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Nizar Lama lancia un appello per i cristiani della Terra Santa

“Betlemme, la città che ha visto la nascita di Gesù, oggi vive sotto l’ombra di un assedio che dura ormai da 18 mesi. Da quando è iniziata la guerra a Gaza, la città ha subito un blocco totale da parte di Israele, che ha paralizzato ogni aspetto della vita quotidiana. Le strade sono chiuse, l’acqua e l’elettricità sono controllate e distribuite in modo irregolare, Le scuole sono state chiuse, e i nostri bambini hanno perso un anno scolastico. Gli ospedali stanno affrontando difficoltà nel trovare il supporto necessario, e sia le scuole che gli ospedali soffrono una costante mancanza di risorse e di personale”.

Questa è stata la testimonianza di Nizar Lama, guida biblica e  turistica professionista cattolica a Betlemme, incontrato nel monastero cistercense dell’Abbadia di Fiastra, situato ai confini dei comuni di Tolentino ed Urbisaglia, nella provincia di Macerata, invitato da don Rino Ramaccioni in collaborazione con le organizzazioni di volontariato Sermit di Tolentino, Sermir di Recanati ed Azione Cattolica Italiana della diocesi di Macerata.

Nel suo racconto c’è la realtà di chi è stremato da questi mesi di guerra: “La maggior parte della popolazione di Betlemme, che una volta viveva grazie al turismo, è ora costretta ad affrontare una disoccupazione devastante. Oltre il 90% della gente è senza lavoro, mentre i pochi che riescono a sopravvivere lo fanno con fatica, sperando che la situazione migliori. Le tradizioni e la cultura che hanno reso Betlemme famosa nel mondo sono ormai in pericolo, minacciate dalla difficile realtà economica e sociale”.

Come si vive a Betlemme dopo 18 mesi dal 7 ottobre?

“A distanza di 18 mesi dalla guerra a Gaza le famiglie di Betlemme soffrono molto, in quanto il 90% dei cittadini viveva di turismo religioso ed ora sono a casa senza lavoro, perché alberghi, ristoranti e negozi di souvenir sono chiusi. La gente fa fatica a sopravvivere ed a trovare le cose necessarie per vivere”.

Come vivono i cattolici in Terra Santa?

“Rappresentiamo l’1% della popolazione e viviamo con molte difficoltà. Cerchiamo di seminare la pace nei cuori delle persone; preghiamo per la pace e desideriamo vivere in pace”.

Quindi una minoranza che lotta per non scomparire?

“E’ la verità: in tutto questo, come cristiani, ci troviamo in una posizione di minoranza in una terra che non smette di cambiare. Nonostante le difficoltà, cerchiamo di adattarci a questo nuovo mondo, cercando di seminare la pace nei cuori delle persone. La nostra speranza non è ancora svanita, e continuiamo a credere che la luce della nostra fede possa un giorno risplendere anche nelle ombre più oscure.

Oggi stiamo affrontando una lotta per la nostra esistenza, dobbiamo scegliere se restare e resistere o andarcene e che tutto finisca. Oggi, come cristiani, siamo circondati dall’estremismo islamico e dal sionismo estremo, e credimi quando dico che non è facile convivere con queste due forze che dominano la nostra regione”.

Insomma quello di Nizar è stato un appello per non essere dimenticati dai cristiani europei: “Sono arrivato da voi portando con me il dolore e la sofferenza delle persone nella mia città, Betlemme. Ogni giorno, le persone lottano per la sopravvivenza in una realtà che sembra non lasciare spazio alla speranza. Cerco di consolarle, di ascoltarle e con ogni forza che ho, fare tutto ciò che posso per aiutarle a resistere, anche se solo un po’.

Non sappiamo quando finirà questa guerra; non sappiamo quale sarà il nostro destino in Cisgiordania. La paura per il futuro è sempre più presente, soprattutto per i nostri bambini. Ogni giorno camminiamo verso un cammino incerto, pregando che la pace arrivi presto, prima che tutto ciò che amiamo sia consumato dalla violenza e dalla disperazione”.

Però ogni giorno papa Francesco ha sempre telefonato al parroco di Betlemme: come avete sentito questa ‘vicinanza’?

“La abbiamo sentita molto intensa. Prima che papa Francesco morisse faceva tutti i giorni videochiamate con i parrocchiani della Santa Famiglia. La Chiesa cattolica sta cercando di sostenere le famiglie, ma purtroppo il conflitto è politico”.

Al termine della testimonianza è giunto l’appello per sostenere le famiglie cristiane che vivono in Terra Sana: “Attraverso questo giornale voglio lanciare un’iniziativa umanitaria per aiutare le famiglie cristiane bisognose di Betlemme. Grazie alla collaborazione con il parroco della nostra comunità, abbiamo identificato 60 famiglie che sono in urgente necessità di sostegno. Il mio desiderio più grande è quello di riuscire ad aiutare ogni persona che soffre nella mia città, con il vostro aiuto  e con il vostro continuo supporto”.

Non avete mai pensato di migrare?

“Spesso ma la nostra presenza in Terra Santa è essenziale per proteggere i luoghi santi e per garantire che la nostra voce non svanisca. Perché il nostro esistere li è una testimonianza di speranza, di fede e di perseveranza, ma per farlo, abbiamo bisogno del vostro sostegno continuo.

Vi chiedo, con il cuore aperto, di unirvi a noi in questa lotta quotidiana, affinché possiamo continuare a vivere ed a sperare per un futuro migliore per tutti, senza paura, senza disperazione, ma con una luce di speranza che possa illuminare il nostro cammino. La vita in Terra Santa è dura, ma la nostra resistenza è forte, e continuiamo a lottare per la dignità, la giustizia e la speranza di un futuro migliore per tutti”.

Per aiutarvi?

“Vi chiedo prima di tutto di pregare per la pace e di sostenere le famiglie più bisognose, perché la gente soffre per sopravvivere. IBAN EURO: PS66ALDN048410024940430061001”. Oppure al Sermit: IBAN IT09F0100569200000000002001 – Con la causale: Nizar

Banca Etica: ReArm Europe è un pericoloso via libera alla finanziarizzazione della guerra

Il piano di riarmo dell’Unione Europea ‘ReArm Europe’ incentiva l’indirizzo dei risparmi dei cittadini verso l’industria bellica ed è un pericoloso via libera alla finanziarizzazione della guerra. L’allarme arriva da Banca Etica, che denuncia come la sicurezza e gli equilibri geopolitici non possano essere affidati alle logiche speculative della finanza.

L’Unione Europea punta a coinvolgere attivamente i cittadini europei nella corsa al riarmo, con l’obiettivo di indirizzare parte dei 10mila miliardi di euro depositati nei conti correnti del continente verso il finanziamento delle imprese belliche dell’UE. Questa la forte preoccupazione espressa dalla prima e unica banca italiana dedita esclusivamente alla finanza etica.

‘Rearm Europe’: un’economia di guerra finanziata dai cittadini? L’Unione Europea sembra orientarsi verso un’economia di guerra. La spesa per gli armamenti e i meccanismi finanziari per sostenerla sono diventati centrali nell’agenda politica comunitaria e dei singoli Stati membri, e la Commissione Europea, con ‘ReArm Europe’, stanzia 800 miliardi di euro a tale scopo: 150 miliardi dovrebbero provenire direttamente da fondi UE, sotto forma di prestiti agli Stati (creando nuovo debito pubblico), mentre i restanti 650 miliardi saranno a carico dei bilanci nazionali ma verranno esclusi dal calcolo del rapporto deficit/PIL previsto dal Patto di Stabilità.

A questo si aggiunge l’imminente approvazione della direttiva sull’Unione dei Risparmi e degli Investimenti, basata sull’idea di orientare una quota importante dei risparmi dei cittadini europei (stimati in 10 mila miliardi di euro) per finanziare le imprese UE, con particolare attenzione a quelle del settore bellico.

Le preoccupazioni di Banca Etica. “L’approvazione della Saving and Investment Union esporrebbe sempre più i risparmiatori e i lavoratori europei, attraverso fondi di investimento, fondi pensione, assicurazioni, e grazie a complessi meccanismi di cartolarizzazione, a supportare l’industria delle armi, il tutto in assenza di trasparenza. Attraverso strumenti finanziari complessi come le cartolarizzazioni, i cittadini si potrebbero trovare a investire in armi senza esserne consapevoli”, avverte Anna Fasano, presidente di Banca Etica. “Intanto in Francia la banca pubblica degli investimenti (Bpifrance) emetterà titoli di risparmio per finanziare le aziende produttrici di armi, come annunciato dal ministro dell’economia”.

