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Devotio: cresce il mercato degli articoli religiosi in Italia
Cresce il mercato dei prodotti religiosi in Italia, grazie anche all’effetto Giubileo. Le aziende italiane in questo settore sono infatti stimate intorno alle 3.300 (+10% rispetto al 2024), comprendendo produttori, distributori, artigiani, artisti e studi di progettazione. Il fatturato complessivo nel 2025, tra produzione e filiera, dovrebbe invece sfiorare gli 800 milioni di euro (+15%). In crescita anche l’export, che si avvantaggia del grande apprezzamento per i prodotti made in Italy.
E’ quanto segnala Devotio, l’unica fiera in Italia e la più grande nel mondo dedicata ai prodotti devozionali e ai servizi per il settore religioso, in vista della quinta edizione che si svolgerà fino al 3 febbraio prossimi a BolognaFiere. Anche quest’anno, la manifestazione ha fatto registrare il sold-out: su un’area espositiva di 15mila mq, saranno presenti 229 espositori provenienti dall’Italia e da altri 17 Paesi del mondo. Attesi migliaia di visitatori da quasi 50 Nazioni di tutti i continenti. Verranno presentati articoli religiosi e oggetti per il culto, come crocifissi, rosari, immagini sacre, statue e presepi, campane, incensi, candele, vetrate e mosaici, calici e pissidi, paramenti per la liturgia e arte sacra, oltre ad impianti audio, sistemi per la raccolta di donazioni, arredi e tecnologie per le chiese e abbigliamento per il clero.
“L’evento del Giubileo ha sicuramente portato ad un aumento del numero delle aziende del settore religioso in Italia, soprattutto piccole e medie imprese, e alla crescita del fatturato complessivo”, conferma Valentina Zattini, amministratore delegato di Conference Service, la società che organizza Devotio. “Non va dimenticato anche l’effetto positivo dell’elezione del nuovo Papa sul mercato degli articoli devozionali. Nella prossima edizione, Devotio riunirà nuovamente tutta la filiera del settore religioso, rappresentando la più importante occasione a livello internazionale per presentare le novità, trovare nuovi clienti, creare collaborazioni e rafforzare la propria identità, grazie anche alla ricchezza e alla qualità della proposta sia espositiva che culturale del nostro evento”.
Secondo Devotio, tra gli articoli devozionali più richiesti vi sono sicuramente i rosari e i gioielli souvenir come braccialetti, medaglie e medagliette. Immancabili i crocifissi, realizzati in tutti i materiali, e le statue a tema religioso, anche stampate in 3D. Tra gli oggetti liturgici, sempre molto richiesti i calici, le teche e le casule. Anche il settore dell’arredamento liturgico è movimentato, con richieste di confessionali e panche, nonostante non siano tantissime le nuove chiese in costruzione. Per quanto riguarda l’export, in Europa i prodotti italiani sono distribuiti in tutti i grandi santuari (come Fatima, Lourdes, Santiago de Compostela, Częstochowa, Altötting, Mariazell e Medjugorje) e naturalmente nelle comunità ecclesiali dei Paesi di antica tradizione cristiana. Anche nel resto del mondo i prodotti made in Italy hanno una larga diffusione, come in Sud America (soprattutto Brasile e Messico), Stati Uniti, Africa (Nigeria e Costa d’Avorio) e Asia (Filippine e Corea del Sud).
Il programma culturale di Devotio 2026 prevede una decina di conferenze, workshop e tavole rotonde, che affronteranno temi come la chiesa spazio dell’ecclesia, arte e letteratura in dialogo con il sacro, il canto e la musica nella liturgia, il restauro delle chiese e delle campane e il diritto ecclesiastico italiano. Si svolgeranno anche alcune mostre ed eventi in città a Bologna. La fiera ha ricevuto i patrocini da Dicastero per la Cultura e l’Educazione, Ufficio Nazionale per i Beni Culturali Ecclesiastici e l’Edilizia di Culto della Conferenza Episcopale Italiana, Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana, Chiesa di Bologna, FACI-Federazione tra le Associazioni del Clero in Italia, FIUDAC/S-Federazione italiana tra le Unioni Diocesane Addetti al Culto, Associazione Musei Ecclesiastici Italiani. Il comitato scientifico è coordinato da Claudia Manenti, direttrice del Centro Studi per l’architettura sacra “Cardinale Giacomo Lercaro”. Partner della manifestazione sono inoltre Fondazione Culturale San Fedele e Provincia Italiana Pie Discepole del Divin Maestro. Digital partner è il Marketplace Ereligio.com, mentre media partner sono Edizioni San Paolo, Emil Edizioni (D’A) e Chiesa Oggi. Ulteriori informazioni su www.devotio.it.
Un’Indulgenza plenaria per l’Anno Francescano
“Mentre sono ancora attuali ed efficaci i frutti di grazia del Giubileo Ordinario dell’anno 2025 appena conclusosi, nel quale siamo stati tutti spronati a renderci pellegrini di questa speranza che non delude, ecco aggiungersi a esso quale ideale prosecuzione una nuova occasione di giubilo e di santificazione: l’ottavo centenario del felice transito di san Francesco d’Assisi dalla vita terrena alla patria celeste (3 ottobre 1226)”: in occasione dell’ottavo centenario della morte del Santo d’Assisi un Decreto della Penitenzieria Apostolica annuncia che saranno concesse le indulgenze plenarie fino al 10 gennaio 2027.
Nel Decreto si sottolinea l’importanza dei precedenti giubilei francescani, che hanno culmine in quello di quest’anno: “In questi ultimi anni, altri importanti giubilei hanno riguardato la figura e le opere del Santo d’Assisi: l’ottavo centenario della creazione del primo Presepe a Greccio, della composizione del Cantico delle Creature, inno alla bellezza santa del creato e quello della impressione delle Sacre Stimmate, avvenuta sul Monte della Verna, quasi un nuovo Calvario, due anni prima della sua morte. Il 2026 segnerà il culmine e il compimento di tutti i precedenti festeggiamenti: esso sarà infatti Anno di san Francesco e tutti saremo chiamati a farci santi nella contemporaneità sull’esempio del Serafico Patriarca”.
Inoltre si evidenzia che san Francesco è stato un ‘alter Christus’: “Se è mirabilmente vero che ‘non esiste sotto il cielo altro nome dato agli uomini’ all’infuori di Gesù Cristo, Redentore dell’umanità, è altrettanto straordinariamente vero che tra dodicesimo e tredicesimo secolo, in epoca di guerre cosiddette sante, rilassatezza di costumi, malinteso fervore religioso, ‘nacque al mondo un sole’: Francesco, che, da figlio di un ricco mercante, si fece povero e umile, vero alter Christus in terra, fornendo al mondo tangibili esempi di vita evangelica e reale immagine di perfezione cristiana”.
Come in quel periodo il santo di Assisi seppe proporre a modello la carità cristiana anche oggi essa è necessaria: “Il nostro tempo non è molto dissimile da quello in cui visse Francesco, e proprio alla luce di questo il suo insegnamento è forse oggi ancor più valido e comprensibile. Quando la carità cristiana langue, l’ignoranza dilaga come il malcostume e chi esalta la concordia tra i popoli lo fa più per egoismo che per sincero spirito cristiano”.
E’ un invito a non ‘vanificare’ l’Anno santo appena concluso per una carità più ‘attiva’: “…quando il virtuale prende il sopravvento sul reale, dissidi e violenze sociali fanno parte della quotidianità e la pace diventa ogni giorno più insicura e lontana, questo Anno di san Francesco sproni tutti noi, ciascuno secondo le proprie possibilità, ad imitare il poverello d’Assisi, a formarci per quanto possibile sul modello di Cristo, a non vanificare i propositi dell’Anno Santo appena trascorso: la speranza che ci ha visti pellegrini si trasformi ora in zelo e fervore di fattiva carità”.
Con alcune parole di san Francesco ad un ministro (‘E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore e ami me servo suo e tuo, se farai questo, e cioè: che non ci sia mai alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto poteva peccare, il quale, dopo aver visto i tuoi occhi, se ne torni via senza il tuo perdono misericordioso, se egli lo chiede’) il Decreto sottolinea il valore della misericordia francescana: “Con queste straordinarie parole, riportate nella nota Epistola ad quendam ministrum, san Francesco allo stesso tempo non solo dispensa consolazione e consigli a un anonimo confratello, ma soprattutto delinea e sottolinea il concetto fondamentale di misericordia, cui è indissolubilmente legato quello di perdono e di indulgenza”.
