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Dalla Calabria i ‘Panettoni della speranza’ di padre Thao

A Reggio Calabria tutti lo conoscono: padre Thao Joseph, giovane missionario scalabriniano, venuto dalle risaie del sud Vietnam, vive da 4 anni in questa città. Unico vietnamita a Reggio Calabria. Dolce, un sorriso che vi conquista, una disponibilità a tutta prova, lavora in prima linea per i migranti e dirige il ‘Centro di Accoglienza Scalabrini’ a due passi dalla cattedrale.

Alla domenica, celebra l’eucarestia nella chiesa di sant’Agostino, dove con il suo bell’accento orientale si è accattivato la simpatia dei fedeli del quartiere, ma durante la settimana combatte una battaglia intensa e impegnativa al Centro Migranti, dove giovani, mamme e bambini vanno e vengono in continuazione… provenienti dal Marocco, dalla Georgia, dal Pakistan, dai Paesi africani. Il suo impegno è sostenere, coordinare e intervenire nelle varie attività del Centro.

Per Natale, padre Thao presenta un piccolo progetto originale per il Centro di accoglienza in modo da offrire 400 super-panettoni con generi alimentari a tutti i migranti che passeranno nel periodo natalizio: ‘panettoni della speranza’. E’ un gesto semplice, ma un grande dono per umanizzare una vita difficile, amara, di tante persone in emigrazione.

A lui chiediamo di illustrare i ‘panettoni della speranza’?  

“Distribuire quattrocento panettoni per i migranti con generi alimentari: questo il nostro progetto natalizio. Il panettone è un prodotto commerciale, ma di cui forse abbiamo perduto il senso. La sua valenza simbolica è molto forte. Non ha solo un significato religioso, cioè natalizio, ma anche collettivo. Non a caso, anticamente, alla sua preparazione collaborativa tutta la famiglia, c’era un grande senso di appartenenza. I suoi valori sono la festa, il ritrovarsi insieme, la famiglia, l’intimità della casa. Ma con i frutti canditi l’ingrediente principale rimane la speranza: il buon sapore di un giorno migliore. Per un migrante questo significa il sogno di una vita normale. Degna, laboriosa e rispettata. Quell’avventura triste e amara del migrare, – del cambiare mondo tra mille difficoltà – era trasportata, per davvero, da un grande sogno”. 

Come è sorta questa iniziativa?

“Per caso. Ci si è detti, perché non offrire nel periodo del Natale un bel panettone insieme a dei generi alimentari ai tantissimi migranti che passano al nostro “Centro di Accoglienza Scalabrini” di Reggio Calabria. Più di tremila all’anno ne vengano,  dal Marocco, dalla Georgia, Albania, Pakistan, India, Latino america e dai Paesi africani… Il senso dell’integrazione, d’altronde, passa anche attraverso il cibo. Questo, infatti, non è solo nutrimento. E’ anche messaggio: è partecipazione, condivisione, forza di stare insieme.

Ogni nostro panettone, poi, è accompagnato da un autentico messaggio di speranza, stampato a caratteri d’oro. Vi leggete, così: ‘Oggi, milioni di uomini sono assetati di giustizia, costretti a migrare alla ricerca di pane, di pace e di dignità. Natale è Dio che posa la sua dimora tra di noi. E’ adesso. E’ ovunque gli uomini sono amati. Ovunque il povero e lo straniero sono trattati da esseri umani. Ovunque degli avversari si riconciliano. O dove la giustizia, la pace e la solidarietà sono promosse o realizzate… Là, è il Signore che viene!’ Messaggio attualissimo, vivo ed esigente”.

Per quale motivo i migranti scelgono l’Europa?

“Per sfuggire a una vita impossibile, miserabile, per noi impensabile, a causa di guerre, persecuzioni o povertà, in cerca di opportunità di lavoro, di stabilità economica e di una vita migliore. Sono spinti, a volte, anche dalla famiglia come ‘ambasciatori di speranza’. ‘Parti in Europa, aiutaci nella nostra miseria!’: è questo grido, che i migranti risentono nell’anima. Come cavalieri solitari, allora, si spingono in una società difficile, differente e complessa come la nostra, con la voglia di riuscire ad ogni costo. Questo, dopo aver spezzato ogni legame con la loro terra, il loro nido, gli affetti, le abitudini e le tradizioni. Sì, un cammino impressionante di sopravvivenza. A volte è anche il ricongiungimento familiare che li spinge in questa avventura in Italia, in Francia o in Inghilterra. Ritrovarsi là dove altri hanno avuto fortuna”.

Lei è vietnamita: come è giunto in Italia?

“Vengo da un villaggio del Vietnam del sud, Can Tho, in cui vivono tanti migranti fuggiti dal nord dopo la guerra. C’erano, pure, i miei nonni. Quando sono arrivati hanno trovato solo acqua, erba e terra, perché erano alle foci del fiume Mekong. Così, cominciavano a pulire, a preparare e costruire le case e un campo, per piantare il riso. Insomma, iniziavano tutto daccapo con sudore e fatica. Però era l’opportunità di avere la libertà e la vita. Li accompagnavano anche tanti preti, che li aiutavano nella vita spirituale e così hanno costruito anche le chiese. 

La mia famiglia era molto religiosa e si viveva con i nonni. Ho avuto tanti zii che hanno consacrato la loro vita per diventare sacerdoti. Quindi, penso che la mia vocazione nasca dai loro esempi e dalla loro preghiera per me. Ogni giorno i miei genitori mi portavano in chiesa per la Messa delle 4.30 del mattino e alla sera di solito si pregava insieme il Rosario. Ecco una grande ricchezza spirituale, che aiutava il mio desiderio di diventare prete. A 18 anni sono entrato in seminario in Vietnam con altri 27 giovani”.

E perché è diventato scalabriniano?

“Poi ho cominciato a conoscere il carisma scalabriniano, per diventare missionario per migranti nel mondo. Così, dopo tre anni mi hanno mandato nelle Filippine. Era la prima volta che vivevo lontano da casa, sentivo forte la mancanza della famiglia, tuttavia non ho perso l`amore per la mia vocazione. Così, nelle Filippine incontravo tante cose nuove: la cultura, la tradizione, la lingua, il cibo e le persone. Un altro mondo. Mi davo coraggio dentro di me, pensando ai tanti migranti che affrontano e combattono le stesse mie difficoltà. Credo che il Signore mi aiutava e mi confortava in questo cammino…

Per la teologia, poi, mi hanno inviato a Roma con altri due. Di nuovo, passare da una cultura asiatica a una cultura occidentale fu per me un’enorme difficoltà, sia per la lingua che per la mentalità. Dopo otto mesi di studio intensivo della lingua italiana, iniziavo i corsi di teologia, ma all`inizio non potevo capire quasi nulla… Nel frattempo, essendo all’estero, in Vietnam, nel mio paese, cancellavano tutti i miei documenti, e mi restava in mano unicamente il passaporto. Era come fossi senza radici. Senza identità, nella mia stessa terra! In occasione della mia ordinazione a Roma, infine, si era in tempo di Covid: diventai sacerdote senza popolo, senza ospiti e senza famiglia.

