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Papa Leone XIV invita a ringraziare Dio

“Viviamo questo incontro di riflessione nell’ultimo giorno dell’anno civile, vicini al termine del Giubileo e nel cuore del tempo di Natale. L’anno che è passato è stato certamente segnato da eventi importanti: alcuni lieti, come il pellegrinaggio di tanti fedeli in occasione dell’Anno Santo; altri dolorosi, come la dipartita del compianto papa Francesco e gli scenari di guerra che continuano a sconvolgere il pianeta. Alla sua conclusione, la Chiesa ci invita a mettere tutto davanti al Signore, affidandoci alla sua Provvidenza e chiedendogli che si rinnovino, in noi e attorno a noi, nei giorni a venire, i prodigi della sua grazia e della sua misericordia”: nell’ultima udienza generale di quest’anno papa Leone XIV ha offerto una riflessione partendo dal Giubileo della speranza e dal Natale.

Per questo motivo nell’ultimo giorno dell’anno solare la Chiesa eleva a Dio il canto del ‘Te Deum’ dei Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio.: “E’ in questa dinamica che si inserisce la tradizione del solenne canto del Te Deum, con cui stasera ringrazieremo il Signore per i benefici ricevuti. Canteremo: ‘Noi ti lodiamo, Dio’, ‘Tu sei la nostra speranza’, ‘Sia sempre con noi la tua misericordia’…

Ed è con questi atteggiamenti che oggi siamo chiamati a meditare su ciò che il Signore ha fatto per noi nell’anno passato, come pure a fare un onesto esame di coscienza, a valutare la nostra risposta ai suoi doni e chiedere perdono per tutti i momenti in cui non abbiamo saputo far tesoro delle sue ispirazioni e investire al meglio i talenti che ci ha affidato”.

Ed è anche occasione per riflettere sul significato di questo anno giubilare: “Questo ci porta a riflettere su un altro grande segno che ci ha accompagnato nei mesi scorsi: quello del ‘cammino’ e della ‘meta’. Tantissimi pellegrini sono venuti, quest’anno, da ogni parte del mondo, a pregare sulla Tomba di Pietro e a confermare la loro adesione a Cristo. Questo ci ricorda che tutta la nostra vita è un viaggio, la cui meta ultima trascende lo spazio e il tempo, per compiersi nell’incontro con Dio e nella piena ed eterna comunione con Lui”.

Riprendendo la definizione del giubileo come un atto di fede ‘in attesa di futuri destini’ di san Paolo VI il papa ha invitato a vedere in maniera ‘diversa’ il passaggio della Porta Santa: “E in tale luce escatologica di incontro fra finito e infinito si inquadra un terzo segno: il passaggio della Porta Santa, che in tanti abbiamo fatto, pregando e impetrando indulgenza per noi e per i nostri cari. Esso esprime il nostro ‘sì’ a Dio, che col suo perdono ci invita a varcare la soglia di una vita nuova, animata dalla grazia, modellata sul Vangelo… E’ il nostro ‘sì’ a una vita vissuta con impegno nel presente e orientata all’eternità”.

L’udienza è stato un invito a meditare sul significato del Natale con l’aiuto di san Leone Magno: “Carissimi, noi meditiamo su questi segni nella luce del Natale… Il suo invito oggi è rivolto a tutti noi, santi per il Battesimo, perché Dio si è fatto nostro compagno nel cammino verso la Vita vera; a noi peccatori, perché, perdonati, con la sua grazia possiamo rialzarci e rimetterci in marcia; infine a noi, poveri e fragili, perché il Signore, facendo propria la nostra debolezza, l’ha redenta e ce ne ha mostrato la bellezza e la forza nella sua umanità perfetta”.

Ed ha terminato quest’udienza generale con le parole di papa san Paolo VI nella chiusura del Giubileo del 1975: “Per questo vorrei concludere ricordando le parole con cui san Paolo VI, al termine del Giubileo del 1975, ne descriveva il messaggio fondamentale: esso, diceva, è racchiuso in una parola: ‘amore’… Ci accompagnino questi pensieri nel passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, e poi sempre, nella nostra vita”.

E come ogni fine d’anno la Prefettura della Casa Pontificia ha diffuso le statistiche relative alla partecipazione di fedeli a udienze e celebrazioni liturgiche in Vaticano: durante il pontificato di papa Francesco hanno partecipato complessivamente agli eventi 262.820 persone, tra udienze generali, giubilari e speciali, celebrazioni liturgiche ed Angelus. Dall’elezione di papa Leone XIV invece hanno preso parte 2.913.800 persone. Il totale complessivo dei fedeli è di 3.176.620. (Foto: Santa Sede)

Don Francesco Cristofaro racconta il modo di scoprire il volto di Gesù

In questo libro, ‘Venite a me. Il volto di Gesù nel vangelo di Matteo’, don Francesco Cristofaro guida il lettore in un percorso spirituale alla scoperta del Volto di Gesù nel Vangelo di Matteo: dalla nascita a Betlemme fino al discorso della Montagna, dalle tentazioni nel deserto agli incontri che hanno segnato la vita dei discepoli e delle persone ferite, ogni pagina ci avvicina al Cuore del Maestro e alla sua misericordia.

L’autore intreccia il racconto evangelico con esperienze personali, episodi di vita quotidiana, incontri pastorali e testimonianze, creando un dialogo vivo tra Parola di Dio e vita di ogni giorno. A impreziosire il percorso offerto al lettore, numerosi riferimenti alla tradizione della Chiesa, in particolare con ampi riferimenti a sant’Agostino, che con la sua sapienza illumina e approfondisce i temi trattati.

Questo testo, nello stile dell’autore, non è solo un commento al Vangelo, ma un invito alla contemplazione per il lettore: è un viaggio da fare insieme, che sollecita a fermarsi, ad alzare lo sguardo e a lasciarsi trasformare dall’incontro con Cristo. Il Volto di Gesù diventa così specchio in cui riconoscere la nostra umanità e scuola di amore, umiltà e speranza. Un libro da leggere con calma, da meditare e da portare nel cuore, come compagno di preghiera e guida nel quotidiano.

In quale modo i Vangeli raccontano il volto di Gesù?

“Il volto di Gesù nei Vangeli è riconoscibile dalle sue parole, dai suoi gesti, dai suoi atteggiamenti. Si dice di una persona che il volto parla, gli occhi parlano. Credo che valga anche per Gesù. Il suo modo di approcciarsi alle persone, il suo linguaggio diverso da tutti gli altri, le caratteristiche del servizio e della misericordia hanno manifestato il suo volto.

Nelle pagine del libro, venite a me (edizioni San Paolo), ho tratteggiato il volto di Gesù nei vari momenti della sua vita terrena, a partire dalla mangiatoia di Betlemme dove viene fuori il volto di un bambino che richiama l’umanità alla semplicità, all’umiltà all’essenzialità e soprattutto alla non artificialità di cui ci hanno abituato i social media e l’intelligenza artificiale. Oggi sappiamo ancora mostrarci così come siamo o abbiamo bisogno di ritoccare ogni cosa?”

Come è il volto di Gesù?

“Dalla mia esperienza, dalle storie incontrate e dalle testimonianze ascoltate e riportate nel libro, sicuramente il volto di Gesù è un volto misericordioso. Misericordioso non perché acconsente tutto ma, perché il suo amore è capace di toccare e trasformare. Il volto di Gesù è ancora paziente. Noi siamo dominati dalla fretta, dalla frenesia. Il signore sa aspettare”.

