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Per le Acli le armi producono guerra

Nell’ultima giornata del 56° Incontro nazionale di Studi delle Acli, svoltosi nell’ultimo week end di settembre, il presidente nazionale. Emiliano Manfredonia, ha richiamato il ruolo della politica in un tempo segnato da conflitti e paure: “La prospettiva ultima per i cristiani non è la sicurezza ma la Salvezza, perché la sicurezza, costruita dall’uomo, rischia di diventare chiusura e conflitto; la Salvezza invece è dono, si costruisce giorno per giorno nella giustizia, nel perdono, nella cura reciproca. E’ questo lo sguardo che serve oggi, oltre le paure, per ritessere la democrazia”.

Manfredonia ha poi ammonito sul rischio di ridurre la politica a strumento di stigmatizzazione e divisione: “La stessa paura, tradotta in azione politica, ad alcuni fornisce solo l’occasione per demonizzare un atto dall’alto valore profetico come quello della Flotilla, invece di sforzarsi di riconoscerne il valore e offrire mediazione, come hanno fatto i cardinali Zuppi e Pizzaballa e il presidente Mattarella”.

Un appello che si lega anche alla denuncia della corsa globale al riarmo: “La spesa militare mondiale ha raggiunto cifre record, e l’Europa rischia di sacrificare il Green Deal per il Re-ArmEu. Difendere la pace con la guerra è un paradosso che consegna debiti e insicurezza alle nuove generazioni. La pace, invece, è pienezza di vita, e richiede politiche di giustizia sociale, lavoro dignitoso e cooperazione internazionale”.

Nella relazione conclusiva il presidente aclista ha sottolineato la crisi nel mondo: “Il report annuale del Global Network Against Food Crises3 ha evidenziato come il 2025 sia il sesto anno consecutivo di crescita per il numero di persone afflitte dalla fame, anche a causa dei conflitti. Le stime parlano di oltre 300.000.000 di persone che si trovano in situazione di carestia: se ci pensiamo, è come se cinque volte la popolazione del nostro Paese si trovasse senza cibo e senza acqua.

Ed ancora i conflitti, così come l’insicurezza alimentare, il saccheggio dell’ambiente sono spesso alla radice anche del fenomeno migratorio, dei grandi spostamenti di intere comunità. Il numero di persone sfollate è quasi raddoppiato nell’ultimo decennio: come riportato dalle Nazioni Unite, alla fine di aprile scorso il flusso migratorio forzato ha riguardato oltre 120.00.000 di persone”.

E si amplia sempre più il divario tra ricchi e poveri: “Parallelamente, mentre nel mondo si registrano sempre più conflitti, violenza e catastrofi, naturali e umane, continuano ad ampliarsi notevolmente le disuguaglianze. La guerra, così come aveva fatto anche la pandemia da COVID-19, ha dimostrato di avere un impatto fortemente asimmetrico sulla popolazione mondiale. Così, mentre sempre più persone vengono toccate dai conflitti in maniera diretta o indiretta, a livello globale un nucleo sempre più ristretto di persone gode di una sempre più schifosamente enorme ricchezza.

Nel 2024, secondo Oxfam, la ricchezza dei miliardari è cresciuta di $ 2.000.000.000.000, tre volte più velocemente del 2023; contestualmente, 3.500.000.000.000 persone vivono con meno di $ 6,85 al giorno. Soltanto qualche giorno fa, nella classifica degli uomini più ricchi del mondo, il fondatore di Oracle, Larry Ellison, ha ottenuto il primo posto grazie all’impennata delle azioni della sua azienda di software, che gli è valso un guadagno di oltre cento miliardi in meno di 24 ore. Ovvero, un introito superiore al Pil annuo di interi Paesi come Angola, Ghana, Tanzania, Costa d’Avorio e Camerun”.

Quindi per ottenere la pace non occorre il riarmo: “E, invece, la politica tutta e i nostri governi, ormai ciechi e sordi, sembrano riporre le speranze solo e soltanto nel riarmo, provando a legittimare quasi quotidianamente quel paradosso logico che porta a ‘difendere la pace con la guerra’. Una corsa spasmodica a voler tutelare o affermare una posizione di forza o la propria supremazia, a spese delle nuove generazioni.

Cosa sono quel 5% del PIL da destinare alla Difesa su richiesta della NATO o il dispositivo ‘SAFE’, per l’Europa (che prima non a caso volevano chiamare Re-ArmEu) se non ingenti debiti che lasceremo sulle spalle della NextGeneration (quella che dovevamo tutelare e rendere resiliente) per dare ulteriore corpo e spazio alla forza militare, generando solo un mercato di morte?..

La stessa applicazione della legge del più forte, tradotta in istanze securitarie e senza grande respiro la possiamo vedere nel metodo di governo dell’Esecutivo nazionale, nel piccolo – s’intende! – perché non molto influente sul piano internazionale, con contraddizioni reali tra le forze politiche di maggioranza e un sistema di governo dove ci si fa forti con i deboli e deboli con i forti, come ad esempio le banche”.

Ed ha chiesto di non stupirsi se i giovani non esaudiscono i ‘nostri’ desideri: “Non stupiamoci, poi, se quei giovani che andiamo ad interpellare (come ha fatto il nostro IREF con Demetra, in collaborazione con GA) non hanno più fiducia nelle istituzioni! Guarda caso, poi, i temi che risultano trasversali anche a colori politici diversi o a chi non riesce a collocarsi politicamente sono temi a noi molto cari e vicini: lavoro povero, disuguaglianze, sostenibilità climatica e generazionale. Dobbiamo dar loro delle risposte concrete! Risposte che anche la nostra Europa, sembra non saper più dare: che sta facendo in relazione al disordine globale che vediamo? Che sta dicendo?”

Riprendendo il ‘Discorso sullo Stato dell’Unione’ della presidente della Commissione europea, Von der Leyen, il presidente aclista è molto preoccupato: “Pietanze senza sale, cercando di non scontentare nessuno. Ma anche se facciamo qualche passo indietro, andando oltre quel discorso, per approfondire quelle che sono state le scelte politiche di questo ‘governo europeo’, non c’è molto di cui esser felici.

Politiche industriali e ambientali non complete che sono state rapidamente archiviate a beneficio della strategia di riarmo. Abbiamo messo da parte il Green Deal (che magari doveva solo essere rivisto e rimodulato) e l’attenzione per l’ambiente e del nostro futuro per occuparci di armi”.