Una misericordia che si apre al perdono: “Ed è proprio un perdono, il noto ‘Perdono d’Assisi’ o ‘Indulgenza della Porziuncola’, che Papa Onorio III per eccezionale privilegio concesse direttamente a Francesco per coloro che, confessati e comunicati, visitassero il 2 agosto un’antica chiesetta presso Assisi, eretta 800 anni prima su una ‘piccola porzione di terra’ (da cui il nome Porziuncola)”.
Ed ecco a chi si applica l’indulgenza plenaria: “ai membri: delle Famiglie Francescane del Primo, del Secondo e del Terz’Ordine Regolare e Secolare; degli Istituti di vita consacrata, delle Società di vita apostolica e delle Associazioni pubbliche o private di fedeli, maschili e femminili, che osservino la Regola di san Francesco o siano ispirati alla sua spiritualità o in qualsiasi forma ne perpetuino il carisma”.
Però l’indulgenza plenaria è concessa a tutti coloro secondo tali condizioni: “a tutti i fedeli indistintamente che, con l’animo distaccato dal peccato, parteciperanno all’Anno di San Francesco visitando in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana, o luogo di culto in ogni parte del mondo intitolato a san Francesco o ad esso collegato per qualsivoglia motivo, e lì seguiranno devotamente i riti giubilari o trascorreranno almeno un congruo periodo di tempo in pie meditazioni e innalzeranno a Dio preghiere affinché, sull’esempio di san Francesco, nei cuori scaturiscano sentimenti di carità cristiana verso il prossimo e autentici voti di concordia e pace tra i popoli, concludendo con il Padre Nostro, il Credo ed invocazioni alla Beata Vergine Maria, a San Francesco d’Assisi, a Santa Chiara e a tutti i Santi della Famiglia Francescana”.
Inoltre dall’indulgenza plenaria non sono esclusi gli “anziani, gli infermi e quanti se ne prendono cura e tutti coloro che per grave motivo siano impossibilitati a uscire di casa, potranno ugualmente conseguire l’Indulgenza Plenaria, premesso il distaccamento da qualsiasi peccato e l’intenzione di adempiere appena possibile le tre consuete condizioni, se si uniranno spiritualmente alle celebrazioni giubilari dell’Anno di San Francesco, offrendo a Dio Misericordioso le loro preghiere, i dolori o le sofferenze della propria vita”.
Ad Assisi aperto l’anno giubilare francescano
‘Hic michi viventi lectus fuit et morienti’ (qui fu il mio letto, sia da vivo che da morente): dalle celebrazioni dell’anniversario dell’approvazione della Regola e del Natale di Greccio nel 2023 a quelle per il dono delle Stimmate nel 2024, dagli eventi per ricordare la composizione del Cantico delle creature nel 2025, all’apertura dell’VIII centenario del transito: sabato 10 gennaio dalla basilica papale di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, si è aperto l’ultimo tratto del cammino giubilare francescano che culminerà il 3 ottobre (giorno della morte) e il 4 per la festa del santo. E la scritta sul libro che il Poverello tiene in mano nell’icona del 1255, san Francesco tra due angeli rappresenta uno dei simboli del Transito perché proprio quell’asse lignea dipinta dal pittore Maestro di San Francesco accolse e protesse il corpo del Poverello in vita e poi immediatamente dopo la sua morte, come lui stesso afferma.
L’avvio del Centenario in questo luogo ha segnato l’inizio di un tempo di grazia ecclesiale, che invita la Chiesa intera a tornare alle sorgenti della testimonianza francescana, là dove la vita di Francesco si è compiuta nella piena conformità a Cristo povero e crocifisso e dove Francesco (come ha sottolineato fra Massimo Travascio Custode della Porziuncola nel suo saluto iniziale) ‘ha consegnato alla Chiesa un’eredità di pace, riconciliazione e canto’, auspicando che questo Centenario non sia “memoria innocua, ma profezia viva, capace di insegnare ancora oggi a vivere e a morire secondo il Vangelo”.
Il rito è stato presieduto dal Ministro Provinciale dei Frati Minori di Umbria e Sardegna, fra Francesco Piloni, mentre mons. Domenico Sorrentino, ed il sindaco di Assisi, Valter Stoppini, hanno varcato insieme la soglia della Basilica portando un cero, successivamente acceso nella Cappella del Transito, come ha sottolineato mons. Sorrentino: “Quando quattro anni fa iniziammo proprio qui in Assisi a pensare al 2026, insieme poi ai vescovi e francescani degli altri luoghi dei Centenari, Greccio e La Verna, sapevamo che avremmo vissuto anni di grazia e così è stato. Per arrivare oggi a un’esplosione di gioia vera, quella che viene dal cuore e dall’impegno di ciascuno a recuperare Francesco in tutte le sue dimensioni… L’augurio che faccio a tutti e alla Chiesa intera è di riscoprire questo nostro Santo per riscoprire Gesù, unica fonte di gioia e pace”.
Cuore pulsante del rito è stato il cammino unitario delle sei grandi famiglie francescane, che hanno trovato in questa celebrazione una voce sola e un passo comune. Fra Massimo Fusarelli, Ministro generale dei Frati Minori, fra Carlos Alberto Trovarelli, Ministro generale dei Frati Minori Conventuali, fra Roberto Genuin, Ministro generale dei Frati Minori Cappuccini, Tibor Kauser OFS, Ministro generale dell’Ordine Francescano Secolare, fra Amando Trujillo Cano TOR, Ministro generale del Terzo Ordine Regolare, sr Daisy Kalamparamban CFI-TOR, Presidente della Conferenza Francescana Internazionale dei Fratelli e delle Sorelle del Terz’Ordine Regolare hanno attraversato insieme le navate della Basilica, inaugurando simbolicamente il pellegrinaggio di tutto il mondo francescano. Un momento di rara forza ecclesiale, rimando all’unità di una famiglia che riconosce in Francesco una sorgente comune e ancora feconda.
Il rito si è articolato in sei momenti (Misericordia, Preghiera, Fraternità, Lavoro, Pace e Benedizione) che hanno ripercorso i passaggi essenziali del Testamento di san Francesco, accompagnati da meditazioni, testimonianze e interventi dei Ministri Generali. Al centro, l’invocazione corale della pace, affidata alla responsabilità dei credenti in un tempo segnato da conflitti, divisioni e fragilità globali. Il cammino si è concluso alla Porziuncola, segno del ‘sepolcro vuoto’ e della Pasqua vissuta da Francesco, a indicare che il Transito non è una fine, ma l’inizio di una vita pienamente consegnata a Dio e agli uomini.
Al termine della celebrazione per questo Anno Santo francescano è stata letta la ‘Lettera’che papa Leone XIV ha voluto indirizzare alla Famiglia francescana e alla Chiesa tutta per l’apertura del Centenario del Transito di san Francesco, segno della partecipazione del Santo Padre a questo evento di rilevanza universale e della sua vicinanza spirituale al cammino che da Assisi si apre per l’intera comunità ecclesiale.
Per tale motivo la Penitenzieria Apostolica ha concesso l’Indulgenza plenaria, alle consuete condizioni, da potersi ottenere per tutto il corso dell’anniversario nelle chiese francescane di tutto il mondo, come reso pubblico dal Decreto promulgato nel Bollettino della Santa Sede del 10 gennaio 2026, come ha sottolineato il Custode del Sacro Convento, fra Marco Moroni: “Ricordare la morte di Francesco significa per noi celebrare il miracolo della sua vita e la sua presenza viva in mezzo a noi: una benedizione che da oltre ottocento anni accompagna la Chiesa e l’intera umanità. La vita e il carisma francescani trovano la loro radice più autentica nello stesso Francesco, che continua a portare frutto nella storia, seminando misericordia, fraternità e pace”.
Anche fra Francesco Piloni OFM ha voluto commentare questa importante giornata: “Qui oggi la Chiesa riceve nuovamente un Testamento, che è un dono per tutti. Aprendo questo Centenario nel luogo del suo Transito, riconosciamo che la vita del Poverello continua a parlare a tutti noi, alla Chiesa intera, chiamandola alla conversione e alla fraternità, perché ciò che nacque qui, sulla nuda terra, è destinato ancora a fecondare il mondo”.