Una celebrazione privata. Come uomo avvertivo molta tristezza, ma come missionario mi sentivo pieno di coraggio e di gioia. Sì, per un dono grande e un impegno immenso per la mia vita futura. Dopo l’ordinazione, mi hanno inviato a Reggio Calabria. Certo, ho trovato molto difficile l`inizio. Sembrava tutto nuovo per me nella parrocchia Sant’Agostino, vivendo in una parrocchia multiculturale di calabresi, filippini e tanti migranti. 

Ma guardando i migranti, ricordavo i miei primi passi, quando entravo in seminario e il desiderio di portare il Vangelo a questi fratelli più fragili… Il tema che avevo scelto per la mia vita missionaria era preso dal Vangelo di Luca: ‘Sulla Tua Parola, getterò le reti’. Nel mio difficile cammino, pieno di sfide, sento per davvero di averlo vissuto! Sì, ma con l’aiuto di Dio. Tutto è grazia”.

Se desiderate dare una mano al Centro Migranti a Reggio Calabria o al suo progetto ‘Panettoni della speranza’: IBAN IT69F3608105138258674058684 intestato a Thao Nguyen Thanh.

(Tratto da Aci Stampa)

Card. Pizzaballa: con Natale Dio entra nella nostra storia

Venerdì scorso il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme per i latini, accompagnato dal vicario patriarcale latino, mons. William Shomali e una piccola delegazione, è arrivato a Gaza per una visita pastorale alla parrocchia della Sacra Famiglia, alla vigilia delle celebrazioni natalizie.

Durante la sua visita ha esaminato la situazione della parrocchia, compresi gli interventi umanitari, gli sforzi di soccorso e ricostruzione in corso e le prospettive per il periodo a venire, incontrando il clero locale e i parrocchiani per ricevere informazioni sulle esigenze della comunità e sulle iniziative in corso per sostenerla e celebrato la messa di Natale in questa parrocchia con l’impegno del Patriarcato ad accompagnare i suoi fedeli nella speranza, nella solidarietà e nella preghiera.

Quindi nel messaggio natalizio il patriarca di Gerusalemme ha descritto la bellezza delle feste natalizie dopo due anni di guerra: “E’ bello vedere in tutte le nostre parrocchie e comunità l’albero di Natale e il presepe, e tutto ciò che tipicamente abbiamo per le celebrazioni natalizie, e ne siamo felici! Sappiamo che tutti i problemi, siano essi politici, sociali, economici, spirituali, ecc… sono ancora lì, ma è importante anche prendersi questa pausa da tutto il dolore e godersi il Natale, soprattutto per i nostri figli, per le nostre famiglie, per i nostri poveri, e condividerlo tra tutti noi”.

Ma ha avvertito anche le difficoltà: “In effetti, abbiamo avuto un anno molto difficile e anche il prossimo anno sarà molto impegnativo. Ma come abbiamo fatto in passato, anche per il futuro, possiamo assicurarvi che saremo presenti, continueremo a servire la nostra comunità e continueremo ad essere come un’unica comunità la luce di Gesù Cristo nella comunità, per portare consolazione, conforto, sostegno e solidarietà ovunque sia necessario”.

Proprio per questo il patriarca ha sottolineato la forza della verità: “E poi, naturalmente, vogliamo anche essere una voce di verità, per invocare la giustizia e il rispetto dei diritti umani e della dignità di tutti. Perché questo è ciò che celebriamo a Natale, celebriamo il Verbo che si fa carne, celebriamo l’Incarnazione che è qualcosa di reale e concreto: la nostra fede dovrebbe sempre incontrare e toccare la realtà delle nostre vite, sia a livello personale che comunitario”.

Quindi è ritornato ad esaminare la grazia del Natale: “Soprattutto in questo periodo in cui la violenza e l’odio sono il linguaggio comune. In un contesto in cui è comune pensare che se non si usa la forza non si viene presi in considerazione, quindi la violenza, la forza e l’odio sembrano essere il ritornello comune, purtroppo; se non sei forte, se non alzi la voce è come se non esistessi”.

Natale è Dio che entra nella storia senza la forza: “Il messaggio del Natale è diverso, ci ricorda la via cristiana, Dio entra nella nostra storia e nelle nostre notti, come un bambino appena nato, che è l’elemento più fragile che conosciamo, ma il Natale ci ricorda anche come è il modo di vivere cristiano, specialmente in questo contesto come ho detto.

Dio, attraverso Gesù Cristo, entra nella nostra storia, entra nelle nostre notti nella realtà dell’elemento più fragile che conosciamo, un bambino appena nato, che è molto fragile, bisognoso di tutto, dipendente e molto debole. Eppure, questo è il modo in cui entra nel mondo. Ma questo Bambino appena nato, che è molto debole dal punto di vista umano, ha cambiato il mondo, e tutte le nazioni e l’umanità sono attratte da lui”.

Proprio dalla debolezza nasce la speranza: “Un neonato risveglia in tutti tenerezza e amore, ed è proprio questo ciò di cui abbiamo bisogno soprattutto nel nostro tempo, e noi continueremo ad essere come cristiani un luogo di cura, tenerezza e amore, senza limiti e senza confini; amore senza confini; questo è ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento.

E c’è speranza, perché ho visto in tutte le nostre comunità e anche al di fuori di esse molte persone capaci di essere questa luce di cui abbiamo bisogno, quindi in tutte queste luci fisiche che vediamo a Natale, dobbiamo vedere anche le luci di molte persone e comunità che stanno rendendo visibile con la loro vita e la loro testimonianza, quindi dobbiamo continuare ad essere questa presenza luminosa ovunque ci troviamo”.

(Foto: lpj)

Natale: regge il presepe ma è forte la concorrenza dell’Albero e di Babbo Natale

Regge il mercato dei presepi in Italia, nonostante la forte concorrenza di altri simboli natalizi, come Babbo Natale e l’albero con luci e palline. La tradizione di rappresentare la Natività è ancora molto diffusa, anche se nelle case degli italiani diminuisce la consuetudine di realizzare la grotta di Betlemme e il resto della scenografia con carta colorata, stagnola, muschio e tanti personaggi, sostituita spesso da piccoli presepi composti quasi esclusivamente dalla Sacra Famiglia.

