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Papa Leone XIV invita a costruire l’unità

Prima di partire per l’ultima tappa del Libano, papa  Leone XIV e il patriarca Bartolomeo hanno benedetto la folla che si è radunata, dopo la Divina Liturgia, nella piazzetta fuori dalla chiesa patriarcale di San Giorgio; poi si sono presi per mano, scambiati un bacio fraterno e fatto ingresso, uno accanto all’altro, nella sede del Patriarcato, quale ultimo atto pubblico del viaggio in Türkiye, con un discorso al termine della Divina Liturgia:

“Il nostro pellegrinaggio nei luoghi dove si tenne il primo Concilio ecumenico nella storia della Chiesa, si conclude con questa solenne Divina Liturgia, nella quale abbiamo commemorato l’apostolo Andrea che, secondo l’antica tradizione, portò il Vangelo in questa città. La sua fede è la nostra: la stessa definita dai Concili ecumenici e professata oggi dalla Chiesa”.

Inoltre il papa ha sottolineato l’unità plasmata dal Credo niceno, nonostante i conflitti avvenuti nei secoli: “Con i Capi delle Chiese e i Rappresentanti delle Comunità Cristiane Mondiali, durante la preghiera ecumenica lo abbiamo ricordato: la fede professata nel Credo Niceno-Costantinopolitano ci unisce in una comunione reale e ci permette di riconoscerci come fratelli e sorelle.

Ci sono stati molti malintesi e persino conflitti tra cristiani di Chiese diverse in passato, e ci sono ancora ostacoli che ci impediscono di essere in piena comunione, ma non dobbiamo tornare indietro nell’impegno per l’unità e non possiamo smettere di considerarci fratelli e sorelle in Cristo e di amarci come tali”.

Un saluto che rimanda all’incontro tra papa san Paolo VI ed il patriarca Atenagora: “Ispirati da questa consapevolezza, sessant’anni fa Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora dichiararono solennemente che le decisioni infelici e i tristi eventi che portarono alle reciproche scomuniche del 1054 dovevano essere cancellati dalla memoria della Chiesa.

Questo gesto storico dei nostri venerati Predecessori aprì un cammino di riconciliazione, di pace e di crescente comunione tra cattolici e ortodossi, che è cresciuto anche grazie ai contatti frequenti, agli incontri fraterni e a un fecondo dialogo teologico.  Alla luce di questo cammino già intrapreso, molti sono stati i passi compiuti anche a livello ecclesiologico e canonico e, oggi, siamo interpellati a impegnarci maggiormente verso il ripristino della piena comunione”.

Ed ha enucleato tre ‘sfide’ a cui i cristiani sono chiamati a rispondere: “Innanzitutto, in questo tempo di sanguinosi conflitti e violenze in luoghi vicini e lontani, i cattolici e gli ortodossi sono chiamati ad essere costruttori di pace. Si tratta certamente di agire e di porre delle scelte e dei segni che edificano la pace, ma senza dimenticare che essa non è solo il frutto di un impegno umano, bensì è dono di Dio. Perciò, la pace si chiede con la preghiera, con la penitenza, con la contemplazione, con quella relazione viva col Signore che ci aiuta a discernere parole, gesti e azioni da intraprendere, perché siano veramente a servizio della pace”.

Una seconda sfida riguarda il creato: “Un’altra sfida che le nostre Chiese devono affrontare è la minacciosa crisi ecologica che, come Sua Santità ha spesso ricordato, richiede un’autentica conversione spirituale per cambiare direzione e salvaguardare il creato. Cattolici e ortodossi siamo chiamati a collaborare per promuovere una nuova mentalità in cui tutti si sentano custodi del creato che Dio ci ha affidato”.

L’altra ‘sfida’ è quella tecnologica: “Una terza sfida che vorrei menzionare è l’uso delle nuove tecnologie, specialmente nel campo della comunicazione. Consapevoli degli enormi vantaggi che esse possono offrire all’umanità, cattolici e ortodossi devono operare insieme per promuoverne un uso responsabile al servizio dello sviluppo integrale delle persone, e un’accessibilità universale, perché tali benefici non siano solo riservati a un piccolo numero di persone e a interessi di pochi privilegiati”.

In mattinata il papa aveva visitato la Chiesa Apostolica Armena, dove sono sepolti i patriarchi Shenork I e Mesrob II: “Questa visita mi offre l’opportunità di ringraziare Dio per la coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso dei secoli, spesso in circostanze tragiche. Desidero inoltre esprimere viva gratitudine al Signore per i legami fraterni sempre più stretti che uniscono la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica.

Poco dopo il Concilio Vaticano II, nel maggio 1967, Sua Santità il Catholicos Khoren I è stato il primo Primate di una Chiesa Ortodossa Orientale a visitare il Vescovo di Roma e a scambiare con lui il bacio della pace. Ricordo anche che nel maggio 1970 Sua Santità il Catholicos Vasken I firmò con Papa Paolo VI la prima dichiarazione congiunta tra un Papa e un Patriarca Ortodosso Orientale, invitando i loro fedeli a riscoprirsi fratelli e sorelle in Cristo in vista dell’unità. Da allora, per grazia di Dio, il “dialogo della carità” tra le nostre Chiese è fiorito”.