Sant’Agostino come ‘racconta’ il volto di Gesù?

“Nelle pagine del libro, riporto diversi insegnamenti e commenti di Sant’Agostino. Io credo che Sant’Agostino racconti il volto di Gesù a partire dalla sua esperienza di peccatore perdonato.. solo chi si riconosce peccatore, fragile, povero misero, e sperimenta la misericordia e il perdono, può raccontare agli altri il volto di Gesù”.

In quale modo riconoscere il volto di Gesù nel volto del nostro prossimo?

“Penso che il primo modo è mettere da parte il giudizio e accorciare le distanze. Chi è il prossimo? è chiunque incontro. Quindi, anche io lo posso essere. Per questo Gesù ha detto: beati misericordiosi perché otterranno misericordia”.

E’ possibile lasciarsi trasformare dal volto misericordioso di Gesù?

“Non solo è possibile, ma è doveroso lasciarsi trasformare dal volto di Cristo. voglio ricordare che noi siamo stati creati ad immagine somiglianza di Dio. il peccato ha deturpato quell’immagine ma la grazia che viene a noi dall’incontro con Cristo che perdona risana ci ridona la bellezza di quella immagine sporcata”.

Allora in quale modo contemplare il volto di Gesù ‘natalizio’?

“Nelle pagine del mio ultimo libro mi soffermo sulle opere di misericordia e sul giudizio finale. Gesù lo possiamo riconoscere nel prossimo, nel fratello o nella sorella che incontriamo. Una delle mie esperienze più drammatiche che racconto anche in queste pagine e la mia prima volta, in un carcere di massima sicurezza. Lì in un momento di smarrimento, chiesi a Gesù come posso riconoscerLo nel volto di queste persone che hanno fatto del male. Poi salii sul palco di quel teatro gremito di detenuti e incominciai a parlare.

Alla fine chiesi se qualcuno volesse farmi qualche domanda, dire qualcosa. Prese la parola uno di loro e mi disse: ‘Padre, noi siamo qui a giusta ragione, ma c’è una cosa che ci uccide due volte, lo sguardo della gente che ci giudica’. Queste parole erano per me che fino a quel momento avevo solo saputo giudicare e condannare. Forse non tutti possono entrare in un carcere fisicamente ma tutti possiamo farlo spiritualmente e con la preghiera”.

In quale modo le famiglie possono riscoprire la bellezza del volto di Gesù in un Bambino appena nato?

“Io penso che il demonio voglia distruggere due cose: la famiglia ed il sacerdote. Se distrugge la famiglia, ha distrutto l’armonia, la pace, la bellezza, perché la famiglia poi è tutto. Ed il sacerdote deve curare le famiglie. Se distrugge un sacerdote, distrugge una comunità. Allora voglio dire alle famiglie questo: ci saranno sempre difficoltà, ci saranno sempre problemi, però imparate l’arte della delicatezza, della gentilezza e del dialogo, perché alla fine, quando si è gentili, si disarma. Siate sempre gentili, perché un giorno può andare tutto bene, ma un altro giorno può succedere qualcosa che fa andare storto. Noi non dobbiamo essere quella goccia che fa traboccare il vaso, noi dobbiamo essere la bellezza. Famiglie, siete quello che dovete essere, cioè un capolavoro di Dio”.

(Tratto da Aci Stampa)

In dialogo con p. Gaffurini: il segno di speranza del Natale in Terra Santa

“Nel 2011 festeggiavo 35 anni di vita monastica concludendo il mio servizio di priore dell’abbazia cistercense di Fiastra e dopo tanti anni ininterrotti di ‘lavori’ i miei superiori mi consigliarono di prendere un tempo sabbatico chiedendomi dove lo volevo trascorrere. Non sapendo dove andare mi è venuto in modo spontaneo la richiesta di trascorrerlo a Gerusalemme, dove ho vissuto un mese. Per noi cristiani il cuore di Gerusalemme è la basilica del Santo Sepolcro, dove ogni giorno si fa memoria del mistero pasquale di Gesù.

Lì ho aiutato i francescani, che ogni pomeriggio ricordano la passione, morte e resurrezione di Gesù, nel canto e nella preghiera; poi sono stato invitato da loro a trascorrere alcune notti di preghiera, perché con tutte le comunità cristiane in Terra Santa si alzano nella notte per un’ora di preghiera. In una di quelle notti che ho avuto la grazia di passare nell’edicola del Santo Sepolcro ho avvertito un invito dal Signore di poter restare in questo luogo particolarmente ricco di grazia. Rientrato al monastero dell’Abbadia di Fiastra ho fatto presente ai superiori il dono di questa Grazia.

Così dopo il mese sabbatico mi hanno concesso un anno sabbatico; però l’affezione al Santo Sepolcro è cresciuta, trasformandosi in un torrente di grazia, ed al termine di questo anno sabbatico mi sono iscritto, sempre con il consenso dei superiori, al corso di ebraico biblico della facoltà di lingue dell’Ordine dei francescani, solo per continuare il mio servizio al Santo Sepolcro.

Nel frattempo il priore generale dei cistercensi venne a Gerusalemme per constatare la mia frequenza effettiva al corso, assecondando il mio desiderio di prolungare la permanenza al Santo Sepolcro. L’anno successivo è ritornato concedendomi la facoltà di passare ad un altro Ordine, dopo averne parlato con il capitolo cistercense, in quanto chi presta servizio in Terra Santa sono i frati minori francescani. Così dopo un tempo di discernimento sono diventato un frate minore francescano”.     

Così inizia il racconto di p. Giuseppe Maria Gaffurini, frate dell’Ordine Francescano Minore della Custodia di Terra Santa e presidente della comunità francescana del Santo Sepolcro di Gerusalemme, incontrato di passaggio all’Abbadia di Fiastra di Tolentino, dopo un convegno dell’Opera Romana Pellegrinaggi a Roma per parlare ai tour operator in vista della ripresa dei pellegrinaggi in Terra Santa, il cui primo si svolge fino al 2 gennaio: “Possiamo dire che Gerusalemme, essendo città santa, è estremamente salvaguardata dalle conseguenze di questa ennesima guerra. Godiamo di una certa sicurezza. Il nostro convento si trova nella Gerusalemme vecchia ed è adiacente alla spianata delle moschee e vicina al muro occidentale. Evidentemente, trovandoci nel luogo più sacro di Gerusalemme sia per i musulmani che per gli ebrei, il luogo è molto sicuro, molto protetto”.

Ecco, allora, come si vive a Gerusalemme?

“Il nostro patriarca, card. Pizzaballa, prendendo spunto da un’espressione di papa Francesco (‘disarmare le parole’) ripresa anche da papa Leone XIV, ci invita in questo momento a non sottolineare più tutto il male che c’è stato e che ancora in qualche modo continuerà. Piuttosto ci invita a sottolineare i piccoli germogli di bene e di pace, affinchè crescano. Quindi è un invito a focalizzare la nostra attenzione sui pochi germogli di bene che si iniziano ad intravedere”.

‘E’ un kairós, un’opportunità. Non so se segnerà la fine della guerra, ma è stato un punto di svolta. Può essere l’inizio di qualcosa di nuovo, un’opportunità che ci è stata data’, affermava alcune settimane fa il card. Pierbattista Pizzaballa con un invito a non abbandonare la Terra Santa. Per quale motivo invita i giovani a non abbandonare la Terra Santa?