E’ quanto segnala ‘Devotio’, la più grande fiera nel mondo e l’unica in Italia sui prodotti devozionali e i servizi per il settore religioso, che si svolgerà nei giorni dal 31 gennaio al 3 febbraio 2026 a BolognaFiere. Questa manifestazione, giunta alla quinta edizione, vedrà la partecipazione di oltre 200 espositori, provenienti dall’Italia e da altri 18 Paesi, tra cui alcuni tra i principali produttori e rivenditori di statuine per i presepi.

“Il simbolo del Natale resta assolutamente il presepe, anche se il mondo della pubblicità da anni spinge soprattutto la figura di Babbo Natale, gli alberi natalizi pieni di addobbi colorati e tanti dolci e regali”, sottolinea Valentina Zattini, amministratore delegato di Conference Service, la società che organizza la fiera. “Nelle chiese vengono ancora realizzati grandi presepi con personaggi, luci e meccanismi. La Natività trova spesso spazio anche nelle piazze di molti comuni, ma l’albero rimane comunque più appariscente. Nelle case degli italiani, la tradizione è ancora forte, nonostante si sia un po’ persa la consuetudine di realizzare insieme (nonni, genitori e bambini) la rappresentazione del Natale, optando spesso per un piccolo presepe simbolico solo con le statuine di San Giuseppe, della Vergine Maria e di Gesù Bambino”.

La produzione di presepi artigianali in Italia è concentrata soprattutto in alcuni distretti: la Toscana e Lucca per la realizzazione delle statuine classiche tradizionali; la Val Gardena per i presepi in legno, anche di grandi dimensioni; Napoli e i suoi famosi artigiani di via San Gregorio Armeno per il presepe tradizionale napoletano; Lecce e anche la Sicilia per i personaggi in cartapesta. Oltre a questi distretti, nel nostro Paese vi sono nuove produzioni in ceramica, plastica, carta e metallo. I presepi made in Italy sono molto apprezzati in tutto il mondo per tradizione, design e qualità. Non manca però la concorrenza dall’estero, in particolare da aziende di Cina e Sud America.

‘Devotio 2026’ ospiterà migliaia di prodotti devozionali, oggetti per il culto, arredamenti e tecnologie per la chiesa, come crocifissi, rosari, immagini sacre, statue e presepi, campane, incensi, candele, vetrate e mosaici, calici e pissidi, paramenti per la liturgia, arte sacra, impianti audio, sistemi per la raccolta di donazioni, arredi per le chiese e abbigliamento per il clero.

Nel corso della fiera, si svolgerà anche un articolato programma culturale sul tema ‘Spazio liturgico: luogo della fede, bene culturale’, curato dal Comitato scientifico della manifestazione in collaborazione con la Fondazione Centro Studi per l’architettura sacra ‘Cardinale Giacomo Lercaro’. Previsto un ricco calendario di iniziative, con tavole rotonde, convegni, workshop degli espositori, mostre e anche eventi in città, che affronteranno temi come l’arte sacra, l’architettura, la liturgia, il restauro e la musica liturgica.

‘Devotio 2026’ ha ricevuto i patrocini da Dicastero per la Cultura e l’Educazione, Ufficio Nazionale per i Beni Culturali Ecclesiastici e l’Edilizia di Culto della Conferenza Episcopale Italiana, Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana, Chiesa di Bologna, FACI-Federazione tra le Associazioni del Clero in Italia, FIUDAC/S-Federazione italiana tra le Unioni Diocesane Addetti al Culto, Associazione Musei Ecclesiastici Italiani.

Il comitato scientifico è coordinato da Claudia Manenti, direttrice del Centro Studi per l’architettura sacra ‘Cardinale Giacomo Lercaro’. Partner della manifestazione sono inoltre Fondazione Culturale San Fedele e Provincia Italiana Pie Discepole del Divin Maestro. Digital partner è il Marketplace Ereligio.com, mentre media partner sono Edizioni San Paolo, Emil Edizioni (D’A) e Chiesa Oggi. Ulteriori informazioni su www.devotio.it.

Papa Leone XIV ricorda che la Chiesa è missionaria e tutti partecipano alla manifestazione di Dio

“Grazie del vostro caloroso saluto e soprattutto grazie di essere venuti a questo appuntamento natalizio. Come sapete per me è il primo, ed è la prima volta che vi incontro tutti insieme, anche con molti vostri familiari, e questo mi fa molto piacere! Oggi non dobbiamo parlare di lavoro, però voglio approfittare di questa occasione per ringraziare ciascuno di voi per il lavoro che svolge. Sto imparando a conoscere il Vaticano come un grande mosaico di uffici e di servizi, e piano piano, con l’aiuto di Dio, penso che potrò anche incontrarvi visitando i vari ambienti di lavoro”: nella tradizionale udienza per gli auguri natalizia ai dipendenti vaticani papa Leone XIV ha esortato a lavorare con impegno e dedizione, perché le occupazioni quotidiane acquistano senso nel disegno di Dio.

In tale occasione, però il papa ha sottolineato l’importanza del presepe: “Ma oggi sono contento di questo momento familiare ormai quasi alla vigilia del Natale. Lo viviamo davanti al presepe, che in effetti è presente anche qui, in questa scena della Natività donata dal Costa Rica. Nel presepe, l’immaginazione popolare ha spesso inserito tante figure tratte dalla vita quotidiana, che popolano lo spazio intorno alla grotta. E così, oltre agli immancabili pastori, protagonisti dell’evento secondo il Vangelo, possiamo trovare le statuine che raffigurano diversi mestieri: il fabbro, l’oste, la locandiera, la lavandaia, l’arrotino, e così via”.

Presepe che racconta la quotidianità inquadrata nel disegno di Dio: “Naturalmente sono mestieri di una volta: alcuni di essi sono spariti oppure totalmente trasformati. Comunque mantengono il loro significato all’interno del presepe. Ci ricordano che tutte le nostre attività, le nostre occupazioni quotidiane acquistano il loro senso pieno nel disegno di Dio, che ha il suo centro in Gesù Cristo”.

E nel presepe tutti partecipano alla manifestazione di Dio: “E’ come se Gesù Bambino, dalla mangiatoia dov’è adagiato, benedicesse tutto e tutti. La sua presenza mite e umile diffonde ovunque la tenerezza di Dio. Mentre Maria e Giuseppe adorano il Bambino e i pastori si avvicinano pieni di meraviglia, gli altri personaggi compiono i loro gesti quotidiani. Sembrano distaccati dall’avvenimento centrale, ma non è così: in realtà, ognuno vi partecipa proprio così com’è, stando al suo posto e facendo quello che deve fare, il suo mestiere”.

