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XXV Domenica del Tempo Ordinario: la vera scaltrezza del cristiano!
La parabola de vangelo da parte di Gesù vuole essere un richiamo forte ai ‘figli della luce’ perché si sveglino ed agiscano con decisione, con scaltrezza, con creatività nel fare il bene focalizzando ciascuno i talenti ricevuti da Dio. La chiave di lettura della parabola sta nelle parole di Gesù: ‘Fatevi degli amici con le ricchezze disoneste perché quando queste vengono a mancare c’è chi vi accolga!’ Gesù fa una distinzione netta tra ‘i buoni’ ed ‘i cattivi’ e con amarezza loda la scaltrezza dei secondi sempre pronti ed intraprendenti.
I figli di questo mondo, dice Gesù, dove domina l’arrivismo, l’accumulo delle ricchezze, la disonestà chiara e manifesta, sono non solo numerosi ma anche intraprendenti da trasformare la terra in un deserto dove il pesce grosso cerca solo di divorare il piccolo per amore del vile denaro, della ricchezza terrena. E’ scaltro colui che capisce che i tempi sono brevi e bisogna essere solleciti nell’agire. Nota dominante dei figli del mondo è l’abilità nel vedere, prevedere, manovrare in modo da raggiungere propri fini. Invece i ‘figli della luce’, veri cristiani, sembrano talvolta di essere dominati da ‘imbecillitudine’: paurosi, incapaci di guardare il futuro, preoccupati sempre di sbagliare.
Gesù loda l’intraprendenza dell’amministratore disonesto che pensa subito come tirarsi fuori dai guai: loda l’astuzia e non la disonestà. La ricchezza può spingere a creare muri, divisione tra ricchi e poveri; Gesù invita i cristiani veri ad invertire la rotta; è un invito a trasformare i beni, le ricchezza in chiave di relazioni fraterne, carità, collaborazione, condivisione; le ricchezze e i beni servono per essere trasformati in opere di amore, di fraternità. Questa è la vera scaltrezza lodata dal Signore: essere sempre solleciti nell’agire in chiave di amore, carità.
Con le ricchezze si può fare tanto male come anche tanto bene. Vale l’esempio dei ‘Santi’: san Francesco d’Assisi, da ricco volle essere povero e a servizio dei poveri; Pier Giorgio Frassati, da famiglia nobile, fu un mirabile laico impegnato nell’Azione Cattolica ed additato per le sue opere di misericordia. Problema fondamentale non sono le ricchezze ma la bontà del cuore: se il cuore è malvagio le ricchezze servono solo per la dannazione eterna; se il cuore è nobile le ricchezze aprono le porte del Regno dei cieli.
Gesù invita i suoi amici ad invertire la rotta e a trasformare i beni terreni in relazione di amore, di servizio perché il ‘beneficato’ ti accolga nella patria eterna. Considerare la ricchezza non come qualcosa da possedere ma qualcosa da amministrare per trasformarla in gioia anche per gli altri che sono tuoi fratelli.
Non si tratta solo di fare elemosina ma, come diceva san Basilio, il pane che ti sopravanza è il pane dell’affamato; le scarpe che voi non portate sono le scarpe di chi è scalzo; il vestito che tieni appeso nell’armadio è il vestito di chi è nudo e muore di freddo. La parabola di Gesù, come vedi, non vuole proporre l’agire immorale e disonesto dell’amministratore infedele, ma il punto focale sta nella prontezza delle sue decisioni in vista di mettere al sicuro il futuro della sua vita.
La morale della parabola sta nella lode per la scaltrezza dimostrata dall’iniquo amministratore; da qui la triste considerazione: ‘I figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce’. Amico che ascolti: affronti tanti disagi per salvare la tua anima quanto ne affronta un mercante per salvare la sua merce? ti preoccupi per la tua vita spirituale come si preoccupa un industriale per salvare la sua azienda?
E’ necessario, amico, imparare la prudenza dell’affarista, la tenacia dell’industriale, il fervore del politico, lo sforzo dell’atleta, l’entusiasmo dell’artista per raggiungere la beata speranza, fine ultimo della nostra esperienza terrena. La Vergine Santissima ci sia sprone, guida per assicurare non il successo mondano ma la vita eterna. Maria, regina del paradiso, madre nostra cara, prega per noi e con noi.
Al Meeting di Rimini una mostra sul Concilio di Nicea per una nuova prospettiva sul mondo
Nel 325 d.C. a Nicea si tenne il primo evento ecumenico della storia della cristianità, da cui scaturì una professione di fede condivisa che da 1700 anni rappresenta per i cristiani un elemento in cui identificarsi e trovare unità, come ha scritto papa Francesco nella bolla di indizione del Giubileo ordinario, ‘Spes non confundit’:
“Si compiranno, infatti, 1700 anni dalla celebrazione del primo grande Concilio Ecumenico, quello di Nicea. E’ bene ricordare che, fin dai tempi apostolici, i pastori si riunirono in diverse occasioni in assemblee allo scopo di trattare tematiche dottrinali e questioni disciplinari. Nei primi secoli della fede i Sinodi si moltiplicarono sia nell’Oriente sia nell’Occidente cristiano, mostrando quanto fosse importante custodire l’unità del popolo di Dio e l’annuncio fedele del Vangelo…
Dopo vari dibattimenti, tutti, con la grazia dello Spirito, si riconobbero nel Simbolo di fede che ancora oggi professiamo nella celebrazione eucaristica domenicale. I Padri conciliari vollero iniziare quel Simbolo utilizzando per la prima volta l’espressione ‘Noi crediamo’, a testimonianza che in quel ‘Noi’ tutte le Chiese si ritrovavano in comunione, e tutti i cristiani professavano la medesima fede. Il Concilio di Nicea è una pietra miliare nella storia della Chiesa”.
E’ per tale motivo che al meeting dell’Amicizia tra i popoli, in programma alla Fiera di Rimini fino al 27 agosto è stata allestita dalla Pontificia Università della Santa Croce e dall’associazione ‘Patres’ la mostra ‘Luce da Luce: Nicea 1700 anni dopo’, curata da Leonardo Lugaresi, Giulio Maspero, Paolo Prosperi, Ilaria Vigorelli, con la collaborazione di Samuel Fernández: “Ma proprio a Nicea la Chiesa, di fronte alla crisi ariana, è riuscita a formulare per la prima volta la verità sconvolgente che Dio è Padre, non che fa il Padre. Quindi non è che Dio può decidere se essere Padre o non essere Padre, proprio perché Gesù è il Suo Figlio eterno. Ma ciò significa dire che Dio non può far altro che amarci e questa è una notizia che ci libera. Anzi, forse noi soffriamo così tanto proprio perché abbiamo perso tale riferimento. Perciò la mostra, in occasione di questo anniversario di Nicea, è una grande occasione per recuperare questa verità”.
Il progetto si articola in un viaggio a tappe dove, attraverso grandi grafiche, si sviluppano i temi emersi al Concilio di Nicea: partendo dalla narrazione delle contese che hanno portato alla sua convocazione; quindi si passa all’esposizione del Simbolo di Nicea, in greco e in italiano, affiancato da una grande riproduzione del Cristo Pantocratore da Hagia Sophia. A seguire le fasi successive al Concilio fino ad arrivare al rapporto con i giorni nostri.
