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Papa Leone XIV invita i giovani a lavorare nella vigna di Dio
Anche nell’udienza generale odierna papa Leone XIV è partito da una parabola evangelica per spiegare l’invito che Gesù rivolge a tutti: “Anche in questo caso si tratta di un racconto che nutre la nostra speranza. A volte infatti abbiamo l’impressione di non riuscire a trovare un senso per la nostra vita: ci sentiamo inutili, inadeguati, proprio come degli operai che aspettano sulla piazza del mercato, in attesa che qualcuno li prenda a lavorare. Ma a volte il tempo passa, la vita scorre e non ci sentiamo riconosciuti o apprezzati. Forse non siamo arrivati in tempo, altri si sono presentati prima di noi, oppure le preoccupazioni ci hanno trattenuto altrove”.
E lo fa utilizzando un ‘linguaggio’ economico: “La metafora della piazza del mercato è molto adatta anche per i nostri tempi, perché il mercato è il luogo degli affari, dove purtroppo si compra e si vende anche l’affetto e la dignità, cercando di guadagnarci qualcosa. E quando non ci si sente apprezzati, riconosciuti, si rischia persino di svendersi al primo offerente. Il Signore ci ricorda invece che la nostra vita vale, e il suo desiderio è di aiutarci a scoprirlo”.
Perciò il papa ha sottolineato il comportamento ‘strano’ del padrone della vigna: “Come dicevo, si tratta di una parabola che dà speranza, perché ci dice che questo padrone esce più volte per andare a cercare chi aspetta di dare un senso alla sua vita. Il padrone esce subito all’alba e poi, ogni tre ore, torna a cercare operai da mandare nella sua vigna. Seguendo questa scansione, dopo essere uscito alle tre del pomeriggio, non ci sarebbe più ragione di uscire ancora, perché la giornata lavorativa terminava alle sei”.
E’ un padrone che non si stanca di offrire speranza a chi è rimasto deluso, perché non ha trovato lavoro: “Questo padrone instancabile, che vuole a tutti i costi dare valore alla vita di ciascuno di noi, esce invece anche alle cinque. Gli operai che erano rimasti sulla piazza del mercato avevano probabilmente perso ogni speranza. Quella giornata era andata a vuoto.
Ed invece qualcuno ha creduto ancora in loro. Che senso ha prendere degli operai solo per l’ultima ora della giornata di lavoro? Che senso ha andare a lavorare solo per un’ora? Eppure, anche quando ci sembra di poter fare poco nella vita, ne vale sempre la pena. C’è sempre la possibilità di trovare un senso, perché Dio ama la nostra vita”.
Ma la ‘stranezza’ del padrone è offerta nel momento della retribuzione: “Ed ecco che l’originalità di questo padrone si vede anche alla fine della giornata, al momento della paga. Con i primi operai, quelli che vanno nella vigna all’alba, il padrone si era accordato per un denaro, che era il costo tipico di una giornata di lavoro. Agli altri dice che darà loro quello che è giusto. Ed è proprio qui che la parabola torna a provocarci: che cosa è giusto?”
A tale domanda il papa ha sottolineato che la ‘giustizia’ consiste nel sostentamento della vita: “Per il padrone della vigna, cioè per Dio, è giusto che ognuno abbia ciò che è necessario per vivere. Lui ha chiamato i lavoratori personalmente, conosce la loro dignità e in base ad essa vuole pagarli. E dà a tutti un denaro”.
La giustizia per Dio consiste in un’elargizione del ‘surplus’ di vita: “Il racconto dice che gli operai della prima ora rimangono delusi: non riescono a vedere la bellezza del gesto del padrone, che non è stato ingiusto, ma semplicemente generoso, non ha guardato solo al merito, ma anche al bisogno. Dio vuole dare a tutti il suo Regno, cioè la vita piena, eterna e felice. E così fa Gesù con noi: non fa graduatorie, a chi gli apre il cuore dona tutto Sé stesso”.
E citando sant’Agostino il papa ha chiesto ai giovani di trovare ogni occasione per rispondere all’invito del Signore: “Vorrei dire, specialmente ai giovani, di non aspettare, ma di rispondere con entusiasmo al Signore che ci chiama a lavorare nella sua vigna. Non rimandare, rimboccati le maniche, perché il Signore è generoso e non sarai deluso! Lavorando nella sua vigna, troverai una risposta a quella domanda profonda che porti dentro di te: che senso ha la mia vita?”
In conclusione è stato un invito a non scoraggiarsi: “Cari fratelli e sorelle, non scoraggiamoci! Anche nei momenti bui della vita, quando il tempo passa senza darci le risposte che cerchiamo, chiediamo al Signore che esca ancora e che ci raggiunga là dove lo stiamo aspettando. Il Signore è generoso e verrà presto!”
Prima dell’udienza generale il papa aveva accolto i delegati del Consiglio di Amministrazione della ‘The National Italian American Foundation’, in occasione del 50^ anniversario dalla sua fondazione: “Il vostro impegno nel continuare a educare i giovani alla cultura e alla storia italiana, oltre a fornire borse di studio e altre forme di assistenza caritatevole in entrambi i Paesi, contribuisce a mantenere un legame concreto e reciprocamente vantaggioso tra le due nazioni”.
Ed ha ricordato che tale impegno ha radici cattoliche: “Un segno distintivo di molti di coloro che emigrarono negli Stati Uniti dall’Italia era la loro fede cattolica, con le sue ricche tradizioni di pietà popolare e devozione che continuarono a praticare nella loro nuova nazione. Questa fede li sostenne nei momenti difficili, anche quando arrivarono con un senso di speranza per un futuro prospero nel loro nuovo Paese… In un’epoca attraversata da numerose sfide, possa il vostro tempo qui, in una città segnata dalle tombe degli Apostoli Pietro e Paolo, nonché da molti santi che hanno rafforzato la Chiesa in periodi difficili della storia, rinnovare il vostro senso di speranza e fiducia nel futuro”.
(Foto: Santa Sede)
25 tirocini di inserimento lavorativo per giovani che non lavorano o non studiano residenti nella diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca
La Caritas Diocesana di Ugento – S. Maria di Leuca attraverso l’Associazione Form.Ami APS-ETS (Ente gestore) ed in collaborazione con la Cooperativa Sociale IPAD Mediterranean, nell’ambito del progetto “N.O.NEET NUOVI ORIENTAMENTI PER I NEET E I MINORI – SECONDA EDIZIONE” intende selezionare 25 giovani per l’attivazione di percorsi di inserimento/reinserimento lavorativo (tirocini in azienda). I percorsi prevedono attività di orientamento, di formazione di base e di tirocini extracurriculari-inserimento lavorativo (legge regionale 10 novembre 2023, n.26).
I candidati devono avere un’età compresa fra i 18 e i 35 anni; essere residenti o domiciliati in uno dei seguenti Comuni della Diocesi di Ugento – S. Maria di Leuca: Alessano, Castrignano del C., Corsano, Gagliano del Capo, Miggiano, Montesano Salentino, Morciano di Leuca, Patù, Presicce-Acquarica, Ruffano, Salve, Specchia, Supersano, Taurisano, Tiggiano, Tricase e Ugento. Devono essere disoccupati/e o inoccupati/e, iscritti presso il Centro per l’Impiego competente e non partecipanti in percorsi di studio e formativi.
I soggetti in possesso di requisiti precedentemente indicati possono presentare istanza di partecipazione compilando l’apposito modulo, da scaricare dal sito https://www.caritasugentoleuca.it.
A questo modulo va allegato una dichiarazione sostitutiva ai sensi del DPR 445/2000, art. 47, in cui l’interessato dimostra tramite autocertificazione il possesso dei requisiti di accesso, il modello ISEE e lo stato occupazionale rilasciato dal Centro per l’Impiego competente. I giovani interessati alle azioni di accompagnamento imprenditoriale, devono presentare una scheda sintetica descrittiva dell’idea di impresa che si intende realizzare.