La Finanziarizzazione della guerra alimenta i conflitti. “Storicamente, le guerre sono state accompagnate da speculazioni finanziarie, ma cedere alla finanziarizzazione della difesa rischia di innescare meccanismi perversi che alimentano i conflitti: più conflitti significano maggiori profitti per qualcuno”, sottolinea Anna Fasano, ricordando anche le parole di Papa Francesco del 2024 sull’interesse economico che diventa stimolo a proseguire ed estendere le guerre per vendere o testare nuove armi.

Il boom dei profitti nel settore degli armamenti dal 2022 è emblematico, del resto: un report di Mediobanca indica un rendimento azionario delle aziende della difesa a livello internazionale del +72,2% tra l’inizio del 2022 e ottobre 2024, superando ampiamente l’indice azionario globale (+20,1%). Le imprese europee hanno registrato una performance ancora più marcata (+128,1% contro il +59,1% dei gruppi statunitensi). Questa tendenza è proseguita nei primi mesi del 2025, con l’indice Stoxx Aerospazio & Difesa in crescita del +35% fino a marzo, rispetto al +9% dell’indice globale Stoxx 600.

A rischio la finanza sostenibile. La strategia per ampliare le fonti di finanziamento al settore della difesa mette a rischio anche la finanza sostenibile (ESG). Si prospetta un ripensamento radicale, una distorsione che porterebbe a includere le armi tra gli investimenti considerati sostenibili dalle normative. Banca Etica considera questo orientamento inaccettabile, come già dichiarato quando i ministri della difesa dell’UE avevano chiesto di includere le armi tra i finanziamenti qualificati come sostenibili. Una deriva che ha trovato conferma in un recente incontro della direzione dell’UE che segue l’industria per la difesa (DG DEFIS), mentre a inizio aprile 2025 il colosso finanziario Allianz ha annunciato che prevede di includere nei suoi prodotti di finanza “sostenibile” anche i titoli di aziende produttrici di armi atomiche, giustificando tale scelta con il ruolo “etico” della deterrenza nucleare.

La netta condanna della finanza etica. Banca Etica e l’intero movimento della finanza etica condannano con forza queste posizioni. La Global Alliance for Banking on Values (GABV), che riunisce oltre 80 banche etiche a livello globale, ha ribadito con la Dichiarazione di Milano approvata nel 2024 che “il finanziamento delle armi non può rientrare, ed è incompatibile, con qualsiasi definizione di finanza sostenibile”.

Colletta per la Terra Santa: p. Brena invita a partecipare

“Mentre vi scrivo, il nostro cuore è sollevato dalla tregua in atto. Sappiamo che è fragile e che, per natura sua, non basterà da sola a risolvere i problemi e ad estinguere l’odio in quell’area. Ma almeno gli occhi non vedono ulteriori esplosioni e non perpetuano l’angoscia dell’irreparabile.

Abbiamo visto pianti, disperazione, distruzione ovunque. Ora la nostra speranza è che il trionfo della morte inferta non sia la sua eterna vittoria. E ci torna la speranza di vedere il Risorto, Gesù Cristo nostro Signore, che proprio in quella terra mostrò, vivo, le piaghe della sua passione”.

Prendendo spunto dalla lettera per l’appello per la Colletta dei Cristiani in Terra Santa, che si svolge nelle chiese di tutto il mondo nella giornata del Venerdì Santo, del prefetto del dicastero per le Chiese orientali, card. Claudio Gugerotti, abbiamo chiesto al presidente della Conferenza dei Commissari di Terra Santa di lingua italiana, p. Matteo Brena, di illustrarci la situazione in Terra Santa: “La situazione è molto critica. Con la ripresa dei bombardamenti su Gaza è ritornato un clima di forte sfiducia verso il futuro e la tensione sociale sia in Israele che in Palestina si è riaccesa”.

Nello scorso ottobre papa Francesco scriveva una lettera ai cattolici del Medio Oriente: ‘Voi, fratelli e sorelle in Cristo che dimorate nei Luoghi di cui più parlano le Scritture, siete un piccolo gregge inerme, assetato di pace. Grazie per quello che siete, grazie perché volete rimanere nelle vostre terre, grazie perché sapete pregare e amare nonostante tutto. Siete un seme amato da Dio’. Cosa significa custodire quei luoghi santi?

“Custodire significa tenere viva la memoria e far sì che il messaggio e la grazia di quei luoghi rimanga viva e accessibile a tutti coloro che si fanno pellegrini. I frati francescani sono impegnati da secoli in questa missione di custodia dei Luoghi Santi, come le basiliche del Santo Sepolcro e della Natività. Oltre a rappresentare un patrimonio inestimabile per il mondo cristiano questi luoghi aiutano tutti noi a ‘leggere e reggere’ in questo tempo così difficile”.

Ma a cosa serve la Colletta dei Cristiani in Terra Santa?

“E’ la principale risorsa per sostenere le attività e la vita che si svolgono attorno ai Luoghi Santi. Le offerte raccolte dalle comunità parrocchiali e dai vescovi sono trasferite, attraverso i Commissari di Terra Santa, alla Custodia di Terra Santa. Questi fondi sono utilizzati per preservare i siti sacri e per sostenere le comunità cristiane locali, spesso definite le ‘pietre vive’ di questa regione. In Palestina ed Israele operano in un contesto segnato dal conflitto e da tensioni quotidiane. Il loro messaggio si concentra sulla promozione della pace e della speranza, invitando i parrocchiani ad essere portatori di serenità e a non lasciarsi sopraffare dalle difficoltà. Uno degli interventi principali riguarda l’istruzione.

La Custodia lavora per preservare l’identità cristiana attraverso diverse iniziative per evitare la dispersione delle comunità locali e garantire la loro continuità. In Giordania, oltre al lavoro educativo, i frati si dedicano alla comunità di migranti presente nel Paese, offrendo loro un aiuto concreto. I francescani continuano a sostenere le persone più vulnerabili, mettendo al centro la solidarietà e l’attenzione al prossimo.

In Libano, oltre al loro ruolo spirituale, che include la celebrazione dei sacramenti e l’accompagnamento delle famiglie nei matrimoni, i francescani si dedicano a numerose attività pastorali quali il catechismo e la formazione religiosa, con un’attenzione particolare ai bambini ed ai giovani, i campi estivi e le relative iniziative rivolte alla gioventù francescana, che promuovono l’istruzione e i valori cristiani.

Nella Siria devastata da anni di guerra civile, i frati distribuiscono generi alimentari e forniscono supporto medico a chi ne ha più bisogno. Ogni mese circa 300 persone ricevono le medicine essenziali per trattare malattie croniche”.

Per quale motivo è stata istituita tale Colletta?

“La Colletta per i Cristiani in Terra Santa è stata istituita con l’intento di rafforzare il legame fra i cristiani di tutto il mondo ed i Luoghi Santi ed è una delle raccolte ufficiali della Chiesa cattolica. La Colletta, che solitamente si svolge nelle liturgie del Venerdì Santo, quest’anno il 18 aprile, trova origine nell’esortazione apostolica di san Paolo VI ‘Nobis in Animo’ del marzo 1974. Quest’anno la raccolta promossa attraverso la campagna: ‘Dona speranza, semina la pace’, sarà possibile anche online attraverso la pagina: https://sostieni.collettavenerdisanto.it/”.  

In quale modo la comunità cristiana di Terra Santa si prepara a vivere la Pasqua?​

“Si prepara con grande fede e coraggio per mantenere viva la memoria (anche a nome nostro) e guardare al futuro con speranza. I tempi sono molto difficili, non solo per la mancanza di pellegrini, ma anche per le difficoltà che sta creando il governo per motivi di ‘sicurezza’. Accessi limitati ai luoghi santi ed i pochi permessi concessi ai cristiani palestinesi che desiderano partecipare alle liturgie nella Città Santa sono il segno di un clima di oppressione che genera altra tensione”.

Nella sua storia personale cosa la lega alla Terra Santa?

“La mia vocazione è emersa in modo chiaro frequentando il Santuario della Verna, luogo delle stimmate di san Francesco ed oggi chiamato ‘Calvario Francescano’. Quel mistero di amore e dolore che san Francesco ha accolto nella sua carne nei segni della passione non può essere compreso a pieno senza aver attraversato il ‘Quinto Vangelo’. Questo l’ho capito nel 2009 quando con miei compagni di studentato ho avuto la grazia di vivere la Settimana Santa a Gerusalemme”.

Che cosa vuol dire per lei essere ‘ponte’ tra i cristiani della Terra Santa ed i cristiani in Italia?

“Essere ponti tra la complessa e poliedrica Terra di Gesù e le comunità cristiane italiane è una grande sfida e richiede molte energie. In sintesi, per me è esperienza di evangelizzazione, relazione e comunione. Sento questo ‘essere ponte’ in piena sintonia con il carisma francescano. Incontro, ascolto e condivisione sono parole chiave di questo servizio”.