“Il patriarca fa di tutto perché le famiglie cristiane rimangano in Terra Santa: sarebbe veramente doloroso che nel luogo dove è nato il cristianesimo, esso possa scomparire. Quindi si sta prodigando con la pastorale e la solidarietà intensa per riuscire a convincere le famiglie cristiane a restare. Sollecita la carità della Chiesa di tutto il mondo per far sì che queste famiglie possano avere una vita dignitosa”.

Nell’omelia della terza domenica di Avvento sempre il card, Pizzaballa ha invitato a mettersi in ascolto della Parola di Dio: ‘Bisogna mettersi in ascolto delle Scritture per comprendere lo stile dell’agire di Dio, il suo modo di amare. Infatti, le parole con cui Gesù rinvia alle opere sono le parole del profeta Isaia sull’attività del Servo di Dio. Così e non in altro modo viene l’atteso e in lui viene Dio agli uomini’. In quale modo i cristiani si sono preparati al Natale in Terra Santa?

“Dopo due anni, durante i quali le luci del Natale sono state spente per volere di tutti i cittadini di Betlemme e per iniziativa del cardinale dello scorso anno, è stato finalmente riacceso nella piazza principale l’albero, rifatto il presepio ed illuminata la stella, mentre le strade della città si sono riempite di luci per accogliere i pellegrini che sono venuti a celebrare il Natale con noi a Betlemme: sembra proprio che Gesù sia nato a Betlemme”.

Quindi si sta ritornando ad una vita ‘normale’?

“Sembra che gli alberghi, che non hanno chiuso in questi due anni di guerra, di Betlemme siano tutti prenotati. Tuttavia rispetto allo scorso anno sembra che si possa affermare che si sta girando pagina”.

Si apre uno spiraglio di pace?

“Non vorremmo esagerare. Potremmo usare l’immagine di Gesù Bambino: per il momento è proprio in fasce, ma ci auguriamo che dalla nascita del Bambino Gesù possa crescere un cammino di pace”.

A proposito del Natale, l’immagine dei Re Magi che adorano Gesù Bambino potrebbe essere un segno di speranza?

“Certamente i Re Magi che indicano l’universalità della terra che riconosce nel Bambino nato a Betlemme, il Messia tanto atteso potrebbe indicare la strada ai cristiani di tutta la Chiesa per ritornare a Betlemme”.  

(Foto: sbf.custodia)

Nizar Lama racconta la vita delle famiglie cristiane in Terra Santa

“Oggi sono qui tra voi, proveniente da Betlemme, città della natività di Gesù, non solo per portarvi notizie, ma per essere voce di un popolo sotto l’assedio implacabile; una voce che si alza dalla Cisgiordania e che continua a battere nonostante le restrizioni. Da due anni è iniziata una guerra dolorosa a Gaza, che ha lasciato una ferita profonda da cui ci stiamo ancora riprendendo. Questa guerra è stata una delle più  difficili che abbiamo affrontato dal 1948. Mentre Gaza era sotto bombardamento la Cisgiordania era sottoposta ad un pesante assedio su tutti i fronti; la mia città Betlemme, culla di Gesù Cristo, ha sofferto enormemente, tanto da non aver avuto nessun festeggiamento natalizio per due anni consecutivi”.

Così è iniziata la testimonianza di Nizar Lama, guida cattolica palestinese a Betlemme, invitato a Tolentino dal Sermit per raccontare la possibilità della pace in tempo di guerra in Terra Santa: “Immaginate Betlemme, che è una città prevalentemente alimentata dal turismo religioso, senza pellegrini, che dava lavoro a più di 5.000 artigiani; questo già da due anni. Questa non è solo una perdita economica, ma un arresto della vita religiosa e sociale.

E’ sorto un senso di prigionia: è importante sapere che dal 2002 Betlemme è circondato da un muro di separazione, che si estende intorno per km. 60 con un’altezza di 8 metri, facendoci sentire come in una prigione a cielo aperto. Ogni 15 giorni possiamo  fare rifornimento di acqua, mentre la benzina arriva ogni 10 giorni. Questi non sono solo numeri, ma una vita interrotta con famiglie che soffrono la sete e la fame con la paralisi di movimento. Siamo quotidianamente esposti agli attacchi dei coloni, che sradicano e bruciano i nostri ulivi secolari, fondamentali per la nostra esistenza”.

Altro problema evidenziato da Nizar è il ‘diritto ‘al culto: “Il nostro diritto al culto è quotidianamente violato: da 2 anni è negato il diritto di praticare i riti religiosi cristiani a Gerusalemme. Negli ultimi due anni non siamo riusciti a raggiungere il Santo Sepolcro nelle festività della Pasqua. Però in mezzo a tale sofferenza vediamo la pace come unica soluzione alla guerra, perché sappiamo che la pace non si può raggiungere attraverso la violenza. Chiediamo solo di vivere con dignità pregando nei nostri luoghi santi. Dalla culla di Gesù vi chiediamo di guardarci con umanità; non lasciate che le nostre vite si trasformino solo numeri in un notiziario”.

Cosa significa raccontare la guerra?

“Testimoniare la guerra significa portare al mondo il messaggio, di cui abbiamo vissuto in questi due anni:  la nostra esistenza e la nostra resistenza. Come cristiani rimanere in Terra Santa in questi due anni di guerra assolutamente non è stato facile, ma con la nostra testimonianza cristiana cerchiamo di portare avanti la pace”.

Come vive la comunità cristiana a Betlemme?

“La comunità cristiana a Betlemme è composta da 1800 famiglie e la Chiesa, per quello che può fare, cerca di darci un supporto, però viviamo momenti molto difficili, perché nella mia città, che viveva di turismo, c’è una disoccupazione che arriva all’80%: tutto è fermo e 120 fabbriche artigianali sono chiuse. Non abbiamo rifugi sotterranei a Betlemme e quando arrivavano i missili dallo Yemen e dall’Iran rimanevamo a casa a pregare. Una Terra Santa senza cristiani non è più Terra Santa; per questo la nostra presenza in Terra Santa è importante per il cristianesimo”.

Hai tre bambini piccoli: come vivono i bambini a Betlemme?

“Vivono sempre con la paura, perché sono arrivati missili da tutte le parti, anche dallo Yemen e dall’Iran: è stato spaventoso. Inoltre hanno perso due anni scolastici e nessun campo estivo. Sono rimasti sempre chiusi in casa”.

In quale modo da Betlemme potrebbe partire una testimonianza di pace?

“Dal 7 ottobre 2023 a Betlemme preghiamo il rosario per la fine di questo conflitto il più presto possibile. Auguriamo che con la nascita di Gesù possa nascere una nuova pace duratura”.

Perché continuate a credere nella pace?

“E’ la speranza. Noi cristiani della Terra Santa abbiamo una fede molto grande e crediamo che la nostra presenza in Terra Santa è molto importante e, nonostante che siamo 1% della popolazione, questo ci dà la speranza di un futuro migliore”.

In quale modo i cristiani possono contribuire alla costruzione della pace?

“Con molta difficoltà, perché la comunità cristiana in Terra Santa rappresenta solo 1% della popolazione. Per noi questo comporta molta fatica nel seminare la pace nei cuori degli ebrei ed in quelli dei mussulmani”.

Quali prospettive ci sono per la ‘costruzione’ della pace?

“Tantissime realtà operano per stabilire la pace. Noi auguriamo con tutto il cuore che chi lavora a favore della pace possa ottenere la pace tra le fedi; noi cristiani siamo contro ogni estremismo e cerchiamo di portare azioni di pace: vogliamo la pace con i mussulmani e con gli ebrei. Cerchiamo di ottenere che la pace sgorghi dal cuore”.  

