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Papa Leone XIV: il Giovedì Santo è un invito al servizio

“Varchiamo questa soglia non come spettatori, né per inerzia, ma coinvolti a titolo speciale da Gesù stesso: come invitati alla Cena nella quale il pane e il vino diventano per noi Sacramento di salvezza. Partecipiamo infatti a un banchetto durante il quale Cristo ‘avendo amato i suoi, che erano nel mondo, li amò fino alla fine’: il suo amore si fa gesto e cibo per tutti, rivelando la giustizia di Dio. Nel mondo, proprio lì dove il male imperversa, Gesù ama definitivamente, per sempre, con tutto sé stesso”: nella Messa in Coena Domini, celebrata nella basilica di San Giovanni in Laterano, che apre il Triduo pasquale, papa Leone XIV pone al centro la lavanda dei piedi come momento per liberarlo dalle idolatrie.

In questo modo la lavanda dei piedi diventa l’azione del cristiano, che non può essere separata dall’Eucarestia: “Il gesto del Signore fa tutt’uno con la mensa alla quale ci ha invitato. E’ un esempio del sacramento: mentre ne conferma il senso, ci consegna un compito che vogliamo assumere come nutrimento per la nostra vita. L’evangelista Giovanni sceglie la parola greca upódeigma per raccontare l’evento cui è stato presente: significa ‘ciò che è mostrato proprio sotto gli occhi’.

Quel che il Signore ci fa vedere, prendendo l’acqua, il catino e il grembiule, è molto di più che un modello morale. Egli ci consegna infatti la sua stessa forma di vita: lavare i piedi è gesto che fa sintesi della rivelazione di Dio, segno esemplare del Verbo fatto carne, sua memoria inconfondibile. Facendo propria la condizione del servo, il Figlio rivela la gloria del Padre scardinando i criteri mondani che sporcano la nostra coscienza”.

Con questo gesto Gesù  sovverte il rapporto con il prossimo e con Dio: “Col suo gesto, infatti, Gesù purifica non solo la nostra immagine di Dio dalle idolatrie e dalle bestemmie che l’hanno sporcata, ma purifica la nostra immagine dell’uomo, che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto”.

E’ un gesto che invita ad imparare ad amare: “Vero Dio e vero uomo, Cristo ci dà invece un esempio di dedizione, di servizio e di amore. Abbiamo bisogno del suo esempio per imparare ad amare, non perché ne siamo incapaci, ma proprio per educare noi stessi, gli uni gli altri, all’amore vero. Imparare ad agire come Gesù, Segno che Dio imprime nella storia del mondo, è il compito di tutta una vita”.

E’ un invito ad imparare da Gesù, secondo l’invito di papa Francesco: “Non ci chiede infatti di ricambiarlo verso di Lui, ma di condividerlo fra noi: ‘Dovete lavare i piedi gli uni agli altri’… Egli non parlava di un astratto imperativo, un comando formale e vuoto, ma esprimeva il suo obbediente fervore per la carità di Cristo, fonte ed esempio della nostra carità. L’esempio dato da Gesù, infatti, non può essere imitato per convenienza, di malavoglia o con ipocrisia, ma solo per amore”.

Solo se ci lascia servire da Gesù saremo capaci di ‘servire’ il prossimo: “Allora, davanti a un’umanità in ginocchio per molti esempi di brutalità, inginocchiamoci anche noi come fratelli e sorelle degli oppressi… Sì, tutta la storia biblica converge in Gesù, vero agnello pasquale. Attraverso di Lui le figure antiche trovano pieno significato, perché il Cristo salvatore celebra la Pasqua dell’umanità, aprendo per tutti il passaggio dal peccato al perdono, dalla morte alla vita eterna”.

Ed in questo giorno si manifesta la carità verso il popolo di Dio: “Rinnovando i gesti e le parole del Signore, proprio questa sera facciamo memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e dell’Ordine sacro. L’intrinseco legame tra i due Sacramenti rappresenta la perfetta donazione di Gesù, sommo Sacerdote ed Eucaristia vivente in eterno: nel pane e nel vino consacrati sta infatti il ‘Sacramento d’amore, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolmata di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura’…

Il Giovedì Santo è perciò giorno di ardente gratitudine e di fraternità autentica. L’adorazione eucaristica di questa sera, in ogni parrocchia e comunità, sia tempo per contemplare il gesto di Gesù, mettendoci in ginocchio come ha fatto Lui, e chiedendo la forza di imitarlo nel servizio con lo stesso amore”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV sollecita testimonianza dei laici a favore della pace e della giustizia

“Continuiamo il nostro cammino di riflessione sulla Chiesa come ci viene presentata nella Costituzione conciliare ‘Lumen gentium’. Francesco amava ripetere: ‘I laici sono semplicemente l’immensa maggioranza del popolo di Dio. Al loro servizio c’è una minoranza: i ministri ordinati’. Questa sezione del Documento si preoccupa di spiegare in positivo la natura e la missione dei laici, dopo secoli in cui questi erano stati definiti semplicemente come coloro che non fanno parte dei chierici o dei consacrati”: con una frase dell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ di papa Francesco papa Leone XIV ha proseguito il ciclo di catechesi sulla Costituzione conciliare ‘Lumen gentium’, soffermandosi sulla natura del ‘popolo messianico’, che non è una ‘massa informe’, ma una comunità ‘organicamente strutturata’, che vive della relazione tra sacerdoti e laici.

Per questo motivo il Concilio Vaticano II ha sancito l’uguaglianza dei battezzati: “Prima di qualsiasi differenza di ministero o di stato di vita, il Concilio afferma l’uguaglianza di tutti i battezzati. La Costituzione non vuole che si dimentichi quanto aveva già affermato nel capitolo sul popolo di Dio, cioè che la condizione del popolo messianico è la dignità e la libertà dei figli di Dio”.

Uguaglianza che apre alla missione dei laici: “Naturalmente, più grande è il dono, più grande è anche l’impegno. Per questo il Concilio, insieme alla dignità, sottolinea anche la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo… Il popolo santo di Dio, dunque, non è mai una massa informe, ma il corpo di Cristo o, come diceva sant’Agostino, il Christus totus: è la comunità organicamente strutturata, in forza della relazione feconda tra le due forme di partecipazione al sacerdozio di Cristo: sacerdozio comune dei fedeli e sacerdozio ministeriale. In virtù del Battesimo, i fedeli laici partecipano allo stesso sacerdozio di Cristo”.

Inoltre ha ricordato anche l’esortazione apostolica ‘Christifideles Laici’, scritta da papa san Giovanni Paolo II nel 1988: “In essa egli sottolineava che ‘il Concilio, con il suo ricchissimo patrimonio dottrinale, spirituale e pastorale, ha riservato pagine quanto mai splendide sulla natura, dignità, spiritualità, missione e responsabilità dei fedeli laici. Ed i Padri conciliari, riecheggiando l’appello di Cristo, hanno chiamato tutti i fedeli laici, uomini e donne, a lavorare nella sua vigna’. In questo modo, il mio venerato Predecessore rilanciava l’apostolato dei laici, a cui il Concilio aveva dedicato uno specifico Documento, di cui parleremo più in là”.

E’ un auspicio per aprirsi al mondo: “Il vasto campo dell’apostolato laicale non si restringe allo spazio della Chiesa, ma si allarga al mondo. La Chiesa, infatti, è presente dovunque i suoi figli professano e testimoniano il Vangelo: negli ambienti di lavoro, nella società civile e in tutte le relazioni umane, là dove essi, con le loro scelte, mostrano la bellezza della vita cristiana, che anticipa qui e ora la giustizia e la pace che saranno piene nel Regno di Dio… E questo è possibile soltanto con il contributo, il servizio e la testimonianza dei laici!”