Per questo ha ricordato l’anniversario niceno: “E’ da questa fede apostolica comune che dobbiamo attingere per recuperare l’unità che esisteva nei primi secoli tra la Chiesa di Roma e le antiche Chiese Orientali. Dobbiamo anche trarre ispirazione dall’esperienza della Chiesa nascente per ripristinare la piena comunione, una comunione che non implica assorbimento o dominio, ma piuttosto uno scambio dei doni che le nostre Chiese hanno ricevuto dallo Spirito Santo per la gloria di Dio Padre e l’edificazione del corpo di Cristo”.

Ricordato l’enciclica ‘Ut unum sint’ di papa san Giovanni Paolo II, il papa ha chiesto di seguire l’esempio dei santi armeni per il cammino verso l’unità: ‘In questo cammino verso l’unità, siamo preceduti e circondati da «una grande schiera di testimoni’. Tra i santi della tradizione armena, vorrei ricordare il grande Catholicos e poeta del XII secolo Nerses IV Shnorhali, di cui abbiamo recentemente commemorato l’850° anniversario della morte, il quale ha lavorato instancabilmente per riconciliare le Chiese, al fine di realizzare la preghiera di Cristo ‘che tutti siano una cosa sola’. Possa l’esempio di san Nerses ispirarci e la sua preghiera sostenerci nel cammino verso la piena comunione!”

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV invita ad essere sulla frontiera

“…desidero dare a tutti voi il benvenuto in Vaticano questa mattina, e ringraziarvi della vostra presenza. Ringrazio in modo particolare il vostro Superiore Generale per le sue gentili parole. Prego perché il vostro incontro sia fecondo e perché, attraverso di esso, lo Spirito Santo vi confermi nella vostra vocazione ed aiuti i membri della Compagnia di Gesù a discernere nuovi modi per vivere la vostra missione nel mondo attuale”: ricevendo in udienza i superiori maggiori della Compagnia di Gesù papa Leone XIV li ha incoraggiato, secondo lo spirito di Sant’Ignazio, a discernere e innovare.

Nell’analisi i l papa ha evidenziato il periodo in cui si sta vivendo: “Viviamo in quello che molti definiscono un cambiamento epocale, un tempo caratterizzato da rapidi cambiamenti nella cultura, nell’economia, nella tecnologia e nella politica. In particolare, l’intelligenza artificiale e altre innovazioni stanno rimodellando la nostra comprensione del lavoro e delle relazioni e addirittura sollevando domande sull’identità umana. Il degrado ecologico minaccia la nostra casa comune. I sistemi politici spesso non rispondono al grido dei poveri. Populismo e polarizzazione ideologica rendono più profonde le divisioni tra nazioni. Molti sono affetti da consumismo, individualismo e indifferenza”.

Però non ci si deve scoraggiare con l’invito alla testimonianza: “Tuttavia, in questo mondo Cristo continua a mandare i suoi discepoli. La Compagnia di Gesù da lungo tempo è presente dove i bisogni dell’umanità incontrano l’amore salvifico di Dio: attraverso la guida spirituale, la formazione intellettuale, il servizio tra i poveri e la testimonianza cristiana alle frontiere culturali. Sant’Ignazio di Loyola e i suoi compagni non temevano l’incertezza o la difficoltà; andavano ai margini, dove fede e ragione si intersecavano con nuove culture e grandi sfide”.

Ripetendo le parole dei precedenti pontefici il papa ha ribadito il loro impegno nella Chiesa: “Oggi io ripeto: la Chiesa ha bisogno di voi sulle frontiere, siano esse geografiche, culturali, intellettuali o spirituali. Sono luoghi rischiosi, dove le mappe conosciute non bastano più. Lì, come Ignazio e i martiri gesuiti che lo hanno seguito, siete chiamati a discernere, innovare e confidare in Cristo, con ‘attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace’. Quando lo Spirito conduce il corpo apostolico altrove per un bene più grande, ciò può richiedere che si abbandonino strutture o ruoli a lungo cari, un esercizio di ‘santa indifferenza’ ignaziana”.

Una frontiera è la sinodalità: Una delle principali frontiere oggi è il cammino di sinodalità nella Chiesa. Il percorso sinodale chiama ognuno di noi ad ascoltare più profondamente lo Spirito Santo e l’altro, di modo che le nostre strutture e i nostri ministeri possano essere più agili, più trasparenti e più reattivi al Vangelo. Vi ringrazio per i vostri contributi al processo sinodale, specialmente nell’aiutare le comunità ecclesiali a discernere come camminare insieme nella speranza”.