La cerimonia è stata aperta dal saluto di fra Massimo Travascio, custode della basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, e proseguita con la processione guidata dal presidente del rito, fra Francesco Piloni, ministro provinciale dei Frati minori di Umbria e Sardegna, assieme ai sei ministri generali ovvero fra Massimo Fusarelli (Frati minori), fra Carlos Alberto Trovarelli (Frati minori conventuali), fra Roberto Genuin (Frati minori cappuccini), Tibor Kauser (Ordine francescano secolare), fra Amando Trujillo Cano (Terzo ordine regolare) e suor Daisy Kalamparamban, presidente della Conferenza francescana internazionale dei Fratelli e delle Sorelle del Terz’ordine regolare.
Per l’occasione la Penitenzieria apostolica ha concesso l’indulgenza plenaria, papa Leone XIV ha salutato l’evento con un messaggio ai ministri generali della Conferenza della Famiglia Francescana, in cui scrive: “La pace è la somma di tutti i beni di Dio, un dono che scende dall’Alto. Che illusione sarebbe pensare di costruirla con le sole forze umane” ed ha assicurato di unirsi a quanti prenderanno parte alle manifestazioni commemorative e poi ha consegnato una preghiera dedicata al Poverello.
E’ stato quindi il momento delle riflessioni con i ministri generali che hanno raggiunto le sei stazioni laterali della basilica, ripercorrendo idealmente i passaggi cruciali del Testamento che san Francesco lasciò ai suoi frati prima di morire, la sua eredità spirituale: misericordia, preghiera, fraternità, lavoro, pace e benedizione sono stati i temi delle meditazioni, accompagnate da un testo delle Fonti francescane o del Vangelo e dall’ascolto di una testimonianza.
Al termine del rito è stato letto il messaggio inviato da papa Leone XIV e mons. Sorrentino ha annunciato il suo successore alla guida della diocesi, mons. Felice Accrocca, comunicando la promulgazione del decreto con il quale il papa istituisce uno speciale Anno giubilare francescano, dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027, durante il quale tutti i fedeli cristiani sono invitati a seguire l’esempio del Santo di Assisi, diventando modelli di santità di vita e testimoni instancabili di pace:
“La visione francescana della pace non si limita alle relazioni tra gli esseri umani, ma abbraccia l’intero creato. Francesco, che chiama il sole ‘fratello’ e la luna ‘sorella’, che riconosce in ogni creatura un riflesso della bellezza divina, ci ricorda che la pace deve estendersi a tutta la famiglia del Creato. Tale intuizione risuona con particolare urgenza nel nostro tempo, quando la casa comune è minacciata e geme sotto lo sfruttamento. La pace con Dio, la pace tra gli uomini e con il Creato sono dimensioni inseparabili di un’unica chiamata alla riconciliazione universale”.
(Foto: San Francesco d’Assisi)
Papa Leone XIV ha ringraziato chi ha collaborato al Giubileo
“Una menzione particolare va al Governo della Repubblica Italiana, al Commissario Governativo, al Comune di Roma (in particolare al Signor Sindaco e alla sua struttura organizzativa), ed alla Regione Lazio; come pure alle Forze di Sicurezza, alla Prefettura, che ne ha coordinato il lavoro, alla Protezione Civile e alle numerose Associazioni di volontariato, e all’Agenzia ‘Giubileo 2000’. Speciale gratitudine esprimo al Dicastero per l’Evangelizzazione – Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo, e agli altri Dicasteri coinvolti, alla Gendarmeria Vaticana, al Corpo della Guardia Svizzera Pontificia, al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, alla Prefettura della Casa Pontificia, alle diverse Commissioni – pastorale, culturale, della comunicazione, ecumenica, tecnica, economica –, ai Sacerdoti Confessori, ai rappresentanti delle Diocesi e delle Conferenze Episcopali, agli esperti di varie categorie intervenuti per i singoli eventi e ai cinquemila “Volontari del Giubileo”, di ogni età e provenienza”.
E’ iniziata con un lungo ringraziamento l’udienza di papa Leone XIV ai collaboratori alla ‘buona’ riuscita del giubileo dell’Anno Santo, conclusosi nella solennità dell’Epifania per il loro prezioso ‘apporto’: “Avete dato un apporto multiforme, spesso nascosto, sempre impegnativo e carico di responsabilità, grazie al quale oltre trenta milioni di pellegrini hanno potuto compiere il cammino giubilare e partecipare alle celebrazioni e agli eventi, in un clima di festa e al tempo stesso di compostezza, raccoglimento, ordine e organizzazione. Grazie a voi Roma ha offerto a tutti il suo volto di casa accogliente, di comunità aperta, gioviale e al tempo stesso discreta e rispettosa, aiutando ciascuno a vivere con frutto questo grande momento di fede”.
In questa occasione ha citato alcuni luoghi importanti per la fede cristiana con una citazione di sant’Agostino: “La visita alle tombe di Pietro e Paolo, degli altri Apostoli e dei Martiri, il cammino verso la Porta Santa, l’esperienza del perdono e della misericordia di Dio, sono stati per tante persone momenti di incontro fecondo con il Signore Gesù, in cui toccare con mano che ‘la speranza non delude’, perché Egli vive e cammina in noi e con noi (nei momenti salienti dell’esistenza come nell’ordinarietà di ogni giorno), e perché con Lui possiamo arrivare alla meta… Con il vostro lavoro voi avete aiutato molti a trovare e ritrovare speranza, e a riprendere il viaggio della vita con fede rinnovata e propositi di carità”.
E non poteva richiamare la canonizzazione di due santi molto amati dai giovani: “Vorrei richiamare, in particolare, la presenza a Roma, in occasione del Giubileo, di tanti giovani e adolescenti di ogni nazione. E’ stato bello toccare con mano il loro entusiasmo, essere testimoni della loro gioia, vedere la serietà con cui hanno pregato, meditato e celebrato, osservarli, così numerosi e diversi tra loro, eppure uniti, ordinati (anche grazie al vostro servizio!), desiderosi di conoscersi e di vivere insieme momenti di grazia, di fraternità, di pace. Riflettiamo su ciò che ci hanno mostrato”.
Ecco il motivo per cui san Carlo Acutis e san Piergiorgio Frassati sono ‘modello’ di discernimento per i giovani: “Tutti, a vari livelli, siamo responsabili del loro futuro, in cui c’è il futuro del mondo. Chiediamoci, allora, alla luce di ciò che abbiamo visto: di che cosa hanno realmente bisogno? Cosa li aiuta davvero a maturare e a dare il meglio di sé? Dove possono trovare risposte vere alle domande più profonde che portano nel cuore? I giovani hanno bisogno di modelli sani, che li indirizzino al bene, all’amore, alla santità, come ci hanno mostrato le figure di san Carlo Acutis e di san Piergiorgio Frassati, canonizzati lo scorso settembre. Teniamo davanti a noi i loro occhi limpidi e vivi, pieni di energia e al tempo stesso tanto fragili: ci potranno essere di grande aiuto per discernere con saggezza e prudenza nelle gravi responsabilità che ci attendono nei loro confronti”.
Alla conclusione dell’udienza il papa ha dato loro il ‘compito’ di portare a tutti la speranza: “Sia questo il mandato che portiamo con noi, come continuazione feconda del lavoro compiuto, perché i molti semi di bene che, anche grazie al vostro aiuto, il Signore, nei mesi scorsi, ha posto in tanti cuori, possano crescere e svilupparsi”.
Congedandoli ha donato loro un crocifisso con l’augurio di buon anno: “Al termine di questo incontro, sono contento di poter donare ad ognuno di voi, come piccolo segno di riconoscenza, il Crocifisso del Giubileo: una miniatura della croce con il Cristo glorioso che ha accompagnato i pellegrini. Vi resti come ricordo di questa esperienza di collaborazione. Ed allora vi benedico e vi auguro ogni bene per questo nuovo anno”.