A proposito di pace un editto di secoli fa stabilisce che il sindaco di Betlemme sia cattolico: come è possibile?

“C’è un ‘firmano’ (decreto, ndr.) ottomano del 1835 che afferma che in otto città palestinesi il sindaco deve essere cristiano e Betlemme rientra in questa delibera”.

Come vivono i cristiani di Betlemme il Natale?

“Purtroppo dal 7 ottobre 2023 abbiamo avuto due Natali ‘silenziosi’ e tristi con la città vuota. Quest’anno il comune di Betlemme ha deciso di far celebrare di nuovo il Natale ed i bambini sono molto contenti. Speriamo che ci sia una pace vera. Il comune ha deciso di rimettere anche l’Albero di Natale nella piazza della Mangiatoia, acceso sabato 6 dicembre”.

Quale messaggio ci lasci a nome dei cristiani in Terra Santa?

“Il Natale, per noi, significa la nascita di una ‘cosa’ nuova: speriamo che sia la nascita di una pace duratura in Terra Santa. Ed a voi vi chiedo di sostenere le famiglie cristiane in Terra Santa e di non abbandonarci. Spero di vedervi presto a Betlemme ed a Gerusalemme”.

Per sostenere le famiglie di Betlemme si può fare un versamento al Sermit attraverso Intesa San Paolo: IBAN: IT 94 D 03069 69200 100000 006377: o Poste Italiane: IBAN: IT 66 N 07601 13400 000014 616627 con la causale ‘Sostegno Nizar Lama Betlemme’.

Card. Pizzaballa: a Betlemme Dio entra nella storia

“Il Vangelo che abbiamo appena ascoltato si apre con parole sobrie e precise: ‘In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra’. Luca colloca la nascita di Gesù dentro la grande storia del mondo, segnata da decisioni politiche, da equilibri di potere, da logiche che sembrano governare il corso degli eventi. Come allora, anche oggi la storia è segnata da decreti, decisioni politiche, equilibri di potere che spesso sembrano determinare il destino dei popoli. La Terra Santa ne è testimone: le scelte dei potenti hanno conseguenze concrete sulla vita di milioni di persone”: il patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, ha presieduto la messa della notte di Natale nella basilica della Natività di Betlemme, gremita di fedeli, invitando riscoprire la solidarietà per superare le logiche del potere.

Infatti la lettura del Vangelo è un invito a prendere ‘posizione’: “Il Natale, tuttavia, ci invita a guardare oltre la logica del dominio, per riscoprire la forza dell’amore, della solidarietà e della giustizia. Non è un racconto sospeso fuori dal tempo, ma un avvenimento che accade mentre la storia procede secondo strade che non sempre comprendiamo e che spesso non scegliamo”.

E’’ un racconto della scelta di Dio: “L’incipit del brano evangelico non è un semplice dettaglio cronachistico, ma una scelta profondamente teologica. L’evangelista Luca ci dice che Dio non ha paura della storia umana, nemmeno quando essa appare confusa, segnata da ingiustizie, violenza e dominio. Dio non crea una storia parallela, non entra nel mondo quando tutto è finalmente ordinato e pacificato. Entra nella storia reale, concreta, talvolta dura, e la assume dall’interno”.

Nel Vangelo lucano Dio entra nella storia umana per ‘abitarci’: “Il decreto di Cesare sembra dominare la scena: l’imperatore che conta, registra, organizza, governa. Tutto appare sotto controllo, tutto sembra obbedire a una logica di potere che decide per i popoli. Eppure, senza saperlo, proprio quel decreto diventa strumento di un disegno più grande. La storia che pretende di bastare a se stessa diventa il luogo in cui Dio compie la sua promessa.

Questo è uno dei grandi annunci del Natale: Dio non aspetta che la storia migliori per entrarvi. Entra mentre la storia è quella che è. Così ci insegna che nessun tempo è definitivamente perduto e che nessuna situazione è troppo oscura perché Dio vi possa abitare”.

Dio si fa uomo attraverso un censimento: “Per questo il Vangelo non comincia con un miracolo clamoroso, ma con un atto amministrativo; non con un canto di angeli, ma con un censimento. E’ lì che Dio si fa vicino. Giuseppe e Maria si mettono in cammino non per un progetto scelto da loro, ma per obbedienza a un ordine che viene dall’alto. Si muovono dentro una storia che non controllano, dentro decisioni prese altrove. E proprio attraversando queste circostanze, apparentemente estranee alla promessa, Dio porta a compimento la sua Parola”.

E si incarna nel mondo per amarlo:“A Natale Dio non si arrende al mondo, come a Pasqua Cristo non è sconfitto dal male. A Natale Dio ama il mondo fino in fondo, lo assume, lo prende su di sé. Potremmo dire che Dio, facendosi uomo, ‘sposa’ il reale. Tutto ciò che è umano, per Lui, non ha cessato di essere degno di essere abitato. Il peccato ha certamente sfigurato la nostra somiglianza con Dio, ma non ha cancellato la Sua immagine in noi e nella creazione. Per questo il mondo resta benedetto, anche quando il canto di lode per la sua bellezza si trasforma in grido di salvezza”.

Entra nella storia per dare speranza: “L’Eterno, entrando nel tempo, lo ha reso gravido di speranza e di futuro. Ha spezzato il ciclo sterile di una cronaca che si ripete, spesso amaramente, e ha trasformato le nostre vite fragili, i nostri momenti difficili, in luoghi di storia di salvezza. Da quel momento, la storia merita sempre di essere vissuta, perché in essa è stato deposto un seme invincibile di pace.

Il Figlio di Dio, facendosi neonato e scegliendo di percorrere tutto il cammino umano dalla nascita alla morte, ci dice che vale la pena essere uomini e donne, oggi e sempre, perché la vita umana, fatta propria dal Verbo eterno, è diventata il luogo santo in cui Dio continua a compiere le sue meraviglie”.

Con questa nascita Dio cambia la logica del mondo: “La nascita di Gesù avviene nella notte. Non solo nella notte cronologica, ma nella notte dell’umanità: il tempo del limite, dell’incertezza, della paura. Eppure, è proprio in questa notte che la luce viene donata. Una luce che non elimina la notte, ma vince le tenebre che l’accompagnano. La luce di Dio non abbaglia, né impone: illumina il cammino e rende possibile continuare a camminare.

Nel racconto di Luca emerge un contrasto decisivo: da una parte l’imperatore che dispone dei popoli, dall’altra un bambino che nasce senza potere. L’impero emana decreti, Dio dona un Figlio. Mentre la storia segue la logica della forza, Dio agisce nella discrezione e compie le sue promesse attraverso eventi ordinari”.

Seconda questa logica il Vangelo chiama alla responsabilità: “Il Natale, infatti, non è un rifugio spirituale che ci sottrae alla fatica del tempo presente. E’ una scuola di responsabilità. Ci insegna che la pienezza del tempo non è una condizione ideale da attendere, ma una realtà da accogliere. E’ Cristo stesso che rende pieno il tempo. Egli non aspetta che le circostanze siano favorevoli: le abita e le trasfigura”.

La responsabilità richiama la pace: “Anche la pace annunciata dagli angeli va compresa in questa luce. Non è un semplice equilibrio, né il risultato di accordi fragili. E’ il frutto della presenza di Dio nella storia. E’ una pace che viene dall’alto, ma che non si impone. E’ donata, ma anche affidata. Dio fa la sua parte fino in fondo: entra nella storia, si fa Bambino, condivide la nostra condizione. Ma non sostituisce la libertà dell’uomo. La pace diventa reale solo se trova cuori disponibili ad accoglierla e mani pronte a custodirla”.