Tale responsabilità prefigura una Chiesa ‘in uscita’: “E’ l’invito ad essere quella Chiesa ‘in uscita’ di cui ci ha parlato papa Francesco: una Chiesa incarnata nella storia, sempre aperta alla missione, in cui tutti siamo chiamati a essere discepoli-missionari, apostoli del Vangelo, testimoni del Regno di Dio, portatori della gioia del Cristo che abbiamo incontrato!”

Inoltre ieri da Castel Gandolfo il papa ha rilanciato l’appello per la pace mondiale, auspicando una tregua per la Pasqua, definito ‘il tempo più santo’: “Mi è stato riferito che il presidente Trump ha recentemente affermato di voler porre fine alla guerra. Speriamo che stia cercando una via d’uscita, speriamo che stia cercando un modo per ridurre la violenza, i bombardamenti, sarebbe un significativo contributo significativo per eliminare l’odio che si sta creando, che sta crescendo costantemente in Medio Oriente e altrove”.

(Foto: Santa Sede)

Sinodo: missionari nel digitale

Nei giorni scorsi papa Leone XIV ha disposto che i Rapporti finali del Sinodo siano resi pubblici per condividere con il ‘Popolo di Dio’ il frutto della riflessione e del discernimento realizzati, concretizzando una delle caratteristiche essenziali della Chiesa sinodale, come ha evidenziato il card. Mario Grech, segretario generale del Sinodo:

 “Oltre al valore dei contenuti, questi Rapporti testimoniano un’esperienza del cammino compiuto insieme ai Dicasteri. Non è la prima volta che i Dicasteri collaborano a un progetto comune, ma qui c’è qualcosa di più: un autentico esercizio di ascolto, riflessione e discernimento condiviso. E’ la sinodalità messa in pratica, non una semplice collaborazione burocratica”.

Per questo ha sottolineato che tali documenti sono importanti per la Chiesa: “I Rapporti finali vanno intesi come documenti di lavoro, un punto di partenza e non di arrivo. Ma pur essendo documenti di lavoro, contengono già indicazioni preziose, a cui le Chiese locali e le diverse realtà ecclesiali possono ispirarsi fin da ora. E’ questo lo spirito della sinodalità: un cammino che non si ferma, in cui ogni tappa è già generativa. Spetta ora alla Segreteria Generale del Sinodo insieme ai Dicasteri competenti tradurre quanto emerso nei Rapporti in proposte operative per la Chiesa tutta da consegnare al Santo Padre”.

In base a ciò sono stati pubblicati i primi due documenti sul sacerdozio e sulla missione nel mondo digitale: “Oltre al valore dei contenuti, questi Rapporti testimoniano un’esperienza del cammino compiuto insieme ai Dicasteri. Non è la prima volta che i Dicasteri collaborano a un progetto comune, ma qui c’è qualcosa di più: un autentico esercizio di ascolto, riflessione e discernimento condiviso. E’la sinodalità messa in pratica, non una semplice collaborazione burocratica”.

Il Rapporto sulla missione nell’ambiente digitale (Gruppo 3) affronta una questione centrale emersa durante la XVI Assemblea: come vivere la missione della Chiesa in una cultura sempre più plasmata dal digitale? A partire da una vasta consultazione che ha coinvolto operatori pastorali, esperti e realtà ecclesiali di tutti i continenti, il Gruppo di Studio ha raccolto esperienze, analizzato sfide e formulato raccomandazioni concrete:

“Il nostro lavoro si è concentrato su come la Chiesa già oggi stia testimoniando e possa continuare nel modo più efficace a testimoniare il Vangelo di Gesù Cristo in un tempo in cui ambienti digitali e fisici sono strettamente interconnessi in ogni ambito della vita sociale, specialmente tra i giovani. Questa rivoluzione digitale si colloca al cuore di un cambiamento d’epoca, che ci sfida a rispondere con fedeltà e a portare avanti la nostra missione evangelica in questo nuovo contesto”.

Per questo il mondo digitale apre un cammino missionario: “Come ogni nuovo cammino, la missione comune nell’ambiente digitale è un percorso in divenire. La Chiesa sta imparando lungo il cammino le sfide, le opportunità e i linguaggi che questa cultura emergente presenta. Concetti quali missione digitale, sinodalità online, giurisdizione, accompagnamento e discernimento digitali richiedono un ulteriore approfondimento per chiarirne il significato teologico, pastorale e canonico”.

E per annunciare il Vangelo nel mondo digitale è necessaria la formazione: “E’ inoltre necessaria una riflessione continua riguardo alla formazione e al coinvolgimento di coloro che sono impegnati in questa missione digitale. Questo processo di apprendimento e discernimento è, in sé stesso, un’esperienza sinodale, mentre camminiamo insieme per discernere come lo Spirito Santo continui a guidare la Chiesa a incarnare il Vangelo con fedeltà e creatività, rendendo la cultura digitale uno spazio di incontro, testimonianza e comunione.

La missione nell’ambiente digitale fa parte del processo di conversione pastorale, missionaria e sinodale al quale lo Spirito Santo chiama oggi la Chiesa. Non si tratta semplicemente di utilizzare strumenti digitali per proclamare il Vangelo, ma di incarnare tale annuncio all’interno dell’evoluzione culturale dell’ambiente digitale, dove relazioni, linguaggi e forme di comunità assumono configurazioni nuove e specifiche”.

Invece il Gruppo di Studio n. 4, anziché procedere a una revisione della ‘Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis’, ritenuta ancora valida nei suoi principi fondamentali, ha scelto di elaborare una ‘Proposta di Documento orientativo’ per la sua attuazione in chiave sinodale missionaria, alla luce delle indicazioni del Documento Finale della XVI Assemblea:

“Il Documento proposto individua inoltre piste operative orientate a istituire una conduzione sinodale della formazione sacerdotale (Linee-guida 2.3). Poiché il ministero sacerdotale riceve la sua identità ultimamente cristologica ‘nel e dal’ Popolo di Dio, la formazione ad esso non può non avere il Popolo di Dio, nella sua configurazione carismatico-gerarchica, come suo soggetto proprio.

Presupposto su cui investire maggiormente è la formazione dei formatori, con particolare riguardo alla loro capacità di vivere in fraternità e operare sinodalmente. Non basta procedere nella prassi già avviata del coinvolgimento di religiosi, religiose, laici e laiche competenti nell’insegnamento accademico e pratico, ma si tratta di includere donne preparate e competenti come corresponsabili a tutti i livelli della formazione, anche nell’équipe formativa”.

Inoltre in tale formazione non possono essere esclusi i laici e le laiche: “Nella cura e nell’accompagnamento dei cammini di vocazione si deve riconoscere e sostenere, anche attraverso Centri vocazionali, la vitalità di laici e laiche, delle famiglie, di educatori e catechisti. Ancora, la valutazione periodica del cammino dei candidati non deve restare appannaggio esclusivo dei responsabili ultimi della formazione; più aperto deve diventare il coinvolgimento di quanti condividono gli ambienti in cui i candidati abitano, studiano, operano. Gli stessi scrutini in vista del conferimento degli Ordini sacri prevedano un ascolto non formale, ma reale del Popolo di Dio, dando in specie la dovuta importanza allo sguardo e al giudizio delle donne”.

Infine in questo cammino non possono mancare le competenze sinodali: “Nell’andare missionario e nell’intero cammino della formazione si deve coltivare una fraternità ecumenica e interreligiosa. Inoltre, l’abitare la condizione umana non può che agevolare una formazione omiletica e catechetica che insegni a coniugare il cuore del Vangelo con il vissuto delle folle.