E come si declina in pratica l’essere ponte?

“Si declina attraverso le classiche attività del commissariato come le giornate pro Terra Sancta e la proposta dei pellegrinaggi che oltre alla visita ai luoghi santi includono sempre un incontro con la realtà locale o la realtà della Custodia. Chiaramente in un contesto come quello italiano è necessario trovare continuamente nuove forme di incontro con realtà anche lontane dai contesti ecclesiali. Questo sta avvenendo attraverso incontri informativi sulla realtà dei cristiani di Terra Santa presso le università e le scuole superiori, ma anche attraverso eventi artistici che mirano a divulgare e sostenere anche economicamente l’opera della Custodia di Terra Santa”.

(Tratto da Aci Stampa)

Dalla Calabria racconti dei ‘Figli venuti dal mare’

Dallo scorso dicembre è nelle librerie il libro ‘Figli venuti dal mare’, scritto dal responsabile della ‘Casa dell’Annunziata’ di Reggio Calabria’, Giovanni Fortugno, e da Luca Luccitelli, responsabile dell’ufficio stampa dell’associazione ‘Papa Giovanni XXIII’, che racconta le storie di dolore e di speranza di minori stranieri che sono arrivati soli sulle coste dell’Italia e che sono stati accolti nella Casa dell’Annunziata, una struttura di accoglienza per minori stranieri non accompagnati (Msna) gestita dalla Comunità fondata da don Benzi: “Le storie che abbiamo raccontato sono simili a quella della ragazzina di 11 anni salvata nel Canale di Sicilia, unica sopravvissuta nel naufragio dell’imbarcazione su cui si viaggiava”.

E nel 2023 sono stati 23.000 i minori stranieri non accompagnati arrivati in Italia. Se all’inizio il fenomeno riguardava ragazzi maschi soprattutto nordafricani, prossimi alla maggiore età, oggi i minori che sbarcano sulle coste italiane sono sempre più piccoli. Basti pensare che i minori di 14 anni che sono arrivati, soli, in Italia nel 2023 sono stati 3.600.

Nel volume, i minori diventano ‘figli’ perché come tali sono accolti dalla ‘Casa dell’Annunziata’, come si legge nel prologo: “Non abbiamo potuto proteggerli, accompagnarli, sostenerli lungo il viaggio. Lo facciamo qui. La peculiarità di questa casa, rara se non unica, è quella di ricreare un clima familiare unitamente alla presenza di figure professionali”.

Il libro racconta i viaggi di 7 tra questi “figli”: Joy, Fatou, Abel, Yonas, Mir, Fatima e Mamadou, giunti in Italia dalla Somalia, Eritrea, Afghanistan e da altri Paesi dalla situazione politica e sociale difficile, attraversando il deserto ed il mare, dopo essere stati prigionieri, torturati, separati dalle loro famiglie. I loro viaggi, nelle pagine del testo, si intrecciano con l’analisi della situazione geopolitica dei Paesi di provenienza e di quelli che hanno attraversato, tra i più insicuri al mondo, intrecciandosi con la realtà della Casa dell’Annunziata dove (accanto a volontari che fanno loro da padre e da madre, portando umanità) ci sono anche le figure professionali dei mediatori culturali, della psicologa, dell’assistente sociale.

Da Giovanni Fortugno, coautore del libro, ci facciamo raccontare il motivo del titolo: “Premesso che nel 2011 l’associazione ‘Papa Giovanni XXIII’ mi diede la responsabilità del servizio ‘immigrazione’, nelle attività effettuate tra Italia e Grecia abbiamo dato vita a Reggio Calabria con il supporto della diocesi al ‘Coordinamento ecclesiale sbarchi’ e nel 2013 iniziammo a partecipare agli sbarchi.(ne ho vissuti circa 380 circa 70.000 persone sbarcate di cui 8.000 minori non accompagnati). Alla fine di uno di questi sbarchi, avvenuto dalla nave San Giorgio della Marina militare, arrivarono a Reggio 1080 persone, tra i quali un cadavere, composte per lo più da siriani.

Quando finimmo a sera tardi, sfiniti, tornando a casa pensavo ai tanti bambini, i quali fino a prima della guerra in Siria vivevano la loro vita serena (non dimentichiamoci che la Siria era definita la Svizzera dell’Oriente), in poche settimane tutto è cambiato con lo scoppio della guerra. Allora mi feci questa domanda: ma se questo dovesse avvenire in Italia io che cosa chiederei per i miei figli? L’altro motivo è il rapporto che abbiamo con i genitori dei nostri bambini; la maggior parte di loro, ringraziandomi, non fanno altro che dire ‘ti affido mio figlio’. I Msna sono riconosciuti attraverso questo acronimo, ma di fatto sono figli come se fossero i nostri”.

Quali storie raccontano i ‘figli venuti dal mare’?

“Sono 8 di 200 storie di bambini/ragazzi accolti da noi in questi anni e raccontano della loro famiglia, del loro Paese, del viaggio, di sofferenze, morte, torture, ma di speranze per un futuro tutto da costruire”.

Da dove è nata l’esigenza di raccontare queste storie?

“Oggi il tema dell’immigrazione è diventato il tema della vita sociale di tantissimi Stati, vissuto come il problema principale dei nostri giorni, riguarda aspetti geopolitici,  guerre, interessi economici…

Le prospettive possono essere tante su questo tema: la nostra è stata quella che viviamo quotidianamente ed è la vita di bambini/fanciulli che a rischio della loro vita, iniziano il loro ‘sogno’ attraverso un viaggio traumatico (di questo ne hanno coscienza); per questo cito la testimonianza di uno dei miei ragazzini che afferma: ‘mia madre nel pensarmi morto sicuro nel mio Paese ha preferito farmi rischiare la morte per un possibile futuro di vita in un paese lontano’. Quindi l’esigenza di raccontare alla tante mamme e papà questa prospettiva e solo attraverso questi racconti/testimonianze vorremmo che si guardasse a questi piccoli con una prospettiva diversa”.

E fra queste storie anche quella di un ragazzo, che qualche settimana fa attraverso alcune foto di giornale ha riconosciuto il generale Nijeem Osama Almasri, capo della polizia giudiziaria libica, accusato dalla Corte penale internazionale di crimini di guerra e contro l’umanità: cosa avete provato davanti al suo riconoscimento?

“Beh direi pure bambino, visto che aveva solo 10 anni quando si è ritrovato in Libia nelle mani di questi trafficanti. Noi conoscevamo la sua storia e ciò che aveva vissuto durante il suo viaggio,ci aveva dato dei nomi dei trafficanti con i quali lui era stato a contatto. Ci parlava sempre del ‘capo con la divisa’, riconosciuto durante le attività proposte ai ragazzi (noi facciamo la lettura dei quotidiani); e nella lettura di uno di questi ha visto le foto di Almasri, il nostro M. lo ha riconosciuto subito ed ha iniziato ad urlare: ‘E’ lui, è lui il capo!’

Non è purtroppo il primo trafficante, torturatore, con il quale ci siamo scontrati in questi anni. La rabbia è sempre la stessa, perché non sono i poveri ‘cristi’ che portano i barchini e vengono arrestati poi in Italia, ad essere responsabili. In effetti spesso sono i migranti stessi che per pagarsi il viaggio fanno questo, ma i veri responsabili sono gente come Almasri: riteniamo una grave ingiustizia quello che è successo”.

Per quale motivo fuggono dai loro Paesi?

“I motivi possono essere molteplici come guerre, carestie, motivi politici e religiosi. Voglio fare un esempio molto attuale: la Repubblica Democratica del Congo sta vivendo una guerra civile, in quanto i due paesi confinanti (Rwanda e Uganda) da sempre con mire espansionistiche ne stanno approfittando. Infatti non tutti sanno che tra le molte risorse del sottosuolo della Repubblica Democratica del Congo c’è il ‘coltan’, che è un minerale essenziale per produrre tutti i dispositivi elettronici, in particolare telefoni cellulari, computer… Da tempo a vario titolo le organizzazioni umanitarie hanno denunciato lo sfruttamento dei bambini in queste miniere per l’estrazione di tale  materiale. Ebbene la commissione dell’Unione Europea ha firmato un accordo con i due Paesi invasori (Rwanda ed Uganda) per lo sfruttamento delle risorse minerarie della Repubblica Democratica del Congo. Altro che aiutiamoli a casa loro!”

Cosa sperano di trovare nei Paesi europei?