Questa è la responsabilità consegnata da Dio: “Ogni gesto di riconciliazione, ogni parola che non alimenta l’odio, ogni scelta che mette al centro la dignità dell’altro diventa il luogo in cui la pace di Dio prende carne. Il Natale non ci allontana dalla storia, ma ci coinvolge profondamente. Non ci rende neutrali, ma partecipi”.

Ciò si avverte in particolare a Betlemme: “Celebrare il Natale a Betlemme significa riconoscere che Dio ha scelto una terra reale, segnata da ferite e da attese. La santità dei luoghi convive con ferite ancora aperte. Veniamo da anni durissimi, in cui guerra, violenza, fame e distruzione hanno segnato profondamente la vita di tanti, soprattutto dei più piccoli. Troppo pesante è diventata la situazione, troppo conflittuali i rapporti, troppo faticoso ricominciare e ricostruire. La storia ha mostrato in questi anni tutte le sue contraddizioni, la realtà ci è venuta incontro con il suo lato pesante, complicato, triste”.

Quindi celebrare Natale a Betlemme è un richiamo al mondo alla responsabilità: “Quello che per noi è evidenza concreta e dolorosa si percepisce però anche altrove nel mondo. C’è un diffuso desiderio di fuga dalla realtà. Si fugge da responsabilità troppo pesanti, si fugge dalla cura per il bene comune, per ritirarsi nel proprio interesse privato, si fugge da legami troppo impegnativi, per passare da una distrazione all’altra, in un clima di generale disimpegno. Un po’ ovunque, insomma, si percepisce grande disagio, a volte anche spirituale, incapaci come siamo di comprendere il perché di tutta questa violenza, e della cultura che la alimenta o che la ignora”.

E ciò dipende da scelte politiche: “Le situazioni così difficili di questo tempo non sono il frutto del destino, ma di scelte politiche, di responsabilità umane, di decisioni che spesso mettono gli interessi di pochi davanti al bene di tutti. La Terra Santa, crocevia di popoli e di fedi, continua a essere teatro di tensioni e conflitti che chiamano in causa la responsabilità dei leader locali, della comunità internazionale, ma anche delle autorità religiose e morali”. 

Ma a Betlemme Natale ha il significato di una rinascita: “In ogni parte della nostra Diocesi, le sfide non mancano. Nonostante la cessazione della guerra, a Gaza la sofferenza è ancora presente, le famiglie vivono tra le macerie, il futuro appare fragile e incerto. Le ferite sono profonde, eppure anche qui, proprio qui, risuona l’annuncio del Natale. Incontrandoli, sono rimasto colpito dalla forza e dal desiderio di ricominciare, dalla capacità di gioire ancora, dalla determinazione di ricostruire daccapo la loro vita devastata.

Penso che in questo momento stiano davvero vivendo un loro Natale speciale, di nuova nascita e di vita. Sono per noi oggi una bella testimonianza. Ci ricordano come anche noi siamo chiamati a stare dentro la nostra storia. Ci interpellano chiedere con forza percorsi di giustizia e riconciliazione, di ascolto del grido dei poveri, affinché la pace non sia solo un sogno, ma un impegno concreto e una responsabilità per tutti”.

Quindi per cambiare la storia occorre lasciarsi cambiare dalla ‘luce’ di Betlemme: “La storia non cambia tutta in una notte. Ma può cambiare direzione quando uomini e donne si lasciano illuminare da una luce più grande di loro. Il Vangelo di questa notte interpella anche noi qui presenti, provenienti da paesi, culture e storie diverse.

Ci chiede di non restare neutrali. Di non fuggire dalla complessità del presente, ma di attraversarla alla luce del Bambino. La notte del mondo può essere profonda, ma non è definitiva. La luce di Betlemme non abbaglia: illumina il cammino. Passa di cuore in cuore, attraverso gesti umili, parole riconciliate, scelte quotidiane di pace di uomini e donne che lasciano che il Vangelo prenda carne nella vita”.

Per questo il card. Pizzaballa ha affermato che Dio non abbandona il popolo: “In questa notte santa, la Chiesa proclama che la speranza non è stata delusa. Dio è entrato nella nostra storia e non se n’è più andato. Ha scelto di abitare il tempo degli uomini perché nessuno si senta escluso, nessuna vita scartata, nessuna notte senza luce. Che il Bambino nato a Betlemme benedica questa terra e tutti i suoi popoli. Benedica ogni famiglia provata, ogni bambino ferito, ogni uomo e ogni donna stanchi per il peso del presente. In questa notte santa proclamiamo con gioia: la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. A Dio che si è fatto vicino, che ha scelto la povertà di una mangiatoia per abitare la nostra storia, sia gloria nei secoli”.    

(Foto: Patriarcato di Gerusalemme)

Papa Leone XIV: chi non ama non si salva

“Così canta la liturgia nella notte di Natale, e così riecheggia nella Chiesa l’annuncio di Betlemme: il Bambino che è nato dalla Vergine Maria è il Cristo Signore, mandato dal Padre a salvarci dal peccato e dalla morte. Egli è la nostra pace, Colui che ha vinto l’odio e l’inimicizia con l’amore misericordioso di Dio. Per questo ‘il Natale del Signore è il Natale della pace’. Gesù è nato in una stalla, perché non c’era posto per Lui nell’alloggio. Appena nato, sua mamma Maria ‘lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia’. Il Figlio di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, non viene accolto e la sua culla è una povera mangiatoia per gli animali”: dalla Loggia centrale della basilica di san Pietro papa Leone XIV ha pronunciato per la prima volta il messaggio di Natale alla città e al mondo, esortando a farsi solidali con i deboli e gli oppressi.

Nel Natale di Gesù la scelta di Dio è stata ben precisa: “Il Verbo eterno del Padre, che i cieli non possono contenere ha scelto di venire nel mondo così. Per amore ha voluto nascere da donna, per condividere la nostra umanità; per amore ha accettato la povertà e il rifiuto e si è identificato con chi è scartato ed escluso”.

Dio ha scelto la responsabilità di assumersi il peccato attraverso l’amore per il prossimo: “Nel Natale di Gesù già si profila la scelta di fondo che guiderà tutta la vita del Figlio di Dio, fino alla morte sulla croce: la scelta di non far portare a noi il peso del peccato, ma di portarlo Lui per noi, di farsene carico. Questo, solo Lui poteva farlo. Ma nello stesso tempo ha mostrato ciò che invece solo noi possiamo fare, cioè assumerci ciascuno la propria parte di responsabilità. Sì, perché Dio, che ci ha creato senza di noi, non può salvarci senza di noi, cioè senza la nostra libera volontà di amare. Chi non ama non si salva, è perduto. E chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede”.

E per amare occorre responsabilità: “Sorelle e fratelli, ecco la via della pace: la responsabilità. Se ognuno di noi, a tutti i livelli, invece di accusare gli altri, riconoscesse prima di tutto le proprie mancanze e ne chiedesse perdono a Dio, e nello stesso tempo si mettesse nei panni di chi soffre, si facesse solidale con chi è più debole e oppresso, allora il mondo cambierebbe”.