Così può avvenire nel proprio lavoro con la lode a Dio: “Mi piace pensare che possa essere così anche per noi, nelle nostre giornate lavorative: ciascuno di noi svolge il suo compito e diamo lode a Dio proprio facendolo bene, con impegno. A volte si è talmente presi dalle occupazioni che non si pensa al Signore o alla Chiesa, ma il fatto stesso di lavorare con dedizione, cercando di dare il meglio, e anche, per voi laici, con amore per la vostra famiglia, per i figli, questo dà gloria al Signore”.

Questo è l’insegnamento del presepe: “Carissimi, impariamo dal Natale di Gesù lo stile della semplicità, dell’umiltà e facciamo in modo, tutti insieme, che questo sia sempre più lo stile della Chiesa, in ogni sua espressione. Vi prego di portare il mio saluto anche ai vostri cari a casa; specialmente alle persone anziane o ammalate dite che il papa prega per loro”.

In precedenza nel ricevere i collaboratori della curia il papa aveva ricordato papa Francesco, che incoraggiava ad essere Chiesa ‘accogliente verso tutti’: “… desidero anzitutto ricordare il mio amato predecessore papa Francesco, che in questo anno ha concluso la sua vita terrena. La sua voce profetica, il suo stile pastorale e il suo ricco magistero hanno segnato il cammino della Chiesa di questi anni, incoraggiandoci soprattutto a rimettere al centro la misericordia di Dio, a dare maggiore impulso all’evangelizzazione, ad essere Chiesa lieta e gioiosa, accogliente verso tutti, attenta ai più poveri. Proprio prendendo spunto dalla sua Esortazione apostolica ‘Evangelii gaudium’, vorrei ritornare su due aspetti fondamentali della vita della Chiesa: la missione e la comunione”.

Quindi ha ricordato che la Chiesa è missionaria: “La Chiesa è per sua natura estroversa, rivolta verso il mondo, missionaria. Essa ha ricevuto da Cristo il dono dello Spirito per portare a tutti la buona notizia dell’amore di Dio. Segno vivo di questo amore divino per l’umanità, la Chiesa esiste per invitare, chiamare, radunare al banchetto festoso che il Signore imbandisce per noi, perché ciascuno possa scoprirsi figlio amato, fratello del prossimo, uomo nuovo a immagine del Cristo e, perciò, testimone di verità, di giustizia e di pace”.

Ciò è ricordato nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ che “ci incoraggia a progredire nella trasformazione missionaria della Chiesa, che trova la sua inesauribile forza nel mandato di Cristo Risorto… Tale stato di missione deriva dal fatto che Dio stesso, per primo, si è messo in cammino verso di noi e, nel Cristo, ci è venuto a cercare. La missione ha inizio nel cuore della Santissima Trinità: Dio, infatti, ha consacrato e inviato il Figlio nel mondo perché ‘chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna’. Il primo grande ‘esodo’, dunque, è quello di Dio, che esce da sé stesso per venirci incontro. Il mistero del Natale ci annuncia proprio questo: la missione del Figlio consiste nella sua venuta nel mondo”.

Però la missione è legata alla comunione: “Allo stesso tempo, nella vita della Chiesa la missione è strettamente congiunta alla comunione. Il mistero del Natale, infatti, mentre celebra la missione del Figlio di Dio in mezzo a noi, ne contempla anche il fine: Dio ha riconciliato a sé il mondo per mezzo di Cristo e, in Lui, ci ha resi suoi figli.

Il Natale ci ricorda che Gesù è venuto a rivelarci il vero volto di Dio come Padre, perché potessimo diventare tutti suoi figli e quindi fratelli e sorelle tra di noi. L’amore del Padre, che Gesù incarna e manifesta nei suoi gesti di liberazione e nella sua predicazione, ci rende capaci, nello Spirito Santo, di essere segno di una nuova umanità, non più fondata sulla logica dell’egoismo e dell’individualismo, ma sull’amore vicendevole e sulla solidarietà reciproca”.

Quindi missione e comunione devono avere al centro della loro ‘azione’ Gesù: “Carissimi, la missione e la comunione sono possibili se rimettiamo Cristo al centro. Il Giubileo di questo anno ci ha ricordato che solo Lui è la speranza che non viene meno. E, proprio durante l’Anno Santo, importanti ricorrenze ci hanno fatto ricordare altri due eventi: il Concilio di Nicea, che ci riconduce alle radici della nostra fede, e il Concilio Vaticano II, che fissando lo sguardo su Cristo ha consolidato la Chiesa e l’ha sospinta incontro al mondo, in ascolto delle gioie e delle speranze, delle tristezze e delle angosce degli uomini di oggi”.

Concludendo i saluti il papa ha ricordato il 50^ anniversario dell’esortazione apostolica ‘Evangelii Nuntiandi’ di papa san Paolo VI: “Essa sottolinea, tra l’altro, due realtà che qui possiamo richiamare: il fatto che ‘tutta la Chiesa riceve la missione di evangelizzare, e l’opera di ciascuno è importante per il tutto’; e, allo stesso tempo, la convinzione che ‘la testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio in una comunione che nulla deve interrompere, ma ugualmente donata al prossimo con uno zelo senza limiti, è il primo mezzo di evangelizzazione’. Ricordiamo questo, anche nel nostro servizio curiale: l’opera di ciascuno è importante per il tutto, e la testimonianza di una vita cristiana, che si esprime nella comunione, è il primo e più grande servizio che possiamo offrire”.

(Foto: Santa Sede)

Un libro di Sergio Calistri sostiene le Tende di Natale AVSI

La chiesa sul fiume – Memorie perdute di un imperatore’ dà il titolo alla raccolta, scritta da Sergio Calistri, di tre testi narrativi ambientati in epoche distinte e ricostruisce in forma letteraria una spedizione immaginaria dell’imperatore Carlo Magno nella Val di Chienti, finalizzata al recupero di una reliquia attribuita all’apostolo Pietro; mentre il racconto ‘La croce e la coccarda – Storia di un amore difficile’, è ambientato nel contesto del sacco di Macerata del 1799, concentrandosi su due figure contrapposte per ideologia ma unite da un legame affettivo: Lucia, insorgente fedele alla tradizione religiosa, e Andrea, giacobino repubblicano. Infine il racconto ‘Non vuole che se ne parli’ intreccia memoria storica e resistenza civile, seguendo le vicende della famiglia ebraica Levi-Benvenisti durante le persecuzioni nazifasciste in Italia. Attraverso la rete clandestina costruita da Tullio Colsalvatico e dal parroco di Fiastra, il racconto narra fughe, nascondigli, documenti falsi, gesti di coraggio e scelte dolorose.

