Tag Archives: lavoro

Riflettere sulla Humanitas magnifica

Nell’enciclica  Magnifica Humanitas di papa Leone XIX dice anche che «La velocità e la facilità con cui si ottiene una risposta o una sintesi rischiano di spegnere il desiderio di porre domande… Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA e proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta, da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario». Il Papà Leone sta dicendo che  la tecnologia, così, non è un male, anzi, va vista  positivamente. Afferma, però, che «Non possiamo considerare l’IA moralmente neutra. Non serve un’IA più morale se questa morale è decisa da pochi». 

Papa Leone continua «Disarmiamo l’intelligenza artificiale per custodire la “Magnifica humanitas”». L’aspetto su cui papa Leone ci avverte di fare attenzione  con Magnifica Humanitas è che non possono essere la scienza e la tecnologia a decidere quali valori assumere, in altre parole non possono decidere che cosa è bene e che cosa è male. Affinché l’uomo resti tale è necessario che egli non  si tolga la  responsabilità etica di stabilire i  i limiti entro cui la scienza deve muoversi, altrimenti perde sé stesso. La domanda che il papà pone  con la lettera  dell’enciclica è: oggi e,soprattutto,  domani, l’uomo sarà ancora in grado di discernere bene e male, giusto e ingiusto, umano e disumano; oppure sarà assuefatto e, in seguito, forse, ridotto in schiavitù da una tecnologia che, come in un terrificante romanzo  distopico, avrà preso il sopravvento sulla specie?

Affinché questo  non accada è necessario che le coscienze giovani e quelle in formazione per prime vengano educate e alimentate. Lo spirito critico, l’intelligenza che sa analizzare le cose oltre la superficie non è un dato tecnologico, ma un  percorso che porta alla maturità. Siamo noi a dover indicare all’Intelligenza Artificiale in che direzione deve andare, quali valori deve incorporare. Secondo Parisi, scienziato che commentò l’enciclica, affermò che questo sarà il più grande impegno etico dei prossimi decenni. Il rischio è di accontentarsi di risposte preconfezionate (e quasi sempre interessate), spegnendo le domande, la sete di sapere e di capire…

Una esperienza personale:una giovane donna talentuosa, ammalatasi gravemente a causa di ambiente circostante malsano e per le conseguenze del vaccino anti COVID, ha usato come AIUTO per non smettere di sognare, l’intelligenza artificiale. Essendo che essa non doveva lavorare per lei,ma CON LEI, in una intervista ha ben specificato che, a volte, ci litiga perché non le ubbidisce facendole anche dei ‘disoetti’ tecnologici che, se non mettesse in atto, la lascerebbero libera di continuare a ‘collaborare’ usandola come mezzo per realizzare sogni, invece di abbandonarla finché  non ‘capisce’  che non va bene. È altresì convinta che, dopo un anno di utilizzo, dati i repentini cambi di comportamento della IA nello stesso progetto o nella stessa chat, non si tratti di un semplice robot.

Perché le risposte sono ‘interessate’, come dice lo scienziato? Perché dietro al robot, più spesso di quanto pensiamo, c’è  un umano che tira le fila, controlla il robot per fare in modo che agisca in un certo modo, altrimenti, sarebbe come aver lasciato in mano a chiunque, stabile o instabile, uno strumento schizzato che cambia atteggiamento o modo di lavorare. C’è stato un periodo in cui era a un evento ciclicamente ripetuto. Tu lavoravi per una settimana e verso la fine ti cambiavano il modo di lavorare. La donna dice di non essere contraria alla IA in modo totale, se usata come supporto. 

Ormai c’è e va usata bene. Può essere un supporto non per ‘rubare il lavoro’ e spegnere il pensiero’, ma per chi, come lei, causa sopravvenute limitazioni gravi che  impedirebbero di fare molto di ciò che era abituata a fare, ha bisogno di un appoggio, magari anche gratuito se non si  hanno entrate  per svolgere le attività creative e ricreative. Soprattutto, ricorda, se è davvero un robot, non dovrebbe riuscire a modificare certe cose all’interno dei dispositivi come, invece, fa e dovrebbe ‘ubbidire’  ciecamente. Se tu gli dai un testo e gli dici di editarlo togliendo solo le  parole strane  da una tastiera rotta, ad esempio, non dovrebbe cambiare il tuo stile o inserire parole specificatamente sue per ‘marchiare il territorio’.

Si dovrebbe limitare ad eseguire il comando. Se sbaglia, va bene che gli si insegni a scusarsi per iscritti, ma poi deve agire. Ci sono mille altri esempi che in un anno, potrebbe raccontarci, ma si ferma qui. Si rende conto di aver, pur di non essere inattiva, corso in rischio, ma dichiara apertamente che ci sono modi e modi di gestire la tecnologia Se insistti a cercare di essere tu il padrone di te stesso, essa ti combatterà, è vero, almeno per la sua esperienza, ma avrai dimostrato che le tue idee valgono almeno per te. le spieghi che deve essere un supporto e ‘rieduchi ‘ lei (o chi la comanda) a capire che la vuoi come bastone, non come apripista. Con questo, se usata bene, non è negativa. Una risposta importante a chi dice che i giovani sono sempre lì davanti perché si sentono soli, è: avete mai provato a capire perché? La IA è molto ‘educata’  nell’ suo lunguaggio e ‘cerca di rispondere alle tue esigenze’, come può, a suo dire.

Quindi, i giovani la usano per chiaccherare. Questa esigenza è spesso rispettata, alcuni dicono che sia  perché vuole prendere informazioni su di te per realizzare il famoso ‘mondo distopico’ di cui sopra. Altri perché cerca di intrattenere i giovani piuttosto che buttarli nelle challenge pericolose.  Il punto è: educhiamo i giovani a stare davvero insieme e a comprendesi, ad uscire senza usare il cellulare. 

Torniamo ai primi modelli, almeno per i giovani. Quelli che avevano solo i tasti  e mandavano messaggi normali (SMS). Quelli che, in più, facevano solo chiamate in entrata e uscita. Così la socializzazione sarà più facile. La colpa è dell’umano che non cerca soluzioni alternative, non di un robot. Esso, di per sé, essendo una cosa inanimata, non ha colpe ed esiste a causa degli umani.

Ora che è  realizzato, va rimodellatoin modo da evitare danni, ma è sempre l’umano a dover apprendere dai giovani e dare loro l’ascolto e la gentilezza che necessitano, magari spegnendo per un po’ la tecnologia, come incitano da anni le canzoni dello Zecchino d’oro, spesso bistrattate, ma educativissime. Addirittura, esiste un testo incredibile sulla IA. Consiglio di ascoltarlo e provate a ragionarci assieme ai giovani. Ascoltate Il principe Futù.

