello ecclesiologico e canonico e, oggi, siamo interpellati a impegnarci maggiormente verso il ripristino della piena comunione”.
Ed ha enucleato tre ‘sfide’ a cui i cristiani sono chiamati a rispondere: “Innanzitutto, in questo tempo di sanguinosi conflitti e violenze in luoghi vicini e lontani, i cattolici e gli ortodossi sono chiamati ad essere costruttori di pace. Si tratta certamente di agire e di porre delle scelte e dei segni che edificano la pace, ma senza dimenticare che essa non è solo il frutto di un impegno umano, bensì è dono di Dio. Perciò, la pace si chiede con la preghiera, con la penitenza, con la contemplazione, con quella relazione viva col Signore che ci aiuta a discernere parole, gesti e azioni da intraprendere, perché siano veramente a servizio della pace”.
Una seconda sfida riguarda il creato: “Un’altra sfida che le nostre Chiese devono affrontare è la minacciosa crisi ecologica che, come Sua Santità ha spesso ricordato, richiede un’autentica conversione spirituale per cambiare direzione e salvaguardare il creato. Cattolici e ortodossi siamo chiamati a collaborare per promuovere una nuova mentalità in cui tutti si sentano custodi del creato che Dio ci ha affidato”.
L’altra ‘sfida’ è quella tecnologica: “Una terza sfida che vorrei menzionare è l’uso delle nuove tecnologie, specialmente nel campo della comunicazione. Consapevoli degli enormi vantaggi che esse possono offrire all’umanità, cattolici e ortodossi devono operare insieme per promuoverne un uso responsabile al servizio dello sviluppo integrale delle persone, e un’accessibilità universale, perché tali benefici non siano solo riservati a un piccolo numero di persone e a interessi di pochi privilegiati”.
In mattinata il papa aveva visitato la Chiesa Apostolica Armena, dove sono sepolti i patriarchi Shenork I e Mesrob II: “Questa visita mi offre l’opportunità di ringraziare Dio per la coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso dei secoli, spesso in circostanze tragiche. Desidero inoltre esprimere viva gratitudine al Signore per i legami fraterni sempre più stretti che uniscono la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica.
Poco dopo il Concilio Vaticano II, nel maggio 1967, Sua Santità il Catholicos Khoren I è stato il primo Primate di una Chiesa Ortodossa Orientale a visitare il Vescovo di Roma e a scambiare con lui il bacio della pace. Ricordo anche che nel maggio 1970 Sua Santità il Catholicos Vasken I firmò con Papa Paolo VI la prima dichiarazione congiunta tra un Papa e un Patriarca Ortodosso Orientale, invitando i loro fedeli a riscoprirsi fratelli e sorelle in Cristo in vista dell’unità. Da allora, per grazia di Dio, il “dialogo della carità” tra le nostre Chiese è fiorito”.
Per questo ha ricordato l’anniversario niceno: “E’ da questa fede apostolica comune che dobbiamo attingere per recuperare l’unità che esisteva nei primi secoli tra la Chiesa di Roma e le antiche Chiese Orientali. Dobbiamo anche trarre ispirazione dall’esperienza della Chiesa nascente per ripristinare la piena comunione, una comunione che non implica assorbimento o dominio, ma piuttosto uno scambio dei doni che le nostre Chiese hanno ricevuto dallo Spirito Santo per la gloria di Dio Padre e l’edificazione del corpo di Cristo”.
Ricordato l’enciclica ‘Ut unum sint’ di papa san Giovanni Paolo II, il papa ha chiesto di seguire l’esempio dei santi armeni per il cammino verso l’unità: ‘In questo cammino verso l’unità, siamo preceduti e circondati da «una grande schiera di testimoni’. Tra i santi della tradizione armena, vorrei ricordare il grande Catholicos e poeta del XII secolo Nerses IV Shnorhali, di cui abbiamo recentemente commemorato l’850° anniversario della morte, il quale ha lavorato instancabilmente per riconciliare le Chiese, al fine di realizzare la preghiera di Cristo ‘che tutti siano una cosa sola’. Possa l’esempio di san Nerses ispirarci e la sua preghiera sostenerci nel cammino verso la piena comunione!”
(Foto: Santa Sede)
Il Libano che attende il papa nel racconto delle volontarie e dei volontari di Operazione Colomba
Il viaggio in Libano di papa Leone XIV fino al 2 dicembre rappresenta un momento importante di questo inizio di pontificato, perché il Libano, con la sua complessa struttura politica e religiosa, costituisce da sempre un punto d’incontro tra Oriente e Occidente, tra cristianesimo e islam, tra memoria e speranza. Infatti da anni la Santa Sede guarda con apprensione al deteriorarsi della situazione economica e alla fuga di tanti giovani, ma anche con ammirazione alla capacità di resistenza di un popolo che continua a credere nel proprio futuro.
Per questo papa Leone XIV ha voluto che la sua visita fosse un gesto di incoraggiamento a chi non si rassegna al declino morale e materiale del Libano: domenica 30 novembre il papa, dopo il saluto alle autorità, parteciperà alla piantumazione simbolica di un ‘cedro dell’amicizia’ nel giardino del palazzo presidenziale, cui prenderanno parte anche il Segretario di Stato vaticano ed il Patriarca di Antiochia dei Maroniti. Il logo del viaggio apostolico è: ‘Beati gli operatori di pace’.
Partendo dal logo abbiamo chiesto ai volontari ed alle volontarie dell’ ‘Operazione Colomba’ che operano al confine tra Libano e Siria, chiediamo se questo logo è un messaggio per una speranza: “Per Operazione Colomba, che opera al fianco delle vittime dei conflitti, l’essere ‘operatori di pace’ è un’azione concreta e nonviolenta di vicinanza, condivisione e costruzione di ponti di dialogo. E dunque certamente un messaggio di speranza, non intesa come l’attesa passiva di qualcosa che avverrà, ma intesa come fiducia che l’impegno quotidiano e concreto possa portare un cambiamento nel mondo”.
Quanto è importante questo viaggio per i credenti?
“Il viaggio di un Pontefice in un Paese come il Libano è percepito come un segnale di vicinanza e sostegno per una nazione che ha sofferto enormemente”.
Come è la situazione in Libano?
“La situazione in Libano è estremamente complessa e precaria. In un Libano già al collasso economico e sociale, dove la società civile funge da ultima rete di sicurezza per cittadini e rifugiati, l’ombra della guerra aggrava drammaticamente ogni aspetto della vita quotidiana. Le continue tensioni con Israele al confine con i raid aerei ed attacchi con droni che colpiscono infrastrutture nel sud del Libano e nella valle della Bekaa, innescano una spirale di paura e precarietà per la popolazione civile. Questo conflitto latente, con i suoi attacchi che devastano il territorio, amplifica l’emergenza umanitaria, rendendo ancora più fragile l’esistenza di chi vive nei campi profughi.