Per questo, i processi formativi provvedano a offrire competenze, strumenti, soprattutto criteri per muoversi pure nella cultura digitale seminandovi il Vangelo. Tratto prezioso dell’iniziazione alla missione sia anche una rigorosa formazione alla cultura della tutela, ponendo le condizioni per una più decisa prevenzione di abusi di ogni tipo. Il Documento proposto segnala pure il valore di tempi di formazione vissuti in altri Paesi o in diocesi dove possa diventare ancora più vivo il senso della missione”.       

Papa Leone XIV: la Chiesa è arca di salvezza

“Si celebrano oggi a Qlayaa, in Libano, i funerali di Padre Pierre El Raii, parroco maronita di uno dei villaggi cristiani nel sud del Libano, che in questi giorni stanno vivendo, ancora una volta, il dramma della guerra. Sono vicino a tutto il popolo libanese, in questo momento di grave prova. In arabo ‘El Raii’ significa ‘il pastore’. Padre Pierre è stato un vero pastore, che è rimasto sempre accanto al suo popolo, con l’amore e il sacrificio di Gesù Buon Pastore. Non appena ha sentito che alcuni parrocchiani erano rimasti feriti da un bombardamento, senza esitazione è corso ad aiutarli. Voglia il Signore che il suo sangue sparso sia seme di pace per l’amato Libano. Cari fratelli e sorelle, continuiamo a pregare per la pace in Iran e in tutto il Medio Oriente, in particolare per le numerose vittime civili, tra cui molti bambini innocenti. Possa la nostra preghiera essere conforto per chi soffre e seme di speranza per il futuro”.

Al termine dell’udienza generale, papa Leone XIV ha chiesto preghiere per i Paesi del Medio Oriente dilaniati da conflitti, per quanti hanno perso la vita e per chi si trova in difficoltà, soprattutto cristiani nel ricordo di p. Pierre El-Rahi, ucciso lunedì scorso in Libano, mentre prestava soccorso ai parrocchiani colpiti dai razzi.

Mentre nell’udienza generale il papa ha continuato le catechesi sul documento del Concilio Vaticano II, ‘Lumen gentium’, riflettendo sul tema della Chiesa popolo di Dio: “Dio, che ha creato il mondo e l’umanità e che desidera salvare ogni uomo, compie la sua opera di salvezza nella storia scegliendo un popolo concreto e abitando in esso. Per questo, Egli chiama Abramo e gli promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia del mare”.

Una ‘chiamata’ per liberare dalla schiavitù e stringere un’alleanza: “Con i figli di Abramo, dopo averli liberati dalla condizione di schiavitù, Dio stringe un’alleanza, li accompagna, se ne prende cura, li raccoglie ogni volta che si smarriscono. Perciò, l’identità di questo popolo è data dall’azione di Dio e dalla fede in Lui. Esso è chiamato a diventare luce per le altre nazioni, come un faro che attirerà a sé tutti i popoli, l’intera umanità”.

Insomma un ‘popolo di Dio’, che è ‘messianico’: “Si tratta di un popolo messianico, proprio perché ha per capo Cristo, il Messia. Quanti ne fanno parte non vantano meriti o titoli, ma solo il dono di essere, in Cristo e per mezzo di Lui, figlie e figli di Dio. Prima di qualunque compito o funzione, dunque, ciò che conta davvero nella Chiesa è l’essere innestati in Cristo, essere per grazia figli di Dio.

Questo è anche l’unico titolo onorifico che dovremmo ricercare come cristiani. Siamo nella Chiesa per ricevere incessantemente la vita dal Padre e per vivere come suoi figli e fratelli tra di noi. Di conseguenza, la legge che anima le relazioni nella Chiesa è l’amore, così come lo riceviamo e lo sperimentiamo in Gesù; e sua meta è il Regno di Dio, verso il quale essa cammina insieme a tutta l’umanità”.

Da qui la Chiesa, che come ricorda il Concilio Vaticano II, è il ‘nuovo’ popolo a cui chiunque può appartenere: “Unificata in Cristo, Signore e Salvatore di ogni uomo e donna, la Chiesa non può mai essere ripiegata in sé stessa, ma è aperta a tutti ed è per tutti… Anche chi non ha ancora ricevuto il Vangelo è perciò, in qualche modo, orientato al popolo di Dio e la Chiesa, cooperando alla missione di Cristo, è chiamata a diffondere il Vangelo ovunque e a tutti, perché ciascuno possa entrare in contatto con Cristo”.

Quindi nella Chiesa c’è ‘posto’ perché essa è universale: “Questo significa che nella Chiesa c’è e deve esserci posto per tutti, e che ogni cristiano è chiamato ad annunciare il Vangelo e a dare testimonianza in ogni ambiente in cui vive e opera. E’ così che questo popolo mostra la sua cattolicità, accogliendo le ricchezze e le risorse delle diverse culture e, al tempo stesso, offrendo loro la novità del Vangelo per purificarle ed elevarle”.

In conclusione ha descritto l’essenza di Chiesa con una frase del teologo Henry De Lubac, che l’ha descritta come arca accogliente e salvifica: “In questo senso, la Chiesa è una ma include tutti. Così l’ha descritta un grande teologo… E’ un grande segno di speranza (soprattutto ai nostri giorni, attraversati da tanti conflitti e guerre) sapere che la Chiesa è un popolo in cui convivono, in forza della fede, donne e uomini diversi per nazionalità, lingua o cultura: è un segno posto nel cuore stesso dell’umanità, richiamo e profezia di quell’unità e di quella pace a cui Dio Padre chiama tutti i suoi figli”.

Foto (Santa Sede)

Papa Leone XIV ringrazia il Dicastero per la Dottrina della Fede per il lavoro svolto

“Conosco bene il prezioso servizio che svolgete, allo scopo (come dice la Costituzione ‘Praedicate Evangelium’) di ‘aiutare il Romano Pontefice e i Vescovi nell’annuncio del Vangelo in tutto il mondo, promuovendo e tutelando l’integrità della dottrina cattolica sulla fede e la morale, attingendo al deposito della fede e ricercandone anche una sempre più profonda intelligenza di fronte alle nuove questioni’. Vostro compito è offrire chiarimenti circa la dottrina della Chiesa, mediante indicazioni pastorali e teologiche in merito a questioni spesso assai delicate”: lo ha ricordato questa mattina papa Leone XIV ricevendo la plenaria del Dicastero per la Dottrina della Fede.

Insomma il papa è soddisfatto del lavoro svolto da questo dicastero negli ultimi due anni: “A questo scopo, negli ultimi due anni il Dicastero ha pubblicato diversi documenti; ne ricordo i principali: la Nota ‘Gestis verbisque’, sulla validità dei Sacramenti (2 febbraio 2024), che ha offerto istruzioni chiare per risolvere casi dubbi relativi alla loro amministrazione; la Dichiarazione ‘Dignitas infinita’, circa la dignità umana (2 aprile 2024), che ha ribadito l’infinita dignità di ogni essere umano, oggi gravemente messa in pericolo, in particolare dalle guerre in corso e da un’economia che mette al primo posto il profitto; le ‘Norme per procedere nel discernimento di presunti fenomeni soprannaturali’ (17 maggio 2024), che hanno consentito di risolvere casi relativi a tali eventi, tra i quali quello attinente all’esperienza spirituale di Medjugorje, a cui è stata specificatamente dedicata la Nota ‘La Regina della Pace’ (19 settembre 2024); la Nota ‘Antiqua et Nova’, elaborata in collaborazione con il Dicastero per la Cultura e l’Educazione (28 gennaio 2025), che offre un’ampia e precisa considerazione del rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana; la Nota dottrinale ‘Mater Populi fidelis’, su alcuni titoli mariani riferiti alla cooperazione di Maria all’opera della salvezza (4 novembre 2025), che incoraggia la devozione popolare mariana, approfondendone i fondamenti biblici e teologici, e al contempo offre precisi e importanti chiarimenti per la mariologia; infine la Nota dottrinale ‘Una caro. Elogio della monogamia, sul valore del Matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca’ (25 novembre 2025), che approfondisce in modo originale la proprietà dell’unità del Matrimonio tra un uomo e una donna”.