L’altra frontiera riguarda la cultura della riconciliazione: “Un’altra frontiera essenziale sta nella riconciliazione e nella giustizia, specialmente in un mondo lacerato da conflitto, disuguaglianza e abuso. Oggi molti subiscono l’esclusione e molte ferite rimangono aperte tra generazioni e popoli. Come ho osservato di recente ricordando la visita del mio venerabile predecessore a Lampedusa, dobbiamo contrastare la ‘globalizzazione dell’impotenza’ con una cultura di riconciliazione, incontrandoci gli uni gli altri in verità, perdono e guarigione; dobbiamo diventare esperti di riconciliazione, fiduciosi che il bene è più forte del male”.

Un’ulteriore frontiera è la tecnologia: “La tecnologia, specialmente l’intelligenza artificiale, è un’altra frontiera importante. Ha il potenziale per la prosperità umana, ma comporta anche rischi di isolamento, perdita di lavoro e nuove forme di manipolazione. La Chiesa deve aiutare a guidare questi sviluppi eticamente, difendendo la dignità umana e promuovendo il bene comune. Dobbiamo discernere come utilizzare le piattaforme digitali per evangelizzare, per formare comunità e per sfidare i falsi dei del consumismo, del potere e dell’autosufficienza”.

Infatti è un incoraggiamento ad essere irrequieti: “Vi incoraggio a incontrare persone in quella irrequietezza: nelle case di ritiro spirituale, nelle università, nei social media, nelle parrocchie e nei luoghi informali dove si riuniscono coloro che sono alla ricerca. Comunicate la gioia del Vangelo con umiltà e con convinzione. Restate contemplativi in azione, radicati nell’intimità quotidiana con Cristo, poiché solo chi è vicino a lui può condurre altri a lui”.

Poi ha ribadito la preferenza per i poveri: “La vostra seconda preferenza vi chiama a camminare con i poveri, gli esclusi del mondo e quanti sono stati feriti nella dignità. Molti, oggi, sono vittima di un sistema economico guidato dal profitto, posto al di sopra della dignità della persona.,, Questo squilibrio globale spinge innumerevoli persone a migrare alla ricerca della sopravvivenza. Abbandonano la casa, la cultura e la famiglia, affrontando spesso rifiuto e ostilità. Il vero discepolato esige sia la denuncia dell’ingiustizia sia la proposta di nuovi modelli radicati nella solidarietà e nel bene comune”.

E’ un invito a non cadere nel fatalismo: “A tale riguardo, le vostre università, i vostri centri sociali, le vostre pubblicazioni e le vostre istituzioni, come il Jesuit Refugee Service, possono essere canali potenti per promuovere il cambiamento sistemico. Malgrado gli ostacoli o i fallimenti che talvolta incontriamo svolgendo questo servizio, dobbiamo evitare di cedere al risentimento o di cadere in una ‘stanchezza da compassione’ o nel fatalismo. Dobbiamo invece confidare nel potere trasformatore dell’amore di Dio, come il seme di senape che diventa un grande albero”.

La terza preferenza riguarda i giovani: “La vostra terza preferenza (accompagnare i giovani verso un futuro di speranza) è urgente. I giovani d’oggi sono diversi: studenti, migranti, attivisti, imprenditori, religiosi e quelli ai margini. Malgrado la loro diversità condividono una sete di autenticità e di trasformazione. Sono ‘in movimento’, alla ricerca di significato e di giustizia.

La Chiesa deve trovare e parlare il loro linguaggio, attraverso azioni e presenza oltre che con le parole. Pertanto, è importante creare spazi dove possano incontrare Cristo, scoprire la loro vocazione e lavorare per il Regno. La prossima Giornata Mondiale della Gioventù in Corea sarà un momento chiave per questa missione”.

Inoltre non può mancare la cura per la ‘casa comune’, riprendendo l’enciclica ‘Laudato Sì’: “La vostra quarta preferenza, la cura della nostra casa comune, risponde a un grido che è sia umano sia divino… La conversione ecologica è profondamente spirituale; riguarda il rinnovamento della nostra relazione con Dio, degli uni con gli altri e con il creato. In questo sforzo, l’umile collaborazione è essenziale, riconoscendo che nessuna istituzione singola può affrontare questa sfida da sola. Lasciate che le vostre comunità siano esempi di sostenibilità ecologica, semplicità e gratitudine per i doni di Dio”.

E’un invito ad annunciare con urgenza il Vangelo: “La vostra missione, cari fratelli, è di aiutare il mondo a percepire questa novità, di seminare speranza dove sembra dominare la disperazione, di portare luce dove regna il buio. Per farlo, vi incoraggio a rimanere vicini a Gesù… Rimanete con lui attraverso la preghiera personale, la celebrazione dei Sacramenti, la devozione al suo Sacro Cuore e l’adorazione del Santissimo Sacramento. In modo diverso e tuttavia potente, rimanete con lui riconoscendo la sua presenza nella vita comunitaria”.