Il ricavato del libro sostiene la campagna di Natale 2025 delle ‘Tende di Natale’ di AVSI, che ha scelto come slogan ‘La pace è una via umile. Percorriamola insieme’: “Questa via non è affrontabile da soli: c’è bisogno di una compagnia di persone che, ciascuno a partire dalla sua identità, dalla sua creatività e dai suoi doni, possa dare vita giorno dopo giorno a gesti quotidiani in grado di edificare la pace. La definizione di pace come via umile, nel paragone con gesti ad alto impatto mediatico, potrebbe sembrare una fuga o una resa al silenzio.

Ma è proprio il contrario: questo titolo, come un farmaco a lento rilascio, costringe a fermarsi, invita a una riflessione continua, a rivedersi in azione, rimette al centro la responsabilità di ciascuno, e chiama tutti a incamminarsi in un percorso che inizia dal basso, dalla relazione semplice e ordinaria con chi abbiamo accanto, fino a raggiungere chi vive in contesti lontani. L’aggettivo umile, poi, richiama l’humus, la terra: è un invito ad appassionarsi sempre e di nuovo alla realtà, al quotidiano confronto con l’altro che incontriamo. Speriamo di ritrovarci in tanti a camminare per questa via”.

All’autore Sergio Calistri, responsabile della sezione maceratese di Avsi, chiediamo di raccontare l’idea di scrivere un libro intitolato ‘La Chiesa sul fiume’: “L’idea è nata da una suggestione che viene dagli studi di don Carnevale che ha ipotizzato la presenza di Carlo Magno nella Valle del Chienti. La chiesa di San Claudio al Chienti, con una architettura che richiama quella di una cappella palatina, mi è sembrata il luogo ideale per ambientare una narrazione che unisse la ricerca di un fondamento spirituale e politico. Da lì è nato il desiderio di raccontare una spedizione immaginaria dell’imperatore, alla ricerca di una reliquia attribuita all’apostolo Pietro, che potesse legittimare il Sacro Romano Impero”.

La Chiesa sul fiume prende spunto dalla storia di una presenza (presunta o vera?) di Carlo Magno nella Valle del Chienti: quanto c’è di vero?

“Per me è difficile dirlo: la presenza di Carlo Magno nella Valle del Chienti non è documentata ufficialmente, ma gli studi del prof. Carnevale e di altri che hanno preso il testimone suggeriscono un passaggio o un interesse dell’imperatore per questa zona. Il racconto è una ricostruzione letteraria, ma si basa su elementi storici plausibili: la chiesa di San Claudio, la figura del monaco Ratperto, la simbologia petrina, e la necessità di Carlo di trovare un fondamento spirituale per il suo impero”.

C’è un legame tra le tre storie narrate nel libro?

Credo che il legame sia la resistenza silenziosa e il coraggio civile. Che si tratti di Carlo Magno, di Lucia e Andrea durante il sacco di Macerata, o di Tullio Colsalvatico che salva famiglie ebree, tutti i protagonisti compiono scelte difficili, spesso nel silenzio, guidati da una fede profonda o da un senso di giustizia. Le tre storie si svolgono in epoche diverse, ma condividono la tensione tra potere e coscienza, tra storia ufficiale e memoria nascosta”.

Eppoi una storia ambientata durante il ‘sacco di Macerata’ nel 1799: quanto unisce il legame affettivo?

“Il legame affettivo è il cuore della storia che mostra una via d’uscita tra le contrapposizioni ideologiche. Lucia e Andrea, pur divisi da ideologie opposte (lei insorgente, lui giacobino) trovano nell’amore una via di riconciliazione. Il loro rapporto diventa simbolo di una città ferita che cerca di ritrovare se stessa. Anche p. Felice Rosetani, che muore per salvare Lucia, incarna una forma di amore che si fa azione, sacrificio, testimonianza”.

Ed infine la storia di Tullio Colsalvatico: perché ancora non se ne parla abbastanza?

“Tullio Colsalvatico ha scelto il silenzio. Ha salvato decine di vite durante le persecuzioni nazifasciste, ma non ha mai cercato riconoscimenti. Solo nel 2009 è stato dichiarato Giusto tra le Nazioni e il suo nome è scritto nel museo dell’olocausto a Gerusalemme, lo Yad Vashem. Come recita il titolo della campagna Tende di AVSI, la pace è una via umile. Comunque, per me, raccontare la sua storia è stato un invito a riscoprire il valore della discrezione e della responsabilità personale”.

Il ricavato del libro è destinato alle Tende di Natale di AVSI: perché la pace è una via umile?

“Come ci insegna Tullio Colsalvatico la pace non si impone, si costruisce. E’ fatta di gesti piccoli, di ascolto, di accoglienza. Le Tende di AVSI incarnano questa umiltà: aiutano in silenzio chi è in difficoltà, senza distinzioni, con rispetto e concretezza. Destinare il ricavato del libro a questa iniziativa è un modo per dare continuità alle storie narrate, che parlano tutte di pace cercata, costruita, custodita”.

In quale modo è possibile percorrerla insieme?

“Secondo me le manifestazioni con bandiere, striscioni, slogan e spesso violenze non costruiscono la pace, a volte la ostacolano. La via della costruzione della pace è quella indicata da Colsalvatico: una costruzione silenziosa. Oggi esistono innumerevoli associazioni di volontariato che costruiscono la pace in silenzio: persone che dedicano tempo, energie e denaro animati da un desiderio di bene e di pace. Penso a tutto il volontariato cattolico di cui faccio parte, ma anche a quelle associazioni laiche che operano senza clamore nella costruzione dell’accoglienza e della solidarietà”.

Lo ‘slogan’ nasce da una frase che papa Leone XIV ha detto nello scorso giugno ai vescovi italiani (‘la pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa’): per quale motivo AVSI ha ‘scelto’ questa frase?

“AVSI lavora sul terreno, con gesti quotidiani, intessuti di pazienza e, per molti colleghi attivi in luoghi remoti e pericolosi, di coraggio; la nostra azione inizia dall’ascolto dei bisogni degli ultimi e dei più vulnerabili, e si costruisce a partire da una presenza costante accanto alle persone e alle comunità, da una relazione coltivata con vigilanza e attenzione per la dignità di ciascuno. Per questo i progetti e gli interventi di AVSI e di chi li rende possibili con il suo sostegno, sono realmente azioni di pace: azioni umili di costruttori di pace”.

(Tratto da Aci Stampa)

Il presepe icona della ‘famiglia’

Vicini ormai al Natale, protagonisti nel vangelo appaiono Maria e Giuseppe: la nuova famiglia istituita con la benedizione del cielo. Maria, l’Immacolata, la promessa sposa a Giuseppe, è ormai alla vigilia del matrimonio; Giuseppe, definito “uomo giusto”, della stirpe di David, assai religioso, ha contratto la promessa di matrimonio. L’una e l’altro conducono la propria vita e si preparano al nuovo ruolo della famiglia.