Le istanze pervenute verranno valutate da una commissione individuata dal soggetto gestore secondo i criteri: valore ISEE da € 15.000,00 a € 6.000,00; periodo di disoccupazione da 0 ad un periodo superiore a 12 mesi.
I soggetti coinvolti faranno un percorso di orientamento individuale e un percorso formativo della durata di 40 ore affrontando i seguenti argomenti: Sicurezza nei luoghi di lavoro – Orientamento Ricerca attiva del lavoro – Mercato del lavoro Legislazione del lavoro e sociale – Valori etici nel lavoro.
Le aziende presso cui i beneficiari svolgeranno le attività di tirocinio saranno scelte sulla base del percorso di orientamento realizzato all’interno della formazione preliminare, considerando le aspettative e gli obiettivi professionali dei soggetti coinvolti. I tirocini saranno attivati entro il mese di luglio 2025 per completarsi entro la fine novembre 2025.
La domanda va presentata, entro e non oltre il 13 giugno 2025, direttamente presso il Centro Caritas Diocesana, sede operativa dell’Associazione Form.Ami in Tricase, in Piazza Cappuccini, 15, oppure tramite e-mail agli indirizzi: segreteria@caritasugentoleuca.it oppure : formami4@gmail.com.
Presso il Centro Caritas Diocesano in Piazza Cappuccini, 15, in Tricase è possibile richiedere informazioni sull’Avviso nei giorni di lunedì, mercoledì, venerdì dalle ore 9.00 alle 12.30, martedì e giovedì dalle 16,00 alle 19,00 (tel.: 0833219865 – 3388371927- sito https://www.caritasugentoleuca.it/ e-mail: segreteria@caritasugentoleuca.it o formami4@gmail.com).
Giubileo delle famiglie: Adriano Bordignon racconta la speranza delle famiglie
Il Rapporto annuale 2025 dell’Istat ha illustrato gli sviluppi demografici, sociali ed economici che hanno interessato l’Italia nell’anno appena trascorso: al 1° gennaio la popolazione residente in Italia è scesa sotto i 59.000.000: la natalità continua a calare, sfavorita dal ridotto numero di donne in età fertile: nel 2024 si sono registrate solo 370.000 nascite, quasi 200.000 in meno rispetto al 2008. La fecondità ha toccato un minimo storico di 1,18 figli per donna e prosegue il rinvio della genitorialità. Il saldo migratorio, pure essendo ampiamente positivo, è insufficiente a compensare la perdita di popolazione. Nel 2024 gli ingressi dall’estero sono 435.000, in aumento rispetto al periodo pre-pandemico.
A pochi giorni dal giubileo della famiglia, che si svolge dal 30 maggio al 1 giugno, abbiamo chiesto al presidente nazionale del Forum delle Famiglie, Adriano Bordignon, di raccontarci come sia possibile declinare il tema della speranza in chiave familiare: “Nel documento finale del Sinodo del 2024 vi è una descrizione molto bella della speranza che si annida nella famiglia: ‘Nonostante le fratture e le sofferenze che le famiglie sperimentano, restano luoghi in cui si apprende a scambiarsi il dono dell’amore, della fiducia, del perdono, della riconciliazione e della comprensione’.
In fondo, è proprio così. La famiglia è il primo luogo vocato alla speranza, che si genera naturalmente nelle relazioni familiari: quando ci scopriamo figli si genera in noi la certezza di essere stati amati e desiderati; nello sguardo di una madre ogni figlio cerca lo sguardo del padre, e la paternità è essenziale a ciascuno di noi per poterci aprire alla vita, al futuro, alla speranza; è tra fratelli che scopriamo una comune maternità e paternità, che ci lega e genera forze vitali; è nella relazione nonni-nipoti che scopriamo radici lontane che ci trascendono.
Nell’intrecciarsi di queste relazioni, la famiglia che accoglie la vita, dice al proprio figlio: ‘Tu sei una promessa, perché in te è scritto il principio della vita’, con le sue domande inesauribili e il suo orizzonte di futuro. Questa ricchezza appartiene in sé al principio famiglia. Per questo è importante che i giovani credano in essa e desiderino costruirne una propria. Non esiste al mondo nessun un altro sistema di relazioni umane così potente, nel quale siano inscritte la speranza e la vita”.
Allora perché anche le famiglie fanno un giubileo?
“Il Giubileo è un tempo di grazia e rinnovamento, e le famiglie ne hanno bisogno. Vivono fatiche quotidiane, ma anche grandi speranze. Giubilare significa riconoscere che l’amore familiare, pur fragile, è parte di un disegno più grande. E’ il momento per riscoprire la vocazione generativa della famiglia, non solo biologicamente, ma anche culturalmente e socialmente”.
Le famiglie italiane possono davvero giubilare?
“Sì, anche se oggi è più difficile. Le famiglie si sentono spesso sole, senza sostegni adeguati. Il Giubileo può aiutarle a sentirsi parte di una comunità viva, che le riconosce come risorsa. Ma perché possano giubilare davvero, serve che le istituzioni smettano di considerarle un costo e inizino a sostenerle concretamente. Papa Francesco nella bolla giubilare ‘Spes non confundit’ ci ricorda: ‘Guardare al futuro con speranza equivale ad avere una visione della vita carica di entusiasmo da trasmettere… in tante situazioni tale prospettiva viene a mancare e la prima conseguenza è la perdita del desiderio di trasmettere la vita’. Come famiglie ci sentiamo chiamate a riaccendere le fiaccole dell’entusiasmo e della speranza per offrire un contributo al bene”.
In quale modo le famiglie possono vivere la dimensione spirituale del Giubileo coniugandola con la vita sociale?
“Il Giubileo ci invita a dare segni visibili di speranza. Uno di questi può essere l’esperienza di volontariato che le famiglie possono far fare ai propri figli o fare con i propri figli, attivando in tal caso dinamiche fortemente educative. C’è un grandissimo bisogno di dedicarsi agli altri nei giovani. Prendersi cura, sentirsi utili, generare un sorriso quando doni qualcosa di te a un altro è ciò che apre un giovane al senso della propria vita e alla speranza. E’ ciò che ti fa uscire da te stesso e ti fa scoprire la ricchezza delle relazioni umane. E’ così che si generano solidarietà e bene comune”.
Quanto conta il Family Global Compact?
“E’ uno snodo importante con grandi potenziali ad oggi ancora non del tutto espressi. Promosso da Papa Francesco, è un patto educativo che coinvolge accademia, istituzioni e società civile per rimettere la famiglia al centro. Serve a costruire un nuovo modello culturale in cui la famiglia sia riconosciuta come motore di sviluppo umano, economico e sociale. Non c’è futuro senza famiglia. L’esperienza ce lo mette davanti gli occhi ma abbiamo bisogno di parole nuove per dirlo in un mondo che sta cambiando precipitosamente”.
Come rilanciare la cultura della natalità?
“Nella bolla ‘Spes non confundit’ viene sottolineato che la prima conseguenza di una speranza che si affievolisce è la perdita del desiderio di trasmettere la vita: a causa dei ritmi di vita frenetici, dei timori riguardo al futuro, della mancanza di garanzie lavorative e tutele sociali adeguate, di modelli sociali in cui a dettare l’agenda è la logica mercantilista anziché la centralità della persona e la cura delle relazioni. Ai potenziali genitori servono maggiori sicurezze e maggior coraggio.
Il crollo della fecondità a 1,18 figli per donna e il rinvio della genitorialità raccontano un disagio profondo. Le coppie non fanno figli perché mancano stabilità, servizi e fiducia nel futuro. Abbiamo bisogno di un ecosistema sociale favorevole alla vita e alla cura delle relazioni: sostegno al lavoro femminile, accesso alla casa, servizi per l’infanzia, rafforzamento dell’assegno unico. Ma serve anche un cambio di narrazione: tornare a raccontare la bellezza della vita e della famiglia”.