A proposito di giovani questi sono i dati che emergono dalla ricerca ‘Né dentro, né contro? I giovani e la politica: percezioni, esperienze e condizioni di partecipazione’, a cura di IREF – Acli: la base si costruisce prima dei 18 anni. Il 32,5% dichiara una doppia socializzazione (famiglia + scuola); solo il 22% non ha ricevuto alcuna sollecitazione politica in età precoce. Dove la socializzazione è più forte, cresce anche l’impegno prima della maggiore età.

    Partecipazione “ibrida” e concreta. Negli ultimi 12 mesi il 55,5% ha fatto attivismo online, il 38,3% volontariato sociale, il 38,1% azioni dirette; il 21,2% volontariato politico e il 30% donazioni a partiti/associazioni. La spinta varia a seconda del canale di socializzazione, che sia la famiglia o la scuola.

Tra i giovani con doppia socializzazione, chi ha sperimentato lavoro ‘in nero’ mostra alta attivazione socio-politica nel 32,7% dei casi (contro 8,5% tra i non precari). L’87,6% indica lavoro precario e bassi redditi come primo problema generazionale.

Il documento individua alcune linee su cui viene chiesta un’alleanza con le istituzioni politiche, scolastiche, territoriali per la partecipazione under35 che propone una ricetta per sostenere la partecipazione under35 fondata su due pilastri: da un lato la creazione di nuovi spazi di protagonismo, gratuiti, accessibili e inclusivi; dall’altro una nuova forma di educazione politica, capace di partire dalla scuola e dalle associazioni per nutrire fiducia, responsabilità e futuro.

Da un lato la richiesta di nuovi spazi gratuiti e accessibili /case della cittadinanza giovanile, laboratori, luoghi digitali e fisici di protagonismo) dall’altro la necessità di un’educazione civica e democratica più diffusa e continuativa, capace di accompagnare i ragazzi sin dai primi anni di scuola, attraverso patti di comunità, percorsi di educazione civica più esperienziali.

Un impegno condiviso che punta a superare approcci paternalistici e a riconoscere i giovani come soggetti politici a pieno titolo, in grado di rigenerare la democrazia con linguaggi, forme e immaginari propri. Alle istituzioni si chiede una maggiore capacità di coinvolgere i giovani nei processi deliberativi e nelle scelte di sviluppo delle città.

Anche sul tema di come reimmaginare città più eque e sostenibili, spazi urbani più umani e forme di abitare più economiche e accessibili, i giovani possono dare un contributo importante a partire dalla loro spiccata sensibilità per la sostenibilità sociale e ambientale.

Quindi per le ACLI la sfida è chiara: ricostruire i legami tra generazioni e tra cittadini e istituzioni, affinché i giovani possano diventare non semplici destinatari di politiche, ma protagonisti attivi del cambiamento sociale e democratico.

(Foto: Acli)

Papa Leone XIV invita a cercare la pace

Papa Leone XIV

“Bisogna risolvere subito la crisi umanitaria a Gaza, non si può continuare così… Conosciamo la violenza del terrorismo e rispettiamo i tanti che sono morti ed anche gli ostaggi, c’è bisogno che vengano liberati ma occorre anche pensare ai tanti che stanno morendo di fame… Vediamo come possono mettersi d’accordo. Bisogna sempre cercare il dialogo, il lavoro diplomatico e non la violenza, non le armi”: così ha detto ai giornalisti papa Leone XIV nel pomeriggio, appena arrivato a Castel Gandolfo, dove trascorrerà alcuni giorni di riposo fino al 19 agosto.

Per questo ha espresso preoccupazione per la situazione nella Striscia di Gaza: “Bisogna risolvere la crisi umanitaria, non si può continuare così. Conosciamo la violenza del terrorismo e rispettiamo i tanti che sono morti ed anche gli ostaggi, c’è bisogno che vengano liberati. Ma anche pensare ai tanti che stanno morendo di fame. La Santa Sede sta lavorando per una soft diplomacy, spingendo per cercare la non violenza con il dialogo e cercare delle soluzioni perché questi problemi non si possono risolvere con la guerra”.

Inoltre ad una domanda sul vertice ferragostano tra il presidente americano Donald Trump e quello russo Vladimir Putin, papa Leone XIV ha detto che bisogna cercare “il cessate il fuoco, bisogna finire con la violenza, con tanti morti. Vediamo come possono mettersi d’accordo. Perché la guerra dopo tanto tempo, qual è il fine? Bisogna sempre cercare il dialogo, il lavoro diplomatico e non la violenza, non le armi”.

Ed ha precisato l’operato internazionale della Santa Sede per fermare i conflitti: “La Santa Sede non può fermare… ma stiamo lavorando diciamo per una ‘soft diplomacy’, sempre invitando, spingendo per cercare la non violenza con il dialogo e cercare delle soluzioni perché questi problemi non si possono risolvere con la guerra”.

Per questo i vescovi italiani in questo giorno in cui si ricorda il martirio di san Massimiliano Kolbe nei campi di concentramento invitano ad una veglia di preghiera per la pace: “Il drammatico momento di violenza, odio e morte a cui stiamo assistendo ci impegna a intensificare la preghiera per una ‘pace disarmata e disarmante’. Accogliendo il pressante appello di papa Leone XIV, tutte le nostre comunità sono invitate a chiedere al Re della Pace di allontanare al più presto dall’umanità gli orrori e le lacrime della guerra”.

Tale momento di preghiera è stato proposto alla vigilia della festa dell’Assunzione di Maria, dall’Unione Internazionale delle Superiore Generali (UISG): “In un mondo lacerato dalla guerra e dalla disumanità (in Gaza, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Ucraina, Myanmar, Siria, Haiti e in tanti altri Paesi feriti da conflitti visibili e invisibili) non possiamo rimanere spettatori silenziosi. Ogni giorno vediamo volti segnati dal dolore, vite distrutte, popoli privati della dignità e della pace, specialmente le donne e i bambini”.

L’invito, oltreché  ai fedeli, è rivolto alle religiose: “Come donne di speranza, radicate nella fede e immerse nelle ferite del nostro tempo, sentiamo il profondo bisogno di alzare la voce e unire i nostri cuori. Come donne alle frontiere, che camminano accanto a chi soffre, ascoltando il grido dei poveri e della terra, abbiamo la responsabilità di costruire comunione, proteggere la vita e chiedere giustizia.

