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Con la resurrezione papa Leone XIV invita a dare vita ad un mondo nuovo

“Così, cari fratelli e sorelle, il diacono, all’inizio di questa celebrazione, ha inneggiato alla luce di Cristo Risorto, simboleggiata nel Cero pasquale. Da quest’unico Cero tutti abbiamo acceso i nostri lumi e, ciascuno portando una fiammella attinta allo stesso fuoco, abbiamo illuminato questa grande basilica. E’ il segno della luce pasquale, che ci unisce nella Chiesa come lampade per il mondo. All’annuncio del diacono abbiamo risposto ‘amen’, affermando il nostro impegno ad abbracciare questa missione, e tra poco ripeteremo il nostro ‘sì’ rinnovando le Promesse battesimali”: riprendendo il preconio pasquale papa Leone XIV ha presieduto la veglia pasquale con l’invito a non avere paura di rimuovere le pietre che ci chiudono nei sepolcri e che sembrano inamovibili.

Una veglia che è memoriale: “Questa, carissimi, è una Veglia piena di luce, la più antica della tradizione cristiana, detta ‘madre di tutte le veglie’. In essa riviviamo il memoriale della vittoria del Signore della vita sulla morte e sugli inferi. Lo facciamo dopo aver percorso, nei giorni scorsi, come in un’unica grande celebrazione, i misteri della Passione del Dio fatto per noi ‘uomo dei dolori’, ‘disprezzato e reietto dagli uomini’, torturato e crocifisso”.

Ma Dio non abbandona le sue creature: “C’è una carità più grande? Una gratuità più totale? Il Risorto è lo stesso Creatore dell’universo che, come ai primordi della storia dal nulla ci ha dato l’esistenza, così sulla croce, per mostrarci il suo amore senza limiti, ci ha donato la vita.

Ed anche quando, con il peccato, l’uomo non ha corrisposto a tale progetto, il Signore non l’ha abbandonato, ma gli ha rivelato in modo ancora più sorprendente, nel perdono, il suo volto misericordioso. Il ‘santo mistero di questa notte’, allora, affonda le sue radici anche là dove si è consumato il primo fallimento dell’umanità, e si stende lungo i secoli come cammino di riconciliazione e di grazia”.

Questo è il senso delle letture di questa veglia: “In tutti questi momenti della storia della salvezza abbiamo visto come Dio, alla durezza del peccato che divide e uccide, risponde con la potenza dell’amore che unisce e ridona vita. Li abbiamo rievocati insieme, intercalandone il racconto con salmi e preghiere, per ricordarci che, per la Pasqua di Cristo,.. consacrati nel Battesimo all’amore del Padre, uniti nella comunione dei santi, fatti per grazia pietre vive per la costruzione del suo Regno”.

La Pasqua è la vittoria sul peccato: “Questo è il peccato: una barriera pesantissima che ci chiude e ci separa da Dio, cercando di far morire in noi le sue Parole di speranza. Maria di Magdala e l’altra Maria, però, non se ne sono lasciate intimidire. Sono andate al sepolcro e, grazie alla loro fede e al loro amore, sono state le prime testimoni della Risurrezione.

Nel terremoto e nell’angelo, seduto sul masso ribaltato, hanno visto la potenza dell’amore di Dio, più forte di qualsiasi forza del male, capace di ‘dissipare l’odio’ e di ‘piegare la durezza dei potenti’. L’uomo può uccidere il corpo, ma la vita del Dio dell’amore è vita eterna, che va oltre la morte e che nessun sepolcro può imprigionare”.

Ed anche oggi ci sono ‘sepolcri da aprire’: “Sorelle, fratelli, non mancano anche ai nostri giorni sepolcri da aprire, e spesso le pietre che li chiudono sono così pesanti e ben vigilate da sembrare inamovibili. Alcune opprimono l’uomo nel cuore, come la sfiducia, la paura, l’egoismo, il rancore; altre, conseguenza di quelle interiori, spezzano i legami tra noi, come la guerra, l’ingiustizia, la chiusura tra popoli e nazioni. Non lasciamocene paralizzare!”

E’ un invito rivolto a noi: “Tanti uomini e donne, nel corso dei secoli, con l’aiuto di Dio, le hanno rotolate via, magari con molta fatica, a volte a costo della vita, ma con frutti di bene di cui ancora oggi beneficiamo… Lasciamoci muovere dal loro esempio e in questa Notte santa facciamo nostro il loro impegno, perché ovunque e sempre, nel mondo, crescano e fioriscano i doni pasquali della concordia e della pace”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: il cristiano sia sale e luce del mondo

“Con dolore e preoccupazione ho appreso dei recenti attacchi contro varie comunità in Nigeria, che hanno causato gravi perdite di vite umane. Esprimo la mia vicinanza orante a tutte le vittime della violenza e del terrorismo. Auspico che le Autorità competenti continuino ad adoperarsi con determinazione per garantire la sicurezza e la tutela della vita di ogni cittadino”: al termine della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha invitato a pregare per la pace, ricordando le violenze subite dai cristiani in Nigeria.

Inoltre ha ringraziato coloro che si impegnano per la dignità delle persone tratte in schiavitù nel giorno della memoria di santa Giuseppina Bakhita: “Oggi, memoria di santa Giuseppina Bakhita, si celebra la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. Ringrazio le religiose e tutti coloro che si impegnano per contrastare ed eliminare le attuali forme di schiavitù. Insieme a loro dico: la pace comincia con la dignità!”

E prima della recita dell’Angelus domenicale il papa ha sottolineato la necessità di essere ‘sale’ per dare sapore, dopo aver proclamato beato chi mette in pratica azioni in grado di trasformare il mondo: “E’ infatti la gioia vera a dare un sapore alla vita e a far venire alla luce ciò che prima non era. Questa gioia sprigiona da uno stile di vita, da un modo di abitare la terra e di vivere insieme che va desiderato e scelto.

E’ la vita che risplende in Gesù, il sapore nuovo dei suoi gesti e delle sue parole. Dopo che lo si è incontrato, sembra insipido e opaco ciò che si allontana dalla sua povertà di spirito, dalla sua mitezza e semplicità di cuore, dalla sua fame e sete di giustizia, che attivano misericordia e pace come dinamiche di trasformazione e di riconciliazione”.

Riprendendo il vangelo delle beatitudini il papa ha sottolineato che occorre gesti concreti per essere sale e luce: “Il profeta Isaia elenca gesti concreti che interrompono l’ingiustizia: dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire chi vediamo nudo, senza trascurare i vicini e le persone di casa… Da una parte la luce, quella che non si può nascondere, perché è grande come il sole che ogni mattina scaccia le tenebre; dall’altra una ferita, che prima bruciava e ora guarisce”.