La caduta improvvisa del regime ha generato un’ondata di speranza, portando migliaia di profughi a rientrare in Siria, principalmente dal Libano e dalla Turchia. Le ragioni del rientro sono duplici: l’intenzione di partecipare alla ricostruzione del Paese e le difficilissime condizioni di vita incontrate nei Paesi di accoglienza, tra cui appunto il Libano. La Siria è ora governata da un nuovo esecutivo provvisorio che, pur avendo promesso inclusione e moderazione (come il Presidente ad interim Al Sharaa), solleva ancora molti interrogativi sulla stabilità e sulla reale possibilità di un sistema equo e rappresentativo.
Nonostante tutto, la società civile libanese dimostra una straordinaria resilienza e creatività. Continuano infatti a nascere piccole iniziative di solidarietà, di economia locale e di mutuo aiuto che bypassano le istituzioni statali spesso corrotte. Molte ONG locali, inoltre, lavorano attivamente per la coesione sociale e per costruire ponti tra le diverse comunità religiose e tra libanesi e rifugiati”.
Quanto è importante san Charbel Makhlūf per i libanesi?
San Charbel Makhlūf è venerato dai libanesi, sia cristiani che musulmani. La devozione verso questo monaco ed eremita maronita (primo santo libanese canonizzato nei tempi moderni) è vastissima ed è facile trovare rappresentazioni del Suo volto nelle città”.
Sarà anche un incontro ecumenico: quanto sono importanti le fedi per la pace in Medio Oriente?
“Le fedi religiose sono estremamente importanti per la pace in Medio Oriente perché possono essere allo stesso tempo fonte di divisione o strumento di dialogo e riconciliazione. In un contesto altamente labile, l’incontro ecumenico ed interreligioso è importante per costruire la coesistenza pacifica e superare i conflitti che spesso strumentalizzano la religione. Il Libano è l’unico Paese arabo a non essere a maggioranza schiacciante musulmana ed il suo sistema politico è costruito attorno ad un delicato equilibrio confessionale. Al suo interno coesistono molte religioni e diverse confessioni tra le religioni stesse.
Tra i cristiani, ad esempio, sono presenti comunità Maroniti (il gruppo cristiano più grande), Greco-Ortodossi, Greco-Cattolici Melchiti, Armeno-Ortodossi, Siri, Copti, Protestanti… Tra i mussulmani, in particolare, sono presenti Sunniti, Alawiti e Sciiti ed, oltre a queste, sono presenti altre minoranze religiose come ad esempio i Drusi. In Libano l’equilibrio è così fondamentale che le tre cariche politiche più importanti sono distribuite per legge: il Presidente della Repubblica deve essere Cristiano Maronita, il Primo Ministro Musulmano Sunnita ed il Presidente del Parlamento Musulmano Sciita.
Certamente la guerra in Siria ha acuito in modo significativo la fatica a convivere e le tensioni tra le varie comunità religiose, a causa della polarizzazione geopolitica, della crisi dei rifugiati (per la maggior parte sunniti) e della radicalizzazione confessionale”.
Quale è la presenza di ‘Operazione Colomba’ in Medio Oriente?
“Operazione Colomba è il Corpo Nonviolento di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII ed è presente in Medio Oriente in due aree principali: in Libano (Libano-Siria) siamo attivi dal 2013 al fianco dei profughi siriani nel nord del Libano, condividendone la vita nei campi. I volontari e le volontarie sostengono, aiutano e proteggono i profughi, accompagnandoli negli spostamenti e mediando le tensioni con le autorità e la comunità locale.
Dalla caduta del regime di Assad i volontari e le volontarie effettuano viaggi periodici in Siria per approfondire il nuovo contesto, monitorare la situazione, supportare i siriani che decidono di tornare e quelli che non se ne sono mai andati. In una Siria dilaniata da una guerra che ha lasciato strascichi di violenza ed enormi ferite da ricucire, i volontari/e sostengono la lunga via della riconciliazione facendo da ponte tra chi ha il coraggio di rientrare, le comunità locali minacciate e chi rimane in Libano perché ha perso tutto.
Inoltre dal 2002 Operazione Colomba è attiva in Palestina, inizialmente nella Striscia di Gaza e, dal 2004, nel villaggio di At-Tuwani, nel sud della Cisgiordania (Masafer Yatta). Da qui opera in diverse aree rurali dove, assieme ad attiviste/i palestinesi e israeliani, sostiene la resistenza popolare nonviolenta. Le volontarie ed i volontari scortano i palestinesi durante le attività quotidiane, proteggendoli dalle violenze dei coloni e dell’esercito israeliani, documentando e denunciando le violazioni dei Diritti Umani”.
(Tratto da Aci Stampa)
Da papa Leone XIV un appello a fermare l’escalation di guerra
Riconoscere lo Stato di Palestina ‘potrebbe aiutare, però in questo momento veramente non si trova dall’altra parte volontà di ascoltare, quindi il dialogo in questo momento è rotto’, rispondendo ad alcune domande lo ha detto ieri sera papa Leone XIV nel rientro,in Vaticano da Castel Gandolfo, affermando che ‘la Santa Sede ha riconosciuto la soluzione dei due Stati già da molti anni’, e che ‘bisogna cercare una maniera per rispettare tutti i popoli’, in quanto il riconoscimento dello Stato di Palestina “potrebbe aiutare, però in questo momento veramente non si trova dall’altra parte volontà di ascoltare, quindi il dialogo in questo momento è rotto”.
Inoltre riguardo l’Europa e alle incursioni della Russia, papa Leone XIV ha affermato che ‘qualcuno sta cercando un’escalation, è ogni volta più pericoloso’, ribadendo la ‘necessità di deporre le armi, di fermare le avanzate militari ed avvicinarsi al tavolo del dialogo’, con l’aggiunta che ‘se l’Europa fosse realmente unita potrebbe fare tanto’. Infine, sull’azione diplomatica della Santa Sede, il papa ha spiegato: “Continuamente stiamo parlando con gli ambasciatori, stiamo cercando anche con i capi di Stato, quando vengono stiamo cercando una soluzione”.