Inoltre è stato anche reso noto tutto l’intervento finale al Concistoro del papa, ringraziando i cardinali del ‘lavoro’ svolto: “Questa riunione è intimamente connessa a quanto abbiamo vissuto al Conclave. Avevate espresso, anche prima del Conclave, dell’elezione del successore di Pietro, il desiderio di conoscerci e di poter dare il vostro contributo e sostegno. Abbiamo fatto una prima esperienza il 9 maggio.
Poi in questi due giorni, con un metodo semplice, ma non necessariamente facile, che ci potesse aiutare a incontrarci e conoscerci meglio. Personalmente ho sentito una profonda comunione e sintonia con tutti voi e tra tanti interventi. Abbiamo fatto anche un’esperienza di sinodalità, non vissuta come tecnica organizzativa, ma come strumento per crescere nell’ascolto e nelle relazioni. E certo dobbiamo continuare e approfondire questi incontri”.
Ha ribadito la centralità del Concilio Vaticano II: “I temi che sono stati scelti sono profondamente radicati nel Concilio Vaticano II e in tutto il cammino che è scaturito dal Concilio. Non sottolineeremo mai abbastanza l’importanza di continuare con il cammino che si è aperto con il Concilio. Vi incoraggio a farlo. Ho scelto questo tema, come sapete (i documenti e l’esperienza del Concilio), per le udienze pubbliche di quest’anno. E questo cammino è un processo di vita, di conversione, di rinnovamento di tutta la Chiesa. ‘Evangelii gaudium’ e la sinodalità sono elementi importanti di questo cammino”.
E la sinodalità è importante per la missione: “Il cammino della sinodalità è un cammino di comunione per la missione, in cui tutti siamo chiamati a partecipare. Per questo i legami tra noi sono importanti. Avete sottolineato l’importanza della connessione del Santo Padre in particolare con le Conferenze episcopali e con le Chiese locali; e l’importanza delle Assemblee continentali. Anche queste però non devono diventare riunioni ‘in più’ da aggiungere a una lista, ma luoghi di incontro e di relazioni tra Vescovi con i presbiteri e i laici, e tra Chiese, che aiutano tanto a promuovere un’autentica creatività missionaria”.
Parlando della formazione il papa ha evidenziato il problema degli abusi, che devono essere al centro dell’attenzione dei vescovi: “Non possiamo chiudere gli occhi e neanche i cuori. Vorrei dire, anche incoraggiando voi a condividerlo a vostra volta con i vescovi: tante volte il dolore delle vittime è stato più forte per il fatto che non sono state accolte e ascoltate.
L’abuso stesso causa una ferita profonda che forse dura tutta la vita; ma tante volte lo scandalo nella Chiesa è perché la porta è stata chiusa e le vittime non sono state accolte, accompagnate con la vicinanza di autentici pastori. Una vittima, poco tempo fa, mi ha detto che veramente per lei la cosa più dolorosa era precisamente che nessun vescovo voleva ascoltarla. E quindi anche lì: l’ascolto è profondamente importante”.
Ed ha concluso con l’invito a trasmettere la speranza: “Speranza che ci sentiamo di trasmettere al nostro mondo. E con questo, vogliamo tutti insieme manifestare la preoccupazione che abbiamo condiviso nei dialoghi e negli incontri personali, e anche in qualche intervento nel gruppo, per tutti quelli che soffrono nel mondo. Non siamo riuniti qui sordi alla realtà della povertà, della sofferenza, della guerra, della violenza che affligge tante Chiese locali. E qui, con loro nei nostri cuori, vogliamo dire anche che siamo vicini a loro. Molti di voi siete venuti da Paesi dove state vivendo con questa sofferenza della violenza e della guerra”.
E’ stato un invito a farsi carico della speranza anche di fronte a chi l’ha perduta: “Siamo chiamati a farci carico di questo cammino di speranza anche davanti alle giovani generazioni: ciò che viviamo e decidiamo oggi non riguarda soltanto il presente, ma incide sul futuro prossimo e su quello più lontano. E’ la speranza che abbiamo vissuto nel Giubileo che si è appena concluso. E’ veramente un messaggio che vogliamo offrire al mondo: abbiamo chiuso la Porta Santa, ma ricordiamo: la porta di Cristo e del suo amore rimane sempre aperta!”
Papa Leone XIV: i Magi invitano ad essere testimoni di speranza
“Inginocchiarsi come i Magi davanti al Bambino di Betlemme significa, anche per noi, confessare di avere trovato la vera umanità, in cui risplende la gloria di Dio. In Gesù è apparsa la vera vita, l’uomo vivente, ossia quel non esistere per sé stessi, ma aperti e in comunione, che ci fa dire: ‘come in cielo così in terra’. Sì, la vita divina è alla nostra portata, si è manifestata, per coinvolgerci nel suo dinamismo liberante che scioglie le paure e ci fa incontrare nella pace. E’ una possibilità, un invito: la comunione non può essere una costrizione, ma che cosa si può desiderare di più?”: dalla loggia centrale della basilica di san Pietro, papa Leone XIV, nell’Angelus del giorno della solennità dell’Epifania del Signore in cui si chiude l’Anno Santo, ha esortato ad impegnarsi per la pace.
Il papa si è soffermato sul valore dei doni: “Non sembrano cose utili a un bambino, ma esprimono una volontà che ci fa molto pensare, giunti al termine dell’Anno giubilare. Dona molto chi dona tutto. Ricordiamo quella povera vedova, notata da Gesù, che aveva gettato nel tesoro del Tempio le sue ultime monetine, tutto quello che aveva. Non sappiamo che cosa possedessero i Magi, venuti dall’oriente, ma il loro partire, il loro rischiare, i loro stessi doni ci suggeriscono che tutto, davvero tutto ciò che siamo e possediamo, chiede di essere offerto a Gesù, tesoro inestimabile. Ed il Giubileo ci ha richiamato a questa giustizia fondata sulla gratuità: esso ha originariamente in sé stesso l’appello a riorganizzare la convivenza, a ridistribuire la terra e le risorse, a restituire ‘ciò che si ha’ e ‘ciò che si è’ ai sogni di Dio, più grandi dei nostri”.
Per questo la speranza deve avere basi solide: “Carissimi, la speranza che annunciamo deve essere coi piedi per terra: viene dal cielo, ma per generare, quaggiù, una storia nuova. Nei doni dei Magi, allora, vediamo ciò che ognuno di noi può mettere in comune, può non tenere più per sé ma condividere, perché Gesù cresca in mezzo a noi.
Cresca il suo Regno, si realizzino in noi le sue parole, gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle, al posto delle diseguaglianze ci sia equità, invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace. Tessitori di speranza, incamminiamoci verso il futuro per un’altra strada”.
Mentre nell’omelia della celebrazione eucaristica papa Leone XIV ha messo in evidenza il contrasto tra gioia e turbamento: “Ogni volta che si tratta delle manifestazioni di Dio, la Sacra Scrittura non nasconde questo tipo di contrasti: gioia e turbamento, resistenza e obbedienza, paura e desiderio. Celebriamo oggi l’Epifania del Signore, consapevoli che in sua presenza nulla rimane come prima. Questo è l’inizio della speranza. Dio si rivela e nulla può restare fermo”.
Il turbamento prende proprio chi dovrebbe gioire: “Sorprende il fatto che ad essere turbata sia proprio Gerusalemme, città testimone di tanti nuovi inizi. Al suo interno, proprio chi studia le Scritture e pensa di avere tutte le risposte sembra aver perso la capacità di porsi domande e di coltivare desideri. Anzi, la città è spaventata da chi viene ad essa da lontano, mosso dalla speranza, al punto da avvertire una minaccia in ciò che dovrebbe al contrario darle molta gioia. Questa reazione interpella anche noi, come Chiesa”.
Proprio questo anno giubilare ha posto una domanda: “Ci interroga con particolare serietà, al termine dell’Anno giubilare, la ricerca spirituale dei nostri contemporanei, molto più ricca di quanto forse possiamo comprendere. Milioni di loro hanno varcato la soglia della Chiesa. Che cosa hanno trovato? Quali cuori, quale attenzione, quale corrispondenza? Sì, i Magi esistono ancora. Sono persone che accettano la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, che in un mondo travagliato come il nostro, per molti aspetti respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare”.