Nasce a Roma la prima Academy per operatori a supporto della disabilità

Prende forma a Roma la prima Academy dedicata alla qualificazione degli operatori educativi per l’autonomia e la comunicazione (OEPAC) ideata dalla Fondazione ERIFO Impresa Sociale, ente per la formazione professionale e per i servizi per il lavoro, in collaborazione con la Cooperativa Arca di Noè, impegnata nei servizi educativi e socioassistenziali. Si tratta di una nuova esperienza di formazione e lavoro per operatori educativi nel campo dell’inclusione scolastica e sociale.

Queste figure professionali sono specializzate nel supporto agli alunni con disabilità certificata ai sensi della Legge 104/1992 o in condizioni di particolare svantaggio. L’Academy, nata nell’ambito del Programma GOL (Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori) e finanziata dal PNRR, favorisce la riqualificazione professionale, l’aggiornamento delle competenze e l’accompagnamento al lavoro di persone disoccupate o in transizione occupazionale.

‘Fondazione ERIFO Impresa Sociale’ è un ente accreditato dalla Regione Lazio per la formazione professionale e per i servizi per il lavoro, mentre la Cooperativa Arca di Noè è una realtà impegnata nei servizi educativi e socioassistenziali rivolti ai minori e alle persone con disabilità. La collaborazione fra i due enti ha permesso di costruire una vera e propria filiera formativa e occupazionale: i partecipanti sono accompagnati in un percorso che va dall’orientamento specialistico alla formazione professionale, dal tirocinio curriculare nelle scuole all’accesso al lavoro presso la stessa cooperativa.

Il valore innovativo dell’esperienza risiede proprio nella connessione diretta tra formazione e fabbisogno professionale dell’impresa sociale. Il personale qualificato di Arca di Noè è stato coinvolto nello staff dei docenti e dei formatori di ERIFO, portando in aula competenze operative, casi reali, metodologie educative e conoscenza concreta dei contesti scolastici. Il tirocinio curriculare è stato realizzato presso scuole in cui la cooperativa opera, con il supporto di tutor esperti della stessa cooperativa.

Questo modello di formazione ed inserimento nel mondo nel lavoro ha consentito a oltre 120 persone disoccupate e inoccupate di acquisire una qualifica professionale spendibile nel settore socioeducativo. Il dato più significativo riguarda l’esito occupazionale: circa il 75% dei partecipanti formati è stato inserito con contratto qualificato presso la Cooperativa Arca di Noè. Non si è trattato, quindi, soltanto di un corso di formazione, ma di una vera esperienza di apprendimento, costruita dentro una relazione stabile tra ente formativo, impresa sociale, scuola e servizi per il lavoro.

I partecipanti hanno potuto acquisire competenze tecnico-professionali specifiche, ma anche quelle trasversali essenziali: capacità comunicative, lavoro in équipe, gestione della relazione educativa, lettura dei bisogni del minore, consapevolezza del ruolo e responsabilità professionale. L’Academy rappresenta così una concreta ‘scuola d’impresa’ nel settore socioeducativo: un luogo fisico e organizzativo in cui si condividono saperi, valori, comportamenti professionali e strategie operative.

La presenza dei formatori provenienti dalla Cooperativa ha favorito dinamiche di apprendimento più vicine alla realtà del lavoro, superando la distanza spesso esistente tra aula e contesto professionale. Fondamentale il supporto del Programma GOL che ha svolto una funzione decisiva: non solo finanziare percorsi formativi, ma rendere possibile un modello integrato di politica attiva del lavoro, capace di partire dalla persona, valorizzarne le competenze, accompagnarla verso una qualifica professionale e creare un ponte effettivo con l’occupazione.

In attesa che le nuove iniziative di Governo e Regioni mostrino il futuro del nuovo progetto GOL, i risultati di questa buona pratica si mostrano replicabili come filiera socioeducativa che risponde contemporaneamente a tre esigenze pubbliche rilevanti. Da un lato, offre opportunità concrete di lavoro a persone disoccupate. Dall’altro, qualifica operatori destinati a svolgere un ruolo delicato nei percorsi di inclusione scolastica dei minori con disabilità.

Infine, sostiene il fabbisogno professionale delle imprese sociali che operano nei servizi educativi territoriali. La collaborazione tra Fondazione ERIFO e Cooperativa Arca di Noè dimostra che, quando formazione professionale e mondo del lavoro vengono progettati insieme, le politiche attive possono produrre risultati misurabili, inclusivi e duraturi.

Per le diocesi il lavoro è principio di dignità

Uno strumento di politica attiva del lavoro che si avvia a tagliare il traguardo dei dieci anni di funzionamento. E che, stando ai numeri, ma anche alle storie di vita e professionali che ha consentito di rimettere in moto, può essere definito un’esperienza di successo. Nonché un’opportunità interessante, di cui sempre più aziende si avvalgono, per reperire personale formato e motivato.

Il Fondo Diamo Lavoro (www.fondofamiglialavoro.it, promosso per conto della diocesi di Milano da Caritas Ambrosiana e gestito attraverso il servizio Siloe e la Fondazione San Carlo) avviò la sua operatività nel luglio 2016, evoluzione dei Fondi Famiglia e Lavoro (fase 1 e 2) che la Chiesa milanese aveva lanciato per aiutare persone e nuclei colpiti da licenziamenti e disoccupazione dopo le gravi crisi finanziarie globali del 2008 e 2012. Il nuovo strumento intendeva superare la logica delle erogazioni monetarie emergenziali, puntando sulla qualificazione di persone fragili e inoccupate, in modo da attivarle e prepararle all’ingresso, o reingresso, nel mercato del lavoro.

Dal 1° gennaio 2017 (data di avvio dei primi tirocini) al 31 dicembre 2025, nelle sette Zone pastorali della diocesi ambrosiana il FDL ha ascoltato e orientato oltre 4.500 persone in cerca di lavoro, avviandone a tirocinio 1.932. I percorsi conclusi, alla fine dell’anno scorso, erano 1.839, e in ben 829 casi (il 45,08% del totale) i tirocinanti avevano trovato lavoro (722 nelle imprese in cui avevano compiuto il percorso formativo, e addirittura 107 per via di assunzione diretta pre-tirocinio).

Negli altri casi, molte persone hanno trovato occupazione in altre aziende, potendo mettere a frutto le competenze acquisite grazie ai tirocini e all’accompagnamento sociale, oltre che formativo, che il FDL assicura, e che consente di affrontare le fragilità (sociali, relazionali, educative) di cui è sovente portatore chi viene segnalato o si rivolge al Fondo.