“Il loro progetto migratorio è quello di trovare la possibilità di lavorare per sostenere la propria famiglia. Dopo si scontrano con la realtà in quanto minori, perchè ci sono alcuni obblighi come la frequenza scolastica e la loro tutela; quindi interagendo con le famiglie di origine costruiamo un progetto su ognuno di loro a partire dalla scuola, che è l’agenzia determinante nel loro percorso; con pazienza e impegno lo facciamo assimilare ai nostri bambini/ragazzi, che sono inseriti a fare molte attività come calcio, nuoto, palestra, scout… 

Molti di loro hanno finito il percorso scolastico ed alcuni  hanno iniziato l’Università; non più tardi di qualche mese fa abbiamo assunto come operatore uno dei nostri ragazzi accolti, che, arrivato a 13 anni in Calabria, si è diplomato ed adesso ha iniziato quest’ultima parte per un’integrazione  completa nel tessuto sociale della nostra città”.

Per quale motivo, 10 anni fa, è sorta la ‘Casa dell’Annunziata’?  

“Ritorno all’attività che assieme ad altri fratelli dell’associazione ‘Papa Giovanni XXIII’ abbiamo fatto come servizio ‘Immigrazione’: sin dall’inizio abbiamo visto in Grecia tantissimi minori, anche bimbi afghani di 6 anni, ed abbiamo capito che questa particolare vulnerabilità nel sistema ‘migratorio’ avrebbe necessitato un aiuto da parte nostra. La Comunità, nel suo sistema di accoglienza, aveva le ‘case famiglia’, ma abbiamo capito che avremmo necessitato di un sistema di accoglienza che oltre al clima famigliare doveva avere in sè ulteriori figure professionali come mediatori, psicologi ed assistenti sociali oltre che ad educatori professionali.

Inoltre gli sbarchi a Reggio Calabria hanno portato a tantissimi minori (come dicevo prima); a quel punto d’accordo con la diocesi, che aveva un immobile da completare, abbiamo deciso di dare vita a questo progetto ed il 14 dicembre 2004 ci è stata consegnata la ‘Casa dell’Annunziata’ il 31 Gennaio 2015; completata la struttura con l’arredamento abbiamo iniziato l’iter per le varie autorizzazioni ed accreditamenti. Oggi la ‘Casa dell’Annunziata’ è autorizzata dalla regione Calabria attraverso la legge per i servizi regionali ed accreditata dal comune di Reggio Calabria come comunità di accoglienza per Minori stranieri  non accompagnati”.

(Tratto da Aci Stampa)

San Giovanni Paolo II: un papa nella storia

San Giovanni Paolo II

Karol Józef Wojtyła nacque il 18 maggio 1920 a Wadowice, cittadina polacca situata a 48 km a sud-ovest di Cracovia. Era il terzo figlio di Emilia, nata Kaczorowska (1884-1929), e di Karol Wojtyła senior (1879-1941). Essendo un ex ufficiale dell’esercito austro-ungarico, egli volle dare al terzogenito il nome dell’ultimo imperatore asburgico, Carlo I ma,  durante la giovinezza, venne  chiamato da amici e  familiari ‘Lolek’.  Karol subì varie perdite tra cui la madre nel 1929. Quando Karol, che aveva nove anni, seppe della notizia, disse: ‘Era la volontà di Dio’.

Dopo questo evento, suo padre, uomo molto religioso, si impegnò  per fare studiare il figlio Karol, il quale visse la sua gioventù  in stretto contatto anche con  l’allora numerosa comunità ebraica di Wadowice. Nell’estate del 1938, Karol e il padre, da Wadowice si trasferirono a Cracovia. Qui il giovane si iscrisse all’Università Jagellonica nel semestre autunnale. Nel suo primo anno, non si limitò a studiare filologia, lingua e letteratura polacca, ma  prese anche lezioni private di francese.

Lavorò come bibliotecario volontario e fece l’addestramento militare obbligatorio nella legione accademica. Alla fine dell’anno accademico 1938-1939, impersonò il ruolo di Sagittarius nell’opera fiabesca ‘The Moonlight Cavalier’, prodotta da una compagnia teatrale sperimentale e studiò  varie lingue, così da conoscerne e parlarne undici: polacco, slovacco, russo, italiano, francese, spagnolo, portoghese, tedesco, ucraino, inglese, latino ecclesiastico ed esperanto.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Karol e suo padre fuggirono da Cracovia verso est, come migliaia di altri polacchi. Durante la fuga, a volte, si nascosero nei fossi per sfuggire alla Luftwaffe. Dopo avere camminato per duecento chilometri, a causa dell’invasione sovietica della Polonia, furono costretti a tornare a Cracovia.

Nel novembre seguente, 184 accademici dell’Università Jagellonica furono arrestati e l’Università chiusa. Tutti i maschi abili furono costretti a lavorare. Nel primo anno di guerra Karol lavorò come fattorino per un ristorante. Questo lavoro gli permise di continuare gli studi,  la carriera teatrale e atti di resistenza culturale. Intensificò anche lo studio del francese.

Anche grazie al sostegno della sua insegnante di francese, dall’autunno del 1940, Karol iniziò a lavorare nelle cave di pietra della Solvay.  Questo lo risparmiò dal lavoro forzato in Germania. L’azienda, infatti, produceva soda caustica, particolarmente importante nel periodo bellico. Il lavoro presso la Solvay durò fino al 1944, nel frattempo, il padre morì nel 1941. Nel 1942, Karol entrò nel seminario clandestino diretto dall’arcivescovo di Cracovia Sapieha. Il 29 febbraio 1944, tornando a casa dal lavoro alla cava, fu investito da un camion tedesco, perse coscienza e passò due settimane in ospedale, riportando un trauma cranico acuto, numerose escoriazioni e una ferita alla spalla. Secondo la biografia del papa, scritta da George Weigel, essere sopravvissuto a questo, confermò a Wojtyła la propria vocazione religiosa.

Nel 1944, dopo la rivolta di Varsavia, il 6 agosto la Gestapo rastrellò Cracovia, deportando i giovani maschi per evitare una simile ribellione. Quando la Gestapo perquisì la casa di Wojtyła, egli riuscì a scampare alla deportazione nascondendosi dietro una porta. Si rifugiò nel Palazzo vescovile, dove rimase fino alla fine della guerra. Quando i tedeschi lasciarono la città, i seminaristi restaurarono il vecchio seminario.

Karol Wojtyła venne ordinato presbitero il 1º novembre 1946 dall’arcivescovo di Cracovia, poi si trasferì  a Roma per continuare  gli studi teologici presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino. Nella tesi di dottorato, che aveva per tema la dottrina della fede in San Giovanni della Croce, Wojtyła si concentrò sulla natura personale dell’incontro tra l’uomo e Dio.

Nel 1948, la sua prima missione pastorale fu nel paesino di Niegowić, a venticinque chilometri da Cracovia. Nel 1949, fu trasferito nella parrocchia di San Floriano a Cracovia. Insegnò etica all’Università Jagellonica e, poi, all’Università Cattolica di Lublino.

A Cracovia si distinse per la sua attività di opposizione al regime comunista. In particolare, fece pubblicare a puntate nel suo giornale diocesano alcuni libri usciti all’epoca e colpiti dalla censura comunista. Tra questi Ipotesi su Gesù di Vittorio Messori e Lettera a un bambino mai nato della scrittrice fiorentina Oriana Fallaci. Nel 1958, fu nominato vescovo titolare di Ombi e ausiliare di Cracovia, e quattro anni dopo assunse la guida dell’arcidiocesi come vicario capitolare. Il 13 gennaio 1964, papa Paolo VI lo nominò arcivescovo di Cracovia.

Wojtyła partecipò al Concilio Vaticano II, contribuendo ai documenti per la stesura della Dignitatis Humanae e della Gaudium et Spes, due dei documenti storici più importanti e influenti prodotti dal concilio intervenendo saggiamente in vari schemi preparatori. Poi partecipò alla  Pontificia commissione per il controllo della popolazione e delle nascite.

Il 26 giugno 1967 fu nominato cardinale di San Cesareo in Palatio da papa Paolo VI. Nell’agosto del 1978, dopo la morte di Paolo VI, partecipò al conclave che si concluse con l’elezione di Albino Luciani, ( papà Giovanni Paolo I), il patriarca di Venezia, il quale fu papa per soli 33 giorni.  In ottobre, Wojtyła fece ritorno in Vaticano per il nuovo conclave.

Dopo 455 anni dalla nomina di papa  Adriano VI, eletto nel 1522, il quale era olandese, fu chiamato a capo delia Chiesa un papa straniero. Nonostante i favoriti fossero Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova, e Giovanni Benelli, arcivescovo di Tusuros (Senegal) Wojtyła, venne eletto all’ottavo scrutinio, con grande stupore di tutto il mondo.