Nel frattempo a Gorizia in contemporanea alle parole papali i vescovi italiani,sloveni e croati, nella veglia di preghiera, hanno lanciato un appello alla pace a 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale “in un tempo sempre più dilaniato da conflitti violenti, noi, Chiese in Italia, Slovenia e Croazia, leviamo insieme, con forza, il nostro grido di pace e il nostro appello, perché ogni comunità cristiana sia protagonista di speranza, vigile e attiva nel promuovere e sostenere cammini di riconciliazione”.
Nella memoria della visita nel 1992 di papa san Giovanni Paolo II i vescovi hanno pregato per la pace da un territorio di ‘confine’: “Siamo qui con i giovani, ‘germogli di pace’, in questa terra di confine che porta ancora i segni di tragiche esperienze di guerra e di violenza, ma che è anche crocevia di dialogo interculturale, ecumenico e interreligioso…
La nostra preghiera parte da questo territorio, si estende a tutti i Balcani e si allarga fino ad unire, in un unico abbraccio, Terra Santa, Ucraina e tutte le altre zone insanguinate dalla guerra. Non possiamo restare in silenzio di fronte alla drammatica escalation di violenza, al moltiplicarsi di atti di disumanità, all’annientamento di città e di popoli. Il grido che sale da molte parti del Pianeta è straziante e non può restare inascoltato”.
E’ stato un invito a superare i confini nazionali per un comune sentimento europeo di pace: “Guardando oltre i confini nazionali (non più linee di separazione, ma luoghi di amicizia e incontro fra i popoli) comprendiamo che le identità culturali e spirituali nazionali si fondono oggi in un più alto e condiviso patrimonio identitario europeo.
Questo richiama ed esige coraggiose e feconde esperienze di riconciliazione, per perdonare e chiedere perdono, dalle quali può sorgere il bene assoluto della pace, secondo le intuizioni dei ‘padri fondatori’ dell’Europa comunitaria. Un’Europa di pace, aperta al mondo, capace di ispirare fratellanza e universalismo ben al di là della sua geografia”.
E’ un impegno per essere ‘case della pace’ nei propri territori: “Noi, Chiese in Italia, Slovenia e Croazia, ci impegniamo per il rispetto dell’inalienabile dignità di ogni persona, dal concepimento alla morte naturale; per la vicinanza ai poveri, ai malati e agli anziani; per la verità e la giustizia come cardini della vita comune; per la libertà religiosa, diritto umano fondamentale; per la riconciliazione e la guarigione delle ferite storiche; per la cura del Creato, che siamo chiamati a custodire e a consegnare alle nuove generazioni migliore di come lo abbiamo ricevuto”.
(Foto: Cei)
‘Fratel Biagio per me guida spirituale’: il ricordo di Riccardo Rossi
“Il 16 settembre festeggiamo la data di nascita di un grande uomo Fratel Biagio Conte, volato in cielo il 12 gennaio del 2023. Un amico, un fratello, una guida spirituale, questo e tanto altro è stato per me Fratel Biagio”. A parlare con l’Adnkronos è Riccardo Rossi, ex portavoce del missionario. “Lo conobbi circa 15 anni fa e trovai in lui una comunione di anime mai sentita prima; diventammo amici e nacque il giornale ‘La Speranza’, organo ufficiale della Missione di Speranza e Carità di Palermo, da lui fondata. Circa 13 anni fa mi aiutò a riconciliarmi con la mia famiglia a Verona, partimmo insieme per Vicenza e vivemmo insieme giorni di testimonianze e preghiera. Grazie a questo tempo, quando andai dalla mia famiglia a Verona fui mansueto e ci fu la riconciliazione con i miei familiari”, racconta Rossi.
“Anche nel mio matrimonio con Barbara c’è la presenza di Fratel Biagio; la conobbi grazie ad un articolo che feci sul giornale della Missione circa 11 anni fa ‘La Speranza’ in cui mettevo in rilievo due gesti simbolo che avevano fatto tornare Fratel Biagio in Missione, uno di questi gesti era di Barbara Occhipinti. La volli conoscere e ci innamorammo e, una volta sposati, anche Barbara intraprese la vita missionaria. All’inizio del 2018 ero in crisi – dice Riccardo- e feci una preghiera a Dio per avere una svolta nella vita, arrivai a Palermo da Catania e seppi che Fratel Biagio aveva appena iniziato un digiuno- preghiera; capii che il segno era arrivato e rimasi accanto al missionario che si era abbandonato sotto i portici delle Poste Centrali di Via Roma, chiedendo a tutti di non lasciare nessuno indietro”.
“Rimasi giorno e notte con lui e feci il suo comunicatore sociale dando notizia a tutti i media; quei giorni furono trasformanti, tanto che con Barbara decidemmo di trasferirci da Catania a Palermo e stare accanto a lui e alla Missione; io divenni il suo portavoce sui media fino alla fine dei suoi giorni, il 12 gennaio del 2023. Il giorno prima della sua morte, avevo letto il Libro di Cielo (volume 11- vergati da Luisa Picarreta, serva di Dio) e mi ero completamente fuso in Gesù. La mattina presto, dopo la notizia della sua dipartita, non venni travolto dallo sconforto, -conclude Riccardo- ma ero pieno di gioia per la dipartita del mio caro amico che era sicuramente in Cielo tra le braccia di Gesù e noi sulla terra stavamo vivendo tanti segni di provvidenza, tra cui giorni e giorni di buone notizie sui media siciliani”.
(Tratto da AdnKronos)
A Roma e Bruxelles presentato il programma del Meeting dell’Amicizia tra i popoli
Una manifestazione ricca di convegni, mostre, spettacoli, iniziative culturali, sportive e per ragazzi, trasmessa in diretta su più canali digitali e in più lingue: la 46^ edizione del Meeting di Rimini, con il titolo ‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’, è stata presentata mercoledì scorso nell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, a cui, dopo i saluti introduttivi dell’ambasciatore Francesco Di Nitto, sono intervenuti Alessandra Locatelli, ministro per le Disabilità, don Giulio Maspero, decano della Facoltà di Teologia alla Pontificia Università Santa Croce e Davide Rondoni, presidente del Comitato nazionale per l’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi ed il presidente del Meeting, Bernhard Scholz, che ha sottolineato:
“Siamo certi che le testimonianze negli incontri, nelle mostre e nelle numerose proposte di questa nuova edizione possano incoraggiare ad affrontare con fiducia le sfide difficili che ci attendono, per creare relazioni autentiche in un mondo sempre più frammentato e polarizzato”.