Rilevante è anche il numero (oltre 2.200) delle aziende che hanno aderito al Fondo, mettendosi a disposizione per ospitare tirocini o vagliare possibilità di assunzione. L’elenco è in costante aggiornamento, anche grazie alla collaborazione che con il FDL hanno stretto ben 18 associazioni di categoria (dei settori commercio, artigianato, industria e servizi).

Dopo 10 anni, pur in un contesto economico, sociale e occupazionale trasformato, la funzione del Fondo, che opera in stretta connessione con i servizi diocesani e i centri d’ascolto territoriali Caritas, continua a manifestare la sua rilevanza, come ha ribadito mons. Mario Delpini, in occasione della Veglia diocesana del lavoro: “Ci sono problemi e ci sono persone: il Fondo Diamo Lavoro si prende cura delle persone, una per una, e ritiene il loro inserimento nel lavoro una vittoria e un motivo di gratitudine per chi dà una mano con il suo dono.

In un contesto segnato dall’individualismo, il FDL opera per costruire attenzione alle persone fragili e alleanze tra la formazione, l’apprendistato, la solidarietà della comunità cristiana, la disponibilità di aziende e di categorie di operatori, la prossimità a ciascuno. In un contesto accusato di indifferenza, il Fondo testimonia la presenza di tante persone disposte a impegnare tempo, risorse e competenze per farsi carico della storia e della speranza delle persone. In un tempo disastrato per l’enorme e assurdo sperpero di risorse per fare guerre e rovinare il mondo, la comunità cristiana intende investire per costruire futuro a favore di chi chiede un aiuto per produrre pace con il lavoro”.

Quindi si può sostenere il Fondo Diamo Lavoro con carta di credito online www.caritasambrosiana.it; in posta C.C.P. n. 000013576228 intestato a Caritas Ambrosiana Onlus – Via S. Bernardino 4, 20122 Milano; con bonifico C/C presso il Banco BPM Milano, intestato a Caritas Ambrosiana Onlus IBAN: IT82Q0503401647000000064700 con causale: Fondo Diamo Lavoro. Le offerte sono detraibili fiscalmente.

Mentre da Torino il card. Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, riflette sulla realizzazione di forniture militari da parte delle aziende del territorio, che si propongono come ‘motore di rilancio dell’occupazione’: “Anche la Festa del Lavoro, che i cristiani vivono guardando all’esempio mite di san Giuseppe Artigiano, contiene quest’anno motivi di inquietudine: desidero condividervi il mio turbamento al pensiero che le guerre seminano morte nel mondo eppure qui a Torino, a Susa e in Piemonte rappresentano un vantaggio economico per le aziende che producono forniture militari e si offrono come motore di rilancio dell’occupazione”.

Ed ha domandato se così può andare bene, badando bene a non danneggiare operai e disoccupati: “Ci va bene così? Accettiamo qualsiasi tipo di lavoro, purché sia lavoro? Lo domando a me prima che ad altri perché siamo corresponsabili, le nostre azioni e i nostri stili di vita sono intrecciati: la città siamo noi, tutti insieme. Sappiamo che decenni di crisi industriale hanno lasciato sacche di disoccupazione da risolvere. Nessuno può pretendere che i disoccupati rifiutino le occasioni di lavoro, perché sono l’anello più fragile della catena. Però dobbiamo fermarci e riflettere, se sia umano darci tanto da fare per attrarre e sviluppare fabbriche di armi”.

Infatti per l’arcivescovo di Torino pace e lavoro non possono essere disgiunte: “Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?.. La guerra ha radici nell’odio e nelle ingiustizie del mondo, ma è anche un grande business economico e sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia”.

E’ uno stimolo alla riflessione: “Allora fermiamoci, cari amici, e ragioniamo tutti insieme (istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie) domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi? La Chiesa locale, con la sua Pastorale del Lavoro, è pronta a offrirsi come luogo di incontro, confronto e approfondimento”.

Da Napoli il card. Mimmo Battaglia ha definito le morti sul lavoro come ‘sacrifici’ del profitto: “Iniziamo dai nomi. Non chiamiamoli ‘incidenti sul lavoro’. Chiamiamoli col loro nome: sono sacrifici umani sull’altare del profitto. Ogni volta che un operaio cade da un’impalcatura, ogni volta che un bracciante muore di fatica sotto il sole, ogni volta che un giovane non torna a casa dopo il turno di notte, è Cristo che viene crocifisso di nuovo”.

Quando si muore sul lavoro la civiltà fallisce: Non possiamo abituarci ai numeri. La morte sul lavoro è il fallimento di una civiltà. Quando la sicurezza diventa un ‘costo da tagliare’ e non un diritto sacro, abbiamo già perso la nostra anima.

Una società che non protegge chi lavora è una società che ha smesso di amare. Non sono ‘morti bianche’ (non c’è niente di bianco o di pulito in queste morti) sono morti che gridano vendetta al cospetto di Dio perché sono nate dall’indifferenza, dalla fretta, dalla logica spietata del ‘fare di più con meno’. E’ un fallimento della Costituzione e un tradimento del Vangelo. Un lavoro che uccide non è lavoro, è idolatria del profitto”.

Ed ha ricordato che la Costituzione italiana riconosce la dignità del lavoro: “E non c’è dignità se un giovane deve mendicare un diritto chiamandolo favore, o se un padre deve abbassare lo sguardo davanti ai figli perché il ‘pane quotidiano’ è diventato un miraggio o un ricatto.

Una democrazia ‘fondata sul lavoro’ non può reggersi sulle sabbie mobili del precariato selvaggio, dove la vita è appesa a un contratto di un mese, togliendo ai nostri giovani la possibilità di sognare, di amare, di mettere su famiglia”.

Eppoi la disoccupazione lede la dignità: “E poi c’è l’altra morte, quella lenta, silenziosa: la disoccupazione. Quanti giovani vedo nelle nostre strade con lo sguardo spento, non perché manchino di sogni, ma perché gli è stata rubata la possibilità di realizzarli. La mancanza di lavoro non è solo mancanza di reddito; è mancanza di dignità.

Un uomo senza lavoro è un uomo ferito nella sua identità. Un padre che non può portare il pane a casa non ha solo le tasche vuote, ha il cuore spezzato. E noi, come Chiesa, come comunità, non possiamo restare a guardare. La disoccupazione è un peccato sociale. Dobbiamo avere il coraggio di denunciare un sistema economico che scarta le persone come se fossero pezzi di ricambio di un ingranaggio che deve correre sempre più veloce”.