Essere sale e luce significa non rinunciare alla gioia: “E’ doloroso, infatti, perdere sapore e rinunciare alla gioia; eppure, è possibile avere questa ferita nel cuore. Gesù sembra mettere in guardia chi lo ascolta, perché non rinunci alla gioia… Quante persone (forse è capitato anche noi) si sentono da buttare, sbagliate. E’ come se la loro luce sia stata nascosta. Gesù, però, ci annuncia un Dio che mai ci getterà via, un Padre che custodisce il nostro nome, la nostra unicità. Ogni ferita, anche profonda, guarirà accogliendo la parola delle Beatitudini e rimettendoci a camminare sulla via del Vangelo”.

Sono i gesti che danno gioia, anche se vanno in controtendenza: “Sono infatti gesti di apertura agli altri e di attenzione, quelli che riaccendono la gioia. Certo, nella loro semplicità ci pongono controcorrente. Gesù stesso fu tentato, nel deserto, da altre strade: far valere la sua identità, esibirla, avere il mondo ai propri piedi. Respinse, però, le vie in cui si sarebbe perso il suo vero sapore, quello che ritroviamo ogni domenica nel Pane spezzato: la vita donata, l’amore che non fa rumore”.

Però tutto ciò va compiuto senza esibizionismo: “Fratelli e sorelle, lasciamoci alimentare e lasciamoci illuminare dalla comunione con Gesù. Senza alcuna esibizione saremo allora come una città sul monte, non solo visibile, ma anche invitante e accogliente: la città di Dio in cui tutti, in fondo, desiderano abitare e trovare pace”.

Prima della recita dell’Angelus, come era successo in precedenza, il papa ha ringraziato il personale, con i familiari, preposto ai servizi della floreria e dell’edilizia: “Come dirigenti, impiegati e maestranze di questi due settori operativi della Città del Vaticano, avete dimostrato grande passione per i vostri incarichi, soprattutto durante l’Anno giubilare da poco concluso. Anche grazie al vostro comune impegno, milioni di pellegrini hanno potuto vivere con ordine e serenità il passaggio della Porta Santa, partecipando fruttuosamente alle celebrazioni liturgiche, alle udienze e agli altri eventi”.

Riconoscenza come sprone per rendere più belli ed accoglienti gli spazi vaticani: “La riconoscenza, che di cuore vi esprimo, diventa sprone per i progetti futuri, che riguardano sia il costante aggiornamento dei servizi tecnici e logistici, sia l’attenta cura degli ambienti vaticani, soprattutto degli spazi dedicati alla preghiera e agli incontri con il papa.

Il decoro delle aree e la sicurezza delle strutture trovano infatti il loro senso più alto nel sostegno dato alla devozione dei fedeli e all’opera pastorale della Chiesa. In particolare, la Basilica di San Pietro è luogo sacro che chiede di essere custodito anzitutto come tempio di contemplazione, raccoglimento e meraviglia spirituale. La Piazza antistante, che abbraccia il mondo con il suo stupendo colonnato, è il ‘biglietto da visita’, come si suol dire, della nostra accoglienza verso tutti”.

Ed anche questi lavori sono opera missionaria: “Carissimi, l’opera che svolgete ogni giorno rappresenta certamente un servizio discreto e prezioso per la missione apostolica del papa. Si inserisce infatti nella complessa attività del Governatorato e della Direzione per le infrastrutture e i servizi, che lodo per la solerte gestione di molte incombenze all’interno dello Stato vaticano.

Ciascuno per la propria parte, soprattutto nei momenti di prova, ricordiamo di essere membra di un unico organismo, che ha per fine la testimonianza del Vangelo secondo il comando del Signore, Pastore buono e Capo della Chiesa”.

(Foto: Santa Sede)

V Domenica del tempo ordinario: voi siete la luce del mondo

E’ un avvertimento che ci proviene da Cristo Gesù: ‘Voi siete luce del mondo; voi siete sale della terra’. Il brano del vangelo si collega al ‘Discorso della Montagna’ o delle beatitudini: Gesù non solo parla a noi, ma parla di noi : quella che deve essere la missione del cristiano, il suo ruolo nel mondo. Gesù è luce del mondo: una luce infinita, inaccessibile; ma questa luce, quando arriva a noi, come in un prisma di cristallo, viene scomposta in varie tonalità di colori, creando la bellezza dell’universo, la varietà dei suoi elementi  tutti buoni perché attingono all’infinita luce divina, che dà senso e valore alla miriade degli esseri.

Non è un elemento che imita l’altro, ma tutti attingiamo all’Essere divino, alla somma Sapienza e al primo Amore. Da qui l’universo chiamato ad essere un magnifico caleidoscopico. Gesù dice categoricamente: voi siete il sale, voi siete la luce. E’ una affermazione categorica che evidenzia la vera identità del cristiano. Se siamo ‘sale’, riusciamo a dare  ai vari elementi del cosmo il sapore di Cristo?; ci sforziamo di testimoniare con la nostra vita in mezzo ai fratelli la bontà misericordiosa di Cristo creatore e padre? Il cristianesimo è amore: come cristiani, ciascuno facendo leva sui carismi e talenti ricevuti, è chiamato a testimoniare l’amore di Dio in casa, nel lavoro, nell’assemblea del popolo di Dio.

E’ il momento di un serio esame di coscienza, altrimenti vanifichiamo la nostra missione nel mondo. Essere ‘sale’: il sale dà il sapore (senza sale il cibo è scipito); il comportamento di chi crede deve essere consone con il ruolo che ciascuno è chiamato a svolgere. E’ un esame non generico ma specifico; va fatto da persona a persona: tu, uomo politico, tu industriale, tu operaio, tu docente, tu sacerdote , tu padre o madre, tu figlio o figlia; Se riscontri una falla, è necessario intervenire e riparare. Diceva l’apostolo Paolo: ‘Bisogna ritenere di non sapere altro se non Cristo crocifisso e risorto’.

Tu sei ‘luce del mondo’: non si accende una luce per metterla sotto il banco ma in un posto alto per illuminare quanti si avvicinano. Quando si battezza una persona si accende il ‘cerone pasquale’ ad indicare Cristo Gesù che è Luce; il cristiano deve camminare alla luce di Cristo. Dio ci ha conferito due lucerne: la coscienza e la fede. La coscienza è la voce di Dio in noi che ci loda, se si compie il bene, ci richiama (il rimorso della coscienza) quando operiamo il male.