E’ stato un invito alla Chiesa a non temere ch è in ricerca: “Il Vangelo impegna la Chiesa a non temere tale dinamismo, ma ad apprezzarlo e a orientarlo verso il Dio che lo suscita. E’ un Dio che ci può turbare, perché non sta fermo nelle nostre mani come gli idoli d’argento e d’oro: è invece vivo e vivificante, come quel Bambino che Maria si trovò fra le braccia e i Magi adorarono. Luoghi santi come le Cattedrali, le Basiliche, i Santuari, divenuti meta di pellegrinaggio giubilare, devono diffondere il profumo della vita, l’impressione incancellabile che un altro mondo è iniziato”.
Ecco per cui non ci si deve spaventare alla domanda posta dai Magi: “Quanto è importante che chi varca la porta della Chiesa avverta che il Messia vi è appena nato, che lì si raduna una comunità in cui è sorta la speranza, che lì è in atto una storia di vita! Il Giubileo è venuto a ricordarci che si può ricominciare, anzi che siamo ancora agli inizi, che il Signore vuole crescere fra di noi, vuol’essere il Dio-con-noi.
Sì, Dio mette in questione l’ordine esistente: ha sogni che ispira anche oggi ai suoi profeti; è determinato a riscattarci da antiche e nuove schiavitù; coinvolge giovani e anziani, poveri e ricchi, uomini e donne, santi e peccatori nelle sue opere di misericordia, nelle meraviglie della sua giustizia. Non fa rumore, ma il suo Regno germoglia già ovunque nel mondo”.
Quindi occorre riconoscere il dono: “Il Bambino che i Magi adorano è un Bene senza prezzo e senza misura. E’ l’Epifania della gratuità. Non ci attende nelle ‘location’ prestigiose, ma nelle realtà umili… Sì, il Signore ci sorprende ancora! Si fa trovare. Le sue vie non sono le nostre vie, e i violenti non riescono a dominarle, né i poteri del mondo possono bloccarle. Di qui la gioia grandissima dei Magi che si lasciano alle spalle la reggia e il tempio ed escono verso Betlemme: è allora che rivedono la stella!”
In conclusione il papa ha invitato ad essere ‘pellegrini di speranza’: “Per questo, cari fratelli e sorelle, è bello diventare pellegrini di speranza. Ed è bello continuare ad esserlo, insieme! La fedeltà di Dio ci stupirà ancora. Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora. Maria, Stella del mattino, camminerà sempre davanti a noi! Nel suo Figlio contempleremo e serviremo una magnifica umanità, trasformata non da deliri di onnipotenza, ma dal Dio che per amore si è fatto carne”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV chiede garanzia per la sovranità del popolo venezuelano
“La speranza cristiana, infatti, non si basa su previsioni ottimistiche o calcoli umani, ma sulla scelta di Dio di condividere il nostro cammino, affinché non siamo mai soli nella traversata della vita. Questa è l’opera di Dio: in Gesù si è fatto uno di noi, ha scelto di stare con noi, ha voluto essere per sempre il Dio-con-noi. La venuta di Gesù nella debolezza della carne umana, se da una parte ravviva in noi la speranza, dall’altra ci consegna un duplice impegno, uno verso Dio e l’altro verso l’uomo”: commentando le parole del Vangelo di san Giovanni, prima della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato che la speranza cristiana basa le fondamenta sulla scelta di Dio di farsi uomo.
A due giorni dalla conclusione del Giubileo il papa ha spiegato che la fede cristiana non può essere pensata escludendo la carnalità di Gesù: “Verso Dio, perché se Egli si è fatto carne, se ha scelto la nostra umana fragilità come sua dimora, allora siamo sempre chiamati a ripensare Dio a partire dalla carne di Gesù e non da una dottrina astratta”.
Quindi una spiritualità senza l’incarnazione è un’astrazione: “Perciò, dobbiamo sempre verificare la nostra spiritualità e le forme in cui esprimiamo la fede, perché siano davvero incarnate, capaci cioè di pensare, pregare e annunciare il Dio che ci viene incontro in Gesù: non un Dio distante che abita un cielo perfetto sopra di noi, ma un Dio vicino che abita la nostra fragile terra, si fa presente nel volto dei fratelli, si rivela nelle situazioni di ogni giorno”.
Di conseguenza si è incarnato in ogni uomo: “Verso l’uomo, il nostro impegno deve essere altrettanto coerente. Se Dio è diventato uno di noi, ogni creatura umana è un suo riflesso, porta in sé la sua immagine, custodisce una scintilla della sua luce; e questo ci chiama a riconoscere in ogni persona la sua dignità inviolabile e a esercitarci nell’amore vicendevole gli uni verso gli altri”.
Ecco l’invito alla solidarietà: “Così, l’incarnazione ci chiede anche un impegno concreto per la promozione della fraternità e della comunione, perché la solidarietà diventi il criterio delle relazioni umane, per la giustizia e per la pace, per la cura dei più fragili e la difesa dei deboli. Dio si è fatto carne, perciò non c’è culto autentico verso Dio senza la cura per la carne umana”.
Solidarietà espressa, dopo la recita dell’Angelus, al popolo venezuelano dopo che il presidente degli USA ha catturato il presidente venezuelano con la moglie con l’invito al rispetto del diritto costituzionale di ogni Stato: “Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto inscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di ognuno e di tutti e lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia, con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica. Per questo prego e vi invito a pregare, affidando la nostra preghiera all’intercessione della Madonna di Coromoto e dei Santi José Gregorio Hernández e Suor Carmen Rendiles”.
Mentre i vescovi venezuelani hanno invitato il popolo a pregare per l’unità: “Alla luce degli eventi che si stanno verificando oggi nel nostro Paese, chiediamo a Dio di donare a tutti i venezuelani serenità, saggezza e forza”, con l’esortazione “a vivere più intensamente la speranza e la fervente preghiera per la pace nei cuori e nella società”, attraverso il rifiuto di ‘ogni forma di violenza’.
Pa Christi International ha condannato questa ‘operazione’ americana richiamando le parole del papa per una pace ‘disarmata e disarmante’: “Tali dimostrazioni di forza sono in palese contrasto con il diritto internazionale e rischiano di legittimare azioni simili da parte degli Stati più potenti.
Facendo eco alle parole di Papa Leone XIV, Pax Christi International chiede la cessazione immediata delle azioni militari in Venezuela, continuando a schierarsi fermamente dalla parte di una pace giusta e disarmata”.
Anche per le Acli il ‘raid’ statunitense è un attacco al diritto internazionale: “Le ACLI esprimono ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del Presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato”.
Al contempo hanno condannato il regime autoritario di Maduro, affermando però che l’attacco statunitense viola un diritto internazionale: “Nessuno può ignorare o giustificare le gravi responsabilità politiche e democratiche del regime autoritario e violento di Nicolás Maduro.
Tuttavia, questo non è il punto. Così come non lo era vent’anni fa nel caso dell’Iraq di Saddam Hussein. Il principio fondamentale resta uno: spetta ai popoli decidere del proprio futuro. Ogni intervento militare esterno, motivato da interessi geopolitici ed economici, viola questo diritto e apre scenari di instabilità e violenza incontrollabile”.
Nel comunicato le Acli hanno sottolineato il compito dell’ONU contro ogni invasione territoriale: “Se i principi su cui, ottant’anni fa, è stata fondata l’Organizzazione delle Nazioni Unite conservano ancora un valore, questa aggressione deve essere condannata con la stessa nettezza con cui vanno condannate tutte le violazioni del diritto internazionale: dall’invasione russa dell’Ucraina, all’offensiva israeliana su Gaza, fino alle minacce di aggressione nei confronti di Taiwan”.
Infine hanno chiesto all’Italia di tutelare la popolazione italiana: “Al Governo italiano chiediamo di intervenire con urgenza, anche chiedendo conto all’amministrazione USA, per la tutela della numerosa comunità di origine italiana residente in Venezuela, già duramente colpita da una crisi profonda…
Le ACLI, anche attraverso la loro presenza in Venezuela dove sono riferimento per oltre 160.000 italiani, sono vicine alla popolazione e ribadiscono il proprio impegno concreto e solidale per la pace, il rispetto del diritto internazionale e la tutela dei popoli, contro ogni forma di violenza, sopraffazione e logica di potenza”.