Alle 18:18 del 16 ottobre 1978 dal comignolo della Sistina si levò la fumata bianca. Poco meno di mezz’ora dopo, alle 18:45, il cardinale protodiacono Pericle Felici annunciò l’avvenuta elezione. Pare che Wojtyła volesse scegliere come nome pontificale Stanislao, in onore del santo patrono della Polonia. Non essendo però un nome che rientrava nella tradizione romana, il papa scelse di chiamarsi Giovanni Paolo II, per ricordare il predecessore. Pare che Papa Luciani avesse detto di volersi chiamare Giovanni Paolo I perché certo che sarebbe venuto un Giovanni Paolo II.

Quando si presentò alla folla, contrariamente a quanto previsto dal cerimoniale, decise di rivolgere un discorso di saluto, definendosi «un nuovo vescovo di Roma […] chiamato da un paese lontano» e catturando la simpatia degli italiani dicendo: «se mi sbaglio mi corrigerete!».

Nell’ Omelia per la messa di inizio del pontificato, il papà disse: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!» 

Egli continuò a rinnovare le celebrazioni e ad avvicinarsi alla gente facendo a meno di parte della simbologia e del cerimoniale tradizionale al fine di rendere il suo pontificato meno simile a un vero e proprio regno. Decise anche di non usare il plurale maiestatis, riferendosi a sé stesso con ‘Io’ e non con i ‘Noi’. Celebrò una semplice messa al posto della tradizionale cerimonia di incoronazione papale. Il suo stemma, come quello dei predecessori, fu sormontato dal triregno un copricapo extra-liturgico adottato dai papi, sia negli stemmi sia nelle apparizioni pubbliche, visto spesso come un simbolo di potere terreno e di ricchezza, ma egli disse:

“Il Papa Giovanni Paolo I, il cui ricordo è così vivo nei nostri cuori, non ha voluto il triregno e oggi non lo vuole il suo successore. Non è il tempo, infatti, di tornare ad un rito e a quello che, forse ingiustamente, è stato considerato come simbolo del potere temporale dei Papi”.

Così egli utilizzò la mitra. Il papa volle iniziare il suo pontificato rendendo omaggio ai due patroni d’Italia, visitando Assisi, per venerare san Francesco e la basilica di Santa Maria sopra Minerva in Roma, per venerare la tomba di santa Caterina da Siena. Il suo pontificato fu caratterizzato da un’intensa attività pastorale in tutto il mondo, operando per la pace, il miglioramento delle relazioni con le altre religioni, in primo luogo con anglicani e ortodossi. Riconobbe ufficialmente lo Stato di Israele e chiese perdono per le mancanze e i peccati dei cristiani verso i ‘fratelli maggiori’ nel corso dei secoli.

Fondazione Migrantes: il diritto d’asilo per i migranti è a rischio

L’ottava edizione del report (‘Il Diritto d’asilo 2024. Popoli in cammino senza diritto d’asilo’), curata da Mariacristina Molfetta e Chiara Marchetti, e che la Fondazione Migrantes dedica al mondo delle migrazioni forzate, anche quest’anno legge e interpreta dati, norme, politiche e storie, portando alla luce come nell’Unione europea e nel nostro Paese a essere sempre più a rischio sia il diritto d’asilo stesso. Le persone in fuga nel mondo hanno superato quota 122.000.000 a causa di guerre e conflitti che si allargano di anno in anno, portando a un ulteriore incremento delle vittime, specie tra i civili. In Medio Oriente la guerra tra Hamas ed Israele si è estesa con il coinvolgimento della Cisgiordania, dell’Iran e del Libano:

“Le armi continuano ad essere le uniche a parlare tra Ucraina e Russia, mentre anche situazioni estreme legate al cambiamento climatico contribuiscono a far crescere il numero delle persone costrette ad abbandonare la propria casa e la propria terra per un tempo sempre più lungo. Non sono invece altrettanto celeri le nostre risposte alle cause profonde di queste migrazioni forzate, e troppo poche le autorità di governo e le istituzioni che, con serietà ed autorevolezza, intendono perseguire obiettivi di pace e giustizia, mentre prosegue una folle corsa agli armamenti. Nel frattempo, poco prima della chiusura della scorsa legislatura europea è stato approvato il ‘nuovo’ Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, un compromesso al ribasso in cui si assiste a un ulteriore impoverimento dei diritti di richiedenti asilo e rifugiati”.

Partiamo da questa introduzione per farci spiegare dalla dott.ssa Mariacristina Molfetta, addetta all’area ‘ricerca e documentazione’ della fondazione ‘Migrantes’, cosa emerge dal report: “E’ l’ottavo anno che la Fondazione Migrantes dedica un rapporto specifico al mondo delle migrazioni forzate. Le persone in fuga nel mondo a fine 2024 hanno superato quota 122.000.000 a causa di guerre e conflitti che si allargano di anno in anno, portando a un ulteriore incremento delle vittime, specie tra i civili.

Nel mentre, sempre di più situazioni estreme legate al cambiamento climatico contribuiscono a far crescere il numero delle persone costrette ad abbandonare la propria casa e la propria terra per un tempo sempre più lungo, senza contare che un numero ancora molto elevato di persone soffre la fame e la sete e la mancanza di libertà civili. Non sono invece altrettanto celeri le nostre risposte alle cause profonde di queste migrazioni forzate, e troppo poche le autorità di governo e le istituzioni che, con serietà e autorevolezza, intendono perseguire obiettivi di pace e giustizia, mentre prosegue una folle corsa agli armamenti”.

Per quale motivo il diritto d’asilo è a rischio?

“Da anni si portano avanti politiche europee e nazionali per provare a limitare l’accesso al continente e ai singoli Paesi attraverso pratiche sempre più estese e discutibili di esternalizzazione (ne sono un esempio gli accordi con la Turchia, la Libia, la Tunisia, il Niger, e ora l’Albania).

Nel frattempo, poco prima della chiusura della scorsa legislatura europea, nello scorso anno è stato approvato il ‘nuovo’ Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, un compromesso al ribasso in cui si assiste a un ulteriore impoverimento dei diritti di richiedenti asilo e rifugiati. Nonostante la dichiarazione solenne sul diritto d’asilo come inviolabile, le recenti riforme limitano l’accesso a tale diritto.

In particolare, l’introduzione di procedure accelerate e di restrizioni per chi richiede asilo alle frontiere esterne dell’UE accentua il ricorso alla detenzione in aree di transito; e riduce l’efficacia del ricorso legale contro il respingimento. Inoltre, si introduce la finzione giuridica del ‘non ingresso’, che considera alcuni richiedenti asilo come non presenti sul territorio, permettendo l’adozione di misure restrittive e respingimenti immediati.

Tutte queste pratiche hanno un fine: provare a limitare l’accesso, ma anche i diritti dei richiedenti asilo e rifugiati, anche una volta che entrano nel territorio dell’Unione Europea e per questo abbiamo scelto come sottotitolo: popoli in cammino… senza diritto d’asilo”.

Quale accoglienza offre l’Italia ai minori non accompagnati?

“Nonostante il divieto di trattenimento per i MSNA previsto dalla legge italiana, molti minori sono trattenuti in centri inadeguati, quali hotspot e centri governativi di accoglienza, spesso in condizioni critiche e promiscue con adulti. Questi centri non garantiscono un’adeguata tutela legale, né la possibilità di chiedere asilo o permessi di soggiorno, lasciando i minori in uno stato di isolamento e incertezza. La recente legge 176/2023 ha legalizzato il collocamento dei MSNA sopra i 16 anni in strutture per adulti, una misura che contrasta con il superiore interesse del minore sancito dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia.

Le ripetute violazioni dei diritti fondamentali sono state confermate da sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che ha condannato l’Italia per trattamenti inumani e degradanti nei confronti di minori collocati proprio in strutture per adulti. Nonostante le condanne, tuttavia, le prassi non sono state modificate e la gestione emergenziale continua a prevalere. Un vero peccato perché in generale le normative che riguardano i minori nel nostro paese sono tra le più avanzate in Europa se venissero applicate correttamente”.

Per quale motivo il report dedica un capitolo alle suore?

“Ogni anno scegliamo di mappare alcune esperienze che reputiamo interessanti e quest’anno la scelta è ricaduta su un inedito monitoraggio che ha coinvolto le congregazioni religiose femminili presenti in aree di transito e permanenza. Abbiamo preso questa decisione anche perché tali esperienze spesso non ricevono l’attenzione e l’ascolto che meriterebbero. Il lavoro fatto innanzi tutto evidenzia come in Italia l’esperienza della ‘frontiera’ venga interpretata in modo vario e poliedrico dalle religiose.

Le loro comunità, dalla Sicilia alla Lombardia, sono esposte a situazioni difficili, fornendo assistenza umanitaria a migranti che affrontano povertà, violenze e vulnerabilità sociali. Operano spesso in collaborazione con enti locali, associazioni laiche e strutture sanitarie, ma si scontrano con risorse insufficienti e politiche restrittive.