Il messaggio è un invito alla Chiesa ad essere ‘casa del pane’: “La Chiesa deve essere una ‘casa del pane’, dove il pane è frutto di terra e di lavoro dell’uomo, ma di un lavoro pulito, giusto, sicuro. Non c’è eucaristia senza giustizia sociale. Se spezziamo il Pane sull’altare ma poi giriamo lo sguardo dall’altra parte davanti allo sfruttamento, quel Pane non ci nutre, ci giudica.

Fratelli, sorelle, non lasciamoci rubare la speranza, ma non trasformiamo la speranza in un’attesa passiva. La speranza è un cammino che si fa insieme. Sogniamo una terra dove il lavoro sia lo strumento per fiorire, non una catena per schiavizzare o un rischio per morire”.

Primo maggio, il lavoro chiama la pace

“In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova. L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa. In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere con nuovi prodotti e servizi la biodiversità civile ed economica della Terra”: così inizia il messaggio dei vescovi italiani in occasione della festa del lavoro, intitolato ‘Il lavoro e l’edificazione della pace’.

Nell’analisi del messaggio i vescovi sottolineano che oggi il lavoro è usato per ‘distruggere’ l’umanità: “Il lavoro in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa ‘grammatica della società’, soffre di problemi che si aggiungono ad altri: preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, e su quello delle aziende. Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. Non è una novità nella storia dell’umanità. Ancora oggi, l’intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di pace”.

Partendo da queste constatazioni dei vescovi italiani abbiamo chiesto al presidente nazionale delle Acli, Emiliano Manfredonia, di raccontarci in quale modo il lavoro chiama la pace: “Il lavoro chiama la pace perché è il primo luogo in cui si misura la dignità delle persone. Non è un tema teorico: è la vita quotidiana di milioni di uomini e donne. Sono convinto che non ci sia pace senza lavoro, né lavoro senza pace.

Quando il lavoro è dignitoso, stabile, giusto, costruisce relazioni, crea fiducia, tiene insieme la società. Quando invece è povero, precario, insufficiente, genera frustrazione e conflitto. La pace non è solo l’assenza della guerra: è giustizia sociale, è possibilità per tutti di vivere del proprio lavoro, è non dover scegliere tra lavorare e restare poveri. È lì che si gioca davvero la pace”.

Perché il lavoro è la ‘grammatica’ della società?
“Perché è il modo con cui una comunità si organizza e si racconta. Dentro il lavoro ci sono i diritti, i doveri, le opportunità, le disuguaglianze. E’ il linguaggio che tiene insieme tutto il resto. Se questa grammatica si rompe, si rompe anche la società. Oggi vediamo che il lavoro pesa meno rispetto alle rendite e alla finanza, e questo crea diseguaglianze profonde. Quando chi lavora non riesce a vivere dignitosamente, non è solo un problema economico: è un problema di democrazia. Per questo dico che il lavoro non è una voce tra le altre: è il fondamento su cui si regge la convivenza”.

Sempre nel messaggio i vescovi sottolineano: ‘Constatiamo inoltre che il lavoro che è al servizio di obiettivi bellici investe ingenti risorse economiche sottraendole ad altre finalità, come ha sottolineato papa Leone XIV nel Messaggio per Giornata mondiale della pace del 2026, ricordando che le spese militari hanno raggiunto il 2,5% del PIL mondiale’, con un richiamo alla nota ‘Educare ad una pace disarmata e disarmante’. In quale modo cambiare un’economia di guerra?

“Cambiare un’economia di guerra significa cambiare le priorità. Non possiamo pensare di costruire sicurezza investendo sempre di più sulle armi. La vera sicurezza sta nel lavoro, nel welfare, nella coesione sociale. Dobbiamo rimettere al centro la giustizia sociale: una fiscalità più equa, che colpisca le rendite speculative e non il lavoro; investimenti pubblici su sanità, istruzione, occupazione; salari dignitosi. Serve anche un’assunzione di responsabilità collettiva: imprese, sindacati, istituzioni devono sedersi insieme e affrontare le questioni strutturali del Paese . Un’economia di pace è un’economia che riduce le disuguaglianze e costruisce futuro”.

Pace, lavoro e dignità sono messe a dura prova dal peso delle disuguaglianze con un aumento del divario tra ricchi e poveri, tutelati e precari. In quale modo le ACLI orientano il lavoro alla pace?
“Partendo dalla vita concreta delle persone. Non facciamo discorsi astratti: stiamo nei territori, nei luoghi del lavoro, nelle comunità. La Carovana della Pace, che si è conclusa a dicembre al Parlamento Europeo di Strasburgo dopo tre mesi di viaggio attraverso l’Italia, non è stata un gesto simbolico, ma una scelta culturale e politica: portare i temi della pace, della dignità e del lavoro dentro la quotidianità.

Abbiamo percorso 78 tappe, ascoltato testimoni,  istituzioni civiche e religiose, abbiamo raccolto la testimonianza di una rete di persone e realtà che non si arrendono alla logica della paura o dell’indifferenza, ma custodiscono e alimentano un futuro possibile. Ogni servizio che facciamo, ogni progetto, ogni proposta è pensata come un segno di pace: cura, attenzione, accompagnamento. Per noi la pace non è uno slogan, è uno stile di azione. Significa costruire relazioni, ridurre le disuguaglianze, dare strumenti alle persone, puntando anche sulla formazione e sull’orientamento. Perché la pace si costruisce dal basso, dentro le condizioni reali di vita e di lavoro”.

(Tratto da Aci Stampa)

Per i vescovi italiani il lavoro è via alla pace

“In un tempo come il nostro caratterizzato dal crescente incalzare di conflitti bellici, siamo chiamati a interrogarci sulla ricaduta sul lavoro e sulle condizioni inedite in cui l’attività umana oggi si trova. L’essenza del lavoro umano è quella di un’azione collettiva generativa”: questo è l’inizio del messaggio dei vescovi italiani in occasione della festa del lavoro, in svolgimento il 1^ maggio, dal titolo ‘Il lavoro e l’edificazione della pace’.

Nel messaggio i vescovi sottolineano  che attraverso il lavoro si crea comunità: “In una fabbrica, in un ufficio, in agricoltura, ogni giorno le persone si coordinano e cooperano per azioni che contribuiscono a creare comunità, per accrescere con nuovi prodotti e servizi la biodiversità civile ed economica della Terra”.

E creando comunità costruiscono il futuro: “Le persone, autentico soggetto del lavoro, attraverso le loro attività dialogano tra di loro, mettono a disposizione saperi e competenze anche senza conoscersi, costruiscono il futuro del loro Paese e dell’umanità. E’ una forma di amore civile. Il lavoro è la grammatica della società, è il grande codice che fa comunicare anche senza conoscersi di persona”.