Per questo motivo, vi invitiamo, in uno spirito di comunione e di corresponsabilità evangelica, a unirvi in un atto collettivo di preghiera, discernimento e testimonianza, affinché la pace non sia solo sperata, ma costruita. Affidiamoci a lei, affinché risponda con tenerezza alle grida dei popoli e ci insegni come essere una presenza umile e profetica nei luoghi della sofferenza”.

In particolare, le religiose sono invitate a promuovere momenti di preghiera e riflessione sulla Parola all’interno delle comunità, alla luce delle sofferenze attuali nel mondo, lasciandoci trasformare interiormente; ad impegnarsi con le autorità civili ed ecclesiali nei rispettivi paesi, esortandole ad aprire vie di riconciliazione, disarmo, difesa dei diritti umani e protezione delle vittime ed a sostenere concreti atti di solidarietà globale, attraverso reti di aiuto umanitario, accoglienza e testimonianza profetica a favore dei popoli più colpiti:

“Come donne che vegliano nella notte, continuiamo a credere che anche nell’ora più buia può ancora risplendere una luce: la luce del Vangelo, della giustizia e della fraternità. Insieme invochiamo il Dio della pace, affinché possiamo diventare strumenti del suo amore, e affidiamo questo cammino all’intercessione di Maria, nostra Madre di speranza”.

Per accompagnare questo momento, l’UISG mette a disposizione una Preghiera a Maria, Madre della pace: “Maria, Madre della Pace, in questo tempo ferito dalla guerra, ti affidiamo i popoli lacerati dall’odio, le famiglie divise, i cuori spezzati dalla violenza. Tu che hai custodito nel silenzio il dolore, insegnaci a vegliare, a non chiudere gli occhi, a restare accanto a chi soffre, a pregare anche quando le parole mancano.  

Dona al mondo la pace, Signore Gesù, non quella che si impone con la forza, ma quella che nasce dalla giustizia, dal perdono, dalla verità, dall’amore. Rendici strumenti della tua pace: mani che sollevano, voci che consolano, cuori che si aprono. Ti preghiamo per le donne e i bambini vittime dei conflitti, per i migranti in fuga, per chi è prigioniero della paura. Ti preghiamo per chi ha perso la speranza, e per chi continua a seminare odio.

Fa’ che il nostro digiuno sia solidarietà, che la nostra preghiera diventi azione, che il nostro silenzio sia voce per chi non ha voce. Maria, Regina della Pace, intercedi per noi, perché in ogni angolo della terra torni a brillare la luce del Vangelo. Amen”.

Card. Zuppi ad Assisi: la preghiera è più forte della guerra

“L’antifona della celebrazione odierna con molta poesia descrive: ‘Oggi è sorta una stella: oggi santa Chiara, poverella di Cristo, è volata alla gloria del cielo’. Una stella: luce, la vita che diviene vita che non finisce. Alziamo lo sguardo, allora, per capire qualcosa di noi stessi e della terra, e lasciamoci guidare dall’unico amore di Dio che ogni stella, come pensavano gli antichi, riflette. Abbiamo proprio bisogno di uscire ‘a riveder le stelle’ per non restare avvolti nel buio dell’orrore della violenza e degli inferni di sofferenza che vediamo intorno a noi! La sua luce accende e rafforza la speranza! Non si cammina bene sulla terra senza guardare, scrutare, contemplare il cielo!”

E’ stato l’auspicio dell’arcivescovo della diocesi di Bologna, card. Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei che, lunedì 11 agosto, ha presieduto la celebrazione nella basilica di Santa Chiara di Assisi, in occasione della solennità della santa, alla presenza delle autorità civili e militari e l’animazione da parte del coro dei Cantori di Assisi. E proprio il suo esempio può aiutare i cristiani, ma anche la Chiesa ed il mondo:

“E’ proprio nella ‘notte fonda’ di tanta sofferenza che oggi ci lasciamo guidare dalla dolce e ferma Chiara e anche da voi, sue sorelle e figlie, che con la luce della vostra presenza siete un faro di umanità, di accoglienza, di preghiera e, quindi, di pensiero, insomma stelle del mattino che annunciano l’alba di un nuovo giorno, mostrano l’amore che ancora non c’è ma che ci sarà. Ella riflette e voi riflettete amore”.

E’ una gioia, che si vive in comunione: “La gioia luminosa di santa Chiara è stata sempre insieme alle sorelle. E’ stata una sposa che si è pensata in comunione. Quanto abbiamo bisogno di comunità, di madri e di sorelle, di pensarsi insieme, con relazioni non aziendali ma di amore, di luoghi dove vivere il comandamento dell’amatevi gli uni gli altri lasciatoci da Gesù!”

Quindi ha ammonito sul significato di clausura, che non è fuga dal mondo: “Clausura non è certo estraneità o distanza dalla vita concreta, anzi, è spazio per vivere pienamente la comunione con Dio e, quindi, scendere con Lui nel profondo della storia, nelle sofferenze che scuotono la creazione tutta e che con voi diventano preghiera e compassione.

La risposta alla tribolazione, come abbiamo ascoltato dall’Apostolo, non è scappare dal mondo (quello lo fanno tanti che cercano un benessere improbabile e si costruiscono paradisi che in realtà diventano prigioni piene di paura e dipendenze, povere di vita vera) ma rimanere con Gesù, nostra speranza, forti del suo amore, motivo per cui ‘non ci scoraggiamo’.

Ci aiutate, con la dimensione spirituale e così umana della vostra amicizia, a rimanere con Lui, a capire che Lui resta sempre con noi, che così troviamo la Sua e nostra gloria, i frutti che rivelano la grandezza e la forza nascosta nella vite e il senso di essere noi tralci”.

Quindi da santa Chiara il rimando è a san Francesco: “Quest’anno ricordiamo l’ottavo centenario del Cantico delle Creature e oggi del canto ‘Audite, poverelle dal Signore vocate’. Francesco, malato, quasi cieco, compose parole e musica (il motivo per cui chi canta prega due volte è perché con il di più della melodia esprime quello che non riusciremmo a dire o a spiegare). Si rivolge a Chiara ed alle sue compagne chiamandole ‘Poverelle’ e poi termina dicendo che saranno ‘Regine’, coronate in cielo con la Vergine Maria.

Per Chiara la prima scelta è sempre vivere il Vangelo, come si legge all’inizio della sua Regola, in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità, senza compromessi come l’amore vero. La seconda, strettamente unita alla prima, che la completa e la permette, è di vivere in fraternità, al servizio le une delle altre. Ma non c’è fraternità senza maternità, come santa Chiara insegna e vive lavando i piedi alle sorelle ed essendo Madre premurosa e sapiente”.