Ad uno dei curatori, don Giulio Maspero, professore ordinario di teologia dogmatica alla Pontificia Università ‘Santa Croce’ di Roma, chiediamo di raccontarci brevemente la mostra: “La mostra introduce ad una parte della nostra storia che è all’origine proprio del Giubileo che stiamo vivendo. La speranza che ci viene offerta, infatti, non è quella di una favola, ma ha origine in un dramma e un percorso, in alcuni passaggi faticoso, per accogliere il dono della rivelazione che Gesù di Nazareth è il Figlio di Dio, cioè che è eterno come Suo Padre.
La crisi ad Alessandria di Egitto, che ha portato poi al concilio di Nicea nell’odierna Turchia, con tutti gli eventi anche ad essa successivi, rappresentano un percorso che può essere considerato liberante. Infatti, l’essere umano è sempre in tensione tra il proprio desiderio di infinito e i limiti che lo caratterizzano. Senza la verità proclamata a Nicea, l’uomo sarebbe assurdo, come ha scritto anche Gregorio di Nazianzo, un Padre della Chiesa fondamentale per la ricezione del concilio”.
Quale prospettiva sul mondo ha offerto il Concilio di Nicea?
“A prima vista, potrebbe sembrarci che si tratta di eventi passati, legati a questioni cavillose che potevano interessare solo i vescovi del IV secolo: quanto di più lontano da noi. La sfida che la Pontificia Università della Santa Croce e l’Associazione ‘Patres’, coorganizzatrici della mostra con il Meeting dell’Amicizia tra i popoli, hanno raccolto è quella di mostrare come oggi tutti ci sentiamo sbagliati, inadempienti e insufficienti, proprio perché la verità che il Dio di Gesù Cristo è trinitario è in ombra nel nostro contesto culturale. Il cuore di quanto il percorso mira a presentare è che a Nicea la Chiesa è riuscita a dire a sé stessa e al mondo che Dio è Padre e non solo fa il Padre. Ciò significa che Egli sa solo generare e rigenerare, quindi perdonare e accogliere sempre. E questo, dopo l’uccisione simbolica di Dio e del padre, da parte della modernità, è una verità che l’epoca post-moderna ha profondamente bisogno di riascoltare”.
Quanto è importante tale Concilio per l’unità dei cristiani?
“La storia di Nicea dimostra che le divisioni nella Chiesa ci sono sempre state, ma nello stesso tempo esse possono venire superate solo tornando all’unità del Dio di Gesù Cristo che è trino. Infatti, a Nicea è iniziato un percorso che ha permesso di cogliere come l’identità di ciascuno non può essere pensata in modo indipendente da quella degli altri, proprio perché siamo stati creati ad immagine e somiglianza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, i quali sono una cosa sola nella loro mutua relazione. Questa è la verità di fede che tutti i cristiani condividono. Per questo essa deve diventare fondamento del cammino per tornare alla pienezza dell’unità tra i cristiani. Abbiamo bisogno di un ecumenismo radicale, perché è semplicemente assurdo credere nella Trinità ed essere separati”.
Inoltre al patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, papa Leone XIV ha espresso il desiderio di andare a Nicea: sarà un passo verso un cammino di unità?
“Da tale punto di vista, la visita di papa Leone XIV a Nicea renderà visibile questo fondamento dell’unità che già è presente. E ciò corrisponde proprio alla missione del ministero petrino, che la profondità patristica dell’attuale Sommo Pontefice rende particolarmente evidente”.
Infine quale rapporto c’è tra il titolo della mostra, ‘Luce da Luce: Nicea 1700 anni dopo’, e quello del meeting, ‘Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi’?
“La parte della nostra storia che raccontiamo dice molto chiaramente come il ‘deserto’ non è caratteristico solo della nostra epoca, ma c’è sempre stato e sempre ci sarà. Come nel ‘Piccolo Principe’ di Saint-Exupéry, l’aereo della nostra anima va spesso in panne. Ma il deserto rappresenta una grande opportunità, perché abbiamo mattoni sempre nuovi per costruire la casa.
E questi mattoni sono le eredità che abbiamo ricevuto, a livello sia ecclesiale sia culturale. Esse hanno una virtualità che proprio le crisi fanno emergere. Per questo le chiamiamo ‘fonti’, infatti sono proprio sorgenti. La storia del pensiero umano dimostra che ogni grande rinascita ha avuto origine da un approfondimento del patrimonio che già si possedeva. Ogni rinascimento sorge da un ritorno alle fonti e questo è tanto più vero per ciò che riguarda la fede in Cristo, Figlio di Dio salvatore”.
(Foto: Meeting Amicizia tra i Popoli)
Papa Leone XIV: la speranza collega la fede alla carità
Durante la giornata odierna papa Leone XVI ha inviato due videomessaggi sottolineando la centralità di Gesù e con i Cavalieri di Colombo ha riflettuto sulla virtù della speranza, che è Gesù: “Come cattolici, sappiamo che la fonte della nostra speranza è Gesù Cristo, e che Egli ha inviato i suoi seguaci, in ogni epoca, per portare al mondo intero la buona novella del suo mistero pasquale di salvezza. La Chiesa è sempre stata chiamata a essere un segno di speranza attraverso la proclamazione del Vangelo sia con le parole sia con le opere. In modo particolare durante questo Anno Santo, siamo chiamati a essere segni tangibili di speranza per quei nostri fratelli e sorelle che vivono difficoltà di ogni genere”.
E’ stato un invito ad essere ‘araldi della speranza”: “La Convenzione di quest’anno ha opportunamente il tema ‘Araldi della Speranza’, che ricorda a voi tutti, Cavalieri di Colombo, l’invito a essere segni di speranza nelle vostre comunità locali, parrocchie e famiglie. A tal proposito, apprezzo i vostri sforzi per riunire uomini nelle vostre comunità per la preghiera, la formazione e la fraternità, così come i numerosi sforzi caritativi dei vostri consigli locali in tutto il mondo. In particolare, il vostro generoso servizio alle popolazioni vulnerabili (inclusi i nascituri, le madri incinte, i bambini, i meno fortunati e quanti sono colpiti dal flagello della guerra) porta speranza e guarigione a molti e continua la nobile eredità del vostro fondatore”.
Mentre nel videomessaggio inviato alla Rete Cattolica Panafricana di Teologia e Pastorale in occasione del Terzo Congresso papa Leone XIV ha ripreso le parole di papa Francesco sulla speranza n correlazione alla fede ed alla carità: “Tre anni fa, in occasione del secondo Congresso, papa Francesco ha parlato dell’importanza della fede. Ora, nell’ambito del Giubileo di quest’anno, poniamo in risalto un’altra virtù teologale: la speranza. Forse a volte si dà più importanza alle virtù della fede e della carità; eppure, la speranza ha un ruolo vitale nel nostro pellegrinaggio terreno”.
Quindi la speranza è necessaria per la fede e per la carità: “Di fatto, può essere vista come la virtù che collega le altre due. In un certo senso, la fede e la teologia forniscono le basi per conoscere Dio, mentre la carità è la vita di amore che godiamo con Lui. Tuttavia, è mediante la virtù della speranza che desideriamo raggiungere la pienezza di questa felicità in Cielo. Così, essa ci ispira e ci sostiene per avvicinarci sempre più a Dio, anche quando ci troviamo di fronte alle difficoltà della vita”.