Ed anche ieri al termine del concerto di Natale della Cappella musicale ‘Sistina’ il papa aveva invocato pace nel mondo: “Carissimi, vorrei dedicare questo Concerto ai bambini che, in tante parti del mondo, hanno vissuto questo Natale senza luci, senza musiche, senza nemmeno il necessario per la dignità umana, e senza pace. Il Signore, al quale abbiamo voluto elevare stasera i nostri canti di lode, ascolti il gemito silenzioso di questi piccoli, e doni al mondo, per intercessione della Vergine Maria, giustizia e pace”.
(Foto: Acli)
Papa Leone XIV: la pace sia con tutti noi
“Dal 1° gennaio 1968, per volontà del Papa San Paolo VI, oggi si celebra la Giornata Mondiale della Pace. Nel mio Messaggio ho voluto riprendere l’augurio che il Signore mi ha suggerito chiamandomi a questo servizio: ‘La pace sia con tutti voi!’. Una pace disarmata e disarmante, che proviene da Dio, dono del suo amore incondizionato, affidato alla nostra responsabilità. Carissimi, con la grazia di Cristo, incominciamo da oggi a costruire un anno di pace, disarmando i nostri cuori e astenendoci da ogni violenza”: al termine della recita dell’Angelus papa Leone XIV ha ricordato il valore della pace.
Pace che richiama san Francesco d’Assisi ricordando le iniziative per mettere in pratica la pace: “Esprimo il mio apprezzamento per le innumerevoli iniziative promosse in questa occasione in tutto il mondo. In particolare, ricordo la Marcia nazionale che si è svolta ieri sera a Catania e saluto i partecipanti a quella organizzata oggi dalla Comunità di Sant’Egidio…
All’inizio di quest’anno, in cui ricorre l’ottavo centenario della morte di San Francesco, vorrei far giungere ad ogni persona la sua benedizione, tratta dalla Sacra Scrittura: Il Signore ti benedica e ti custodisca; mostri a te il suo volto e abbia misericordia di te; rivolga verso di te il suo sguardo e ti dia pace”.
Mentre prima della recita dell’Angelus ha ricordato l’impegno per non ‘spegnere’ la speranza di pace: “Mentre il ritmo dei mesi si ripete, il Signore ci invita a rinnovare il nostro tempo, inaugurando finalmente un’epoca di pace e amicizia tra tutti i popoli. Senza questo desiderio di bene, non avrebbe senso girare le pagine del calendario e riempire le nostre agende”.
E’ un invito alla conversione del cuore: “Il Giubileo, che sta per concludersi, ci ha insegnato come coltivare la speranza di un mondo nuovo: convertendo il cuore a Dio, così da trasformare i torti in perdono, il dolore in consolazione, i propositi di virtù in opere buone. E’ con questo stile, infatti, che Dio stesso abita la storia e la salva dall’oblio, donando al mondo il Redentore: Gesù. Egli è il Figlio Unigenito che diventa nostro fratello, illumina le coscienze di buona volontà, affinché possiamo costruire il futuro come casa ospitale per ogni uomo e ogni donna che viene alla luce”.
Dio si incarna in Maria perché ‘ama’ gli ultimi: “Da sempre Dio, creatore buono, conosce il cuore di Maria e il nostro cuore. Facendosi uomo, Egli ci fa conoscere il suo: perciò il cuore di Gesù batte per ogni uomo e ogni donna. Per chi è pronto ad accoglierlo, come i pastori, e per chi non lo vuole, come Erode. Il suo cuore non è indifferente a chi non ha cuore per il prossimo: palpita per i giusti, affinché perseverino nella loro dedizione, e per gli ingiusti, affinché cambino vita e trovino pace.
Il Salvatore viene nel mondo nascendo da donna: soffermiamoci ad adorare quest’evento, che risplende in Maria Santissima e si riflette in ogni nascituro, rivelando l’immagine divina impressa nel nostro corpo”.
Per questo invita a pregare per la pace: “In questa Giornata preghiamo tutti insieme per la pace: anzitutto tra le Nazioni insanguinate da conflitti e miseria, ma anche nelle nostre case, nelle famiglie ferite dalla violenza e dal dolore. Certi che Cristo, nostra speranza, è il sole di giustizia che mai si spegne, chiediamo fiduciosi l’intercessione di Maria, Madre di Dio e Madre della Chiesa”.
E nella celebrazione eucaristica il papa ha incentrato l’omelia sul valore delle benedizioni come descritte nel libro dei Numeri: “L’uomo offre al Creatore tutto ciò che ha ricevuto e Questi risponde volgendo su di lui il suo sguardo benigno, proprio come ai primordi del mondo. Del resto, il popolo d’Israele, a cui questa benedizione si rivolgeva, era un popolo di liberati, di uomini e donne rinati dopo una lunga schiavitù grazie all’intervento di Dio e alla risposta generosa del suo servo Mosè. Era un popolo che in Egitto aveva goduto di alcune sicurezze il cibo non mancava, così come un tetto e una certa stabilità, a costo però di essere schiavo, oppresso da una tirannia che chiedeva sempre di più dando sempre di meno”.
Una benedizione che prospetta la libertà: “Ora, nel deserto, molte delle certezze passate erano andate perdute, ma in cambio c’era la libertà, che si concretizzava in una strada aperta verso il futuro, nel dono di una legge di sapienza e nella promessa di una terra in cui vivere e crescere senza più ceppi e catene: insomma, in una rinascita”.
Ecco il motivo per cui la Chiesa ripete tale benedizione ad inizio dell’anno: “Così, all’inizio del nuovo anno, la Liturgia ci ricorda che ogni giorno può essere, per ciascuno di noi, l’inizio di una vita nuova, grazie all’amore generoso di Dio, alla sua misericordia e alla risposta della nostra libertà. Ed è bello pensare in questo modo all’anno che inizia: come a un cammino aperto, da scoprire, in cui avventurarci, per grazia, liberi e portatori di libertà, perdonati e dispensatori di perdono, fiduciosi nella vicinanza e nella bontà del Signore che sempre ci accompagna”.
Tutto ciò è avvenuto grazie ad un ‘sì’: “Noi ricordiamo tutto questo mentre celebriamo il mistero della Divina Maternità di Maria, che con il suo ‘sì’ ha contribuito a dare alla Fonte di ogni misericordia e benevolenza un volto umano: il volto di Gesù, attraverso i cui occhi di bambino, poi di giovane e di uomo l’amore del Padre ci raggiunge e ci trasforma”.
Solo attraverso l’abbraccio di Dio si può comprendere il cammino a cui ciascuno è chiamato: “Allora, all’inizio dell’anno, mentre ci mettiamo in cammino verso i giorni nuovi e unici che ci attendono, chiediamo al Signore di sentire in ogni momento, attorno a noi e su di noi, il calore del suo abbraccio paterno e la luce del suo sguardo benedicente, per comprendere sempre meglio e avere costantemente presente chi siamo e verso quale destino meraviglioso procediamo. Al tempo stesso, però, anche noi diamogli gloria, con la preghiera, con la santità della vita e facendoci gli uni per gli altri specchio della sua bontà”.
Per questo, secondo sant’Agostino, Dio si è fatto uomo: “Ricordava, così, uno dei tratti fondamentali del volto di Dio: quello della totale gratuità del suo amore, per cui si presenta a noi (come ho voluto sottolineare nel Messaggio di questa Giornata Mondiale della Pace) ‘disarmato e disarmante’, nudo, indifeso come un neonato nella culla. E questo per insegnarci che il mondo non si salva affilando le spade, giudicando, opprimendo, o eliminando i fratelli, ma piuttosto sforzandosi instancabilmente di comprendere, perdonare, liberare e accogliere tutti, senza calcoli e senza paura”.
Dio ha scelto di incanarsi in una donna, grazie alla scelta di una donna: “Questo è il volto di Dio che Maria ha lasciato si formasse e crescesse nel suo grembo, cambiandole completamente la vita. E’ il volto che ha annunciato attraverso la luce gioiosa e fragile dei suoi occhi di mamma in attesa; il volto di cui ha contemplato giorno per giorno la bellezza, mentre Gesù cresceva, bambino, ragazzo e giovane, nella sua casa; e che poi ha seguito, col suo cuore di discepola umile, mentre percorreva i sentieri della sua missione, fino alla croce e alla risurrezione”.