Dalla vicinanza con Gesù nasce il coraggio dell’annuncio: “Da questo radicamento trarrete il coraggio per andare ovunque: per dire la verità, riconciliare, guarire, operare per la giustizia, liberare i prigionieri. Nessuna frontiera sarà fuori dalla vostra portata se camminerete con Cristo. La mia speranza per la Compagnia di Gesù è che possiate leggere i segni dei tempi con profondità spirituale; che abbracciate ciò che promuove la dignità umana e rifiutiate ciò che la sminuisce; che siate agili, creativi, discernenti e sempre in missione”,

Mentre ha invitato i docenti e studenti del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia a sostenere la famiglia: “Nei diversi contesti sociali, economici e culturali, differenti sono le sfide che ci interpellano: ovunque e sempre, però, siamo chiamati a sostenere, difendere e promuovere la famiglia, anzitutto mediante uno stile di vita coerente col Vangelo. Le sue fragilità e il suo valore, considerati nella luce della fede e della sana ragione, impegnano i vostri studi, che coltivate per il bene dei fidanzati che diventano sposi, degli sposi che diventano genitori, e dei loro figli, che sono per tutti promessa di un’umanità rinnovata dall’amore”.

Per questo ha chiesto di approfondire la Dottrina Sociale della Chiesa: “Tra questi vorrei richiamare, come ulteriore impegno, quello di approfondire il legame tra famiglia e dottrina sociale della Chiesa. Il percorso potrebbe svolgersi in due direzioni complementari: quella di inserire lo studio sulla famiglia come capitolo imprescindibile del patrimonio di sapienza che la Chiesa propone sulla vita sociale e, reciprocamente, quella di arricchire tale patrimonio con i vissuti e le dinamiche familiari, per meglio comprendere gli stessi principi dell’insegnamento sociale della Chiesa.

Questa attenzione permetterebbe di sviluppare l’intuizione, richiamata dal Concilio Vaticano II e più volte ribadita dai miei Predecessori, di vedere nella famiglia la prima cellula della società in quanto originaria e fondamentale scuola di umanità”.

Inoltre ha chiesto di porre attenzione all’accompagnamento al matrimonio: “Nell’ambito pastorale, poi, non possiamo ignorare le tendenze, in tante regioni del mondo, a non apprezzare, o addirittura a rifiutare il matrimonio. Vorrei invitarvi ad essere attenti, nella vostra riflessione sulla preparazione al sacramento del Matrimonio, all’azione della grazia di Dio nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. Anche quando i giovani fanno scelte che non corrispondono alle vie proposte dalla Chiesa secondo l’insegnamento di Gesù, il Signore continua a bussare alla porta del loro cuore, preparandoli a ricevere una nuova chiamata interiore”.

(Foto: Santa Sede)

‘Fratel Biagio per me guida spirituale’: il ricordo di Riccardo Rossi

“Il 16 settembre festeggiamo la data di nascita di un grande uomo Fratel Biagio Conte, volato in cielo il 12 gennaio del 2023. Un amico, un fratello, una guida spirituale, questo e tanto altro è stato per me Fratel Biagio”. A parlare con l’Adnkronos è Riccardo Rossi, ex portavoce del missionario. “Lo conobbi circa 15 anni fa e trovai in lui una comunione di anime mai sentita prima; diventammo amici e nacque il giornale ‘La Speranza’, organo ufficiale della Missione di Speranza e Carità di Palermo, da lui fondata. Circa 13 anni fa mi aiutò a riconciliarmi con la mia famiglia a Verona, partimmo insieme per Vicenza e vivemmo insieme giorni di testimonianze e preghiera. Grazie a questo tempo, quando andai dalla mia famiglia a Verona fui mansueto e ci fu la riconciliazione con i miei familiari”, racconta Rossi.

“Anche nel mio matrimonio con Barbara c’è la presenza di Fratel Biagio; la conobbi grazie ad un articolo che feci sul giornale della Missione circa 11 anni fa ‘La Speranza’ in cui mettevo in rilievo due gesti simbolo che avevano fatto tornare Fratel Biagio in Missione, uno di questi gesti era di Barbara Occhipinti. La volli conoscere e ci innamorammo e, una volta sposati, anche Barbara intraprese la vita missionaria. All’inizio del 2018 ero in crisi – dice Riccardo- e feci una preghiera a Dio per avere una svolta nella vita, arrivai a Palermo da Catania e seppi che Fratel Biagio aveva appena iniziato un digiuno- preghiera; capii che il segno era arrivato e rimasi accanto al missionario che si era abbandonato sotto i portici delle Poste Centrali di Via Roma, chiedendo a tutti di non lasciare nessuno indietro”.

“Rimasi giorno e notte con lui e feci il suo comunicatore sociale dando notizia a tutti i media; quei giorni furono trasformanti, tanto che con Barbara decidemmo di trasferirci da Catania a Palermo e stare accanto a lui e alla Missione; io divenni il suo portavoce sui media fino alla fine dei suoi giorni, il 12 gennaio del 2023. Il giorno prima della sua morte, avevo letto il Libro di Cielo (volume 11- vergati da Luisa Picarreta, serva di Dio) e mi ero completamente fuso in Gesù. La mattina presto, dopo la notizia della sua dipartita, non venni travolto dallo sconforto, -conclude Riccardo- ma ero pieno di gioia per la dipartita del mio caro amico che era sicuramente in Cielo tra le braccia di Gesù e noi sulla terra stavamo vivendo tanti segni di provvidenza, tra cui giorni e giorni di buone notizie sui media siciliani”.