Perché il Forum punta sui giovani?
“Perché sono già il presente ma soprattutto sono il futuro, ma spesso non sono messi nelle condizioni di costruirlo. Il desiderio di famiglia esiste, ma è ostacolato da precarietà e solitudine e da modelli di umanesimo troppo individualisti e consumisti. Il Forum delle Famiglie lavora con i giovani con l’obiettivo di aiutarli a progettare la propria vita affettiva, professionale e sociale con consapevolezza e fiducia. Se non si investe su di loro, si la speranza si spegna come una candela privata dell’ossigeno”.
Cos’è il progetto ‘Fosbury’?
“Ispirato all’atleta Dick Fosbury, che rivoluzionò il salto in alto, inventando il salto dorsale e vincendo le olimpiadi a Città del Messico, è un percorso ‘capacitativo’ rivolto ai giovani. L’idea è quella di accompagnarli a superare gli ostacoli della vita senza offrire scorciatoie o fare gli ‘adulti spazzaneve’, aiutandoli a scoprire le proprie risorse, il gusto della sfida e della vita sociale e a credere nella possibilità di una vita piena, anche familiare. E’ un investimento educativo per generare nuove relazioni e, nel tempo, nuova natalità, nuova cittadinanza, nuova speranza”.
(Tratto da Aci Stampa)
‘Premio Campione’ a Simone Feder per vincere l’indifferenza
“Per me, essere qui oggi significa soprattutto: dare voce a chi voce non ha. Da oltre 8 anni siamo presenti al ‘Bosco’ di Rogoredo, insieme a tanti volontari e associazioni, in quella che è a tutti gli effetti una frontiera esistenziale. Un luogo/non-luogo dove l’emblema è la disperazione, dove le storie sembrano consumarsi nel silenzio, e dove ogni giorno si combatte una battaglia silenziosa contro l’indifferenza”: ha esordito con queste parole lo psicologo Simone Feder, educatore alla ‘Casa del Giovane’ di Pavia, che alcuni giorni fa a Milano ha ricevuto il ‘Premio Campione’ istituito dai City Angels e dal loro fondatore Mario Furlan, destinato ai ‘campioni’ di solidarietà, di legalità e di civismo, giunto alla 24^ edizione.
Quest’anno sono stati 10 i vincitori scelti da una giuria composta dai direttori di prestigiose realtà dell’informazione italiana e milanese (Affaritaliani.it, Ansa, Avvenire, Corriere della Sera, Famiglia Cristiana, Fanpage, La Gazzetta dello Sport, Il Giornale, Il Giorno, Leggo, Libero, Mediaset news, Milano Today, Mi-Tomorrow, Nuovo, Rai Lombardia, Radio Lombardia, La Repubblica, Wikimedia, Wikimilano), a cui si è aggiunto anche un undicesimo vincitore, il ‘Campione della gente’, scelto online da oltre 50.000 clienti e follower di Coop Lombardia tra una rosa di 10 nomi.
I dieci vincitori della 24^ edizione del Premio Campione sono Luca Biganzoli, general manager di Progetto Urania; Volontariato Federica Sharon Biazzi; Cooperativa sociale il Granello; Alessandro Tappa, presidente e fondatore di Sport Senza Frontiere; Ezio Indiani, direttore dell’Hotel Principe di Savoia di Milano; Federica Guglielmini, scrittrice ed educatrice, e don Luigi Scarlino, parroco di Sant’Angelo di Rozzano; Ilaria Sottotetti, avvocata; Simone Feder, educatore e psicologo; Stefania Cimbanassi, medico e professoressa associata di Chirurgia Generale presso l’Università degli Studi di Milano; Cristina Cattaneo, docente di medicina legale, antropologa forense, fondatrice del Labanof (Laboratorio di antropologia e odontologia forense dell’Università degli studi di Milano).
Mentre il vincitore del premio ‘Campione della gente’ è stato Davide Acito, fondatore di ‘Action Project Animal’ ed il Premio Campioncino è stato vinto dall’Istituto Comprensivo ‘Giuseppe Calasanzio’, che fa parte del plesso scolastico ‘G.L. Radice’.
Nel ringraziamento per il premio Simone Feder ha sottolineato l’importanza della presenza: “Esserci’ per noi non è solo una scelta: è un atto di responsabilità, di umanità, di amore. Significa arrivare prima che la speranza si spenga, prima che ogni scintilla si perda. Esserci significa saper guardare negli occhi la sofferenza senza distogliere lo sguardo, lasciarci toccare, interrogare, ferire anche… perché è solo attraversando il dolore dell’altro che possiamo davvero accompagnarlo verso un percorso di cura, di dignità, di vita”.
Ed ecco il racconto delle vite dei giovani incontrati in questo ‘bosco’ con la speranza di ricostruire ponti: “Abbiamo incontrato tanti giovani in questi anni, tanti volti, tante storie spezzate. Molti di loro sono riusciti a varcare la soglia delle comunità, ad avviare un cammino. Molte famiglie, disperate e isolate, hanno potuto sentire un soffio di speranza grazie a una nostra chiamata, a un messaggio, al semplice sapere che c’era ancora qualcuno che ascoltava i loro figli, qualcuno che era diventato un punto di riferimento. Spesso l’unico. Quel ponte fragile tra loro e il mondo che sembrava averli dimenticati, lo abbiamo costruito insieme, giorno dopo giorno, con presenza, ascolto, fatica e tanta umiltà”.
Questo premio è un riconoscimento per i giovani che vivono nel ‘bosco’ e vogliono ritornare a vivere: “Ricevere questo riconoscimento oggi lo sento come un segno prezioso di attenzione verso chi vive ai margini, verso chi troppo spesso viene escluso anche dal pensiero collettivo. Lo accolgo a nome di tutte le persone che non si voltano dall’altra parte, che ogni giorno scelgono di ‘esserci’, nel silenzio, nella notte, nella fatica. Lo dedico a chi ancora è là, al Bosco, in attesa di essere visto. E a chi, con coraggio, ha scelto di tornare alla vita”.
(Foto: Comune di Milano)
Papa Leone XIV ai lasalliani sottolinea l’importanza della scuola
“Sono molto contento di ricevervi nel terzo centenario della promulgazione della Bolla ‘In apostolicae dignitatis solio’, con cui papa Benedetto XIII approvò il vostro Istituto e la vostra Regola (26 gennaio 1725). Esso coincide anche con il 75° anniversario della proclamazione, da parte di papa Pio XII, di san Giovanni Battista de La Salle come ‘Patrono celeste di tutti gli educatori’. Dopo tre secoli, è bello constatare come la vostra presenza continui a portare con sé la freschezza di una ricca e vasta realtà educativa, con cui ancora, in varie parti del mondo, con entusiasmo, fedeltà e spirito di sacrificio, vi dedicate alla formazione dei giovani”: con queste parole iniziali papa Leone XIV nell’udienza ai ‘fratelli delle scuole cristiane’ ha richiamato l’importanza di vivere la docenza come ‘ministero e missione’ per aiutare i giovani a dare il meglio di sé secondo il disegno di Dio, trasformando le sfide dell’epoca contemporanea in ‘trampolini di lancio’.
Nonostante la storicità, tuttavia i ‘Fratelli delle scuole cristiane’ non hanno perso la loro attualità, evidenziando come la capacità di La Salle di rispondere con creatività alle tante difficoltà della sua epoca: “Gli inizi della vostra opera parlano molto di ‘attualità’. San Giovanni Battista de La Salle cominciò rispondendo alla richiesta di aiuto di un laico, Adriano Nyel, che faticava a tenere in piedi le sue ‘scuole dei poveri’. Il vostro fondatore riconobbe nella sua richiesta di aiuto un segno di Dio, accettò la sfida e si mise al lavoro”.