Attraverso scuole di lingua, supporto psicologico e integrazione lavorativa costruiscono percorsi di riscatto in particolare a favore delle donne vittime di tratta. La mappatura ha portato alla luce, in realtà, un’ampia varietà di risposte ed esperienze, dai dormitori per migranti in transito alle strutture educative per donne e bambini. Le religiose sono animate da un carisma che intreccia fede e giustizia sociale e cerca di superare le divisioni culturali e religiose. Mentre la loro testimonianza, un vero esempio di resistenza solidale, sottolinea tutto il disagio delle ‘frontiere’ e la necessità di politiche più inclusive.

Le suore affermano, fra l’altro, l’importanza di interventi pubblici per una migliore gestione delle migrazioni, sottolineando che solo attraverso un coinvolgimento attivo di tutte le istituzioni, religiose e civili, sarà possibile costruire una società più giusta e accogliente”.

Perché ci sono sempre difficoltà per figli di migranti nati in Italia di rinnovare il permesso di soggiorno?

Nel report abbiamo mappato anche alcune delle ‘cattive pratiche’ che portano sia i richiedenti asilo che chi deve rinnovare un permesso di soggiorno, inclusi quindi anche i figli di migranti nati in Italia, a dover fare delle lunghe code fuori dai diversi uffici immigrazione delle Questure d’Italia. Questo avviene già da almeno 10 anni. Persone spesso esposte dall’alba al freddo o al caldo, a seconda delle stagioni, per giorni, senza avere la certezza di entrare, creando quindi gravi ripercussioni sulla possibilità di svolgere un’attività lavorativa regolare o anche di andare a scuola.

Succede anche perché i rinnovi di permesso di persone migranti e dei loro figli (persone che abbiamo già registrato e controllato), non vengono considerate semplici pratiche amministrative decentrabili in altri uffici della pubblica amministrazione, ma sempre pratiche da svolgere solo agli sportelli degli uffici immigrazioni delle Questure”.

(Tratto da Aci Stampa)

‘Immagino che state seguendo quello che è accaduto a Goma’ il racconto di un missionario

“Immagino che state seguendo quello che è accaduto a Goma. Le ultime notizie parlano di 3.000 morti senza contare i corpi insepolti . C’è il rischio di epidemie! Qui a Bukavu c’è molta tensione per il timore che la guerra arrivi fin qui. La Conferenza Episcopale Congolese ed il Consiglio delle Chiese protestanti cercano una via per la pace”: alcuni giorni fa ci ha scritto il missionario saveriano, p. Gabriele Cimarelli, che, dopo 10 anni di residenza in Italia, a metà gennaio è ripartito in missione nella Repubblica Democratica del Congo, pochi giorni prima dell’inasprimento del conflitto.

Infatti la regione orientale della Repubblica Democratica del Congo è un posto complicato e instabile, in cui sono attivi diversi gruppi armati; da ormai un anno l’M23, storicamente radicato nelle città di Masisi e Rutshuru, ha esteso il territorio che controlla ed all’inizio di quest’anno aveva completato l’accerchiamento di Goma, occupando Minova e Sake, i due principali centri urbani attorno al capoluogo; è lo stesso saveriano che ci scrive che tale Stato non ha mai conosciuto la parola pace:

“La Repubblica Democratica del Congo non ha mai vissuto un periodo di pace duraturo e stabile. L’indipendenza del Paese dalla colonizzazione belga, nel 1960, ha fatto precipitare il paese nella guerra civile; con l’ascesa al potere del presidente Mobutu la situazione securitaria è migliorata, ma a prezzo di una dittatura che ha mantenuto le tensioni nascoste sotto la cenere. La guerra nel vicino Rwanda nel 1994 ha riversato nel paese oltre due milioni di rifugiati, che hanno fatto nuovamente precipitare la situazione politica e scatenare nel 1996 quella che viene chiamata la ‘prima guerra del Congo’, estesa su tutte le regioni del paese”.

Prima della sua ripartenza missionaria avevo incontrato p. Gabriele Cimarelli a Tolentino, nelle Marche, chiedendo di spiegare questa nuova missione nella Repubblica Democratica del Congo: “Io sono un missionario saveriano ed il nostro carisma e quello della missione ‘ad gentes’  (ai non cristiani), ‘ad extra’ (al di fuori del proprio Paese) ed ‘ad vitam’ (per tutta la vita). Nella mia vita missionaria ho alternato periodi in Italia e nella Repubblica Democratica del Congo per ridare slancio alla mia vocazione. Ormai i saveriani sono una comunità internazionale, per cui concretamente ciascuno di noi vive la propria missione nel Paese destinato.

Sono già stato per 22 anni nella Repubblica Democratica del Congo ed è stata un’esperienza molto bella, assaporando i frutti che la Parola di Dio porta, perché ci sono comunità cristiane molto vive anche in situazioni difficili, in quanto la Repubblica Democratica del Congo ha vissuto e sta vivendo momenti difficili con molte situazioni di guerra. Ho 73 anni e non sono più giovane, però sento ancora questa carica missionaria, perché, come ripete continuamente papa Francesco, quando uno incontra Gesù sente sempre il bisogno di dare testimonianza ad altre persone. Siamo nel giubileo, che ha a tema la speranza, ed occorre essere testimoni di Gesù risorto, che è la nostra speranza, perché porta la riconciliazione e la pienezza di vita”.

Cosa significa essere missionari?

“Le nuove Costituzioni del 2008 hanno riaffermato in modo inequivocabile la nostra identità: ‘Fine unico ed esclusivo dell’Istituto è l’annuncio della Buona Novella del Regno di Dio ai non cristiani’. Oggi la nostra famiglia saveriana ha assunto un volto multicolore con l’arrivo di confratelli provenienti dall’Africa, America Latina ed Asia. La missione oggi tocca tutti i continenti, compresa l’Europa. Come noi siamo partiti dal nostro Paese per annunciare il Vangelo negli altri continenti, allo stesso modo giovani  missionari lasciano l’Africa, l’America Latina e l’Asia per venire ad annunciare il Vangelo nel nostro continente”.

Alcuni mesi fa sono stati beatificati tre missionari saveriani italiani Luigi Carrara, Giovanni Didonè (presbiteri) e Vittorio Faccin (religioso) ed il sacerdote diocesano franco-congolse Albert Joubert, uccisi il 28 novembre 1964 a Baraka e a Fizi in odium fidei: come è possibile trovare il fervore missionario da questa beatificazione, avvenuta nello scorso agosto?

“Questi martiri (tre saveriani ed un sacerdote franco congolese) sono stati beatificati lo scorso 18 agosto ad Ovida, martirizzati il 28 novembre 1964, poco dopo l’indipendenza dalla Francia. Questo martirio ci ricorda che ogni cristiano è chiamato ad essere testimone di Gesù risorto, anche fino all’effusione del sangue. Questi martiri erano giovani ‘ordinari’, che sono voluti rimanere accanto alla ‘loro’ gente pur sapendo che in quella situazione molto grave rischiavano di essere messi a morte, ma hanno voluto testimoniare questa fedeltà a Gesù fino in fondo.

La loro testimonianza diventa uno stimolo a non ‘sederci’: in Italia ed in Europa la Chiesa sta diventando sempre più minoranza con il rischio dello scoraggiamento; l’esempio di questi martiri ci dice che il Signore è capace di fare cose grandi con persone fragili e con piccole comunità cristiane, che come la Vergine Maria siamo disponibili a compiere la volontà del Signore rinnovando il nostro ‘sì’. Gesù come mezzi molto semplici è capace di compiere grandi cose”.

‘Perché è la speranza che vi anima, ben sapendo che se a tutti sta promesso il regno dei cieli, a coloro che abbandonano ogni cosa per seguire Cristo è riservato il centuplo nella vita eterna che ci attende’: così si esprimeva san Guido Maria Conforti, fondatore della congregazione saveriana, nell’omelia pasquale del 1929. Per quale motivo, secondo san Guido Maria Conforti, la speranza ci anima?

“Perché san Guido Maria Conforti ha sperimentato la speranza sulla sua ‘pelle’: seminarista a Parma a fine del XIX secolo ha scoperto la vocazione missionaria leggendo la vita di san Francesco Saverio, uno dei primi compagni di sant’Ignazio di Loyola, che è stato missionario in Oriente ed è morto alle ‘porte’ della Cina. Leggendo la sua vita san Conforti ha sentito il desiderio di partire per la missione; però aveva problemi di salute, per cui si è reso conto che non poteva partire per la missione ed ha deciso di fondare un istituto missionario.