Però occorre essere liberi dal peccato: “Gesù Cristo è la nostra pace prima di tutto perché ci libera dal peccato e poi perché ci indica la via da seguire per superare i conflitti, tutti i conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali. Senza un cuore libero dal peccato, un cuore perdonato, non si può essere uomini e donne pacifici e costruttori di pace. Per questo Gesù è nato a Betlemme ed è morto sulla croce: per liberarci dal peccato. Lui è il Salvatore. Con la sua grazia, possiamo e dobbiamo fare ognuno la propria parte per respingere l’odio, la violenza, la contrapposizione e praticare il dialogo, la pace, la riconciliazione”.

Ecco la richiesta di pace per il Medio Oriente con le parole del profeta Isaia: “In questo giorno di festa, desidero inviare un caloroso e paterno saluto a tutti i cristiani, in modo speciale a quelli che vivono in Medio Oriente, che ho inteso incontrare recentemente con il mio primo viaggio apostolico. Ho ascoltato le loro paure e conosco bene il loro sentimento di impotenza dinanzi a dinamiche di potere che li sorpassano.

Il Bambino che oggi nasce a Betlemme è lo stesso Gesù che dice: ‘Abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!’ Da Lui invochiamo giustizia, pace e stabilità per il Libano, la Palestina, Israele, la Siria, confidando in queste parole divine: Praticare la giustizia darà pace. Onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre”.

Mentre per l’Europa ha chiesto uno ‘spirito’ collaborativo: “Al Principe della Pace affidiamo tutto il Continente europeo, chiedendogli di continuare a ispirarvi uno spirito comunitario e collaborativo, fedele alle sue radici cristiane e alla sua storia, solidale e accogliente con chi si trova nel bisogno. Preghiamo in modo particolare per il martoriato popolo ucraino: si arresti il fragore delle armi e le parti coinvolte, sostenute dall’impegno della comunità internazionale, trovino il coraggio di dialogare in modo sincero, diretto e rispettoso”.

Inoltre ha implorato la consolazione per le vittime delle guerre: “Dal Bambino di Betlemme imploriamo pace e consolazione per le vittime di tutte le guerre in atto nel mondo, specialmente di quelle dimenticate; e per quanti soffrono a causa dell’ingiustizia, dell’instabilità politica, della persecuzione religiosa e del terrorismo. Ricordo in modo particolare i fratelli e le sorelle del Sudan, del Sud Sudan, del Mali, del Burkina Faso e della Repubblica Democratica del Congo.

In questi ultimi giorni del Giubileo della Speranza, preghiamo il Dio fatto uomo per la cara popolazione di Haiti, affinché cessi ogni forma di violenza nel Paese e possa progredire sulla via della pace e della riconciliazione. Il Bambino Gesù ispiri quanti in America Latina hanno responsabilità politiche, perché, nel far fronte alle numerose sfide, sia dato spazio al dialogo per il bene comune e non alle preclusioni ideologiche e di parte”.

Inoltre ha chiesto riconciliazione per i conflitti in Asia e per chi soffre a causa dei disastri naturali: “Al Principe della Pace domandiamo che illumini il Myanmar con la luce di un futuro di riconciliazione: ridoni speranza alle giovani generazioni, guidi l’intero popolo birmano su sentieri di pace e accompagni quanti vivono privi di dimora, di sicurezza o di fiducia nel domani. A Lui chiediamo che si restauri l’antica amicizia tra Thailandia e Cambogia e che le parti coinvolte continuino ad adoperarsi per la riconciliazione e la pace.

A Lui affidiamo anche le popolazioni dell’Asia meridionale e dell’Oceania, provate duramente dalle recenti e devastanti calamità naturali, che hanno colpito duramente intere popolazioni. Di fronte a tali prove, invito tutti a rinnovare con convinzione il nostro impegno comune nel soccorrere chi soffre”.

Il primo Urbi et Orbi papale è stato un invito a non lasciarsi vincere dall’indifferenza verso i migranti: “Nel farsi uomo, Gesù assume su di sé la nostra fragilità, si immedesima con ognuno di noi: con chi non ha più nulla e ha perso tutto, come gli abitanti di Gaza; con chi è in preda alla fame e alla povertà, come il popolo yemenita; con chi è in fuga dalla propria terra per cercare un futuro altrove, come i tanti rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo o percorrono il Continente americano; con chi ha perso il lavoro e con chi lo cerca, come tanti giovani che faticano a trovare un impiego; con chi è sfruttato, come i troppi lavoratori sottopagati; con chi è in carcere e spesso vive in condizioni disumane”.

Quindi, ricordando le imminenti chiusure delle Porte sante giubilari papa Leone XIV ha invitato tutti ad ‘aprire’ il proprio cuore per diventare figli di Dio: “In questo giorno santo, apriamo il nostro cuore ai fratelli e alle sorelle che sono nel bisogno e nel dolore. Così facendo lo apriamo al Bambino Gesù, che con le sue braccia aperte ci accoglie e dischiude a noi la sua divinità: ‘A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio’.

Tra pochi giorni terminerà l’Anno giubilare. Si chiuderanno le Porte Sante, ma Cristo, nostra speranza, rimane sempre con noi! Egli è la Porta sempre aperta, che ci introduce nella vita divina. E’ il lieto annuncio di questo giorno: il Bambino che è nato è il Dio fatto uomo; egli non viene per condannare, ma per salvare; la sua non è un’apparizione fugace, Egli viene per restare e donare sé stesso. In Lui ogni ferita è risanata e ogni cuore trova riposo e pace”.

(Foto: Santa Sede)

Il senso vero del Natale

Sulle onde del consumismo e tra le invasioni dei nuovi santuari dell’epoca post-moderna dei centri commerciali, ci si appresta a vivere la festa del Natale. Che cosa è il Natale? Solo cenoni, baci, abbracci, regali e nient’altro?  Il Natale è un evento di salvezza: ‘Il Verbo si è fatto carne ed ha posto la sua tenda in mezzo a noi’ (Cf. Gv 1,14). Come afferma sant’Atanasio, Dio sì è fatto uomo perché l’uomo potesse diventare Dio, ovvero entrare a far parte della sua stessa vita.

Il Natale tra l’altro ricorda che il Dio della Rivelazione giudeo-cristiana ha un modus operandi fuori dal comune, sorprendente, trarre fiori da spine e rovi, far germogliare un fico sterile, mostrare la gloria e la potenza attraverso l’umiltà e la tenerezza. Aveva compreso ciò molto bene la giovane donna di Nazareth, Colei che fu ‘prescelta’ per essere in eterno il grembo che avrebbe accolto ‘l’Autore della vita’ quando esultante esclamò quanto segue: Allora Maria disse:

“L’anima mia magnifica il Signore ed il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili… (cf. Lc 1,46-52)”.

L’agire di Dio nella storia è proprio così: si configura come un ‘agire pedagogico’ in quanto Dio operando all’interno delle trame intricate della storia, al contempo svela anche all’essere umano di ogni tempo, quali sono i criteri su cui può basare il proprio agire per una esistenza piena e realizzata. Dio insegna facendo, mostra quali orme percorrere per una crescita piena e matura. Lo scenario biblico del Natale è un vero e proprio palcoscenico di sobrietà, umiltà, tenerezza…

Lo aveva ben intuito il santo patrono San Francesco d’Assisi che nel 1223 in Umbria a Greccio volle rappresentare questo evento biblico di salvezza del Natale per far ‘vedere’ e ‘toccare’ a tutti come la grandezza di Dio si rivela nella piccolezza, la potenza nella tenerezza. Una strategia pedagogica concreta mirata a far calare i fedeli all’interno del Mistero dell’Incarnazione, un’educazione dello sguardo che si collega al cuore passando per la mente: guardare, osservare, discernere, comprendere, credere.