Maria, visitata dall’Angelo, ha detto il suo ‘sì’ al progetto divino: un mistero singolare e veramente unico, che tiene nel suo cuore ma che presto non potrà nascondere né a Giuseppe, né alla società in mezzo alla quale vive: è il progetto divino della redenzione; è la imminente nascita di Gesù, vero Dio e vero uomo: il mistero teologico assai eclatante perché il Bambino che dovrà nascere è l’Emmanuele, il Dio con noi, Dio che assume in sé la natura umana per riscattare la dignità dell’uomo, e Maria è la madre del Figlio di Dio.
Giuseppe è l’uomo giusto che, a norma del diritto ebraico, come sposo di Maria, viene a collocare Gesù nel popolo d’Israele, nella discendenza di David, destinatario della promessa divina.

Giuseppe sconosce il progetto divino che si sta attuando in Maria, sua legittima sposa, mentre questa porta già in sé i segni evidenti della sua maternità: era incinta per opera dello Spirito Santo, aveva detto il suo ‘sì’ all’Angelo, messaggero divino; il Figlio di Dio nel suo grembo aveva assunto la natura umana, mentre Lei, la Vergine Maria, era promessa sposa a Giuseppe: tale mistero manifestava solo l’amore, la sapienza e la potenza di Dio in favore dell’umanità ferita dl peccato.

Giuseppe vive così il momento più drammatico della sua vita: la moglie aspetta un Bimbo: è serena ma Lui, Giuseppe, non è il padre; una situazione la cui soluzione richiedeva a Giuseppe di mettersi da parte. In Giuseppe non c’è certamente quel giustizialismo imposto dalla legge, cioè denunciare il fatto di non essere il padre del Bambino con tutte le conseguenze legali; Giuseppe non dubita delle virtù di Maria, ma neppure dell’evidente ormai chiara maternità. Giuseppe è uomo giusto, fedele alla legge di Dio, disponibile sempre a fare la volontà di Dio.

Entra così nel mistero dell’incarnazione, dopo che un Angelo lo rassicura: Giuseppe, figlio di David, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, tutto è opera divina. Giuseppe, abbandonato il pensiero di ripudiare in segreto Maria, la prende con sé perché i suoi occhi vedono in Lei l’opera divina. Trionfa così la giustizia perché Giuseppe si mette nelle mani di Dio e solo da Lui aspetta che gli venga indicata la via da intraprendere. Nella vita bisogna leggere e capire i segni dei tempi, veri Messaggi celesti.

Dio, come era intervenuto in Maria, che fu annunziata dall’Angelo, così interviene con Giuseppe, destinato ad essere il padre putativo di Cristo Gesù: ‘Non temere di prendere con te, Maria, tua sposa, tutto è opera divina’; il Bambino, che dovrà nascere, lo chiamerai Gesù, l’Emmanuele, è il Dio con noi. Nel cammino dell’Avvento, in questa quarta domenica, la liturgia ci invita a contemplare l’ingresso di Gesù nel mondo mentre si inserisce in una famiglia umana. La famiglia è la realtà mirabile istituita da Dio sin dalla creazione quando Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo’.

Dopo il peccato originale era iniziata la grande attesa dovuta alla promessa divina: ‘Metterò inimicizia tra te e la donna, tra il seme tuo e il seme di lei’. Tutto l’Antico testamento costituisce e fa vivere la promessa di Dio che si concluderà a Betlemme, in una grotta dove nasce l’atteso bambino. Nella notte dei tempi è necessario lasciarsi sorprendere ed illuminare da questo atto divino, che è singolare ed inaspettato.
Alla vigilia quasi del Natale, questo quarta tappa ci porta alla valorizzazione della famiglia, realtà sacra ed essenziale per la vita della coppia.

E Gesù nascendo volle nascere in una famiglia per offrire a tutte le coppie l’icona perfetta da imitare. Gesù sceglie di nascere in una famiglia dove non ci sono tutte le comodità ma c’è amore, c’è fede profonda, c’è abbandono sincero e fiducioso nelle mani di Dio. Una famiglia dove Dio parla con i suoi segni, con il suo linguaggio di amore responsabilizzando ciascuno dei coniugi.

Gesù santifica così la famiglia e la eleva a sacramento, segno visibile della sua presenza. In essa non è il giustizialismo o il sensualismo che debbono dominare ma l’amore e il rispetto reciproco perché entrambi: uomo e donna, sono creati ad immagine di Dio e redenti da Cristo Gesù. Un amore dove ogni attrito o conflitto debbono essere superati con il dialogo sincero, l’amore profondo, la ricerca l’uno del bene dell’altro. Amore infatti non è ricevere ma dare, fare felice l’altro in nome di Dio, che è Amore. Guardate il presepe, amici carissimi, e fate della famiglia una Chiesa domestica. Allora e solo allora è Natale: Festa della famiglia, festa dell’amore.

A Roma la benedizione dei Bambinelli

Mentre la città si riempie di luci e vetrine scintillanti gli oratori di Roma si preparano al S. Natale vivendo l’Avvento insieme a bambini e ragazzi e realizzando presepi in tante attività diverse e significative per portare questo segno della festa in tutte le case. Per sottolineare la centralità della presenza di Gesù Bambino nelle prossime festività torna domenica 21 dicembre anche la tradizionale Benedizione dei Bambinelli in Piazza San Pietro, per la prima volta con la presenza e la preghiera di Papa Leone XIV che, a conclusione dell’Angelus, benedirà le statuine di Gesù che gli oratori, le famiglie, bambini e ragazzi ma anche moltissimi fedeli porteranno in piazza per vivere un intenso momento di preghiera, di comunione ecclesiale e di festa.

Un appuntamento che proprio dal 21 dicembre 1969 con Papa Paolo VI accompagna il percorso di preparazione al S. Natale della Diocesi di Roma sottolineando l’importanza del Gesù Bambino nell’esperienza educativa degli oratori.

Quest’anno il tema dell’appuntamento sarà ‘Un Tesoro di Luce fra le Mani’ scelto dal Centro Oratori Romani per sottolineare l’importanza di riconoscere in Gesù Bambino il tesoro più bello della vita della comunità cristiana. A tutti, bambini, ragazzi, adolescenti, ma anche catechisti, animatori, genitori in oratorio viene chiesto di fare spazio a Lui nel proprio cuore. Tutte le info per partecipare all’evento sono disponibili sul sito del COR (https://www.centrooratoriromani.org/).