Infine ha invitato le ‘sorelle’ clariane di insegnarci a vivere la pace di santa Chiara: “Oggi, in questo giubileo della Speranza, Chiara ci aiuta a scegliere la via della pace e ci ricorda che la preghiera è più forte della guerra e ispira sempre il mettersi in gioco con tutta se stessa seguendo il Signore che affronta il male. Solo così si spiega la scelta di restare a san Damiano, pur sapendo che un esercito nemico stava arrivando contro la città di Assisi, per proteggere le sorelle e la città. Insieme… Di fronte alla violenza seguiamo l’esempio di Chiara che affronta il male disarmata e disarmante. E’ sempre così per la Chiesa e per i cristiani. Santa Chiara benedici le tue figlie e tutti noi”.

(Foto: diocesi di Assisi –Nocera Umbra – Gualdo Tadino)

Di Mattei (ordine degli psicologi Lombardia): attivato il gruppo di lavoro psicotraumatologia e crisi umanitarie

Le notizie delle guerre in corso – in Ucraina, a Gaza, e le crescenti tensioni in Iran – stanno alimentando un senso diffuso di incertezza, vulnerabilità e impotenza. Non si tratta solo di scenari geopolitici lontani: questi conflitti entrano ogni giorno nelle nostre case attraverso le immagini, i racconti, i social media, e riattivano paure antiche, ferite mai del tutto rimarginate, ansie individuali e collettive.

“Viviamo immersi in una narrazione di emergenza permanente. Eventi drammatici come le guerre, anche se apparentemente lontani, generano un’onda lunga che colpisce le nostre comunità e lascia segni profondi. La nostra professione ha il compito – e la responsabilità – di leggere questi segnali e offrire risposte all’altezza delle sfide del presente. In questo scenario, l’OPL ha attivato il gruppo di lavoro Psicotraumatologia e Crisi Umanitarie, coordinato dal dott. Ivan Giacomel, con un focus specifico sui traumi complessi legati a guerre, migrazioni forzate e conflitti armati.

Gli obiettivi sono ambiziosi ma necessari: costruire un ‘Libro Bianco’ di buone pratiche psicologiche per contesti di guerra e post-conflitto; mappare le realtà operative lombarde che lavorano sul campo o in ambito di accoglienza; rafforzare la formazione degli psicologi dell’emergenza, promuovendo competenze aggiornate e capaci di rispondere in modo etico ed efficace a situazioni altamente traumatiche; contribuire a sviluppare una cultura professionale integrata, sistemica e sensibile alle crisi contemporanee”, osserva Valentina Di Mattei, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia.

“Occorre uno sguardo lucido e insieme compassionevole, conclude Di Mattei. Serve la capacità di collegare il singolo disagio alla sua cornice storica, sociale, culturale. È questa la direzione in cui vogliamo muoverci come Ordine: consapevoli che la salute psicologica non può più essere letta come un fatto individuale, ma come parte di un ecosistema complesso, vulnerabile e interdipendente.

Questo vale in particolare per i traumi, che spesso affondano le radici in esperienze collettive o sistemiche, e che richiedono risposte non solo cliniche ma anche sociali, educative e politiche. Riconoscerne la portata e costruire contesti di cura e prevenzione è una responsabilità che ci interpella tutti”.

L’Ucraina nel racconto del presidente dell’Azione Cattolica di Bologna Daniele Magliozzi

Da Bologna e Vicenza i giovani dell’Azione Cattolica Italiana nei mesi scorsi hanno visitato i giovani ucraini per ‘coltivare la speranza’ in un tempo in cui la guerra continua incessante, colpendo soprattutto i civili, grazie ad un gemellaggio, nato 2 anni fa, fra l’Azione Cattolica di Bologna e la chiesa greco cattolica ucraina; al ritorno in Italia hanno raccontato la loro esperienza: “L’idea del viaggio nasce dall’Azione Cattolica di Bologna, che (su iniziativa della Presidenza nazionale dell’Azione Cattolica Italiana) in questi anni ha ospitato molte volte gruppi di giovani ucraini. Un viaggio che ha toccato le città di Lviv, Ternopil, Bucha e Kiev, ed abbracciato la Chiesa greco-cattolica ed i suoi giovani che in questi anni non hanno mai perso di vista il bene, pur sperimentando l’orrore della guerra”.

La delegazione dell’Azione Cattolica di Bologna e dell’Azione Cattolica nazionale era composta dal presidente diocesano felsineo, Daniele Magliozzi, dall’assistente diocesano, don Stefano Bendazzoli, da Nicola Fava e Andrea Alberoni, rappresentanti del settore giovani dell’Azione Cattolica diocesana, e da Emanuela Gitto, vice presidente nazionale del settore giovani dell’associazione. Quindi abbiamo chiesto al presidente dell’Azione Cattolica della diocesi di Bologna, Daniele Magliozzi, di raccontare alcune impressioni:

“Tutte le associazioni laicali giovanili ucraine, anche le più piccole, si sono attivate per creare dei luoghi accoglienti di cura per tutti, a partire dai più piccoli. La Chiesa locale di Ternopil è vivissima e super impegnata, come i suoi giovani. Tutti, sin dal primo momento, hanno supportato le attività legate all’emergenza. Alcuni dei loro soci sono al fronte, ci hanno raccontato, quasi tutti hanno parenti stretti o amici in combattimento.

Superata la fase critica dei primi mesi di guerra, oggi servono la propria comunità con rinnovato slancio: c’è chi promuove attività estive per i figli dei militari, chi si è mosso per raccogliere fondi per sostenere le necessità urgenti delle famiglie, e chi continua ad accompagnare le domande di vita dei giovani. A Kyiv abbiamo incontrato i giovani della diocesi accolti lo scorso anno dall’Ac di Bologna. Non senza emozione, ci troviamo nei sotterranei della Cattedrale della Risurrezione, per chi è in presenza. Molti altri infatti si collegano su zoom, perché nelle loro città sono in corso allarmi aerei, e per questo non ci hanno potuto raggiungere. Siamo stati anche al santuario di Zarvanitsya per pregare e affidare alla Madonna una preghiera per la pace”.

Cosa avete sperimentato a Kiev?