Insomma un lavoro utile per la crescita spirituale del ‘popolo di Dio’: “Nel contesto di cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, esso offre infatti ai fedeli una parola pronta e chiara da parte della Chiesa, specialmente in merito ai molti nuovi fenomeni che si affacciano sulla scena della storia. Dà inoltre preziosi orientamenti ai Vescovi per l’esercizio della loro azione pastorale, come pure ai teologi, nel loro servizio di studio e di evangelizzazione”.

Un ‘apprezzamento’ particolare riguarda il tema della trasmissione della fede: “Apprezzo, in particolare, che in questa ‘Plenaria’ abbiate avviato una proficua discussione sul tema della trasmissione della fede, argomento di grande urgenza nel nostro tempo. Non possiamo infatti ‘ignorare che, negli ultimi decenni, si è prodotta una rottura nella trasmissione generazionale della fede cristiana nel popolo cattolico’ e che, soprattutto nei contesti di antica evangelizzazione, aumenta il numero di coloro che non avvertono più il Vangelo come una risorsa fondamentale per la propria esistenza, specialmente tra le nuove generazioni”.

Pur riconoscendo le difficoltà nella trasmissione della fede ai giovani il papa ha ribadito la missione della Chiesa attraverso l’annuncio cristiano: “Fondamento della vita del Corpo di Cristo è l’amore del Padre, rivelatoci nel Figlio fatto uomo, presente e operante in noi per il dono dello Spirito…

Vorrei accennare, prima di concludere, a un ulteriore vostro servizio, di cui vi sono riconoscente e che raccomando alla vostra cura: quello di accogliere e accompagnare, con ogni benevolenza e giudizio, i Vescovi e i Superiori Generali chiamati a trattare casi di delitti riservati al Dicastero. E’ un ambito di ministero molto delicato, in cui è fondamentale fare in modo che vengano sempre onorate e rispettate le esigenze della giustizia, della verità e della carità”.

In precedenza il papa aveva ricevuto i partecipanti alle assemblee generali del ‘Regnum Christi’, incoraggiandoli a rimanere fedeli al proprio carisma, declinato secondo le sfide sociali e culturali: “Il governo è un servizio necessario all’interno delle Società di vita apostolica: un vero e proprio ministero ecclesiale, che accompagna le sorelle e i fratelli verso una fedeltà consapevole, libera e responsabile nella sequela di Cristo. Ogni Istituto e ogni Società, poi, sono chiamati a individuare in questo uno stile proprio, in armonia con il loro specifico carisma e con la loro spiritualità”.

E’ un invito alla sperimentazione di nuovi percorsi, senza paure: “Un governo autenticamente evangelico, del resto, è sempre orientato al servizio: sostiene, accompagna e aiuta ciascun membro a configurarsi ogni giorno di più alla persona del Salvatore, e in questo senso, il discernimento comunitario è il luogo privilegiato in cui possono maturare decisioni condivise, capaci di generare comunione e corresponsabilità.

Non dovete avere paura di sperimentare modelli nuovi di governo, anzi è bene che teniate sempre presente che la ricerca corale di un proprio stile nell’esercizio dell’autorità apre cammini che non solo arricchiscono le Società e i loro singoli membri, ma rafforzano anche il senso di appartenenza e la partecipazione alla missione comune”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: senza cura delle vocazioni non c’è futuro della Chiesa

“Una fedeltà che genera futuro è ciò a cui i presbiteri sono chiamati anche oggi, nella consapevolezza che perseverare nella missione apostolica ci offre la possibilità di interrogarci sul futuro del ministero e di aiutare altri ad avvertire la gioia della vocazione presbiterale. Il 60° anniversario del Concilio Vaticano II, che ricorre in questo Anno giubilare, ci dà l’occasione di contemplare nuovamente il dono di questa fedeltà feconda, ricordando gli insegnamenti dei Decreti ‘Optatam totius’ e ‘Presbyterorum Ordinis’, promulgati rispettivamente il 28 ottobre e il 7 dicembre del 1965”: con questo anniversario esordisce la lettera ‘Una fedeltà che genera futuro’ di papa Leone XIV, che ha posto al centro il ministero sacerdotale.

Nella lettera il papa ha messo in evidenza la centralità della Chiesa nei due documenti: “Entrambi i documenti, infatti, si fondano saldamente sulla comprensione della Chiesa come Popolo di Dio pellegrinante nella storia e costituiscono una pietra miliare della riflessione circa la natura e la missione del ministero pastorale e la preparazione ad esso, conservando nel tempo grande freschezza e attualità. Invito, pertanto, a continuare la lettura di questi testi in seno alle comunità cristiane e il loro studio, in particolare nei Seminari e in tutti gli ambienti di preparazione e formazione al ministero ordinato”.

I due documenti conciliari hanno messo in risalto l’identità del ministero sacerdotale: “L’intento era quello di elaborare i presupposti necessari per formare le future generazioni di presbiteri secondo il rinnovamento promosso dal Concilio, tenendo salda l’identità ministeriale e al tempo stesso evidenziando nuove prospettive che integrassero la riflessione precedente, nell’ottica di un sano sviluppo dottrinale. Bisogna, quindi, farne una memoria viva, rispondendo all’appello a cogliere il mandato che questi Decreti hanno consegnato a tutta la Chiesa: rinvigorire sempre e ogni giorno il ministero presbiterale, attingendo forza dalla sua radice, che è il legame tra Cristo e la Chiesa, per essere, insieme a tutti i fedeli e a loro servizio, discepoli missionari secondo il suo Cuore”.

Ecco la fedeltà al sacerdozio che nasce dall’incontro personale con Gesù: “Il Signore della vita ci conosce e illumina il nostro cuore con il suo sguardo d’amore. Non si tratta solo di una voce interiore, ma di un impulso spirituale, che spesso ci arriva attraverso l’esempio di altri discepoli del Signore e che prende forma in una coraggiosa scelta di vita.

La fedeltà alla vocazione, soprattutto nel tempo della prova e della tentazione, si fortifica quando non ci dimentichiamo di quella voce, quando siamo capaci di ricordare con passione il suono della voce del Signore che ci ama, ci sceglie e ci chiama, affidandoci anche all’indispensabile accompagnamento di chi è esperto nella vita dello Spirito. L’eco di quella Parola è nel tempo il principio dell’unità interiore con Cristo, che risulta fondamentale e ineludibile nella vita apostolica”.

Infatti ogni “vocazione è un dono del Padre, che chiede di essere custodito con fedeltà in una dinamica di conversione permanente. L’obbedienza alla propria chiamata si costruisce ogni giorno attraverso l’ascolto della Parola di Dio, la celebrazione dei sacramenti (in particolare nel Sacrificio Eucaristico) l’evangelizzazione, la vicinanza agli ultimi e la fraternità presbiterale, attingendo alla preghiera come luogo eminente dove incontrare il Signore…

In questo senso si comprende ciò che ‘Optatam totius’ indica riguardo alla formazione sacerdotale, auspicando che non si fermi al tempo del Seminario, aprendo la strada a una formazione continua, permanente, in modo da costituire un dinamismo di costante rinnovamento umano, spirituale, intellettuale e pastorale”.