Tutti siamo chiamati a vivere conforme alla nostra coscienza: quella voce che richiama Caino, dopo avere ucciso il fratello Abele. Caino fugge, ma la voce si fa sempre più impellente: Caino, dov’è tuo fratello Abele?, cosa hai fatto? Caino fugge ma la voce lo insegue sino a quando è costretto a dare una risposta chiara. La seconda luce è la ‘fede’: una virtù teologale, dono di Dio che parla di amore.

Nel Battesimo lo Spirito Santo ci conferisce la fede come un seme che deve crescere, chiarire, illuminare, additare ciò che è buono e gradito al Signore Gesù. Essere ‘luce’ significa ‘amare’: la fede ci fa vedere tutto in chiave di amore: ‘Ascolta, Israele, amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore … amerai il prossimo tuo come te stesso’. Sei luce, se ami; tu vivi da figlio di Dio, se in ogni uomo (piccolo o grande) sai vedere un fratello o una sorella.

Vero cristiano non è chi rimane chiuso nella sacrestia, ma quando esci allo scoperto ed il ‘mio pane’ diventa ‘pane nostro’ perché condiviso e non possesso geloso; puoi invocare Dio ‘Padre nostro’ se ti riscopri fratello e sorella in mezzo al mondo, se in ogni uomo scopri un figlio di Dio. Sei ‘luce’ quando illumini gli altri e questa luce ti permette di scoprire meglio te stesso. Il Vangelo, Parola di Dio, è proprio questa luce che deve illuminare la tua mente, riscaldare il tuo cuore, testimoniare la sua presenza non a parole ma con le opere.    

L’uomo lontano dal Vangelo, lontano da Cristo, è colui che vive e si fa dominare solo dall’egoismo, dall’orgoglio, dalla superbia. Chi è vero amico di Gesù, ama! Ma ‘amare’ è servire, condividere, comunione. La logica di Dio è solo la logica dell’amore, ma amore concreto che comunica il sapore del divino che c’è in Lui e in noi. Gesù si esprime assai chiaramente: ‘Se il sale non dà sapore non serve a nulla’ e l’agire dell’uomo diventa scipito ed insignificante.

Siete luce: se la luce non illumina è come una lampadina fulminata da buttare nella spazzatura. E’ certo una missione difficile essere luce del mondo e sale della terra; è difficile realizzare tale missione perché siamo deboli e fragili; siamo sempre coscienti  dei nostri limiti e deficienze, ma, ancorati a Cristo, luce viva, e nutriti dell’Eucaristia, pane di vita, si riacquistano forze e vivacità.

Gesù dice infatti: ‘Siete stanchi, affaticati, oppressi?, venite a me e vi ristorerò’. Ecco la necessità della Messa domenicale: acquistare forza e vivacità per vivere la nostra missione, per superare la nostra povertà esistenziale. Anche Paolo apostolo era cosciente dei suoi limiti, della sua debolezza ma ciò non lo rese mai pigro ma sempre uomo d’avanguardia nel nome di Cristo Gesù. Allora, scrive il profeta Isaia: ‘Lo invocherai e il Signore ti risponderà’.

Tu sei luce, tu sei sale non per te ma per gli altri; sei vero cristiano se impari a spezzare il pane con l’affamato, a dare da bere all’assetato; un vestito a chi è ignudo, un sorriso e un abbraccio a chi ha bisogno di aiuto. La Vergine Santissima, Madre della grazia, interceda per me, per te, per il mondo intero.     

Seconda domenica del Tempo Ordinario: Gesù ‘luce delle Nazioni’

Siamo nel tempo ‘Ordinario’ dell’anno liturgico: sono 43 settimane durante le quali la Liturgia catechizza il popolo di Dio per prepararlo ad incontrare il Signore, il Salvatore che si presenta come ‘luce delle nazioni’. Nel Vangelo Giovanni nell’incontrarsi con Gesù lo addita: ‘Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo’. Giovanni chiama Gesù ‘l’Agnello che toglie i peccati’ e chiarisce al popolo che Egli (Giovanni) non conosceva Gesù, ma in una ispirazione divina aveva saputo che l’uomo, che egli aveva battezzato e sul quale si era posato lo Spirito Santo, quello era il Messia atteso.

Giovanni testimonia apertamente di avere visto lo Spirito Santo scendere sotto forma di colomba e posarsi su di Lui. Giovanni chiama Gesù: ‘l’Agnello’; il popolo ebreo conosceva due tipi di agnelli: a) quello che il popolo ebreo aveva immolato quando si trovò schiavo in Egitto e Dio liberò il suo popolo per mezzo di Mosè che ordinò di uccidere un agnello, segnare con il sangue gli stipiti delle loro porte perché l’angelo della morte colpisse solo le case degli egiziani; b)l’agnello metaforico di cui aveva parlato il profeta Isaia: l’agnello che toglie i peccati con la sua morte, l’agnello che rappresenta Cristo Gesù che muore per salvare l’umanità dal peccato e dalla morte. 

Giovanni non solo riconosce Gesù, che egli aveva battezzato nel fiume Giordano, ma vede in Gesù proprio l’agnello di cui aveva parlato il profeta: Gesù non è solo Gesù di Nazareth che si confonde tra la folla per essere battezzato, ma è il vero Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo ed evoca quanto avverrà nel sacrificio pasquale. Dio ama il suo popolo e non dimentica l’uomo creato a sua immagine e somiglianza; se Giovanni Battista non lo avesse indicato presente ed additato, nessuno si sarebbe accorto di Lui.

Il dramma dell’uomo di oggi, in questo momento storico, è il non riconoscere il passaggio dell’Agnello. Gesù salva veramente i peccatori ma bisogna riconoscersi tale, sentirsi peccatori per fruire della sua misericordia; egli infatti non è venuto per i giusti o per coloro che pretendono di essere giusti ma per coloro che prendono coscienza dei loro peccati e vogliono ravvedersi, convertirsi. E’ necessario avere il coraggio e l’umiltà del figlio prodigo e dire: mi alzerò e tornerò da mio padre: ‘Ho peccato contro il cielo e contro di te’; per costoro Gesù è l’Agnello che toglie i peccati.

Non è certamente da imitare Caino che uccide il fratello Abele e fugge mentre Dio lo incalza: Caino, dov’è tuo fratello Abele? né Adamo che fugge davanti a Dio che lo chiama: Adamo, dove sei?  La vera schiavitù per l’uomo è il peccato, che ci tiene legati al male e ci fa vedere Dio come un rivale che castiga; Dio è amore ed ha mandato il suo Figlio, nato dalla Vergine, per salvare l’uomo nel rispetto della libertà di ciascuno. Va all’ inferno solo chi vuole andare; da parte di Dio non manca mai il suo abbraccio paterno. Vedi il buon ladrone sulla croce che per un atto di amore ascolta le parole di Gesù: oggi sarai con me in paradiso.