Specialmente per il continente africano è necessaria tale parola: “Come ben sapete, l’Africa, analogamente ad ogni altra parte del mondo, affronta una serie di difficoltà particolari. Di fronte a queste sfide, e alla percezione che le cose non cambiano, è facile scoraggiarsi. Tuttavia, è proprio il ruolo della Chiesa essere luce del mondo, città posta sul monte, faro di speranza per le nazioni”.
E ben si addice al tema del congresso, ‘Camminare insieme nella speranza come Chiesa Famiglia di Dio in Africa’: “Sebbene ognuno di noi sia chiamato a coltivare il proprio rapporto personale con Dio, al tempo stesso, attraverso il nostro battesimo, siamo uniti come figli e figlie del nostro Padre Celeste. Abbiamo quindi una certa responsabilità di prenderci cura gli uni degli altri.
Di fatto, la famiglia è solitamente il primo luogo dove riceviamo l’amore e il sostegno di cui abbiamo bisogno per andare avanti e superare le prove che la vita ci presenta. Per questo motivo, vi incoraggio a continuare a costruire la famiglia delle Chiese locali nei vostri diversi Paesi e aree, affinché vi siano reti di sostegno disponibili per tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle in Cristo, e anche per la società in generale, specialmente per quanti vivono nelle periferie”.
Il videomessaggio si chiude con un invito a tenere uniti teologia ed azione pastorale: “Infine, cari amici, vorrei sottolineare l’importanza di vedere l’unità tra la teologia e il lavoro pastorale. Dobbiamo vivere ciò in cui crediamo. Cristo ci ha detto che è venuto non solo per darci la vita, ma per donarcela in abbondanza. E’ pertanto vostro compito lavorare insieme per attuare programmi pastorali che dimostrino come gli insegnamenti della Chiesa aiutino ad aprire i cuori e le menti delle persone alla verità e all’amore di Dio”.
Papa Francesco: Gesù è il vivente
Nel messaggio pasquale ‘Urbe et Orbi’ con voce flebile, ma ferma papa Francesco impartisce la benedizione ai 35.000 fedeli riuniti nell’emiciclo del Bernini che poco prima hanno partecipato alla Messa di Pasqua presieduta, su delega del pontefice, dal card. Angelo Comastri, facendo riecheggiare la parola dell’Alleluja della vittoria sulla morte:
“Oggi nella Chiesa finalmente risuona l’alleluia, riecheggia di bocca in bocca, da cuore a cuore, e il suo canto fa piangere di gioia il popolo di Dio nel mondo intero. Dal sepolcro vuoto di Gerusalemme giunge fino a noi l’annuncio inaudito: Gesù, il Crocifisso, ‘non è qui, è risorto’. Non è nella tomba, è il vivente! L’amore ha vinto l’odio. La luce ha vinto le tenebre. La verità ha vinto la menzogna. Il perdono ha vinto la vendetta. Il male non è scomparso dalla nostra storia, rimarrà fino alla fine, ma non ha più il dominio, non ha più potere su chi accoglie la grazia di questo giorno”.
La morte è vinta perché Dio si è fatto carico del male nel mondo: “Sorelle e fratelli, specialmente voi che siete nel dolore e nell’angoscia, il vostro grido silenzioso è stato ascoltato, le vostre lacrime sono state raccolte, nemmeno una è andata perduta! Nella passione e nella morte di Gesù, Dio ha preso su di sé tutto il male del mondo e con la sua infinita misericordia l’ha sconfitto: ha sradicato l’orgoglio diabolico che avvelena il cuore dell’uomo e semina ovunque violenza e corruzione”.
Nella resurrezione, quindi, sta la speranza, la quale non delude: “Sì, la risurrezione di Gesù è il fondamento della speranza: a partire da questo avvenimento, sperare non è più un’illusione. No. Grazie a Cristo crocifisso e risorto, la speranza non delude! Spes non confundit! E non è una speranza evasiva, ma impegnativa; non è alienante, ma responsabilizzante.
Quanti sperano in Dio pongono le loro fragili mani nella sua mano grande e forte, si lasciano rialzare e si mettono in cammino: insieme con Gesù risorto diventano pellegrini di speranza, testimoni della vittoria dell’Amore, della potenza disarmata della Vita”.
In un mondo di morte la vita vince: “Cristo è risorto! In questo annuncio è racchiuso tutto il senso della nostra esistenza, che non è fatta per la morte ma per la vita. La Pasqua è la festa della vita! Dio ci ha creati per la vita e vuole che l’umanità risorga! Ai suoi occhi ogni vita è preziosa! Quella del bambino nel grembo di sua madre, come quella dell’anziano o del malato, considerati in un numero crescente di Paesi come persone da scartare.
Quanta volontà di morte vediamo ogni giorno nei tanti conflitti che interessano diverse parti del mondo! Quanta violenza vediamo spesso anche nelle famiglie, nei confronti delle donne o dei bambini! Quanto disprezzo si nutre a volte verso i più deboli, gli emarginati, i migranti! In questo giorno, vorrei che tornassimo a sperare e ad avere fiducia negli altri, anche in chi non ci è vicino o proviene da terre lontane con usi, modi di vivere, idee, costumi diversi da quelli a noi più familiari, poiché siamo tutti figli di Dio!”
Ed il pensiero va alla Terra Santa: “Vorrei che tornassimo a sperare che la pace è possibile! Dal Santo Sepolcro, Chiesa della Risurrezione, dove quest’anno la Pasqua è celebrata nello stesso giorno da cattolici e ortodossi, s’irradi la luce della pace su tutta la Terra Santa e sul mondo intero. Sono vicino alle sofferenze dei cristiani in Palestina e in Israele, così come a tutto il popolo israeliano e a tutto il popolo palestinese. Preoccupa il crescente clima di antisemitismo che si va diffondendo in tutto il mondo.
In pari tempo, il mio pensiero va alla popolazione e in modo particolare alla comunità cristiana di Gaza, dove il terribile conflitto continua a generare morte e distruzione e a provocare una drammatica e ignobile situazione umanitaria. Faccio appello alle parti belligeranti: cessate il fuoco, si liberino gli ostaggi e si presti aiuto alla gente, che ha fame e che aspira ad un futuro di pace!”
Ed anche alla popolazione libanese: “Preghiamo per le comunità cristiane in Libano e in Siria che, mentre quest’ultimo Paese sperimenta un passaggio delicato della sua storia, ambiscono alla stabilità e alla partecipazione alle sorti delle rispettive Nazioni. Esorto tutta la Chiesa ad accompagnare con l’attenzione e con la preghiera i cristiani dell’amato Medio Oriente”.
Però non ha dimenticato né Yemen né Ucraina: “Un pensiero speciale rivolgo anche al popolo dello Yemen, che sta vivendo una delle peggiori crisi umanitarie ‘prolungate’ del mondo a causa della guerra, e invito tutti a trovare soluzioni attraverso un dialogo costruttivo. Cristo Risorto effonda il dono pasquale della pace sulla martoriata Ucraina e incoraggi tutti gli attori coinvolti a proseguire gli sforzi volti a raggiungere una pace giusta e duratura”.
Nei pensieri del papa è anche la situazione caucasica: “In questo giorno di festa pensiamo al Caucaso Meridionale e preghiamo affinché si giunga presto alla firma e all’attuazione di un definitivo Accordo di pace tra l’Armenia e l’Azerbaigian, che conduca alla tanto desiderata riconciliazione nella Regione”.