Tali risposte portarono alla creazione di scuole gratuite: “Così, al di là delle sue stesse intenzioni e aspettative, diede vita a un sistema d’insegnamento nuovo: quello delle Scuole cristiane, gratuite e aperte a chiunque. Tra gli elementi innovativi da lui introdotti in questa rivoluzione pedagogica ricordiamo l’insegnamento rivolto alle classi e non più ai singoli alunni; l’adozione, come lingua didattica, al posto del latino, del francese, accessibile a tutti; le lezioni domenicali, a cui potevano partecipare anche i giovani costretti a lavorare nei giorni feriali; il coinvolgimento delle famiglie nei percorsi scolastici, secondo il principio del ‘triangolo educativo’, valido ancora oggi. Così i problemi, man mano che si presentavano, invece di scoraggiarlo, lo hanno stimolato a cercare risposte creative e a inoltrarsi in sentieri nuovi e spesso inesplorati”.
Per questo papa Leone XIV ha chiesto di aiutare oggi i giovani attraverso i nuovi linguaggi attuali: “I giovani del nostro tempo, come quelli di ogni epoca, sono un vulcano di vita, di energie, di sentimenti, di idee. Lo si vede dalle cose meravigliose che sanno fare, in tanti campi. Hanno però anche loro bisogno di aiuto, per far crescere in armonia tanta ricchezza e per superare ciò che, pur in modo diverso rispetto al passato, ne può ancora impedire il sano sviluppo”.
Quindi è necessario l’abbattimento di alcune ‘barriere’: “Se, ad esempio, nel diciassettesimo secolo l’uso della lingua latina era per molti una barriera comunicativa insuperabile, oggi ci sono altri ostacoli da affrontare. Pensiamo all’isolamento che provocano dilaganti modelli relazionali sempre più improntati a superficialità, individualismo e instabilità affettiva; alla diffusione di schemi di pensiero indeboliti dal relativismo; al prevalere di ritmi e stili di vita in cui non c’è abbastanza posto per l’ascolto, la riflessione e il dialogo, a scuola, in famiglia, a volte tra gli stessi coetanei, con la solitudine che ne deriva”.
Certo, sono sfide impegnative, ma necessarie per incoraggiare i giovani: “Si tratta di sfide impegnative, di cui però anche noi, come san Giovanni Battista de La Salle, possiamo fare altrettanti trampolini di lancio per esplorare vie, elaborare strumenti e adottare linguaggi nuovi, con cui continuare a toccare il cuore degli allievi, aiutandoli e spronandoli ad affrontare con coraggio ogni ostacolo per dare nella vita il meglio di sé, secondo i disegni di Dio. È lodevole, in questo senso, l’attenzione che ponete, nelle vostre scuole, alla formazione dei docenti e alla realizzazione di comunità educanti in cui lo sforzo didattico è arricchito dall’apporto di tutti. Vi incoraggio a continuare su queste strade”.
E’ un invito che riprende il discorso sviluppato da papa Francesco in un’udienza concessa loro nel 2022: “Ma vorrei accennare a un altro aspetto della realtà lasalliana che ritengo importante: la docenza vissuta come ministero e missione, come consacrazione nella Chiesa. san Giovanni Battista de La Salle non ha voluto che fra i maestri delle Scuole cristiane ci fossero sacerdoti, ma solo “fratelli”, perché ogni vostro sforzo fosse indirizzato, con l’aiuto di Dio, all’educazione degli alunni.
Amava dire: ‘Il vostro altare è la cattedra’, promuovendo così nella Chiesa del suo tempo una realtà fino ad allora sconosciuta: quella di insegnanti e catechisti laici investiti, nella comunità, di un vero e proprio ‘ministero’, secondo il principio di evangelizzare educando ed educare evangelizzando”.
Il papa ha concluso l’udienza riprendendo la Costituzione dogmatica ‘Lumen Gentium’ sul valore dell’insegnamento: “Così il carisma della scuola, che voi abbracciate con il quarto voto di insegnamento, oltre che un servizio alla società e una preziosa opera di carità, appare ancora oggi come una delle esplicitazioni più belle ed eloquenti di quel munus sacerdotale, profetico e regale che tutti abbiamo ricevuto nel Battesimo, come sottolineano i documenti del Concilio Vaticano II. Nelle vostre realtà educative, così, i religiosi rendono profeticamente visibile, attraverso la loro consacrazione, la ministerialità battesimale che sprona tutti, ciascuno secondo il suo stato e i suoi compiti, senza differenze”.
(Foto: Santa Sede)
Papa Leone XIV per una Chiesa missionaria
“Considero un dono di Dio il fatto che la prima domenica del mio servizio come Vescovo di Roma sia quella del Buon Pastore, la quarta del tempo di Pasqua. In questa domenica sempre si proclama nella Messa il Vangelo di Giovanni al capitolo decimo, in cui Gesù si rivela come il Pastore vero, che conosce e ama le sue pecore e per loro dà la vita… Oggi, dunque, fratelli e sorelle, ho la gioia di pregare con voi e con tutto il Popolo di Dio per le vocazioni, specialmente per quelle al sacerdozio e alla vita religiosa. La Chiesa ne ha tanto bisogno! Ed è importante che i giovani e le giovani trovino, nelle nostre comunità, accoglienza, ascolto, incoraggiamento nel loro cammino vocazionale, e che possano contare su modelli credibili di dedizione generosa a Dio e ai fratelli”.
Così si è espresso nel primo Regina Caeli papa Leone XIV sottolineando la centralità della Parola di Dio nella vita della Chiesa, mentre subito dopo la sua elezione a papa i vescovi italiani avevano sottolineato il suo richiamo ad essere una ‘Chiesa missionaria’: “Seguendo gli appelli del Suo predecessore, Papa Francesco, ci siamo posti ‘in uscita’ ed ‘in cammino’ con la gioia di chi ha sperimentato la pace di Cristo Risorto. Una pace, come Lei ci ha ricordato, ‘disarmata e disarmante, umile e perseverante’, perché ‘proviene da Dio, che ci ama tutti incondizionatamente’.
In questo tempo, così tumultuoso per i conflitti che affliggono vaste aree del pianeta e i vari cambiamenti sociali e culturali in atto, continuiamo a lavorare ‘per la pace nel mondo’. Le assicuriamo il nostro impegno per costruire ponti di dialogo, per soccorrere l’umanità sofferente, per essere sempre a servizio degli ultimi e dei più bisognosi”.
A questa voce si è aggiunta quella di Biagio Maimone, coordinatore della ‘Rete Mondiale Turismo Religioso’ in Italia: “Pace è la parola maggiormente pronunciata da papa Leone XIV nel suo primo discorso sulla Loggia di san Pietro, dopo la sua elezione a pontefice… L’intera umanità ascolta pervasa dalla speranza che il nuovo Papa prosegua sul percorso intrapreso da papa Francesco e incida, con lo stesso fervore, nella storia della Chiesa Cattolica e nella storia dell’umanità, che anela a vedere compiuti ulteriori passi avanti verso il processo di umanizzazione della vita umana”.
Inoltre il coordinatore nazionale per l’Italia della ‘Rete Mondiale del Turismo Religioso’ e direttore della comunicazione dell’associazione ‘Bambino Gesù del Cairo Onlus’, il cui Presidente è mons. Yoannis Lazhi Gaid, storico segretario di Papa Francesco, ha sottolineato il valore sinodale che papa Leone XIV ha approfondito nel suo primo saluto:
“La Chiesa è l’intera umanità che deve mettersi in cammino, sorretta dall’obiettivo di comprendere meglio la volontà di Dio e la sua missione nel mondo. La Chiesa sinodale cammina unita cercando di discernere come meglio rispondere alle sfide del nostro tempo. nel mondo. La Chiesa Cattolica, i cattolici e tutti gli esseri umani dovranno prefiggersi il compito di entrare nella storia umana e coglierne le sue esigenze”.