Ecco il motivo per cui la lettera papale invita alla cura della formazione: “Pertanto, tutti i presbiteri sono chiamati a curare sempre la propria formazione, per mantenere vivo il dono di Dio ricevuto con il sacramento dell’Ordine. La fedeltà alla chiamata, dunque, non è staticità o chiusura, ma un cammino di conversione quotidiana che conferma e fa maturare la vocazione ricevuta…

Sin dal momento della chiamata e dalla prima formazione, la bellezza e la costanza del cammino sono custodite dalla sequela Christi. Ogni pastore, infatti, prima ancora di dedicarsi alla guida del gregge, deve costantemente ricordare di essere egli stesso discepolo del Maestro, insieme ai fratelli e alle sorelle, perché ‘lungo tutta la vita si è sempre discepoli, con l’anelito costante a configurarsi a Cristo’. Solo questa relazione di sequela obbediente e di discepolato fedele può mantenere mente e cuore nella direzione giusta, nonostante gli sconvolgimenti che la vita può riservare”.

Un altro tema importante riguarda la fraternità: “All’interno di questa fondamentale fraternità che ha la sua radice nel Battesimo e unisce l’intero Popolo di Dio, il Concilio mette in luce il particolare legame fraterno tra i ministri ordinati, fondato nello stesso sacramento dell’Ordine… La fraternità presbiterale, quindi, prima ancora di essere un compito da realizzare, è un dono insito nella grazia dell’Ordinazione. Va riconosciuto che questo dono ci precede: non si costruisce soltanto con la buona volontà e in virtù di uno sforzo collettivo, ma è dono della Grazia, che ci rende partecipi del ministero del Vescovo e si attua nella comunione con lui e con i confratelli”.

Fraternità che è un richiamo alla comunione: “Essere fedeli alla comunione significa in primo luogo superare la tentazione dell’individualismo che mal si coniuga con l’azione missionaria ed evangelizzatrice che riguarda sempre la Chiesa nel suo insieme. Non a caso il Concilio Vaticano II ha parlato dei presbiteri quasi sempre al plurale: nessun pastore esiste da solo! Il Signore stesso ‘ne costituì Dodici, che chiamò apostoli, perché stessero con lui’: ciò significa che non può esistere un ministero slegato dalla comunione con Gesù Cristo e con il suo corpo, che è la Chiesa.

Rendere sempre più visibile questa dimensione relazionale e comunionale del ministero ordinato, nella consapevolezza che l’unità della Chiesa deriva dall’ ‘unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo’, è una delle sfide principali per il futuro, soprattutto in un mondo segnato da guerre, divisioni e discordie”.

Ma la comunione non è sinonimo di appiattimento personale: “E’ importante che nei presbitéri diocesani, grazie al discernimento del Vescovo, si riesca a trovare un punto di equilibrio fra la valorizzazione di questi doni e la custodia della comunione. La scuola della sinodalità, in questa prospettiva, può aiutare tutti a maturare interiormente l’accoglienza dei diversi carismi in una sintesi che consolidi la comunione del presbiterio, fedele al Vangelo e agli insegnamenti della Chiesa…

La bellezza di una Chiesa fatta di presbiteri e diaconi che collaborano, uniti dalla stessa passione per il Vangelo e attenti ai più poveri, diventa una testimonianza luminosa di comunione. Secondo la parola di Gesù, è da questa unità, radicata nell’amore reciproco, che l’annuncio cristiano riceve credibilità e forza. Per questo il ministero diaconale, specie quando viene vissuto in comunione con la propria famiglia, è un dono da conoscere, valorizzare e sostenere. Il servizio, discreto ma essenziale, di uomini dediti alla carità ci ricorda che la missione non si compie con grandi gesti, ma uniti dalla passione per il Regno e con la fedeltà quotidiana al Vangelo”.

Ed ha invitato a costruire la sinodalità tra sacerdoti: “E’ importante che nei presbitéri diocesani, grazie al discernimento del Vescovo, si riesca a trovare un punto di equilibrio fra la valorizzazione di questi doni e la custodia della comunione. La scuola della sinodalità, in questa prospettiva, può aiutare tutti a maturare interiormente l’accoglienza dei diversi carismi in una sintesi che consolidi la comunione del presbiterio, fedele al Vangelo e agli insegnamenti della Chiesa… La bellezza di una Chiesa fatta di presbiteri e diaconi che collaborano, uniti dalla stessa passione per il Vangelo e attenti ai più poveri, diventa una testimonianza luminosa di comunione. Secondo la parola di Gesù, è da questa unità, radicata nell’amore reciproco, che l’annuncio cristiano riceve credibilità e forza”.

Tale armonia è raggiunta mettendo al centro dell’azione sacerdotale il mistero pasquale: “L’armonia tra contemplazione e azione è da ricercare non tramite l’adozione affannosa di schemi operativi o mediante un semplice bilanciamento delle attività, ma assumendo come centrale nel ministero la dimensione pasquale. Donarsi senza riserve, in ogni caso, non può e non deve comportare la rinuncia alla preghiera, allo studio, alla fraternità sacerdotale, ma al contrario diventa l’orizzonte in cui tutto è compreso nella misura in cui è orientato al Signore Gesù, morto e risorto per la salvezza del mondo. In tal modo si attuano anche le promesse fatte nell’Ordinazione che, insieme al distacco dai beni materiali, realizzano nel cuore del presbitero una perseverante ricerca e adesione alla volontà di Dio, facendo così trasparire Cristo in ogni sua azione”.

Infine il papa ha chiesto di fornire una proposta ‘forte’ per i giovani: “Insieme alla preghiera, però, la carenza di vocazioni al presbiterato (soprattutto in alcune regioni del mondo) chiede a tutti una verifica sulla generatività delle prassi pastorali della Chiesa. E’ vero che spesso i motivi di questa crisi possono essere vari e molteplici e, in particolar modo, dipendere dal contesto socio-culturale, ma, allo stesso tempo, occorre che abbiamo il coraggio di fare ai giovani proposte forti e liberanti e che nelle Chiese particolari crescano ‘ambienti e forme di pastorale giovanile impregnati di Vangelo, dove possano manifestarsi e maturare le vocazioni al dono totale di sé’… Ricordiamolo: non c’è futuro senza la cura di tutte le vocazioni!”

Papa Leone XIV invita a pensare in grande la missione

“Benvenuti tutti! Ci sediamo e riflettiamo un po’ insieme. Cari fratelli e sorelle, con gioia vi do il benvenuto, in occasione dei vostri Capitoli e Assemblee. Saluto i Superiori e le Superiore Generali, i membri dei Consigli, tutti voi. Vi siete riuniti per pregare, confrontarvi e riflettere insieme su ciò che il Signore vi chiede per il futuro. I vostri Fondatori e Fondatrici, docili all’azione dello Spirito Santo, vi hanno lasciato in eredità carismi diversi per l’edificazione del Corpo di Cristo; e proprio perché quest’ultimo cresca secondo i disegni di Dio, la Chiesa vi chiede il servizio che state svolgendo”: con queste parole papa Leone XIV ha accolto  a Castel Gandolfo i membri dei Capitoli Generali di diversi Istituti religiosi,

Nel breve discorso papa Leone XIV ha invitato gli aderenti agli ordini religiosi  ad ampliare gli orizzonti della propria missione e vocazione: “I vostri rispettivi Istituti incarnano aspetti tra loro complementari della vita e dell’azione di tutto il Popolo di Dio: l’offerta di sé in unione al Sacrificio di Cristo, la missione ad gentes, l’amore alla Chiesa custodito e trasmesso, l’educazione e la formazione dei giovani. Si tratta di vie differenti con cui si esprime in forma carismatica l’unica ed eterna realtà che le anima tutte: l’amore di Dio per l’umanità”.