In questa occasione Piazza san Pietro per qualche ora diventerà un grande oratorio a cielo aperto dove tutti potranno partecipare a canti natalizi, giochi ed animazione per vivere insieme una tipica mattinata di festa dopo aver partecipato alla S. Messa nella propria parrocchia o nelle chiese nelle vicinanze della Basilica. Dalle 10.30 catechisti ed animatori del COR accoglieranno centinaia di bambini e ragazzi proponendo attività e piccoli giochi per prepararsi alla preghiera dell’Angelus e alla benedizione da parte del Pontefice. La piazza si riempirà di canti natalizi animati dai giovani dell’associazione che inviteranno tutti i presenti ad unirsi alla gioia, mentre si attenderà che Papa Leone si affacci alla consueta finestra del Palazzo Apostolico.

La Benedizione dei Bambinelli è promossa e organizzata dal Centro Oratori Romani, associazione di fedeli fondata nel 1945 dal Venerabile Arnaldo Canepa per la diffusione e la promozione della pastorale oratoriana a Roma.  Questa tradizione si è diffusa moltissimo negli ultimi anni in Italia e all’estero (Stati Uniti, Filippine, Inghilterra, Irlanda, Sud America e molti altri) coinvolgendo centinaia di comunità e di Diocesi dove Vescovi e sacerdoti hanno scelto di dedicare una domenica di Avvento all’appuntamento con le statuine di Gesù Bambino e all’accoglienza di famiglie, animatori e religiosi della Chiesa locale.

“Al termine di un anno di grazia come quello del Giubileo appena vissuto torniamo ancora in Piazza San Pietro” sottolinea il Presidente del COR, Stefano Pichierri. “Quest’anno, proprio qui, abbiamo vissuto momenti di gioia, di condivisione, ma anche di tristezza per la perdita di Papa Francesco, e poi di attesa e di speranza per il nuovo Papa. Abbiamo celebrato il Giubileo e proclamato nuovi giovani Santi. Ora la Stella ci guida dinnanzi alla Grotta, per adorare il Dio Bambino. Attendiamo trepidanti le parole di Papa Leone XIV, che ha già dato prova della sua attenzione ed affezione alla Diocesi di Roma. I bambini di Roma vogliono vivere e, al tempo stesso, mostrare a tutti il vero volto del Natale”.

Grande successo per il Concerto di Natale della Fondazione Bambino Gesù del Cairo

Giovedì 11 dicembre il Concerto di Natale della Fondazione Bambino Gesù del Cairo ETS ha incantato oltre 700 partecipanti al Santuario di Santa Maria delle Grazie al Trionfale, presieduto da mons. Yoannis Lahzi Gaid, già segretario di papa Francesco.

L’evento ha unito musica, arte e valori di solidarietà e fratellanza, segnando la prima edizione dopo la trasformazione dell’Associazione in Fondazione. Nata nel 2020 dal Documento sulla Fratellanza Umana firmato da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmed Al-Tayeb, la Fondazione incarna il testamento spirituale del Pontefice, con missione di tutelare i più vulnerabili attraverso trasparenza e gratuità.

La Banda Musicale dei Vigili del Fuoco, diretta dal Maestro Donato Di Martile, ha eseguito un repertorio magistrale, impreziosito dalle voci del soprano Minji Kang e del tenore Luca Vissani. La conduzione di Claudia Conte ha alternato momenti musicali a interventi istituzionali. L’Onorevole Emanuele Prisco, Sottosegretario al Ministero dell’Interno, ha elogiato il ruolo concreto della Fondazione come modello non profit.

Il Prefetto Pierluigi Faloni, Consigliere di Presidenza, ha sottolineato la serietà della trasformazione in Fondazione per promuovere fratellanza e diritti umani. Mons. Gaid ha ispirato il pubblico ricordando il potere del dono: nel 2024, 35.000 pasti distribuiti e cure per oltre 10.000 bambini vulnerabili. Ha lanciato un appello per la ‘Casa della Speranza’, rifugio per donne vittime di violenza e i loro figli.

Interventi di cardinali Marcello Semeraro, Angelo Becciu e Domenico Calcagno hanno lodato l’impegno umanitario, auspicando ulteriori traguardi. Tra i presenti: mons. Antonio Raimondo Fois; ambasciatori di Lega Araba, Azerbaigian, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Palestina e Honduras; Lorenza Bonaccorsi in rappresentanza del sindaco Gualtieri.

Progetti chiave: Orfanotrofio ‘Oasi della Pietà’ con scuola di cucina (gestita da Francesco Mazzei); Ospedale ‘Bambino Gesù del Cairo’ in partnership con l’Ospedale Pediatrico di Roma; Rete Solidale ‘Fratello’ (35.000 pasti nel 2024); Cliniche Mobili ‘Salus’ con Policlinico Gemelli; Casa della Speranza in Italia per supporto a vittime di violenza.

La Fondazione ringrazia Istituzioni, Autorità, Soci e partecipanti per un evento che ha sensibilizzato su solidarietà e inclusione, confermando il suo ruolo etico e culturale.

Papa Leone XIV: un cuore inquieto trova riposo in Dio

“Saluto, infine, i malati, gli sposi novelli e i giovani, specialmente gli studenti dell’Istituto Cicerone di Sala Consilina e quelli dell’Istituto Capriotti di San Benedetto del Tronto. Tra non molti giorni sarà Natale e immagino che nelle vostre case si stia ultimando o è già ultimato l’allestimento del presepe, suggestiva rappresentazione del Mistero della Natività di Cristo. Auspico che un elemento così importante, non solo della nostra fede, ma anche della cultura e dell’arte cristiana, continui a far parte del Natale per ricordare Gesù che, facendosi uomo, è venuto ad abitare in mezzo a noi”: al termine dell’udienza generale odierna papa Leone XIV ha salutato i giovani incoraggiandoli a ‘fare’ il presepio, che è elemento importante non solo della fede, ma anche della cultura.

Mentre prima della catechesi si era trattenuto in dialogo con alcuni malati nell’aula Paolo VI: “In questa giornata volevamo difendervi un po’ dagli elementi, dal freddo soprattutto… Non sta piovendo, però così forse state un po’ più comodi. Dopo potrete seguire l’Udienza sullo schermo, o se volete potete anche uscire, però approfittiamo di questo piccolo incontro un po’ più personale, così, per salutarvi, per offrirvi la benedizione del Signore, e anche un augurio. Siamo già vicino alla festa di Natale e vogliamo chiedere al Signore che la gioia di questo tempo di Natale vi accompagni tutti: le vostre famiglie, i vostri cari, e che siate sempre nelle mani del Signore con la fiducia, con l’amore che solo Dio ci può dare”.