(Tratto da AdnKronos)

Card. Pizzaballa: Gerusalemme casa di preghiera per tutti i popoli

“Oggi tutta la nostra diocesi, la Chiesa di Gerusalemme, è unita con noi e prega con noi. Da Gaza fino a Nazareth; da Betlemme fino a Jenin. Tutta la Giordania e Cipro pregano con noi e idealmente sono entrati con noi nella città Santa, Gerusalemme. E saluto in particolare voi, cristiani di Gerusalemme, per questo giorno che è dedicato a voi, che è soprattutto vostro, poiché voi siete coloro che qui a Gerusalemme tengono viva la fiamma della fede cristiana, e tenete viva la presenza di Cristo in mezzo a noi”: con queste parole il patriarca di Gerusalemme dei Latini, card. Pierbattista Pizzaballa, ha aperto la processione della Domenica delle Palme, che introduce alla Settimana Santa, a Gerusalemme.

Anche se ha sottolineato che questo momento è molto difficile, ha rivolto l’invito a non perdere la speranza: “Ma non possiamo e non vogliamo fermarci solo a dire quanto duri siano questi tempi. Oggi dobbiamo ricordarci di altro, di ciò che più conta. Noi siamo qui oggi, cristiani locali e pellegrini, tutti insieme, per dire con forza che non abbiamo paura. Siamo i figli della luce e della risurrezione, della vita. Noi speriamo e crediamo nell’amore che vince su tutto.

Stiamo per entrare nella settimana di passione. Vivremo negli stessi Luoghi in cui sono accaduti, i momenti della passione di Gesù. E unendoci a lui, ci uniremo anche a tutti coloro che oggi vivono qui in mezzo a noi e nel mondo la loro passione”.

Però la Passione apre alla Resurrezione: “Ma noi sappiamo anche che la Passione di Gesù non è l’ultima parola di Dio sul mondo. Il Risorto è la Sua ultima parola, e noi siamo qui per dire e riaffermarla ancora. Noi lo abbiamo incontrato. E siamo qui per gridarlo, con forza, con fiducia, e con tutto l’amore possibile, che nessuno potrà mai estinguere. Nessuno ci separerà dall’amore per Gesù. E lo vogliamo testimoniare innanzitutto con l’unità tra noi, amandoci e sostenendoci gli uni gli altri, perdonandoci a vicenda”. 

In questa Domenica delle Palme il patriarca di Gerusalemme ha invitato a ‘deporre ai piedi di Gesù’ tutte le preoccupazioni e le angosce: “Al suo passaggio, le folle stesero i propri mantelli ai piedi di Gesù e lo accolsero con quei pochi rami di ulivo e palme che riuscirono a trovare.

Poniamo anche noi di fronte al nostro Messia quel poco che abbiamo, le nostre preghiere, il nostro pianto, la nostra sete di Lui e della Sua parola di consolazione. E qui, oggi, nonostante tutto, alle porte della Sua e nostra città, ancora una volta dichiariamo di volerlo accogliere davvero come nostro Re e Messia, e di seguirlo nel Suo cammino verso il Suo trono, la croce, che non è simbolo di morte, ma di amore”.

E’ stato un invito a non avere paura di chi fomenta le ostilità: “Non dobbiamo avere paura di quanti vogliono dividere, di quanti vogliono escludere o vogliono impossessarsi dell’anima di questa Città Santa, perché da sempre e per sempre Gerusalemme resterà casa di preghiera per tutti i popoli, e nessuno la potrà possedere.

Come continuo a ripetere, noi apparteniamo a questa città e nessuno ci può separare dal nostro amore alla Città Santa, così come nessuno ci può separare dall’amore di Cristo. Chi appartiene a Gesù continuerà sempre ad essere tra coloro che costruiscono e non che abbattono, che sanno rispondere all’odio con l’amore e l’unità, e al rifiuto oppongono accoglienza”.

Quindi ‘non avere paura’ significa ribadire la propria vocazione nella costruzione della speranza: “Perché Gerusalemme è il luogo della morte e risurrezione di Cristo, il luogo della riconciliazione, di un amore che salva e che supera i confini di dolore e di morte. E questa è la nostra vocazione oggi: costruire, unire, abbattere barriere, sperare contro ogni speranza. Questa è e resta la nostra forza e questa sarà sempre la nostra testimonianza, nonostante i nostri tanti limiti.

Non scoraggiamoci, dunque. Non perdiamoci d’animo. Non perdiamo la speranza. E non abbiamo paura, ma alziamo lo sguardo con fiducia e rinnoviamo ancora una volta il nostro impegno sincero e concreto di pace e di unità, con salda fiducia nella potenza dell’amore di Cristo!”    

Mentre nell’omelia della celebrazione eucaristica ha sottolineato il compimento dell’attesa nelle sacre Scritture: “Il puledro su cui Gesù sale, inoltre, offre un riferimento evidente alla profezia di Zaccaria, che racconta della fine dell’attesa di questo mite re di pace, che infine giunge, seduto proprio su un puledro d’asina.