Una donna che ha scelto di non porre barriere: “Per farlo, anche Lei ha abbassato ogni difesa, rinunciando ad aspettative, pretese e garanzie, come sanno fare le mamme, consacrando senza riserve la sua vita al Figlio che per grazia aveva ricevuto, perché a sua volta lo ridonasse al mondo.
Nella Maternità Divina di Maria vediamo così l’incontro di due immense realtà ‘disarmate’: quella di Dio che rinuncia ad ogni privilegio della sua divinità per nascere secondo la carne e quella della persona che con fiducia ne abbraccia totalmente il volere, rendendogli l’omaggio, in un atto perfetto d’amore, della sua potenza più grande: la libertà”.
Ed ha concluso con una frase di papa san Giovanni Paolo II invitando a guardare alla famiglia di Betlemme nel presepe: “Cari fratelli e sorelle, in questa Festa solenne, all’inizio del nuovo anno, in prossimità della conclusione del Giubileo della speranza, accostiamoci al Presepe, nella fede, come al luogo della pace ‘disarmata e disarmante’ per eccellenza, luogo della benedizione, in cui fare memoria dei prodigi che il Signore ha compiuto nella storia della salvezza e nella nostra esistenza, per poi ripartire, come gli umili testimoni della grotta, ‘glorificando e lodando Dio’ per tutto ciò che abbiamo visto e udito. Sia questo il nostro impegno, il nostro proposito per i mesi a venire, e sempre per la nostra vita cristiana”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV: la speranza di Dio si realizza con i ‘piccoli’
“La liturgia dei primi Vespri della Madre di Dio è di una ricchezza singolare, che le deriva sia dal vertiginoso mistero che celebra, sia dalla collocazione proprio alla fine dell’anno solare. Le antifone dei salmi e del Magnificat insistono sull’evento paradossale di un Dio che nasce da una vergine, o, detto a rovescio, della maternità divina di Maria. Ed al tempo stesso questa solennità, che conclude l’Ottava del Natale, ricopre il passaggio da un anno all’altro e stende su di esso la benedizione di Colui ‘che era, che è e che viene’. Per di più, oggi la celebriamo sul finire del Giubileo, nel cuore di Roma, presso la Tomba di Pietro, e allora il Te Deum che risuonerà tra poco in questa Basilica vorrà come dilatarsi per dar voce a tutti i cuori e i volti che sono passati sotto queste volte e per le strade di questa città”; con queste parole papa Leone XIV ha presieduto nella basilica di san Pietro la liturgia dei primi Vespri della Madre di Dio.
Riprendendo le parole della lettera ai Galati dell’apostolo Paolo il papa ha parlato di un ‘disegno’ della ‘pienezza dei tempi’: “Questo modo di presentare il mistero di Cristo fa pensare a un disegno, un disegno grande sulla storia umana. Un disegno misterioso ma con un centro chiaro, come un alto monte illuminato dal sole in mezzo a una fitta foresta: questo centro è la ‘pienezza del tempo’…
Sorelle, fratelli, in questo nostro tempo sentiamo il bisogno di un disegno sapiente, benevolo, misericordioso. Che sia un progetto libero e liberante, pacifico, fedele, come quello che la Vergine Maria proclamò nel suo cantico di lode: ‘Di generazione in generazione la sua misericordia / si stende su quelli che lo temono’.
Altri disegni, però, oggi come ieri, avvolgono il mondo. Sono piuttosto strategie, che mirano a conquistare mercati, territori, zone di influenza. Strategie armate, ammantate di discorsi ipocriti, di proclami ideologici, di falsi motivi religiosi”.
Per questo in Maria si realizza il disegno di Dio: “Ma la Santa Madre di Dio, la più piccola e la più alta tra le creature, vede le cose con lo sguardo di Dio: vede che con la potenza del suo braccio l’Altissimo disperde le trame dei superbi, rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, riempie di beni le mani degli affamati e svuota quelle dei ricchi.
La Madre di Gesù è la donna con la quale Dio, nella pienezza del tempo, ha scritto la Parola che rivela il mistero. Non l’ha imposta: l’ha proposta prima al suo cuore e, ricevuto il suo ‘sì’, l’ha scritta con ineffabile amore nella sua carne. Così la speranza di Dio si è intrecciata con la speranza di Maria, discendente di Abramo secondo la carne e soprattutto secondo la fede”.
Questo è il modo di sperare di Dio: “Dio ama sperare con il cuore dei piccoli, e lo fa coinvolgendoli nel suo disegno di salvezza. Quanto più bello è il disegno, tanto più grande è la speranza. Ed in effetti il mondo va avanti così, spinto dalla speranza di tante persone semplici, sconosciute ma non a Dio, che malgrado tutto credono in un domani migliore, perché sanno che il futuro è nelle mani di Colui che gli offre la speranza più grande”.
Questa speranza di Dio si riverbera nell’apostolo Pietro: “Una di queste persone era Simone, un pescatore di Galilea, che Gesù ha chiamato Pietro. Dio Padre gli ha donato una fede così schietta e generosa che il Signore ha potuto costruirci sopra la sua comunità. E noi siamo ancora oggi qui a pregare presso la sua tomba, dove pellegrini di ogni parte del mondo vengono a rinnovare la loro fede in Gesù Cristo Figlio di Dio. Ciò è accaduto in modo speciale durante l’Anno Santo che sta per concludersi”.
Ed il giubileo rimanda a Roma: “Il Giubileo è un grande segno di un mondo nuovo, rinnovato e riconciliato secondo il disegno di Dio. E in questo disegno la Provvidenza ha riservato un posto particolare a questa città di Roma. Non per le sue glorie, non per la sua potenza, ma perché qui hanno versato il loro sangue per Cristo Pietro e Paolo e tanti altri Martiri. Per questo Roma è la città del Giubileo”.
Da qui un augurio particolare alla città: “Cosa possiamo augurare a Roma? Di essere all’altezza dei suoi piccoli. Dei bambini, degli anziani soli e fragili, delle famiglie che fanno più fatica ad andare avanti, di uomini e donne venuti da lontano sperando in una vita dignitosa”.
Ed un ringraziamento: “Oggi, carissimi, ringraziamo Dio per il dono del Giubileo, che è stato un grande segno del suo disegno di speranza sull’uomo e sul mondo. E ringraziamo tutti coloro che nei mesi e nei giorni del 2025 hanno lavorato al servizio dei pellegrini e per rendere Roma più accogliente. Questo era stato, un anno fa, l’auspicio dell’amato papa Francesco. Vorrei che lo fosse ancora, e direi ancora di più dopo questo tempo di grazia. Che questa città, animata dalla speranza cristiana, possa essere al servizio del disegno d’amore di Dio sulla famiglia umana. Ce l’ottenga l’intercessione della Santa Madre di Dio, Salus Populi Romani”.
Dopo la recita dei Primi Vespri nella solennità di Maria Madre di Dio e il canto del Te Deum papa Leone XIV si è recato in piazza san Pietro per una visita al presepe realizzato nello stile classico del ‘700 napoletano dal maestro Federico Iaccarino di Meta di Sorrento.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV invita a ringraziare Dio
“Viviamo questo incontro di riflessione nell’ultimo giorno dell’anno civile, vicini al termine del Giubileo e nel cuore del tempo di Natale. L’anno che è passato è stato certamente segnato da eventi importanti: alcuni lieti, come il pellegrinaggio di tanti fedeli in occasione dell’Anno Santo; altri dolorosi, come la dipartita del compianto papa Francesco e gli scenari di guerra che continuano a sconvolgere il pianeta. Alla sua conclusione, la Chiesa ci invita a mettere tutto davanti al Signore, affidandoci alla sua Provvidenza e chiedendogli che si rinnovino, in noi e attorno a noi, nei giorni a venire, i prodigi della sua grazia e della sua misericordia”: nell’ultima udienza generale di quest’anno papa Leone XIV ha offerto una riflessione partendo dal Giubileo della speranza e dal Natale.