Mentre il poeta Davide Rondoni, prendendo spunto dalla mostra del Meeting, ‘Io, Frate Francesco – 800 anni di una grande avventura’, ha ricordato che “san Francesco è un’esplosione di vita. Esistono molte analogie tra lo sguardo positivo e fertile dato al mondo dal Santo di Assisi e quello di chi, don Giussani, ha generato anche il Meeting. Per il Governo italiano festeggiare il patrono e poeta di tutti è occasione di unione e di riconoscimento reciproco in quel che tiene insieme la nostra civiltà. E un invito a non avere “padroni” in terra”.
Un’altra mostra presente al Meeting, ‘Luce da Luce – Nicea 1700 anni dopo’, celebra l’anniversario di uno degli snodi decisivi della storia del Cristianesimo. Così ne ha parlato il curatore don Giulio Maspero: “Rowan Williams, arcivescovo emerito di Canterbury, ha scritto: ‘False interpretazioni di Dio producono false interpretazioni dell’umano’. Una frase è quanto mai attuale, purtroppo. Siamo sicuri che il programma del Meeting per l’amicizia dei popoli contribuirà alla pace, rendendo possibili incontri personali e culturali, perché tutti possiamo costruire insieme ‘nei luoghi deserti con mattoni nuovi’.
Questi possono essere proprio le nostre relazioni, il cui valore scopriamo anche ritornando a quel patrimonio che l’evento del Concilio di 1700 anni fa costituisce. La presa di coscienza che la Chiesa è stata attraversata da tensioni anche intense ci riempie di speranza, soprattutto nel confronto con la caduta di imperi e potenze in apparenza ben più forti”.
Ogni giornata del Meeting 2025 sarà arricchita dal contributo di personalità di primo piano dal mondo istituzionale, culturale, accademico e imprenditoriale, nonché esponenti della Chiesa e di fedi e culture diverse. Il primo incontro del Meeting sarà una testimonianza dalla Terra Santa di madri che hanno saputo trasformare in un cammino di riconciliazione il dolore per la perdita di un figlio nel conflitto. La relazione sul tema del Meeting sarà tenuta da mons. Erik Varden, vescovo di Trondheim e presidente della Conferenza episcopale della Scandinavia.
Sarà di grande rilievo la visita del patriarca ecumenico di Costantinopoli Sua Santità Bartolomeo I, che interverrà all’incontro sui 1700 anni del Concilio di Nicea insieme al card. Kurt Koch, prefetto del Dicastero per l’unità dei Cristiani. Sul tema della comunicazione nel contesto delle nuove tecnologie interverrà il prefetto del Dicastero per la Comunicazione Paolo Ruffini.
Parteciperanno al Meeting il presidente della Cei e arcivescovo di Bologna, card. Matteo Maria Zuppi, l’arcivescovo di Algeri, card. Jean-Paul Vesco, il vescovo cattolico di Kharkiv-Zaporizhia Pavlo Honcharuk, e il vescovo di Aleppo Hanna Jallouf. Interverranno anche due presidenti di movimenti ecclesiali: Margaret Karram del Movimento dei Focolari e Davide Prosperi della Fraternità di Comunione e Liberazione.
Estremamente significativa anche la presenza di scienziati, intellettuali, scrittori tra i quali Javier Cercas, Colum McCann e Katerina Gordeeva, vincitrice del premio Anna Politkovskaja 2022. A 80 anni dall’esplosione della bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki sarà al Meeting Toshiyuki Mimaki della Nihon Hidankyo Organization, premio Nobel per la Pace 2024.
Per la parte politico-economica saranno presenti al Meeting il presidente del Consiglio Giorgia Meloni (nella giornata conclusiva della manifestazione), i vicepresidenti Antonio Tajani e Matteo Salvini, e i ministri Andrea Abodi, Tommaso Foti, Giancarlo Giorgetti, Alessandro Giuli, Alessandra Locatelli, Francesco Lollobrigida, Matteo Piantedosi, Gilberto Pichetto Fratin, Orazio Schillaci, Adolfo Urso e Giuseppe Valditara.
Tra le alte cariche dello Stato anche il vicepresidente della Corte Costituzionale Luca Antonini, oltre a numerosi viceministri e sottosegretari. Parteciperà Daria Perrotta, Ragioniera Generale dello Stato, mentre saranno numerosi come da tradizione i presidenti di regione coinvolti, tra cui il presidente della Conferenza delle Regioni Massimiliano Fedriga; tra i sindaci prenderà la parola anche il presidente dell’Anci Gaetano Manfredi; sarà inoltre presente il presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli.
Nella giornata inaugurale il prof. Mario Draghi interverrà sul futuro dell’Europa, uno dei temi centrali di questa edizione. Diversi saranno i momenti dedicati all’Unione Europea nei nuovi scenari geopolitici ed economici, con la presenza di Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo, Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione Europea e altri presidenti di gruppi parlamentari ed eurodeputati tra cui le vicepresidenti Pina Picierno e Antonella Sberna e il vicepresidente del PPE Massimiliano Salini. Gli approfondimenti sull’Europa si chiuderanno con un incontro al quale parteciperà Enrico Letta.
In Fiera a Rimini verrà allestita una superficie di circa 120.000 metri quadrati, in crescita rispetto al 2024. I posti a sedere per la ristorazione raggiungeranno quota 5.000, la libreria occuperà 1.000 mq. Il Meeting resterà aperto ogni giorno fino alle 24 e si conferma l’unica grande manifestazione italiana con ingresso e parcheggi (9.000 posti auto) gratuiti. In programma 150 convegni con oltre 550 relatori italiani e internazionali; 13 saranno le mostre e 17 gli spettacoli, alcuni dei quali si terranno nel cittadino Teatro Galli (i biglietti sono disponibili sulla piattaforma Vivaticket). Il Villaggio Ragazzi Yoga, che si estenderà su una superficie di 9.000 mq, ha un programma fittissimo che comprende mostre, incontri, spettacoli e laboratori con ben 240 eventi. Amplissimo lo spazio riservato all’Enel Sport Village, che supera i 13.000 mq, con le collaborazioni di Centro Sportivo italiano, Cdo Sport e RBR Rinascita Basket Rimini. Si conferma infine il determinante apporto dei volontari giunti dall’Italia e dal mondo, ben 3.000.
Inoltre sul sito internet www.meetingrimini.org è stato pubblicato il programma dei convegni, mentre da maggio è disponibile quello delle mostre, degli spettacoli, del Villaggio Ragazzi Yoga e dell’Enel Sport Village. Mentre da mercoledì scorso si possono scaricare da Google Play, App Store e Huawei Store App le versioni Android, iOS e HarmonyOS dell’app Meeting Rimini, rinnovata rispetto al 2024. L’app sarà fondamentale per partecipare all’evento, perché permetterà di entrare fisicamente in Fiera dal 22 al 27 agosto, prenotare la partecipazione ai convegni e la visita alle mostre, leggere le news e accedere ai contenuti aggiuntivi.