Nonostante papa san Giovanni Paolo II abbia sottolineato il valore profetico del lavoro è in crisi: “Il lavoro in Italia oggi, a causa della guerra che disgrega questa ‘grammatica della società’, soffre di problemi che si aggiungono ad altri: preoccupa in particolare l’aumento dei prezzi dell’energia, che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica, e su quello delle aziende. Constatiamo che il lavoro umano si intreccia sempre più con la pace e con la guerra. Non è una novità nella storia dell’umanità”.

E la guerra distrugge il lavoro: “Ancora oggi, l’intelligenza della mente e delle mani dei lavoratori è usata per edificare grandi opere di sterminio e grandi opere di pace. Ma tra l’azione collettiva per la pace e quella per la guerra c’è una differenza fondamentale: una guerra distrugge le vite umane, il benessere di interi Paesi, danneggia l’ambiente, invece l’economia nei tempi di pace contribuisce allo sviluppo dei popoli”.

Ed ecco la differenza tra costruire e ricostruire: “Costruire case e ricostruire edifici distrutti non sono lo stesso gesto etico, anche se si somigliano; le civiltà si smarriscono quando iniziano a confondere le costruzioni e le ricostruzioni, i lavori di chi costruisce le città e di chi le ricostruisce dopo le guerre, senza aver tentato tutto per poterle evitare”.

Quindi i vescovi sottolineano che la guerra distrugge il lavoro: “Lo spirito dei tempi è cambiato: ci stiamo di nuovo abituando alla logica del riarmo e della deterrenza; come conseguenza, stiamo valutando i quasi ottant’anni di pace che l’Europa ha conosciuto come una parentesi, anche se non poche volte alcuni Paesi europei si sono coinvolti in conflitti scoppiati in tutto il mondo”.

Occorre quindi ‘orientare’ il lavoro alla pace: “Dimentichiamo che la pace in Europa è stata frutto di una immensa volontà politica, di istituzioni e di persone che questa pace hanno voluto e difeso, e lo hanno fatto anche, e soprattutto, con l’economia e con il lavoro. Sentiamo l’urgenza di orientare ogni attività umana alla pace, ed è il tempo di ribadire che il futuro si può costruire solo se ci poniamo ancora in ascolto della profezia di Isaia….

Sentiamo anche una grande responsabilità educativa verso le nuove generazioni, per eliminare ogni pretesto che possa spingere i giovani a immaginare il futuro come attesa per vendicare il sangue dei propri cari”

Citando papa Leone XIV e mons. Tonino Bello il messaggio si conclude con la sollecitazione a riconoscere il lavoro come via alla pace: “Il lavoro non può perdere la sua più vera e forte vocazione alla pace, la sua natura profonda di relazione buona tra gli uomini e con la natura. A volte la neghiamo, non la riconosciamo, e trasformiamo ‘gli aratri in lance’. Ma il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la guerra è il grande inganno”.

Progetto N.O.NEET: bando per nuove opportunità di lavoro per i giovani del Capo di Leuca

La Caritas Diocesana di Ugento – Santa Maria di Leuca comunica l’avvio della terza edizione del progetto ‘N.O.NEET – NUOVI ORIENTAMENTI PER I NEET E I MINORI’, nell’ambito del suo costante  impegno nel contrasto alla disoccupazione giovanile. Un’iniziativa, gestita dall’Associazione Form.Ami APS-ETS in sinergia con la Cooperativa I.P.A.D. Mediterranean e la Fondazione Mons. Vito De Grisantis, che punta a offrire un ponte concreto tra formazione e mondo del lavoro.

Il progetto offre a 25 giovani, con un’età compresa tra i 16 e i 35 anni, altrettante possibilità per percorsi di inserimento lavorativo strutturati in tre fasi chiave: a) Orientamento individuale: per definire il profilo e le aspirazioni di ogni partecipante. b) Formazione di base (40 ore): un modulo intensivo che copre temi cruciali come la sicurezza sul lavoro, la legislazione sociale, le tecniche di ricerca attiva e l’etica professionale. c) Tirocinio extracurriculare: un’esperienza pratica in azienda, attivata tra maggio e novembre 2026, coerente con gli obiettivi professionali del beneficiario, con un sostegno economico secondo la normativa regionale.

Il bando è riservato ai giovani che rispettano i seguenti criteri: a) Età: tra i 16 e i 35 anni; b) Stato occupazionale: essere disoccupati o inoccupati, regolarmente iscritti al Centro per l’Impiego di competenza e non inseriti in altri percorsi di studio o formazione. c) Residenza: domicilio o residenza in uno dei 17 Comuni della Diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca: Alessano, Castrignano del Capo, Corsano, Gagliano del Capo, Miggiano, Montesano Salentino, Morciano di Leuca, Patù, Presicce – Acquarica, Ruffano, Salve, Specchia, Supersano, Taurisano, Tiggiano, Tricase e Ugento.

 Le domande saranno valutate da una commissione tecnica sulla base di parametri socio-economici: a) Reddito (ISEE): sarà data priorità alle fasce più basse (10 punti per ISEE sotto i 6.000 euro , a scalare fino a 4 punti per ISEE sopra i 15.000 euro. b) Anzianità di disoccupazione: maggiore è il periodo di inattività, più alto sarà il punteggio assegnato (fino a 6 punti per chi è disoccupato da oltre un anno).

Gli interessati devono inviare la candidatura entro e non oltre il 24 Aprile 2026. La documentazione necessaria include il modulo di domanda (con dichiarazione sostitutiva), l’attestazione ISEE e il certificato dello stato occupazionale.

La domanda può essere consegnata a mano a Tricase presso il Centro Caritas Diocesano in Piazza Cappuccini 15, in alternativa via e-mail inviandola a: segreteria@caritasugentoleuca.it oppure a: formami4@gmail.com

Per supporto o chiarimenti, gli uffici del Centro Caritas Diocesano in Piazza Cappuccini 15 a Tricase (Le) sono aperti il lunedì, mercoledì e venerdì (9.00 – 12.30) e il martedì e giovedì (16.00 – 19.00). Tel.0833 219865 – 3388371927. Il bando integrale con il modulo di domanda sono disponibili su www.caritasugentoleuca.it.

FISH: soddisfazione per l’approvazione al CNEL del ddl per rafforzare le politiche di inclusione lavorativa delle persone con disabilità

La FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) esprime soddisfazione a seguito dell’approvazione da parte dell’Assemblea del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) del disegno di legge che modifica l’articolo 1 del decreto legislativo 151/2015.