Nel Vangelo Giovanni, l’ultimo ed il più grande dei profeti, presenta Gesù al mondo: ‘Ecco l’agnello che toglie i peccati del mondo’ e su Gesù scende e si posa lo Spirito Santo mentre il Padre lo addita: ‘Questi è il mio Figlio, l’amato, ascoltatelo’! Il peccato più grave oggi è rifiutare l’uomo, Gesù di Nazareth, come il Messia, vero uomo e vero Dio, il vero ed unico salvatore. Egli è colui che battezza con lo spirito santo, lo Spirito che porta nel mondo l’amore di dio e fa degli uomini dei veri figli di Dio; santi per vocazione, grazie a Cristo Gesù, l’Agnello che toglie i peccati del mondo.

Da qui la missione di Cristo è la vocazione di ogni cristiano, è la vocazione della Chiesa inviata da Cristo: ‘Come il Padre ha mandato me, io mando voi: fate del mondo la grande famiglia di Dio’. Tutti i fedeli, di qualsiasi parte del mondo sono chiamati alla pienezza della vita cristiana ed alla perfezione della carità. Tale santità non è un fatto meramente intimo e personale ma deve riflettersi nella vita sociale. Compito primario del popolo di Dio è collaborare con l’opera di Cristo per eliminare il peccato dal mondo. Questa è una missione religiosa e non politica, sociale o economica.

Da questa missione scaturisce la morale cristiana e il compito della Chiesa ad essere ‘Luce del mondo e sale della terra’. Non si accende una luce per nasconderla sotto il tavolo ma deve illuminare l’ambiente e riscaldare i cuori. Da qui la necessità per il cristiano di mettersi alla sequela di Cristo e chiedersi: sono vera luce?, sono capace di illuminare quanti avvicino? Invochiamo la Santissima Vergine, Madre di Cristo e della Chiesa perché ci aiuti, ci sostenga, non venga mai meno   il suo aiuto materno per essere testimoni credibili del Vangelo di Cristo Gesù.             

Papa Leone XIV invita a lavorare insieme per una Chiesa sinodale

“Grazie della vostra presenza! Lo Spirito Santo, che abbiamo invocato, ci guidi in queste due giornate di riflessione e di dialogo. Considero molto significativo il fatto che ci siamo riuniti in Concistoro all’indomani della solennità dell’Epifania del Signore, e vorrei introdurre i nostri lavori con una suggestione che viene proprio da questo mistero”: il Il discorso di papa Leone XIV ha dato il via, nel pomeriggio, ai lavori della riunione con i membri del Collegio cardinalizio, con l’indicazione della sinodalità come ‘il cammino che Dio chiede alla Chiesa del terzo millennio’.

Nel discorso introduttivo il papa ha preso spunto dall’invito del profeta Isaia a rivestirsi di luce, che richiama l’inizio del Concilio Vaticano II, attraverso la lettura del primo paragrafo della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, ‘Lumen Gentium’: “Queste parole fanno pensare all’inizio della Costituzione sulla Chiesa del Concilio Vaticano II…

Possiamo dire che lo Spirito Santo, a distanza di secoli, ha ispirato la medesima visione nel profeta e nei Padri conciliari: la visione della luce del Signore che illumina la città santa – prima Gerusalemme, poi la Chiesa e, riflettendosi su di essa, permette a tutti i popoli di camminare in mezzo alle tenebre del mondo. Ciò che Isaia annunciava ‘in figura’, il Concilio lo riconosce nella realtà pienamente svelata di Cristo luce delle genti”.

Sotto questa ‘luce’ ha interpretato i pontificati post conciliari: “I pontificati di san Paolo VI e quello di san Giovanni Paolo II li potremmo interpretare complessivamente in questa prospettiva conciliare, che contempla il mistero della Chiesa tutto inscritto in quello di Cristo e così comprende la missione evangelizzatrice come irradiazione dell’inesauribile energia sprigionata dall’Evento centrale della storia della salvezza”.

Ugualmente per i pontificati di papa Benedetto XVI e di papa Francesco attraverso la parola ‘attrazione’: “I papi Benedetto XVI e Francesco hanno poi riassunto questa visione in una parola:attrazione. Papa Benedetto lo ha fatto nell’Omelia di apertura della Conferenza di Aparecida, nel 2007, quando disse: ‘La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione’… Papa Francesco si è trovato perfettamente in accordo con questa impostazione e l’ha ripetuta più volte in diversi contesti”.

Il filo conduttore di questi pontefici è l’amore di Dio: “Ed invito me e voi a fare bene attenzione a quello che Papa Benedetto indicava come la ‘forza’ che presiede a questo movimento di attrazione: tale forza è la Charis, è l’Agape, è l’Amore di Dio che si è incarnato in Gesù Cristo e che nello Spirito Santo è donato alla Chiesa e santifica ogni sua azione. In effetti, non è la Chiesa che attrae ma Cristo, e se un cristiano o una comunità ecclesiale attrae è perché attraverso quel ‘canale’ arriva la linfa vitale della Carità che sgorga dal Cuore del Salvatore.

E’ significativo che papa Francesco, che ha iniziato con ‘Evangelii gaudium’ ‘sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale’, abbia concluso con ‘Dilexit nos’ ‘sull’amore divino e umano del Cuore di Cristo’…  Nella misura in cui ci amiamo gli uni gli altri come Cristo ci ha amato, noi siamo suoi, siamo la sua comunità e Lui può continuare ad attirare attraverso di noi. Infatti solo l’amore è credibile, solo l’amore è degno di fede”.

Ecco il motivo per cui l’unità ‘attrae’ mentre la divisione ‘disperde’: “Mi pare che lo riscontri anche la fisica, sia nel micro che nel macrocosmo. Dunque, per essere Chiesa veramente missionaria, cioè capace di testimoniare la forza attrattiva della carità di Cristo, dobbiamo anzitutto mettere in pratica il suo comandamento, l’unico che Egli ci ha dato, dopo aver lavato i piedi dei discepoli”.

L’amore di Dio è il centro del Vangelo: “Carissimi Fratelli, vorrei partire da qui, da questa parola del Signore, per il nostro primo Concistoro e, soprattutto, per il cammino collegiale che, con la grazia di Dio, siamo chiamati a compiere. Siamo un gruppo molto variegato, arricchito da molteplici provenienze, culture, tradizioni ecclesiali e sociali, percorsi formativi e accademici, esperienze pastorali e, naturalmente, caratteri e tratti personali. Siamo chiamati prima di tutto a conoscerci e a dialogare per poter lavorare insieme al servizio della Chiesa. Spero che potremo crescere nella comunione per offrire un modello di collegialità”.