Ha chiesto pace nei Balcani: “La luce della Pasqua ispiri propositi di concordia nei Balcani occidentali e sostenga gli attori politici nell’adoperarsi per evitare l’acuirsi di tensioni e crisi, come pure i partner della Regione nel respingere comportamenti pericolosi e destabilizzanti”.
E nella Repubblica del Congo: “Cristo Risorto, nostra speranza, conceda pace e conforto alle popolazioni africane vittime di violenze e conflitti, soprattutto nella Repubblica Democratica del Congo, in Sudan e Sud Sudan, e sostenga quanti soffrono a causa delle tensioni nel Sahel, nel Corno d’Africa e nella Regione dei Grandi Laghi, come pure i cristiani che in molti luoghi non possono professare liberamente la loro fede.
Insomma la pace non può esistere senza libertà religiosa e disarmo: “Nessuna pace è possibile laddove non c’è libertà religiosa o dove non c’è libertà di pensiero e di parola e il rispetto delle opinioni altrui. Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo! L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo”.
L’appello papale si conclude con l’invito alla liberazione dei prigionieri: “Non venga mai meno il principio di umanità come cardine del nostro agire quotidiano. Davanti alla crudeltà di conflitti che coinvolgono civili inermi, attaccano scuole e ospedali e operatori umanitari, non possiamo permetterci di dimenticare che non vengono colpiti bersagli, ma persone con un’anima e una dignità. E in quest’anno giubilare, la Pasqua sia anche l’occasione propizia per liberare i prigionieri di guerra e quelli politici!”
E nella celebrazione eucaristica è riecheggiata la resurrezione: “Cristo è risorto, è vivo! Egli non è rimasto prigioniero della morte, non è più avvolto nel sudario, e dunque non si può rinchiuderlo in una bella storia da raccontare, non si può fare di Lui un eroe del passato o pensarlo come una statua sistemata nella sala di un museo! Al contrario, bisogna cercarlo e per questo non possiamo stare fermi. Dobbiamo metterci in movimento, uscire per cercarlo: cercarlo nella vita, cercarlo nel volto dei fratelli, cercarlo nel quotidiano, cercarlo ovunque tranne che in quel sepolcro”.
E’ un invito a cercare Gesù: “Cercarlo sempre. Perché, se è risorto dalla morte, allora Egli è presente ovunque, dimora in mezzo a noi, si nasconde e si rivela anche oggi nelle sorelle e nei fratelli che incontriamo lungo il cammino, nelle situazioni più anonime e imprevedibili della nostra vita. Egli è vivo e rimane sempre con noi, piangendo le lacrime di chi soffre e moltiplicando la bellezza della vita nei piccoli gesti d’amore di ciascuno di noi”.
In questo anno giubilare risuona la speranza della vita: “Fratelli e sorelle, ecco la speranza più grande della nostra vita: possiamo vivere questa esistenza povera, fragile e ferita aggrappati a Cristo, perché Lui ha vinto la morte, vince le nostre oscurità e vincerà le tenebre del mondo, per farci vivere con Lui nella gioia, per sempre… Il Giubileo ci chiama a rinnovare in noi il dono di questa speranza, a immergere in essa le nostre sofferenze e le nostre inquietudini, a contagiarne coloro che incontriamo sul cammino, ad affidare a questa speranza il futuro della nostra vita e il destino dell’umanità”.
E’ un invito a non rincorrere alle illusioni: “E perciò non possiamo parcheggiare il cuore nelle illusioni di questo mondo o rinchiuderlo nella tristezza; dobbiamo correre, pieni di gioia. Corriamo incontro a Gesù, riscopriamo la grazia inestimabile di essere suoi amici. Lasciamo che la sua Parola di vita e di verità illumini il nostro cammino”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco: annunciare a tutti la Pasqua
“E’ notte quando il cero pasquale avanza lentamente fino all’altare. E’ notte quando il canto dell’Inno apre i nostri cuori all’esultanza, perché la terrà è inondata di così grande splendore: la luce del Re eterno ha vinto le tenebre del mondo”: con il Preconio pasquale è inizia nella basilica di san Pietro la veglia pasquale celebrata dal card. Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio.
Nell’omelia letta papa Francesco ha sottolineato che al buio della notte succede l’alba del giorno: “Sul finire della notte avvengono i fatti narrati nel Vangelo appena proclamato: la luce divina della Risurrezione si accende e la Pasqua del Signore accade quando il sole sta ancora per spuntare; ai primi chiarori dell’alba si vede che la grande pietra, posta sul sepolcro di Gesù, è stata ribaltata e alcune donne arrivano in quel luogo portando il velo del lutto. Il buio avvolge lo sconcerto e la paura dei discepoli. Tutto succede nella notte”.
La luce rischiara la notte: “Così, la Veglia pasquale ci ricorda che la luce della Risurrezione rischiara il cammino passo dopo passo, irrompe nelle tenebre della storia senza clamore, rifulge nel nostro cuore in modo discreto. E ad essa corrisponde una fede umile, priva di ogni trionfalismo. La Pasqua del Signore non è un evento spettacolare con cui Dio afferma sé stesso e obbliga a credere in Lui; non è una mèta che Gesù raggiunge per una via facile, aggirando il Calvario; e nemmeno noi possiamo viverla in modo disinvolto e senza esitazione interiore. Al contrario, la Risurrezione è simile a piccoli germogli di luce che si fanno strada a poco a poco, senza fare rumore, talvolta ancora minacciati dalla notte e dall’incredulità”.
Questo è lo ‘stile’ di Dio che non elimina la notte ma la rischiara: “Questo ‘stile’ di Dio ci libera da una religiosità astratta, illusa dal pensare che la risurrezione del Signore risolva tutto in maniera magica. Tutt’altro: non possiamo celebrare la Pasqua senza continuare a fare i conti con le notti che portiamo nel cuore e con le ombre di morte che spesso si addensano sul mondo”.
La luce consente alla speranza di germogliare: “Cristo ha vinto il peccato e ha distrutto la morte ma, nella nostra storia terrena, la potenza della sua Risurrezione si sta ancora compiendo. E questo compimento, come un piccolo germoglio di luce, è affidato a noi, perché lo custodiamo e lo facciamo crescere. Fratelli e sorelle, questa è la chiamata che, soprattutto nell’anno giubilare, dobbiamo sentire forte dentro di noi: facciamo germogliare la speranza della Pasqua nella nostra vita e nel mondo!”
E’ un invito a non perdere la speranza: “Quando sentiamo ancora il peso della morte dentro il nostro cuore, quando vediamo le ombre del male continuare la loro marcia rumorosa sul mondo, quando sentiamo bruciare nella nostra carne e nella nostra società le ferite dell’egoismo o della violenza, non perdiamoci d’animo, ritorniamo all’annuncio di questa notte: la luce lentamente risplende anche se siamo nelle tenebre; la speranza di una vita nuova e di un mondo finalmente liberato ci attende; un nuovo inizio può sorprenderci benché a volte ci sembri impossibile, perché Cristo ha vinto la morte”.
La resurrezione è un annuncio del Regno di Dio: “Questo annuncio, che allarga il cuore, ci riempie di speranza. In Gesù Risorto abbiamo infatti la certezza che la nostra storia personale e il cammino dell’umanità, pur immersi ancora in una notte dove le luci appaiono fioche, sono nelle mani di Dio; e Lui, nel suo grande amore, non ci lascerà vacillare e non permetterà che il male abbia l’ultima parola. Allo stesso tempo, questa speranza, già compiuta in Cristo, per noi rimane anche una mèta da raggiungere: a noi è stata affidata perché ne diventiamo testimoni credibili e perché il Regno di Dio si faccia strada nel cuore delle donne e degli uomini di oggi”.