“Nella visita abbiamo potuto constatare di persona i danni che la guerra sta facendo e l’opera fondamentale e straordinaria che la Chiesa cattolica ucraina sta compiendo; un lavoro enorme di supporto del tessuto sociale colpito da lutti, sofferenze fisiche e psicologiche. Abbiamo visitato molte città piene di manifesti di ragazzi giovani caduti in guerra, abbiamo incontrato gruppi giovanili che, nonostante le ferite enormi nei loro occhi e nei loro volti, hanno l’entusiasmo, la voglia di ripartire e di sognare. Siamo andati a Buča vicino Kyiv e abbiamo potuto vedere gli orrori e i massacri della guerra.

Arrivati in Ucraina siamo stati accolti da p. Roman Demush vice presidente della Commissione patriarcale per gli affari giovanili della Chiesa Cattolica ucraina, che ci ha ringraziato per la visita: ‘Questa visita di solidarietà è una prova molto preziosa del sostegno degli ucraini, della nostra Chiesa e, in particolare, dei giovani.

Quando i giovani ucraini dei territori più colpiti dalle ostilità hanno partecipato alle varie iniziative del progetto ‘Gli abbracci guariscono’, gli amici italiani hanno assicurato loro che li avrebbero ricordati nelle preghiere e che sarebbero venuti in visita in Ucraina. Questa visita è stata un mantenere la promessa fatta. Durante i nostri incontri con vari gruppi di giovani, ho ringraziato i rappresentanti dell’Azione Cattolica per la loro coraggiosa testimonianza di vicinanza. Dopotutto, venire in Ucraina ora è una decisione coraggiosa che ha stupito i nostri giovani’. Abbiamo anche incontrato il nunzio apostolico, mons. Visvaldas Kulbokas”.  

Cosa significa aver visitato Bucha?

“Il desiderio di ricostruire è forte, come ha raccontato Veronika Diakovych, la responsabile della ‘National Ukrainian Youth Association’ (Numo), che è in dialogo con le istituzioni per contribuire alla formulazione di una legge per le politiche giovanili. La loro missione è quella di creare ambienti sicuri, dove ragazzi e giovani possano crescere in serenità. Insieme a lei abbiamo visitato Bucha, la città martire nota per il massacro di civili durante l’occupazione russa.

Entrando, ci siamo subito accorti che i segni di distruzione stanno lasciando il posto a case di nuova costruzione. Qui ricostruire è segno di speranza, significa allontanare da sé le ferite di quei giorni di follia omicida. La Chiesa ortodossa al centro della città ha ancora segni dei colpi di mortaio e di mitragliatrice. Alle sue spalle, la stele con i nomi di tutti coloro che persero la vita nella strage e un elenco dei dispersi, come ci ha raccontato p. Roman: Bucha è diventata luogo di pellegrinaggio”.

In quale modo alimenterete questa amicizia con gli ucraini?

“Capire che siete qui mi dà la speranza che non siamo sole, ci ha detto una delle ragazze.

L’obiettivo che ci siamo dati come Azione Cattolica diocesana è quello di non dimenticarci mai di loro nella preghiera e di continuare in questo gemellaggio importante cercando di programmare alcune attività di accoglienza che possano aiutare i giovani ucraini a vivere più serenamente gli anni della loro vita”.

(Tratto da Aci Stampa)

Papa Leone XIV invita a cambiare prospettiva

“Sono lieto di incontrarvi, alcune di voi in occasione del Capitolo Generale, altre per il pellegrinaggio giubilare. In tutti e due i casi venite presso la tomba di Pietro per rinnovare il vostro amore al Signore e la vostra fedeltà alla Chiesa”: oggi papa Leone XIV ha ricevuto le Figlie della Divina Carità, le Suore dell’Ordine di San Basilio Magno e della Congregacion Agustinas Hermanas del Amparo, e le Hermanas Franciscanas de los Sagrados Corazones, in occasione dei rispettivi Capitoli generali.

Ed ha trovato un ‘filo conduttore’ comune di questi Ordini religiosi: “Eppure le vostre storie mostrano una dinamica comune, per cui la luce di grandi modelli di vita spirituale del passato (come Agostino, Basilio, Francesco) attraverso l’ascesi, il coraggio e la santità di vita di fondatori e fondatrici, ha suscitato e fatto crescere nuove vie di servizio, soprattutto nei confronti dei più deboli: bambini, ragazze e ragazzi poveri, orfani, migranti, a cui si sono aggiunti col tempo anziani e malati, oltre a tanti altri ministeri di carità”.

Alla base di tutto ciò, però, c’è la fedeltà al Vangelo: “Le alterne vicende del vostro passato e la vivacità del presente fanno toccare con mano come la fedeltà alla sapienza antica del Vangelo sia il miglior propellente per chi, spinto dallo Spirito Santo, intraprende nuove vie di donazione, votate all’amore di Dio e del prossimo in ascolto attento dei segni dei tempi”.

Quindi ha ripreso un passo del Commento al Vangelo di san Giovanni di sant’Agostino per ribadire il ‘primato’ della Parola di Dio (‘Dio è il tuo tutto. Se hai fame, Dio è il tuo pane; se hai sete, Dio è la tua acqua; se sei nelle tenebre, Dio è la tua luce che non ha tramonto; se sei nudo, Dio è la tua veste immortale’): “Sono parole da cui ci fa bene lasciarci interrogare: in che misura questo è vero per me? Quanto il Signore sazia la mia sete di vita, d’amore, di luce?

Sono domande importanti. Infatti è questo radicamento in Cristo che ha portato chi ci ha preceduto (uomini e donne come noi, con doti e limiti come i nostri) a fare cose che forse mai avrebbero pensato di poter realizzare, permettendo loro di lanciare semi di bene che, traversando secoli e continenti, oggi hanno raggiunto praticamente tutto il mondo, come dimostra la vostra presenza”.

Mentre nel messaggio ai partecipanti alla 44^ sessione della Conferenza FAO, in svolgimento in questi giorni, papa Leone XIV ha stigmatizzato il fatto che tante persone soccombono al flagello della fame: “La Chiesa incoraggia tutte le iniziative per porre fine allo scandalo della fame nel mondo, condividendo i sentimenti del suo Signore, Gesù, il quale, come raccontano i Vangeli, vedendo una grande folla avvicinarsi a lui per ascoltare la sua parola, si preoccupò soprattutto di sfamarla e, a tal fine, chiese ai suoi discepoli di farsi carico del problema, benedicendo abbondantemente i loro sforzi”.