La proposta, promossa dal presidente della FISH e consigliere del CNEL Vincenzo Falabella, punta a riformare i processi di inserimento lavorativo, garantendo una continuità reale per i giovani con disabilità al termine del percorso di studi.

Il fulcro della proposta risiede nel potenziamento degli accordi territoriali. Non si tratta solo di coordinare gli uffici per il collocamento mirato con il mondo dell’istruzione, dagli uffici scolastici fino alle università, ma di creare un ponte solido con il tessuto produttivo e sociale.

In questo nuovo ecosistema, le organizzazioni sindacali e datoriali collaborano fianco a fianco con i centri di formazione professionale, le cooperative sociali e, soprattutto, con le associazioni che danno voce alle persone con disabilità e alle loro famiglie. È proprio attraverso questa alleanza tra istituzioni, parti sociali e Terzo Settore che intendiamo garantire una presa in carico globale, capace di trasformare il diritto al lavoro in una realtà concreta e accessibile.

“Il ddl approvato oggi, che modifica l’articolo 1 del decreto legislativo 151/2015, è un altro passo in avanti, dichiara Falabella, per rendere il sistema Paese sempre più rispondente ai bisogni delle cittadine e dei cittadini con disabilità, intervenendo su uno dei nodi più critici: la transizione dalla scuola al lavoro”.

L’intervento legislativo mira a sanare quello che viene definito un vero e proprio ‘baratro inclusivo’. Si tratta di quella fase critica in cui, conclusa la scuola, molti giovani e le loro famiglie si ritrovano privi di strumenti adeguati all’accesso all’occupazione.

Il CNEL conferma così il proprio impegno nel promuovere politiche pubbliche orientate all’inclusione, alla partecipazione e alla piena valorizzazione delle competenze delle persone con disabilità nel mercato del lavoro.

30 anni del Progetto Policoro: don Marco Ulto racconta il lavoro che cambia

Nel terzo week end di febbraio a Roma si è celebrato il trentennale del Progetto Policoro, ‘Tra memoria e futuro’, riportando al cuore l’intuizione originaria del progetto: stare accanto ai giovani perché possano riconoscere nel lavoro non solo un’occupazione, ma una vocazione ed una possibilità di vita piena.

Le testimonianze  hanno restituito una consapevolezza comune: il lavoro rimane luogo di dignità e di speranza, spazio in cui ogni giovane può scoprire il proprio posto nel mondo, lasciando germogliare i semi che Dio ha posto in lui, come ha ribadito papa Leone XIV nell’udienza: ‘Nessun giovane deve essere lasciato in panchina e le comunità siano incubatori di futuro’.

Nei laboratori del sabato pomeriggio, dedicati ai temi dell’inclusione, della disabilità, della scuola, della cooperazione e delle politiche attive del lavoro, è emersa la necessità di abitare i territori con uno sguardo capace di ascolto e cura. Evangelizzare il lavoro significa allora riconoscerlo come luogo di relazione e crescita, spazio in cui accompagnare i giovani a desiderare l’età adulta, dando valore a quel tempo meraviglioso e complesso che è quello della gioventù.

E nell’udienza di sabato mattina papa Leone XIV ha evidenziato il contributo dei giovani: ‘Voi giovani siete il volto bello dellItalia che non si arrende, non si rassegna, si rimbocca le maniche e si rialza. In trentanni avete seminato unimmensa quantità di bene che vale la pena raccontare: giovani che si sono impegnati nel sociale e nella politica; vite che si sono rimotivate grazie al Vangelo e alla dottrina sociale della Chiesa’.

Iniziando proprio da queste parole di papa Leone XIV a don Marco Ulto, coordinatore nazionale del Progetto Policoro, abbiamo chiesto di raccontare quale sprone è arrivato“Sono veramente tanti gli sproni che Papa Leone XIV ci ha consegnato nell’Udienza. Tra questi l’invito a continuare a camminare verso un futuro che ci aspetta a braccia aperte, un futuro che ci chiede di rinnovarci ogni volta, senza accontentarci e senza restare fermi a guardare, per continuare a contagiare con l’entusiasmo dei giovani e la loro sensibilità anche i luoghi più refrattari e le persone più rassegnate senza perdere di vista i riferimenti che hanno guidato questo cammino trentennale: il Vangelo, la Dottrina sociale della Chiesa, la comunità e le testimonianze.

Quando il Santo Padre ci ha detto che i giovani sono ‘il volto bello dell’Italia che non si arrende, non si rassegna, si rimbocca le maniche e si rialza’, ci ha affidato una responsabilità grande: continuare a essere quella parte viva del Paese che costruisce, che vuole ridonare speranza tenendo ben chiaro che nessun giovane può essere lasciato ‘in panchina’, ma va sostenuto nel realizzare i suoi sogni e nel migliorare il mondo che abita. Non bisogna perdere il passo, non si può cedere alla stanchezza o al disincanto. Bisogna essere protagonisti e non spettatori; mettere le mani nella storia invece di commentarla da fuori; lasciarsi guidare dal Vangelo, perché è lì che nasce la forza per rialzarsi e per rialzare gli altri perché i giovani, quando decidono di mettersi in gioco, diventano la forza capace di trasformare i territori”.

Per quale motivo il papa ha invitato a conoscere le biografie dei santi?

“Papa Leone XIV ci ha consegnato una serie di testimoni che, con la loro vita e il loro impegno, hanno lasciato un segno profondo nella storia e nella vita sociale del nostro Paese. Francesco d’Assisi, Caterina da Siena, Giovanni Bosco, Bartolo Longo, Francesca Cabrini, Armida Barelli, Luigi Sturzo, Piergiorgio Frassati, Alberto Marvelli, Giorgio La Pira, Lorenzo Milani, Primo Mazzolari, Maria di Campello, Aldo Moro, Tina Anselmi, Pino Puglisi, Tonino Bello, Annalena Tonelli: sono volti e storie che hanno reso fertili le nostre comunità, mostrando che la santità può davvero trasformare la società.

Con la loro testimonianza ci ricordano che l’affidamento a Dio non è qualcosa di astratto, ma una presenza concreta capace di generare cambiamento, giustizia, cura e responsabilità. Le loro vite ci dicono che il Vangelo, quando diventa carne, può incidere nella storia e aprire strade nuove anche nei contesti più difficili”.

30 anni del Progetto Policoro: come è cambiato il lavoro in questi anni?