Ed ecco i temi su cui sono chiamati al confronto i cardinali nel cammino tracciato da papa Francesco: “In questi giorni avremo modo di sperimentare già una riflessione comunitaria su quattro temi: ‘Evangelii gaudium’, cioè la missione della Chiesa nel mondo di oggi; ‘Praedicate Evangelium’, vale a dire il servizio della Santa Sede, specialmente alle Chiese particolari; Sinodo e sinodalità, strumento e stile di collaborazione; Liturgia, fonte e culmine di vita cristiana. Per ragioni di tempo e per favorire un reale approfondimento, solo due di essi saranno oggetto di una trattazione specifica”.

In questa ‘due giorni’ il papa si metterà in ascolto: “Sono qui per ascoltare. Come abbiamo imparato durante le due Assemblee del Sinodo dei Vescovi del 2023 e del 2024, la dinamica sinodale implica per eccellenza l’ascolto. Ogni momento di questo tipo è un’opportunità per approfondire il nostro apprezzamento condiviso per la sinodalità”.

E’ stato un invito a mettersi in ascolto per un cammino sinodale: “Ascoltare la mente, il cuore e lo spirito di ciascuno; ascoltarsi l’un l’altro; esprimere solo il punto principale e in modo molto breve, così che tutti possano parlare: questo sarà il nostro modo di procedere. I saggi antichi romani dicevano: ‘Non multa sed multum!’

Ed in futuro, questo stile di ascolto reciproco, cercando la guida dello Spirito Santo e camminando insieme, continuerà ad essere di grande aiuto per il ministero petrino che mi è stato affidato. Anche dal modo con cui impariamo a lavorare insieme, con fraternità e sincera amicizia, può iniziare qualcosa di nuovo, che mette in gioco presente e futuro”.

(Foto: Santa Sede)

Seconda domenica dopo Natale: diventare figli di Dio

‘A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio’ (Gv 1, 12). Queste parole parlano d’una possibilità iscritta nell’umano, da sempre. ‘Diventare figli di Dio’ non è tanto uno status da raggiungere, ma un compito, un lento processo di emersione, un venire alla luce che matura nel tempo. E’ permettere a ‘ciò che siamo in profondità’ – il nostro Sé autentico – di affiorare, senza forzature, come qualcosa che attende solo di essere riconosciuto, custodito, fatto crescere.

‘Essere figli’ è come riconoscere una parentela. Scoprire di appartenere alla stessa sostanza della vita, alla medesima energia creatrice, Dio se vogliamo chiamarlo così. Portiamo già in noi questa qualità divina, la forza capace di espandersi, di prendere forma, di trasformare l’esistenza. Una scintilla che attende solo di diventare fuoco. E’ quello che alcuni chiamano ‘Sé autentico’, altri Amore, altri Coscienza, Dio…

‘A quanti lo hanno accolto…’. Accogliere è dare spazio, coltivare, prendersi a cuore questo principio divino che ci abita. Lasciarlo crescere, praticarlo ogni giorno. Gesù di Nazareth è l’uomo che ha fatto tutto questo, fino a diventare trasparente al divino stesso che l’abitava, ‘Figlio di Dio’, appunto.

Il Vangelo è in fondo l’invito a portare l’umano alle sue estreme conseguenze. A vivere secondo la propria natura più profonda, e la nostra natura più profonda è – come si è detto – il divino stesso, l’Amore, il Sé autentico…. Per cui vivere secondo questa nostra ‘Sorgente’ significa renderci disponibili a lasciare che l’amore diventi criterio, misura, respiro dell’esistenza.

‘Diventare figli’ è dunque un atto di responsabilità, prendersi cura della vita che ci è stata affidata; fidarsi della vita che ci attraversa. Credere nella possibilità di realizzazione che ci abita; riconoscere che la creatività dell’amore è una responsabilità personale, una scelta quotidiana, una pratica concreta. Non si tratta di ‘avere fede in un Dio’. Siamo noi a dover avere fede anzitutto in noi stessi, e credere nella possibilità di realizzazione che Dio ci ha donato.

Ciascuno porta già in sé il potere di compiersi. Di dare forma alla propria umanità. Di lasciar emergere la luce che lo governa. Quando questa potenzialità viene abitata, coltivata, incarnata, la vita fiorisce.

‘Diventare figli’ significa dunque ‘venire alla luce di sé’. Permettere che l’Amore, il principio che ci costituisce, diventi carne. Rendere visibile, nella trama quotidiana dell’esistenza, ciò che abbiamo imparato a chiamare Dio. In una parola: vivere in modo tale che la vita, guardandoci, possa riconoscersi.

Terza domenica di Avvento: Tempo di attesa, di gioiosa attesa

L’avvento è tempo di attesa: per noi cristiani è attesa gioiosa, attesa fiduciosa. Protagonisti nella Liturgia appaiono Isaia, il grande profeta, e Giovanni Battista, il precursore di Gesù. E’ l’attesa del popolo ebreo a cui è stata affidata la rivelazione attraverso i patriarchi e i profeti: verrà il liberatore, il Messia, il salvatore del popolo ebreo e dell’umanità: ‘Coraggio, dirà il profeta, non temete; irrobustite le mani fiacche, rendete solide le ginocchia vacillanti’. Il Signore non delude: ‘Si apriranno i cieli e scenderà il Giusto’. 

E’ l’attesa di Abramo, l’uomo dalla fede profonda, che crede in Dio anche se apparentemente sembra impossibile la promessa divina: dalla tua discendenza verrà il salvatore. Abramo infatti è anziano, non ha figli e Dio gli promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo e  i granelli di sabbia nel deserto. Abramo ha fiducia nel Signore, lascia la sua terra e si trasferisce nella terra promessa; dirà il profeta: ‘Tu, Betlemme, non sei piccola se da te nascerà il Re dei Re; e il popolo attende sulla parola del Signore’. E’ l’attesa di Maria alla quale l’Angelo aveva detto: rallegrati, diventerai madre, nascerà un Bambino che avrà i Regno di David, suo padre; quando Maria  obietta: come è possibile? L’angelo la tranquillizza: è opera divina1 e Maria abbassa il capo: Sono la serva del Signore! 