E’ diventato anche vescovo di Ravenna e di Parma ed ha iniziato con pochissime forze: ad inizio del secolo scorso ha inviato in Cina un sacerdote ed un diacono, perché aveva grande fiducia in Gesù, che gli ha dato questa grande carica. Aveva ‘scoperto’ la vocazione da bambino ed un giorno, passando davanti al crocifisso di una scuola cattolica, ha iniziato un dialogo con Gesù: ‘io guardavo Lui e Lui guardava me’; da lì ha scoperto la sua vocazione sacerdotale.

Quando noi partiamo per le missioni ci danno questo crocifisso: il crocifisso è il grande libro sul quale si sono formati i santi, è una sua frase. Ogni missionario, che parte, sa che Gesù lo accompagna, perché l’unica sua ‘forza’ è il Crocifisso e nella sua unione con Cristo è capace di superare gli ostacoli e di portare il Vangelo. Il suo motto era: fare del mondo una famiglia in Cristo”.

Allora, si può vivere senza speranza?

“Si può vivere senza speranza, però non è una vita. San Conforti nella vita ha avuto alcune ‘crisi’ a cui sono seguite le ‘ripartenze’, perché ha sperimentato che Gesù Cristo è la nostra speranza. Nella nostra spiritualità saveriana ci sono cinque caratteristiche: finalità missionaria; poi ha voluto che fossimo consacrati alla missione attraverso i tre voti di obbedienza, castità e povertà; altra caratteristica missionaria è quella di essere una famiglia in Cristo; infine il volto umano del saveriano. Oggi siamo saveriani provenienti da ogni parte del mondo ed è una ‘sfida’ vivere questo spirito di famiglia in un mondo lacerato da discordie. E’ una testimonianza per le nostre comunità: si può essere fratello pur facendo parte di culture diverse”.  

Avevamo concluso l’intervista con questo suo augurio di buon anno ai fedeli della parrocchia ‘Santa Famiglia’ di Tolentino: “In Gesù, Dio si è fatto uomo, si è messo al nostro servizio. Con Gesù, non dobbiamo più aspettare la venuta di Dio, ma accoglierlo nella nostra vita. La fede di un cristiano, la sua comunione con Dio appare da come ama, da quanto presta ascolto ai bisogni degli altri; dal sacrificarsi per il bene di tutti”.

Ecco i modi per sostenere la missione di p. Gabriele Cimarelli: Banca Nazionale del Lavoro IBAN: IT 09 F 01005 69200 000000 002001: Intesa San Paolo IBAN: IT 94 D 03069 69200 100000 006377; Poste Italiane: IBAN: IT 66 N 07601 13400 000014 616627, specificando la causale.

(Tratto da Aci Stampa)

Legge sulla vendita delle armi per la guerra: rinviata la discussione parlamentare

Nelle scorse settimane, dopo mesi di silenzio, le Commissioni Esteri e Difesa della Camera hanno ripreso la discussione sul DDL che mira a modificare la legge 185/1990 sull’export di armi italiane. Una proposta che, tra le altre cose, intende cancellare ogni forma di trasparenza sulle banche che finanziano e traggono profitto dall’export di armi.

Questo disegno di legge, di iniziativa governativa, ha già ottenuto l’approvazione del Senato e, se dovesse passare anche alla Camera, rappresenterebbe un clamoroso passo indietro. Un provvedimento in aperta contraddizione con l’impianto normativo che l’Europa sta costruendo da anni per garantire maggiore trasparenza nel settore finanziario. Le banche, attraverso i loro finanziamenti, determinano il tipo di economia e di società in cui viviamo: proprio per questo, il loro operato non può essere sottratto al dovere di trasparenza. Inoltre, questa modifica legislativa appare in netto contrasto con il Trattato ONU del 2013 sul commercio di armi, sottoscritto dall’Italia.

Durante l’iter in Senato, Banca Etica, insieme a una vasta rete di organizzazioni della società civile, ha chiesto più volte al governo di spiegare le ragioni di questa scelta, che si traduce in un’inaccettabile operazione di opacità: “Perché sia chiaro: la legge 185/1990 non vieta l’export di armi italiane, ma impone che queste operazioni non coinvolgano Paesi in conflitto o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e che avvengano nel rispetto della trasparenza. Un principio essenziale, considerando gli enormi impatti umanitari, strategici e geopolitici dell’industria bellica, settore storicamente segnato da corruzione e illegalità diffusa.

La proposta di modifica della Legge 185/90 mette in discussione un importante risultato della società civile italiana: l’obbligo di trasparenza da parte delle banche rispetto al finanziamento alla produzione ed export di armi. Riteniamo grave questo passo indietro, una rinuncia ad un diritto di informazione ottenuto dopo lunghi e importanti confronti e contrattazioni. Chiediamo al Parlamento di aprire un dibattito onesto e aperto. Ricordiamo che il mercato delle armi è uno dei più corrotti al mondo e strumenti di controllo sono necessari per continuare a costruire una finanza che costruisce e sostiene la pace”.

Per questo la presidente di Banca Etica, Anna Fasano, ha affermato che il confronto possa essere approfondito: “E’ fondamentale che il maggior numero di forze politiche si attivi per migliorare questa norma ed evitare di legittimare pratiche opache. Voglio essere chiara: la finanza etica rifiuta ogni finanziamento e investimento nel settore delle armi.

Ma non ci aspettiamo che tutte le banche adottino questa politica, né chiediamo che sia imposta per legge. Quello che chiediamo oggi è semplicemente di non cancellare il principio di trasparenza e il diritto del Parlamento a un’informazione corretta. La legge 185/1990, pur indebolita nel tempo, garantisce ancora questo presidio fondamentale: smantellarlo sarebbe un grave errore”.

La legge 185/90 non è stata infatti in sé una legge ‘pacifista’ con la quale si imponeva tout court la sospensione di ogni produzione e commercio di armi; in essa si riconosce invece la necessità che questo tipo di attività sia soggetta ad una valutazione politica e ad un giudizio di conformità ai valori fondanti della nostra costituzione: non possono essere vendute armi a paesi in guerra o a chi si macchia di violazione dei diritti umani.

Si tratta di indicazioni che in questi anni sono state ripetutamente interpretate in maniera quantomeno elastica… ma in un quadro che permetteva ai decisori politici di assumersi la responsabilità delle proprie scelte di fronte alla pubblica opinione: “Il commercio delle armi non può essere semplicemente lasciato alla convenienza del momento o alla legge della domanda e dell’offerta… richiede invece un alto grado di attenzione. Si tratta di una materia complessa, e proprio per questa complessità è necessario un alto livello di trasparenza e tracciabilità.

Il nostro paese è tra i più importanti produttori di armi del pianeta: un primato di cui non dobbiamo rallegrarci, e che ci provoca forse qualche brivido quando apprendiamo di come questa ‘eccellenza italiana’ non si sviluppi solo per difendere il nostro paese (ammesso che questo sia l’unico sistema, o il più efficace, di farlo!) ma contribuisca invece a conflitti sanguinosi, come negli anni passati quello in Yemen, e oggi quello a Gaza, per limitarsi a soli due esempi”.

Per questo Massimo Pallottino, responsabile dell’Unità Studi e Advocacy della Caritas Italiana ha invitato a sostenere la petizione per non modificare la legge: “L’iter per la modifica della legge 185/90 è ripartito proprio in questi giorni. Ed è necessario moltiplicare gli sforzi per aumentare la consapevolezza di tutti.

E’ possibile firmare la petizione online promossa dalla Rete Pace e Disarmo, dove si trovano tutti i punti di criticità che emergono dall’analisi della proposta di modifica, e anche gli emendamenti che sono stati già proposti per garantire il mantenimento di un livello minimo di coerenza con i principi ispiratori della legge, anche in conformità con impegni internazionali già assunti dal nostro paese; ma che purtroppo sono stati fino ad ora rigettati in blocco.

Riteniamo invece fondamentale che essi vengano presi seriamente in considerazione e discussi, lasciando il tempo di maturare una posizione condivisa in quella che è una materia che tocca i principi più profondi della nostra Costituzione”.

Per ‘stoppare’ tale modifica Acli, Agesci, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Azione Cattolica Italiana, Movimento dei Focolari Italia, Pax Christi Italia hanno lanciato un appello: “Non modificate la legge 185/90 che regola l’export di armi italiane. Modificarla vuol dire affossarla! Signori Deputati, signori Senatori: fermatevi! Vogliamo unire la nostra voce a quella di tante donne e uomini, coordinamenti di molti movimenti e associazioni, come Rete Italiana Pace e Disarmo che ha rilanciato: l’appello Basta favori ai mercanti di armi! Fermiamo lo svuotamento della Legge 185/90”.