Riprendendo sant’Agostino il papa ha invitato ad essere ‘costruttori di speranza’: “Riprodurre la Pasqua nella nostra vita e diventare messaggeri di speranza, costruttori di speranza mentre tanti venti di morte soffiano ancora su di noi. Possiamo farlo con le nostre parole, con i nostri piccoli gesti quotidiani, con le nostre scelte ispirate al Vangelo. Tutta la nostra vita può essere presenza di speranza”.
Soprattutto per chi ha smarrito la speranza: “Vogliamo esserlo per coloro ai quali manca la fede nel Signore, per chi ha smarrito la strada, per quelli che si sono arresi o hanno la schiena curva sotto i pesi della vita; per chi è solo o si è chiuso nel proprio dolore; per tutti i poveri e gli oppressi della Terra; per le donne umiliate e uccise; per i bambini mai nati e per quelli maltrattati; per le vittime della guerra. A ciascuno e a tutti portiamo la speranza della Pasqua!”
E’ un invito ad annunciare la Pasqua: “Il Cristo risorto è la svolta definitiva della storia umana. Lui è la speranza che non tramonta. Lui è l’amore che ci accompagna e ci sostiene. Lui è il futuro della storia, la destinazione ultima verso cui camminiamo, per essere accolti in quella nuova vita in cui il Signore stesso asciugherà ogni nostra lacrima ‘e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno’. E questa speranza della Pasqua, questa ‘svolta nelle tenebre’, dobbiamo annunciarla a tutti. Sorelle, fratelli, il tempo di Pasqua è stagione di speranza”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Francesco invita a nascere dall’alto
“Con questa catechesi iniziamo a contemplare alcuni incontri raccontati nei Vangeli, per comprendere il modo in cui Gesù dona speranza. In effetti, ci sono incontri che illuminano la vita e portano speranza. Può accadere, per esempio, che qualcuno ci aiuti a vedere da una prospettiva diversa una difficoltà o un problema che stiamo vivendo; oppure può succedere che qualcuno ci regali semplicemente una parola che non ci fa sentire soli nel dolore che stiamo attraversando. Ci possono essere a volte anche incontri silenziosi, in cui non si dice niente, eppure quei momenti ci aiutano a riprendere il cammino”: ancora dal Policlinico Gemelli, in via di ripresa, papa Francesco ha iniziato una nuova catechesi dell’Udienza generale, riguardanti gli incontri di Gesù.
Ed ha iniziato con l’incontro di Gesù con Nicodemo, narrato nel capitolo 3 del vangelo dell’apostolo Giovanni: “Comincio da questo episodio perché Nicodemo è un uomo che, con la sua storia, dimostra che è possibile uscire dal buio e trovare il coraggio di seguire Cristo. Nicodemo va da Gesù di notte: un orario insolito per un incontro.
Nel linguaggio di Giovanni, i riferimenti temporali hanno spesso un valore simbolico: qui la notte è probabilmente quella che c’è nel cuore di Nicodemo. E’ un uomo che si trova nel buio dei dubbi, in quell’oscurità che viviamo quando non capiamo più quello che sta avvenendo nella nostra vita e non vediamo bene la strada da seguire”.
Tale incontro è fondamentale nel vangelo giovanneo, che basa il suo racconto sulla ricerca della luce, anche se non comprende le parole di Gesù: “Nicodemo cerca dunque Gesù perché ha intuito che Lui può illuminare il buio del suo cuore. Tuttavia, il Vangelo ci racconta che Nicodemo non riesce a comprendere subito ciò che Gesù gli dice. E così vediamo che ci sono tanti fraintendimenti in questo dialogo, e anche tanta ironia, che è una caratteristica dell’evangelista Giovanni”.
Non le comprende, perché non riesce ad ‘uscire’ dai suoi pensieri: “Nicodemo non capisce quello che Gesù gli dice perché continua a pensare con la sua logica e le sue categorie. È un uomo con una personalità ben definita, ha un ruolo pubblico, è uno dei capi dei giudei. Ma probabilmente i conti non gli tornano più. Nicodemo sente che qualcosa non funziona più nella sua vita. Avverte il bisogno di cambiare, ma non sa da dove cominciare”.
Questo processo capita a tutti: “Se non accettiamo di cambiare, se ci chiudiamo nella nostra rigidità, nelle abitudini o nei nostri modi di pensare, rischiamo di morire. La vita sta nella capacità di cambiare per trovare un modo nuovo di amare. Gesù parla infatti a Nicodemo di una nuova nascita, che è non solo possibile, ma addirittura necessaria in alcuni momenti del nostro cammino”.
Il cambiamento inizia nel momento in cui Nicodemo capisce il significato della Parola di Gesù: “A dire il vero, l’espressione usata nel testo è già di per sé ambivalente, perché anōthen (ἄνωθεν) può essere tradotto sia ‘dall’alto’ sia ‘di nuovo’. Piano piano, Nicodemo capirà che questi due significati stanno insieme: se lasciamo che lo Spirito Santo generi in noi una vita nuova, nasceremo un’altra volta. Ritroveremo quella vita, che forse in noi si stava spegnendo”.
Ecco il motivo per cui il papa ha scelto questa figura: “Nicodemo ce la farà: alla fine egli sarà tra coloro che vanno da Pilato per chiedere il corpo di Gesù! Nicodemo è finalmente venuto alla luce, è rinato, e non ha più bisogno di stare nella notte”.
E’ un invito a non farsi spaventare dai cambiamenti: “Da una parte ci attraggono, a volte li desideriamo, ma dall’altra preferiremmo rimanere nelle nostre comodità. Per questo lo Spirito ci incoraggia ad affrontare queste paure. Gesù ricorda a Nicodemo (che è un maestro in Israele) che anche gli israeliti ebbero paura mentre camminavano nel deserto… Solo guardando in faccia quello che ci fa paura, possiamo cominciare a essere liberati”.
Quindi la libertà arriva attraverso il Crocifisso, che permette di rinascere: “Nicodemo, come tutti noi, potrà guardare il Crocifisso, Colui che ha sconfitto la morte, la radice di tutte le nostre paure. Alziamo anche noi lo sguardo verso Colui che hanno trafitto, lasciamoci anche noi incontrare da Gesù. In Lui troviamo la speranza per affrontare i cambiamenti della nostra vita e nascere di nuovo”.
Inoltre in questo giorno il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha inviato un messaggio al papa in occasione del 12^ anniversario dell’inizio del pontificato: “A tale riguardo, desidero richiamare gli spunti inediti di riflessione che il Suo alto Magistero ha posto al centro del dibattito in seno a importanti consessi multilaterali: alla Conferenza delle parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, al Vertice G7 presieduto dall’Italia, al G20, Vostra Santità ha portato un vibrante richiamo alla riscoperta della speranza, all’accantonamento di logiche di forza e di prevaricazione, a quelle istanze di rinnovamento dischiuse da un uso etico delle nuove tecnologie. Mentre al livello internazionale sembrano affievolirsi le ragioni del Diritto e di una corretta articolazione della convivenza tra gli Stati, la Sua voce è e resta più che mai necessaria”.