Ha quindi evidenziato lo spirito missionario del novello papa: “Il mondo contemporaneo, profondamente smarrito e sofferente per aver perduto ormai molte certezze, eleva lo sguardo verso l’infinito, di cui sente il bisogno. La nostalgia di Dio affiora nell’animo umano, desolato e stanco per le numerose crisi che lo attanagliano, sia materiali, sia morali.
La Chiesa Cattolica sente il bisogno primario di camminare sul percorso di evangelizzazione continua e prendere per mano i più poveri, i più indifesi, i cosiddetti ultimi per condurli là dove per essi vi sia una dimora accogliente. Ed è questo l’annuncio, l’anelito espresso da papa Leone XIV, il quale invita tutto il popolo cattolico a mettersi in cammino per compiere tale immane missione”.
Anche la Comunità di Sant’Egidio si è unita alla gioia della Chiesa per l’elezione di papa Leone XIV: “Eletto in un momento storico attraversato da tanti conflitti e grandi incertezze, la sua prima parola da vescovo di Roma è stata ‘pace’, nel solco di papa Francesco, invitandoci al dialogo e alla costruzione di ponti. Saprà offrire, non solo ai credenti ma a tutti, una voce autorevole e un orientamento prezioso per il futuro dell’umanità.
A papa Prevost, con lunga esperienza di pastore in America Latina e grande conoscenza delle sue periferie, gli auguri più calorosi per il suo servizio al Vangelo, da Roma fino al mondo intero, a guida di una Chiesa che (come ha detto dalla Loggia di San Pietro) ‘cerca sempre la carità’ ed è vicina a coloro che soffrono”.
Ugualmente la Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV ha espresso gioia e speranza per l’elezione di papa Leone XIV: “Le sue prime parole dalla Loggia di San Pietro hanno tracciato un orizzonte chiaro, che tocca il cuore della nostra missione: pace, dialogo, costruzione di ponti, Carità. In un mondo attraversato da conflitti, incertezze e crescenti diseguaglianze, l’appello del Santo Padre risuona come un invito coraggioso a scegliere la fraternità e l’ascolto reciproco”.
La presidente della Federazione nazionale, Paola Da Ros, ha apprezzato il richiamo del papa alla carità: Tra tutte, la parola ‘Carità’, ripetuta due volte da Papa Leone XIV, richiama in modo diretto il cuore dell’azione della Società di San Vincenzo De Paoli: uno stile di prossimità concreta, un impegno quotidiano a favore di chi vive in condizioni di fragilità, di chi ha bisogno di essere visto, ascoltato, sostenuto.
L’appello alla Carità e alla pace, intese non solo come dono, ma come responsabilità condivisa verso il bene comune, rappresenta uno sprone prezioso per le migliaia di soci e volontari della Società di San Vincenzo De Paoli che operano ogni giorno, in tutta Italia e nel mondo, al servizio nella speranza. Persone che condividono l’idea di una Chiesa ‘in uscita’, capace di farsi vicina, che abita le periferie geografiche ed esistenziali, e che si fa strumento di speranza attraverso gesti semplici ma profondi verso gli ultimi”.
Un augurio giunge anche dalla Custodia della Terra Santa, che affida il papa all’intercessione della Vergine Maria, Regina di Terra Santa, e di san Francesco d’Assisi: “In questo giorno di grande festa per la Chiesa universale, desideriamo esprimere al nuovo Pontefice la nostra vicinanza spirituale e la nostra preghiera costante affinché il suo ministero sia fecondo di grazia, di speranza e di pace per tutto il popolo di Dio.
La Custodia di Terra Santa, chiamata da secoli a custodire i Luoghi Santi della Redenzione e a promuovere il dialogo e la riconciliazione tra i popoli della regione, si unisce alle voci dei fedeli di ogni continente nel rendere grazie al Signore per il dono di un Pastore che, con il nome scelto, richiama la memoria di Leone XIII, promotore della dottrina sociale della Chiesa e instancabile artefice di pace e giustizia”.
Mons. Spina invoca san Ciriaco per dare speranza
Nella solennità di san Ciriaco, patrono di Ancona e dell’arcidiocesi di Ancona-Osimo, celebratasi domenica 4 maggio, mons. Angelo Spina ha presieduto la celebrazione eucaristica nella cattedrale, preceduta dall’omaggio floreale del sindaco Daniele Silvetti ha offerto l’omaggio floreale a san Ciriaco, mentre al termine della messa l’arcivescovo ha elevato una preghiera al patrono cittadino ed ha impartito la benedizione con il reliquiario, contenente un frammento della croce di Cristo e la reliquia del santo.
Nell’omelia l’arcivescovo di Ancona ha ribadito che la speranza non delude: “In questo anno giubilare siamo tutti pellegrini di speranza, perché la speranza non delude. Oggi la nostra Chiesa locale guarda a San Ciriaco, colui che ci indica la via di come essere cristiani. Ci invita a ritrovare la croce, ad abbracciarla, a testimoniarla. Tre momenti significativi. Nel cammino della Croce, Gesù è vicino a ciascuno di noi, piange con noi. Tutti noi nella vita abbiamo pianto e piangiamo ancora”.
L’omelia ha riflettuto sulla tenerezza di Gesù: “E Gesù è con noi. Piange con noi perché ci accompagna nel buio che ci porta alle lacrime. Gesù, con la sua tenerezza, asciuga le nostre lacrime nascoste. Gesù spera di riempire, con la sua vicinanza, la nostra solitudine. Come sono tristi i momenti di solitudine! Lui è lì, Lui vuole colmare questa solitudine. Gesù vuole colmare la nostra paura, la tua paura, la mia paura, quelle paure oscure vuole colmarle con la sua consolazione. E Lui spera di spingerci ad abbracciare il rischio di amare. Perché, voi lo sapete, lo sapete meglio di me: amare è rischioso. Bisogna correre il rischio di amare. E’ un rischio, ma vale la pena correrlo, e Lui ci accompagna in questo. Sempre ci accompagna. Sempre cammina. Sempre, durante la vita, sta insieme a noi”.
Ha messo in guardia dalle false speranze: “Quante false speranze ci vengono proposte nel nostro tempo, soprattutto nel mondo giovanile. Viviamo in un mondo di specchi dove tutto ciò che conta è il nostro apparire, il nostro aspetto, la nostra immagine. Selfie dopo selfie. La tirannia del corpo giusto e del sorriso perfetto. Foto di noi sui social media in pose accuratamente studiate. Post artificiali in attesa di like. Purtroppo, come spesso costatiamo, le speranze terrene illudono e deludono”.
L’arcivescovo ha domandato il motivo per cui il Crocifisso è la speranza: “E’ una speranza diversa quella che nasce dalla croce. E’ una speranza diversa da quelle che crollano, da quelle del mondo. Ma quale speranza nasce dalla croce?.. Proviamo a pensare a un chicco o a un piccolo seme, che cade nel terreno. Se rimane chiuso in sé stesso, non succede nulla; se invece si spezza, si apre, allora dà vita a una spiga, a un germoglio, poi a una pianta e la pianta darà frutto… Per portare frutto Gesù ha vissuto l’amore fino in fondo, lasciandosi spezzare dalla morte, come un seme si lascia spezzare sotto terra. Proprio lì, nel punto estremo del suo abbassamento è germogliata la speranza”.
Per questo la speranza nasce dalla croce: “Guarda la croce, guarda il Cristo Crocifisso e da lì ti arriverà la speranza che non sparisce più, quella che dura fino alla vita eterna. E questa speranza è germogliata proprio per la forza dell’amore. Gesù ha trasformato il nostro peccato in perdono, la nostra morte in risurrezione, la nostra paura in fiducia. Ecco perché lì, sulla croce, è nata e rinasce sempre la nostra speranza; ecco perché con Gesù ogni nostra oscurità può essere trasformata in luce, ogni sconfitta in vittoria, ogni delusione in speranza”.