Ed hanno chiesto di non modificare la legge: “Il disegno di legge che oggi state discutendo intende: limitare l’applicazione dei divieti sulle esportazioni di armamenti; ridurre al minimo l’informazione al parlamento e alla società civile; e, soprattutto, limitare le informazioni contenute dalla Relazione governativa annuale, cancellando la documentazione riguardo alle operazioni svolte dagli istituti di credito circa l’import e l’export di armi e dei sistemi militari italiani. Tali modifiche svuotano il contenuto della legge 185. Sarebbe una decisione gravissima.

Signori Deputati e Senatori, vi chiediamo, vi supplichiamo, non svuotate la legge 185/90 nel suo profondo significato. Vi chiediamo di ricordare e custodire il lavoro della società civile che ha portato all’approvazione di questa legge che attua i principi costituzionali. Ve lo chiediamo in nome della comune umanità che ripudia la guerra”.

E dopo la pressione dell’associazionismo le Commissioni riunite Esteri e Difesa di Montecitorio hanno chiesto di rinviare fino a marzo la discussione in Aula sul DDL 1730 di iniziativa governativa che vuole modificare la legge 185 del ‘90 sull’export di armi italiane.

Grazie a questa mobilitazione la calendarizzazione in Aula del dibattito sul Disegno di legge che stravolgerebbe la 185/90 è stata rinviata quantomeno a marzo: “L’auspicio delle nostre organizzazioni è che queste settimane in più (preziose per approfondimenti e riflessioni) non configurino solo un rinvio ‘procedurale’ e tecnico ma vengano utilizzate dal Governo e da tutte le forze parlamentari come occasione di confronto nel merito anche delle nostre proposte.

Perché, indipendentemente dalla valutazione che si può avere dell’industria militare, la modifica attualmente corso di approvazione, se confermata, creerebbe buchi normativi e fragilità decisionali davvero rilevanti, anche per quanto riguarda la trasparenza sull’operato delle banche che finanziano produzione ed export di armi: non possiamo permettercelo su un tema così delicato. Per tali motivi rinnoviamo la nostra disponibilità al confronto con tutte le forze politiche, per illustrare le nostre proposte e la nostra posizione”, ha precisato la presidente di Banca Etica, Anna Fasano, con l’invito a continuare ad esercitare pressione.

Nella Repubblica Democratica del Congo situazione in deterioramento

Dopo alcuni giorni di calma relativa i combattimenti sono ripresi a Ihusi, a circa 70 chilometri dal capoluogo di provincia Bukavu secondo le fonti di sicurezza, mentre diversi testimoni locali hanno riferito di ‘forti spari’. Secondo alcune dichiarazioni nel mirino dell’M23 ci sarebbe anche Bukavu, ed un’avanzata verso la capitale Kinshasa, quale obiettivo finale.

La tregua proclamata nei giorni scorsi, secondo una fonte dell’Agenzia Fides, “in realtà è servita all’M23 e all’esercito ruandese di far riposare le proprie truppe e di rifornirle in armi, munizioni e vettovaglie per poi proseguire la loro avanzata verso sud…  L’M23 ha ripreso ad avanzare nel sud Kivu attaccando il villaggio di Ihusi. Attualmente ruandesi e guerriglieri dell’M23 si trovano a circa 60 chilometri dal centro di Bukavu. Probabilmente il loro obiettivo è molto più vicino; si tratta dell’aeroporto di Kavumu che si trova a circa una trentina di chilometri dalla città e che è strategico per alimentare in uomini e mezzi le truppe dell’esercito congolese”.

Sempre all’Agenzia Fides il segretario generale della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo (CENCO), mons. Donatien Nshole, che faceva parte della delegazione della CENCO e della Chiesa di Cristo in Congo (ECC) che mercoledì, 12 febbraio, ha incontrato a Goma, i leader dell’M23, il gruppo di guerriglia filo ruandese che ha preso il controllo della città a fine gennaio, ha sottolineato il motivo di tale incontro: “L’obiettivo era convincere che la lotta armata non è la soluzione, ma che noi arriviamo con una proposta che può contribuire alla costruzione di una pace duratura, da qui il Patto sociale per la pace e la convivenza nella RDC… Gli operatori stranieri che lavoravano per le diverse Ong e agenzie internazionali se ne sono andati. Rimangono al loro posto missionari e missionarie oltre al clero locale”.

Inoltre la direttrice generale dell’Unicef, Catherine Russell, ha denunciato l’aumento delle violenze contro i minori: “Sono profondamente allarmata dall’intensificarsi della violenza nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo e dal suo impatto sui bambini e sulle famiglie. Nelle province del Nord e del Sud Kivu, stiamo ricevendo orribili rapporti di gravi violazioni contro i bambini da parte delle parti in conflitto, tra cui stupri e altre forme di violenza sessuale a livelli che superano qualsiasi cosa abbiamo visto negli ultimi anni”.

Infatti dal 27 gennaio al 2 febbraio i partner dell’Unicef hanno riferito che il numero di casi di stupro trattati in 42 strutture sanitarie è quintuplicato in una settimana: “Il 30% di quelli trattati riguardavano bambini. Le cifre reali sono probabilmente molto più alte, perché molti sopravvissuti sono riluttanti a farsi avanti. I nostri partner stanno esaurendo i farmaci utilizzati per ridurre il rischio di contagio da Hiv dopo una violenza sessuale… Una madre ha raccontato al nostro staff come le sue sei figlie, la più giovane delle quali aveva appena 12 anni, siano state sistematicamente violentate da uomini armati mentre cercavano cibo”.

I bambini e le famiglie in gran parte della Repubblica Democratica del Congo orientale “continuano a subire bombardamenti incessanti e spari. Negli ultimi mesi, migliaia di bambini vulnerabili nei campi di sfollamento sono stati costretti a fuggire più volte per sottrarsi ai combattimenti. Nel caos, centinaia di bambini sono stati separati dalle loro famiglie, esponendoli a maggiori rischi di rapimento, reclutamento e utilizzo da parte di gruppi armati e violenza sessuale. Nelle ultime due settimane, più di 1.100 bambini non accompagnati sono stati identificati nel Nord Kivu e nel Sud Kivu, e il loro numero continua ad aumentare.

Anche prima della recente intensificazione della crisi, il reclutamento di bambini nei gruppi armati era già in aumento nella regione. Ora, con le parti in conflitto che chiedono la mobilitazione di giovani combattenti, i tassi di reclutamento probabilmente accelereranno. I rapporti indicano che bambini di 12 anni vengono reclutati o costretti a unirsi ai gruppi armati”.

Ed infine l’appello ad un ‘cessate il fuoco’: “Le parti in conflitto devono immediatamente cessare e prevenire le gravi violazioni dei diritti contro i bambini. Devono inoltre adottare misure concrete per proteggere i civili e le infrastrutture fondamentali per la loro sopravvivenza, in linea con gli obblighi previsti dal diritto umanitario internazionale.

I partner umanitari devono avere un accesso sicuro e senza ostacoli per raggiungere tutti i bambini e le famiglie in difficoltà, ovunque si trovino. L’Unicef continua a chiedere maggiori sforzi diplomatici per porre fine all’escalation militare e per individuare una soluzione politica duratura alla violenza, in modo che i bambini del Paese possano vivere in pace”.

Anche la Chiesa italiana, nei giorni scorsi aveva chiesto di fermare il conflitto: “Lanciamo il nostro accorato appello affinché si fermi il massacro a Goma e nelle altre aree della Repubblica Democratica del Congo in preda alla violenza: basta! In stretto contatto con le Chiese locali e i missionari presenti sul territorio, riceviamo quotidianamente notizie e immagini di uccisioni, mutilazioni, distruzioni e sfollamento di grandi masse di popolazione, che si svolgono nel silenzio quasi totale dei media. Una strage che miete vittime soprattutto tra i civili, senza risparmiare bambini, anche neonati, donne e persone inermi. Non possiamo tacere di fronte a questo scempio, all’annientamento dell’umanità”.

I vescovi hanno ribadito la vicinanza alla popolazione: “Esprimiamo vicinanza alla popolazione locale e a quanti nel Paese sono impegnati per far fronte a una crisi umanitaria senza precedenti… Come Chiesa in Italia, da anni, siamo presenti nel Paese con operatori e missionari e non smettiamo di stare accanto alla popolazione e alla Chiesa locale, che continua a essere bersaglio di violenze e attacchi”.

Dal 1991, la CEI ha sostenuto interventi nella Repubblica Democratica del Congo per € 136.000.000. Attraverso il Servizio per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli e grazie ai fondi 8xmille, sono stati finanziati 1.236 interventi: si tratta di progetti in risposta a emergenze, come per gli sfollati a Goma, e di sviluppo socio-economico in vari settori. Per affrontare questa ulteriore emergenza, è stato deciso lo stanziamento di un milione di euro dai fondi dell’8xmille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica.

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