Mentre la catechesi dell’udienza generale ha affrontato il tema della Pasqua come luogo sicuro per il riposo del cuore: “La vita umana è caratterizzata da un movimento costante che ci spinge a fare, ad agire. Oggi si richiede ovunque rapidità nel conseguire risultati ottimali negli ambiti più svariati. In che modo la risurrezione di Gesù illumina questo tratto della nostra esperienza? Quando parteciperemo alla sua vittoria sulla morte, ci riposeremo? La fede ci dice: sì, riposeremo. Non saremo inattivi, ma entreremo nel riposo di Dio, che è pace e gioia. Ebbene, dobbiamo solo aspettare, o questo ci può cambiare fin da ora?”

Di fronte a tali domande il papa ha incentrato la catechesi sul cuore: “Siamo assorbiti da tante attività che non sempre ci rendono soddisfatti. Molte delle nostre azioni hanno a che fare con cose pratiche, concrete. Dobbiamo assumerci la responsabilità di tanti impegni, risolvere problemi, affrontare fatiche. Anche Gesù si è coinvolto con le persone e con la vita, non risparmiandosi, anzi donandosi fino alla fine.

Eppure, percepiamo spesso quanto il troppo fare, invece di darci pienezza, diventi un vortice che ci stordisce, ci toglie serenità, ci impedisce di vivere al meglio ciò che è davvero importante per la nostra vita. Ci sentiamo allora stanchi, insoddisfatti: il tempo pare disperdersi in mille cose pratiche che però non risolvono il significato ultimo della nostra esistenza. A volte, alla fine di giornate piene di attività, ci sentiamo vuoti. Perché? Perché noi non siamo macchine, abbiamo un ‘cuore’, anzi, possiamo dire, siamo un cuore”.

Il cuore è fondamentale per ‘conservare’ un tesoro: “Il cuore è il simbolo di tutta la nostra umanità, sintesi di pensieri, sentimenti e desideri, il centro invisibile delle nostre persone. L’evangelista Matteo ci invita a riflettere sull’importanza del cuore, nel riportare questa bellissima frase di Gesù: ‘Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore’. E’ dunque nel cuore che si conserva il vero tesoro, non nelle casseforti della terra, non nei grandi investimenti finanziari, mai come oggi impazziti e ingiustamente concentrati, idolatrati al sanguinoso prezzo di milioni di vite umane e della devastazione della creazione di Dio”.

Ed a tale proposito ecco la citazione di sant’Agostino, che è il maestro del cuore: “E’ importante riflettere su questi aspetti, perché nei numerosi impegni che di continuo affrontiamo, sempre più affiora il rischio della dispersione, talvolta della disperazione, della mancanza di significato, persino in persone apparentemente di successo. Invece, leggere la vita nel segno della Pasqua, guardarla con Gesù Risorto, significa trovare l’accesso all’essenza della persona umana, al nostro cuore: cor inquietum. Con questo aggettivo ‘inquieto’, Sant’Agostino ci fa comprendere lo slancio dell’essere umano proteso al suo pieno compimento”.

Infatti il cuore è inquieto finché non giunge alla meta: “L’inquietudine è il segno che il nostro cuore non si muove a caso, in modo disordinato, senza un fine o una meta, ma è orientato alla sua destinazione ultima, quella del ‘ritorno a casa’. E l’approdo autentico del cuore non consiste nel possesso dei beni di questo mondo, ma nel conseguire ciò che può colmarlo pienamente, ovvero l’amore di Dio, o meglio, Dio Amore”.

Però per acquietare il cuore esiste la medicina dell’amore: “Questo tesoro, però, lo si trova solo amando il prossimo che si incontra lungo il cammino: i fratelli e le sorelle in carne e ossa, la cui presenza sollecita e interroga il nostro cuore, chiamandolo ad aprirsi e a donarsi. Il prossimo ti chiede di rallentare, di guardarlo negli occhi, a volte di cambiare programma, forse anche di cambiare direzione”.

Quindi è un invito a ‘tornare’ a Dio: “Carissimi, ecco il segreto del movimento del cuore umano: tornare alla sorgente del suo essere, godere della gioia che non viene meno, che non delude. Nessuno può vivere senza un significato che vada oltre il contingente, oltre ciò che passa. Il cuore umano non può vivere senza sperare, senza sapere di essere fatto per la pienezza, non per la mancanza”.

Solo in Dio il cuore non trova alcuna delusione: “Gesù Cristo, con la sua Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione ha dato fondamento solido a questa speranza. Il cuore inquieto non sarà deluso, se entra nel dinamismo dell’amore per cui è creato. L’approdo è certo, la vita ha vinto e in Cristo continuerà a vincere in ogni morte del quotidiano. Questa è la speranza cristiana: benediciamo e ringraziamo sempre il Signore che ce l’ha donata!”

(Foto: Santa Sede)

A Cavoretto ritorna il presepe

Il Presepe si trova sulla via che da piazza Freguglia (la piazzetta di Cavoretto) porta alla chiesa, ed è visibile dalla strada: si allunga, infatti, per circa 50 metri sul fianco della collina. Visibile fino all’11 gennaio 2026, è stato realizzato da alcuni abitanti di Cavoretto e della parrocchia di San Pietro in Vincoli, con il contributo dei bambini dell’asilo “Morelli”, dei ragazzi dell’oratorio e con la collaborazione dei commercianti e associazioni del borgo.

I personaggi che lo compongono sono oltre sessanta, hanno grandezza naturale e sono abbigliati con stoffe che vogliono ricordare gli abiti dei pastori dell’epoca. Il Presepe è illuminato dalle ore 16.30 alle ore 22.00 mentre una musica di sottofondo è attiva dalle ore 8.00.

Si segnala in particolare che tutti i giorni, dalle ore 18.30 alle ore 21.30, ogni ora, si potrà assistere ad una rappresentazione scenica ‘suoni e luci’ della durata di 20 minuti intitolata “La carezza di Dio”. Attraverso l’ascolto registrato di alcuni brani biblici, letti dall’attore Roberto Accornero e da Letizia Colombo e accompagnati dalle musiche originali di ‘Camera Sambô’ viene raccontato il Natale e la vita di Gesù. I personaggi, infatti, diventano i protagonisti di alcuni miracoli e parabole. Anche una croce è presente nel presepe, a ricordare la morte e la resurrezione.

Quest’anno, grazie alla disponibilità di alcuni commercianti, il presepe è diffuso. In piazza Freguglia, infatti, oltre ai Re Magi, si trovano alcune installazioni composte da quattro personaggi, accompagnati dalle tele dipinte da Enrica Campi raffiguranti scene della vita di Gesù. L’artista ha realizzato i pannelli con la tecnica dell’acrilico su tela ispirandosi ai personaggi del presepe, come i vasi del vasaio, o il pozzo della Samaritana.

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