Con una citazione di papa Benedetto XVI nella messa di apertura della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, papa Leone XIV ha sottolineato la necessità di riporre la speranza in Cristo: “Come è d’uso, poi, ciascuna delle vostre Congregazioni ha individuato angolature particolari, alla luce delle quali rileggere l’eredità ricevuta, per aggiornarne e attualizzarne i contenuti. Anche queste piste di lavoro, che avete scelto durante il tempo della preparazione, nella preghiera e nell’ascolto vicendevole, sono un dono prezioso in quanto frutto dello Spirito.

E’ Lui che attraverso l’apporto di molti, sotto la guida dei Pastori, ‘aiuta la comunità cristiana a camminare nella carità verso la piena verità’. .. Avete formulato, così, linee-guida che contengono richiami fondamentali: rinnovare un autentico spirito missionario, fare propri i sentimenti ‘che furono di Cristo Gesù’, radicare la speranza in Dio, tenere viva nel cuore la fiamma dello Spirito, promuovere la pace, coltivare la corresponsabilità pastorale nelle chiese locali e altro ancora”.

Infine con un richiamo a papa Francesco il papa ha chiesto di annunciare la salvezza a tutti: “Possa ciò rinnovare e confermare in tutti noi la consapevolezza e la gioia di essere Chiesa, e in particolare spronare voi, nel discernimento capitolare, a pensare in grande, come tasselli unici di un disegno che vi supera e vi coinvolge al di là delle vostre stesse aspettative: il progetto di salvezza con cui Dio vuole condurre a sé tutta l’umanità, come una sola grande famiglia. E’ questo lo spirito con cui sono nati i vostri Istituti ed è questo l’orizzonte in cui collocare ogni sforzo, perché contribuisca, attraverso piccole luci, a diffondere su tutta la terra la luce di Cristo, che mai si esaurisce”.

(Foto: Santa Sede)

Il papa sottolinea il prezioso lavoro della Segreteria di Stato

“Sono molto lieto di trovarmi con voi, che offrite un prezioso servizio alla vita della Chiesa aiutandomi a portare avanti la missione che mi è stata affidata. Infatti, come afferma la Praedicate Evangelium, la Segreteria di Stato, in quanto Segreteria papale retta dal Segretario di Stato, coadiuva da vicino il Romano Pontefice nell’esercizio della sua suprema missione. Mi consola sapere di non essere solo e di poter condividere la responsabilità del mio universale ministero insieme a voi”: con queste parole oggi papa Leone XIV ha ricevuto i membri della Segreteria di Stato al completo.

Ed ha sottolineato, a braccio, che senza l’aiuto della Segreteria di Stato il papa non può gestire la complessa situazione: “Non è nel testo, però dico molto sinceramente che in queste poche settimane, ancora non siamo a un mese del mio servizio in questo ministero petrino, è evidente che il Papa da solo non può andare avanti e che ci vuole, è molto necessario, poter contare sulla collaborazione di tanti nella Santa Sede, ma in una maniera speciale su tutti voi della Segreteria di Stato. Vi ringrazio di cuore!”

Ed ha ricordato la storia della Segreteria di stato: “La storia di questa Istituzione risale, come sappiamo, alla fine del XV secolo. Col tempo, essa è andata assumendo un volto sempre più universale e si è notevolmente ampliata, con progressione crescente, acquisendo ulteriori mansioni, a motivo delle nuove esigenze sia nell’ambito ecclesiale sia nelle relazioni con gli Stati e le Organizzazioni internazionali. Attualmente quasi la metà di voi sono fedeli laici. E le donne, laiche e religiose, sono più di cinquanta”.

Questa struttura complessa raffigura la Chiesa: “Questo sviluppo ha fatto sì che la Segreteria di Stato oggi rifletta in sé stessa il volto della Chiesa. Si tratta di una grande comunità che lavora accanto al Papa: insieme condividiamo le domande, le difficoltà, le sfide e le speranze del Popolo di Dio presente nel mondo intero. Lo facciamo esprimendo sempre due dimensioni essenziali: l’incarnazione e la cattolicità”.

Quindi una Chiesa incarnata nella storia: “Siamo incarnati nel tempo e nella storia, perché se Dio ha scelto la via dell’umano e le lingue degli uomini, anche la Chiesa è chiamata a seguire questa strada, in modo che la gioia del Vangelo possa raggiungere tutti ed essere mediata nelle culture e nei linguaggi attuali. E, nello stesso tempo, cerchiamo di mantenere sempre uno sguardo cattolico, universale, che ci permette di valorizzare le diverse culture e sensibilità. Così possiamo essere centro propulsore che si impegna a tessere la comunione tra la Chiesa di Roma e le Chiese locali, nonché le relazioni di amicizia nella comunità internazionale”.

Un’incarnazione che ha bisogno di concretezza: “Negli ultimi decenni, queste due dimensioni (essere incarnati nel tempo e avere uno sguardo universale) sono diventate sempre più costitutive del lavoro curiale. Su questa strada siamo stati indirizzati dalla riforma della Curia Romana portata avanti da San Paolo VI il quale, ispirandosi alla visione del Concilio Vaticano II, ha sentito fortemente l’urgenza che la Chiesa sia attenta alle sfide della storia, considerando ‘la rapidità della vita d’oggi’ e ‘le mutate condizioni dei nostri tempi’. Al contempo, egli ha ribadito la necessità di un servizio che esprima la cattolicità della Chiesa, e a tal fine ha disposto che ‘coloro che sono presenti nella Sede Apostolica per governarla, siano chiamati da tutte le parti del mondo’.

L’incarnazione, quindi, ci rimanda alla concretezza della realtà e ai temi specifici e particolari, trattati dai diversi organi della Curia; mentre l’universalità, richiamando il mistero dell’unità multiforme della Chiesa, chiede poi un lavoro di sintesi che possa aiutare l’azione del Papa. E l’anello di congiunzione e di sintesi è proprio la Segreteria di Stato. Infatti, Paolo VI (espertissimo della Curia Romana) ha voluto dare a tale Ufficio un nuovo assetto, di fatto costituendolo come punto di raccordo e, quindi, stabilendolo nel suo ruolo fondamentale di coordinamento degli altri Dicasteri e delle Istituzioni della Sede Apostolica”.

Anche la Costituzione Apostolica ‘Praedicate Evangelium’ sottolinea l’importanza del coordinamento: “Questo ruolo di coordinamento della Segreteria di Stato viene ripreso nella recente Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium, tra i molteplici compiti affidati alla Sezione per gli Affari Generali, sotto la direzione del Sostituto con l’aiuto dell’Assessore. Accanto alla Sezione per gli Affari Generali, la medesima Costituzione identifica la Sezione per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, guidata dal Segretario con l’aiuto dei due Sotto-segretari, cui spetta la cura dei rapporti diplomatici e politici della Sede Apostolica con gli Stati e con gli altri soggetti di diritto internazionale in questo delicato tornante della storia. La Sezione per il personale di ruolo diplomatico, con il suo Segretario e il Sotto-segretario, lavora invece alla cura delle Rappresentanze Pontificie e dei Membri del Corpo Diplomatico qui a Roma e nel mondo”.