Le attese del popolo, tuttavia, si concentravano soprattutto sulle profezie che annunciavano un Messia trionfante, vincitore, forte. La profezia di un re Messia che cavalca un puledro, invece, era una profezia scomoda, lontana dai criteri di attesa del popolo.

Il puledro che Gesù manda a slegare, nessuno mai era ancora salito. La storia non aveva mai ancora visto la venuta di un re capace di pagare con la propria vita il prezzo della pace del suo popolo. Ora tutto questo accade, e una folla di poveri esulta”.

Ecco la profezia che si realizza in Gesù: “Ma anche nel momento in cui il Signore vuole entrare nella vita del suo popolo, e portarvi la salvezza, c’è sempre qualcosa che tenta di impedirlo: i farisei, di fronte a tutto questo entusiasmo, chiedono a Gesù di far tacere i suoi discepoli…  

L’uomo potrà sempre accoglierla o rifiutarla, ma Gesù prosegue con la sua missione di salvezza: la profezia è slegata e quel puledro, su cui nessuno era ancora salito, ha finalmente trovato il re capace di cavalcarlo”.

(Foto: Custodia di Terra Santa)

Ramadan e Quaresima per andare oltre le ideologie

“Cari fratelli e sorelle musulmani, all’inizio del mese di Ramadan il Dicastero per il Dialogo Interreligioso vi porge i suoi più calorosi saluti e la sua amicizia. Questo periodo di digiuno, preghiera e condivisione è un’occasione privilegiata per avvicinarsi a Dio e rinnovarsi nei valori fondamentali della fede, della compassione e della solidarietà”: lo ha scritto il Dicastero per il Dialogo interreligioso nel messaggio inviato oggi alle comunità musulmane di tutto il mondo in occasione del Ramadan, che si intitola ‘Cristiani e musulmani: ciò che speriamo di diventare insieme’.

Nel messaggio si mette in evidenza la coincidenza che vede quest’anno il Ramadan e la Quaresima cristiana sovrapporsi nello stesso periodo: “Quest’anno il Ramadan coincide in gran parte con la Quaresima, che per i cristiani è un periodo di digiuno, supplica e conversione a Cristo. Questa vicinanza nel calendario spirituale ci offre un’opportunità unica di camminare fianco a fianco, cristiani e musulmani, in un percorso comune di purificazione, preghiera e carità. Per noi cattolici è una gioia condividere questo momento con voi, perché ci ricorda che siamo tutti pellegrini su questa terra e che stiamo tutti cercando di ‘vivere una vita migliore’.

Quest’anno desideriamo riflettere con voi non solo su ciò che possiamo fare insieme per ‘vivere una vita migliore’, ma soprattutto su ciò che vogliamo diventare insieme, come cristiani e musulmani, in un mondo in cerca di speranza. Vogliamo essere semplici collaboratori per un mondo migliore o autentici fratelli e sorelle testimoni comuni dell’amicizia di Dio con tutta l’umanità?”

Ma Quaresima e Ramadan non sono semplici periodi di astinenza e di penitenza: “Più che un semplice mese di digiuno, noi cattolici consideriamo il Ramadan come una scuola di trasformazione interiore. Astenendosi dal cibo e dalle bevande, i musulmani imparano a controllare i loro desideri e a porre l’attenzione su ciò che è essenziale. Questo tempo di disciplina spirituale è un invito a coltivare la pietà, quella virtù che avvicina a Dio e apre il cuore agli altri.

Come sapete, nella tradizione cristiana, la stagione santa della Quaresima ci invita a seguire un percorso simile: attraverso il digiuno, la preghiera e l’elemosina cerchiamo di purificare il nostro cuore e di concentrarci su Colui che guida e dirige la nostra vita. Queste pratiche spirituali, sebbene espresse in modo diverso, ci ricordano che la fede non è solo una questione di gesti esteriori, ma un percorso di conversione interiore”.

Nel messaggio il card. George Koovakad, da poche settimane prefetto di questo organismo della Santa Sede e il segretario mons. Indunil Kodithuwakku Janakaratne Kankanamalage, hanno sottolineato il significato di speranza: “In un mondo segnato dall’ingiustizia, dai conflitti e dall’incertezza sul futuro la nostra vocazione comune implica molto di più di pratiche spirituali analoghe. Il nostro mondo ha sete di fraternità e di dialogo autentico. Insieme, musulmani e cristiani, possono essere testimoni di questa speranza, nella convinzione che l’amicizia è possibile nonostante il peso della storia e delle ideologie che intrappolano.

La speranza non è semplice ottimismo: è una virtù ancorata nella fede in Dio, il Misericordioso, nostro Creatore. Per voi, cari amici musulmani, la speranza si nutre della fiducia nella misericordia divina che perdona e guida. Per noi cristiani, essa si fonda sulla certezza che l’amore di Dio è più forte di tutte le prove e gli ostacoli”.