Inoltre il Meeting di Rimini è stato raccontato anche nella capitale d’Europa in occasione dell’evento dal titolo ‘Il Meeting di Rimini: 45 anni di dialogo per l’amicizia fra i popoli’, promosso dalla vicepresidente del Parlamento Europeo, Pina Picierno e dal vicepresidente del Gruppo PPE al Parlamento Europeo, Massimiliano Salini, con la Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli, presso l’Ambasciata d’Italia a Bruxelles. L’iniziativa è stata arricchita anche dagli interventi della vicepresidente del Parlamento Europeo, Antonella Sberna e del vicepresidente esecutivo della Commissione Europea, Raffaele Fitto, e dalla partecipazione di eurodeputati, funzionari Ue e Nato, rappresentanti della comunità imprenditoriale a Bruxelles.
L’incontro ha rappresentato un’importante occasione di riflessione sul valore del dialogo interculturale come strumento essenziale per la promozione della fraternità e dell’amicizia tra i popoli, fondata sulla cultura del confronto pacifico. Nel contesto delle sfide attuali che interessano anche il continente europeo, sono state esplorate le modalità con cui il dialogo tra comunità diverse contribuisce a rafforzare la cooperazione e la solidarietà, con un focus sul ruolo cruciale della collaborazione tra istituzioni italiane, europee e realtà della società civile come fattore chiave per la costruzione di ponti culturali e politici duraturi.
(Foto: Meeting dell’Amicizia tra i popoli)
Card. Pizzaballa: Gerusalemme casa di preghiera per tutti i popoli
“Oggi tutta la nostra diocesi, la Chiesa di Gerusalemme, è unita con noi e prega con noi. Da Gaza fino a Nazareth; da Betlemme fino a Jenin. Tutta la Giordania e Cipro pregano con noi e idealmente sono entrati con noi nella città Santa, Gerusalemme. E saluto in particolare voi, cristiani di Gerusalemme, per questo giorno che è dedicato a voi, che è soprattutto vostro, poiché voi siete coloro che qui a Gerusalemme tengono viva la fiamma della fede cristiana, e tenete viva la presenza di Cristo in mezzo a noi”: con queste parole il patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa, ha aperto la processione della Domenica delle Palme, che introduce alla Settimana Santa, a Gerusalemme.
Anche se ha sottolineato che questo momento è molto difficile, ha rivolto l’invito a non perdere la speranza: “Ma non possiamo e non vogliamo fermarci solo a dire quanto duri siano questi tempi. Oggi dobbiamo ricordarci di altro, di ciò che più conta. Noi siamo qui oggi, cristiani locali e pellegrini, tutti insieme, per dire con forza che non abbiamo paura. Siamo i figli della luce e della risurrezione, della vita. Noi speriamo e crediamo nell’amore che vince su tutto.
Stiamo per entrare nella settimana di passione. Vivremo negli stessi Luoghi in cui sono accaduti, i momenti della passione di Gesù. E unendoci a lui, ci uniremo anche a tutti coloro che oggi vivono qui in mezzo a noi e nel mondo la loro passione”.
Però la Passione apre alla Resurrezione: “Ma noi sappiamo anche che la Passione di Gesù non è l’ultima parola di Dio sul mondo. Il Risorto è la Sua ultima parola, e noi siamo qui per dire e riaffermarla ancora. Noi lo abbiamo incontrato. E siamo qui per gridarlo, con forza, con fiducia, e con tutto l’amore possibile, che nessuno potrà mai estinguere. Nessuno ci separerà dall’amore per Gesù. E lo vogliamo testimoniare innanzitutto con l’unità tra noi, amandoci e sostenendoci gli uni gli altri, perdonandoci a vicenda”.
In questa Domenica delle Palme il patriarca di Gerusalemme ha invitato a ‘deporre ai piedi di Gesù’ tutte le preoccupazioni e le angosce: “Al suo passaggio, le folle stesero i propri mantelli ai piedi di Gesù e lo accolsero con quei pochi rami di ulivo e palme che riuscirono a trovare.
Poniamo anche noi di fronte al nostro Messia quel poco che abbiamo, le nostre preghiere, il nostro pianto, la nostra sete di Lui e della Sua parola di consolazione. E qui, oggi, nonostante tutto, alle porte della Sua e nostra città, ancora una volta dichiariamo di volerlo accogliere davvero come nostro Re e Messia, e di seguirlo nel Suo cammino verso il Suo trono, la croce, che non è simbolo di morte, ma di amore”.
E’ stato un invito a non avere paura di chi fomenta le ostilità: “Non dobbiamo avere paura di quanti vogliono dividere, di quanti vogliono escludere o vogliono impossessarsi dell’anima di questa Città Santa, perché da sempre e per sempre Gerusalemme resterà casa di preghiera per tutti i popoli, e nessuno la potrà possedere.
Come continuo a ripetere, noi apparteniamo a questa città e nessuno ci può separare dal nostro amore alla Città Santa, così come nessuno ci può separare dall’amore di Cristo. Chi appartiene a Gesù continuerà sempre ad essere tra coloro che costruiscono e non che abbattono, che sanno rispondere all’odio con l’amore e l’unità, e al rifiuto oppongono accoglienza”.
Quindi ‘non avere paura’ significa ribadire la propria vocazione nella costruzione della speranza: “Perché Gerusalemme è il luogo della morte e risurrezione di Cristo, il luogo della riconciliazione, di un amore che salva e che supera i confini di dolore e di morte. E questa è la nostra vocazione oggi: costruire, unire, abbattere barriere, sperare contro ogni speranza. Questa è e resta la nostra forza e questa sarà sempre la nostra testimonianza, nonostante i nostri tanti limiti.
Non scoraggiamoci, dunque. Non perdiamoci d’animo. Non perdiamo la speranza. E non abbiamo paura, ma alziamo lo sguardo con fiducia e rinnoviamo ancora una volta il nostro impegno sincero e concreto di pace e di unità, con salda fiducia nella potenza dell’amore di Cristo!”
Mentre nell’omelia della celebrazione eucaristica ha sottolineato il compimento dell’attesa nelle sacre Scritture: “Il puledro su cui Gesù sale, inoltre, offre un riferimento evidente alla profezia di Zaccaria, che racconta della fine dell’attesa di questo mite re di pace, che infine giunge, seduto proprio su un puledro d’asina.