Ed ha elencato i molti crocifissi odierni: “Guardando alla croce di Gesù, oggi purtroppo vediamo i tanti crocifissi nella storia, uomini e donne a causa di violenze, di guerre, di ingiustizie. Penso ai giovani. A volte il dolore di alcuni giovani è lacerante, è un dolore che non si può esprimere a parole, è un dolore che ci colpisce come uno schiaffo. Il non sentirsi capiti, la mancanza di relazioni vere e sane, il vuoto educativo…
La situazione che stiamo vivendo certamente non è delle migliori. Le sfide sono tante: la dignità del lavoro, la famiglia, l’istruzione, l’impegno civico, la cura del creato e le nuove tecnologie che creano relazioni on line a volte disumane. Gli spazi digitali che rendono ciechi alla fragilità dell’altro e impediscono l’introspezione. L’immersione nel mondo virtuale favorisce una sorta di “migrazione digitale”, vale a dire un distanziamento dalla famiglia, dai valori culturali e religiosi che conduce molti giovani verso un mondo di solitudine e di auto-invenzione, fino a sperimentare la mancanza di radici”.
Per questo l’arcidiocesi è in cammino per non deludere i giovani: “Non possiamo deludere i giovani, sul loro entusiasmo si fonda l’avvenire. E’ bello vederli sprigionare energie, ad esempio quando si rimboccano le maniche e si impegnano volontariamente nelle situazioni di calamità e di disagio sociale. Ma è triste vedere giovani privi di speranza, quando un venti per cento non studia e non lavora; d’altronde, quando il futuro è incerto e impermeabile ai sogni, quando lo studio non offre sbocchi e la mancanza di un lavoro o di un’occupazione sufficientemente stabile rischiano di azzerare i desideri, è inevitabile che il presente sia vissuto nella malinconia e nella noia”.
Non deludere i giovani con le illusioni: “L’illusione delle droghe, il rischio della trasgressione e la ricerca dell’effimero creano in loro più che in altri confusione e nascondono la bellezza e il senso della vita, facendoli scivolare in baratri oscuri e spingendoli a compiere gesti di violenza nei confronti degli altri e di sé stessi.
Per questo il Giubileo sia nella Chiesa occasione di slancio nei loro confronti: con una rinnovata passione prendiamoci cura dei ragazzi, degli studenti, dei fidanzati, delle giovani generazioni! Vicinanza ai giovani, gioia e speranza della Chiesa e del mondo! Questo ci ha ricordato il compianto papa Francesco nella bolla di indizione del Giubileo. Tutti siamo chiamati a prenderci cura delle nuove generazioni: famiglia, scuola, istituzioni, tutti”.
Infine ha invocato la protezione di san Ciriaco per non far morire la speranza: “San Ciriaco ci aiuti, lui che ci fa capire con la sua testimonianza che prendere la croce di Cristo è abbracciare il giogo dell’amore. Sostituiamo la parola croce con amore. Ed ecco: se qualcuno vuole venire con me, dice Gesù, prenda su di sé il giogo dell’amore, tutto l’amore di cui è capace, e mi segua… Oggi siamo raccolti in questa cattedrale di san Ciriaco per ricevere ancora una volta la consegna della croce che abbraccia cielo e terra, nord e sud, est ed ovest, tutti.
Essa è profezia, e in tempi di paura come i nostri, abbiamo bisogno di profezia che ci porta avanti nella speranza. Essa è la nostra unica speranza. Essa ci viene consegnata nelle mani perché porti linfa nuova per costruire anche oggi quella civiltà dell’amore che san Ciriaco ha testimoniato. Noi siamo chiamati a edificare questa nostra città, non più con le pietre ma con le persone, con uomini e donne che sanno raccogliersi e unirsi per edificare un futuro migliore per sé e per tutti. San Ciriaco ci protegga e ci benedica”.
(Foto: arcidiocesi di Ancona-Osimo)
Arnaldo Canepa: un convegno ed una nuova biografia raccontano il servizio del venerabile Arnaldo Canepa per gli oratori
In occasione dell’80° anniversario dalla fondazione del Centro Oratori Romani da parte di Arnaldo Canepa, l’associazione romana ha organizzato il convegno “Arnaldo Canepa e il Quadraro” per promuovere la conoscenza e il culto del proprio fondatore che, dal 20 maggio 2023, è stato dichiarato Venerabile dal Dicastero delle Cause dei Santi. Il Convegno, che prevede anche la presentazione della nuova biografia, si svolgerà sabato 10 maggio presso la parrocchia di Santa Maria del Buon Consiglio al Quadraro, nel quadrante est di Roma, dove Canepa aprì il primo oratorio avviando le attività che qualche anno più tardi condussero alla creazione dell’associazione per la promozione della pastorale oratoriana nella capitale. Il Convegno ha ricevuto il patrocinio del VII Municipio.
Canepa cominciò il suo impegno pastorale proprio frequentando il periferico e disagiato quartiere romano del Quadraro dove decise, insieme ad altri laici, di consacrare al Signore il servizio ai ragazzi dando inizio ad un oratorio in cui quotidianamente i bambini del quartiere potessero ritrovarsi per crescere umanamente e spiritualmente. Per questo, anche oggi i catechisti e soci del COR, che proseguono nella sua opera di evangelizzazione dei più piccoli, intendono ripartire dal Quadraro per ripercorrere le sue scelte e riscoprire le profonde motivazioni che hanno mosso il fondatore e che oggi li spingono ancora a presentarlo al territorio e a tutta la Chiesa universale quale modello di laicità ed esempio di dedizione nel servizio a favore delle giovani generazioni.
Al Convegno, organizzato dal Comitato per la promozione e la diffusione del culto di Arnaldo Canepa, interverranno dopo i saluti introduttivi del Presidente del VII Municipio, Francesco Laddaga, del parroco, don Daniele Natalizi e del Presidente del COR, Stefano Pichierri, lo scrittore Michele Manzo, la prof.ssa Cecilia Costa, docente a Roma Tre e il prof. Luca Pasquale, docente alla Università Lateranense, i quali illustreranno la figura del Venerabile, il suo rapporto con il complesso quartiere del Quadraro nel secondo dopoguerra e le sue innovative intuizioni pastorali ed educative.
Proprio Luca Pasquale è l’autore della nuova biografia ‘Arnaldo Canepa – Catechista d’Oratorio’ della casa editrice Velar, realizzata per diffondere la conoscenza di Canepa ad 80 anni dalla fondazione dell’associazione da lui ideata e a quasi 60 anni dalla sua salita al cielo. Il volume, arricchito dalla prefazione di S.E. Mons. Rino Fisichella, Pro-Prefetto della Sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo del Dicastero per l’Evangelizzazione, ripercorre la vita del Venerabile nel suo essere profondamente ‘catechista’ come sottolinea proprio mons. Fisichella nell’introduzione, “animato dal desiderio di trasmettere la fede ai bambini delle periferie romane, all’epoca in un degrado mai visto. Se non ci fossero state le parrocchie e gli oratori, a questi ragazzi sarebbe rimasto solo la strada, e la sera le povere catapecchie rimaste in piedi nonostante i bombardamenti”.
“Siamo molto felici di sottolineare e costruire il legame tra Arnaldo Canepa e la parrocchia di Santa Maria del Buon Consiglio”, ha sottolineato il Presidente del COR, Stefano Pichierri. “Insieme a Don Gioacchino Rey e ad altri uomini e donne di buona volontà, Canepa nel 1931 avviò il primo oratorio parrocchiale, aperto alla popolazione, a giovani e bambini, stimandoli ed amandoli.