Ed ha ricordato il gesto dell’apertura della Porta santa in un carcere: “L’apertura della Porta Santa presso il carcere romano di Rebibbia all’inizio dell’anno giubilare, nonché la decisione di innalzare nei prossimi mesi agli onori degli altari Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati (figure molto amate, anche dalle giovani generazioni) ispirano nei miei concittadini viva gratitudine nei confronti del Vescovo di Roma, di cui tutti avvertiamo la particolare sollecitudine per l’Italia”.
Papa Francesco: fare la volontà di Dio
“Con queste parole l’autore della Lettera agli Ebrei manifesta la piena adesione di Gesù al progetto del Padre. Oggi le leggiamo nella festa della Presentazione del Signore, Giornata mondiale della Vita Consacrata, durante il Giubileo della speranza, in un contesto liturgico caratterizzato dal simbolo della luce. E tutti voi, sorelle e fratelli che avete scelto la via dei consigli evangelici, vi siete consacrati, come ‘Sposa davanti allo Sposo… avvolta dalla sua luce’; vi siete consacrati a quello stesso disegno luminoso del Padre che risale alle origini del mondo… Riflettiamo allora su come, per mezzo dei voti di povertà, castità e obbedienza, che avete professato, anche voi potete essere portatori di luce per le donne e gli uomini del nostro tempo”.
Prendendo spunto dalla lettera agli Ebrei di san Paolo (‘Ecco io vengo… per fare, o Dio, la tua volontà’) papa Francesco nel pomeriggio ha celebrato la XXIX Giornata Mondiale della Vita Consacrata, che ricorre ogni anno nella festa della Presentazione di Gesù al tempio, in cui ha invitato sui tre voti, di cui il primo è la povertà: “Essa ha le sue radici nella vita stessa di Dio, eterno e totale dono reciproco del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Esercitando così la povertà, la persona consacrata, con un uso libero e generoso di tutte le cose, si fa per esse portatrice di benedizione: manifesta la loro bontà nell’ordine dell’amore, respinge tutto ciò che può offuscarne la bellezza (egoismo, cupidigia, dipendenza, l’uso violento e a scopi di morte) ed abbraccia invece tutto ciò che la può esaltare: sobrietà, la generosità, la condivisione, la solidarietà. E Paolo lo dice: ‘Tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio’. Questo è la povertà”.
La seconda ‘luce’ riguarda la castità, che ha origine anche essa nella Trinità: “La sua professione, nella rinuncia all’amore coniugale e nella via della continenza, ribadisce il primato assoluto, per l’essere umano, dell’amore di Dio, accolto con cuore indiviso e sponsale, e lo indica come fonte e modello di ogni altro amore. Lo sappiamo, noi stiamo vivendo in un mondo spesso segnato da forme distorte di affettività, in cui il principio del ‘ciò che piace a me’ spinge a cercare nell’altro più la soddisfazione dei propri bisogni che la gioia di un incontro fecondo”.
La ‘castità’ consacrata è una ‘medicina’ che libera dal male: “Che medicina per l’anima è incontrare religiose e religiosi capaci di una relazionalità matura e gioiosa di questo tipo! Sono un riflesso dell’amore divino. A tal fine, però, è importante, nelle nostre comunità, prendersi cura della crescita spirituale e affettiva delle persone, già dalla formazione iniziale, anche in quella permanente, perché la castità mostri davvero la bellezza dell’amore che si dona, e non prendano piede fenomeni deleteri come l’inacidimento del cuore o l’ambiguità delle scelte, fonte di tristezza, insoddisfazione e causa, a volte, in soggetti più fragili, dello svilupparsi di vere e proprie ‘doppie vite’. La lotta contro la tentazione della doppia vita è quotidiana”.
Infine il papa ha offerto la ‘luce’ dell’obbedienza: “E’ proprio la luce della Parola che si fa dono e risposta d’amore, segno per la nostra società, in cui si tende a parlare tanto ma ascoltare poco: in famiglia, al lavoro e specialmente sui social, dove ci si possono scambiare fiumi di parole e di immagini senza mai incontrarsi davvero, perché non ci si mette veramente in gioco l’uno per l’altro”.
E’ stato un invito al dialogo: “Tante volte, nel dialogo quotidiano, prima che uno finisca di parlare, già esce la risposta. Non si ascolta. Ascoltarci prima di rispondere. Accogliere la parola dell’altro come un messaggio, come un tesoro, anche come un aiuto per me. L’obbedienza consacrata è un antidoto a tale individualismo solitario, promuovendo in alternativa un modello di relazione improntato all’ascolto fattivo… Solo così la persona può sperimentare fino in fondo la gioia del dono, sconfiggendo la solitudine e scoprendo il senso della propria esistenza nel grande progetto di Dio”.
E’ stato anche un invito a ritornare alle origini, cioè all’adorazione: “Ritorno proprio all’origine della nostra vita. In proposito, la Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci ricorda che il primo e più importante ‘ritorno alle origini’ di ogni consacrazione è, per tutti noi, quello a Cristo ed al suo ‘sì’ al Padre. Ci ricorda che il rinnovamento, prima che con le riunioni e le ‘tavole rotonde’ (si devono fare, sono utili) si fa davanti al Tabernacolo, in adorazione. Sorelle, fratelli, noi abbiamo perso un po’ il senso dell’adorazione. Siamo troppo pratici, vogliamo fare le cose, ma … Adorare. Adorare. La capacità di adorazione nel silenzio”.
Sempre nel pomeriggio il papa ha avuto un incontro online con alcuni giovani ucraini a Kyiv e in altre città dell’Europa e dell’America, secondo un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede, in cui il papa ha ricordato la vita di Oleksandr, giovane combattente di cui conserva il libretto del Vangelo e dei Salmi e il rosario ‘come reliquie’ sulla scrivania, ma ha anche domandato loro di avere sogni, esprimendo il suo desiderio di pace per l’Ucraina: ‘la pace si costruisce col dialogo, non stancatevi di dialogare’ ed anche se a volte è difficile, fare sempre lo sforzo di cercare il dialogo.
(Santa Sede)
Epifania del Signore: Dio si manifesta alle genti
L’Epifania è la ‘manifestazione’ di Gesù a tutte le genti; è la festa della vocazione missionaria della Chiesa istituita da Cristo Gesù. Con Abramo si era data vita al popolo ebreo, popolo di Dio, caratterizzato del ‘monoteismo’: credo in un Dio uno e unico ed Israele è il suo popolo. Con l’incarnazione del Verbo e la nascita di Gesù la benedizione di Dio è estesa a tutta l’umanità, chiamata ad essere il suo popolo.
Nel Natale del Signore una grande luce è scesa sulla terra e da Betlem si è irradiata a tutto il mondo: in mezzo al popolo ebreo con gli angeli che invitarono i pastori alla grotta; in mezzo al mondo ancora pagano con una stella cometa apparsa in Oriente ed i Magi che intravidero in essa la chiamata di Dio e subito partirono alla ricerca del Bambino Gesù. L’Epifania è l’evento che oggi la Chiesa celebra mostrando Gesù nell’Eucaristia: ‘Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo’; ecco la vera luce!
L’Epifania è la manifestazione di Dio all’umanità; per manifestarsi si è incarnato, ha preso un corpo nel grembo della Santissima Vergine e fu mostrato ai Pastori e ai Magi. Lo stesso avviene nell’Eucaristia; è lo stesso Gesù che i Magi e i Pastori videro Bambino, oggi, sotto il velo del pane e del vino, nella Messa è mostrato al popolo: ‘Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo’. Nella prima Epifania è Gesù bambino incarnato; nella Messa è lo stesso Gesù che è morto poi in croce ed è risorto aprendo a noi le porte del regno dei cieli.