Infine un invito a non essere antagonisti: “So che questi compiti sono molto impegnativi e, talvolta, possono non essere ben compresi. Perciò desidero esprimervi la mia vicinanza e, soprattutto, la mia viva gratitudine. Grazie per le competenze che mettete a disposizione della Chiesa, per il vostro lavoro quasi sempre nascosto e per lo spirito evangelico che lo ispira. E permettetemi, proprio a motivo di questa mia riconoscenza, di rivolgervi un’esortazione rifacendomi ancora a san Paolo VI: questo luogo non sia inquinato da ambizioni o antagonismi; siate, invece, una vera comunità di fede e di carità, ‘di fratelli e di figli del Papa’, che si spendono generosamente per il bene della Chiesa”.

E sempre in mattinata il papa ha ricevuto i membri della Commissione ‘Tutela minori’, che è stata occasione per continuare il cammino intrapreso ‘con umiltà e speranza’, secondo la missione che papa Francesco aveva affidato alla Commissione istituendola nel 2014, nell’intento di sviluppare e promuovere “standard di salvaguardia universali e accompagnare la Chiesa nella costruzione di una cultura di responsabilità, giustizia e compassione”.

Nel comunicato si fa riferimento a quanto fatto negli ultimi due anni, intraprendendo ‘un processo di ampia portata per sviluppare una serie di linee guida universali’ per la salvaguardia delle persone, “in stretta consultazione con i leader della Chiesa, i professionisti della salvaguardia, i sopravvissuti agli abusi e gli operatori pastorali di tutto il mondo”. Uno sforzo ‘sinodale’, che ha portato ad una bozza di quadro, testata e perfezionata attraverso programmi pilota a Tonga, in Polonia, Zimbabwe e Costa Rica che hanno dato alla Commissione preziose indicazioni sulle dimensioni pratiche, culturali e teologiche della tutela.

Linee guida “profondamente teologiche, radicate nelle Scritture, nell’insegnamento sociale cattolico e nel magistero dei papi Benedetto XVI, Francesco e Leone XIV” perché generino una vera conversione del cuore e perché la salvaguardia diventi “non solo un requisito, ma un riflesso della chiamata del Vangelo a proteggere gli ultimi tra noi”.

Inoltre il papa è stato aggiornato anche sui progressi dell’iniziativa ‘Memorare’, il cui nome è ispirato ad un’antica preghiera alla Beata Vergine Maria, si tratta di un programma di sviluppo progettato per sostenere le chiese locali, in particolare nel Sud del mondo, nei loro sforzi per proteggere i minori e curare le vittime di abusi. Offre una risposta pratica e pastorale all’appello di papa Francesco affinché ogni Chiesa particolare diventi ‘il luogo più sicuro di tutti’.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV ai nuovi sacerdoti: Dio è sempre vicino al popolo di Dio

“Oggi è un giorno di grande gioia per la Chiesa e per ognuno di voi, ordinandi presbiteri, insieme a familiari, amici e compagni di cammino negli anni della formazione. Come il Rito dell’Ordinazione evidenzia in più passaggi, è fondamentale il rapporto fra ciò che oggi celebriamo e il popolo di Dio. La profondità, l’ampiezza e persino la durata della gioia divina che ora condividiamo è direttamente proporzionale ai legami che esistono e cresceranno tra voi ordinandi e il popolo da cui provenite, di cui rimanete parte e a cui siete inviati”: questa mattina nella basilica di san Pietro papa Leone XIV ha conferito l’ordinazione presbiterale a 11 diaconi, 7 dei quali provenienti dal Pontificio Seminario Romano Maggiore, e 4 dal Collegio Diocesano Redemptoris Mater.

Nella festa della Visitazione della Beata Vergine Maria il papa ha ribadito il bisogno di consapevolezza di essere ‘popolo di Dio’: “Il Concilio Vaticano II ha reso più viva questa consapevolezza, quasi anticipando un tempo in cui le appartenenze si sarebbero fatte più deboli e il senso di Dio più rarefatto. Voi siete testimonianza del fatto che Dio non si è stancato di radunare i suoi figli, pur diversi, e di costituirli in una dinamica unità”.

Un popolo a cui Dio è sempre ‘vicino’: “Non si tratta di un’azione impetuosa, ma di quella brezza leggera che ridiede speranza al profeta Elia nell’ora dello scoraggiamento. Non è rumorosa la gioia di Dio, ma realmente cambia la storia e ci avvicina gli uni agli altri. Ne è icona il mistero della Visitazione, che la Chiesa contempla nell’ultimo giorno di maggio. Dall’incontro fra la Vergine Maria e la cugina Elisabetta vediamo scaturire il Magnificat, il canto di un popolo visitato dalla grazia”.

Rivolgendosi agli ordinandi il papa ha invitato a non essere autoreferenziali: “Il Vangelo, infatti, è arrivato a noi attraverso legami che il mondo può logorare, ma non distruggere. Cari ordinandi, concepite allora voi stessi al modo di Gesù! Essere di Dio (servi di Dio, popolo di Dio) ci lega alla terra: non a un mondo ideale, ma a quello reale. Come Gesù, sono persone in carne e ossa quelle che il Padre mette sul vostro cammino. A loro consacrate voi stessi, senza separarvene, senza isolarvi, senza fare del dono ricevuto una sorta di privilegio. Papa Francesco ci ha messo tante volte in guardia da questo, perché l’autoreferenzialità spegne il fuoco dello spirito missionario”.

Ed ha ribadito che la Chiesa è per tutti: “La Chiesa è costitutivamente estroversa, come estroverse sono la vita, la passione, la morte e la risurrezione di Gesù. Voi farete vostre le sue parole in ogni Eucaristia: è «per voi e per tutti». Dio nessuno l’ha mai visto. Si è rivolto a noi, è uscito da sé. Il Figlio ne è diventato l’esegesi, il racconto vivo. E ci ha dato il potere di diventare figli di Dio. Non cercate, non cerchiamo altro potere!”

Ecco il significato dell’imposizione delle mani: “Il gesto dell’imposizione delle mani, con cui Gesù accoglieva i bambini e guariva i malati, rinnovi in voi la potenza liberatrice del suo ministero messianico. Negli Atti degli Apostoli quel gesto che tra poco ripeteremo è trasmissione dello Spirito creatore. Così, il Regno di Dio mette ora in comunione le vostre personali libertà, disposte a uscire da sé stesse, innestando le vostre intelligenze e le vostre giovani forze nella missione giubilare che Gesù ha trasmesso alla sua Chiesa”.

Riprendendo le parole delle letture della celebrazione eucaristica il papa ha sottolineato la necessità della trasparenza di vita: “Anche noi Vescovi, cari ordinandi, coinvolgendovi nella missione oggi vi facciamo spazio. E voi fate spazio ai fedeli e ad ogni creatura, cui il Risorto è vicino e in cui ama visitarci e stupirci. Il popolo di Dio è più numeroso di quello che vediamo. Non definiamone i confini…

Teniamo nel cuore e nella mente, ben scolpita, questa espressione! ‘Voi sapete come mi sono comportato’: la trasparenza della vita. Vite conosciute, vite leggibili, vite credibili! Stiamo dentro il popolo di Dio, per potergli stare davanti, con una testimonianza credibile. Insieme, allora, ricostruiremo la credibilità di una Chiesa ferita, inviata a un’umanità ferita, dentro una creazione ferita. Non siamo ancora perfetti, ma è necessario essere credibili”.