Per questo motivo nell’ultimo giorno dell’anno solare la Chiesa eleva a Dio il canto del ‘Te Deum’ dei Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio.: “E’ in questa dinamica che si inserisce la tradizione del solenne canto del Te Deum, con cui stasera ringrazieremo il Signore per i benefici ricevuti. Canteremo: ‘Noi ti lodiamo, Dio’, ‘Tu sei la nostra speranza’, ‘Sia sempre con noi la tua misericordia’…
Ed è con questi atteggiamenti che oggi siamo chiamati a meditare su ciò che il Signore ha fatto per noi nell’anno passato, come pure a fare un onesto esame di coscienza, a valutare la nostra risposta ai suoi doni e chiedere perdono per tutti i momenti in cui non abbiamo saputo far tesoro delle sue ispirazioni e investire al meglio i talenti che ci ha affidato”.
Ed è anche occasione per riflettere sul significato di questo anno giubilare: “Questo ci porta a riflettere su un altro grande segno che ci ha accompagnato nei mesi scorsi: quello del ‘cammino’ e della ‘meta’. Tantissimi pellegrini sono venuti, quest’anno, da ogni parte del mondo, a pregare sulla Tomba di Pietro e a confermare la loro adesione a Cristo. Questo ci ricorda che tutta la nostra vita è un viaggio, la cui meta ultima trascende lo spazio e il tempo, per compiersi nell’incontro con Dio e nella piena ed eterna comunione con Lui”.
Riprendendo la definizione del giubileo come un atto di fede ‘in attesa di futuri destini’ di san Paolo VI il papa ha invitato a vedere in maniera ‘diversa’ il passaggio della Porta Santa: “E in tale luce escatologica di incontro fra finito e infinito si inquadra un terzo segno: il passaggio della Porta Santa, che in tanti abbiamo fatto, pregando e impetrando indulgenza per noi e per i nostri cari. Esso esprime il nostro ‘sì’ a Dio, che col suo perdono ci invita a varcare la soglia di una vita nuova, animata dalla grazia, modellata sul Vangelo… E’ il nostro ‘sì’ a una vita vissuta con impegno nel presente e orientata all’eternità”.
L’udienza è stato un invito a meditare sul significato del Natale con l’aiuto di san Leone Magno: “Carissimi, noi meditiamo su questi segni nella luce del Natale… Il suo invito oggi è rivolto a tutti noi, santi per il Battesimo, perché Dio si è fatto nostro compagno nel cammino verso la Vita vera; a noi peccatori, perché, perdonati, con la sua grazia possiamo rialzarci e rimetterci in marcia; infine a noi, poveri e fragili, perché il Signore, facendo propria la nostra debolezza, l’ha redenta e ce ne ha mostrato la bellezza e la forza nella sua umanità perfetta”.
Ed ha terminato quest’udienza generale con le parole di papa san Paolo VI nella chiusura del Giubileo del 1975: “Per questo vorrei concludere ricordando le parole con cui san Paolo VI, al termine del Giubileo del 1975, ne descriveva il messaggio fondamentale: esso, diceva, è racchiuso in una parola: ‘amore’… Ci accompagnino questi pensieri nel passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, e poi sempre, nella nostra vita”.
E come ogni fine d’anno la Prefettura della Casa Pontificia ha diffuso le statistiche relative alla partecipazione di fedeli a udienze e celebrazioni liturgiche in Vaticano: durante il pontificato di papa Francesco hanno partecipato complessivamente agli eventi 262.820 persone, tra udienze generali, giubilari e speciali, celebrazioni liturgiche ed Angelus. Dall’elezione di papa Leone XIV invece hanno preso parte 2.913.800 persone. Il totale complessivo dei fedeli è di 3.176.620. (Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV chiede di testimoniare il perdono
“Il suo esempio di mitezza, di coraggio e di perdono accompagni quanti si impegnano nelle situazioni di conflitto per promuovere il dialogo, la riconciliazione e la pace”: questo, al termine della recita dell’Angelus odierno, è l’augurio di papa Leone XIV con l’invito per i cristiani ad essere segno di riconciliazione contro la logica del mondo, che inneggia alla guerra.
Mentre prima della recita dell’Angelus della festa del martirio di santo Stefano il papa ha sottolineato la ‘forza’ della testimonianza cristiana, incentrata sul perdono: “Oggi è il ‘natale’ di Santo Stefano, come usavano dire le prime generazioni cristiane, certe che non si nasce una volta sola. Il martirio è nascita al cielo: uno sguardo di fede, infatti, persino nella morte non vede più soltanto il buio”.
E’ un invito a non rinunciare a‘scegliere’ alla luce: “Noi veniamo al mondo senza deciderlo, ma poi passiamo attraverso molte esperienze in cui ci è chiesto sempre più consapevolmente di ‘venire alla luce’, di scegliere la luce. Il racconto degli Atti degli Apostoli testimonia che chi vide Stefano andare verso il martirio fu sorpreso dalla luce del suo volto e delle sue parole”.
Un perdono che si concretizza grazie ad un volto: “E’ il volto di chi non se ne va indifferente dalla storia, ma la affronta con amore. Tutto ciò che Stefano fa e dice ripresenta l’amore divino apparso in Gesù, la Luce brillata nelle nostre tenebre”.
La nascita di Gesù è un richiamo ad essere figli di Dio: “Carissimi, la nascita fra noi del Figlio di Dio ci chiama alla vita di figli di Dio: la rende possibile, con un movimento di attrazione sperimentato fin dalla notte di Betlemme dalle persone umili come Maria, Giuseppe e i pastori. Ma quella di Gesù e di chi vive come Lui è anche una bellezza respinta: proprio la sua forza calamitante ha suscitato, fin dall’inizio, la reazione di chi teme per il proprio potere, di chi è smascherato nella sua ingiustizia da una bontà che rivela i pensieri dei cuori”.
Ed il martire è colui che sceglie di compiere l’opera di Dio: “Nessuna potenza, però, fino ad oggi, può prevalere sull’opera di Dio. Dovunque nel mondo c’è chi sceglie la giustizia anche se costa, chi antepone la pace alle proprie paure, chi serve i poveri invece di sé stesso. Germoglia allora la speranza, e ha senso fare festa malgrado tutto”.
Quindi il papa ha avvertito che colui che compie l’opera della pace di Dio è ‘ridicolizzato’ e perseguitato: “Nelle condizioni di incertezza e di sofferenza del mondo attuale sembrerebbe impossibile la gioia. Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici. Il cristiano però non ha nemici, ma fratelli e sorelle, che rimangono tali anche quando non ci si comprende”.
Ecco che la gioia del Natale si realizza nel perdono: “Il Mistero del Natale ci porta questa gioia: una gioia motivata dalla tenacia di chi già vive la fraternità, di chi già riconosce attorno a sé, anche nei propri avversari, la dignità indelebile di figlie e figli di Dio. Per questo Stefano morì perdonando, come Gesù: per una forza più vera di quella delle armi.
E’ una forza gratuita, già presente nel cuore di tutti, che si riattiva e si comunica in modo irresistibile quando qualcuno incomincia a guardare diversamente il suo prossimo, a offrirgli attenzione e riconoscimento. Sì, questo è rinascere, questo è venire nuovamente alla luce, questo è il nostro Natale!”
Intanto nel pomeriggio natalizio il card. Rolandas Makrickas, arciprete della basilica di santa Maria Maggiore ha chiuso la prima Porta Santa, quella di questa basilica liberiana: “Il Giubileo della speranza, prosegue il porporato, è stato un tempo in cui la Chiesa ha annunciato, ancora una volta al mondo intero, che Dio non è lontano, che la pace è possibile, che la misericordia è più forte del peccato”.
L’anno giubilare non è “un evento da archiviare alla sua conclusione, ma un invito a restare in ascolto del Figlio, perché senza l’ascolto della Parola, la speranza si spegne”. E l’esempio da seguire è quello di Maria, Colei che “ha insegnato a tutti che la speranza nasce dall’accoglienza: accogliere Dio nella vita, accogliere l’altro, accogliere il futuro senza paura”. Solo così, cioè facendo entrare Dio nel cuore, si può aprire la “vera Porta Santa della misericordia, della riconciliazione, della fraternità”.
Per questo dalla basilica che custodisce l’icona mariana della Salus Populi Romani il card. Makrickas ha invitato i fedeli a tradurre i momenti forti del Giubileo in preghiera, attenzione concreta ai poveri, riconciliazione nelle famiglie, impegno creativo nel lavoro, presenza misericordiosa nella comunità.




