L’evangelista Matteo rivela che i protagonisti della notte di Natale furono i pastori e i Magi. Dio non fa preferenze di persone, si rivela a tutti ai colti come agli ultimi e agli emarginati. I Magi erano dei sapienti paragonabili a degli odierni intellettuali peraltro erano presumibilmente degli astrologi (attuali scienziati) e dei governanti; i pastori, invece, erano all’ultimo gradino del ceto sociale di allora, erano poveri, emarginati, ‘gli ultimi’ eppure gli angeli annunciano loro l’opera di Dio.

La stella illumina il buio della notte, fornisce ai Magi una guida, una direzione, così come oggi la Parola di Dio si propone ancora come una bussola capace di orientare i passi dell’uomo verso sentieri di luce, pace e speranza. Il Natale vuole ricordare che l’essenza della vita non si trova nel potere, nella forza, nel successo ma nella tenerezza di un bambino indifeso. L’oro, l’incenso e la mirra costituiscono i tre ingredienti fondamentali perché ciascuno possa essere Re, Sacerdote e Profeta. Questi simboli richiamano il valore formativo del Battesimo: i credenti facendo nascere dentro di sé Gesù ricevendo il battesimo diventano re, sacerdoti e profeti.

Si è re tutte le volte che si è capaci di autocontrollo, di dominio di sé, di discernimento ed esercizio della responsabilità; si è sacerdoti quando si ha il coraggio di alzare lo sguardo al Cielo per ricercare soluzioni sostenibili per risolvere i problemi sulla terra, coltivare la preghiera, offrire il sacrificio di sé stessi per la causa del Regno; si è profeti quando alla scuola della Parola si apprende l’arte di leggere la storia umana e personale alla luce del pensiero di Dio.

Questa riflessione possa accompagnare tutti a vivere il Natale con spirito sereno e meditativo. I giovani possano cogliere in questa festività un’occasione di ‘Rinascita’. Il Natale possa fornire loro le coordinate essenziali per impostare la loro vita in modalità ‘accoglienza’, ‘dono’, ricerca del bene e desiderio di verità. Chat Gpt non potrà mai indicare la soluzione al mistero della vita, la Parola di Dio accolta nella comunione ecclesiale si.

E’ Natale: Il Verbo si fece carne!

Il Natale è la prima festa dell’anno liturgico alla quale ci siamo preparati con le quattro domeniche di ‘Avvento’. Questo Natale trova purtroppo oggi l’umanità in grande apprensione, in una situazione dove ogni giorno si distrugge,  si uccide, si muore, dove una furia incontrollata si è abbattuta su uomini e cose e non risparmia piccoli e grandi. Eppure Gesù è venuto ad annunciare la pace: ‘Gloria a Dio, cantarono gli angeli, nell’alto dei cieli e pace agli uomini amati dal Signore’.

Gesù storico è il Verbo del Padre, il Figlio di Dio, la Speranza eterna che si è fatta uomo per additare a tutti la via del cielo. Per salvare l’uomo e riportarlo alla dignità di figlio di Dio Gesù ha umiliato se stesso assumendo la divisa  di un neonato che ha bisogno di cure; Gesù si rivela veramente l’amore del Padre e ci insegna ad amare; un amore che è condivisione, partecipazione,  comunione, servizio e dono; diventa uomo per donare quella pace alla quale aspiriamo tutti.

Il Vangelo narra che Maria e Giuseppe si erano dovuti recare a Betlemme per il censimento, per obbedire all’editto di Cesare Augusto; pensavano di trovare ospitalità presso amici o parenti o in qualche trattoria pubblica ma dovettero adattarsi in una grotta di campagna e il Bambino Gesù, il Figlio di Dio trovò come culla solo una mangiatoia. Dio parla all’uomo attraverso il linguaggio della debolezza, è la festa dell’umiliazione di Dio, come scrive l’apostolo Paolo, Dio si svuotò, si privò della gloria e magnificenza divina, accettò la povertà per farsi vero maestro con l’esempio e la parola.

Sulla grotta di Betlemme cantarono gli angeli e la Chiesa oggi, facendo eco agli angeli, annuncia che il Natale di Gesù è la festa della gioia, la festa della nostra salvezza. ‘Verbum caro factum est’, il Verbo, la Sapienza eterna, il Figlio è nato per noi, in mezzo a noi; vero uomo e vero Dio, Egli è l’Emmanuele ‘il Dio con noi’; non è più uno sconosciuto, questo è un messaggio sempre nuovo, sorprende perché sorpassa ogni nostra aspettativa e umana speranza.

Non è solo un annuncio, è un avvenimento, un accadimento, che testimoni credibili hanno veduto con gli occhi, creduto, toccato nella persona di Cristo Gesù; ascoltando poi le sue parole hanno riconosciuto in Gesù il Messia atteso; con la sua morte e risurrezione hanno avuto la certezza assoluta che Egli è veramente il Santo di Dio, il Figlio unigenito del Padre.  Con la nascita di Gesù si mettono basi granitiche alla Chiesa nascente. Tutto ciò è possibile?, si chiede qualcuno; la forza dell’amore realizza le cose umanamente impossibili. Dio è amore e tutta l’opera divina è espressione di amore: Dio amando crea e creando ama; Dio aveva detto a Mosè: ‘Io sono colui che sono; se sono non cambio mai’.

Egli è amore da sempre e per sempre: la creazione è atto di amore; la redenzione operata da Gesù e voluta dal Padre è espressione di amore e misericordia; la vita che, nascendo in mezzo a noi, oggi ci dona, è luce per tutti gli uomini ed illumina ogni vita  assicurando gioia, speranza e un futuro sicuro. Egli stesso si fa viandante assieme a noi per salvarci ed indicare il cammino da compiere. Ma bisogna accogliere Cristo con fede e con amore: così avvenne con i pastori avvisati dagli angeli: ‘Andate in una grotta troverete l’atteso Messia’; questi vanno, trovano il Bambino e Maria, sua madre, ed offrono i loro doni.

Così avviene con i Maggi che affrontano con fede un lungo viaggio, seguono una ‘luce’, la stella che li guida sino a Betlemme dove si trovava Gesù tra le braccia di Maria, adorano il Bambino, porgono i loro doni. Amore e fede sono un binomio inscindibile: quando con fede viva apriamo il cuore all’amore siamo avvolti dalla luce di Natale; così non fu certamente per il popolo che non offrì a Gesù una casa o un letto per nascere; così non fu per Erode che, informato dai Magi, operò la strage degli innocenti.

Ma il Padre vegliava sul divino Bambino e un Angelo avvisò Giuseppe a lasciare Betlemme e fuggire in Egitto. L’amore porta Gesù a nascere in una famiglia, che diventa vera icona di tutte le famiglie cristiane. La nascita di Gesù apre prospettive di pace, così cantarono gli Angeli: ‘Gloria a Dio, pace agli uomini amati dal Signore’. La luce di Natale risplenda oggi in quella terra dove Gesù è nato ed ispiri ad Ebrei e Palestinesi sentimenti di pace nella ricerca di una convivenza giusta, pacifica, duratura.