Ed ha fatto rifermento alla ‘moltiplicazione dei ‘pani’, sottolineando il bisogno della condivisione, offerto da Gesù: “Qualcosa che oggi abbiamo forse dimenticato perché, nonostante alcuni passi importanti siano stati compiuti, la sicurezza alimentare globale continua a deteriorarsi, rendendo sempre più improbabile il raggiungimento dell’obiettivo ‘Fame Zero’ dell’Agenda 2030. Ciò significa che siamo ben lontani dall’adempiere al mandato che ha dato vita a questa istituzione intergovernativa nel 1945”.

Nel messaggio il papa ha denunciato l’uso della fame come strumento di guerra: “D’altro canto, assistiamo oggi, sgomenti, all’uso iniquo della fame come arma di guerra. Far morire di fame una popolazione è un modo molto economico per fare la guerra. Pertanto, oggi, quando la maggior parte dei conflitti non è combattuta da eserciti regolari, ma da gruppi di civili armati con poche risorse, incendiare terre, rubare bestiame e bloccare gli aiuti sono tattiche sempre più utilizzate da coloro che cercano di controllare intere popolazioni indifese. Così, in questi tipi di conflitti, i primi obiettivi militari diventano le reti di approvvigionamento idrico e le vie di comunicazione. Gli agricoltori non possono vendere i loro prodotti in ambienti minacciati dalla violenza e l’inflazione sale alle stelle. Questo porta un gran numero di persone a soccombere al flagello della fame e a morire, con l’aggravante che, mentre i civili sono indeboliti dalla povertà, i leader politici sono ingrassati dalla corruzione e dall’impunità”.

I conflitti e le economie sono fattori determinanti che aggravano la crisi alimentare: “Crisi politiche, conflitti armati e sconvolgimenti economici giocano un ruolo centrale nell’aggravare la crisi alimentare, ostacolando gli aiuti umanitari e compromettendo la produzione agricola locale, negando così non solo l’accesso al cibo, ma anche il diritto a una vita dignitosa e ricca di opportunità. Sarebbe un errore fatale non sanare le ferite e le fratture causate da anni di egoismo e superficialità”.

Solo la pace determina la stabilità: “Inoltre, senza pace e stabilità, non sarà possibile garantire sistemi agroalimentari resilienti né assicurare cibo sano, accessibile e sostenibile per tutti. Da qui la necessità di un dialogo, in cui le parti coinvolte siano disposte non solo a dialogare, ma anche ad ascoltarsi, a comprendersi e ad agire insieme. Gli ostacoli non mancheranno, ma con un senso di umanità e fraternità, i risultati non potranno che essere positivi”.

Infine il papa ha sottolineato che i sistemi alimentari influenzano il cambiamento climatico: “L’ingiustizia sociale causata dai disastri naturali e dalla perdita di biodiversità deve essere invertita per realizzare una giusta transizione ecologica che ponga al centro l’ambiente e le persone. Per proteggere gli ecosistemi e le comunità svantaggiate, compresi i popoli indigeni, dobbiamo mobilitare risorse da governi, enti pubblici e privati, e organizzazioni nazionali e locali per adottare strategie che diano priorità alla rigenerazione della biodiversità e della ricchezza del suolo”.

Ecco quindi la richiesta di un nuovo atteggiamento contro lo sfruttamento alimentare: “Senza un’azione climatica decisa e coordinata, sarà impossibile garantire sistemi agroalimentari in grado di nutrire una popolazione globale in crescita. Produrre cibo non è sufficiente; è anche importante garantire che i sistemi alimentari siano sostenibili e offrano diete sane e accessibili a tutti. Ciò significa ripensare e rinnovare i nostri sistemi alimentari in una prospettiva di solidarietà, superando la logica dello sfruttamento selvaggio del creato e orientando meglio il nostro impegno nella coltivazione e nella cura dell’ambiente e delle sue risorse, per garantire la sicurezza alimentare e procedere verso un’alimentazione sufficiente e sana per tutti”.

(Foto: Santa Sede)

Cosa resta dell’ultimo anno di pontificato di papa Francesco: la beatificazione del sacerdote-martire Michał Rapacz

Domenica 15 giugno nel Santuario-chiesa parrocchiale di Płoki, nella Polonia meridionale, all’interno del quale sono custodite le spoglie del beato Michał Rapacz (1904-1946), sacerdote diocesano ucciso a 41 anni da militanti comunisti, si è tenuta una suggestiva celebrazione nella ricorrenza del primo anniversario della sua beatificazione.

Il parroco e Custode del Santuario p. Tadeusz Tylka, assieme ad altri membri del clero e giovani, hanno in tale occasione recitato una litania in onore del sacerdote-martire per implorarne l’intercessione per la pace in Europa e nel mondo. La beatificazione del giovane parroco di Płoki, antico villaggio medievale nel quale era (ed è ancora) molto amato, è stata l’ultima della Polonia cattolica alla fine del pontificato di papa Francesco.

A presiedere la cerimonia, tenutasi il 15 giugno 2024 nel Santuario della Divina Misericordia a Cracovia alla presenza di due pronipoti del beato Rapacz, è stato il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle cause dei santi. Il porporato, in rappresentanza di Papa Francesco, ha ricordato come per il coraggioso sacerdote, prelevato nella notte nella sua canonica e ucciso in un bosco poco distante, «diffondere l’amore a Cristo era il solo antidoto efficace all’ateismo, al materialismo e a tutte quelle visioni del mondo che minacciano la dignità dell’uomo» (Un segno di consolazione in un tempo ferito dalla guerra, L’Osservatore Romano, 15 giugno 2024, p. 11).

Don Rapacz e tutti gli altri martiri uccisi in odium fidei nei regimi comunisti europei, ha aggiunto il card. Semeraro, rimangono «un segno di consolazione da parte di Dio, in un tempo ancora ferito dalla violenza e dalla guerra in molte parti del mondo ed anche non molto lontano da qui» (leggasi Ucraina).

Alle celebrazioni, preghiere e udienze che i Pontefici tengono regolarmente a San Pietro, come noto, non mancano mai gruppi di pellegrini o rappresentanti di parrocchie, istituzioni o associazioni provenienti dalla Polonia, Paese nel quale circa il 92% dei cittadini si dichiara di fede Cattolica.