L’omelia è conclusa con l’invito ad essere ‘posseduti’ da Gesù: “E’ un possesso che libera e che ci abilita a non possedere nessuno. Liberare, non possedere. Siamo di Dio: non c’è ricchezza più grande da apprezzare e da partecipare. E’ l’unica ricchezza che, condivisa, si moltiplica. La vogliamo insieme portare nel mondo che Dio ha tanto amato da dare il suo unico Figlio.

Così, è piena di senso la vita donata da questi fratelli, che tra poco saranno ordinati presbiteri. Li ringraziamo e ringraziamo Dio che li ha chiamati a servizio di un popolo tutto sacerdotale. Insieme, infatti, noi uniamo cielo e terra. In Maria, Madre della Chiesa, brilla questo comune sacerdozio che innalza gli umili, lega le generazioni, ci fa chiamare beati. Lei, Madonna della Fiducia e Madre della Speranza, interceda per noi”.

Quindi degli undici sacerdoti, in sette si sono formati presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore. Si tratta di Marco Petrolo, destinato alla parrocchia di Santa Maria Causa Nostrae Laetitiae; Enrico Maria Trusiani, che presterà servizio a Santa Maria Consolatrice; Federico Pelosio, che andrà a Santa Teresa di Calcutta; Giuseppe Terranova, destinato alla comunità dei Santi Fabiano e Venanzio; Francesco Melone, destinato a Santa Silvia; Andrea Alessi, che andrà alla Sacra Famiglia del Divino Amore; Hong Hieu Nguyen, impegnato nella parrocchia di Nostra Signora della Visitazione. Hanno invece studiato presso il Seminario Redemptoris Mater: Gabriele Di Menno Di Bucchianico, che andrà alla Gran Madre di Dio; Cody Gerard Merfalen, a San Raimondo Nonnato; Matteo Renzi, a Santa Maria Madre del Redentore a Tor Bella Monaca; Simone Troilo, a San Carlo da Sezze.

(Foto: Santa Sede)

Il dopo-Inizio Pontificato di Leone XIV: il ‘ritorno’ dell’amore alla Chiesa e al Papa da parte del Popolo di Dio

Domani mattina, V domenica di Pasqua, Leone XIV celebrerà sul sagrato della Basilica di San Pietro a partire dalle 10 la Santa Messa per l’Inizio del Ministero Petrino del Vescovo di Roma. Molti i patriarchi, cardinali, sacerdoti e diaconi che concelebreranno assieme al Santo Padre, alla presenza di rappresentanti della politica e delle istituzioni di tutto il mondo, oltre a leader di diverse fedi e religioni e circa 250mila fedeli attesi.

La celebrazione solenne sarà anche l’occasione per indicare le linee programmatiche del Pontificato di Papa Prevost che, la prossima settimana, “prenderà possesso” della Basiliche Papali di San Paolo Fuori le Mura (martedì 20 maggio, alle ore 17.00) e di San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore (domenica 25 maggio, ore 17.00 e 19.00). Sabato 31 maggio, infine, nel giorno in cui la Chiesa festeggia la Visitazione di Maria alla cugina Elisabetta, Leone XIV celebrerà alle 10 la Messa nella Basilica di San Pietro durante la quale ordinerà alcuni sacerdoti.

I desideri di comunione e di fervente amore al vicario di Cristo, come stiamo vedendo in questi giorni, stanno crescendo nel Popolo di Dio e, da molti sacerdoti e laici, sono accolti come un dono di Dio che ciascuno dovrebbe saper apprezzare. L’amore verso il Papa, infatti, è indissolubile da quello alla Chiesa e, se deperisce o decade l’uno, deperisce o decade anche l’altro, come la storia e l’esperienza insegnano. Il passare del tempo, soprattutto, non contribuisce in tanti fedeli ad alimentare e a far fruttificare i semi dell’amore alla Chiesa e al Papa sparsi da Dio nella loro anima nel momento del battesimo, dell’ordinazione o degli altri “momenti forti” del cammino di Fede.

Nel post-Concilio, poi, sono abbondate opere teologiche sedicenti “originali” che, presentate come base per il necessario percorso del rinnovamento ecclesiologico dello scorso secolo, hanno progressivamente inaridito la devozione al Papa e alla Chiesa di parte della “élite” cattolica e/o ecclesiale e, di conseguenza dello stesso Popolo di Dio.

Con questo non vogliamo affermare che all’origine di tale involuzione ci sia stato il Concilio Vaticano II, ma sicuramente quello che ci è stato spacciato come ‘spirito del Concilio’, riflesso in tanti libri di teologia prodotti nella serena quiete di una scrivania, ha allontanato la pastorale da quei temi e strumenti che in passato hanno aiutato a far incidere la Fede nella vita concreta.

Per esempio la necessità che la fede porti ad accettare che Cristo ha stabilito la dimensione istituzionale (sacramenti, gerarchia, ecc.), come mezzo di salvezza, strumento di una mediazione di grazia. La Chiesa, quindi, «è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Costituzione Dogmatica Lumen gentium, n. 1).

L’amore alla Chiesa e al Papa che appare in crescita nelle tante manifestazioni di gioia e riconoscenza per l’elezione del nuovo Pontefice appaiono certamente una incoraggiante testimonianza di ripresa in molti dell’amore alla Chiesa e al Vicario di Cristo. I sentimenti e le manifestazioni cui assistiamo, però, non sono garanzia di frutti duraturi. Spetta a noi Popolo di Dio, inteso come sacerdoti e laici, l’impegno di alimentare e approfondire questi “segni” così da provare a suscitare la fede in opera, ovvero un cammino pieno di carità e attenzioni nel cuore di nostri amici, familiari, colleghi, conoscenti etc..

L’amore alla Chiesa e al Romano Pontefice, quindi, non solo dovrebbero ritornare ad essere oggetto di trattato e pubblicazioni di carattere apologetico, ma anche di iniziative culturali e sociali che possano alimentare questa “apertura di credito” di una società, come quella occidentale, che risulta chiaramente per molti aspetti post-cristiana ma non anti-cristiana. Come fare? Anzitutto astenendosi dall’opinionismo diffuso su come o cosa un Pontefice dovrebbe fare per esercitare la sua missione universale. Sarebbe invece il caso, dai pulpiti come negli uffici oppure nei media cattolici, di condividere la gioia personale di servire la Chiesa così come la Chiesa desidera essere servita.

Nelle più semplici ed elementari affermazioni come nei comportamenti o negli scritti, può essere infatti espressa senza clericalismo e secondo le forme contemporanee della comunicazione pubblica la ricchezza secolare della fede della Chiesa. Ai fedeli, in definitiva, anderebbe testimoniato e riproposto un insegnamento indispensabile. Ovvero che il mondo nel quale siamo immersi, non è qualcosa di occasionale dal quale difendersi o ‘far fronte’, bensì la materia della personale ricerca di santità e il modo specifico del comune sforzo per l’edificazione del bene comune.

La prima manifestazione dell’amore per la Chiesa e per il Papa consisterà allora nel cercare di abbellire le nostre case, le nostre comunità ecclesiali o professionali etc. con le virtù di cui, ciascuno di noi-figli di Dio, siamo in grado di compiere il lavoro ed i doveri ordinari di ogni giorno. Questo è, in definitiva, il presupposto per la ri-umanizzazione della società anche nel XXI secolo: non è possibile essere pienamente cristiano e cattolico senza un profondo amore per la Chiesa e per il Papa.

Tutta la condotta cristiana deve lasciarsi impregnare di un amoroso sentire cum Ecclesia, traduzione visibile dell’unione feconda dei tralci con la Vite, Cristo (cfr. Gv 15,5). E, come criterio immediato di questa vita di comunione, il cristiano guarda al Vescovo di Roma, il fondamento dell’amore alla Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo.

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