Da qui la necessità all’inizio del nuovo anno di purificare il nostro cuore, consapevoli che non siamo figli della terra ma del cielo; saremo da Lui accolti se purificati; è necessario convertirsi all’amore verso Dio e verso i fratelli in nome di Dio, che è amore. L’arrivo dei Magi a Betlem per adorare il Re dei Giudei, è il segno eclatante della manifestazione di Gesù come Re universale, Re di tutti i popoli.
L’arrivo dei Magi è un movimento di amore e di unione, opposto a quello avvenuto con la costruzione della torre di Babele, quando gli uomini vollero costruire una torre alta sino al cielo e Dio confuse le loro lingue e dovettero disperdersi.. Betlem è il richiamo del popolo di Dio (i pastori) e dei popoli pagani ( i Magi che vengono dall’oriente). Si passa così dalla dispersione alla riconciliazione, è il richiamo che ci ricorda la pentecoste e il dono delle lingue.
I Magi sono la primizia della chiamata alla fede, i primi pagani a ricevere l’annuncio della rivelazione dell’amore di Dio verso l’umanità. I Magi sono i veri ricercatori di Dio: camminano sulla terra guardando il cielo, la meta del viaggio è chiara: essi chiedono: ‘Dove è nato il re dei Giudei?’ E’ la stessa espressione che diventa ‘capo di accusa’ portata avanti dai Capi del popolo e dai Sommi sacerdoti contro Gesù davanti a Ponzio Pilato: ‘Dice di essere re; noi non abbiamo altro re che Cesare!’
I Magi arrivarono a Betlem, fecero i loro doni. oro, incenso e mirra. L’Epifania che oggi celebriamo è la manifestazione di Gesù presente in noi ogni volta che celebriamo la messa e ci avviciniamo alla Comunione. Infatti è lo stesso Gesù che nacque a Betlem. I magi si inginocchiano ed adorano lo stesso Dio che noi adoriamo nell’Eucaristia: i Magi videro il bambino Gesù con Maria, sua madre, ed adorarono il Figlio di Dio incarnato; noi vediamo nell’Eucaristia il Pane e i Vino, frutto del lavoro dell’uomo, e sotto quelle apparenze adoriamo il Figlio di Dio incarnato per amore e presente in mezzo a noi.
La Messa che celebriamo è la suprema Epifania che si ripete, dove Gesù, vero Dio e vero uomo, mostra all’umanità tutto il suo amore ed invita ogni credente: ‘Siete stanchi, affaticati, venite a me ed Io vi ristorerò’. Come Maria presentò il Bambino ai Magi ed essi adorarono il Figlio di Dio, così nella messa il sacerdote dice: ecco l’agnello i Dio che toglie i peccati del mondo. Amici carissimi, ogni celebrazione della messa è l’Epifania che si ripete: la Madonna ci aiuti a vivere con fede profonda il nostro essere cristiani.
Papa Francesco: Dio condivide la vita umana
Nell’Angelus odierna papa Francesco, incoraggiando i presente in piazza san Pietro nonostante la pioggia, ha raccontato la ‘potenza’ del brano evangelico odierno: “Oggi il Vangelo, parlandoci di Gesù, Verbo fatto carne, ci dice che ‘la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta’. Ci ricorda, cioè, quanto è potente l’amore di Dio, che non si lascia vincere da nulla e che, al di là di ostacoli e rifiuti, continua a risplendere e a illuminare il nostro cammino”.
Attraverso il Vangelo di questa domenica Dio si manifesta nell’umiltà: “Lo vediamo nel Natale, quando il Figlio di Dio, fattosi uomo, supera tanti muri e tante divisioni. Affronta la chiusura di mente e di cuore dei ‘grandi’ del suo tempo, preoccupati più di difendere il potere che di cercare il Signore.
Condivide la vita umile di Maria e Giuseppe, che lo accolgono e crescono con amore, ma con le possibilità limitate e i disagi di chi non ha mezzi: erano poveri. Si offre, fragile e indifeso, all’incontro con i pastori, uomini dal cuore segnato dalle asprezze della vita e dal disprezzo della società; e poi con i Magi, che spinti dal desiderio di conoscerlo affrontano un lungo viaggio e lo trovano in una casa di gente comune, in grande povertà”.
E nonostante le ‘chiusure’Dio continua ad elargire misericordia: “Di fronte a queste e a tante altre sfide, che sembrano contraddizioni, Dio non si ferma mai: trova mille modi per arrivare a tutti e a ciascuno di noi, là dove ci troviamo, senza calcoli e senza condizioni, aprendo anche nelle notti più oscure dell’umanità finestre di luce che il buio non può coprire. E’ una realtà che ci consola e che ci dà coraggio, specialmente in un tempo come il nostro, un tempo non facile, dove c’è tanto bisogno di luce, di speranza e di pace, un mondo dove gli uomini a volte creano situazioni così complicate, che sembra impossibile uscirne”.
Quindi il Vangelo odierno è stato un invito ad aprirsi all’amore: “Sembra impossibile uscire da tante situazioni, ma oggi la Parola di Dio ci dice che non è così! Anzi, ci chiama a imitare il Dio dell’amore, aprendo spiragli di luce dovunque possiamo, con chiunque incontriamo, in ogni contesto: familiare, sociale, internazionale. Ci invita a non aver paura di fare il primo passo. Questo è l’invito del Signore oggi: non abbiamo paura di fare il primo passo: ci vuole coraggio per farlo, ma non abbiamo paura”.
Ci si apre all’amore attraverso una risposta positiva alla vita: “Spalancando finestre luminose di vicinanza a chi soffre, di perdono, di compassione, di riconciliazione: questi sono i tanti primi passi che noi dobbiamo fare per rendere il cammino più chiaro, sicuro e possibile per tutti. E questo invito risuona in modo particolare nell’Anno giubilare da poco iniziato, sollecitandoci ad essere messaggeri di speranza con semplici ma concreti ‘sì’ alla vita, con scelte che portano vita. Facciamolo, tutti: è questa la via della salvezza!”
Ed oggi è stata aperta anche l’ultima Porta Santa romana, quella della Basilica di San Paolo fuori le Mura, con una celebrazione eucaristica del card. James Michael Harvey, arciprete della Basilica, che nell’omelia ha fatto riferimento alla gioia e alla speranza che caratterizzano il tempo di Natale e quello del Giubileo: “La Chiesa fa un ulteriore passo decisivo nella sua storia millenaria… Le parole che il salmista canta alla città santa Gerusalemme ora la liturgia le canta alla Chiesa universale e a ogni singolo membro di essa.
Questa mattina con l’apertura della Porta Santa, un atto tanto semplice quanto suggestivo, abbiamo varcato la soglia del tempio sacro con immensa gioia perché in modo emblematico abbiamo varcato la porta della speranza. La gioia e la speranza sono il binomio del rito liturgico. Gioia perché è nato il Salvatore, speranza perché Cristo Salvatore è la nostra speranza. E’ la letizia del tempo natalizio in cui il mondo cristiano contempla il disegno di salvezza di Dio».