All’Udienza generale del mercoledì del 18 giugno hanno preso parte, ad esempio, numerosi giovani della scuola cattolica ‘Sacra Famiglia di Nazareth’ e della scuola secondaria generale associata alla ‘Commissione per l’Istruzione Nazionale’, il primo ministero dell’istruzione entrato in funzione al mondo, istituito nel 1775 dall’ultimo re di Polonia Stanislao II Augusto Poniatowski (1732-1798).

Prima del giogo statale ed ideologico imposto dal Partito Comunista polacco nel 1948, tale importante Istituzione scolastico-universitaria era stata rifondata dopo la fine della seconda guerra mondiale (1946) e, da quarant’anni ormai, ovvero dall’abbattimento nel 1989 della ‘Repubblica Popolare di Polonia’, ha il merito di offrire una formazione umana e cristiana a decine di migliaia di giovani.

Non a caso negli scorsi giorni tre artisti associati all’Università della Commissione per l’Istruzione Nazionale hanno ricevuto le prestigiose Borse di Studio Creative della Città di Cracovia 2025. Questi premi vengono assegnati a persone che, attraverso il loro lavoro, danno un contributo significativo allo sviluppo della cultura della città che ha dato i natali a santi come Stanislao Kostka (1550-1568).

La Borsa di Studio Creativa della Città di Cracovia è stata istituita nel 1994 dal Consiglio Comunale di Cracovia con l’obiettivo di sostenere e promuovere artisti e persone locali impegnate nello sviluppo e nella promozione della cultura. Per quasi trent’anni, questo programma è stato un elemento importante del sistema di mecenatismo culturale della città. Grazie alle borse di studio, centinaia di artisti di Cracovia hanno realizzato i propri progetti: dalle attività artistiche, alle iniziative educative, fino a forme innovative di animazione culturale.

Il 29 settembre 2005 proprio l’arcivescovo di Cracovia, ovvero il più stretto collaboratore per tanti anni di san Giovanni Paolo II, l’attuale cardinale Stanisław Dziwisz, ha dato lo slancio per la finalizzazione del processo di beatificazione di don Michele Rapacz. Il 30 giugno 2017 i lavori diocesani furono infatti chiusi con la trasmissione degli atti alla Congregazione delle Cause dei santi a Roma.

La stessa in poco tempo confermò la validità del processo diocesano e, dopo un approfondito esame dei materiali raccolti, la congregazione ordinaria dei cardinali e dei vescovi diedero quel parere tanto atteso riconoscendo che il martirio del giovane parroco ucciso in odio alla fede. Papa Francesco lo ha confermato nel suo decreto firmato il 24 gennaio 2024, consentendo così la beatificazione del 15 giugno dello stesso anno.

Papa Leone XIV invita ad abitare la casa di Dio

“Il cuore della Chiesa è straziato per le grida che si levano dai luoghi di guerra, in particolare dall’Ucraina, dall’Iran, da Israele, da Gaza. Non dobbiamo abituarci alla guerra! Anzi, bisogna respingere come una tentazione il fascino degli armamenti potenti e sofisticati. In realtà, poiché nella guerra odierna ‘si fa uso di armi scientifiche di ogni genere, la sua atrocità minaccia di condurre i combattenti a una barbarie di gran lunga superiore a quella dei tempi passati’. Pertanto, in nome della dignità umana e del diritto internazionale, ripeto ai responsabili ciò che soleva dire papa Francesco: la guerra è sempre una sconfitta! E con Pio XII: Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”: con richiami alla Costituzione conciliare ‘Gaudium et Spes’ ed all’appello di papa Pio XII, papa Leone XIV ha concluso l’udienza generale ha chiesto di fermare le guerre ‘in nome del diritto internazionale’. 

Mentre nella catechesi dell’udienza generale papa Leone XIV ha continuato il tema giubilare della speranza con una meditazione sulla guarigione del paralitico: ‘Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: Vuoi guarire?’: “In modo particolare oggi vorrei invitarvi a pensare alle situazioni in cui ci sentiamo ‘bloccati’ e chiusi in vicolo cieco. A volte ci sembra infatti che sia inutile continuare a sperare; diventiamo rassegnati e non abbiamo più voglia di lottare. Questa situazione viene descritta nei Vangeli con l’immagine della paralisi. Per questo motivo vorrei fermarmi oggi sulla guarigione di un paralitico, narrata nel quinto capitolo del Vangelo di san Giovanni”.

Ed ha tratteggiato brevemente la scena in cui si svolge l’azione di Gesù: “Gesù va a Gerusalemme per una festa dei Giudei. Non si reca subito al Tempio; si ferma invece presso una porta, dove probabilmente venivano lavate le pecore che poi venivano offerte nei sacrifici. Vicino a questa porta, sostavano anche tanti malati, che, a differenza delle pecore, erano esclusi dal Tempio perché considerati impuri!

Ed allora è Gesù stesso che li raggiunge nel loro dolore. Queste persone speravano in un prodigio che potesse cambiare la loro sorte; infatti, accanto alla porta si trovava una piscina, le cui acque erano considerate taumaturgiche, capaci cioè di guarire: in alcuni momenti l’acqua si agitava e, secondo la credenza del tempo, chi si immergeva per primo veniva guarito”.

Insomma era una ‘guerra’ tra poveri: “Si veniva a creare così una sorta di ‘guerra tra poveri’: possiamo immaginare la scena triste di questi malati che si trascinavano faticosamente per entrare nella piscina. Quella piscina si chiamava Betzatà, che significa ‘casa della misericordia’: potrebbe essere un’immagine della Chiesa, dove i malati e i poveri si radunano e dove il Signore viene per guarire e donare speranza”.

Gesù quindi chiede di vincere la delusione: “Gesù si rivolge specificamente a un uomo che è paralizzato da ben trentotto anni. Ormai è rassegnato, perché non riesce mai a immergersi nella piscina, quando l’acqua si agita. In effetti, quello che ci paralizza, molte volte, è proprio la delusione. Ci sentiamo scoraggiati e rischiamo di cadere nell’accidia”.

E lo fa attraverso una domanda personale e non superflua: “E’ invece una domanda necessaria, perché, quando si è bloccati da tanti anni, può venir meno anche la volontà di guarire. A volte preferiamo rimanere nella condizione di malati, costringendo gli altri a prendersi cura di noi. E’ talvolta anche un pretesto per non decidere cosa fare della nostra vita. Gesù rimanda invece quest’uomo al suo desiderio più vero e profondo”.