E’ l’attesa di Giovanni Battista, il precursore, l’uomo di cui Gesù dirà: “tra i nati di donna non c’è un uomo simile a lui”. Giovanni allora era in carcere per difendere la verità di Dio: Giovanni, infatti, era in carcere per avere rimproverato il Re perché conviveva con la cognata dicendo: ‘Non ti è lecito!’ Dal carcere Giovanni invia i suoi discepoli per dire a Gesù: ‘Sei tu il Cristo che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro’.

Il Battista, che aveva annunciato la venuta del Giusto che avrebbe cambiato il mondo, adesso si accorge che i mondo è rimasto come prima; invia allora i suoi discepoli a chiedere: ‘Sei tu veramente il Messia o dobbiamo aspettarne un altro?’ Ai discepoli di Giovanni Gesù offre i segni messianici; dite quello che avete visto: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i morti risuscitano.

Gesù risponde in modo chiaro  e silenzioso: ‘Vedete quello che io ho fatto e riferite’; non ha fatto una rivoluzione cruenta, non ha cambiato con forza il mondo ma ha acceso tante luci nel mondo, luci che costituiscono nei millenni la grande strada illuminata da percorrere. Non è la rivoluzione violenta o le grandi promesse che cambiano il mondo ma la luce della verità, della bontà di Dio che è segno della sua presenza e dà la certezza che l’uomo non è dimenticato da Dio, l’uomo non è il prodotto del caso, ma siamo veramente figli del suo amore.

Tutta la Liturgia oggi ci parla di attesa e di attesa operosa. Noi andiamo verso Cristo Che è venuto a salvarci a prezzo del suo sangue e lo stesso Gesù verrà ancora una volta ma come giudice dei buoni e dei cattivi; Egli giudicherà non ‘per sentito dire’ ma ciascun uomo in chiave di fede vera e di amore profondo. Periodo di avvento, periodo di attesa operosa durante la quale è necessario operare la nostra conversione, cambiare vita in chiave di amore.

E’ l’attesa dell’agricoltore che, come scrive l’apostolo Giacomo, ha seminato ed aspetta con pazienza il frutto della terra, dopo essere stata irrorata dalle piogge d’autunno e di primavera: ‘Non lamentatevi, fratelli, siate pazienti, rinfrancate i vostri cuori perché la venuta del Signore è vicina’. Il cristianesimo, infatti, istituito da Gesù è gioia vera perché non siamo mai soli, il signore è sempre vicino.

Dio non abbandona mai la sua Chiesa, anzi ci sarà una strada appianata e la chiameranno ‘via Santa’; su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore, i pentiti di cuore ed allora gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e paura. L’avvento è allora attesa gioiosa ed operosa, attesa attiva dove infine trionferà la misericordia, la fraternità, l’amore. Le opere di misericordia concretizzate nella vita quotidiana sono il segno manifesto della conversione vera.

Il cristiano, allora, non è un uomo ‘rassegnato’, al contrario è una persona impegnata a curarsi perché Gesù con la sua risurrezione ha vinto la morte e come Cristo è risorto anche noi risorgeremo. L’uomo, purtroppo spesso cerca la felicità per strade che si rivelano sbagliate, il profeta annuncia la vera speranza, quella che non delude mai perché fondata sulla parola di Dio.

Ce ne dà conferma la Vergine Maria, che il Vangelo chiama beata perché ha creduto nell’adempimento della parola del Signore. Ci aiuti Maria, madre di Gesù e madre della Chiesa, rivolga a noi i suoi occhi misericordiosi. Allora e solo allora è Natale.

Prima domenica di Avvento: si aprano i cieli e piova il Giusto

La liturgia è canto di lode a Dio, che va  eseguito tutti i giorni per tutto l’anno liturgico. La liturgia oggi ci dà l’avvio ad un nuovo anno, che è scandito  da tre feste: Natale (festa del Padre), Pasqua (la festa in onore del Figlio) e la Pentecoste (in onore dello Spirito Santo). Questa prima festa è il Natale, giorno in cui ringraziamo il Padre  che, avendo creato l’uomo a sua immagine, dopo il peccato originale, non lo abbandona ma invia il Figlio per redimere e salvare l’uomo. E il Verbo si fece carne, assunse la natura umana e prese il nome di Gesù, o Salvatore.

Nella Liturgia la festività del Natale è preceduta da quattro domeniche di ‘Avvento’; questo termine significa venuta, ma avvento è anche cammino, pellegrinaggio. L’avvento è l’attesa del Signore: Gesù è colui che viene. Ci muoviamo così verso la prima festività dell’anno liturgico, che ci ricorda la nascita di Gesù avvenuta circa 2000 anni addietro nella Giudea a Betlemme; la memoria della sua nascita ci ricorda che Gesù è venuto a noi, ma noi andiamo verso di Lui: creati da Dio, redenti da Cristo Gesù, siamo ogni giorno in cammino verso la casa del Padre.

La Chiesa in questo periodo ci prende quasi per mano e, ad immagine di Maria Santissima., ci fa sperimentare l’attesa gioiosa della venuta del Signore che ci abbraccia con il suo amore che salva e consola. La Liturgia non si stanca di farci ripetere: ‘Vieni, Signore Gesù’, si aprano i cieli e piova il Giusto. L’attesa escatologica, il suo ritorno visibile (quando verrà a giudicare i vivi e i morti, i buoni e i cattivi) è una realtà reale e sicura, anche se sconosciamo il giorno e l’ora.

Nel Vangelo Gesù ci ricorda un episodio biblico: Noè, chiamato da Dio, preparò l’arca che fu la salvezza per lui e tutta la sua famiglia: si mangiava, si beveva, ci si sposava, ognuno faceva quello che voleva: i propri comodi (forse alcuni criticavano e deridevano la realizzazione dell’arca); dominava la logica del ‘come sempre’, si viveva come sempre, fino a quando venne il diluvio universale e si salvarono solo quello dentro l’arca. L’avvento è un invito a vegliare, ad essere svegli, a rompere il ‘come sempre’ e ad iniziare una vita nuova: vegliate, convertitevi; beato chi è pronto ad andare incontro al Signore, beato chi ha la propria valigia ripiena di valori che lo accompagnano e non di cianfrusaglie da spazzatura.         

L’avvento è un invito a compiere questo cammino di fede e di amore perché saremo giudicati da Cristo Gesù sull’amore: ‘Ascolta, Israele, amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, amerai il prossimo tuo come te stesso’. E’ necessario ormai abbandonare ciò che è futile, accessorio, secondario per essere fedele a ciò che è necessario ed essenziale. Dio è amore, saremo giudicati sull’amore verso Dio e verso i fratelli. L’avvento è invito ad essere vigilanti: vegliate, dice Gesù, non conoscete il giorno né l’ora.