Le attese del popolo, tuttavia, si concentravano soprattutto sulle profezie che annunciavano un Messia trionfante, vincitore, forte. La profezia di un re Messia che cavalca un puledro, invece, era una profezia scomoda, lontana dai criteri di attesa del popolo.
Il puledro che Gesù manda a slegare, nessuno mai era ancora salito. La storia non aveva mai ancora visto la venuta di un re capace di pagare con la propria vita il prezzo della pace del suo popolo. Ora tutto questo accade, e una folla di poveri esulta”.
Ecco la profezia che si realizza in Gesù: “Ma anche nel momento in cui il Signore vuole entrare nella vita del suo popolo, e portarvi la salvezza, c’è sempre qualcosa che tenta di impedirlo: i farisei, di fronte a tutto questo entusiasmo, chiedono a Gesù di far tacere i suoi discepoli…
L’uomo potrà sempre accoglierla o rifiutarla, ma Gesù prosegue con la sua missione di salvezza: la profezia è slegata e quel puledro, su cui nessuno era ancora salito, ha finalmente trovato il re capace di cavalcarlo”.
(Foto: Custodia di Terra Santa)
Ramadan e Quaresima per andare oltre le ideologie
“Cari fratelli e sorelle musulmani, all’inizio del mese di Ramadan il Dicastero per il Dialogo Interreligioso vi porge i suoi più calorosi saluti e la sua amicizia. Questo periodo di digiuno, preghiera e condivisione è un’occasione privilegiata per avvicinarsi a Dio e rinnovarsi nei valori fondamentali della fede, della compassione e della solidarietà”: lo ha scritto il Dicastero per il Dialogo interreligioso nel messaggio inviato oggi alle comunità musulmane di tutto il mondo in occasione del Ramadan, che si intitola ‘Cristiani e musulmani: ciò che speriamo di diventare insieme’.
Nel messaggio si mette in evidenza la coincidenza che vede quest’anno il Ramadan e la Quaresima cristiana sovrapporsi nello stesso periodo: “Quest’anno il Ramadan coincide in gran parte con la Quaresima, che per i cristiani è un periodo di digiuno, supplica e conversione a Cristo. Questa vicinanza nel calendario spirituale ci offre un’opportunità unica di camminare fianco a fianco, cristiani e musulmani, in un percorso comune di purificazione, preghiera e carità. Per noi cattolici è una gioia condividere questo momento con voi, perché ci ricorda che siamo tutti pellegrini su questa terra e che stiamo tutti cercando di ‘vivere una vita migliore’.
Quest’anno desideriamo riflettere con voi non solo su ciò che possiamo fare insieme per ‘vivere una vita migliore’, ma soprattutto su ciò che vogliamo diventare insieme, come cristiani e musulmani, in un mondo in cerca di speranza. Vogliamo essere semplici collaboratori per un mondo migliore o autentici fratelli e sorelle testimoni comuni dell’amicizia di Dio con tutta l’umanità?”
Ma Quaresima e Ramadan non sono semplici periodi di astinenza e di penitenza: “Più che un semplice mese di digiuno, noi cattolici consideriamo il Ramadan come una scuola di trasformazione interiore. Astenendosi dal cibo e dalle bevande, i musulmani imparano a controllare i loro desideri e a porre l’attenzione su ciò che è essenziale. Questo tempo di disciplina spirituale è un invito a coltivare la pietà, quella virtù che avvicina a Dio e apre il cuore agli altri.
Come sapete, nella tradizione cristiana, la stagione santa della Quaresima ci invita a seguire un percorso simile: attraverso il digiuno, la preghiera e l’elemosina cerchiamo di purificare il nostro cuore e di concentrarci su Colui che guida e dirige la nostra vita. Queste pratiche spirituali, sebbene espresse in modo diverso, ci ricordano che la fede non è solo una questione di gesti esteriori, ma un percorso di conversione interiore”.
Nel messaggio il card. George Koovakad, da poche settimane prefetto di questo organismo della Santa Sede e il segretario mons. Indunil Kodithuwakku Janakaratne Kankanamalage, hanno sottolineato il significato di speranza: “In un mondo segnato dall’ingiustizia, dai conflitti e dall’incertezza sul futuro la nostra vocazione comune implica molto di più di pratiche spirituali analoghe. Il nostro mondo ha sete di fraternità e di dialogo autentico. Insieme, musulmani e cristiani, possono essere testimoni di questa speranza, nella convinzione che l’amicizia è possibile nonostante il peso della storia e delle ideologie che intrappolano.
La speranza non è semplice ottimismo: è una virtù ancorata nella fede in Dio, il Misericordioso, nostro Creatore. Per voi, cari amici musulmani, la speranza si nutre della fiducia nella misericordia divina che perdona e guida. Per noi cristiani, essa si fonda sulla certezza che l’amore di Dio è più forte di tutte le prove e gli ostacoli”.
Ed ecco emergere il valore della fraternità: “Quello che vogliamo diventare insieme è perciò essere fratelli e sorelle in umanità, che si stimano profondamente a vicenda. La nostra fede in Dio è un tesoro che ci unisce, ben oltre le nostre differenze. Ci ricorda che siamo tutte creature, spirituali, incarnate e amate, chiamate a vivere nella dignità e nel rispetto reciproco. E noi desideriamo diventare custodi di questa sacra dignità, rifiutando ogni forma di violenza, discriminazione ed esclusione. Quest’anno, mentre le nostre due tradizioni spirituali si ritrovano nel celebrare il Ramadan e la Quaresima, abbiamo un’opportunità unica di mostrare al mondo che la fede trasforma le persone e la società, e che è una forza propulsiva di unità e riconciliazione”.
Quindi il messaggio è un invito a ‘costruire’ ponti: “Non vogliamo semplicemente coesistere; vogliamo vivere insieme in sincera e reciproca stima. I valori che condividiamo, come la giustizia, la compassione e il rispetto per il creato dovrebbero ispirare le nostre azioni e i nostri rapporti e servirci da bussola per essere costruttori di ponti anziché di muri, fautori della giustizia anziché dell’oppressione, essere protettori dell’ambiente anziché distruttori. La nostra fede e i suoi valori dovrebbero aiutarci a essere voci che si ergono contro l’ingiustizia e l’indifferenza e che proclamano la bellezza della diversità umana”.
Il messaggio si chiude con l’invito a ‘seminare’ speranza: “In questo tempo di Ramadan e con l’approssimarsi di ‘Id al-Fitr siamo felici di condividere questa speranza con voi. Che le nostre preghiere, i nostri gesti di solidarietà e i nostri sforzi per la pace siano segni tangibili della nostra sincera amicizia con voi. Che questa festa sia un’occasione di incontri fraterni tra musulmani e cristiani in cui possiamo celebrare insieme la bontà di Dio. Questi semplici, ma profondi momenti di condivisione, sono semi di speranza che possono trasformare le nostre comunità e il nostro mondo. Che la nostra amicizia sia una brezza ristoratrice per un mondo assetato di pace e fraternità!”