A tale domanda la risposta dell’uomo appare confusa, come aveva sottolineato sant’Agostino:

“Quest’uomo infatti risponde in modo più articolato alla domanda di Gesù, rivelando la sua visione della vita. Dice anzitutto che non ha nessuno che lo immerga nella piscina: la colpa quindi non è sua, ma degli altri che non si prendono cura di lui. Questo atteggiamento diventa il pretesto per evitare di assumersi le proprie responsabilità. Ma è proprio vero che non aveva nessuno che lo aiutasse?..

Il paralitico aggiunge poi che quando prova a immergersi nella piscina c’è sempre qualcuno che arriva prima di lui. Quest’uomo sta esprimendo una visione fatalistica della vita. Pensiamo che le cose ci capitano perché non siamo fortunati, perché il destino ci è avverso. Quest’uomo è scoraggiato. Si sente sconfitto nella lotta della vita”.

Ed ecco la conclusione di Gesù che invita all’azione: “Gesù invece lo aiuta a scoprire che la sua vita è anche nelle sue mani. Lo invita ad alzarsi, a risollevarsi dalla sua situazione cronica, e a prendere la sua barella. Quel lettuccio non va lasciato o buttato via: rappresenta il suo passato di malattia, è la sua storia. Fino a quel momento il passato lo ha bloccato; lo ha costretto a giacere come un morto. Ora è lui che può prendere quella barella e portarla dove desidera: può decidere cosa fare della sua storia! Si tratta di camminare, prendendosi la responsabilità di scegliere quale strada percorrere. E questo grazie a Gesù!”

Per questo papa Leone XIV ha lanciato l’invito ad abitare la ‘casa’ di Dio: “Carissimi fratelli e sorelle, chiediamo al Signore il dono di capire dove la nostra vita si è bloccata. Proviamo a dare voce al nostro desiderio di guarire. E preghiamo per tutti coloro che si sentono paralizzati, che non vedono vie d’uscita. Chiediamo di tornare ad abitare nel Cuore di Cristo che è la vera casa della misericordia!”

(Foto: Santa Sede)

La Chiesa italiana chiede di fermare le guerre

E’ stato un appello forte e unanime per la pace, da costruire con gesti concreti di solidarietà e momenti di preghiera, quello che si è levato dal Consiglio Episcopale Permanente, riunito a Roma, sotto la guida del presidente card. Matteo Zuppi, che di fronte al dramma della guerra, che unisce tragicamente diverse parti del mondo, ed alla violenza che non sembra cessare né in Ucraina né a Gaza, ha invocato un cessate-il-fuoco immediato, denunciando l’inaccettabile tributo che intere popolazioni stanno pagando e ribadendo la necessità che il diritto umanitario internazionale sia sempre garantito.

Quindi riguardo alla tragedia che si sta consumando nella Striscia di Gaza, i vescovi hanno fatto proprie le parole pronunciate mercoledì scorso, al termine dell’udienza generale, da papa Leone XIV, auspicando che sia rispettata la dignità delle persone, sia permesso l’ingresso di aiuti senza restrizioni, siano aperti corridoi umanitari e, soprattutto, si attivi la Comunità internazionale per porre fine alle ostilità.

A queste richieste si aggiunge la proposta di momenti di penitenza e di preghiera comunitari: “Il dono delle lingue del Cenacolo è un incoraggiamento a superare il dramma delle divisioni e a adoperarsi per la comunione. In un momento storico contrassegnato da guerre e discordie, dai Vescovi, pertanto, è giunto il suggerimento a celebrare la Veglia di Pentecoste per implorare da Dio il dono di una pace piena e a ricucire i vincoli di fraternità tra le nazioni. L’Ufficio Liturgico nazionale sta predisponendo uno schema di preghiera ad hoc”.

Inoltre il Consiglio Permanente si è confrontato sul prosieguo del Cammino sinodale, a seguito degli esiti della Seconda Assemblea Sinodale e del conseguente rinvio dell’Assemblea Generale. Per i Vescovi, l’assise sinodale, svoltasi tra il 30 marzo e il 3 aprile, è stata un’esperienza vivace e creativa delle Chiese in Italia; il dibattito registrato non ha in alcun modo indebolito la capacità di progettare. Si è ricordato che i lavori dei Gruppi di studio hanno prodotto decine e decine di osservazioni, integrazioni ed emendamenti che sono ora in fase di studio. Il Consiglio ha dunque approvato il cronoprogramma, che prevede un’intensa attività di stesura del testo da presentare alla votazione della Terza Assemblea Sinodale (25 ottobre), cui seguirà l’Assemblea Generale della CEI che si terrà ad Assisi dal 17 al 20 novembre.

La riflessione del presidente è stata anche occasione per tornare sulle questioni del lavoro e della cittadinanza, al centro del prossimo Referendum, rispetto alle quali i Vescovi hanno invitato a un attento discernimento. Riguardo al tema della cittadinanza, nello specifico (pur limitandosi alla riduzione del numero di anni per ottenerla (da 10 a 5), mentre sarebbe utile una riforma complessiva della legge) i presuli hanno rinnovato la richiesta di una visione larga che eviti mortificazioni della dignità delle persone.

Preoccupazione è stata poi ribadita rispetto ad un’altra emergenza che continua a interpellare la società e le comunità ecclesiali, che è la situazione delle carceri. A tal proposito, è stato ricordato quanto proposto in occasione del Giubileo, ovvero di assumere ‘iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società; percorsi di reinserimento nella comunità a cui corrisponda un concreto impegno nell’osservanza delle leggi’, come è scritto nella bolla giubilare ‘Spes non confundit’. Da qui il rinnovato invito a adottare misure alternative e provvedimenti di clemenza, oltre a un cambiamento di politica che promuova la dignità dell’uomo, favorendo nei luoghi di reclusione educazione e riscatto.

Infine per quanto riguarda le recenti sentenze della Corte costituzionale i vescovi hanno evidenziato l’urgenza che sia sempre tutelata e promossa l’infinita dignità della persona dal concepimento alla morte naturale. Uno sguardo non parziale sui diritti della persona umana in ogni fase della sua vita e, in particolare, nei momenti di massima vulnerabilità, induce, da una parte, a sottolineare l’interesse primario del bambino a essere incluso in un progetto genitoriale che comprende la figura materna e quella paterna e, dall’altra, a far sì che il momento terminale della vita sia vissuto con dignità nella cura e nell’accompagnamento amorevole. A tal fine, l’accorato appello a dare completa attuazione alla legge sulle cure palliative.

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