Il COR, su indicazione e suggerimento del Postulatore, padre Antonio Marrazzo, e considerato il rapporto di stima reciproca e cooperazione instaurato con il parroco don Daniele Natalizi, ha voluto fortemente organizzare questo evento al Quadraro tramite il Comitato costituito di recente. Il nostro fondatore scoprì in questo quartiere la forza e l’efficacia dell’oratorio in ambito pastorale e di evangelizzazione delle ‘masse’. Non nascondo una certa emozione e commozione nel vivere proprio qui, dove Canepa riposa, un evento culturale, sociale ed ecclesiale così rilevante per tutti noi: per la comunità del Buon Consiglio, per il territorio del Quadraro, per i catechisti del COR e per tutti coloro che vorranno partecipare”.
(Foto: COR)
Giornata dell’Università Cattolica: un laboratorio di speranza nel ricordo di papa Francesco
“La speranza è il grande tema del Giubileo che papa Francesco ha proposto per innestare questo evento spirituale nel vissuto concreto della nostra epoca. Di speranza, infatti, abbiamo particolarmente bisogno di fronte a scenari incerti e, per alcuni versi, davvero drammatici. Ci preoccupano il quadro politico ed economico gravato da tensioni e incertezze, i conflitti che non sembrano trovare via di soluzione, i ritardi nell’attuazione di uno sviluppo sostenibile in grado di custodire la casa comune e di sviluppare accoglienza e solidarietà di fronte ai crescenti flussi migratori. Sono solo alcune delle situazioni dentro cui si gioca la vita di ciascuno, spesso segnata da non minori preoccupazioni personali e sociali legate alla fragilità delle relazioni familiari e ai rapporti intergenerazionali, alla precarietà nel campo del lavoro e alle incertezze rispetto al futuro”.
Così inizia il messaggio dei vescovi italiani in occasione della 101^ Giornata nazionale dell’Università Cattolica Sacro Cuore, dal titolo ‘Università, laboratorio di speranza’, che si celebra oggi, riprendendo l’enciclica di papa Francesco, ‘Dilexit nos’: “Solo un cuore rinnovato e illuminato dalla sapienza divina può essere in grado di ‘rianimare la speranza’ per sé e per gli altri. Cercando la verità attraverso tutte le vie del sapere e ponendo sempre al centro dell’attività accademica l’attenzione alla dignità di ogni essere umano, l’Università Cattolica continua ad offrire il suo peculiare contributo alla formazione di personalità che siano in grado di dare senso compiuto alla propria esistenza e di mettersi con competenza e generosità a servizio del bene comune”.
A tal proposito la prof.ssa Elena Beccalli, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha elencato le tre dimensioni, che caratterizzano l’Università Cattolica per essere un laboratorio di speranza: “La prima è il sapersi continuamente interrogare sulle questioni radicali. Ciò richiede la forza di formulare domande di senso che guardino al futuro, senza limitarsi a dare risposte ai temi di ieri, e la capacità di confrontarsi con i paradigmi dominanti per proporre una visione nuova.
La seconda sta nel valorizzare il dialogo interdisciplinare per evitare le pericolose parcellizzazioni del sapere. Un dialogo che si manifesta sia nella progettazione di percorsi di studio che favoriscano l’ibridazione di conoscenze e competenze, sia nelle attività di ricerca sui grandi temi del nostro tempo. La terza dimensione consiste nel vivere l’università come una ‘comunità educante’ attenta al mondo e connessa con le realtà del mondo cattolico”.
Inoltre la rettore dell’Università Cattolica ha sottolineato due questioni centrali per gli studenti, più volte sottolineate da papa Francesco: “La prima attiene al loro ruolo: siamo convinti che non siano utenti ai quali offrire un servizio, come una consolidata tendenza ci indurrebbe a fare, quanto piuttosto persone animate dalla speranza di vivere un’esperienza educativa che valorizzi le loro intelligenze multiple, ossia i tre linguaggi della testa, del cuore e delle mani spesso evocati da papa Francesco.
La seconda questione riguarda il loro futuro: riteniamo che le università debbano preparare le classi dirigenti e le nuove generazioni nella consapevolezza che la professionalizzazione non è in sé sufficiente e, soprattutto, che non è il solo fine da indicare come orizzonte del percorso universitario”.
Per questo acquista valore la questione educativa: “Ampliando lo sguardo, credo siano evidenti i segnali che ci inducono a credere che il destino del secolo che stiamo vivendo dipenderà dal ruolo che sapremo riservare all’educazione. Essa può rappresentare il motore propulsivo per l’elaborazione di seri percorsi di pace, per la riduzione delle diseguaglianze tra le diverse regioni del pianeta e per la formazione di donne e uomini orientati al perseguimento del bene comune”.
D’altra parte l’assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, mons. Claudio Giuliodori, presidente della commissione episcopale italiana per l’educazione cattolica, la scuola e l’università, ha ripreso la prolusione di p. Agostino Gemelli pronunciata nell’anno accademico 1928-1929: “Il suo discorso contestualizzato negli anni difficili che seguirono al primo conflitto mondiale e videro il sorprendente avvio dell’Ateneo dei cattolici italiani, è di straordinaria attualità e ci aiuta a comprendere come l’Università Cattolica possa essere concretamente un laboratorio di speranza”.
Un discorso che molti anni più tardi è stato approfondito da papa Francesco: “Di fronte ad un mondo in preda a tensioni sempre più destabilizzanti che stanno mettendo in crisi lo scenario geopolitico, servono davvero ‘idee madri feconde di pace’ che sappiano riannodare i fili della speranza. In questo cammino giubilare papa Francesco ha invitato tutti ad essere vicini ai giovani. E non solo perché non perdano la speranza. A loro, infatti, è chiesto di essere gli artefici di una ‘cultura della speranza’ capace di costruire con coraggio un futuro contrassegnato non da crescenti conflitti ma da una convivenza pacifica in una casa comune fraterna e solidale”.
Ecco la sfida culturale a cui è chiamata l’Università Cattolica: “Ancorato ai principi dell’insegnamento sociale della Chiesa, l’Ateneo dei cattolici affronta le sfide del nostro tempo con lo stesso slancio e lo stesso ardore dei fondatori. Sempre più consapevole della grande responsabilità che ha nei confronti delle nuove generazioni, si pone come preziosa ‘risorsa di speranza’ per la Chiesa e l’intera società da cui riceve continue attestazioni di apprezzamento e fiducia”.
Quindi quello con papa Francesco è stato un rapporto continuo, dal momento dell’elezione fino al messaggio contenuto nell’ultima enciclica, ‘Dilexit nos’, interamente dedicata alla spiritualità del Sacro Cuore: “Un’amicizia che ha trovato manifestazione nei ruoli di prestigio che la Santa Sede ha sempre voluto riconoscere al Rettore dell’Università Cattolica e che, nello stesso tempo, si è espressa in un’articolata comunanza di intenti.
La riflessione sull’ambiente affidata all’Enciclica ‘Laudato Sì’, l’appello al dialogo e alla collaborazione tra i popoli di ‘Fratelli tutti’, la necessità di un radicale ripensamento dei paradigmi economici e, soprattutto, l’impegno per un nuovo Patto educativo globale sono gli esempi più evidenti di un legame che, di anno in anno, si è fatto sempre più stretto e più efficace”.
Perciò la rettrice ha ricordato alcuni momenti particolari: “Un ultimo regalo, voluto da Papa Francesco nei giorni della Settimana Santa e giunto a destinazione poco dopo la sua morte, è la piccola statua di Nuestra Señora de Luján, che la Rettrice Elena Beccalli, ha trovato ad attenderla a Casa Santa Marta, dove si era recata a rendere l’ultimo omaggio al Pontefice. La statuetta rappresenta la Vergine miracolosa venerata nel Santuario di Luján (a circa 70 km da Buenos Aires), patrona di Argentina. Non solo un segno di ringraziamento, ma anche e specialmente la conferma di un’amicizia destinata a sfidare il tempo è la piccola statua”.