Ed ecco emergere il valore della fraternità: “Quello che vogliamo diventare insieme è perciò essere fratelli e sorelle in umanità, che si stimano profondamente a vicenda. La nostra fede in Dio è un tesoro che ci unisce, ben oltre le nostre differenze. Ci ricorda che siamo tutte creature, spirituali, incarnate e amate, chiamate a vivere nella dignità e nel rispetto reciproco. E noi desideriamo diventare custodi di questa sacra dignità, rifiutando ogni forma di violenza, discriminazione ed esclusione. Quest’anno, mentre le nostre due tradizioni spirituali si ritrovano nel celebrare il Ramadan e la Quaresima, abbiamo un’opportunità unica di mostrare al mondo che la fede trasforma le persone e la società, e che è una forza propulsiva di unità e riconciliazione”.

Quindi il messaggio è un invito a ‘costruire’ ponti: “Non vogliamo semplicemente coesistere; vogliamo vivere insieme in sincera e reciproca stima. I valori che condividiamo, come la giustizia, la compassione e il rispetto per il creato dovrebbero ispirare le nostre azioni e i nostri rapporti e servirci da bussola per essere costruttori di ponti anziché di muri, fautori della giustizia anziché dell’oppressione, essere protettori dell’ambiente anziché distruttori. La nostra fede e i suoi valori dovrebbero aiutarci a essere voci che si ergono contro l’ingiustizia e l’indifferenza e che proclamano la bellezza della diversità umana”.

Il messaggio si chiude con l’invito a ‘seminare’ speranza: “In questo tempo di Ramadan e con l’approssimarsi di ‘Id al-Fitr siamo felici di condividere questa speranza con voi. Che le nostre preghiere, i nostri gesti di solidarietà e i nostri sforzi per la pace siano segni tangibili della nostra sincera amicizia con voi. Che questa festa sia un’occasione di incontri fraterni tra musulmani e cristiani in cui possiamo celebrare insieme la bontà di Dio. Questi semplici, ma profondi momenti di condivisione, sono semi di speranza che possono trasformare le nostre comunità e il nostro mondo. Che la nostra amicizia sia una brezza ristoratrice per un mondo assetato di pace e fraternità!”

Papa Francesco: Gesù è venuto per annunciare la liberazione

“Domani ricorre la Giornata Internazionale di Commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto: ottant’anni dalla liberazione del Campo di concentramento di Auschwitz. L’orrore dello sterminio di milioni di persone ebree e di altre fedi avvenuto in quegli anni non può essere né dimenticato né negato. Ricordo la brava poetessa ungherese Edith Bruck, che abita a Roma… Ricordiamo anche tanti cristiani, tra i quali numerosi martiri.

Rinnovo il mio appello affinché tutti collaborino a debellare la piaga dell’antisemitismo, insieme ad ogni forma di discriminazione e persecuzione religiosa. Costruiamo insieme un mondo più fraterno, più giusto, educando i giovani ad avere un cuore aperto a tutti, nella logica della fraternità, del perdono e della pace”: al termine della recita dell’Angelus odierno papa Francesco ha ricordato che domani ricorre il ‘Giorno della memoria’, invitando a non dimenticare.

Eppoi ha invocato la pace per il Sudan e la Colombia, sottolineando che oggi si celebra la giornata per i malati di lebbra: “Il conflitto in corso in Sudan, iniziato nell’aprile 2023, sta causando la più grave crisi umanitaria nel mondo, con conseguenze drammatiche anche nel Sud Sudan. Sono vicino alle popolazioni di entrambi i Paesi e le invito alla fraternità, alla solidarietà, ad evitare ogni sorta di violenza e a non lasciarsi strumentalizzare. Rinnovo l’appello alle parti in guerra in Sudan affinché cessino le ostilità e accettino di sedere a un tavolo di negoziati. Esorto la comunità internazionale a fare tutto il possibile per far arrivare gli aiuti umanitari necessari agli sfollati ed aiutare i belligeranti a trovare presto strade per la pace.

Guardo con preoccupazione alla situazione della Colombia, in particolare nella regione del Catatumbo, dove gli scontri tra gruppi armati hanno provocato tante vittime civili e più di trentamila sfollati. Esprimo la mia vicinanza a loro e prego.

Si celebra oggi la Giornata mondiale dei malati di lebbra. Incoraggio quanti operano in favore dei colpiti da questa malattia a proseguire il loro impegno, aiutando anche chi guarisce a reinserirsi nella società. Non siano emarginati!”

In precedenza aveva invitato ad immaginare lo sconcerto del popolo di fronte alle parole di Gesù: “Immaginiamo la sorpresa e lo sconcerto dei concittadini di Gesù, i quali lo conoscevano come il figlio del falegname Giuseppe e non avrebbero mai immaginato che Egli potesse presentarsi come il Messia. E’ stato uno sconcerto. Eppure è proprio così: Gesù proclama che, con la sua presenza, è giunto ‘l’anno di grazia del Signore’. E’ il lieto annuncio per tutti e in modo speciale per i poveri, per i prigionieri, per i ciechi, per gli oppressi, così dice il Vangelo”.