Papa Francesco: Gesù è venuto per annunciare la liberazione
“Domani ricorre la Giornata Internazionale di Commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto: ottant’anni dalla liberazione del Campo di concentramento di Auschwitz. L’orrore dello sterminio di milioni di persone ebree e di altre fedi avvenuto in quegli anni non può essere né dimenticato né negato. Ricordo la brava poetessa ungherese Edith Bruck, che abita a Roma… Ricordiamo anche tanti cristiani, tra i quali numerosi martiri.
Rinnovo il mio appello affinché tutti collaborino a debellare la piaga dell’antisemitismo, insieme ad ogni forma di discriminazione e persecuzione religiosa. Costruiamo insieme un mondo più fraterno, più giusto, educando i giovani ad avere un cuore aperto a tutti, nella logica della fraternità, del perdono e della pace”: al termine della recita dell’Angelus odierno papa Francesco ha ricordato che domani ricorre il ‘Giorno della memoria’, invitando a non dimenticare.
Eppoi ha invocato la pace per il Sudan e la Colombia, sottolineando che oggi si celebra la giornata per i malati di lebbra: “Il conflitto in corso in Sudan, iniziato nell’aprile 2023, sta causando la più grave crisi umanitaria nel mondo, con conseguenze drammatiche anche nel Sud Sudan. Sono vicino alle popolazioni di entrambi i Paesi e le invito alla fraternità, alla solidarietà, ad evitare ogni sorta di violenza e a non lasciarsi strumentalizzare. Rinnovo l’appello alle parti in guerra in Sudan affinché cessino le ostilità e accettino di sedere a un tavolo di negoziati. Esorto la comunità internazionale a fare tutto il possibile per far arrivare gli aiuti umanitari necessari agli sfollati ed aiutare i belligeranti a trovare presto strade per la pace.
Guardo con preoccupazione alla situazione della Colombia, in particolare nella regione del Catatumbo, dove gli scontri tra gruppi armati hanno provocato tante vittime civili e più di trentamila sfollati. Esprimo la mia vicinanza a loro e prego.
Si celebra oggi la Giornata mondiale dei malati di lebbra. Incoraggio quanti operano in favore dei colpiti da questa malattia a proseguire il loro impegno, aiutando anche chi guarisce a reinserirsi nella società. Non siano emarginati!”
In precedenza aveva invitato ad immaginare lo sconcerto del popolo di fronte alle parole di Gesù: “Immaginiamo la sorpresa e lo sconcerto dei concittadini di Gesù, i quali lo conoscevano come il figlio del falegname Giuseppe e non avrebbero mai immaginato che Egli potesse presentarsi come il Messia. E’ stato uno sconcerto. Eppure è proprio così: Gesù proclama che, con la sua presenza, è giunto ‘l’anno di grazia del Signore’. E’ il lieto annuncio per tutti e in modo speciale per i poveri, per i prigionieri, per i ciechi, per gli oppressi, così dice il Vangelo”.
Ugualmente avviene oggi: “Sorelle e fratelli, questo avvenimento, con le dovute analogie, succede anche per noi oggi. Anche noi siamo interpellati dalla presenza e dalle parole di Gesù; anche noi siamo chiamati a riconoscere in Lui il Figlio di Dio, il nostro Salvatore. Ma può capitarci, come allora ai suoi compaesani, di pensare che noi lo conosciamo già, che di Lui sappiamo già tutto, siamo cresciuti con Lui, a scuola, in parrocchia, al catechismo, in un Paese di cultura cattolica… E così per noi è una Persona vicina, anzi, ‘troppo’ vicina”.
Invece nella domenica dedicata alla Parola di Dio, a conclusione del giubileo dedicato al mondo della comunicazione, il papa ha sottolineato che essa è viva: “La Parola di Dio è viva: attraverso i secoli cammina con noi, e per la potenza dello Spirito Santo opera nella storia. Il Signore, infatti, è sempre fedele alla sua promessa, che mantiene per amore degli uomini”.
Anche oggi colpisce lo stupore per la sua vitalità in una perfetta coincidenza: “Nella Domenica della Parola di Dio, ancora agli inizi del Giubileo, viene proclamata questa pagina del Vangelo di Luca, nella quale Gesù si rivela come il Messia ‘consacrato con l’unzione’ e mandato a ‘proclamare l’anno di grazia del Signore’! Gesù è la Parola Vivente, in cui tutte le Scritture trovano pieno compimento… Ho detto una parola: stupore. Quando noi sentiamo il Vangelo, le parole di Dio, non si tratta soltanto di ascoltarle, di capirle, no. Devono arrivare al cuore, e produrre quello che ho detto: ‘stupore’. La Parola di Dio sempre ci stupisce, sempre ci rinnova, entra nel cuore e ci rinnova sempre”.
La profezia si compie in cinque azioni, di cui la prima consiste nel ‘lieto annuncio’: “Ecco il “vangelo”, la buona notizia che Gesù proclama: il Regno di Dio è vicino! E quando Dio regna, l’uomo è salvato. Il Signore viene a visitare il suo popolo, prendendosi cura dell’umile e del misero. Questo Vangelo è parola di compassione, che ci chiama alla carità, a rimettere i debiti del prossimo e a un generoso impegno sociale. Non dimentichiamo che il Signore è vicino, misericordioso e compassionevole. Vicinanza, misericordia e compassione sono lo stile di Dio. Lui è così: misericordioso, vicino, compassionevole”.
Un lieto annuncio che proclama la liberazione ai prigionieri: “Fratelli, sorelle, il male ha i giorni contati, perché il futuro è di Dio. Con la forza dello Spirito, Gesù ci redime da ogni colpa e libera il nostro cuore, lo libera da ogni catena interiore, portando nel mondo il perdono del Padre. Questo Vangelo è parola di misericordia, che ci chiama a diventare testimoni appassionati di pace, di solidarietà, di riconciliazione”.
Dona la vista ai ciechi: “Il Messia ci apre gli occhi del cuore, spesso abbagliati dal fascino del potere e dalla vanità: malattie dell’anima, che impediscono di riconoscere la presenza di Dio e che rendono invisibili i deboli e i sofferenti. Questo Vangelo è parola di luce, che ci chiama alla verità, alla testimonianza della fede e alla coerenza della vita”.