Infine ha sottolineato il suo magistero ‘economico’: “Papa Francesco con il suo magistero ha sottolineato come sia possibile uno sguardo nuovo sulle questioni economiche e soprattutto su quelle finanziarie mettendo al centro la persona, la valorizzazione della dignità di ogni essere umano e la cura per il creato. Uno sguardo e un paradigma che contrasta con quanto vediamo oggi con una guerra dei dazi che si prospetta, l’incertezza sui mercati, le questioni e le polarizzazioni complesse dal punto di vista geopolitico che portano alle tante guerre che vediamo in molte parti del mondo ma forse proprio in virtù di questo contrasto il messaggio di papa Francesco è ancora più forte oggi”.
Per questo papa Francesco nel suo magistero ha sempre invitato a cercare la pace: “Papa Francesco è stato il leader globale di questi ultimi anni, ha saputo portare una posizione molto chiara, molto ferma, ma sempre dialogante con tutti, e in questo senso credo che sia stata una voce molto ascoltata anche da molti laici nel mondo. Quello che ha invitato a fare fino all’ultimo, e lo abbiamo ascoltato anche nel giorno di Pasqua, è un invito rivolto a tutti i politici, alle persone con responsabilità, a cercare di dare questo sguardo nuovo, invitando alla pace”.
Al Centro Astalli di Roma presentato il rapporto
Nelle settimane scorse a Roma è stato presentato il Rapporto annuale del Centro Astalli: uno strumento per capire attraverso dati e statistiche quali sono le principali nazionalità degli oltre 24.000 rifugiati e richiedenti asilo assistiti, di cui 11.000 a Roma, che si sono rivolti nel corso dell’anno al Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati in Italia, quali le difficoltà che incontrano nel percorso per il riconoscimento della protezione e per l’accesso all’accoglienza o a percorsi di inclusione.
Durante l’evento, trasmesso anche in diretta sul canale YouTube dell’organizzazione, p. Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, ha presentato i dati che raccontano una realtà che, grazie agli oltre 800 volontari che operano nelle 8 sedi territoriali (Roma, Bologna, Catania, Grumo Nevano, Padova, Palermo, Vicenza, Trento), si adatta a rispondere ai mutamenti sociali e legislativi di un Paese che stenta a dare la dovuta assistenza a chi, in fuga da guerre e persecuzioni, cerca protezione:
“Presentiamo il Rapporto 2025 in questo Anno Giubilare con la ferma convinzione che accompagnare, servire e difendere le persone richiedenti asilo e rifugiate sia un segno di speranza… Il 2024 è stato l’anno del Patto sulla migrazione e l’asilo adottato dal Consiglio Europeo lo scorso maggio. Come in più occasioni sottolineato dalla società civile e con documenti congiunti dall’Ufficio europeo del JRS, l’implementazione di questo Patto può portare, tra le altre cose, a un arretramento del diritto d’asilo, per l’aumento previsto delle procedure accelerate alla frontiera e un conseguente possibile aumento del numero delle persone detenute in modo arbitrario”.
Per quanto riguarda la situazione italiana ha sottolineato la creazione di centri di accoglienza in Albania: “Sul versante Italia il 2024 è stato poi l’anno del braccio di ferro sui centri in Albania. Al di là delle polemiche, quello che ci preoccupa è la creazione di un artificio legale, quello di centri in terra albanese sotto la giurisdizione italiana. Per fare questo si è sostenuto il principio di deportabilità delle persone (abbiamo visto qualche esempio), rispetto alle quali si è persa di vista la centralità della loro dignità, trattandole come carichi residuali non desiderati.
Non convince neppure la recente decisione di convertire queste strutture in Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR)… Non crediamo che l’utilizzo a tale scopo delle strutture in Albania possa migliorarne la funzionalità in vista del rimpatrio delle persone detenute e garantire nel contempo il rispetto dei diritti dei migranti trattenuti”.
Ed ha evidenziato il ‘lavoro’ fatto con i giovani: “Anche per il 2024 una parte importante del percorso di Astalli, attraverso i progetti ‘Finestre e Incontri’, è stato fatto con i giovani italiani delle scuole secondarie, anche se tra di loro ci sono molti ragazzi e ragazze (troppi) che non hanno ancora la cittadinanza, che sono cittadini di fatto anche se ancora non di diritto. Abbiamo continuato, non senza la fatica per le poche risorse, a far incontrare i rifugiati e i testimoni di diverse religioni e confessioni cristiane con studenti e studentesse andando nelle scuole, in 1.969 classi, per un totale di 38.700 studenti in tutta Italia”.
Il Rapporto annuale 2025 del Centro Astalli evidenzia un quadro di crescente complessità e vulnerabilità di cui i rifugiati assistiti sono portatori, in un contesto caratterizzato da politiche migratorie sempre più restrittive e dalle difficoltà di accesso a un sistema di accoglienza adeguato non sempre all’altezza del compito che è chiamato a svolgere.
Sono stati 65.581 i pasti distribuiti presso la mensa di Via degli Astalli, 1.114 le persone ospitate in strutture d’accoglienza, di cui, 227 a Roma, 10.044 le persone che hanno ricevuto assistenza sanitaria presso il Centro Sa.Mi.Fo., 1.161 le persone che si sono rivolte ai servizi di accompagnamento sociale, tra cui 710 quelle che hanno richiesto un accompagnamento ai servizi digitali della Pubblica Amministrazione. Mentre sono stati 38.700 gli studenti e le studentesse incontrati nell’ambito dei progetti di sensibilizzazione ‘Finestre e Incontri’.
Dal rapporto si evince che sono sempre più numerosi i migranti vulnerati da tentativi negati di accesso alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale, intrappolati in un limbo giuridico: “La riduzione a soli sette giorni del termine per presentare ricorso contro decisioni negative alla richiesta di asilo da parte di migranti provenienti da Paesi considerati ‘sicuri’ ha reso difficile garantire un’efficace tutela giurisdizionale.
Sono lunghe mesi, invece, le attese per accedere alle Questure e per ottenere permessi di soggiorno, mentre si lamenta una disponibilità sempre più limitata di posti in accoglienza…. Il servizio di orientamento legale del Centro Astalli si è trovato a supportare 517 persone, tra le quali molte con permessi in scadenza e senza possibilità di rinnovo. A Catania sono state 965 le persone accompagnate nell’iter burocratico della procedura di asilo, 525 a Trento”.
Quest’evento era iniziato con la testimonianza di Khanum Yehoian, originaria dell’Armenia, in fuga dall’Ucraina in guerra: “Mi chiamo Khanum e sono nata in Armenia, un piccolo e antico Paese del Caucaso meridionale, tra Turchia, Georgia, Azerbaigian e Iran. La civiltà armena è una delle più antiche del mondo, ha una storia millenaria e un popolo forte, che è sopravvissuto al genocidio del 1915, quando l’Impero Ottomano organizzò lo sterminio sistematico del mio popolo. Più di 3.000.000 di persone furono uccise e altre milioni furono costrette a lasciare la loro terra…
Vivo a Roma da tre anni e il mio percorso di adattamento in questo nuovo Paese continua. Cerco ancora delle risposte alle tante domande e continuo a crescere come persona. So che l’Armenia, la mia terra d’origine, l’Ucraina, il Paese dove sono cresciuta, e l’Italia, il luogo in cui ho trovato rifugio, fanno parte di me. Tre paesi, tre identità diverse. Ognuno di questi mi ha lasciato un segno e sono felice di poter condividere oggi questa esperienza con voi”.
(Foto: Centro Astalli)




