L’avvento per il cristiano è anche gioia: sappiamo che questa vita finirà, (l’uomo ha oggi inventato anche le armi per autodistruggersi), questo mondo finirà ma il Signore è fedele alle sue promesse, non inganna e non delude; allora ascoltiamo il profeta Isaia: ‘Venite, saliamo sul monte del Signore, camminiamo nella luce del Signore’. Gesù sarà il giudice tra le genti (separerà i buoni dai cattivi come il pastore separa le pecore dalle capre); nel nostro cammino dobbiamo  conservare la gioia, nonostante i dolori, le sofferenze, le pene, le tribolazioni.

L’apostolo Paolo ci esorta ad indossare le armi della luce, il che significa: comportarsi onestamente come in pieno giorno, alla luce del sole: non in ubriachezze e gozzoviglie, non in impurità e licenze, non in contese e gelosie ma rivestiti della luce del Risorto che parla di amore e servizio. Ciò che dà forza è la luce che proviene dal Cristo risorto; la forza che ci permette di camminare bene e sicuri proviene dall’Eucaristia che stiamo celebrando dove Gesù dice: venite a me: siete stanchi, affaticati, oppressi?

Prendete e mangiate: questo è il mio corpo; chi mangia questo pane vivrà in eterno. In Israele era fortissima l’attesa del Messia, ma nessuno avrebbe mai immaginato che il Messia potesse nascere da una ragazza , quale era Maria, promessa sposa a Giuseppe, uomo giusto. Impariamo da Maria, la donna dell’avvento, a vivere i gesti quotidiani con uno spirito nuovo, con i sentimenti di una attesa che solo la venuta di Dio può colmare. Allora. ‘Vieni, Gesù, si aprano i cieli e piova il Giusto’.              

Papa Leone XIV: l’educazione illumini la vita

“Sorelle e fratelli, il mistero della comunione dei santi, che oggi respiriamo ‘a pieni polmoni’, ci ricorda qual è il destino finale dell’umanità: una grande festa in cui si gioisce insieme dell’amore di Dio, presente tutto in tutti, riconoscendo e ammirando la bellezza multiforme dei volti, tutti diversi e tutti somiglianti al Volto di Cristo. Mentre pregustiamo questa realtà futura, sentiamo ancora più forte e doloroso il contrasto con i drammi che la famiglia umana sta soffrendo a causa delle ingiustizie e delle guerre. E tanto più impellente sentiamo il dovere di essere costruttori di fraternità. Affidiamo la nostra preghiera e il nostro impegno all’intercessione della Vergine Maria e di tutti i Santi!”: al termine della recita dell’Angelus,dopo la celebrazione eucaristica in cui è stato proclamato Dottore della Chiesa san John Henry Newman, papa Leone XIV ha ringraziato la delegazione ufficiale della Chiesa d’Inghilterra per la presenza.

Infatti nell’omelia della celebrazione eucaristica per il giubileo del mondo educativo il papa ha indicato l’eredità culturale e spirituale del nuovo dottore della Chiesa: “In questa Solennità di Tutti i Santi, è una grande gioia inscrivere san John Henry Newman fra i Dottori della Chiesa e, al tempo stesso, in occasione del Giubileo del Mondo Educativo, nominarlo co-patrono, insieme a san Tommaso d’Aquino, di tutti i soggetti che partecipano al processo educativo. L’imponente statura culturale e spirituale di Newman servirà d’ispirazione a nuove generazioni dal cuore assetato d’infinito, disponibili per realizzare, tramite la ricerca e la conoscenza, quel viaggio che, come dicevano gli antichi, ci fa passare per aspera ad astra, cioè attraverso le difficoltà fino alle stelle”.

Per questo ha indicato loro le Beatitudini: “Questo è anche il senso del Vangelo delle Beatitudini oggi proclamato. Le Beatitudini portano in sé una nuova interpretazione della realtà. Sono il cammino e il messaggio di Gesù educatore. A una prima impressione, pare impossibile dichiarare beati i poveri, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i perseguitati o gli operatori di pace. Ma quello che sembra inconcepibile nella grammatica del mondo, si riempie di senso e di luce nella vicinanza del Regno di Dio”.

Sono i santi che indicano la strada verso il Regno di Dio: “ Nei santi noi vediamo questo regno approssimarsi e rendersi attuale fra noi. San Matteo, giustamente, presenta le Beatitudini come un insegnamento, raffigurando Gesù come Maestro che trasmette una visione nuova delle cose e la cui prospettiva coincide col suo cammino. Le Beatitudini, però, non sono un insegnamento in più: sono l’insegnamento per eccellenza.

Allo stesso modo, il Signore Gesù non è uno dei tanti maestri, è il Maestro per eccellenza. Di più, è l’Educatore per eccellenza. Noi, suoi discepoli, siamo alla sua scuola, imparando a scoprire nella sua vita, cioè nella via da Lui percorsa, un orizzonte di senso capace d’illuminare tutte le forme di conoscenza. Possano le nostre scuole e università essere sempre luoghi di ascolto e di pratica del Vangelo!”

Insomma è stato un invito a non scoraggiarsi: “Le sfide attuali, a volte, possono sembrare superiori alle nostre possibilità, ma non è così. Non permettiamo al pessimismo di sconfiggerci! Ricordo quanto ha sottolineato il mio amato predecessore, papa Francesco, nel suo  discorso alla Prima Assemblea Plenaria del Dicastero per la Cultura e l’Educazione: che cioè dobbiamo lavorare insieme per liberare l’umanità dall’oscurità del nichilismo che la circonda, che è forse la malattia più pericolosa della cultura contemporanea, poiché minaccia di ‘cancellare’ la speranza. Il riferimento all’oscurità che ci circonda ci richiama uno dei testi più noti di san John Henry, l’inno Lead, kindly light (‘Guidami, luce gentile’). In quella bellissima preghiera, ci accorgiamo di essere lontani da casa, di avere i piedi vacillanti, di non riuscire a decifrare con chiarezza l’orizzonte”.

Ma ciò è compito dell’educazione: “E’ compito dell’educazione offrire questa Luce Gentile a coloro che altrimenti potrebbero rimanere imprigionati dalle ombre particolarmente insidiose del pessimismo e della paura. Per questo vorrei dirvi: disarmiamo le false ragioni della rassegnazione e dell’impotenza, e facciamo circolare nel mondo contemporaneo le grandi ragioni della speranza. Contempliamo e indichiamo costellazioni che trasmettano luce e orientamento in questo presente oscurato da tante ingiustizie e incertezze. Perciò vi incoraggio a fare delle scuole, delle università e di ogni realtà educativa, anche informale e di strada, come le soglie di una civiltà di dialogo e di pace”.