Ugualmente avviene oggi: “Sorelle e fratelli, questo avvenimento, con le dovute analogie, succede anche per noi oggi. Anche noi siamo interpellati dalla presenza e dalle parole di Gesù; anche noi siamo chiamati a riconoscere in Lui il Figlio di Dio, il nostro Salvatore. Ma può capitarci, come allora ai suoi compaesani, di pensare che noi lo conosciamo già, che di Lui sappiamo già tutto, siamo cresciuti con Lui, a scuola, in parrocchia, al catechismo, in un Paese di cultura cattolica… E così per noi è una Persona vicina, anzi, ‘troppo’ vicina”.

Invece nella domenica dedicata alla Parola di Dio, a conclusione del giubileo dedicato al mondo della comunicazione, il papa ha sottolineato che essa è viva: “La Parola di Dio è viva: attraverso i secoli cammina con noi, e per la potenza dello Spirito Santo opera nella storia. Il Signore, infatti, è sempre fedele alla sua promessa, che mantiene per amore degli uomini”.

Anche oggi colpisce lo stupore per la sua vitalità in una perfetta coincidenza: “Nella Domenica della Parola di Dio, ancora agli inizi del Giubileo, viene proclamata questa pagina del Vangelo di Luca, nella quale Gesù si rivela come il Messia ‘consacrato con l’unzione’ e mandato a ‘proclamare l’anno di grazia del Signore’! Gesù è la Parola Vivente, in cui tutte le Scritture trovano pieno compimento… Ho detto una parola: stupore. Quando noi sentiamo il Vangelo, le parole di Dio, non si tratta soltanto di ascoltarle, di capirle, no. Devono arrivare al cuore, e produrre quello che ho detto: ‘stupore’. La Parola di Dio sempre ci stupisce, sempre ci rinnova, entra nel cuore e ci rinnova sempre”.

La profezia si compie in cinque azioni, di cui la prima consiste nel ‘lieto annuncio’: “Ecco il “vangelo”, la buona notizia che Gesù proclama: il Regno di Dio è vicino! E quando Dio regna, l’uomo è salvato. Il Signore viene a visitare il suo popolo, prendendosi cura dell’umile e del misero. Questo Vangelo è parola di compassione, che ci chiama alla carità, a rimettere i debiti del prossimo e a un generoso impegno sociale. Non dimentichiamo che il Signore è vicino, misericordioso e compassionevole. Vicinanza, misericordia e compassione sono lo stile di Dio. Lui è così: misericordioso, vicino, compassionevole”.

Un lieto annuncio che proclama la liberazione ai prigionieri: “Fratelli, sorelle, il male ha i giorni contati, perché il futuro è di Dio. Con la forza dello Spirito, Gesù ci redime da ogni colpa e libera il nostro cuore, lo libera da ogni catena interiore, portando nel mondo il perdono del Padre. Questo Vangelo è parola di misericordia, che ci chiama a diventare testimoni appassionati di pace, di solidarietà, di riconciliazione”.

Dona la vista ai ciechi: “Il Messia ci apre gli occhi del cuore, spesso abbagliati dal fascino del potere e dalla vanità: malattie dell’anima, che impediscono di riconoscere la presenza di Dio e che rendono invisibili i deboli e i sofferenti. Questo Vangelo è parola di luce, che ci chiama alla verità, alla testimonianza della fede e alla coerenza della vita”.

E la libertà agli oppressi: “Nessuna schiavitù resiste all’opera del Messia, che ci rende fratelli nel suo nome. Le carceri della persecuzione e della morte vengono spalancate dall’amorevole potenza di Dio; perché questo Vangelo è parola di libertà, che ci chiama alla conversione del cuore, all’onestà del pensiero e alla perseveranza nella prova”.

Tutto ciò si conclude nella proclamazione dell’anno ‘di grazia del Signore’: “Si tratta di un tempo nuovo, che non consuma la vita, ma la rigenera. E’ un Giubileo, come quello che abbiamo iniziato, preparandoci con speranza all’incontro definitivo col Redentore. Il Vangelo è parola di gioia, che ci chiama all’accoglienza, alla comunione e al cammino, da pellegrini, verso il Regno di Dio”.

E’ un invito a leggere la Bibbia: “Tutta la Bibbia fa memoria di Cristo e della sua opera e lo Spirito la attualizza nella nostra vita e nella storia. Quando noi leggiamo le Scritture, quando le preghiamo e le studiamo, non riceviamo solo informazioni su Dio, bensì accogliamo lo Spirito che ci ricorda tutto ciò che Gesù ha detto e ha fatto… Fratelli, sorelle, dobbiamo essere più abituati alla lettura delle Scritture.

A me piace consigliare che tutti abbiano un piccolo Vangelo, un piccolo Nuovo Testamento tascabile, e lo portino nella borsa, lo portino sempre con sé, per prenderlo durante la giornata e leggerlo… E così, durante la giornata, c’è questo contatto con il Signore”.

(Foto: Santa Sede)

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