E la libertà agli oppressi: “Nessuna schiavitù resiste all’opera del Messia, che ci rende fratelli nel suo nome. Le carceri della persecuzione e della morte vengono spalancate dall’amorevole potenza di Dio; perché questo Vangelo è parola di libertà, che ci chiama alla conversione del cuore, all’onestà del pensiero e alla perseveranza nella prova”.
Tutto ciò si conclude nella proclamazione dell’anno ‘di grazia del Signore’: “Si tratta di un tempo nuovo, che non consuma la vita, ma la rigenera. E’ un Giubileo, come quello che abbiamo iniziato, preparandoci con speranza all’incontro definitivo col Redentore. Il Vangelo è parola di gioia, che ci chiama all’accoglienza, alla comunione e al cammino, da pellegrini, verso il Regno di Dio”.
E’ un invito a leggere la Bibbia: “Tutta la Bibbia fa memoria di Cristo e della sua opera e lo Spirito la attualizza nella nostra vita e nella storia. Quando noi leggiamo le Scritture, quando le preghiamo e le studiamo, non riceviamo solo informazioni su Dio, bensì accogliamo lo Spirito che ci ricorda tutto ciò che Gesù ha detto e ha fatto… Fratelli, sorelle, dobbiamo essere più abituati alla lettura delle Scritture.
A me piace consigliare che tutti abbiano un piccolo Vangelo, un piccolo Nuovo Testamento tascabile, e lo portino nella borsa, lo portino sempre con sé, per prenderlo durante la giornata e leggerlo… E così, durante la giornata, c’è questo contatto con il Signore”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco: l’incontro è ponte di riconciliazione
“Questa mattina, a causa di una caduta a casa Santa Marta, papa Francesco ha riportato una contusione all’avambraccio destro, senza fratture. Il braccio è stato immobilizzato come misura cautelativa”, è stato reso noto dalla sala stampa vaticana, ma ciò non ha impedito di incontrare una delegazione della Comunità Bektashi, provenienti dall’Albania per un incontro organizzato dal Dicastero per il Dialogo Interreligioso:
“Ogni volta che dei leader religiosi si riuniscono in spirito di mutua stima e si impegnano in favore della cultura dell’incontro, attraverso il dialogo, la comprensione reciproca e la cooperazione, si rinnova e si conferma la nostra speranza in un mondo migliore e più giusto. Quanto il nostro tempo ha bisogno di tale speranza!
Ed ha ricordato le relazioni tra la Santa Sede e l’Albania: “Le relazioni di amicizia tra la Chiesa Cattolica, l’Albania e la Comunità Bektashi sono un bene per tutti noi, e nutro la fiducia che questi legami si rafforzeranno sempre più a servizio della fraternità e della convivenza pacifica tra i popoli. In questi tempi difficili, tutti siamo chiamati a rifiutare la logica della violenza e della discordia, per abbracciare quella dell’incontro, dell’amicizia e della collaborazione nella ricerca del bene comune”.
Inoltre ha ricordato gli incontri avutisi negli ultimi anni: “In proposito, penso con gratitudine ai molti momenti di incontro fraterno che hanno avuto luogo tra la comunità Bektashi e la Chiesa Cattolica, come la Preghiera per la pace nei Balcani del 1993 e la Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace di Assisi del 2011. L’inaugurazione del Tempio Bektashi di Tirana, nel 2015, è stata un momento particolarmente fecondo di vicinanza e amicizia”.
Tale momento è stato un’occasione per affermare la necessità di costruire ‘ponti’: “Sono convinto che la Comunità Bektashi, assieme agli altri musulmani, ai cristiani e a tutti gli altri credenti presenti in Albania, possa servire da ponte di riconciliazione e arricchimento reciproco non solo all’interno del vostro Paese, ma anche tra Oriente e Occidente. Nonostante le sfide del presente, il dialogo interreligioso ha un ruolo unico nella costruzione di un futuro di riconciliazione, giustizia e pace che i popoli del mondo, e specialmente i giovani, tanto ardentemente desiderano”.
Inoltre, incontrando la comunità sacerdotale argentina a Roma, il papa ha ricordato il sacerdote Brochero: “In ogni caso, per non tralasciare gli odori della nostra terra, voglio raccontarvi una cosa che ho letto recentemente su Sacerdote Brochero e che ritengo faccia molto comodo a voi, che continuate a prepararvi per affrontare l’ardua battaglia del Vangelo. Ciò che vi illustrerò di lui si riferisce alla sua anima sacerdotale e il primo, essenziale punto è l’affermazione fatta dai suoi amici secondo cui Brochero non avrebbe dovuto essere altro che un prete”.
Per questo è importante la vocazione: “Dobbiamo assumere con fermezza questa identità sacerdotale, prendendo coscienza che la nostra vocazione non è un’appendice, un mezzo per altri fini, anche pii, come quello di essere salvati. Assolutamente no. La vocazione è il progetto di Dio nella nostra vita, ciò che Dio vede in noi, ciò che muove il suo sguardo d’amore, oserei dire che in un certo modo è l’amore che Lui ha per noi e in questo sta la nostra vera essenza”.
Quindi ha spiegato il significato di vocazione secondo tale sacerdote: “Cioè prendersi cura della nostra interiorità, tenere il fuoco acceso, con grande umiltà, ‘abbattuti’, perché ‘stando’ nel nostro orgoglio siamo più vulnerabili. Altra nota importante è la fraternità sacerdotale. Innanzitutto con l’Alfiere, considerato un semplice soldato, per emulare le gesta degli eroi, combattendo al suo fianco, fianco a fianco, fino all’ultima cartuccia. E con i suoi fratelli sacerdoti vuole condividere tutto ciò che ha, li invita a correggerlo con fiducia e lo fa con loro con franchezza, chiedendo loro di condurre una vita di profonda pietà, con la confessione frequente per condividere così tutta la vita, sia materiale che spirituale e apostolica”.
Infine il suo rapporto con l’Eucarestia, senza abbandonare il proprio ‘compito’: “Infine, come non potrebbe essere altrimenti, l’Eucaristia. Per quanto arduo fosse il suo compito, cercava di non lasciarlo mai, trascorrendo gran parte della notte all’aperto, in mezzo ai campi di grano, aspettando che si svegliassero al ranch, poiché non riteneva opportuno disturbarli all’alba) così poteva entrare per festeggiare. Quel rispetto sacrificale per il mistero che, lontano dalle imposizioni, permeava più di mille parole di stucchevole eloquenza”.
(Foto: Santa Sede)





