Infine, riprendendo un pensiero di san Newman, il papa ha ribadito che l’educazione illumina la vita delle persone:  “La vita si illumina non perché siamo ricchi o belli o potenti. Si illumina quando uno scopre dentro di sé questa verità: sono chiamato da Dio, ho una vocazione, ho una missione, la mia vita serve a qualcosa più grande di me stesso! Ogni singola creatura ha un ruolo da svolgere. Il contributo che ciascuno ha da offrire è di valore unico, e il compito delle comunità educative è quello di incoraggiare e valorizzare tale contributo.

Non dimentichiamolo: al centro dei percorsi educativi devono esserci non individui astratti, ma le persone in carne ed ossa, specialmente coloro che sembrano non rendere, secondo i parametri di un’economia che esclude e uccide. Siamo chiamati a formare persone, perché brillino come stelle nella loro piena dignità”.

(Foto: Santa Sede)

Papa Leone XIV: testimoniare il primato di Dio

“Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto: Gesù con queste parole ci invita a rivolgerci fiduciosamente al Padre in tutte le nostre necessità. Noi le ascoltiamo mentre celebriamo il Giubileo della Vita Consacrata, che vi ha condotti qui numerosi, da tante parti del mondo (religiosi e religiose, monaci e contemplative, membri degli istituti secolari, appartenenti all’Ordo Virginum, eremiti e membri di ‘nuovi istituti’) venuti a Roma per vivere insieme il Pellegrinaggio giubilare, per affidare la vostra vita a quella misericordia di cui, attraverso la professione religiosa, vi siete impegnati ad essere segno profetico, perché vivere i voti è abbandonarsi come bambini tra le braccia del Padre”: con queste parole di inizio dell’omelia per il giubileo della vita consacrata papa Leone XIV ha invitato ad essere innamorati di Cristo.

Ed ha evidenziato che i tre verbi usati dall’evangelista Luca sono fondamentali nella vita consacrata: “Chiedere, cercare, bussare (i verbi della preghiera usati dall’evangelista Luca) sono atteggiamenti familiari per voi, abituati dalla pratica dei consigli evangelici a domandare senza pretendere, docili all’azione di Dio… ‘Chiedere’, infatti, è riconoscere, nella povertà, che tutto è dono del Signore e di tutto rendere grazie; ‘cercare’ è aprirsi, nell’obbedienza, a scoprire ogni giorno la via da seguire nel cammino della santità, secondo i disegni di Dio; ‘bussare’ è domandare e offrire ai fratelli i doni ricevuti con cuore casto, sforzandosi di amare tutti con rispetto e gratuità”.

Ciò è indicato anche da Dio al profeta Malachia nella prima lettura: “Egli chiama gli abitanti di Gerusalemme ‘mia proprietà particolare’ e dice al profeta: ‘Avrò cura di loro come il padre ha cura del figlio’. Sono espressioni che ci ricordano l’amore con cui il Signore, chiamandoci, ci ha preceduti: un’occasione, in particolare per voi, per fare memoria della gratuità della vostra vocazione, cominciando dalle origini delle congregazioni a cui appartenete fino al momento presente, dai primi passi del vostro percorso personale fino a questo istante. Tutti noi siamo qui prima di tutto perché Lui ci ha voluti ed eletti, da sempre”.

Ma i tre verbi significano che occorre ‘guardare’ alla propria vita: “A volte ciò è avvenuto in circostanze gioiose, altre volte per vie più difficili da capire, magari attraverso il crogiolo misterioso della sofferenza: sempre, però, nell’abbraccio di quella bontà paterna che caratterizza il suo agire in noi e attraverso di noi, per il bene della Chiesa”.

Da qui è scaturita una seconda riflessione che riguarda la presenza di Dio nella propria vita, come ha scritto sant’Agostino nelle ‘Confessioni’: “Senza Lui nulla esiste, nulla ha senso, nulla vale, ed il vostro ‘chiedere’, ‘cercare’ e ‘bussare’, nella preghiera come nella vita, riguarda pure questa verità. S. Agostino, in proposito, descrive la presenza di Dio nella sua esistenza con immagini bellissime.

Parla di una luce che va oltre lo spazio, di una voce non travolta dal tempo, di un sapore mai guastato dalla voracità, di una fame mai spenta dalla sazietà, e conclude: ‘Ciò amo, quando amo il mio Dio’. Sono le parole di un mistico, e però sono molto vicine anche al nostro vissuto, manifestando il bisogno di infinito che alberga nel cuore di ogni uomo e donna di questo mondo”.

Da qui deriva la testimonianza: “Proprio per questo la Chiesa vi affida il compito di essere, col vostro spogliarvi di tutto, testimoni viventi del primato di Dio nella vostra esistenza, aiutando più che potete anche i fratelli e le sorelle che incontrate a coltivarne l’amicizia. Del resto la storia ci insegna che da un’autentica esperienza di Dio scaturiscono sempre slanci generosi di carità, come è avvenuto nella vita dei vostri fondatori e fondatrici, uomini e donne innamorati del Signore e per questo pronti a farsi ‘tutto per tutti’, senza distinzioni, nei modi e negli ambiti più diversi”.

Mentre nell’ultima riflessione il papa si è soffermato sulla speranza, come dimensione escatologica: “C’è però un’ultima dimensione della vostra missione su cui vorrei soffermarmi. Abbiamo sentito il Signore dire agli abitanti di Gerusalemme: ‘sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia’; invitarli cioè a sperare in un compimento del loro destino che va oltre il presente. Ciò richiama la dimensione escatologica della vita cristiana, che ci vuole impegnati nel mondo, ma al tempo stesso costantemente protesi verso l’eternità. E’ un invito per voi ad allargare il ‘chiedere’, il ‘cercare’ ed il ‘bussare’ della preghiera e della vita all’orizzonte eterno che trascende le realtà di questo mondo, per orientarle alla domenica senza tramonto”.

Ed a questo giubileo hanno preso parte oltre 16.000 pellegrini, provenienti da 100 Paesi, e da oggi pomeriggio si svolgeranno alcune iniziative a cura del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica: dalle ore 15.00 alle ore 17.30 avranno luogo incontri di riflessione divisi per forme di vita consacrata: in Aula Paolo VI gli Istituti religiosi, all’Università Urbaniana gli Istituti contemplativi, all’Università Santa Croce gli Istituti secolari, nell’Aula Nuova del Sinodo le consacrate dell’Ordo Virginum, nell’Aula della Curia generale dei Gesuiti le ‘Nuove Forme’ di vita consacrata, nella Sede UISG le Società di vita apostolica.

(Foto: Santa Sede)

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