L’arciprete della Basilica ha ricordato che lo scopo dell’incarnazione del Figlio di Dio è non solo “essere in mezzo a noi ma essere uno di noi. Ci ha comunicato la sua stessa vita filiale per metterci in rapporto intimo con Dio. In Gesù riceviamo l’adozione a figli, ci conduce in una pienezza di vita insuperabile… La gioia è il sentimento giusto anche per il dono della redenzione.
L’apertura della Porta Santa segna il passaggio salvifico aperto da Cristo chiamando tutti i membri della Chiesa a riconciliarsi con Dio e con il prossimo. Varcando con fede questa soglia entriamo nel tempio della misericordia e del perdono. Quanto abbiamo bisogno adesso della speranza, in questo periodo post-pandemia ferito da tragedie, guerre, crisi di varia natura. La speranza è indubbiamente legata al futuro ma si sperimenta anche nel presente”.
Concludendo l’omelia il cardinale ha ricordato che “la città eterna si prepara ad accogliere pellegrini di tutto il mondo; anche noi di Roma ripetiamo gesti che caratterizzano l’esperienza giubilare e la viviamo come speciale dono di grazia, penitenza e perdono dei peccati. La Chiesa invita ciascun pellegrino a percorrere un viaggio spirituale sulle orme della fede. Nello spirito di veri pellegrini, camminando per così dire con la croce in mano, accogliamo con gioia l’appello rivolto a tutta la Chiesa dal papa, un appello pressante e impegnativo, a non accontentarci solo di avere ma anche irradiare speranza, essere seminatori di speranza. E’ il dono più bello che la Chiesa può fare all’umanità intera”.
Mentre nei giorni precedenti il card. Rolandas Makrickas aveva aperto la porta santa della basilica di santa Maria Maggiore: “Dalla cima dell’Esquilino, punto più elevato del centro di Roma, fin dal primo Giubileo della Chiesa essa continua sino ad oggi a diffondere il suo suono per tutta la Città Eterna, a conforto di ogni pellegrino. Il suono di questa campana non solo scandisce le ore e i tempi per la preghiera, ma trasforma in suono la tradizionale immagine ascritta a Maria, quella di guida e segnavia, la Stella Maris, che illumina il cammino nel buio della notte”.
Nell’omelia il cardinale si è soffermato sul valore della ‘pienezza del tempo’: “Il tempo acquista la sua pienezza quando è unito all’eternità, cioè con il tempo infinito di Dio. Il tempo è una grande creatura di Dio. L’uomo spesso e in diversi modi ha voluto aumentare o perfezionare il tempo con le nuove tecnologie, ma ogni suo tentativo si risolve sempre nella sua perdita o in quella che potremmo definire la ‘stanchezza del tempo’. Basti pensare ai computer o ai telefonini: progettati per salvare e arricchire il tempo, ne diventano spesso i suoi peggiori nemici. Non ci si può, invece, sentire mai sperduti, persi o stanchi del tempo vissuto con Dio”.
In questa chiesa è custodita l’icona mariana della ‘Salus Populi Romani’: “Ogni pellegrino che varcherà la soglia della Porta Santa di questo primo santuario Mariano d’Occidente durante l’Anno Giubilare si disporrà alla preghiera di fronte all’icona della Madre di Dio, Salus Populi Romani, e di fronte alla Sacra Culla di Gesù e non potrà uscire di qui senza avvertire una sensazione particolare”.
(Foto: Santa Sede)
Seconda domenica di Natale: il Verbo si fece carne!
La liturgia oggi ci invita a meditare il Natale dal prologo del Vangelo di Giovanni: una descrizione altamente filosofica e teologica che fa gustare la grandezza del mistero della nascita di Gesù, vero Dio e vero uomo. ‘In principio era il Verbo’: il termine ‘Verbo’ traduce in italiano la parola ‘Verbum’, in greco ‘Logos’; questo termine esprime sia la parola così come esce dalle labbra sia il concetto che esso vuole significare. Ogni termine esprime un ‘concetto od idea’; la grande ‘Parola’ o ‘Verbum’ divino esprime la Sapienza eterna del Padre, che è eterno; il grande poeta Dante nella Divina Commedia sulla porte dell’inferno evidenzia la scritta: ‘Fecimi la Divina potestate (Padre), la Somma Sapienza (Figlio) e il Primo Amore (lo Spirito santo)’.
Gesù é il Verbum o Sapienza eterna incarnatasi nel seno purissimo della vergine Maria. La creazione del mondo operata da Dio è opera della sapienza eterna: ‘Tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui nulla è stato fatto di ciò che esiste’. La nascita di Gesù è perciò la luce divina che è venuta per irradiare il cammino dell’uomo, che, a causa del peccato, viveva nelle tenebre, nell’oscurità più profonda perchè lontano da Dio, fonte della luce vera. Il prologo di questo Vangelo costituisce una sintesi mirabile di tutto il Vangelo di Giovanni.
La nascita od incarnazione del Logos (o sapienza eterna) fu preparata ed annunziata da Giovanni Battista, che non era la luce ma era nato per rendere testimonianza alla Luce vera. Quando qualcuno cominciò a scambiare Giovanni Battista per il Messia, Giovanni evidenziò: ‘Io non sono degno neppure di sciogliere i legacci dei suoi sandali … io battezzo con acqua ma Gesù, il messia, battezzerà con lo spirito santo e il fuoco!’
La nascita di Gesù era stata preannunciata dai profeti, che parlavano in nome di Dio; il popolo purtroppo, che viveva spesso nelle tenebre trascurando l’insegnamento dei profeti, aveva con il tempo deformato la figura del Messia trasformandolo in un ‘guerriero’, un re alla maniera umana. Gesù, sapienza eterna, nato dalla vergine Maria a Betlemme, come predetto dai profeti, venne tra i suoi, ma questi non lo riconobbero, non si trovò posto per Lui nella città e fu costretto a nascere in una grotta.
La sua nascita fu annunziata da una luce: ai pastori (gli angeli), ai magi (una stella cometa) e subito vennero ad adorarlo. L’incarnazione del Verbo è perciò un evento, un fatto incontrovertibile d cui si può prendere atto e non scaturisce da una speculazione filosofica e scientifica ma da un intervento particolare di Dio. Questo evento divino non si dimostra ma si accetta con fede viva e profonda, chi lo accetta sarà chiamato ad essere ‘figlio di Dio’ innestandosi a Cristo Gesù con il battesimo.
L’evento dell’incarnazione è avvenuto nel tempo ma non è legato al tempo: è un mistero dell’amore di Dio. Nella sua infinita misericordia Dio ha voluto salvare l’uomo ma nel rispetto della sua libertà: Dio vuole tutti salvi ma non costringe nessuno. Ciascuno di noi deve fare la sua scelta: accogliere o meno l’opera di Cristo Gesù non con le parole ma con i fatti; una persona non si salva perchè è giusta, osserva le leggi, ma si salva solo se accoglie Cristo e il suo messaggio di amore: ‘A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio’.
Accogliere Cristo significa innestarsi a Lui con il battesimo e amare Dio ed i fratelli in nome di Dio; Dio infatti è amore. All’inizio del nuovo anno, amico che leggi o ascolti, ti invito a camminare con il piede giusto: ama e sarai dalla parte di Cristo Gesù. La preghiera, il riflettere sulla parola di Dio, partecipare alla Messa sono mezzi insostituibili per vivere ed accogliere l’evento dell’Incarnazione del Verbo eterno.




