La luce del Natale, che promana dalla grotta di Betlemme, operi prospettive di pace duratura nella martoriata Ucraina, dove ogni giorno è distruzione, rovina e morte. Il Natale rechi gioia e serenità in tutte le famiglie, in tutti i cuori perché il messaggio di Betlemme trovi vera concretezza in ogni parte del mondo assicurando pace, amore, stabilità e comunione. Allora e solo allora è Natale. Questo è l’augurio di cuore che formulo per tutti e per ciascuno.

Ogni vero cristiano si senta impegnato a tutti i livelli per costruire amore, giustizia e pace. Maria, la santa madre di Dio, presentò Gesù ai pastori e ai Magi e tornarono a casa pieni di gioia; Maria, Vergine Immacolata, madre della Chiesa, rivolgi a noi i tuoi occhi misericordiosi, presenta il tuo e nostro Gesù al mondo intero perché, trasformata dal suo amore, l’umanità diventi il “vero popolo di Dio”.

Papa Leone XIV invita ad ammirare la sapienza del Natale

“Buonasera. Benvenuti tutti! Bienvenidos! Welcome! La Basilica di San Pietro è una Basilica molto grande, è molto grande, ma purtroppo non abbastanza grande per accogliervi tutti. Vi ammiro, vi rispetto e vi ringrazio per il vostro coraggio e la vostra disponibilità a essere qui questa sera. Tante grazie per essere qui questa sera, anche con questo clima. Vogliamo celebrare insieme la festa di Natale. Gesù Cristo che è nato per noi ci porta la pace, ci porti l’amore di Dio. Tanti auguri a tutti voi. Seguite la celebrazione negli schermi. Dio vi protegga e benedica tutte le vostre famiglie. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Tanti auguri a tutti!”: prima di celebrare la santa messa della notte di Natale nella basilica di san Pietro papa Leone XIV si è recato nella piazza per salutare 5.000 fedeli che non sono potuti entrati nella basilica piena di oltre 6.000  persone, partecipando alla messa sotto la pioggia.

A precedere la celebrazione eucaristica la lettura di alcuni brani biblici contraddistinta dal canto della Kalenda, l’antico annuncio liturgico del Natale del Signore (otto giorni prima delle kalendae di gennaio) come riportato nel Martirologio Romano. Un testo che racchiude tutti gli episodi fondamentali della storia universale fino alla venuta di Cristo, culmine del tempo di Avvento. Il lettore, infatti, ne proclama il senso: ricordarsi che Gesù Cristo, nato dalla Vergine Maria, è il centro della storia e del cosmo.

Nell’omelia il papa haa richiamato il desiderio dell’umanità di scrutare il cielo: “Per millenni, in ogni parte della terra, i popoli hanno scrutato il cielo dando nomi e forme a stelle mute: nella loro fantasia, vi leggevano gli eventi del futuro cercando in alto, tra gli astri, la verità che mancava in basso, tra le case. Come a tentoni, in quel buio restavano però confusi dai loro stessi oracoli. In questa notte, invece, ‘il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse’…

Nel tempo e nello spazio, lì dove noi siamo, viene Colui senza il quale non saremmo stati mai. Vive con noi chi per noi dà la sua vita, illuminando di salvezza la nostra notte. Non esiste tenebra che questa stella non rischiari, perché alla sua luce l’intera umanità vede l’aurora di una esistenza nuova ed eterna”.

Ed a chi scrutava il cielo una stella ha indicato una direzione: “E’ il Natale di Gesù, l’Emmanuele. Nel Figlio fatto uomo, Dio non ci dona qualcosa, ma Sé stesso, ‘per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro’. Nasce nella notte Colui che dalla notte ci riscatta: la traccia del giorno che albeggia non è più da cercare lontano, negli spazi siderali, ma chinando il capo, nella stalla accanto”.

Sono stati proprio magi e pastori che hanno saputo capire la direzione indicata dalla stella sulla terra: “Il chiaro segno dato al mondo buio è infatti ‘un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia’. Per trovare il Salvatore, non bisogna guardare in alto, ma contemplare in basso: l’onnipotenza di Dio rifulge nell’impotenza di un neonato; l’eloquenza del Verbo eterno risuona nel primo vagito di un infante; la santità dello Spirito brilla in quel corpicino appena lavato e avvolto in fasce. E’ divino il bisogno di cura e di calore, che il Figlio del Padre condivide nella storia con tutti i suoi fratelli. La luce divina che si irradia da questo Bambino ci aiuta a vedere l’uomo in ogni vita nascente”.

E’ la rivelazione di Dio all’uomo, citando papa Benedetto XVI: “Per illuminare la nostra cecità, il Signore ha voluto rivelarsi da uomo all’uomo, sua vera immagine, secondo un progetto d’amore iniziato con la creazione del mondo… Così attuali, le parole di papa Benedetto XVI ci ricordano che sulla terra non c’è spazio per Dio se non c’è spazio per l’uomo: non accogliere l’uno significa non accogliere l’altro. Invece là dove c’è posto per l’uomo, c’è posto per Dio: allora una stalla può diventare più sacra di un tempio e il grembo della Vergine Maria è l’arca della nuova alleanza”.

Questa è la sapienza del Natale: “Ammiriamo, carissimi, la sapienza del Natale. Nel bambino Gesù, Dio dà al mondo una vita nuova: la sua, per tutti. Non un’idea risolutiva per ogni problema, ma una storia d’amore che ci coinvolge. Davanti alle attese dei popoli Egli manda un infante, perché sia parola di speranza; davanti al dolore dei miseri Egli manda un inerme, perché sia forza per rialzarsi; davanti alla violenza e alla sopraffazione Egli accende una luce gentile che illumina di salvezza tutti i figli di questo mondo…

Sì, mentre un’economia distorta induce a trattare gli uomini come merce, Dio si fa simile a noi, rivelando l’infinita dignità di ogni persona. Mentre l’uomo vuole diventare Dio per dominare sul prossimo, Dio vuole diventare uomo per liberarci da ogni schiavitù. Ci basterà questo amore, per cambiare la nostra storia?”

A questa domanda hanno risposto i pastori: “La risposta viene appena ci destiamo, come i pastori, da una notte mortale alla luce della vita nascente, contemplando il bambino Gesù. Sopra la stalla di Betlemme, dove Maria e Giuseppe, pieni di stupore, vegliano il Neonato, il cielo stellato diventa ‘una moltitudine dell’esercito celeste’. Sono schiere disarmate e disarmanti, perché cantano la gloria di Dio, della quale la pace è manifestazione in terra: nel cuore di Cristo, infatti, palpita il legame che unisce nell’amore il cielo e la terra, il Creatore e le creature”.

Riprendendo un’affermazione di papa Francesco in apertura dell’Anno Santo papa Leone XIV ha ribadito l’impegno di portare ovunque la speranza: “Ora che il Giubileo si avvia al suo compimento, il Natale è per noi tempo di gratitudine e di missione. Gratitudine per il dono ricevuto, missione per testimoniarlo al mondo”.

In questo modo Natale diventa una festa: “Sorelle e fratelli, la contemplazione del Verbo fatto carne suscita in tutta la Chiesa una parola nuova e vera: proclamiamo allora la gioia del Natale, che è festa della fede, della carità e della speranza. E’ festa della fede, perché Dio diventa uomo, nascendo dalla Vergine. E’ festa della carità, perché il dono del Figlio redentore si avvera nella dedizione fraterna. E’ festa della speranza, perché il bambino Gesù la accende in noi, facendoci messaggeri di pace. Con queste virtù nel cuore, senza temere la notte, possiamo andare incontro all’alba del giorno nuovo”.

(Foto: Santa Sede)

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