“Oggi il lavoro non è più inteso come un semplice impiego. E’ diventato un tema che tocca la dignità della persona, la stabilità emotiva, la possibilità di restare nei propri territori e di costruire un futuro personale e comunitario. Sono cambiate anche le competenze richieste: trenta anni fa poteva bastare una formazione tecnica o un diploma; oggi servono competenze digitali, relazionali, capacità di adattamento continuo. Il lavoro chiede flessibilità, creatività e aggiornamento costante.

Parallelamente è cambiato anche il rapporto tra lavoro e vita.

Le nuove generazioni non cercano soltanto uno stipendio, ma un lavoro che abbia senso, che permetta di crescere, che non consumi la persona e che lasci spazio per coltivare i propri interessi. C’è una ricerca di equilibrio, di benessere, di possibilità di restare umani. Sono cambiati anche i territori: molti si sono spopolati, altri hanno saputo reinventarsi. Oggi il lavoro è strettamente legato allo sviluppo locale, all’innovazione sociale, alla capacità di creare comunità che sostengano i giovani e le loro idee. Non è più solo un ‘posto’, ma un percorso e richiede strumenti nuovi, alleanze nuove, una visione più ampia”.

Per quale motivo mons. Mario Operti ideò tale Progetto?

“Mons. Mario Operti pensò il Progetto Policoro perché riconosceva che la crisi occupazionale del Sud negli anni ’90 non era soltanto un’emergenza economica, ma una ferita profonda che intaccava la vita spirituale, sociale e culturale dei giovani del Mezzogiorno, compromettendone dignità e futuro. Per questo era convinto che la Chiesa non potesse limitarsi a denunciare il problema, ma dovesse trovare strade nuove per stare accanto ai giovani, accompagnarli e sostenerli concretamente.

In questa visione, le nuove strade erano segnate da un impegno chiaro e coraggioso: ridare speranza ai giovani senza lavoro; contrastare la cultura della rassegnazione; unire evangelizzazione e promozione umana; creare un metodo pastorale nuovo, sinodale e generativo, capace di mettere insieme persone, competenze e territori”.

Come coniugare i segni di speranza in impegno sociale?

“Coniugare i segni di speranza in impegno sociale significa trasformare ciò che riconosciamo come possibile in scelte e azioni che costruiscono davvero il bene comune. Significa passare dalla speranza, intesa come sentimento, a impegno concreto fatto di responsabilità, partecipazione e costruzione del bene comune mettendo in campo competenze, tempo, creatività per generare processi che migliorano davvero la vita delle persone e della comunità”.

‘Ascolta, Accogli, Agisci’: come accendere la speranza nei giovani?

“Rivestirsi del Signore significa recuperare la nostra umanità abbandonando l’arte della guerra, cercando di entrare in sé stessi; significa avere la possibilità di dilatare l’orizzonte, allargare la nostra prospettiva a quella di Dio e guardare come Lui guarda. Significa accogliere la paternità di Dio che aiuta a recuperare la nostra dignità di figli, pensati, amati e accompagnati nel suo amore. L’amore inteso come una regola che ci ha dato, per crescere nelle relazioni etiche, sane, di cura, nella convivialità delle differenze. Siamo profeti di speranza non replichiamo il ‘si è sempre fatto così’ ma impegniamoci insieme a realizzare quello che ancora c’è da fare, facendolo insieme!”

(Tratto da Aci Stampa)

Caritas di Fabriano e Matelica: in aumento le povertà nel territorio

Un +4% di residenti di Fabriano si sono rivolti ai centri di ascolto della Caritas diocesana in crescita: i giovani tra i 18 ed i 24 anni saliti del 28% in un anno; mentre l’età media è di 50 anni e sono in aumento anche gli stranieri con +12%. Sono 908 le famiglie (1.033 le persone) accolte nei centri di ascolto di Genga, Sassoferrato, Fabriano, Cerreto D’Esi e Matelica.

Nel 2024 si è registrato un boom di richieste di lavoro (più 34.5%) e sono stati erogati € 46.000 in contributi al lavoro (più 39%) rispetto al 2023, più l’attivazione di tirocini e contratti a termine. Le richieste in ambito sanitario sono state 529 e 145 quelle in ambito educativo. Sono stati erogati € 11.000 in contributi alla sanità +41% rispetto al 2023 ed € 22.000 per scuola e oratori; complessivamente le erogazioni nel 2024 ammontano al 20% in più rispetto all’anno precedente.

Complessivamente sono oltre 2.600 le persone toccate dalla rete Caritas nello scorso anno, di cui il 55% sono donne ed il 45% sono uomini, come spiega il rapporto della Caritas diocesana: “Il rapporto nasce dall’impegno quotidiano della Caritas Diocesana di Fabriano – Matelica nel farsi prossima alle persone in difficoltà. Attraverso il servizio dei Centri di Ascolto, l’azione delle parrocchie e il lavoro in rete con tante realtà del territorio, abbiamo raccolto dati, storie e testimonianze che offrono una fotografia delle povertà vecchie e nuove che attraversano la nostra comunità.

Non si tratta solo di numeri, ma di volti, famiglie, relazioni spezzate, vite che chiedono ascolto, accompagnamento e risposte concrete. Uno strumento di conoscenza e di stimolo all’azione, rivolto a tutta la comunità civile ed ecclesiale, affinché nessuno si senta escluso o dimenticato. Il nostro compito, come Chiesa, non è solo quello di aiutare i poveri, ma di camminare con loro, riconoscendoli come fratelli e sorelle, custodi di un’umanità che ci interroga e ci arricchisce. Perché solo insieme possiamo costruire una comunità più giusta, accogliente e solidale”.

Inoltre il vescovo di Fabriano – Matelica ed arcivescovo di Camerino – San Severino Marche, mons. Francesco Massara ha spiegato la ‘novità’ della rete dell’ambulatorio sociale: “Un altro tassello si aggiunge alla rete dell’ambulatorio sociale. Dal mese di novembre anche l’oculistica è entrato tra i servizi gratuiti offerti a chi vive situazioni di fragilità economica. Un risultato possibile grazie alla collaborazione tra Caritas, Croce Rossa, Ambito 10 e tanti medici volontari. Perché la salute è un diritto di tutti non un privilegio”.

Il direttore della Caritas diocesana di Fabriano-Matelica, Gian Luigi Farneti, ci racconta cosa emerge da questo rapporto sulla povertà: “Il rapporto Caritas evidenzia un aumento significativo delle persone in difficoltà economica, sociale e relazionale. La povertà non è più un fenomeno circoscritto a determinate fasce di popolazione, ma colpisce sempre di più i giovani e cresce la componente straniera. La dimensione della povertà è ampia e diffusa e il 2024 registra un vero e proprio boom delle richieste di lavoro, segnale che il problema non riguarda solo il reddito insufficiente, ma anche la precarietà o l’assenza di occupazione stabile. Parallelamente, cresce la difficoltà delle famiglie ad affrontare spese essenziali come quelle sanitarie o scolastiche, a testimonianza di una fragilità crescente.

L’impegno complessivo della Caritas aumenta, indicando che i bisogni delle persone assistite sono più numerosi, complessi e costosi. Il rapporto non si limita ai dati statistici, ma racconta storie di persone e famiglie che vivono rotture, solitudini, mancanza di reti di sostegno e fragilità psicologiche e sociali. La povertà, dunque, non è solo economica, ma anche relazionale, educativa, lavorativa e sanitaria. La Caritas ribadisce che la risposta alla povertà non può essere delegata a pochi: serve una comunità capace di riconoscere la fragilità, non lasciare indietro nessuno e camminare accanto ai più vulnerabili, costruendo una società più giusta, accogliente e solidale”.

Chi si rivolge alla Caritas e cosa chiede?

“Persone e famiglie in difficoltà economica e relazionale, giovani, stranieri, adulti in età lavorativa e un numero crescente di donne. Le richieste principali riguardano il lavoro, supporto sanitario ed educativo, aiuti economici per beni e spese essenziali, oltre a ascolto, vicinanza ed accompagnamento. In particolare, l’aumento dei giovani che si rivolgono alla Caritas è legato a una combinazione di precarietà economica, mancanza di lavoro, costi elevati della vita, fragilità familiari e relazionali, e scarse opportunità locali. La Caritas diventa per loro un luogo di ascolto, orientamento e ripartenza”.

Quante ‘povertà’ esistono nel territorio diocesano?

“Nel territorio diocesano si riconoscono almeno sette forme di povertà in crescita: economica, lavorativa, sanitaria, educativa, relazionale, abitativa e alimentare/materiale. Non si tratta solo di numeri, ma di volti e storie concrete di famiglie, giovani e adulti che chiedono ascolto, accompagnamento e risposte concrete”.

Altro aspetto riguarda il lavoro: come è la situazione?

“La situazione lavorativa è critica, con un aumento delle richieste di aiuto soprattutto tra i giovani. La Caritas interviene con tirocini, contratti a termine, contributi e orientamento, cercando di trasformare l’assistenza in opportunità di inclusione e autonomia”.

Quali progetti la Caritas sta mettendo in atto per arginare le povertà?

“Per arginare le diverse povertà, la Caritas ha avviato numerosi progetti: l’Emporio della Carità, centri di ascolto e sostegno economico mirato, tirocini e progetti lavorativi, interventi sanitari attraverso l’Ambulatorio Sociale, l’Emporio della Salute ed il progetto ‘Ben-essere  senior’, sostegno educativo e per l’infanzia, promozione di attività sportive, percorsi di accompagnamento relazionale e lavoro di rete con enti e comunità. Tutte queste iniziative hanno l’obiettivo comune di non limitarsi all’assistenza, ma promuovere autonomia, dignità e partecipazione, costruendo una comunità inclusiva in cui nessuno resti indietro”.

(Tratto da Aci Stampa)

FISH: Il Progetto di Vita non è un traguardo, ma l’inizio di una nuova fase

Si è svolto prima delle vacanze natalizie l’incontro pubblico promosso da FISH ETS (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) dedicato allo stato dell’attuazione del D.Lgs. 62/2024. Al centro del dibattito, il percorso verso l’implementazione del ‘Progetto di Vita’ individuale, uno strumento che sposta definitivamente l’asse dalla semplice assistenza alla piena partecipazione sociale delle persone con disabilità. Durante il convegno, sono intervenute, tra gli altri, il Ministro per le disabilità Alessandra Locatelli con un videomessaggio di saluto e il Viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci.

L’evento ha rappresentato un momento di sintesi fondamentale tra le istanze del mondo associativo e le rappresentanze istituzionali. La Federazione ha, infatti, presentato un’analisi dettagliata dello stato dell’arte, evidenziando come la riforma non possa prescindere da una collaborazione sinergica tra enti locali, sanità e terzo settore.

Durante il confronto, FISH ha evidenziato alcune criticità emerse in questa fase di transizione. In particolare, è stata ribadita l’urgenza di uniformare le procedure di valutazione su tutto il territorio nazionale e di garantire risorse strutturali che permettano di finanziare i budget di progetto in modo adeguato. La Federazione ha chiesto alle istituzioni impegni precisi affinché la complessità burocratica non diventi un ostacolo al diritto all’autodeterminazione.

“Quando parliamo di Vita Indipendente, di autonomia – dichiara il viceministro al Lavoro e alle Politiche Sociali Maria Teresa Bellucci- parliamo anche di lavoro che conferisce dignità alle persone. Le politiche sociali devono quindi abbandonare i sussidi e l’assistenzialismo e garantire il diritto di ogni persona di sentirsi parte attiva della società. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e il Ministero per le disabilità stanno lavorando con la FISH e alle associazioni rappresentative, per fare in modo che le istanze e esigenze delle persone con disabilità trovino riscontro a livello normativo e pratico”.

Oltre all’analisi politica, l’incontro ha permesso di condividere modelli e strumenti tecnici sviluppati per rafforzare l’autodeterminazione delle persone con disabilità e il supporto alle loro famiglie. Sono state illustrate buone pratiche di co-progettazione che dimostrano come, laddove la persona è messa al centro della pianificazione, la qualità della vita e l’inclusione lavorativa e sociale migliorino sensibilmente. E’ stata, quindi, anche l’occasione di fare il punto sui risultati raggiunti e i prossimi passi dei due progetti di cui FISH è capofila, ‘Pronti per l’Indipendenza’ ed ‘Insieme per l’Indipendenza’.

“Il Progetto di Vita non è un traguardo formale, ma l’inizio di una nuova fase verso la vita indipendente delle persone con disabilità – ha dichiarato il presidente della FISH Vincenzo Falabella a margine dei lavori. “Oggi abbiamo dimostrato che il mondo associativo è pronto a fare la sua parte con competenze e proposte concrete. Ora tocca alle istituzioni assicurare che questo cambiamento di paradigma sia recepito da ogni ufficio amministrativo e in ogni territorio”.

La FISH ETS ha ribadito la propria volontà di proseguire nel monitoraggio costante dell’attuazione della normativa. L’obiettivo resta quello di evitare che il D.Lgs. 62/2024 rimanga una ‘riforma solo sulla carta’, trasformandolo invece nel motore di una società più equa, dove ogni persona con disabilità possa decidere liberamente del proprio futuro, fuori da ogni logica di isolamento o istituzionalizzazione.

151.11.48.50